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Foto di Rino Porrovecchio

Abbiamo scelto questa foto come simbolo del gruppo  e del blog. Rappresenta un po' sia il passato, le terribili stragi, tutti quei morti, che il futuro di riscatto, con la rivolta popolare che ha mosso i suoi primi passi forse proprio con quella scritta su quel muro.

Chi siamo

Una casa della memoria per le vittime della mafia.(Gruppo Facebook))

Casamemoria Vittimemafia (Pagina Facebook)

Casamemoria Vittimemafia (Profilo Facebook)

 

"Questo Blog è stato creato dagli amministratori di Una casa della memoria per le vittime della mafia,

gruppo nato su Facebook nel Settembre 2009.

La decisione di aprire un Blog è nata dalla necessità di archiviare in un unico luogo tutti i dati raccolti:

Ci siamo accorti, col passar del tempo, che le informazioni che andavamo cercando, e sembrava non

ci fossero, le trovavamo ma erano nascoste in mezzo a tantissime altre e riuscivamo a scovarle solo

se in possesso di chiavi di ricerca ben precise. Inoltre molti link trovati ora non sono più disponibili e

pertanto il contenuto, non archiviato, è andato perduto per sempre.

Tutto quello abbiamo fatto, e faremo,  é animato dalla necessità di "sapere"; non abbiamo altri fini

se non quello della "conoscenza e del ricordo".

 

Per visualizzare la lista completa delle schede raccolte cliccare su VITTIME (qui o sulla banda superiore)

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Le Vittime che commemoriamo, mese: APRILE PDF Stampa E-mail

 

 

1 Aprile 1948 Camporeale (PA). Ucciso Calogero Cangelosi, 42 anni, segretario della CGIL
Calogero Cangelosi, 42 anni, sposato con quattro figli, segretario della CGIL di Camporeale (PA), si batteva  per l’applicazione dei decreti Gullo sulla divisione del grano a 60 e 40 e sulla concessione alle cooperative contadine delle terre incolte e malcoltivate degli agrari. La sera del 1° aprile del 1948, nonostante fosse sempre scortato dagli amici del sindacato, mentre faceva ritorno alla propria abitazione,  qualcuno con un mitra sparò sul gruppo ferendone gravemente due ma Calogero, colpito alla testa e al petto, spirò all'istante."Calogero Cangelosi fu il 36esimo sindacalista assassinato dalla mafia in quegli anni del secondo dopoguerra.
Per quell’omicidio, la giustizia «ingiusta» di allora non riuscì nemmeno ad imbastire un processo. Nonostante tutti sapessero che a dare l’ordine di morte era stato il proprietario terriero "don" Serafino Sciortino, mentre a sparare ci avevano pensato il capomafia Vanni Sacco e i suoi «picciotti», si procedette contro «ignoti», che tali rimasero per sempre. Poi sulla vicenda cadde il silenzio." (Tratto da La Sicilia)

 

1 Aprile 1977 Razzà di Taurianova (RC). I Carabinieri Stefano Condello e Vincenzo Caruso restarono uccisi in uno scontro a fuoco: avevano interrotto un summit di ‘ndrangheta.
Alle 14.30 del 1 aprile 1977 una gazzella dei carabinieri ferma il suo giro di perlustrazione lungo la statale 101 bis in contrada Razzà di Taurianova.
L'appuntato Stefano Condello e i militari dell'Arma Vincenzo Caruso e Pasquale Giacoppo hanno notato nei pressi della casa colonica del pregiudicato Francesco Petullà una strana presenza di autovetture.
Decidono di approfondire, ignorando che stanno per interrompere un summit di 'ndrangheta. E' l'inferno.Il carabiniere Cacioppo, lasciato a guardia dell'autoradio, inutilmente accorrerà in aiuto dei colleghi al primo rumore di spari. Sull'erba restano quattro cadaveri: Stefano Condello, Vincenzo Caruso, Rocco e Vincenzo Avignone, "sacrificatisi" per coprire la fuga degli altri partecipanti alla riunione.
Saverio Mannino - presidente della Corte d'Assise di Palmi di fronte alla quale fu celebrato il processo per l'eccidio - ricostruisce e commenta in "La strage di Razzà" la vicenda processuale conclusa in I grado con condanne per 200 anni complessivi di carcere, 30 dei quali comminati al boss di Taurianova Giuseppe Avignone. Download del libro a questo link: http://www.scribd.com/doc/56044393/La-Strage-Di-Razza
Tra le parti civili costituite in processo non figura lo Stato. (stopndrangheta.it)

 

2 Aprile 1985 Trapani. Strage di Pizzolungo. Restano uccisi da un'auto bomba Barbara Rizzo e i suoi figli, Giuseppe e Salvatore Asta, gemelli di 6 anni.
Una strada che costeggia il mare, una mattinata di primavera in Sicilia, una curva e un’auto che sorpassa ad alta velocità. Poi un rumore sordo, fortissimo, di quelli che fermano il tempo per alcuni minuti.
È il 2 aprile del 1985 e una giovane madre, Barbara Rizzo, sta accompagnando a scuola i suoi due gemellini di sei anni, Giuseppe e Salvatore Asta. Ogni mattina prende quella strada che da Valderice arriva a Trapani costeggiando il lungomare. È una bella mattinata, il sole brilla su quegli spicchi di mare azzurro e Barbara procede come sempre sulla sua Volkswagen Scirocco: i bambini giocano sul sedile posteriore e lei può godersi quella breve passeggiata guidando a velocità sostenuta.
C’è un’altra auto che quella mattina percorre lo stesso tratto di strada. È un Alfa 132 blindata che morde l’asfalto. La segue a ruota una Fiat Ritmo che tira le marce per stargli dietro: i passeggeri delle due auto infatti non hanno nessuna intenzione di godersi quel magnifico panorama. Devono percorrere quella strada in fretta, devono arrivare al Palazzo di Giustizia di Trapani il prima possibile; a bordo infatti hanno un quarantenne con i baffi e  gli occhiali: si chiama Carlo Palermo, è campano ma viene da Trento, ed è arrivato in Sicilia da meno di 50 giorni per fare il suo lavoro, il magistrato.
Da quelle parti, dalle parti di Trapani, fare il magistrato può essere pericoloso. Due anni prima, proprio a Valderice, il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto era stato ammazzato davanti casa proprio quando stava per andare a lavorare in Toscana. Lo sapevano tutti che quell’omicidio era un affare di mafia, ma nessuno lo diceva apertamente per il semplice fatto che a Trapani ufficialmente la mafia non esiste. E se la mafia a Trapani non esiste come si fa a dire che ammazza qualcuno? Ciaccio Montalto era morto per questioni di donne si era detto. O forse di gioco d’azzardo e di debiti. Tutto ma non la mafia.
L’autista dell’Alfa 132 però lo sa benissimo che a Trapani non solo la mafia esiste, ma gestisce i punti nevralgici del potere cittadino. E  sa benissimo che il suo passeggero, Carlo Palermo, è uno che rischia di finire come Ciaccio Montalto. Palermo non è arrivato a Trapani per caso: a Trento ha indagato su traffici di armi e droga, sulla connivenza tra il Psi di Bettino Craxi e la criminalità organizzata, e spesso le sue inchieste si sono incrociate proprio con quelle di Ciaccio Montaldo.
È  proprio per evitare d’imbattersi in qualche commando mafioso (che ufficialmente non dovrebbe esistere) che l’autista dell’Alfa accelera e all’altezza della curva di Pizzolungo supera la Volkswagen con Barbara e i gemellini. Solo che quel sorpasso l’Alfa 132 non avrà mai il tempo di completarlo: viene bloccata da un rumore sordo e fortissimo, un istante infinito di morte e terrore. Quando le lancette ricominceranno a correre di quella Volkswagen Scirocco si saranno quasi perse le tracce. Ancora meno rimarrà di Barbara. Giuseppe e Salvatore Asta, investiti dall’esplosione di un’altra auto, la quarta di questa storia, parcheggiata sul ciglio di quella curva dopo essere stata imbottita di tritolo. Doveva spazzare via il giudice Carlo Palermo, doveva farlo fuori, a pezzetti. Solo che in quell’ esecuzione si sono infilati per caso Barbara, Giuseppe e Salvatore.
Chi ha assistito a quella scena e l’ha trasformata in una strage ha voluto provare a far fuori il giudice nonostante quella Volkswagen inaspettata. Che invece ha fatto da scudo tra quella bomba a quattro ruote parcheggiata in curva e l’Alfa 132 di Palermo. Di Barbara, Giuseppe e Salvatore dopo quell’istante infinito rimarrà ben poco: una macchia rossa su un muro di una casa, qualche brandello a metri di distanza e una scarpa da bambino.
Tra i primi soccorritori del giudice Palermo c’era anche il padre e marito Nunzio Asta: non si è accorto che in quell’inferno c’era anche la sua famiglia e verrà avvisato della tragedia soltanto qualche ora più tardi, da un poliziotto che al telefono gli chiede il numero di targa di quella Volkswagen guidata dalla moglie. Nunzio morirà di crepacuore nel 1993.
Per la strage di Pizzolungo sono stati condannati i boss Totò Riina, Vincenzo Virga, Balduccio di Maggio e Nino Madonia. L’esplosivo che fece a pezzetti Barbara, Giuseppe e Salvatore dicono sia dello stesso tipo usato nella strage del Rapido 904, che  il 23 dicembre 1984 fece 17 vittime. Una eccidio inspiegabile di cui è stato riconosciuto colpevole lo stesso Riina. E non è forse un caso che un altro uomo che collaborò al botto di Pizzolungo, Gioacchino Calabrò, sia lo stesso “esperto” d’esplosivo che diede il suo contributo alle stragi del 1993. (Giuseppe Pipitone – Ilfattoquotidiano.it)

