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Foto di Rino Porrovecchio

Abbiamo scelto questa foto come simbolo del gruppo  e del blog. Rappresenta un po' sia il passato, le terribili stragi, tutti quei morti, che il futuro di riscatto, con la rivolta popolare che ha mosso i suoi primi passi forse proprio con quella scritta su quel muro.

Chi siamo

Una casa della memoria per le vittime della mafia.(Gruppo Facebook))

Casamemoria Vittimemafia (Pagina Facebook)

Casamemoria Vittimemafia (Profilo Facebook)

 

"Questo Blog è stato creato dagli amministratori di Una casa della memoria per le vittime della mafia,

gruppo nato su Facebook nel Settembre 2009.

La decisione di aprire un Blog è nata dalla necessità di archiviare in un unico luogo tutti i dati raccolti:

Ci siamo accorti, col passar del tempo, che le informazioni che andavamo cercando, e sembrava non

ci fossero, le trovavamo ma erano nascoste in mezzo a tantissime altre e riuscivamo a scovarle solo

se in possesso di chiavi di ricerca ben precise. Inoltre molti link trovati ora non sono più disponibili e

pertanto il contenuto, non archiviato, è andato perduto per sempre.

Tutto quello abbiamo fatto, e faremo,  é animato dalla necessità di "sapere"; non abbiamo altri fini

se non quello della "conoscenza e del ricordo".

 

Per visualizzare la lista completa delle schede raccolte cliccare su VITTIME (qui o sulla banda superiore)

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Le Vittime che commemoriamo, mese: LUGLIO PDF Stampa E-mail

 

26 Giugno 1975 Eupilio (CO). Rapita Cristina Mazzotti , 18 anni, il suo corpo fu ritrovato in una discarica.
Si può morire a 18 anni, solo per danaro.
Si può morire senza colpa, crudelmente.
Si può morire e finire gettata in una discarica, tra carrozzine rotte e sacchi della spazzatura, come ulteriore oltraggio.


E’ quello che accadde a Cristina Mazzotti, rapita la sera del 26 giugno 1975 davanti al cancello della villa dei genitori a Eupilio,in provincia di Como, e ritrovata morta il primo settembre dello stesso anno, dopo un atroce e insensata prigionia fatta di stenti e soprusi, di overdose di eccitanti mescolati a tranquillanti. (Art. Paolo Benetollo)

 

1 Luglio 1982 Giugliano (NA) Ucciso Giuliano Pennacchio, assessore al personale del Comune.
Giuliano Pennacchio, 45enne, segretario di una scuola media e assessore al Personale del comune di Giugliano (Campania) è stato ucciso nel luglio del 1982 mentre tornava a casa a piedi, in via Meristi.
Ha da poco parcheggiato la macchina quando, a bordo di un'auto, due killer gli hanno sparato.
Giuliano Pennacchio svolge un'importante attività politica cercando tra l'altro di rendere più efficaci ed efficienti i servizi comunali.
Secondo le indagini il Pennacchio si è probabilmente intromesso in faccende illecite che gli hanno costato la vita.
In quel periodo era sindaco del comune Giuliano Granata, ex segretario particolare di Ciro Cirillo, sequestrato dalle Brigate Rosse nel 1981 per 89 giorni.
Il sequestro fu al centro di durissime polemiche, infatti, la Democrazia Cristiana optò per la trattativa con i terroristi.
La sua liberazione avvenne tramite intrecci mai chiariti del tutto, che videro probabilmente anche la mediazione di Raffaele Cutolo. (Fond. Pol.i.s.)

 

2 Luglio 1949 Palermo. Strage di Portella della Paglia (Monreale - PA): Perirono sotto i colpi della Banda Giuliano le guardie P.S.: Carmelo Agnone, Candeloro Catanese, Carmelo Lentini, Michele Marinaro e Quinto Reda.
Erano in forza al Reparto Autonomo Guardie di P.S. presso l'ispettorato Generale di P.S. per la Sicilia e componenti del Nucleo Mobile di San Giuseppe Jato (PA), un avamposto istituito per la repressione del banditismo e la cattura della banda del famigerato Salvatore Giuliano.Verso le 20,30 del 2 luglio, a bordo di una camionetta Fiat 1100 il Commissario dr. Mariano Lando, 35 anni, funzionario dell’Ispettorato e le Guardie Carmelo Gucciardo, 24 anni, autista, Carmelo Agnone, 28 anni, Carmelo Lentini, 23 anni, Michele Marinaro, 26 anni, Candeloro Catanese, 29 anni, Quinto Reda, 27 anni e Giovanni Biundo, 22 anni, partirono alla volta di Palermo, per recarsi all’Ispettorato, ove era stata convocata un’urgente riunione di servizio. Pochi chilometri dopo, allorchè il veicolo giunse in località Portella della Paglia, un gruppo di una decina di fuorilegge aprì il fuoco con raffiche di mitra, lanciando anche alcune bombe a mano. Le prime raffiche falciarono Agnone, Lentini e Reda, che morirono all’istante. Gli altri si precipitarono fuori dal mezzo e, facendosene scudo, risposero al fuoco con le armi automatiche. La sparatoria si protrasse per circa mezz’ora; i malviventi cercarono di accerchiare il veicolo per trucidare i poliziotti, che si difesero strenuamente, riuscendo a metterli in fuga e a chiamare i soccorsi. Purtroppo, quando questi arrivarono, trovarono sul terreno quattro feriti: Gucciardo e Biundo in modo serio, ma non mortale, mentre Marinaro e Catanese lo erano gravemente e versavano in evidente pericolo di vita. Immediatamente trasportati in ospedale, i quattro agenti furono sottoposti alle cure del caso, che però per due di essi furono disperate e vane: il Marinaro cessò di vivere poco dopo, mentre il Catanese si spense il 4 luglio, dopo due giorni di agonia.Sul posto della sparatoria il giorno dopo confluirono diverse autoblindo della P.S. e dei Carabinieri e, durante il sopralluogo, furono rinvenute centinaia di bossoli e bombe a mano inesplose, che avrebbero potuto uccidere tutti i componenti della squadra.Le indagini non accertarono se il gruppo dei banditi si fosse appostato lì diverse ore prima ovvero si trovasse in quel luogo per pura coincidenza, certo si fece strada il sospetto che essi sapessero della convocazione a Palermo ed avessero pianificato l’agguato con cura. Il grave sospetto che la banda potesse contare su strumenti di intercettazione telefonica o su delatori o, peggio, traditori spinse il Ministro Scelba a disporre una commissione d’inchiesta, che però non apportò alcun risultato. (Cadutipolizia.it)


2 Luglio 1962 Bagheria (PA) Ucciso il bracciante agricolo Giacinto Puleo.
2 luglio 1962 a Bagheria (PA): “Giacinto Puleo era bracciante. Come tanti era emigrato in Germania. Con una idea fissa in testa. Risparmiare abbastanza per tornare al paese, comprare un pezzo di terra e mettersi per conto suo. C’era quasi riuscito. Con un amico aveva preso un pezzo di limoneto a mezzadria. Era mancato anni. Non sapeva che in quel limoneto non raccoglieva più il padrone, ma un mafioso. Non glielo dissero subito, ma solo alla vigilia del raccolto. Vattene! Gli consigliarono. Giacinto non ci volle sentire: troppi sacrifici gli era costato quel pezzetto di giardino. Lo aspettarono di primo mattino, mentre andava a lavorarci e gli spararono due colpi di lupara”.

 

2 Luglio 1975 Palermo Ucciso Gaetano Cappiello, Guardia di Pubblica Sicurezza
Il proprietario di un noto laboratorio fotografico era stato più volte oggetto di minacce ed estorsione da parte di banditi che chiedevano soldi in cambio di protezione. Il commerciante si rivolge alla Polizia, che organizza un servizio per catturare gli estortori. Dopo numerosi appostamenti, andati a vuoto per la particolare cautela adoperata dai banditi, l'ultimo appuntamento, quello decisivo è previsto per le ore 21,30 del giorno 2 Luglio, davanti alla Chiesa della Resurrezione nel quartiere “Villaggio Ruffini”. La zona è circondata da agenti e sottufficiali in borghese, mentre un furgoncino civetta è posteggiato ad una ventina di metri dal luogo dell'appuntamento. L'agente Cappiello si trova nella macchina dell’imprenditore per proteggerlo durante la consegna del denaro e poi lasciare intervenire i colleghi. Alle ore 21,15 i banditi telefonano a Randazzo dicendogli di attendere il loro arrivo in macchina. Quando si avvicinano, Cappiello esce improvvisamente dalla vettura, dichiarandoli in arresto, ma viene raggiunto da cinque colpi al petto. Morirà poco dopo all'ospedale di Villa Sofia, tra le braccia del suo capo della mobile, Bruno Contrada.
Cappiello, 28 anni, lasciò la Moglie e un figlio in tenera età. (cadutipolizia.it)

 

2 Luglio 1982 Marano di Napoli. Assassinato Salvatore Nuvoletta, 20 anni. Carabiniere.
Salvatore Nuvoletta aveva compiuto da qualche giorno 20 anni. Era nato a Marano (Napoli) il 22 giugno del 1962.
Viene ucciso dalla barbarie della camorra il 2 luglio del 1982, mentre stava seduto, tenendo un bambino in braccio, davanti all’esercizio commerciale di un parente nella sua città natale. Carabiniere a soli 17 anni, Salvatore era stato destinato alla caserma di Casal di Principe. I killer lo avevano chiamato per nome e cognome per accertarsi che fosse proprio lui, Salvatore intuì che qualcosa stava per accadere e lanciò il bambino che aveva in braccio distante da lui, fu colpito da una pioggia di colpi mortali. Questa morte inspiegabile viene chiarita anni dopo a seguito delle confessioni di Carmine Schiavone. L’assassinio fu la risposta della camorra alla morte di Mario Schiavone, avvenuta pochi giorni prima, durante un conflitto a fuoco con gli stessi carabinieri della stazione di Casal di Principe. Una vera e propria ritorsione anche se a pagare fu Salvatore Nuvoletta che nel giorno del conflitto a fuoco era a riposo. I casalesi per questo omicidio chiesero il “permesso” alla famiglia Nuvoletta di Marano e furono proprio i Nuvoletta, per mano di Antonio Abbate, ad eseguire la condanna a morte. Per Salvatore arriva la Medaglia d’oro al Merito Civile, una lapide lo ricorda nel Parco Don Diana a Casal di Principe.


2 Luglio 1990 Milazzo. Ucciso Giuseppe Sottile, 13 anni. Vittima innocente di un regolamento di conti.
Giuseppe Sottile, un ragazzino di 13 anni, aveva appena trascorso, in paese, una serata serena con la propria famiglia, il papà, la mamma e le due sorelline, quando un commando, appostato davanti alla loro abitazione, al loro rientro, ha aperto il fuoco senza pietà. Il padre ha tentato di proteggerlo con il proprio corpo ma una pallottola lo ha colpito al petto e quando è arrivato in ospedale ormai non c'era più nulla da fare. Il padre, anche se gravemente ferito, si è salvato.


3 Luglio 1975 Lamezia Terme (CZ). Assassinato il magistrato Francesco Ferlaino. Era avvocato generale della Corte d'appello di Catanzaro.
Francesco Ferlaino era avvocato generale della Corte d'appello di Catanzaro. Come magistrato era stato eletto al "Comitato Direttivo Centrale" dell'Associazione Nazionale Magistrati per il gruppo di "Magistratura Indipendente". È stato Presidente della Corte d'assise d'appello di Catanzaro ed in tale carica ha presieduto il processo alla mafia siciliana,processo che era stato trasferito a Catanzaro per legittimo sospetto.
Venne ucciso a colpi di fucile, in prossimità della sua abitazione di Nicastro, da sicari rimasti sconosciuti appartenenti alla malavita organizzata, il 3 Luglio del 1975.
Al suo nome è dedicato il palazzo di giustizia di Catanzaro, l'aula della Corte d'Assise d'appello di Catanzaro ed una via di Lamezia Terme. (Wikipedia)

 

3 Luglio 1981 Torino. Lorenzo Crosetto, Imprenditore 61enne, rapito, il suo corpo trovato sepolto in un campo
Lorenzo Crosetto, 61 anni, venne rapito la sera del 3 luglio 1981. Stava giocando a scopa nel bar Ponte Barra, in barriera di Casale, locale con atmosfera anni Cinquanta nella vecchia Torino di Cesare Pavese schiacciata tra il Po e la collina. Un mese e mezzo dopo era morto, esaurito dagli stenti e dal calore: lo avevano nascosto in una baracca di lamiera nelle campagne di Asti dove sotto il solleone di luglio la temperatura saliva anche a 50 gradi. I banditi vollero lo stesso il denaro: 672 milioni. Poi più niente. Solo silenzio fino al 31 maggio 1983, quasi due anni dopo, quando un pentito della ' ndrangheta avrebbe portato il sostituto procuratore della Repubblica di Torino Marcello Maddalena sulla tomba di Crosetto: quattro palmi di terra tra una vigna e un campo di granoturco, a Sessant, alla periferia di Asti. (Fonte La Repubblica)

 

4 Luglio 1986 Torre Annunziata (NA). Ucciso Luigi Staiano, giovane imprenditore, titolare di una impresa di costruzioni. Vittima del racket.
Luigi Staiano, giovane imprenditore edile di Torre Annunziata (NA), venne ucciso il 4 luglio 1986, quando aveva 35 anni, mentre andava dal fruttivendolo. A sparare due giovani su una moto, i volti coperti dai caschi.
Luigi Staiano era sposato, padre di una bambina che all’epoca aveva tre anni. Fu il primo che ebbe il coraggio di dire no alla camorra delle estorsioni presentando denuncia in Questura.
La storia di Luigi Staiano è raccontate nel libro di Emanuele Boccianti e Sabrina Ramacci "Italia giallo e nera" edito da  Newton Compton nel 2013. La vicenda di Luigi è anche ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013.