 

2 Aprile 1991 Altofonte (PA). Ucciso Francesco Pipitone (62 anni), direttore della Cassa Artigiana, aveva tentato di opporsi a dei mafiosi che stavano compiendo una rapina.
Francesco Paolo Ptpitone, 62 anni, presidente della «Cassa rurale ed artigiana» di Altofonte, era quasi riuscito nella sua impresa. Mentre gli impiegati della banca cercavano rifugio dietro le scrivanie, lui ingaggiavava un violentissimo corpo a corpo con uno dei due rapinatori che stringeva in pugno una «Smith & Wesson» calibro 45. Ce l'aveva quasi fatta quando ha udito alle sue spalle due colpi di pistola. Settimo Russo, 35 anni, una fedina penale zeppa di reati, ferito  a morte, ha allentatato la presa e si è accasciato ai suoi piedi, ucciso dal suo complice dalla mira insicura. Una breve fuga alla ricerca di un impossibile rifugio e poi il dottor Pipitone viene giustiziato dallo stesso bandito che ha ucciso il complice.
Per omicidio e rapina,  la II Sezione della Corte d'Assise di Palermo, ha condannato a 13 anni di carcere i collaboratori di giustizia Giovanni Brusca e Mario Santo Di Matteo e a 30 anni Michele Traina, quale esecutore dell'omicidio.  Brusca e Di Matteo, all'epoca ai vertici della cosca di San Giuseppe Jato, diedero l'autorizzazione della mafia al colpo.

2 Aprile 2000 Anagni (FR). Domenico Stanisci, Vice brigadiere della Guardia di Finanza muore durante un inseguimento. L'auto di servizio viene speronata e gettata fuori strada.
Nella notte fra sabato e domenica 2 aprile del 2000, l' Alfa 155 su cui prestavano servizio due finanzieri viene speronata sull'Autosole e gettata fuori strada. Il brigadiere Domenico Stanisci, 42 anni, sposato con tre figli, muore sul colpo. Il suo collega Giovanni Grossi, 33 anni, rimane ferito.
Una seconda pattuglia di finanzieri, che stava lavorando insieme a Stanisci e Grossi, intima l'alt all'auto pirata, che per tutta risposta accelera. Scatta l' inseguimento. Più volte i malviventi cercano di mandare fuori strada anche la seconda pattuglia. Alla fine abbandonano l'auto, risultata rubata, su cui verranno trovate tracce di droga e le impronte digitali degli occupanti, due albanesi, schedati per vari reati, successivamente arrestati.

 

4 Aprile 1971 Caulonia Marina (RC). Ucciso Vincenzo Scuteri, carpentiere, non voleva lavorare il cemento della mafia.
Caulonia (RC) – Vincenzo Scuteri, noto per la sua militanza nel Movimento sociale italiano, era detto ‘u camerata. Carpentiere nella vita di tutti i giorni, in pieno centro abitato, lungo la Statale 106 fu colpito da diversi colpi di arma da fuoco e dopo nove giorni di sofferenze, il 4 aprile 1971, si spense in ospedale. L’uomo era un onesto lavoratore. Diceva pubblicamente: "io il ferro dai mafiosi, non lo voglio acquistare", gesto questo, che gli è costato la vita. Il processo si concluse dopo quasi due anni con l’assoluzione di due indiziati.
Nel 2010, un pannello è stato posto proprio dirimpetto al luogo dove l’operaio fu colpito: “Vincenzo Scuteri detto camerata, lavoratore onesto e dignitoso, padre di famiglia esemplare trovò la morte in questo luogo per mano della ‘ndrangheta. Seppe tenere la testa alta e la schiena dritta dinanzi alla prepotenza mafiosa, dimostrando che gli umili servono la storia e non sono molti a ricordare il loro sacrificio”.

4 Aprile 1991 Napoli. Muore Salvatore D'Addario, 22 anni, Assistente Polizia di Stato. Era stato gravemente ferito il 30 marzo in un conflitto a fuoco contro camorristi .
Il 30 marzo 1991 i Quartieri Spagnoli (NA) diventano un sentiero di guerra. I boss locali ordinano di sparare contro i giovani simpatizzanti degli scissionisti.
In questo scontro muoiono tre delinquenti di piccolo calibro e feriti quattro innocenti.
La risposta a questa azione è immediata. Infatti, il giorno seguente a Porta Nolana (NA) un gruppo di uomini appartenenti al clan avversario fa fuoco contro tre pregiudicati.
Salvatore D'Addario, agente di polizia, si trova con la famiglia in un esercizio commerciale nei pressi della zona. Sente gli spari esce dal negozio cercando di fermare i tre che si stanno allontanando a bordo di un furgone, utilizzando la pistola d'ordinanza che ha con sé.
I malviventi gli sparano contro ferendolo ad un braccio e ad una gamba, infine investendolo con l'autoveicolo stesso.
L'agente rimasto ferito viene ricoverato in ospedale. Con il passare dei giorni le condizioni di D'Addario peggiorano: dopo l'amputazione della gamba sopraggiungono altre complicazioni. Il 4 aprile Salvatore si spegne. Il questore, recatosi in visita presso il nosocomio durante i giorni che hanno separato Salvatore dalla morte lo promuove per "meriti sul campo".