 

4 Luglio 1990 La Seconda strage di Porto Empedocle. Restarono uccisi, vittime innocenti, Giuseppe Marnalo e Stefano Volpe
Seconda strage di Porto Empedocle. Era il 4 luglio del 1990. I killer stiddari arrivati a Gela dovevano lavare col sangue la morte dei Grassonelli assassinati nel settembre del 1986 (prima strage). I colpi di mitra spezzarono però anche la vita di due ragazzi che erano dentro quella maledetta officina, non per fatti di mafia. Giuseppe Marnalo era un operio. Per la verità era legato a Sergio Vecchia (l'obiettivo dei killer) da un rapporto di parentela, essendone il cognato. Ma in quel posto era andato per fare compagnia all'altro cognato, Calogero Palumbo, rimasto ferito. Stefano Volpe, invece, era il figlio del titolare dell'officina dove si consumò la strage. Era lì per aiutare il padre, mentre il resto della famiglia abitava al piano di sopra. Lo ricordano come un ragazzo sveglio e socievole. Era componente di un gruppo folcloristico di Agrigento. Gli piacevano la musica e la vita. (Senza Storia di A. Bugea e E. Di Bella)

 

4 Luglio 1990 Strongoli (CZ). Resta ucciso in una sparatoria, il giovane Arturo Caputo, 16 anni, mentre era in pizzeria con gli amici.
Il 4 luglio del 1990 è il giorno della semifinale Inghilterra-Germania e a Strongoli, nell'alto Cotronese, la pizzeria è piena di gente. Sul grande televisore piazzato a un lato della sala vanno in onda le prodesse di "Gazza" Gascoigne, inutili contro gli imbattibili tedeschi. Arturo Caputo, 16 anni,  mangia una pizza con gli amici e beve tranquillamente una birra. Il killer comincia a sparare appena messo piede nel locale. Ha un grosso fucile a pompa, e lo fa vibrare a ripetizione. Sei colpi per uccidere il bersaglio, il pregiudicato Salvatore Scalise. Si gettano tutti a terra, per scampare il pericolo e per non vedere. L'uomo col fucile insegue la sua vittima fino all'ingresso del bagno e lì pone fine alla sua fuga disperata. Poi scappa insieme al complice che gli copre le spalle fuori dalla pizzeria. La scena è raccapricciante. La gente che affolla il locale si ritrova in una confusione di tavoli e sedie, stoviglie e posate. Non si rialzano da terra tre sedicenni. I pallettoni sono volati in ogni direzione e hanno colpito in tre tavoli diversi. Due ragazzi sono solo feriti, ma per Arturo non c'è niente da fare.
E' la guerra tra i Dima e i Castiglione e delle venti persone che hanno assistito all'agguato nessuno sarà disposto a testimoniare. (Tratto da Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D. Chirico ed A. Magro)

 

4 Luglio 1992 Napoli. Ucciso Giorgio Ascolese durante una rapina nel negozio in cui lavorava.
Giorgio Ascolese lavorava come commesso in un negozio di elettronica in via Calata San Marco a Napoli.
Pochi minuti prima delle 14 del 4 luglio del 1992, due malviventi costringono Giorgio e il suo collega Rocco Nutricati a consegnare l'incasso della mattinata. Non ancora soddisfatti di un bottino pari a 4 milioni di lire, i rapinatori cercano di impossessarsi anche di parte della merce. È proprio a questo punto che  i due commessi reagiscono. L'esito di questa azione sarà purtroppo la morte di Giorgio Ascolese e il ferimento del suo collega a causa dei colpi esplosi dai killer.

 

5 Luglio 1948 Trapani. Scompare Tommaso Triolo, fratello minore di Nicasio, dirigente DC.
Il notaio Tommaso Triolo era il fratello minore del Dr. Nicasio, dirigente DC, componente del Movimento dei Focolari.
Fu rapito a Trapani il 5 luglio del 1948. Di lui, dopo alcune lettere con la richiesta di un riscatto di 100 milioni, all'epoca cifra che la famiglia mai avrebbe potuto mettere insieme, scritte dallo stesso Tommaso, la famiglia non ne seppe più nulla. Nemmeno il corpo gli fu reso.
"La scomparsa di Maso, vittima di «lupara bianca», una storia mai chiarita, cambia la vita della famiglia. Nicasio non si rassegna, non si rassegnerà mai. Si mette alla triste ricerca almeno del corpo del fratello, va persino a trovare il mafioso Pisciotta, luogotenente di Salvatore Giuliano, nel carcere Ucciardone di Palermo. Silenzio. Non riesce poi a cancellare dagli occhi quella scena del processo in cui gli incriminati del sequestro furono assolti per insufficienza di prove. Non sopportanto quella messinscena era uscito sbattendo la porta." (Tratto da: "Una vita per vincere. Biografia di Nicasio Triolo" Di Gaetano Minuta)

 

5 Luglio 1993 Ragusa. Assassinato il giovane Andrea Castelli, 23 anni, perché aveva difeso la sorellina.
Andrea Castelli, 24 anni, elettricista di Ragusa, era "colpevole" di essere intervenuto, il giorno prima, in soccorso di alcune ragazzine che venivano molestate, tra cui c'era anche la sorellina di tredici anni, sulla spiaggia di Caucana, presso Santa Croce Camerina (RG), dove erano in villeggiatura.
La sera dopo, lunedi' 5 Luglio 1993, il molestatore Filippo Belardi, un pericoloso pregiudicato del clan Madonia di Gela, ha bloccato il giovane Castelli sotto casa mentre era in compagnia della fidanzata e di altri conoscenti. Deciso a farsi giustizia ha gridato: "Chi e' quello s... che ieri mi ha minacciato?". Quindi lo ha freddato con un colpo di pistola a bruciapelo alla testa. Prima di fuggire ha sparato ancora ferendo a una gamba una giovane donna.
Belardi e' stato arrestato poche ore dopo l'omicidio. Era gia' ricercato per associazione mafiosa. Ad accusarlo sono state decine di testimoni che quella sera hanno assistito all'omicidio.

 

5 Luglio 1998 Catania. Enrico Chiarenza, 18 anni. Suicidio per mafia.
Morto a Catania, il 5 luglio del 1998, Enrico Chiarenza, nipote diciottenne di un ex collaboratore di giustizia e figlio di Clemente, ucciso nel 1995 in un agguato mafioso. Il giovane, sconvolto per l'uccisione del padre, nel marzo precedente aveva tentato il suicidio ingerendo dell'acido muriatico che gli aveva provocato danni irreparabili. (Fonte:  centroimpastato.it)

 

5 Luglio 1998 Acerra (NA). Antonio Ferrara, 21 anni, ucciso da due ragazzi diciassettenni (uno figlio di un camorrista) che hanno sparato al termine di una lite, a cui lui era estraneo.
Il 5 luglio 1998 due diciassettenni aprono il fuoco nella piazza principale di Acerra, quella dedicata a Falcone e Borsellino. I minorenni, di cui uno appartenente a famiglia camorrista, volevano vendicarsi dell'offesa subita la sera precedente da parte di un loro coetaneo. In realtà, nulla più di una futile questione legata ad una festa di compleanno finita in rissa.  
I due sbagliano tuttavia obiettivo e colpiscono Antonio Ferrara, un giovane di 21 anni, assolutamente estraneo all'intera vicenda. (Fondazione Pol.i.s.)

5 Luglio 1999 Palermo. Ucciso Filippo Basile, funzionario regionale
Viene ucciso a Palermo, il 5 luglio del 1999, Filippo Basile, funzionario regionale, capo del personale dell'Assessorato all'Agricoltura.
Reo confesso del delitto l'esecutore Ignazio Giliberti, che accusa come mandante il funzionario Antonino Velio Sprio. Basile, quale capo del personale dell'Assessorato dell'Agricoltura, aveva istruito la pratica di licenziamento di Sprio, condannato per associazione a delinquere e per tentato omicidio.
"Le parole quali trasparenza, efficacia ed efficienza, non sono per Filippo Basile solamente delle parole, ma significano ricerca del cambiamento. Cambiamento che non può avvenire se non attraverso le coscienze degli individui, perché per quante regole possa adottare l’Amministrazione, se non cambiano gli individui, non è possibile cambiare mai il sistema complessivo della macchina burocratica".

 

6 Luglio 1919 Resuttano (CL). Muore Costantino Stella, arciprete, dopo essere stato accoltellato.
Arciprete di Resuttano (Cl) si batteva contro i soprusi esercitati dai clan della zona sulla popolazione e aveva dato il via ad importanti attività in campo sociale e nel sostegno dei contadini siciliani. Venne accoltellato il 19 giugno da un membro di una potente famiglia mafiosa locale. Morì, dopo diciotto giorni di agonia, il 6 luglio 1919 a Resuttano (Cl). (Liberanet.org)

 

7 Luglio 1976 Catania. Giovanni La Greca, Riccardo Cristaldi, Lorenzo Pace e Benedetto Zuccaro vennero trucidati come dei boss. Il più grande aveva 15 anni.
E' una afosa mattinata d'estate, il 7 luglio del 1976, e quattro ragazzini di San Cristoforo (Catania) scompaiono misteriosamente. Qualche giorno prima, uno di loro, aveva scippato la borsa alla madre di Benedetto Santapaola. I loro nomi: Giovanni La Greca, Lorenzo Pace, Riccardo Cristaldi e Benedetto Zuccaro. Erano tutti giovanissimi, tra i tredici e quindici anni, erano poco più che bambini.
"Ricorda Antonino Calderone: Quando arrivai in quella specie di stalla di Ciccio Cinardo, a Mazzarino, quei quattro ragazzini erano legati come salami in mezzo al fango. Cinardo era arrabbiato perché non voleva tenerli lì... poi nella stalla entrò Salvatore Santapaola e, in quello stesso momento, si prese la decisione di uccidere i quattro bambini. Antonino Calderone spiega perché: Uno di loro riconobbe Santapaola e, sperando in un suo intervento, gridò: Guardate, guardate c'è Turi di San Cristoforo.... Un'ora dopo i quattro ragazzini erano sulle colline di San Cono, morti". (Fonte: La Repubblica)

 

7 Luglio 1986 Napoli. Ucciso Vittorio Esposito, Agente della Polizia di Stato, mentre si accingeva ad intervenire in un conflitto a fuoco tra camorristi.
La sera del 7 luglio 1986,  sicari della Camorra sparano all'impazzata  nei pressi di alcune abitazioni  in Via Montagna Spaccata. Obiettivo dell'agguato mortale è il pregiudicato Claudio Volpe. Vittorio Esposito, sposato e padre di un bambino di quatto anni, era un agente in servizio presso il garage della Questura di Napoli. Quella sera si trovava con la moglie e il figlioletto, oggi divenuto poliziotto come il padre, a casa di un suo amico.
Al rumore dei colpi esplosi, Vittorio si affaccia e cerca di impugnare la pistola d'ordinanza.
I sicari non perdono tempo e colpiscono il giovane poliziotto in piena fronte.
L 'agente muore lungo il tragitto verso l'Ospedale San Paolo.
La storia di Vittorio Esposito è raccontata nel libro di Raffaele Sardo "Come nuvole nere" edito da Melampo nel 2013. La vicenda di Vittorio è anche ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013. (Fondaqzione Pol.i.s.)

 

7 Luglio 1992 Molfetta (BA). Ucciso Giovanni (Gianni) Carnicella, sindaco della città.
Il 7 Luglio del 1992 a Molfetta veniva ucciso il sindaco Giovanni (Gianni) Carnicella da un "organizzatore di pubblici spettacoli", tale Cristoforo Brattoli che, reo confesso, fu condannato a 24 anni di carcere.
Motivo ufficiale dell'omicidio, scaturito dal dibattimento processuale, fu la mancata concessione dell'autorizzazione comunale all’organizzazione di un concerto del cantante napoletano Nino D’Angelo.
Ma le persone che conoscevano il Sindaco Carnicella, i stessi familiari, sono stati sempre convinti che le motivazioni erano ben altre.
Il Sindaco Carnicella aveva portato correttezza, rispetto della legalità e trasparenza nell'amministrazione del Comune, e questo, nel paese, non era gradito da molti.


8 Luglio 1949 Alcamo (TP). Assassinato Leonardo Renda, contadino, segretario DC e assessore al comune.
ALCAMO. Leonardo Renda nasce ad Alcamo nel 1906, frequenta la scuola per 6 anni, cosa che per i tempi equivale ad un livello quasi superiore rapportato ad oggi; ebbe modo di partecipare alla vita politica del tempo anche grazie alla sua amicizia con Bernardo Mattarella. Fu segretario DC e consigliere comunale e  probabilmente pagò con la sua vita le connessioni tra mafia e  politica del tempo. Era conosciuto in paese per la sua rettitudine e per le sue innate doti di politico serio al servizio dei cittadini. La sera dell’otto luglio del 1949, dopo una giornata di duro lavoro in campagna, quattro  uomini , qualificatisi come Carabinieri, lo identificano e lo invitano  a seguirli alla più vicina caserma, ben presto si rivelano essere assassini. Nei giorni seguenti al funerale , a cui partecipò una folla immane,  il consiglio comunale gli tributerà gli onori dovuti mentre  l’inchiesta viene archiviata come omicidio per motivi di confini. (alqamah.it)

 

8 Luglio 2008 Castellammare di Stabia (NA). Resta ucciso Raffaele Gargiulo in un tentativo di rapina.
Raffaele Gargiulo, originario di Lettere, viene ucciso a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, durante un tentativo di rapina il 13 luglio del 2011. In compagnia di un'amica, Raffaele   vede la propria auto affiancata improvvisamente da un gruppo di persone intenzionate a rapinarlo. Uno dei malviventi spara in direzione di Raffaele quando questi cerca di mettere in moto l'auto e di sfuggire così all'aggressione. Il proiettile esploso colpisce parti vitali e, ormai senza controllo, l'auto rischia di precipitare in una scarpata. Saranno due alberi a trattenere il veicolo e a salvare in questo modo la donna che si trovava con Raffaele. Cristiano Valanzano, l'autore materiale del delitto, all'epoca dei fatti ventenne, si è scoperto poi essere legato agli ambienti camorristici di Castellammare, nonché in contatto con la 'Ndrangheta calabrese. (Fondazione Pol.i.s.)

 

9 Luglio 2009 Poggiomarino (NA). Ucciso Nicola Nappo, 23 anni, perché somigliava al vero obiettivo dell'agguato.
È di chiaro stile camorristico l'agguato nel quale un giovane di 22 anni, Nicola Nappo, è rimasto ucciso ed una ragazza ferita a Poggiomarino, in provincia di Napoli il 9 luglio del 2009.
I due giovani, amici e non fidanzati come era stato detto in un primo momento, si trovavano su una panchina a Piazza de Marinis quando due persone si avvicinano e  sparano almeno sei colpi all'indirizzo del ragazzo. Il colpo mortale è stato probabilmente quello che lo ha preso in faccia. Di rimbalzo, uno dei colpi ha ferito la ragazza che è stata portata all'ospedale di Scafati dove le è stato estratto il proiettile.
«Nicola Nappo fu ucciso al posto mio». È questa la rivelazione choc del  collaboratore di giustizia Carmine Amoruso. Il 27enne del clan Giugliano avrebbe confermato una delle tesi degli inquirenti, ovvero quella dello scambio di persona.
Nappo risultava incensurato e del tutto estraneo a fatti di camorra o delinquenza. Per questo la sua morte - probabilmente decretata dai clan di Boscoreale - apparve subito un giallo, che i carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata furono chiamati a risolvere.
La ragazza che si trovava con Nappo era la ex fidanzata di Amoruso. Proprio questa circostanza, secondo quanto avrebbe riferito il pentito ai magistrati della Dda napoletana, avrebbe indotto in errore i due uomini che, con il volto camuffato da barbe finte, esplosero sette colpi di pistola diretti al torace e alla nuca di Nicola. Ciò che resta da scoprire è il movente, ma soprattutto l'identità di assassini e mandanti. I racconti di Amoruso, che descrivono il suo ruolo nelle attività illecite gestite dal clan Giugliano e i dettagli forniti sui rapporti tra le cosche rivali della provincia napoletana, tra cui quelli della vicina Boscoreale, potrebbero essere decisivi.
A distanza di tre anni, nel novembre del 2012, si conosce l'identità del mandante del delitto di Nicola Nappo.
Si tratta di Antonio Cesarano, 32 anni, affiliato al clan Sorrentino o dei "Campagnoli", attivo nella zona di Scafati. I carabinieri di Torre Annunziata gli hanno notificato un'ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Gup Ludovica Mancini, su richiesta del PM Gianfranco Scarfò.
Ad accusare Cesarano è la vittima mancata, Carmine Amoruso. Ulteriori elementi probatori sarebbero emersi dalle intercettazioni di alcune conversazioni  tra Antonio Cesarano e i familiari avvenute nel suo periodo di reclusione nel carcere di Poggioreale.
Cesarano avrebbe dato l'ordine di ammazzare Amoruso, colpevole di aver avuto una lite, alcune settimane prima, con Sebastiano Sorrentino figlio del boss Giuseppe, e di aver prestato la propria auto ai killer.
Il processo con rito abbreviato per l'omicidio di Nicola Nappo, si conclude nel 2014 con la condanna all'ergastolo per Antonio Cesarano, considerato il mandante dell'omicidio,  e l'assoluzione dell'altro imputato Giovanni Battista Matrone. Il gup Carola riconosce, inoltre, il risarcimento dei danni per i familiari della vittima e per la Fondazione Pol.i.s. costituitesi parti  civili. (Fondazione Pol.i.s.)

 

10 Luglio 1988 Gioia Tauro (RC). Ucciso in un agguato Pietro Ragno, giovane carabiniere di 28 anni.
Era un giovane carabiniere di 28 anni, sposato e padre di una bimba, Vanessa, di appena 11 mesi. Originario di Messina era in servizio a Gioia Tauro da tre anni. Il giovane, il 9 luglio 1988 aveva cenato presto, salutato la moglie Stefania Lopresti, una ragazza di appena 19 anni, e baciato la figlioletta, per effettuare un servizio notturno assieme al commilitone Giuseppe Spera, 32 anni, campano di San Cipriano Picentino, anche lui sposato e padre di due figli. Poco dopo mezzanotte, dallo svincolo di Losarno, i due carabinieri hanno imboccato l’ autostrada per fermarsi a fare rifornimento di benzina e quindi rientrare in caserma. Si stavano per immettere a bassa velocità sulla Statale 111 che congiunge Gioia Tauro all’Aspromonte, quindi al versante ionico della provincia di Reggio Calabria quando, da dietro un cespuglio, hanno incominciato a sparare con fucili automatici calibro 12 caricati a pallettoni. Pietro Ragno che era alla guida riuscì a estrarre la pistola ma morì prima di poterla usare. Il suo compagno si salvò solo perché si trovava chino sull’apparecchio radio per avvertire la centrale operativa del loro rientro. (Liberanet.org)

 

10 Luglio 1991 Reggio Calabria. Assassinato Antonino Cordopatri. Si era rifiutato di cedere le terre ai capi della 'ndrangheta.
A Reggio Calabria, il 10 luglio 1991, ucciso il propietario terriero Antonino Cordopatri. Si era rifiutato di cedere le terre ai capi della 'ndrangheta. La sorella dell'ucciso, Teresa, che ha denunciato Francesco Mammoliti, poi condannato all'ergastolo, è stata costretta a svolgere personalmente i lavori agricoli, aiutata da volontari delle associazioni antimafia, perché non riusciva a trovare manodopera per le intimidazioni dei mafiosi. Nel 2004 le è stata inviata una richiesta di risarcimento danni in seguito ad un suo esposto a Csm in cui chiedeva spiegazioni su "disattenzioni", che a suo avviso c'erano state, da parte degli inquirenti nel periodo precedente alla morte del fratello, quando erano stati denunciati i Mammoliti. L'esposto che doveva rimanere riservato, è diventato di dominio pubblico e quattro magistrati, che si sono ritenuti calunniati e diffamati, hanno intrapreso azione legale. (Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato")

 

10 Luglio 1994 Catania. Assassinate Liliana Caruso, 28 anni, e Agata Zucchero, moglie e madre di un collaboratore di giustizia.
Liliana Caruso ha 28 anni, suo marito è Riccardo Messina, membro del clan Savasta. Quando l’uomo decide di pentirsi, Liliana non ha dubbi: non lo disconoscerà come tante hanno già fatto in questi casi con i loro compagni, decidendo di rimanergli accanto nel suo percorso di collaboratore. Pagherà con la vita questa scelta. Il 10 luglio 1994 viene uccisa nel pieno centro di Catania: due killer le sparano al volto. Altri due criminali uccidono sua madre Agata Zucchero, poco distante da lei.
Per gli investigatori non è difficile trovare un movente: per fare desistere Messina, il clan Savasta aveva inviato degli emissari da Liliana con lo scopo di convincerla a fingersi ostaggio della mafia con il resto della sua famiglia, obbligando così l’uomo a ritrattare. Liliana non solo si era rifiuta di assecondarli, ignorando le minacce, ma era andata dai giudici a denunciare. Soltanto due giorni prima di morire, convinta di non dover temere per la sua vita, si era recata in carcere dal marito per metterlo in guardia, temendo per lui.
Messina, dopo l’atroce vendetta trasversale, continuerà a collaborare con la giustizia. La procura di Catania trova i mandanti del delitto e ordina un arresto e sette fermi per associazione mafiosa e omicidio. (sdisonorate.it)

 

10 Luglio 1996 Potenza. Ucciso l'agente Francesco Tammone mentre inseguiva un pregiudicato.
Il 10 luglio 1996 perse la vita in uno scontro a fuoco l’agente scelto della Polizia di Stato Francesco Tammone di 28 anni. Guidava la volante sulla quale ricevette la segnalazione di una lite tra alcuni uomini in un bar di Rione Cocuzzo, a Potenza, nel famoso quartiere denominato “Serpentone”. Giunto sul posto insieme ad un collega individuò un noto pluripregiudicato della zona, in regime di semilibertà che in serata doveva far rientro nel penitenziario dove stava scontando la pena a quattro anni per rapina. Alla richiesta dei documenti al fine dell'identificazione, l'ispettore collega di Tammone ottenne un rifiuto dall’uomo il quale cominciò a scappare inseguito dallo stesso ispettore. Tammone poi proseguì l’inseguimento alla guida della volante. In via Ionio il pregiudicato tese un’imboscata all’ispettore aggredendolo alle spalle e colpendolo al collo. Gli sfilò la pistola dalla fondina e sparò verso Francesco Tammone appena arrivato sul posto. Prima di morire l’agente scelto ebbe il tempo di affrontare in uno scontro a fuoco l’uomo che venne ferito al collo nella sparatoria. All’arrivo dei soccorsi per l’agente scelto non ci fu più nulla da fare. L’assassino venne arrestato e condannato all’ergastolo. Francesco Tammone era sposato. Da due mesi era diventato padre di una bambina.

 

11 Luglio 1979 Milano. Uccisione dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, Liquidatore della Banca Privata Italiana di Sindona.
Giorgio Ambrosoli, avvocato milanese ed esperto in liquidazioni coatte amministrative, fu nominato negli anni Settanta commissario liquidatore delle banche di Michele Sindona. Iniziò così ad indagare sulle attività bancarie a New York e in Italia del banchiere siciliano, scoprendo gravi irregolarità e illegalità. A queste scoperte seguirono minacce, intimidazioni e forti pressioni anche dal mondo politico che non fermarono Ambrosoli nelle sue indagini, il quale a conclusione delle stesse avrebbe dovuto firmare una relazione formale. Il giorno stabilito per l'atto era il 12 luglio 1979.
La sera prima, l'11 luglio, Giorgio Ambrosoli venne assassinato, come aveva temuto e previsto in una lettera inviata alla moglie, sotto il portone della sua abitazione. Ad ucciderlo fu William Joseph Aricò, un sicario fatto appositamente venire dagli Stati Uniti.
Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di alcuni esponenti della Banca d'Italia.
Nel 1981, con la scoperta delle carte di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, si ha la conferma del ruolo della loggia massonica P2 nelle manovre per salvare Sindona. Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci (un trafficante d'armi che aveva messo in contatto Sindona col killer) furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli.

 

11 Luglio 1989 Camporeale (PA). Restano uccisi Paolo Vinci, 17 anni, e Calogero Loria, 26 anni, in un agguato non a loro destinato.
Paolo Vinci era un ragazzo di 17 anni. L’11 luglio 1989 stava aiutando Calogero Loria, di 26 anni, e il cugino Filippo a caricare di legname un autocarro in contrada Serpi nelle campagne di Camporeale, un paese a 50 chilometri da Palermo. Poco prima delle 21:00 un commando di killer arrivò al podere dei cugini Loria per uccidere Filippo. Calogero e Paolo furono trucidati mentre Filippo fuggiva. (liberanet.org)

 

11 Luglio 1990 Mondragone (CE). Scompare Antonio Nugnes, imprenditore agricolo e assessore al comune.
Il giorno 11 luglio 1990 è brutalmente assassinato il vicesindaco di Mondragone Antonio Nugnes.
l clan dei "Chiuovi", cosca al tempo organica al cartello dei "Casalesi", aveva intenzione di infiltrarsi nella gestione di una clinica appartenente al vicesindaco.Ma Nugnes non è disposto a cedere e per questo motivo diventa un ostacolo da eliminare.Nel 2003 le rivelazioni di alcuni pentiti, fatte emergere dal pm Cantone, permettono di ricostruire i fatti.Giacomo Diana, prestanome e consigliere scelto dal capocosca La Torre per entrare nella clinica della vittima, decide la morte del politico.La sera dell'11 luglio Nugnes è attirato in un tranello mortale. La vittima viene accompagnata da un uomo di sua conoscenza in una masseria nella zona di Falciano. Ad aspettare qui Antonio si trova Augusto La Torre e il sicario da questi ingaggiato, Girolamo Rozzera.Compiuto il delitto, Il corpo del vicesindaco viene gettato in un pozzo profondo oltre 40 metri.Il pm Cantone ha chiesto e ottenuto 7 ordinanze di custodia.La storia di Antonio Nugnes è raccontata nel libro di Gigi Di Fiore "L'impero dei Casalesi" edito da Rizzoli nel 2008; nel testo di Raffaele Cantone "I Gattopardi" pubblicato da Mondadori nel 2010. La vicenda di Antonio è anche ricordata nel "Dizionario Ebciclopedico delle Mafie in Italia" edito da Castelvecchi nel 2013. (Fondazione Pol.i.s.)

 

11 Luglio 2002 Curinga (CZ). Scompare Santo Panzanella, 29 anni. Forse era l’amante della moglie di un boss. Vittima di lupara bianca.
Santo Panzanella aveva 29 anni quando il 10 luglio 2002 scomparve nel nulla da Curinga (CZ), uno dei paesi del cosiddetto "triangolo della lupara bianca" per i tanti scomparsi. L’ultima volta che lo videro era alla guida della sua Alfa Romeo 164 trovata poi incendiata nei pressi di un fiume.
Si dice fosse l’amante della moglie di un boss. Per questo è stato assassinato e il suo cadavere, fatto a pezzi, è stato fatto scomparire.
Da intercettazioni telefoniche ed ambientali è emerso che il giovane sarebbe stato attirato con una scusa in un’area nella zona industriale ex Sir di Lamezia e qui gli sarebbe stato sparato un colpo di pistola in pieno viso. Egli non sarebbe morto sul colpo e, ancora vivo, sarebbe stato caricato nel bagagliaio di un’auto. Dopo qualche chilometro i sicari, accortisi che era ancora cosciente, si sarebbero fermati per dargli il colpo di grazia. Poi, il cadavere, sarebbe stato scaricato in una zona montagnosa tra Curinga (Catanzaro) e Filadelfia. C'è stato un processo ai presunti colpevoli ma, nonostante le rivelazioni di un pentito, che avrebbe assistito all'omicidio, sono stati prosciolti dall'accusa.