 

4 Aprile 1992 Agrigento. Assassinato il Maresciallo dei Carabinieri Giuliano Guazzelli, l'Investigatore Puro.
Giuliano Guazzelli, maresciallo dei carabinieri, fu assassinato il 4 aprile 1992 sulla strada Agrigento-Menfi sulla sua auto Fiat Ritmo, gli assassini a bordo di un Fiat Fiorino, lo sorpassarono su un viadotto, spalancarono il portellone posteriore e lo uccisero a colpi di mitra e fucili a pompa. A Menfi, cittadina d'adozione del maresciallo, fu proclamato il lutto cittadino.
Guazzelli all'epoca dell'omicidio aveva già maturato l'età pensionabile, ma aveva deciso di restare in servizio, nonostante avesse subito numerosi intimidazioni ed era già riuscito a sfuggire ad un altro agguato.
Inizialmente il delitto fu attribuito alla Stidda, così nel dicembre 1992 vennero arrestati in Germania dei presunti killer.
Processati e condannati all'ergastolo dal Tribunale di Agrigento, vennero successivamente assolti dalla Corte d'Assise d'Appello di Palermo per insufficienza di prove.
Passati alla pista Cosa Nostra, per l'omicidio sono state inflitte sei condanne definitive al carcere a vita. All'ergastolo sono finiti Salvatore Fragapane, Joseph Focoso, Simone Capizzi, Salvatore Castronovo, Giuseppe Fanara e al latitante Gerlandino Messina.
Nel maxi-processo denominato "Akragas" sono stati inflitti anche 18 anni di carcere al pentito Alfonso Falzone che ha aiutato i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ad incastrare mandanti e sicari. (Wikipedia)

 

5 Aprile 1994 San Cipirello (PA). Cosimo Fabio Mazzola, ucciso perché ex fidanzato della moglie di un mafioso.
La sera del 5 aprile del 1994 un commando guidato da Enzo Brusca uccide Fabio Mazzola, 27 anni, mentre rincasa in via Pietro Nenni, a San Cipirello (PA), a bordo della sua Fiat Tipo rossa. Viene ucciso come un boss ma Fabio era un bravo ragazzo.
La sua unica colpa è aver frequentato una ragazza, figlia di un boss, costretta dal padre a sposare un aspirante "uomo d'onore". Sembra che la ragazza telefonasse ancora a Fabio che, nel frattempo, si era fidanzato con un'altra ragazza.
Punto nell'orgoglio dalle voci di alcuni amici, "l'uomo d'onore", che è poi divenuto collaboratore di giustizia, si rivolge ai Brusca e chiede il permesso di dare una "lezione" all'ex rivale, ottenendo così un'assurda sentenza di morte.

 

5 Aprile 2003 S. Sebastiano al Vesuvio (NA). Muore Paolino Avella, 18 anni, volevano rubargli il motorino.
Il 5 aprile del 2003, a San Sebastiano al Vesuvio (NA), il giovane Paolino Avella perde la vita a pochi metri dal Liceo da cui proveniva, nel tentativo di sfuggire al furto del proprio motorino ad opera di due balordi. Paolino, nel tentativo di sottrarsi alla rapina, accelerava improvvisamente cercando di allontanarsi, forse anche per raggiungere la vicina stazione dei Carabinieri: iniziava così un vero e proprio inseguimento. La perizia tecnica disposta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Nola accertava che i due malviventi, utilizzando una moto più potente, prima raggiungevano poi affiancavano la moto di Paolino ponendo in essere una serie di "interferenze" e "strattonamenti" che culminavano con un vero e proprio speronamento che causava l'impatto contro un albero posto sul marciapiede. Il perito medico-legale nominato dal magistrato penale accertava che la morte era conseguenza delle gravi lesioni all'emitorace destro causate dall'impatto contro l'albero, ma aggravate dalla circostanza che il corpo di Paolino ha fatto da "cuscino" all'amico che trasportava sul sedile posteriore, che restava illeso. Paolino Avella avrebbe compiuto 18 anni pochi giorni dopo. Stava aspettando con ansia il 12 aprile, perché in casa avevano organizzato una doppia festa: la sua maggiore età e le nozze d'oro della nonna. (Fondazione Pol.i.s.)

 

6 Aprile 1979 Palermo. Vincenzo Russo, 40 anni, brigadiere della Polizia Ferroviaria, resta ucciso durante un tentativo di rapina.
Vincenzo Russo, brigadiere della Polizia Penitenziaria, fu ucciso il 6 Aprile 1979, alle ore 5,55, all'interno della Stazione Centrale di Palermo. Era stato comandato, insieme alla Guardia Mustazza Antonino, di 29 anni, di scorta sul treno locale per Sant'Agata di Militello al sacco postale, contenente circa un miliardo di lire in denaro contante ed assegni. La Guardia Mustazza precedeva il carrello, che era spinto dall'impiegato, mentre il Brigadiere Russo chiudeva la scorta. Sul marciapiede, molte persone attendevano la partenza del treno per Catania. Improvvisamente dal treno per Sant'Agata scesero quattro persone, mascherate ed armate: due davanti e due dietro il carrello. Uno dei due malviventi scesi alle spalle della scorta corse verso il Brigadiere Russo e gli sparò a bruciapelo alla nuca, uccidendolo. Un secondo rapinatore sparò alla Guardia Mustazza, ma questi riuscì ad evitare il colpo gettandosi dietro una colonna e, imbracciando il mitra, rispose al fuoco. I rapinatori cercarono di portar via il carrello, ma nel frattempo la Guardia Bonanno, in servizio all'ufficio Polfer, sentiti gli spari si precipitò fuori, ingaggiando un violento conflitto a fuoco con i rapinatori, che si diedero alla fuga con due auto, una 127 ed una 125, precedentemente rubate e abbandonate pochi minuti dopo nei pressi della stazione. Antonino Mustazza, ricoverato in ospedale, sopravvisse. Il Brigadiere Russo lasciò la moglie e una figlia. Medaglia d'argento al valore civile alla memoria (cadutipolizia.it)

 

6 Aprile 1986 Napoli. Antonio Pianese, Agente scelto di Polizia (ovvero quando è l'uccisione di un camorrista che fà notizia)
Il giorno 6 aprile 1986 l'agente di polizia della sezione ''Falchi'', Antonio Pianese, di 32 anni viene raggiunto al petto da un colpo di pistola cal.38 mentre cercava di bloccare lo sparatore, fuggito a bordo di una motocicletta insieme con un complice.
Secondo gli investigatori, l'agguato è di matrice camorristica. Esso sarebbe stato fatto per vendetta, nell'ambito della lotta tra organizzazioni rivali che agiscono nel settore del gioco del lotto clandestino, le cui centrali operative si trovano nei quartieri di Forcella e della Sanità.
Nella stessa serata è stata attivata una vasta operazione nei quartieri di Forcella e della Sanità, alla ricerca dei sicari durante la quale sono state arrestate dieci persone e fermate altre 50.
Pianese, ricoverato nell'ospedale "Loreto Nuovo" dopo aver  subito l'asportazione di un rene e della milza, morirà alcuni giorni dopo per complicazioni.