 

11 Luglio 2008 Marina di Varcaturo (NA). Ucciso Raffaele Granata, 70 anni. "Viveva per il suo lavoro". Vittima del racket.
Una vendetta per non aver pagato il pizzo e un segnale rivolto agli imprenditori della zona perchè non pensino di potersi ribellare ai diktat del clan dei Casalesi. Queste sono le piste prevalenti nelle indagini sull'omicidio di Raffaele Granata, 70 anni, titolare dello stabilimento balneare ''La Fiorente'' e padre di Giuseppe, sindaco di Calvizzano, ucciso l'11 luglio del 2008 a Napoli. Proprio il figlio della vittima aveva confermato le minacce estorsive rivolte al padre nell'ultimo periodo della sua vita. Raffaele aveva già denunciato alle autorita' intimidazioni e richieste di denaro nel 1992, sempre da parte dei Casalesi, organizzazione camorristica egemone sul litorale domizio, tra Castelvolturno e i territori del Napoletano confinanti.
Il sindaco e tutta la sua famiglia si sono costituiti parte civile. Il 22 febbraio 2013 la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere ha emanato una condanna all'ergastolo per Setola, Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e Carlo Di Raffaele; ventotto per Ferdinando Russo, cinque per Loran John Perham e dodici anni a Oreste Spagnuolo. Una prima commemorazione del sacrificio di Raffaele c'è stata nell'aprile 2012, quando la bretella intercomunale nata per congiungere i centri di Villaricca, Mugnano, Miano e Calvizzano è stata proprio intitolata all'imprenditore ucciso.
La storia di Raffaele Granata è raccontata nel libro di Gigi Di Fiore "Impero" edito da Rizzoli nel 2010 e in quello di Bruno De Stefano "L'Italia del pizzo e delle manette" pubblicato da Newton Compton nel 2008. La vicenda di Raffaele è anche ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" edito da Castelvecchi nel 2013. (Fondazione Pol.i.s.)

 

12 Luglio 1992 Villa di Briano (CE). Restano uccisi Luigi Sapio e Egidio Campaniello, due pensionati, in un raid contro un boss di camorra.
Egidio Campaniello e Luigi Sapio erano amici di lunga data, entrambi pensionati e residenti nel paesino di Villa di Briano. Il 12 luglio 1992, all'uscita dalla Chiesa di via Sant'Agata, i due amici vengono coinvolti nell'agguato diretto a colpire Nicola Cecoro, uno degli ultimi "sopravvissuti" di quella Camorra che aveva sfidato Francesco Schiavone. Un agguato tra la folla, la macchina di Cecoro bersagliata dai proiettili piomba sulle persone  in uscita dalla chiesa. Egidio e Luigi, investiti dall'auto rimasta senza controllo, verranno inoltre colpiti da proiettili alla testa e alle gambe. La storia di Egidio Campaniello e Luigi Sapio è raccontata nel libro di Sabrina Ramacci ed Emanuele Boccianti "Italia giallo e nera" edito da  Newton Compton nel 2013. La vicenda di Egidio e Luigi è anche ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013. (Fond. Pol.i.s.)

 

12 Luglio 2001 Bari. Michele Fazio, 16 anni, vittima innocente di un commando che voleva colpire un boss del clan barese Strisciuglio.
Michele Fazio morì a soli 16 anni, il 12 luglio del 2001, nei pressi della sua abitazione nel centro storico di Bari. Vittima innocente di una guerra di mafia.
Stava tornando a casa dopo una serata con gli amici, quando si trovò in mezzo ad uno scontro a fuoco tra i clan rivali Capriati e Strisciuglio.

 

13 Luglio 1980 Palermo. Ucciso Pietro Cerulli, agente di Custodia presso il carcere Ucciardone di Palermo.
Pietro Cerulli, agente del Corpo degli Agenti di Custodia, nato a Miano (NA) il 26/05/1950 in servizio presso la Casa Circondariale di Palermo, fu ucciso il 13 luglio 1980, mentre rincasava alla guida della propria autovettura da appartenenti all'associazione criminale denominata Cosa Nostra. L'Agente è stato riconosciuto "Vittima del Dovere" ai sensi della Legge 466/1980.
Pietro è stato la terza vittima della polizia penitenziaria a cadere nella città di Palermo dopo Attilio Bonincontro e Calogero Di Bona.
A Pietro Cerulli, il Comune di Palermo ha intitolato la piazza antistante l'istituto penitenziario di Pagliarelli a Palermo.

 

13 Luglio 1990 Ardore (RC). Raffaella Scordo resiste ad un tentativo di rapimento e viene uccisa a martellate.
Raffaella Scordo, insegnante di 39 anni, fu vittima di un tentato sequestro nella notte tra il 12 ed il 13 luglio nel giardino della propria abitazione di Ardore (Reggio Calabria).
Stava rincasando, dopo una passeggiata, insieme al marito, Franco Polito, 49 anni, e ai due figli, Maria Antonietta ed Antonio, 16 e 13 anni. La donna reagì all'aggressione, fu colpita alla testa con un corpo contundente, forse il calcio di una pistola. Arrivò all'ospedale già in coma. Morì il 31 luglio, senza aver ripreso conoscenza.

 

13 Luglio 1996 Locri (RC). Giosafatte (Giosuè) Carpentieri, 25 anni, resta ucciso in un incidente con un'auto di scorta del magistrato Nicola Gratteri.
Giosué Carpentieri, 25 anni, primogenito di una modesta famiglia di Locri morì il 13 luglio 1996, investito dalla "Croma" blindata che scortava il magistrato Nicola Gratteri, sostituto procuratore distrettuale di Reggio Calabria, mentre percorreva con la sua Vespa il corso Vittorio Emanuele, la principale arteria della cittadina. nell'urto, violentissimo, il giovane fu catapultato in aria e nella ricaduta sbattè la testa contro il marciapiedi. Morì all'istante.
"Non sono stati i killer , questa volta, a seminare morte. È stato quel micidiale impasto di casualità e perenne «stato di guerra» nel quale ormai non vive solo più la Sicilia ma, fatte le debite proporzioni, ogni pezzo del nostro territorio nazionale. Dunque, anche se indirettamente, il peccato originale di questa tragedia resta pur sempre la mafia e il suo spietato controllo del territorio" (Saverio Lodato da L'Unità del 19 Novembre 1996, articolo sulla morte di Maria Savona e del suo bambino di appena un mese, morti a Trapani nello scontro con l'auto di scorta del procuratore capo di Sciacca).
Ricordiamo anche l'incidente del 25 novembre 1985 nel centro di Palermo, causato da un’auto della scorta dei magistrati Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta, che per evitare un‘utilitaria che non si era accorta dell’alt del vigile, travolse degli studenti del liceo Classico «Meli» che stavano aspettando l'autobus per tornare a casa. Biagio Siciliano, 14 anni, morì subito. Giuditta Milella, 17 anni, figlia di un dirigente di polizia, morì dopo una settimana di agonia. Venti studenti furono ricoverati in ospedale.

 

14 Luglio 2000 Francavilla Fontana (BR). Resta ucciso Antonio Dimitri, 32 anni, maresciallo dei Carabinieri, in un conflitto con due malviventi.
Antonio Dimitri, Maresciallo dei Carabinieri, 33 anni, originario di Castellammare di Stabia morì a Francavilla Fontana il 14 luglio del 2000.
"Erano circa le tre del pomeriggio quando il Maresciallo Dimitri ed un suo collega, impiegati nell’ambito dell’Operazione Primavera, intervennero per bloccare i rapinatori che avevano assaltato la Banca Commerciale Italiana, all’angolo di viale Lilla e via San Francesco a Francavilla Fontana. I malviventi armati di taglierino, dopo essersi impossessati di circa venti milioni di lire, stavano tentando la fuga con due ostaggi. In quel momento davanti alla banca giunse l’auto con a bordo i due carabinieri di servizio in borghese. Dimitri non esitò un attimo ad intervenire, ma alle sue spalle sbucarono altri complici armati con fucili a pompa e pistole,  che non esitarono a fare fuoco. Sette colpi ferirono a morte Dimitri, colpito alla nuca e alla schiena. Fu inutile ogni tentativo di soccorso del militare." (Ass. Naz. Carabinieri Sez.Castellammare di Stabia)

 

15 Luglio 1977 Griffith (Australia) Scompare il deputato Donald Bruce Mackay
Donald Bruce Mackay (Griffith, 13 settembre 1933 – Griffith, 15 luglio 1977) è stato un deputato australiano, politico liberale del Nuovo Galles del Sud e attivista anti-droga, morì a soli 44 anni per omicidio.
Preoccupato del crescente traffico di droga nella zona in cui viveva e a conoscenza di un grande campo di marijuana nei pressi di Coleambally, Mackay informò la squadra antidroga di Sidney che procedette a diversi arresti portando in carcere quattro persone di origini italiane.
Il 15 luglio 1977, Mackay scomparve dal parcheggio di un hotel dopo aver bevuto con gli amici e non fu più trovato. La sua auto fu trovata vuota e contenente tracce di sangue e proiettilli calibro 22. La sua scomparsa fece notizia e molti credettero che il responsabile fosse l'esponente della 'ndrangheta australiana Robert Trimboli.

 

15 Luglio 1982 Napoli. Ucciso il Vice questore Antonio Ammaturo e l'Agente Pasquale Paola, suo autista.
Probabilmente Antonio Ammaturo, coriaceo dirigente della Squadra Mobile di Napoli, aveva intuito un contatto forte tra camorra e brigate rosse. Relazionò su quei fatti, ma non fece in tempo a proseguire le sue indagini, nel pomeriggio del 15 luglio del 1982 fu trucidato insieme a Pasquale Paola, il poliziotto che aveva al suo fianco. Ammaturo, irpino, nato a Contrada l’11 luglio del 1925, una laurea in legge ed una serie di concorsi vinti in Polizia e Magistratura, era il poliziotto per antonomasia, fiuto, carattere, cuore. Scelse la Polizia non a caso, prima a Bolzano, perchè forte conoscitore della lingua tedesca, poi ad Avellino, Benevento, Potenza, Giugliano, Gioia Tauro, Siderno, Cassino, quindi ai Commissariati di Mercato e Montecalvo di Napoli prima del suo passaggio alla Mobile. Visse uno degli anni tristi di Napoli, quello della lotta a Raffaele Cutolo, del terremoto, della rivolta di Poggioreale, degli assassini degli assessori regionali Amato e Delcogliano. I Brigatisi Rossi, ma forse anche i camorristi con i quali si erano alleati, lo freddarono a Piazza Nicola Amore a pochi passi da casa. Con lui scompare una delle figure forti del poliziotto servitore dello Stato.

 

16 Luglio 2000 Marano di Napoli. Ucciso Gaetano De Rosa, 36 anni, perché cercava di difendere la propria auto.
È da poco passata la mezzanotte di sabato 16 luglio 2000 e Gaetano De Rosa, maitré  dell'Holiday Inn di Pineta Mare sul litorale casertano,  ha appena finito il suo turno di lavoro. Lungo la strada di casa, l'auto di Gaetano viene affiancata da due criminali in sella ad uno scooter. I rapinatori volevano con tutta probabilità impossessarsi dell'auto, ma Gaetano trova il coraggio di ribellarsi, di opporsi a quel  sopruso. È a questo punto che diversi colpi vengono esplosi, alcuni raggiungeranno Gaetano al torace e all'addome. La sorte decide che a soccorrere, inutilmente, Gaetano sia il fratello, Antonio. I due vivevano nello stesso stabile e quella sera Antonio seguiva il fratello con la macchina. Ai carabinieri l'uomo ha detto di essersi fermato lungo il tragitto per parlare con un conoscente, di aver poi sentito gli spari e visto una persona riversa sull'asfalto: «Sono corso ad aiutarla, mi sono avvicinato e solo allora mi sono accorto che era lui, era mio fratello». Vìa, verso l'ospedale, ma neppure un intervento chirurgico ha potuto impedire il peggio.

 

Niscemi (CL). 18 Giugno 1983 - scompare Patrizia Scifo, 19 anni. 18 Luglio 1983 viene assassinato Vittorio, padre di Patrizia, che stava cercando la figlia.§
A Niscemi (CL) Patrizia Scifo, figlia diciassettenne di Vittorio, all'epoca famoso come Mago di Tobruk, si era innamorata di Giuseppe Spatola, sposato, affiliato ad una delle due cosche mafiose locali, impegnate in una faida per il controllo di appalti pubblici. Spatola scappò con la ragazza per poi tornare a chiedere il consenso dei genitori di lei, una volta che avesse ottenuto la separazione dalla moglie. Vittorio Scifo e la moglie glielo negarono, ma la figlia Patrizia continuò a vivere con Spatola, anche quando, ben presto, i rapporti si guastarono e cominciarono i pesanti maltrattamenti che portarono a una denuncia di lei, poi ritirata dopo che dalla relazione era nata una bambina. La sera del 18 giugno 1983 Patrizia Scifo portò la figlia a casa di sua madre dicendo che sarebbe tornata a prenderla il giorno dopo. Ma non tornò mai più. Durante le indagini Spatola, l'ultimo a vederla, fu fermato ma esibì solidi alibi e fu rilasciato. Vittorio Scifo tornò subito a Niscemi e cominciò a cercarla insieme alla moglie, seguendo ogni voce, anche nei bassifondi. Ma il 18 luglio, mentre era seduto davanti al suo bar intorno alle 21,30, fu affrontato da uno sconosciuto che, chiamandolo per nome, lo aggredì sparando fino a colpirlo al volto uccidendolo. (Chilavisto.rai.it)

 

18 Luglio 1990 San Leone (AG). Ucciso Giuseppe Tragna, ex direttore Banca PopolareSant'Angelo (AG).
Giuseppe Tragna, 49 anni, sposato e padre di tre figli, direttore dell’Agenzia 2 della Banca Popolare Sant’Angelo di Agrigento, venne assassinato in un agguato mafioso il 18 luglio 1990 in via Gela a San Leone, davanti alla propria abitazione, con due colpi di pistola.
Gli inquirenti hanno analizzato a fondo la pista legata all’attività professionale di Tragna. Pare che il bancario, ritenuto un incorruttibile funzionario della Sant’Angelo, avesse scoperto un traffico di denaro illecito da parte di alcuni esponenti di Cosa Nostra.