 

7 Aprile 1992 Bianco (RC). Ucciso Stefano Ceratti, 55 anni, segretario della Dc di Caraffa del Bianco. Omicidio politico-mafioso commissionato dalla cosca Pelle disturbata dall'opera moralizzatrice e di denuncia condotta dal medico.
Il 7 aprile 1992 il segretario della Dc di Caraffa del Bianco, Stefano Ceratti, 55 anni, viene assassinato da un killer solitario all'interno del suo studio medico di Bianco. A trent'anni dall'omicidio, il cosentino Sergio Prezio è stato condannato in via definitiva come esecutore materiale dell'agguato. Per i giudici quello di Ceratti è stato un omicidio politico-mafioso commissionato dalla cosca Pelle disturbata dall'opera moralizzatrice e di denuncia condotta dal medico all'interno del Consiglio comunale di Caraffa e del suo stesso partito.

7 Aprile 1994 Napoli. Ucciso Antonio D'Agostino, 23 anni fioraio, involontario testimone di un omicidio.
Antonio D' Agostino era un giovane fioraio, appena 23 anni, ed è stato massacrato il 7 aprile 1994 a Casavatore da due sicari. Era sicuramente un testimone scomodo e gli hanno chiuso la bocca con una scarica di dieci proiettili al capo, al volto, e al torace. I killer si sono poi dileguati a bordo di una moto di grossa cilindrata. Soccorso da alcuni passanti, il giovane è morto mezz' ora dopo nell' ospedale napoletano Nuovo Pellegrini. Era sulla soglia del suo negozio di fiori, all' angolo tra via Aniello Falcone e via Giacinto Gigante. La bottega situata di fronte alla boutique dove il 26 marzo precedente fu ucciso Carmine Amura, freddato mentre allestiva una delle vetrine del negozio. Gli inquirenti sono convinti che D' Agostino sia stato eliminato perché aveva visto la scena, anche se quando i carabinieri giunsero sul luogo del delitto, pochi minuti dopo, il negozio di fiori era sbarrato.
Carmine Amura e la madre Anna Dell'Orme, giustiziata anche lei a pochi minuti di distanza, avevano denunciato i presunti assassini di Domenico, fratello e figlio degli uccisi, durante due trasmissioni televisive.

 

8 Aprile 1994 Nola (NA). Uccisa Maria Grazia Cuomo, innocente vittima di una vendetta contro un collaboratore di giustizia.
Maria Grazia Cuomo aveva 56 anni , non era sposata e stava sempre chiusa in casa per colpa di una brutta voglia violacea sul viso; viveva a Nola (NA) con la sorella, moglie di un lontano parente del boss camorrista Carmine Alfieri, diventato collaboratore di giustizia.
L'8 dicembre del 1994 un commando di killer entrò nell'abitazione  con l'intento di uccidere  il figlio del collaboratore di giustizia. Non l'hanno trovato  ed hanno scaricato il caricatore verso il letto dove Maria Grazia riposava.
" Doveva essere una punizione esemplare. Una lezione che non si dimentica, diretta a chi in quei mesi stava smontando pezzo per pezzo il sistema camorra, facendo arrestare decine di affiliati ai clan"

 

10 Aprile 1987 Cittanova (RC) Ucciso Rosario Iozia, Comandante Squadriglia Carabinieri, in uno scontro a fuoco con dei malviventi.
" … in data 10 aprile 1987, alle ore 19.00 circa, in agro del comune di Cittanova, sulla strada provinciale che unisce quest’ultimo centro abitato a quello di Polistena, in località Petrara veniva rinvenuto il cadavere del vice brigadiere Rosario Iozia attinto da colpi di fucile caricato a pallettoni. Dalla ricostruzione dei fatti, si poteva poi stabilire che il vice brigadiere, poco prima, trovandosi libero dal servizio alla guida della propria autovettura, con direzione di marcia Cittanova Polistena, all’uscita di una curva, proseguendo con un lungo rettilineo, notava alcuni individui attraversare un oliveto armati di fucili a canne mozze. Il Vice brigadiere Iozia, buon conoscitore di luoghi e persone della giurisdizione, intuendo l’anomalia che si presentava ai suoi occhi, fermava la propria macchina lasciandola in moto e, benché solo, prontamente, impugnando la propria pistola d’ordinanza, si poneva all’inseguimento dei malviventi intimando l’alt e qualificandosi. Quest’ultimi anziché ottemperare, altrettanto repentinamente, alzavano le canne dei fucili ad altezza uomo ed esplodevano, all’indirizzo del sottufficiale, due colpi di lupara lasciando al militare soltanto la possibilità di esplodere, contemporaneamente, un solo colpo con l’arma che impugnava. Però, la disparità esistente tra le parti era fatale al Vice Brigadiere che, attinto da numerosi pallettoni, cadeva esanime al suolo. Poco dopo il corpo del sottufficiale veniva rinvenuto da un automobilista di passaggio che lo trasportava presso l’Ospedale civile di Polistena, ove giungeva cadavere". (ancispettoratosicilia.it)

 

10 Aprile 1998 Catania. Trovato il corpo di Annalisa Isaia, 20 anni. "La sua colpa era di andare a ballare con persone non gradite allo zio"

 

10 Aprile 2009 Villaricca (NA) Vittorio Maglione, suicida a 13 anni. Nella lettera al padre: «non voglio diventare come te».

 

11 Aprile 1990 Opera (MI). Ucciso Umberto Mormile, assistente carcerario

 

11 Aprile 1990 Fiumara (RC). Vincenzo Reitano, consigliere comunale di 29 anni, assassinato in ospedale a Reggio dove era ricoverato.

 

13 Aprile 1975 Cittanova (RC) Uccisi i fratellini Michele e Domenico Facchineri, di 9 e 12 anni, vittime di faida.
Due bambini Domenico, di undici anni, e Michele Facchineri, di otto anni, guardiani di porci, vennero uccisi il 13 aprile del 1975, a colpi di lupara, sul greto di un torrente da un quintetto di sicari senza volto, che avevano già ucciso poco prima un loro zio, ferito un cuginetto di appena sei anni e  una zia , incinta di sette mesi. L’omicidio è legato alla faida di Cittanova (RC) che vedeva da un lato la cosca dei Facchineri e dall’altro quella dei Raso-Albanese in una guerra per la supremazia criminale.

13 Aprile 2000 Marina di Gioiosa Jonica (RC). Ucciso da un'autobomba l'imprenditore Domenico Gullaci.
Domenico Gullaci, detto Mimmo, era un imprenditore, contitolare con il fratello di una ditta di materiali per l'edilizia, sposato e padre di quattro figli;  fu ucciso a Marina di Gioiosa Ionica il 13 aprile del 2000.
Secondo le ricostruzioni, Domenico Gullaci uscì di casa, in via Primo maggio, attraversò la strada, fece scattare l'antifurto della sua Mercedes, parcheggiata davanti alla caserma dei carabinieri. Immediatamente un boato scosse la città: l'esplosione venne sentita anche a Siderno e Roccella Jonica, a chilometri di distanza. Domenico Gullaci morì all'istante dilaniato da un carica di tritolo piazzata sotto il sedile della sua auto. Durante il funerale, il vescovo di Locri, Giancarlo Bregantini denunciò l'assenza dello Stato: la gente della Locride ed il corteo funebre era stato preceduto da 42 sindaci testimoni silenziosi contro la violenza e contro la prevaricazione dei clan. Gli uomini del Ccis (Centro carabinieri investigazioni scientifiche) di Messina dichiararono che l'ordigno era stato azionato con un comando a distanza, il sostituto procuratore antimafia Nicola Gratteri, affermò immediatamente che si trattava di un attentato ad opera della 'ndrangheta. Due cognati di Domenico Gullaci, Francesco Marzano, di 40 anni, e Antonio Tarsitani, 39 anni, erano stati uccisi. Il primo a colpi di lupara nel dicembre 1997 a Siderno Superiore, mentre stava rincasando, il secondo nel giugno 1993, a colpi di pistola, mentre viaggiava sull'Autostrada del Sud, tra Palmi e Bagnara. I Gullaci avevano interessi in Sicilia e gli investigatori sospettarono che il delitto fosse stato eseguito dalla 'ndrangheta su richiesta della mafia. Domenico Gullaci aveva subito intimidazioni: nell'agosto dell'anno precedente era stato bruciato un camion della sua ditta e pochi mesi prima aveva dovuto riacquistare i marmi della villetta che si stava costruendo perché qualcuno li aveva spaccati a colpi di mazza.

14 Aprile 1980 Serra San Bruno (VV). Ucciso Bruno Vinci, falegname di 36 anni, mentre era nella gioielleria del fratello.

 

14 Aprile 1981 Napoli. Ucciso Giuseppe Salvia, vicedirettore al carcere di Poggioreale.
Vicedirettore dal 1976 al 1981 del Carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia all'età di 38 anni, viene trucidato in un barbaro agguato ordinato da Raffaele Cutolo, omicidio per il quale quest'ultimo, capo incontrastato della "Nuova camorra organizzata", fu condannato all'ergastolo.
Probabilmente a scatenare le ira del boss fu l'atteggiamento che Salvia ebbe al ritorno da un'udienza dibattimentale, il 7 novembre del 1980. Il vicedirettore pretese che il boss, al rientro in Poggioreale, fosse perquisito come da regolamento carcerario.
Salvia, di ritorno a casa, in auto sulla Tangenziale di Napoli venne affiancato dai killer e ucciso, all'altezza dello svincolo dell'Arenella il 14 aprile 1981.
In quel periodo a Poggioreale si era scatenata un'autentica carneficina tra opposte fazioni di camorristi; una delle pagine più scure del penitenziario napoletano e dell'intera storia della camorra in città.
Oggi il penitenziario napoletano ha preso il nome dell'eroico funzionario dello Stato. (Fondazione Pol.i.s.)

 

15 Aprile 1980 Monza. Rapito e ucciso Adelmo Fossati, 35 anni, il corpo ritrovato tre mesi dopo. Si era rifiutato di entrare in un giro di auto rubate.

 

16 Aprile 1972 Polistena (RC). Domenico Cannata ucciso "per errore"

 

16 Aprile 1993 Reggio Calabria. Ucciso Giuseppe Marino, Vigile Urbano di 42 anni.

 

17 Aprile 1981 Roma. Rapito Giovanni Palombini "il re del caffè", 81 anni. Il suo corpo sarà ritrovato il 28 Ottobre , sepolto in un campo.

 

18 Aprile 1991 Villa Literno (CE). Uccisi Salvatore Richiello, 12 anni, il padre Michele e Pellegrino De Micco, non erano loro le vittime predestinate.

 

18 Aprile 1991 Vibo Marina. Rapito Giancarlo Conocchiella, medico dentista di 34 anni.

 

18 Aprile 1991 Napoli. Ucciso Luigi vigorito, 36 anni, ex carabiniere, guardia giurata. Aveva tentato di fermare dei rapinatori che volevano svaligiare la banca a cui era stato assegnato.

 

19 Aprile 1993 Capua (CE). Ucciso Luigi Iannotta, assessore comunale.
Il 19 aprile 1993, a seguito di un evento criminoso, Luigi Iannotta fu assassinato a Santa Maria Capua Vetere con numerosi colpi di arma da fuoco esplosi da ignoti, che ferirono lievemente anche Dante Perrillo con cui si accompagnava. Iannotta, uno dei politici e dei professionisti più impegnati nella provincia di Caserta, giovanissimo aveva ereditato dal padre un'azienda di estrazioni di materiale calcareo che da anni dava lavoro a circa 15 famiglie del proprio paese. Infatti, benché avesse già intrapreso con amore l'attività di insegnante, si era caricato di questa nuova responsabilità, anche per non togliere il sostentamento a tante famiglie che vivevano di questo lavoro. Fu ritenuto, perciò, l'uomo giusto per salvare dalla disoccupazione circa settanta dipendenti del consorzio CO.V.IN dell'attività estrattiva in scioglimento, di cui era da poco liquidatore. Da subito gli inquirenti si orientarono verso la sua attività imprenditoriale ed apparve chiaro che Iannotta era stato vittima di un attentato dimostrativo nei riguardi di quella classe imprenditoriale che voleva sottrarsi a reiterate richieste estorsive. Con la sua morte venne distrutta l'esistenza di un'intera famiglia, lasciando nella più amara realtà la moglie Giovanna Perugino, le figlie Paola e Claudia e il piccolo Guido.
La famiglia Iannotta in seguito all'evento fece istanza di richiesta per i benefici previsti dalla legge n. 302/1990 in favore dei familiari delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata di stampo mafioso, ma dal momento che le attività di investigazione non consentirono di acquisire elementi utili per la prosecuzione delle indagini, nel permanere ignoti gli autori del reato, il P.M. formulò richiesta di archiviazione accolta poi dal GIP. Fondazione Pol.i.s.)