19 Luglio 1992 Palermo. Strage di Via D'Amelio. Un'autobomba uccide il magistrato Paolo Borsellino ed i suoi agenti di scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina.
Il 19 Luglio del 1992 a Palermo, in Via D'Amelio una Fiat 126 imbottita di tritolo esplose nel momento in cui il giudice Paolo Borsellino suonava al citofono della madre. Persero la vita, oltre al giudice antimafia, all'epoca Procuratore della Repubblica a Marsala, i componenti la sua scorta: il caposcorta Agostino Catalano (43 anni. Sposato, aveva perso la moglie ed era rimasto solo con i suoi figli) e gli agenti Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e prima agente della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli (22 anni, il più giovane della pattuglia. Da tre anni nella Polizia di Stato, aveva ottenuto pochi mesi prima la nomina ad agente effettivo), Walter Eddie Cosina (30 anni. Era nato in Australia. Morto durante il trasporto in ospedale. Lasciava la moglie Monica) e Claudio Traina (26 anni. Arruolato in Polizia giovanissimo, dopo essere stato a Milano e Alessandria, aveva ottenuto da poco il trasferimento nella sua città: Palermo). L'unico sopravvissuto fu Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l'esplosione, in gravi condizioni.
Erano trascorsi 57 giorni dalla strage di Capaci, in cui era stato ucciso il giudice Giovanni Falcone, amico e collega di Borsellino, segnando uno dei momenti più tragici nella lotta alla mafia.
Non è mai stata definita l'organizzazione della strage, nonostante il giudice fosse a conoscenza di un carico di esplosivi arrivato a Palermo appositamente per essere utilizzato contro di lui.
Dopo l'attentato, l'agenda che il giudice portava sempre con sé e dove era solito annotare le informazioni sulle indagini, diventata famosa come l'agenda rossa (dal colore della sua copertina), non fu mai ritrovata.

 

20 Luglio 1996 San Giorgio a Cremano (NA). Ucciso Davide Sannino, 19 anni, il giorno del suo diploma, per uno sguardo.
Davide Sannino non ha avuto paura di guardare dritto negli occhi chi, con la violenza, gli ha portato via lo scooter. Il 19 luglio 1996 a Massa di Somma, in provincia di Napoli, Giorgio Reggio intima con la pistola a Davide di cedere il proprio scooter. Davide rimane calmo, consegna le chiavi al delinquente ed ha il coraggio di guardarlo negli occhi.
Davide e gli amici erano andati a festeggiare in pizzeria il diploma di odontotecnico appena conseguito. La settimana prima il ragazzo si era anche diplomato maestro di solfeggio e, superati i quiz, era stato chiamato alla visita medica per entrare nell'Arma dei Carabinieri.
Davide è stato ucciso soltanto perché ha osato guardare con senso di sfida il rapinatore. Lo ha confessato proprio l'assassino, il ventitreenne Giorgio Reggio: "Mi ha chiesto che diritto avevamo di comportarci così e in quel suo sguardo fiero, di un uomo che in quel momento non aveva paura di me nonostante fossi armato, mi ha fatto perdere la testa, così ho sparato." Nel 2006 un parco giochi è stato dedicato alla memoria di Davide nella zona ex-Insud di San Giorgio a Cremano. Una scuola di Ponticelli porta il nome di Davide. La storia di Davide Sannino è raccontata nel libro di Sabrina Ramacci ed Emanuele Boccianti "Italia giallo e nera" edito da  Newton Compton nel 2013.

 

20 Luglio 1998 Pomigliano D'Arco (NA). Alberto Vallefuoco, Rosario Flaminio e Salvatore De Falco, giovani operai, uccisi perché scambiati per altri.
Alberto Vallefuoco, Rosario Flaminio e Salvatore De Falco vengono uccisi in un agguato di Camorra il 20 luglio 1998, davanti al bar nei pressi del pastificio Russo dove lavoravano.  I giovani stanno per entrare in macchina, quando tre sicari a bordo di una "Lancia Y" sparano circa quaranta colpi uccidendo all'istante i tre colleghi e ferendo di striscio la cassiera. 
I nomi delle vittime non dicono nulla a Carabinieri e Polizia. Nessuna segnalazione, nessun precedente, niente di significativo dal punto di vista criminale. Gli investigatori subito ipotizzano che si sia trattato di un clamoroso errore. Alberto, Rosario e Salvatore  sono stati scambiati per appartenenti al clan in guerra con quello dei killer. Per questo triplice omicidio sono stati condannati all'ergastolo Modestino Cirella, Giovanni Musone, Pasquale Cirillo, Pasquale Pelliccia e Cuono Piccolo come mandanti ed esecutori. Al collaboratore di giustizia Carmine Franzese sono stati invece inflitti 22 anni di reclusione.
La famiglia di Alberto Vallefuoco è impegnata nel Coordinamento dei familiari delle vittime innocenti della criminalità e porta la propria testimonianza ai giovani campani perché, con il ricordo di Alberto, le persone prendano coscienza dell'assurdità di simili tragedie. Il papà di Alberto, Bruno,  in un'intervista per "Storia Criminale. Camorra e bande criminali nella città di Napoli", documentario di Aldo Zappalà promosso dalla Fondazione Pol.i.s per la trasmissione "la Storia Siamo noi", afferma quanto segue: "Mio figlio e i suoi amici non si trovavano al posto sbagliato al momento sbagliato - come molti sostengono -, sono "loro", quelli che li hanno uccisi, che si trovavano al posto sbagliato al momento sbagliato. Sono loro che se ne devono andare". (Fond. Pol.i.s.)

 

20 Luglio 2002 Disastro a Rometta Marea (ME) dell'Espresso "Freccia della laguna". Muoiono 8 persone e cinquantotto sono i feriti, alcuni gravissimi.
Sul contesto storico-criminale in cui è maturata la strage dell’Espresso ‘Freccia della Laguna’ ricadono altre gravi ombre. Quelle della cosiddetta "ecomafia", degli enormi disastri ambientali e delle irrimediabili lacerazioni del territorio collinare dei Peloritani, originati dai lavori per la realizzazione del raddoppio ferroviario.  "Dietro la strage di Rometta Marea, infatti, ci sarebbe anche una nuova storia di corruzioni e collusioni, di appalti e tangenti, sorta all’ombra delle grandi commesse delle ferrovie italiane. Una storia che in Sicilia non poteva non avere la sua appendice di piccoli-grandi interessi della criminalità organizzata. Strage di Stato, ma anche Strage di Mafia, l’hanno opportunamente definita i coraggiosi giornalisti de La città di Barcellona e dell’agenzia IMG Press di Messina. Una storia di cui necessariamente deve esserne descritto il contesto. Perché in Sicilia "si è consumata la solita storia di mafia e appalti, di negligenze e collusioni, di omertà e di inutili proteste"
Le vittime:
ALI ABDELHAKIM 33 anni, nato ad El Gara, Marocco
HANJA ABDELHAKIM Marocco
MILOUDI ABDELHAKIM 75 anni, nato ad El Maaiz, Marocco
FATIMA FAUHREDDINE 59 anni, Marocco
PLACIDO CARUSO 76 anni, originario di Milazzo, residente a Messina
STEFANO LA MALFA 51 anni, impiegato comunale di Milazzo
GIUSEPPINA MAMMANA 22 anni, siciliana residente in Germania
SAVERIO NANIA 43 anni, macchinista di San Filippo del Mela
(Fonte Ecomancina.com)
Nel mese di febbraio 2014 sono stati condannati, pena condonata, per disastro colposo, solo il capo tronco dei lavori, sulla linea ferroviaria tra Venetico e Milazzo, e il tecnico  operante sulla stessa tratta.

 

21 Luglio 1979 Palermo. Ucciso Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile, con sette colpi di pistola alle spalle.
Giorgio Boris Giuliano (Piazza Armerina, 22 ottobre 1930 – Palermo, 21 luglio 1979) è stato un poliziotto italiano, investigatore della Polizia di Stato e capo della Squadra Mobile di Palermo.
Diresse le indagini con metodi innovativi e determinazione, facendo parte di una cerchia nei fatti isolata di funzionari dello Stato che, a partire dalla fine degli anni settanta, iniziarono un'autentica lotta contro la mafia dopo che, nella deludente stagione degli anni sessanta, troppi processi erano falliti per mancanza di prove.
Venne ucciso dal mafioso Leoluca Bagarella, che gli sparò sette colpi di pistola alle spalle.
Il Vice Questore Giuliano era il Capo della Squadra Mobile di Palermo. Era uno dei principali avversari della mafia siciliana, avendo contribuito all’arresto di numerosi criminali e indagato sul traffico di denaro e sui suoi proventi.
Poco prima di morire aveva appunto avviato un’inchiesta sul riciclaggio del denaro sporco, iniziando a dipanare la ragnatela di complicità finanziarie ed imprenditoriali creata dalla mafia intorno a questi flussi di denaro. Fu questa tenacia a condannarlo a morte.
Mandanti ed esecutori dell’assassinio vennero arrestati negli anni successivi e condannati all’ergastolo.
Boris Giuliano lasciò la moglie ed un figlio il quale, anni dopo, si arruolò nella Polizia di Stato, seguendo le orme del padre. (Cadutipolizia.it)

 

21 Luglio 1991 Soccavo (NA). Ucciso Fabio De Pandi, 11 anni, da un proiettile vagante.
Il 21 luglio 1991 a Soccavo, quartiere periferico di Napoli, viene ucciso Fabio De Pandi, 11 anni appena compiuti
Fabio stava rincasando con la famiglia dopo che questa aveva fatto visita ad alcuni amici nel Rione Traiano. Mentre era intento a salire in auto, Fabio è colpito alla schiena da un proiettile vagante.
A pochi metri di distanza dall'auto della famiglia De Pandi, due clan camorristici si danno battaglia per il controllo degli affari legati alla droga.
Fabio ha avuto solo il tempo di comunicare al padre il forte dolore che avvertiva al braccio. La pallottola gli aveva ormai trapassato il braccio e, penetrata nel torace, aveva leso gli organi vitali.
"Eravamo stati a casa di un mio amico di infanzia al Rione Traiano, io e la mia famiglia, e stavamo per entrare in macchina per fare ritorno a casa, quando successe l'inferno", racconta Gaetano De Pandi, papà di Fabio. "Un commando del clan Puccinelli, composto da quattro persone, sparò all'impazzata con lo scopo di colpire un esponente del clan rivale dei Perrella. Uno dei proiettili ammazzò Fabio. Mio figlio ebbe solo modo di dire che sentiva un forte bruciore al braccio, mentre lo trasportavamo in ospedale mi accorsi che ormai non c'era più niente da fare", ricorda il papà del piccolo. I componenti del commando e i mandanti dell'agguato sono stati tutti condannati, ma non basta certo questo a consolare Gaetano, da anni attivamente impegnato nel Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità. "Il mio impegno è principalmente teso al ricordo di Fabio. In un attimo sono stati distrutti tutti i sogni e i progetti che avevo fatto su di lui: più passa il tempo, più mi manca la sua presenza fisica e tutte le cose semplici ma belle della vita che avremmo potuto fare assieme. Fabio era un bimbo molto sensibile, sono convinto che oggi sarebbe stato un uomo perbene". A Gaetano piace parlare di Fabio, soprattutto ai giovani. Lo testimoniano i suoi numerosi incontri con gli studenti delle scuole campane nella sede della Fondazione Pol.i.s.: "La mia attività nel Coordinamento dei familiari vuole assumere anche una funzione sociale. Racconto il dramma che continuo a vivere quotidianamente per evidenziare quanto possa essere assurdo e inaccettabile perdere una persona cara per mano criminale. Spero che i giovani di oggi non seguano cattivi esempi, è importante ricordare tutte le vittime innocenti perchè il loro sacrificio non sia vano. Dopo diciannove anni posso affermare che il dolore non si è affievolito, tutt'altro. Ma cerco di trasformarlo in impegno, ogni giorno. La tragedia che mi ha portato via Fabio non deve essere dimenticata e deve servire da monito per i ragazzi in modo che non si lascino affascinare dal potere dei clan". È così che Gaetano quotidianamente prova ad elaborare il lutto,  ovvero cercando di dare un senso alla scomparsa del figlio con una operazione di memoria tanto individuale, quanto collettiva. Lo testimonia l'avvocato Domenico Ciruzzi, membro del Comitato Scientifico della Fondazione Pol.i.s., che ha seguito gli sviluppi della vicenda giudiziaria legata all'omicidio del piccolo Fabio: "Da circa venti anni assisto la famiglia De Pandi, ed in questo lungo lasso di tempo ho avuto modo di ammirare la compostezza, la dignità ed il rigore etico con cui Gaetano De Pandi e la sua splendida famiglia hanno affrontato con fiducia, senza mai cedere a sentimenti di odio e di vendetta, un evento così tragico come la morte assurda ed ingiusta del loro bambino". (Fond. Pol.i.s.)

 

21 Luglio 1991 San Cipriano D'Aversa (NA). Ucciso Angelo Riccardo, 21 anni, mentre viaggiava in auto con degli amici.
Il 21 luglio 1991 Angelo Riccardo, muratore incensurato, viene ucciso a San Cipriano D'Aversa mentre si reca ad una funzione religiosa con alcuni amici. Tre sono i colpi che centrano Angelo in pieno viso, gli altri occupanti dell'auto rimangono invece feriti. Dalle indagini si è appurato che l'obiettivo dei sicari era un'altra auto con a bordo dei pregiudicati, Angelo e i suoi amici sono stati vittima di uno scambio di persona. Il delitto sarà occasione per la vibrante denuncia di alcuni sacerdoti della zona, tra i quali Giuseppe Diana, il parroco di Casal di Principe poi assassinato nel 1994. In occasione dell'evento "Una fiaccola per la legalità", nel 2009 Libera Campania si è attivata per celebrare il ricordo di Angelo Riccardo. La storia di Angelo Riccardo è raccontata nel libro di Gigi Di Fiore edito da Rizzoli nel 2009. La vicenda di Angelo è anche ricordata nel "Dizionario enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013.