 

20 Aprile 1995 Alessandria della Rocca (AG). Giovanni Carbone, manovale di 28 anni, ucciso perché aveva assistito ad un omicidio.
Era il 1985, qualche mese prima che la mafia decidesse l’attacco alla Polizia di Stato con gli omicidi di Beppe Montana, Antonino Cassarà e Roberto Antiochia, a Palermo venivano uccisi due imprenditori. Il 27 febbraio: Pietro Patti, il 13 marzo: Giovanni Carbone. Due assassinii di mafia, legati all’imposizione del racket, rimasti senza verità giudiziaria. Pietro Patti venne ucciso per non aver accettato le richieste di estorsione per mezzo miliardo di lire dell’epoca. Nell’agguato rimase gravemente ferita anche la figlia Gaia, di soli nove anni, che Patti stava accompagnando a scuola. Nel 1985,quando la mafia era al top del suo dominio a Palermo, Patti e Carbone pretendevano di non dover nulla alla mafia e, quindi, di non dover sottostare al ricatto dei boss.
Erano gli anni in cui Falcone e Borsellino e gli altri del pool antimafia dovevano “quartiarsi”, prima che dalla mafia, dalle talpe all’interno del palazzo dei veleni. Eppure, a Palermo, in quel contesto, due cittadini qualunque, Pietro Patti e Giovanni Carbone, si ribellavano alla mafia. (Liberanet.org)

 

20 Aprile 2004 Reggio Emilia. Stefano Biondi, 27 Anni, Agente Scelto della Polizia Stradale di Modena Nord, travolto intenzionalmente da un'auto di trafficanti di droga.
Venne ucciso il 20 Aprile sull’Autostrada nei pressi di Reggio Emilia, travolto da una autovettura con a bordo due trafficanti di droga che avevano rapinato un carico di cocaina ad una donna corriere della droga, nei pressi di Lodi.
Un automobilista in transito aveva assistito alla scena ed immediatamente avvisò la Polizia Stradale che cercò di bloccare i due.
Stefano Biondi, capo equipaggio di una pattuglia della Stradale, stava smontando dal servizio quando apprese via radio dell’inseguimento in corso sull’autostrada A1. Si recò anche lui all’inseguimento dell’autovettura, una Porsche, riuscendo a bloccarla. L’agente scelto Biondi scese dall’autovettura di pattuglia, pistola in pugno, cercando di bloccare i criminali, ma il guidatore dell’autovettura ripartì a fortissima velocità investendo intenzionalmente il poliziotto e scagliandone il corpo a quaranta  metri di distanza. L’ auto degli assassini si schiantò contro il guard-rail e i due trafficanti tentarono la fuga a piedi nel parcheggio di una ditta di trasporti accanto all'autostrada, dove vennero infine arrestati. In entrambi i processi il guidatore dell’autovettura venne condannato all’ergastolo mentre il complice ricevette 14 anni di carcere. (cadutipolizia.it)

21 aprile 1982 Torre annunziata (NA) Ucciso Luigi Cafiero, 19 anni, perché somigliava al vero destinatario delle pallottole.
Luigi Cafiero venne assassinato a Torre Annunziata in via Settetermini con undici colpi d’arma da fuoco a soli 19 anni il 21 aprile del 1982, mentre era in auto con la fidanzata. Quattro uomini armati di pistola, si avvicinarono all’auto di Luigi e gli urlarono: «Sei Antonio?». Senza attendere la risposta, esplosero contro di lui undici colpi d’arma da fuoco che lo freddarono all’istante. Solo undici anni dopo, in seguito alle dichiarazioni di un pentito è stato accertato che si trattò di un errore di persona. (Liberanet)

 

21 Aprile 1990 Caraffa (CZ), ucciso Antonio Bubba Bello, impiegato nella Regione e candidato DC alle elezioni.

 

Lucca Sicula (AG). Il 21 aprile 1992 fu ucciso l'imprenditore Paolo Borsellino e il 17 Dicembre suo padre Giuseppe Borsellino che stava collaborando per l'arresto degli assassini del figlio.
Il 21 aprile del 1992 Paolo Borsellino, imprenditore di Lucca Sicula (AG), venne ucciso dai killer di Cosa nostra che non erano riusciti a piegarlo alle proprie richieste. Il padre, Giuseppe, si presentò davanti ai magistrati e fece nomi e cognomi dei mandanti e degli assassini di suo figlio, facendo così anche in modo che gli inquirenti potessero ricostruire gli intrecci tra mafia, affari e politica nell'area lucchese in quel periodo; ma il coraggio di Giuseppe non venne ripagato dallo Stato che non era lì a difenderlo il 17 dicembre del 1992, quando venne assassinato. Meno di otto mesi dopo la scomparsa del figlio.

 

21 Aprile 1993 Porto Empedocle (AG). Uccisi Angelo Carlisi e Calogero Zaffuto, pescivendoli di Grotte. Angelo Carlisi doveva essere "punito" per uno sgarbo.
Angelo Carlisi, 31 anni, e Calogero Zaffuto, 38 anni, erano due pescivendoli di Grotte. Furono ritrovati dagli agenti della Squadra mobile, all'interno di un autofurgone Fiorino in cui trasportavano alcune casse di pesce, sulla strada che collega Porto Empedocle (AG) con Maddalusa e San Leone, gravemente colpiti da numerosi colpi di arma da fuoco.
I familiari delle due vittime riferirono agli inquirenti che i loro congiunti svolgevano l'attività di venditori ambulanti e ogni mattina Zaffuto (che non aveva la licenza) accompagnava Carlisi al mercato ittico di Porto Empedocle per acquistare il pesce insieme a lui. I familiari riferirono che Carlisi aveva avuto dei contrasti per il furto della sua autovettura. Aveva comprato l'auto e preso in affitto un garage, dentro vi trovò una roulotte che voleva levare per far posto al suo mezzo. Ne nacque una controversia, ricevette anche un'intimidazione telefonica. L'ipotesi degli investigatori è che sia stato ucciso per aver fatto uno sgarbo ad un amico di Vincenzo Licata, boss del paese e amico personale di Giovanni Brusca che ospitò nella Pasquetta del 1993 nella sua casetta di campagna. [...]
Quando venne assassinato la moglie di Angelo Carlisi era incinta della terza figlia. Calogero Zaffuto aveva due figli. (Liberamente tratto dal dal libro "Senza Storia" di Alfonso Bugea e Elio di Bella)

 

22 Aprile 1990 Taranto. Angelo Carbotti, 25 anni, ucciso perchè scambiato per un boss, a cui somigliava.
A Taranto il 22 aprile del 1990 è stato ucciso Angelo Carbotti, 25 anni, in attesa di un lavoro stabile. Il killer non conosceva la sua vittima, il boss di una banda rivale, e così ha sbagliato bersaglio. Ha ucciso a colpi di pistola un innocente, che non aveva avuto mai a che fare con la malavita, e che aveva soccorso due persone coinvolte in un incidente stradale.
Angelo è stato ammazzato alle 11,30 a pochi metri dal pronto soccorso dell'ospedale civile Santissima Annunziata, dove aveva trasportato una giovane donnai e suo fratello, un boss del luogo, vittime di un incidente avvenuto alla periferia della città. Dopo averli affidati alle cure dei medici, Angelo è risalito sulla sua auto per liberare il passaggio del pronto soccorso. In quel momento è spuntato il killer. Volto scoperto, in pugno una pistola calibro 7,65, l'assassino ha prima allontanato alcune donne che sostavano dinanzi al pronto soccorso sparando ai loro piedi due colpi. Poi si è avvicinato ad Angelo e ha fatto fuoco a bruciapelo: cinque proiettili hanno raggiunto Il giovane che è morto in pochi istanti.

22 Aprile 1999 Favara (AG). Resta ucciso il piccolo Stefano Pompeo, in un agguato mafioso.
Favara (AG). Una vita spezzata a soli 11 anni. Quella di Stefano Pompeo, vittima della mafia e della barbarie umana. La tragedia di Stefano si consuma la sera di mercoledì 22 aprile 99. Il piccolo decide di accompagnare il padre, impegnato nella macellazione di un maiale da cucinare e da consumarsi nella campagna di proprietà di Carmelo Cusumano, ritenuto capo di una cosca di Favara, con altre persone. I due arrivano poco dopo le 18. Alle 20,40 Stefano decide di salire sul Fuoristrada del Cusumano, guidata da Vincenzo Quaranta, per andare a comperare il pane. E’ troppa la sua voglia di fare un giro su quella Jeep. Poco dopo, però, l’auto viene colpita da tre colpi di fucile. Stefano viene raggiunto alla testa. Arriverà già morto in ospedale. I killer sbagliano bersaglio. Credono che sull’auto vi sia proprio Carmelo Cusumano ed invece spengono la piccola esistenza di Stefano. Un delitto che suscita profonda commozione in tutt’Italia. Un anno dopo la risposta dello Stato con l’operazione Fratellanza che decima le due famiglie mafiose di Favara in guerra: quella dei Cusumano e quella dei Vetro. A Stefano Pompeo, Favara il 29 settembre 2002 intitola la villa del paese. Stefano è oggi riconosciuto vittima della mafia dallo Stato. Ed anche vittima di una società in cui il valore della vita umana, anche quella di un bambino, conta poco o nulla. Un sacrificio, quello di Stefano, che deve servire da monito. (Nota di  Televideo Agrigento del 2003)

 

24 Aprile 1998 A Cerignola (FG), Incoronata Sollazzo e Maria Incoronata Ramella, muoiono in un incidente stradale.
24 Aprile 1998 A Cerignola (FG), Incoronata Sollazzo e Maria Incoronata Ramella, muoiono in un incidente stradale. Vittime del caporalato. Erano braccianti agricole che viaggiavano su un furgone dei "caporali" stipato di lavoratori. Il caporalato è un fenomeno diffuso soprattutto in Puglia, legato al reclutamento e sfruttamento della manodopera.
Il 1° Marzo abbiamo ricordato Anna Maria Torno, 18 anni,  che morì in un incidente stradale nel 1996, era su un pulmino da 9 persone mentre le lavoratrici erano 14! Un tamponamento e Annamaria perse la vita.
Se fosse accaduto in questi ultimi anni, Incoronata, Maria Incoronata o Anna Maria avrebbero un nome straniero e il loro corpo sarebbe scomparso e non si sarebbe saputo nulla sulla loro sorte.

 

25 Aprile 1946 A San Cipirello (PA). I fratelli Giuseppe e Mario Misuraca vengono giustiziati da banditi della banda Giuliano.
25 Aprile 1946 A San Cipirello (PA). I fratelli Giuseppe e Mario Misuraca vengono giustiziati da banditi della banda Giuliano.  Avevano abbandonato la banda e avevano cominciato a collaborare con la giustizia.
Tratto da: La strage di Portella Della Ginestra
[...]  Giuliano non era meno clemente con i suoi accoliti, quando questi «non rimanevano fedeli alla banda» oppure venivano «ritenuti ‘spie’».
La sera del 25 aprile del 1946, a San Cipirello (PA), Salvatore Giuliano, con Gaspare Pisciotta, i fratelli Giuseppe e Salvatore Passatempo, e Salvatore Ferreri «Frà Diavolo», prelevarono dalle rispettive abitazioni i tre fratelli Giorgio, Mario e Giuseppe Misuraca intesi «Murtareddi» e il loro cognato Salvatore Cappello e li condussero nella piazza principale dove furono disposti uno a fianco dell’altro con le spalle al muro. Giorgio Misuraca e Salvatore Cappello compresero l’intenzione dei banditi di ucciderli e si diedero alla fuga e benché fatti segno di diversi colpi di mitra riuscirono a porsi in salvo. Misuraca rimase illeso e Cappello fu ferito ad una gamba, mentre rimasero a terra morti i fratelli Mario e Giuseppe Misuraca.

 

26 Aprile 1979 Palermo. Ucciso il metronotte Alfonso Sgroi, durante una rapina alla Cassa di Risparmio.
Alfonso Sgroi, 45 anni, era metronotte alla Cassa di Risparmio di Palermo. La mattina del 26 aprile 1979 ci fu una rapina nella banca in cui prestava servizio.  Tentò di intervenire fermando due rapinatori ma altri due complici  lo colpirono alle spalle. Scapparono lasciandolo agonizzante. Per Alfonso non ci fu nulla da fare. Lasciò una moglie e due figlie.
Facevano parte della banda dei rapinatori i mafiosi Pino Greco, detto "scarpuzzedda", e Pietro Marchese.

 

27 Aprile 1969 Altavilla Milicia (PA). Restava ucciso Orazio Costantino, carabiniere scelto, nel tentativo di arrestare gli autori di una estorsione.
Il 27 aprile del 1969 in contrada « Fiorillo » di Casteldaccia (PA), rimase ucciso in uno scontro a fuoco il carabiniere scelto Orazio Costantino, di 37 anni. Era originario di Castroreale Terme (ME) e prestava servizio presso la tenenza di Bagheria.
Egli stava partecipando, insieme con altri militari dell'Arma, ad un servizio nelle campagne di Casteldaccia per individuare i responsabili di una estorsione. II carabiniere Costantino e gli altri commilitoni erano appostati in contrada «Fiorillo» quando sono venuti in contatto con alcune persone alle quali hanno intimato di fermarsi; gli sconosciuti hanno sparato contro i carabinieri i quali hanno risposto al fuoco. Un proiettile ha colpito Orazio Costantino ferendolo gravemente. II carabiniere, che perdeva molto sangue, è stato soccorso dai compagni e trasportato al pronto soccorso di Bagheria dove è morto poco dopo, senza che i sanitari potessero fare nulla per salvarlo.

 

27 Aprile 1983 Palermo. Ucciso Gioacchino Crisafulli, appuntato dei Carabinieri in pensione. "Aveva dedicato 40 anni della sua vita a combattere la mafia e la malavita organizzata"
27 Aprile 1983 Palermo. Ucciso Gioacchino Crisafulli, appuntato dei Carabinieri in pensione. "Aveva dedicato 40 anni della sua vita a combattere la mafia e la malavita organizzata". Sembra che il suo fu un omicidio "preventivo", era "colpevole" di essersi insospettito per le manovre di un camion guidato da un "picciotto" e che trasportava casseforti piene di soldi provenienti dal traffico di droga.

 

27 Aprile 1996 Lucca Sicula (AG). Ucciso Calogero Tramuta, ex agente della Guardia di Finanza, commerciante di arance.
Il 27 Aprile del 1996, a Lucca Sicula (AG), fu cciso Calogero Tramuta, ex agente della Guardia di Finanza, commerciante di arance.  Il delitto, avvenuto in una pizzeria del paese, era stato commissionato perché avrebbe intralciato gli affari della società di Emanuele Radosta, titolare di un'azienda agrumicola. I contrasti sarebbero sorti su una partita di arance commercializzata in Toscana e sull'acquisto di un terreno. Radosta è lo stesso condannato a 30 anni per l'omicidio di Giuseppe Borsellino ucciso nel 1992, padre di Paolo che abbiamo ricordato il 21 aprile.

 

27 Aprile 2013 Maddaloni (CE). Rimane ucciso Tiziano Della Ratta, carabiniere di 35 anni, in uno scontro con dei rapinatori.