21 Luglio 2000 Bovalino (RC). Ucciso Saverio Cataldo, commerciante di 47 anni, per non aver voluto cedere l'attività.
Saverio Cataldo, 47 anni, e’ stato ucciso poco dopo la mezzanotte del 21 luglio del 2000 a Bovalino (Reggio Calabria). Gli hanno sparato  alla schiena quattro colpi di fucile caricato a lupara. Si era rifiutato di vendere la sua attività commerciale, una tabaccheria con annesso negozio di generi alimentari, in contrada Bosco Sant’Ippolito, a quattro passi da San Luca. Nell’agguato è rimasta gravemente ferita anche la moglie, Teresa Cataldo di 53 anni. (Liberanet.org)

 

21 Luglio 2004 Paola (CS). Ucciso Antonio Maiorano perché scambiato per un noto boss
Ucciso a Paola (Cosenza) l’operaio forestale Antonio Maiorano, 46 anni, incensurato e senza alcun tipo di legame con la criminalità. Gli inquirenti ipotizzano che gli assassini lo abbiano scambiato per qualcun altro, perché nella zona si trovavano alcuni pregiudicati, ma specialmente perché la vittima era molto somigliante ad un suo compagno di lavoro, ritenuto appartenente al locale clan Serpa della ‘ndrangheta. (Liberanet.org)

 

 

22 Luglio 1970 Gioia Tauro (RC). Strage Direttissimo Palermo-Torino. Sei morti, di cui cinque donne, e settantadue feriti, molti dei quali con gravi conseguenze invalidanti.
Con strage di Gioia Tauro si indica comunemente la conseguenza del procurato deragliamento al treno direttissimo Palermo-Torino (detto treno del Sole) del 22 luglio del 1970, avvenuto a poche centinaia di metri dalla stazione di Gioia Tauro.
Il disastro provocò la morte di sei persone - che si stavano recando a Lourdes - e il ferimento di altre 70 circa. Nella prima fase delle indagini, si ritenne che il fatto fosse stato dovuto al cedimento strutturale di un carrello del treno; più tardi, alla negligenza del personale che era alla sua guida. Solo molti anni dopo sentenze definitive accerteranno che si era invece trattato di un attentato dinamitardo, compiuto collocando esplosivo sui binari ferroviari e accettando «il rischio del deragliamento e delle sue conseguenze mortali». Accerteranno anche che il fatto era stato organizzato nell'ambito dei moti verificatisi a Reggio Calabria a causa della designazione di Catanzaro a capoluogo della Regione, e nel corso dei quali elementi della criminalità organizzata collegati a frange dell'estremismo di destra avevano ideato e organizzato azioni dirette a colpire le vie di comunicazione e gli elettrodotti realizzando oltre quaranta attentati a tralicci, rotaie e stazioni ferroviarie. Due di questi interessarono anche la linea ferroviaria Gioia Tauro-Villa San Giovanni, appena qualche mese dopo la strage sulla Freccia del Sud. Anche per ragioni strettamente procedurali o per la morte di alcuni imputati, i processi celebrati in relazione all'attentato del 22 luglio 1970 non hanno condotto alla condanna degli esecutori materiali e dei presunti mandanti.
I nomi delle vittime:  Rita Cacicia, 35 anni da Bagheria (Palermo), Adriana Vassallo, 49 anni da Agrigento, Letizia Palumbo, 48 anni da Casteltermini (Agrigento), Nicolma Mazzocchio, 70 anni anche lei di Casteltermini, Rosa Fazzari, 68 anni da Catania, Andrea Cangemini, 40 anni da Palermo.
Con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli relativi a questa strage non sono più coperti dal segreto di Stato e sono perciò liberamente consultabili da tutti". (Wikipedia/memoria.san.beniculturali.it)

 

22 Luglio 1993 Bovalino (RC) Adolfo Cartisano, fotografo, rapito, è morto per un colpo mal assestato alla nuca, il suo corpo ritrovato dopo dieci anni, grazie a una lettera anonima
Adolfo Cartisano detto Lollò, fotografo di Bovalino (RC) venne sequestrato il 22 luglio 1993 davanti alla sua casa al mare. I sequestratori sorprendono Cartisano e la moglie Mimma in macchina. La moglie viene stordita con un colpo in fronte e abbandonata, mentre il marito viene sequestrato.
Nonostante il pagamento di un riscatto, il fotografo non viene riconsegnato alla famiglia. La famiglia decide allora di mobilitarsi e di far sentire la propria voce, scendendo più volte in piazza. Il clamore porta per la prima volta la Commissione parlamentare Antimafia a recarsi a Bovalino, dove i sequestri della 'ndrangheta a scopo estorsivo erano stati già 18. Dopo pochi mesi dal rapimento vengono arrestati i sequestratori, ma non si riuscirà mai ad arrivare ai carcerieri.
Dopo i molteplici appelli della famiglia e le lettere scritte annualmente dalla figlia Deborah, nel 2003 giunge alla famiglia la lettera anonima di un carceriere che si dichiara pentito e implora il perdono della famiglia. Il carceriere indica il punto, fra Bovalino e San Luca, dove è sepolto il corpo di Lollò e imputa la sua morte ad un incidente di percorso. Il medico legale, infatti, dichiara come causa della morte un colpo alla nuca, causato da una caduta o da un colpo mal inferto. La famiglia risponde al pentito con una lettera aperta, come da lui richiesto, concedendogli il proprio personale perdono, ma chiedendogli di consegnarsi alla giustizia. La vicenda non ebbe seguito, ma gli avvocati dei condannati per il sequestro Cartisano dichiararono che poteva trattarsi della confessione di una persona in punto di morte. I funerali di Lollò Cartisano si sono svolti a Bovalino il 3 agosto 2003. (Wikipedia)


23 Luglio 1980 Giugliano (NA). Resta ucciso Pasquale Russo, contadino di 82 anni, era nella traiettoria di proiettili destinati a un noto boss locale.
Nonostante l'età, Pasquale Russo quotidianamente era solito raggiungere il mercato di Giugliano. Guidando il suo vecchio moto-ape, l'anziano contadino preferiva vendere direttamente i prodotti della sua terra. Il 23 luglio 1980 Pasquale viene colpito da alcuni proiettili vaganti. Ricoverato al Cardarelli per le ferite riportate alle gambe, Pasquale muore dopo poche ore. L'obiettivo dei killer era un boss della zona, Enrico Sciorio.Poco prima dell'attentato due giovani su una grossa moto avevano fatto un primo sopralluogo, successivamente uno dei due killer raggiunse a piedi la persona da eliminare e, dopo averlo chiamato per nome, cominciò a sparare all'impazzata. Nonostante l'età, Pasquale Russo quotidianamente raggiungeva il mercato di Giugliano, guidando il suo vecchio moto-ape, per vendere i prodotti della sua terra.La storia di Pasquale Russo è raccontata nel libro di Raffaele Sardo "Come nuvole nere" edito da Melampo nel 2013. La vicenda di Pasquale è anche ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013 (Fond. Pol.i.s.)

 

23 Luglio 1991 Prima strage di Racalmuto (AG). Ahmed Bizguirne, ambulante di 26 anni, vittima innocente di una guerra di mafia.
Ajmed Bizguirne, ventisei anni, di Casablanca (Marocco), aveva studiato nel suo paese ma non era riuscito a trovare lavoro. Così era venuto in Italia, in Sicilia, a Racamulto, dove faceva l'ambulante vendendo tappeti.
La sera del 23 luglio del 1991 la piazza del paese era piena di gente. La tragedia arrivò all'improvviso: due killer della mafia, pistole in pugno, raggiunsero la Matrice. Avevano un obiettivo preciso, si chiamava Luigi Cino che cadde davanti il portale di ferro della Chiesa Madre. I killer non avevano ancora finito la loro missione. C'era dell'altro sangue da versare, quello di Salvatore Gagliardo, camionista. Fuggì vedendo l'amico Cino stramazzare a terra. Di corsa scese le scale che portano in piazza Castello. I killer, però, avevano osservato i suoi movimenti. Lo seguirono colpendolo con determinazione, ma poca precisione e i proiettili colpirono e ferirono Mustafà Rammouva (un marocchino amico di Ajmed), insieme ad un racalmutese. Il commando spara ancora, stavolta contro un altro camionista del paese, Diego Di Gati, di 37 anni. Compiuta la missione di morte i killer si dileguarono infilandosi in una stradina dove pronto ad attenderli c'era un complice. Al loro arrivo l'auto sgommerà verso la statale 640. In piazza la gente è nel panico per quella mattanza. Cerca un riparo, fugge, si guarda intorno allibita. Si scopre che c'è un altro corpo vicino ai gradini della chiesa, dietro una delle bancarelle dei vu'comprà. Sopra un larga macchia di sangue c'è Ajmed Bizquirne. I riccioli neri sono diventati rosso scarlatto. Un proiettile vagante lo ha fulminato alla testa portandosi dietro le speranze del giovane studente di Casablanca con in tasca neppure i soldi per il funerale. (Fonte: Senza Storia di Alfonso Bugea e Elio di Bella)

 

24 Luglio 1991 Sessa Aurunca (CE). Assassinato Alberto Varone , commerciante di 49 anni con 5 figli. Non si era piegato alle richieste della camorra.
L'imprenditore Alberto Varone è ucciso a Francolise, in provincia di Caserta, dal clan camorrista Muzzoni di Sessa Aurunca il 24 luglio del 1991. Alberto non aveva voluto cedere le sue attività di mobiliere e distributore di giornali, oltre ad un locale che interessava al capoclan Mario Esposito. Alberto era un gran lavoratore. Padre di 5 figli, si alzava ogni mattina alle 3 e con la sua Kadett rossa si spostava da Sessa Aurunca fino a San Nicola La Strada. Andava a prendere i giornali e  poi li distribuiva in una trentina di edicole della zona. Verso le 8, era infine con  la moglie presso il negozio di mobili che gestivano insieme. Alberto ha scelto di non piegarsi al ricatto e ha pagato questo suo gesto di coraggio e legalità con la vita. A Sessa Aurunca esiste la comunità " Alberto Varone", struttura sorta su un bene confiscato alla Camorra e gestita dalla comunità "Al di là dei Sogni". Il 24 luglio 2011 a Maiano di Sessa Aurunca, nell'ambito del Festival dell'impegno Civile, uno spettacolo teatrale ha commemorato il sacrificio di Alberto.
La storia di Alberto Varone è raccontata nel libro di Raffaele Sardo " La Bestia" edito da Melampo nel 2008. La vicenda di Alberto è anche ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013. (Fond. Pol.i.s.)

 

24 Luglio 2000 Castro Marina (LE). Restano uccisi Salvatore De Rosa e Daniele Zoccola, finanzieri. Erano impegnati in un’operazione di contrasto del turpe “traffico di esseri umani”.
Salvatore De Rosa e Daniele Zoccola, erano due agenti della Guardia di Finanza. Il 24 luglio del 2000 stavano contrastando il traffico di esseri umani nel Canale d’Otranto,
nelle acque antistanti le grotte di Zinzulusa di Castro Marina. Avevano intercettato uno dei barconi carichi di disperati, che cercavano di raggiungere le coste italiane. Ma gli scafisti, per sfuggire alla cattura, si erano tuffati in mare e avevano lanciato il gommone in direzione dell’unità navale della Guardia di Finanza, che fu travolta. (Liberanet.org)

 

25 Luglio 2007 Peschici (FG). Domenico De Nittis, Carmela e Romano Fasanella restano uccisi a seguito di un incendio che ha devastato le pinete del paese.
Il 24 luglio del 2007 a Peschici (FG) un terribile incendio mandò in cenere migliaia di ettari di macchia mediterranea e costò la vita a tre persone i fratelli Carmela e Romano Fasanella avvolti dalle fiamme mentre erano a bordo della loro autovettura e Domenico De Nittis, un venditore ambulante gravemente ustionato mentre cercava di salvare la sua bancarella, deceduto qualche giorno più tardi a Genova.
Ci furono sei indagati ma il caso fu archiviato per mancanza di prove.

 

26 Luglio 1988 Falconara Albanese (CS). Roberta Lanzino, mentre si recava al mare in motorino, viene selvaggiamente aggredita, seviziata, violentata ed uccisa.
Roberta Lanzino ha 19 anni, vive con la sua famiglia a Rende (provincia di Cosenza), è una studentessa universitaria al primo anno, studia Scienze economiche, è bella e ha un Sì della Piaggio di colore blu. È il 26 luglio del 1988 e Roberta, proprio con il suo motorino, va verso la casa al mare. I suoi genitori Franco e Matilde sarebbero partiti pochi minuti dopo a bordo della "Giulietta" di famiglia. Roberta quella mattina indossa dei jeans blu, una maglietta rosa salmone e gli occhiali da sole. Per questioni di sicurezza Roberta imbocca una strada secondaria. Purtroppo perde l'orientamento, si smarrisce. Due uomini con una Fiat 131 le stanno alle calcagna e al momento giusto le tagliano la strada, la violentano, la colpiscono senza pietà al collo e alla testa con un coltello, conficcandole poi in gola una spallina per strozzare le urla. Muore soffocata, Roberta. Il suo corpo viene ritrovato alle 6.30 del mattino dopo. Le indagini partono subito ma la verità arriverà soltanto nel 2007. Questa è una storia di violenza, di morte, di 'ndrangheta. (Roberta Lanzino Ragazza - graphic novel - roundrobineditrice.it)

26 Luglio 1991 Palermo. Resta ucciso Andrea Savoca, 4 anni.
Andrea Savoca era figlio di Giuseppe Savoca, rapinatore di tir. Era un bambino, perciò non svolgeva ancora un lavoro; era semplicemente insieme al padre e probabilmente, proprio per questo, si sentiva assolutamente sicuro. Lo ricordiamo perché, pur non avendo nessuna colpa, ha pagato con la vita gli errori del padre. Il piccolo Andrea, infatti, si trovava in braccio a suo padre quando questi venne ucciso nel luglio del '91. Il padre di Andrea, Giuseppe Savoca, era un semplice rapinatore di tir e fu ucciso per ordine dei capimafia Michelangelo La Barbera e Matteo Motisi per «uno sgarro fatto a qualcuno che non doveva essere toccato»; lo «sgarro» probabilmente consisteva in alcune rapine a tir che trasportavano merci appartenenti a mafiosi o a commercianti che pagavano il pizzo. Noi pensiamo che l'uccisione di un bambino sia il segno di una totale mancanza di regole nel mondo mafioso.
Andrea avrebbe dovuto essere risparmiato innanzitutto in quanto bambino e soprattutto perché estraneo ai fatti nei quali era coinvolto il padre. Forse i killer non lo hanno ucciso deliberatamente: suo fratello Massimiliano, infatti, pur essendo presente all'agguato, è rimasto illeso. Questo fatto documenta ancora una volta quanta poca considerazione sia riservata alla vita umana, anche quando essa è innocente e indifesa, da parte di chi vive nell'illegalità e nell'ingiustizia. (dal Giornale di Sicilia)

 

26 Luglio 1992 Roma. Si suicida Rita Atria, testimone di giustizia. "Con la morte di Paolo Borsellino era di nuovo orfana di padre e non lo sopportò".
Nel 1985, all'età di undici anni Rita Atria perde il padre Vito Atria, mafioso della locale cosca ucciso in un agguato.
Alla morte del padre Rita si lega ancora di più al fratello Nicola ed alla cognata Piera Aiello. Da Nicola, anch'egli mafioso, Rita raccoglie le più intime confidenze sugli affari e sulle dinamiche mafiose a Partanna. Nel giugno 1991 Nicola Atria venne ucciso e sua moglie Piera Aiello, che era presente all’omicidio del marito, denuncia i due assassini e collabora con la polizia.
Rita Atria, a soli 17 anni, nel novembre 1991, decide di seguire le orme della cognata, cercando, nella magistratura, giustizia per quegli omicidi. Il primo a raccogliere le sue rivelazioni fu il giudice Paolo Borsellino (all'epoca procuratore di Marsala), al quale si legò come ad un padre. Le deposizioni di Rita e di Piera, unitamente ad altre testimonianze, permisero di arrestare numerosi mafiosi di Partanna, Sciacca e Marsala e di avviare un'indagine sull'onorevole democristiano Vincenzino Culicchia, per trent'anni sindaco di Partanna.
Una settimana dopo la strage di via d'Amelio, il 26 luglio 1992, Rita Atria si uccise a Roma, dove viveva in segreto, lanciandosi dal settimo piano di un palazzo di viale Amelia, 23.
Rita Atria per molti rappresenta un'eroina, per la sua capacità di rinunciare a tutto, finanche agli affetti della madre (che la ripudiò e che dopo la sua morte distrusse la lapide a martellate), per inseguire un ideale di giustizia attraverso un percorso di crescita interiore che la porterà dal desiderio di vendetta al desiderio di una vera giustizia. Rita (così come Piera Aiello) non era una pentita di mafia: non aveva infatti mai commesso alcun reato di cui pentirsi. Correttamente ci si riferisce a lei come testimone di giustizia, figura questa che è stata legislativamente riconosciuta con la legge 45 del 13 febbraio 2001.
« Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta» (Wikipedia)

 

26 Luglio 1993 Scanzano (MT). Vincenzo De Mare, autotrasportatore, ucciso per aver rifiutato un carico di rifiuti tossici.
Vincenzo De Mare, autotrasportatore di Scanzano (MT), è stato ammazzato con due colpi di fucile mentre era al lavoro nel suo podere in località Terzo Cavone il 26 luglio del 1993. Un efferato omicidio di cui ancora non si conoscono mandanti e autori ma su cui gli inquirenti continuano ad investigare.
L'ipotesi più accreditata è che sia stato ucciso perché si rifiutava di trasportare rifiuti tossici. Nel 2004 i Carabinieri trovarono dei bidoni di rifiuti chimici presso una delle aziende, da tempo chiusa, per cui Vincenzo De Mare lavorava. C'è stato un testimone che, ai carabinieri, fece delle rivelazioni in tal senso, facendo anche i nomi di due possibili killer, ma davanti al giudice ritrattò tutto.

 

27 Luglio 1992 Catania. Ucciso Giovanni Lizzio, 47 anni, Ispettore Capo della Polizia di Stato Questura Catania, per la pressante attività contro il racket delle estorsioni.
Giovanni Lizzio era ispettore capo della Squadra mobile della questura di Catania – responsabile della sezione anti-racket. Aveva iniziato nella sezione omicidi, per poi passare al nucleo anticrimine e, infine, da qualche anno, era diventato responsabile della sezione anti-racket: una sezione particolarmente importante visto che il 90% dei commercianti catanesi pagava il pizzo. L’ispettore non solo dirigeva la sezione antiestorsioni con grandi risultati, ma era un vero e proprio simbolo della questura etnea. Lizzio, sposato e padre di due figlie, era il poliziotto più conosciuto della città, la memoria storica; era colui che conosceva le dinamiche di Cosa Nostra, le vecchie leve e gli esponenti emergenti. Aveva rapporti con pentiti e si sia occupato di importanti indagini grazie alle loro rivelazioni. Poco prima di morire, il 18 luglio, aveva condotto un’operazione che aveva consentito la cattura di 14 uomini del clan Cappello, proprio grazie alle rivelazioni di un pentito. Fu ammazzato a soli 47 anni, la sera del 27 luglio 1992, a Catania nel quartiere periferico di Canalicchio, mentre era fermo in auto davanti a un semaforo. (Cadutipolizia.it)

 

27 Luglio 1993 Milano. Strage di Via Palestro. Restano uccisi Driss Moussafir, Alessandro Ferrari, Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno. Un cittadino marocchino, tre Vigili del Fuoco e un Vigile
urbano: cinque vittime innocenti.

La strage di via Palestro è stato un attentato dinamitardo avvenuto la sera del 27 luglio 1993 tramite l'esplosione di un'autobomba in via Palestro a Milano, presso la Galleria d'arte moderna e il Padiglione di arte contemporanea.
La sera del 27 luglio l'agente di Polizia Locale Alessandro Ferrari notò la presenza di una Fiat Uno (che risulterà poi rubata qualche ora prima) parcheggiata in via Palestro, di fronte al Padiglione di arte contemporanea, da cui fuoriusciva un fumo biancastro e quindi richiese l'intervento dei Vigili del fuoco, che accertarono la presenza di un ordigno all'interno dell'auto; tuttavia, qualche istante dopo, l'autobomba esplose ed uccise l'agente Alessandro Ferrari e i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno ma anche l'immigrato marocchino Moussafir Driss, che venne raggiunto da un pezzo di lamiera mentre dormiva su una panchina.
L'onda d'urto dell'esplosione frantumò i vetri delle abitazioni circostanti e danneggiò anche alcuni ambienti della vicina Galleria d'arte moderna, provocando il crollo del muro esterno del Padiglione di arte contemporanea. Durante la notte esplose una sacca di gas formatasi in seguito alla rottura di una tubatura causata dalla deflagrazione, che procurò ingenti danni al Padiglione, ai dipinti che ospitava e alla circostante Villa Reale. (Wikipedia)

 

 

27 Luglio 2009 Cassano allo Ionio (CS). Ucciso Fazio Cirolla perché somigliava al vero bersaglio dell'agguato. Stava acquistando un'auto, con lui c'era suo figlio.
Il 27 luglio 2009 a Cassano sullo Jonio, in provincia di Cosenza, l'operaio 42enne Fazio Cirolla si trova dentro un autosalone. E' in compagnia del figlio di 7 anni e sta acquistando un'automobile. I killer entrati in azione lo scambiano per un altro e lo ammazzano con un colpo di pistola alla fronte. Il vero obiettivo era il titolare della concessionaria, ritenuto il contabile della cosca Forestefano. (Stopndrangheta.it)

 

 

28 Luglio 1981 Salerno. Ucciso Antonio Caputo, 39 anni, Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia.
Antonio Caputo, Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia in servizio presso la Casa circondariale di Salerno,  cade vittima di un agguato mentre rientra nella propria abitazione a Salerno. I killer attendono che Antonio parcheggi l'auto e al momento di chiudere la portiera gli sparano con fredda determinazione alle spalle. Nel corso delle sue mansioni carcerarie è possibile che il brigadiere sia  entrato in contrasto con qualche "boss" che poi ha deciso di vendicarsi. Il 27 giugno 2013 la casa circondariale di Salerno è stata intitolata ad Antonio Caputo.
Antonio Caputo è stato riconosciuto "Vittima del Dovere" ai sensi della legge 466/1980 dal Ministero dell'interno. (Fond. Pol.i.s.)

 

28 Luglio 1985 Porticello (PA) . Assassinato il commissario Giuseppe (Beppe) Montana
Giuseppe Montana, meglio conosciuto come Beppe Montana 34 anni, commissario della squadra mobile di Palermo ucciso dalla mafia.
Venne ucciso il 28 Luglio 1985 a Porticello (PA) da due killer della mafia.
Il commissario Montana era il dirigente della Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo. Investigatore tenace e deciso. Amico e stretto collaboratore del vice questore Antonino “Ninni” Cassarà aveva diretto le operazioni che avevano portato agli arresti di molti boss mafiosi. Nell’ultima irruzione, avvenuta il 24 Luglio a Bonfornello (PA), il commissario Beppe Montana aveva arrestato un boss latitante e altri due importanti mafiosi, oltre a sette “gregari”.
La vendetta della mafia scattò quattro giorni dopo, mentre il funzionario di Polizia si trovava al mare con gli amici e la fidanzata. I due assassini (almeno altri tre mafiosi parteciparono all’omicidio con compiti di copertura) gli piombarono alle spalle freddandolo a colpi di pistola.
Entrambi gli assassini vennero in seguito eliminati per ordine della stessa mafia. I mandanti dell’omicidio vennero arrestati negli anni successivi e condannati all’ergastolo. (cadutipolizia.it)

 

28 luglio 1989 Collecchio (PR). Rapita Mirella Silocchi. "Fu lasciata morire di fame e di sete all’interno di una fossa subendo maltrattamenti di rara ferocia".
Mirella Silocchi, moglie di un facoltoso industriale del ferro, Carlo Nicoli, venne rapita alle 8,30 del 28 luglio 1989 nella sua villa di campagna a Stradella di Collecchio. I banditi, uno in divisa di finanziere, bussarono alla porta, mentre lei parlava al telefono con una parente e la portarono via.
Dalle indagini successive si scoprì che fu rapita da una banda di sequestratori che pretendevano cinque miliardi di riscatto per il suo ritorno a casa. Ma a casa non ritornò mai, perché fu lasciata morire di fame e di sete all’interno di una fossa subendo maltrattamenti di rara ferocia. Si scoprì in seguito che Mirella Silocchi era finita in mano ad una strana aggregazione di pastori e latitanti sardi, e da un gruppo di anarchici composto da elementi della malavita siciliana e calabrese, da una hostess americana e da un libico di origine armena. Un intreccio tra anarchia e banditismo comune che univa anche un elemento di internazionalità.

 

28 Luglio 2000 Torre del Greco (NA). Ucciso Giuseppe Falanga, imprenditore edile. Vittima del racket.
C'è il racket dietro l' omicidio di Giuseppe Falanga, un imprenditore edile di 47 anni ammazzato a Torre del Greco, in provincia di Napoli.
Falanga stava dirigendo i lavori di ristrutturazione di una palazzina all' interno di un parco nei pressi della litoranea, quando due killer gli hanno sparato.
C'erano gli altri operai, c'erano quelli che abitano lì. Ma loro hanno agito ugualmente. A bordo di un ciclomotore e con i caschi in testa, hanno varcato il cancello del parco "Merola" e percorso una breve discesa fino a un muretto dal quale si vede il mare. Lì c' era una palazzina circondata dalle impalcature di ferro che gli operai avevano fissato per lavorare sulla parete esterna. Giuseppe ha scorto i due sicari quando ormai era   troppo tardi per scappare.
L' imprenditore ucciso abitava in una zona isolata, un posto dove nessuno avrebbe visto niente se gli avessero teso un agguato. Invece, hanno voluto ammazzarlo davanti a più gente possibile. Un chiaro segnale da parte della camorra: una punizione esemplare ha più effetto se vi assistono in tanti, se la voce corre in paese, se diventa il fatto del giorno.
L'impresa di Falanga non era grande. Aveva vinto qualche gara bandita dal Comune, ma l' attività era piuttosto limitata. Lui stesso dirigeva i lavori e vi partecipava in prima persona. Insomma, non era un imprenditore da appalti miliardari e ciononostante la camorra ha voluto dare un segnale preciso.
Giuseppe Falanga è riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata con decreto del Ministero dell'Interno. Falanga ha lasciato la moglie e quattro figli. (Fond. Pol.i.s.)

 

29 Luglio 1983 Palermo. Strage di Via Pipitone Federico. Persero la vita il magistrato Rocco Chinnici, i Carabinieri della scorta Maresciallo Mario Trapassi e l' Appuntato Salvatore Bartolotta, ed il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi.
Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione del tribunale di Palermo, è stato ucciso il 29 luglio 1983 con una Fiat 127 imbottita di esplosivo davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico a Palermo, all'età di cinquantotto anni. Ad azionare il detonatore che provocò l'esplosione fu il killer mafioso Pino Greco. Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall'esplosione: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e il portiere dello stabile di via Pipitone Federico Stefano Li Sacchi.
In Assise il giudice Antonino Saetta si contraddistinse per le dure pene inflitte ai killer; fu anche lui ucciso, insieme al figlio Stefano, in un tragico attentato il 25 settembre 1988 a Caltanissetta.

 

30 Luglio 1982 Bianco (RC) Ucciso Stefano Adolfo Ceratti, guardia campestre nel comune di Caraffa del Bianco, padre di sette figli. Dopo due anni chiuse le indagini senza neppure darne comunicazione alla famiglia.
Stefano Adolfo Ceratti, ex agente della polizia penitenziaria, guardia campestre nel comune di Caragga del Bianco, fu ucciso, con modalità prettamente mafiose, la sera del 30 luglio 1982 a Bianco (RC), mentre portava a spasso il proprio cane.
Dopo due anni gli organi inquirenti chiusero le indagini senza neppure informarne i familiari (la moglie e sette figli).
Anche se sono passati più di trenta anni la famiglia non si è rassegnata: Chiede verità e giustizia per il proprio congiunto.

 

30 Luglio 1986 Salerno. Ucciso Antonio Saiba, agricoltore, in un agguato ad un boss della camorra.
Antonio Saiba, agricoltore di Salerno, fu ucciso il 30 Luglio 1986 in un agguato contro Vincenzo Marandino nella guerra di camorra tra gli uomini della Nco di Raffaele Cutolo e i membri della Nuova Famiglia.

 

30 Luglio 2000 Pianura (NA). Giulio Giaccio, muratore di 26 anni, rapito non si è saputo più nulla di lui. Si pensa ad uno scambio di persona.
Giulio Giaccio viene rapito nel quartiere di Pianura, periferia di Napoli, intorno alle 22:30 del 30 luglio 2000.  Secondo la testimonianza di un amico che era presente al momento del rapimento, Giulio sarebbe stato avvicinato da alcuni uomini in auto presentatisi come agenti di polizia. I falsi poliziotti caricarono con la forza Giulio nell'auto e gli intimarono di seguirli in Questura. Particolare rilevante in questa oscura vicenda è il fatto che i rapitori cercassero un uomo di nome Salvatore, tragicamente identificato proprio con Giulio. Si sospetta che il vero obbiettivo del rapimento fosse un membro del clan Marfella. Riscontro giudiziario che al momento validerebbe questa ricostruzione è l'omicidio, due mesi prima di quel 30 luglio, di un altro affiliato ai Marfella. Quando il giovane muratore è stato rapito, a Pianura si combatteva una sanguinosa guerra tra cosche  per il controllo di appalti legati al risanamento del quartiere. Tragiche conseguenze di quella faida furono anche le morti di Paolo Castaldi e Gigi Sequino. Un'indagine di polizia giudiziaria, condotta agli inizi del 2013, ha chiarito ulteriormente quale tipo di relazione potrebbe essere intercorsa tra il rapimento di Giulio e la faida di Camorra scoppiata a Pianura. Il rapimento e il probabile omicidio di Giulio sarebbero stati compiuti da affiliati ai Casalesi, clan in quegli anni alleato con i Lago di Pianura nella lotta contro la cosca Marfella. (Fond. Pol.i.s.)

 

30 Luglio 2001 Aversa. Giovanni Tonziello, titolare di una tabaccheria ad Aversa, è stato ucciso mentre era in macchina con suo figlio di 10 anni.
Giovanni Tonziello, titolare di una tabaccheria ad Aversa, viene ucciso il 30 luglio del 2001 mentre  si trova in auto con il figlio di 10 anni.  I rapinatori aggrediscono Giovanni mentre il tabaccaio rientra dai Monopoli di Stato con un carico di sigarette. I due rapinatori affiancano la golf di Giovanni e gli ordinano di fermarsi.  Giovanni sceglie  di opporsi alla rapina e, anziché fermare l'auto, accelera. È proprio a questo punto che un proiettile esploso dai malviventi colpisce mortalmente l'uomo. Toccherà proprio al piccolo Enzo, il figlio di Giovanni, dare l'allarme con il cellulare del padre. (Fond. Pol.i.s.)

 

31 Luglio 1979 Limbadi (VV). Assassinato Orlando (Nando) Legname, agricoltore, 31 anni. Non sottostava alla legge della 'ndrangheta.
Orlando "Nando" Legname aveva 31 anni, era sposato e aveva un figlio piccolo. E' stato assassinato con una azione di vera guerra nel suo podere di Limbadi (VV) il 31 luglio 1979.
Si era riscattato dal lavoro di bracciante con il suo tormentato vagare da emigrante, prima in Germania e poi in Argentina, diventando un coltivatore diretto, impegnato nel lavoro e nella lotta politica contro la mafia, per una agricoltura rinnovata. Per questo, per l'attaccamento al lavoro e alla terra, alle bestie che allevava, era da tutti stimato.
" Da qualche tempo la situazione, però, è diventata invivibile. Si respira un'aria strana. E non è soltanto un'impressione: le richieste delle cosche si sono fatte più pressanti e, soltanto nelle ultime settimane, i clan si sono fatti vivi con l'incendio di un trattore e il furto di una motopompa. Capita così di fare un po' più tardi la sera, per controllare, per dare l'idea che in azienda ci sia sempre qualcuno, per cercare di scongiurare missioni notturne dei picciotti dei clan. La famiglia Legname, in paese lo sanno tutti, non accetta prepotenze e prevaricazioni. Le cosche lo capiscono e per questo decidono di dare una lezione. Lo fanno in azienda, per chiarire da subito qual è il motivo, qual è l'obiettivo. Per dimostrare che nessuno può sottrarsi alla legge della 'ndrangheta." (tratto da Dimenticati di D. Chirico e A. Magro)

 

31 Luglio 1982 Roccarainola (NA). Muore Filippo Scotti, 7 anni, colpito al cuore da un proiettile sparato contro il padre.
Una spietata vendetta della malavita ha coinvolto un bambino di sette anni, Filippo Scotti, che è stato assassinato assieme al padre, Luigi, un pregiudicato di 52 anni, intorno alle 9,30 del 31 luglio del 1982 a Roccarainola, un centro agricolo della provincia di Napoli al confine con quella di Avellino. Luigi Scotti, 52 anni, soprannominato «O'Barone», era uscito dal carcere di Poggioreale appena due settimane fa: temeva di essere ucciso, per questo ogni volta, che usciva portava con sé il figlioletto di sette anni, usandolo quasi come un «giubbotto antiproiettile», nella speranza che la vista del piccolo impietosisse i suoi nemici.(Fonte: L'Unità)

 

31 Luglio 1992 San Marcellino (CE). Ucciso Giorgio Villan, commerciante, vittima del racket.
Giorgio Villan, commerciante di abbigliamento originario della provincia di Venezia, a San Marcellino aveva trovato moglie e successo nel lavoro: gestiva, infatti, un grande negozio sempre pieno di clienti, lungo la provinciale per Villa Literno. Al Prezzaccio con pochi soldi si vestiva tutta una famiglia.
Probabilmente, come molti suoi colleghi, finché operava in Veneto si sarà lamentato delle tasse e del fisco, ma al sud pagava regolarmente il “pizzo”, come fosse una cosa normale, una specie di assicurazione sul negozio e sulla vita. Si è trovato invece stritolato nella guerra tra due bande rivali di taglieggiatori, finendo ucciso nel mese di luglio del 1992. (Storia tratta dal libro Ragazzi della terra di nessuno di Gianni Solino)

 

31 Luglio 1998 Piano Tavola (CT). Ucciso Giuseppe Messina, imprenditore, per difendere la paga degli operai.
Giuseppe Messina, 63 anni, un imprenditore edile di Piano Tavola (CT) è stato ucciso il 31 luglio del 1998 nel vano tentativo di difendere la paga dei propri dipendenti.

 

 

 

e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

 

"Si usa portare un fiore sulla tomba dei propri defunti, ma a volte quella lastra ci fa sentire ancora più grande il dolore,
a volte non ci sono tombe su cui piangere, tante altre non ci sono più lacrime da versare.

Ricordiamo. Chi abbiamo amato non svanirà nel nulla, vivrà finché non svanirà l’ultimo pensiero dentro di noi."
Rosanna
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I Testimoni di Giustizia. Storia di chi ha testimoniato contro le mafie PDF Stampa E-mail

 

Foto dalla Petizione on-line del 2011

Questa scheda è stata creata prendendo spunto dal libro di Angelo Greco TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO "la denuncia di chi ha denunciato", da cui sono tratti molti dei nomi e l'introduzione che segue:

 

Introduzione al libro TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO "la denuncia di chi ha denunciato" di Angelo Greco

C'è una storia che comincia dove le altre spengono i riflettori; dove i giornali girano le spalle per qualcosa di nuovo da titolare; dove, in definitiva, la gente non sa più.
Questa storia inizia sulle ceneri di Troia, quando Ulisse prende la strada di casa. I vati narravano di allori e città spalancate ai guerrieri vittoriosi, servitori della Patria. Invece, per lui, sul sentiero del ritorno solo asperità e mostri.
Un'avventura che oggi drammaticamente si ripete: ma senza alcun Omero a narrarla. Al contrario, solo le spesse tende della vergogna e dell'ignoranza, di cui spesso si arreda il comune sentire.
Questo non è il tempo degli eroi. Gli immortali sono morti. Le leggende non si tramandano più. Al loro posto, nuovi vocaboli albergano nei miti del popolo. La democrazia, la giustizia. Quella stessa giustizia che, mantide pagana senza più religiosità, uccide proprio coloro che la sposano.
Chi chiede giustizia scopre che ormai esiste solo la legge.
Proprio da una legge inizia questo viaggio. La legge che doveva essere solida imbarcazione per il re di Itaca e che invece lo abbandona alla deriva, tra Scilla e Cariddi.
La normativa in questione ha visto l'alba il 13 febbraio 2001 ed è stata battezzata con un nome che è un numero, proprio come quello sui camici dei detenuti, dai quali invece voleva distinguersi. La numero 45.
E' la legge che istituisce lo stato di testimone di giustizia, lo dosciplina e lo distingue da quello già esistente del collaboratore o, spesso detto, 'pentito'.
Per quanto inverosimile possa apparire, prima di tale intervento con vi era alcuna differenza, sia sul piano terminologico che su quello della tutela, tra il passivo spettatore di un crimine e chi invece vi aveva partecipato. In buona sostanza, la legge accomunava in un'unica categoria i cittadini modello ai delinquenti. E per entrambi disponeva lo stesso trattamento.
Ma il diritto è un mondo virtuale, che difficilmente cambia la realtà senza l'ausilio e la ragionevolezza dei suoi interpreti. Cosicché, pur modificata la disciplina, i problemi sono rimasti gli stessi ...

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Giorgio Boris Giuliano. Un uomo fra uomini di Stato di Francesco Trotta PDF Stampa E-mail

Articolo del 21 Luglio 2014 da artspecialday.com

Giorgio Boris Giuliano. Un uomo fra uomini di Stato

di Francesco Trotta per 9ArtCorsoComo9

Quello che era giusto fare. Questo faceva il poliziotto Boris Giuliano. Non credeva di fare nulla di eccezionale. Per questo era bravo. Nonostante la mafia ammazzasse a volto scoperto. E puntasse il grilletto al cuore dello Stato. Era nato in provincia di Enna, in un altro cuore, quello della Sicilia. E da onesto siciliano aveva scelto subito da che parte stare.

Arrivò a Palermo, dopo la strage di Ciaculli, nel 1963. Aveva deciso così. Fu nominato capo della squadra Mobile. Era un “segugio”, con un fiuto particolare per i fatti di mafia. Era soprannominato “lo sceriffo”. Uomo colto, aveva un’ottima conoscenza dell’inglese e fu l’unico poliziotto italiano scelto per la scuola dell’FBI a Quantico, in Virginia. Aveva dei baffoni neri spioventi che lo rendevano riconoscibilissimo e gli davano quell’aria familiare tipica di un uomo buono. Lo era veramente. Racconta suo figlio Alessandro al giornalista Saverio Lodato: “Mio padre, prima che essere poliziotto, fu un uomo. Ricordo che quando l’equipaggio di qualche volante di pattuglia nei quartieri diseredati di Palermo si imbatteva in un bambino che si era perduto, mio padre, mentre erano in corso le ricerche, spesso assai difficoltose, dei genitori, anziché tenerlo in un ufficio di polizia, lo portava a casa nostra e lo faceva giocare con noi che eravamo suoi coetanei”. Casi eccellenti avevano occupato la sua scrivania: dall’uccisione del procuratore Pietro Scaglione fino ai cugini Nino e Ignazio Salvo, passando per la scomparsa del giornalista de “L’Ora” Mauro De Mauro, l’uccisione del giornalista Mario Francese, l’assassinio del carabiniere Ninni Russo o dell’esponente Dc Michele Reina. Poi l’indagine su alcuni assegni ritrovati nelle tasche del cadavere del capomafia Di Cristina, collegati a Michele Sindona, il banchiere criminale che si divideva fra Italia e Stati Uniti. Giuliano aveva deciso allora di incontrare Giorgio Ambrosoli, il liquidatore che stava seguendo il caso Sindona e della sua banca. Pochi giorni dopo, l’11 luglio del 1979, Ambrosoli veniva ucciso.

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“Virga e Mazzara sono colpevoli” di Rino Giacalone PDF Stampa E-mail

Articolo del 15 Aprile 2014 dal gruppo Facebook "Processo per l'omicidio di Mauro Rostagno - Trapani Aula Falcone"

 

“Virga e Mazzara sono colpevoli”, richiesta di ergastolo

Omicidio del giornalista Mauro Rostagno: “E’ stata la mafia infastidita dagli scoop sulle connessioni con la massoneria

di Rino Giacalone

La voce finale dei pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene è giunta attorno alle 14,30. Sono dovuti trascorrere 26 anni dal delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno, 14 anni da quando il fascicolo è giunto sul tavolo dei magistrati della Procura antimafia di Palermo,  tre anni da quando il relativo dibattimento è cominciato dinanzi alla Corte di Assise di Trapani, 69 udienze, oltre un centinaio di testimoni, per arrivare oggi alla richiesta di ergastolo per i due imputati, due conclamati mafiosi, Vincenzo Virga, accusato di mandante, capo del mandamento di Trapani, Vito Mazzara, capo decina della famiglia di Valderice, ex campione della nazionale azzurra, sicario di fiducia del boss Virga, accusato di essere stato il killer. Tre udienze sono state dedicate alla requisitoria dei due magistrati, oggi l’ultima di queste dopo quelle dell’11 e 14 aprile. Hanno ricostruito il dibattimento, hanno messo in fila le prove raccolte, hanno puntato il dito contro il tempo perduto per andare dietro alle altre piste alternative a quella mafiosa sulle quali hanno parecchio insistito le difese…”stupidaggini” hanno detto i due pm che sono entrati nel merito di queste piste mostrandone l’inconsistenza, sulla pista mafiosa hanno messo in fila tutti gli elementi, dagli indizi raccolti dagli investigatori, e poi le collaborazioni dei pentiti, l’esito delle perizie, balistiche e sul Dna, la voce dei testimoni e la voce dell’imputato Mazzara intercettato mentre infastidito con i familiari commentava della riapertura di quelle indagini sul delitto rispetto alle quali lui stesso si è detto convinto, sempre parlando con i familiari, della archiviazione.

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