 

28 Aprile 1921 Piana dei Greci (PA). Ucciso Vito Stassi, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini del paese.
La sera del 28 aprile del 1921 a Piana dei Greci (PA) fu ucciso in un agguato mafiosoVito Stassi, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini del paese.
"A casa l'aspettavano la moglie Rosaria Talento e i figli Giovanni di 11 anni, Antonina di 9 anni, Serafina di 7 e Rosa Lussemburgo (in onore di Rosa Luxemburg, mitica dirigente socialista trucidata a Berlino dai militari tedeschi nel 1919) di appena 2 anni.
Aveva appena 45 anni. Un classico omicidio di mafia, perpetrato contro un dirigente contadino, in un comune dove la sinistra aveva da tempo radici solide. E neanche questo sembrò una novità. In quel primo dopoguerra, infatti, durante il famoso «biennio rosso», che fu operaio al Nord e contadino al Sud, e negli anni immediatamente successivi, tanti altri dirigenti sindacali e politici di orientamento socialista erano stati trucidati dalla mafia e dal padronato agrario ed industriale. Per tutta la notte il corpo di Vito Stassi fu lasciato riverso sul selciato, dove venne vegliato dalla famiglia e da un nutrito gruppo di contadini,in attesa della perizia dell’autorità giudiziaria, che si fece solo nella mattinata del giorno successivo. Solo a quel punto, la salma del dirigente socialista fu ricomposta nel salone della sede del Partito socialista, in via Kastriota."  (da La Sicilia Art. di Dino Paternostro)

 

28 Aprile 1983 Domenico Celiento, Brigadiere dei Carabinieri, viene ucciso in un agguato sulla circonvallazione esterna di Napoli.
Domenico Celiento, brigadiere dei carabinieri fu ucciso in un agguato, avvenuto sulla Circumvallazione esterna di Napoli,  il 28 aprile del 1983. Il giovane carabiniere lasciò la moglie e due figli, Maria di 4 anni e Lucia di appena 12 mesi. Il militare, che prestava servzio presso la compagnia Stella, era da tempo impegnato in una serie di indagini sulle estorsioni ai commercianti.

 

28 Aprile 1984 Selinunte (TP) Vincenzo Vento, ambulante, aveva chiesto un passaggio al vero obiettivo dell'attentanto
Vincenzo Vento, ucciso a Selinunte (TP) il 28 aprile 1984, mentre si trovava a bordo della macchina di un mafioso, vero obiettivo dell’attentato, a cui inconsapevolmente aveva chiesto un passaggio.  (Liberanet.org)

 

30 Aprile 1982 Palermo. Uccisi in un agguato Pio La Torre, deputato del PCI, e Rosario Di Salvo, suo collaboratore.
Il 30 Aprile 1982 a Palermo furono uccisi in un agguato Pio La Torre, deputato del PCI, e Rosario Di Salvo, suo collaboratore.
"Alle 9,20, con una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del partito. Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo, che guidava, ad uno stop, immediatamente seguito da raffiche di proiettili.  Da un'auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all'istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.
Poco dopo l'omicidio fu rivendicato dai Gruppi proletari organizzati. Il delitto venne però indicato dai pentiti Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo e Pino Marchese come delitto di mafia: La Torre venne ucciso perché aveva proposto il disegno di legge che prevedeva per la prima volta il reato di "associazione mafiosa" e la confisca dei patrimoni mafiosi. Dopo nove anni di indagini, nel 1995 vennero condannati all'ergastolo i mandanti dell'omicidio La Torre: i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci" (Wikipedia)

 

 

 

 

e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

 

"Si usa portare un fiore sulla tomba dei propri defunti, ma a volte quella lastra ci fa sentire ancora più grande il dolore,
a volte non ci sono tombe su cui piangere, tante altre non ci sono più lacrime da versare.

Ricordiamo. Chi abbiamo amato non svanirà nel nulla, vivrà finché non svanirà l’ultimo pensiero dentro di noi."
Rosanna
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I Testimoni di Giustizia. Storia di chi ha testimoniato contro le mafie PDF Stampa E-mail

 

Foto dalla Petizione on-line del 2011

Questa scheda è stata creata prendendo spunto dal libro di Angelo Greco TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO "la denuncia di chi ha denunciato", da cui sono tratti molti dei nomi e l'introduzione che segue:

 

Introduzione al libro TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO "la denuncia di chi ha denunciato" di Angelo Greco

C'è una storia che comincia dove le altre spengono i riflettori; dove i giornali girano le spalle per qualcosa di nuovo da titolare; dove, in definitiva, la gente non sa più.
Questa storia inizia sulle ceneri di Troia, quando Ulisse prende la strada di casa. I vati narravano di allori e città spalancate ai guerrieri vittoriosi, servitori della Patria. Invece, per lui, sul sentiero del ritorno solo asperità e mostri.
Un'avventura che oggi drammaticamente si ripete: ma senza alcun Omero a narrarla. Al contrario, solo le spesse tende della vergogna e dell'ignoranza, di cui spesso si arreda il comune sentire.
Questo non è il tempo degli eroi. Gli immortali sono morti. Le leggende non si tramandano più. Al loro posto, nuovi vocaboli albergano nei miti del popolo. La democrazia, la giustizia. Quella stessa giustizia che, mantide pagana senza più religiosità, uccide proprio coloro che la sposano.
Chi chiede giustizia scopre che ormai esiste solo la legge.
Proprio da una legge inizia questo viaggio. La legge che doveva essere solida imbarcazione per il re di Itaca e che invece lo abbandona alla deriva, tra Scilla e Cariddi.
La normativa in questione ha visto l'alba il 13 febbraio 2001 ed è stata battezzata con un nome che è un numero, proprio come quello sui camici dei detenuti, dai quali invece voleva distinguersi. La numero 45.
E' la legge che istituisce lo stato di testimone di giustizia, lo dosciplina e lo distingue da quello già esistente del collaboratore o, spesso detto, 'pentito'.
Per quanto inverosimile possa apparire, prima di tale intervento con vi era alcuna differenza, sia sul piano terminologico che su quello della tutela, tra il passivo spettatore di un crimine e chi invece vi aveva partecipato. In buona sostanza, la legge accomunava in un'unica categoria i cittadini modello ai delinquenti. E per entrambi disponeva lo stesso trattamento.
Ma il diritto è un mondo virtuale, che difficilmente cambia la realtà senza l'ausilio e la ragionevolezza dei suoi interpreti. Cosicché, pur modificata la disciplina, i problemi sono rimasti gli stessi ...

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“Virga e Mazzara sono colpevoli” di Rino Giacalone PDF Stampa E-mail

Articolo del 15 Aprile 2014 dal gruppo Facebook "Processo per l'omicidio di Mauro Rostagno - Trapani Aula Falcone"

 

“Virga e Mazzara sono colpevoli”, richiesta di ergastolo

Omicidio del giornalista Mauro Rostagno: “E’ stata la mafia infastidita dagli scoop sulle connessioni con la massoneria

di Rino Giacalone

La voce finale dei pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene è giunta attorno alle 14,30. Sono dovuti trascorrere 26 anni dal delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno, 14 anni da quando il fascicolo è giunto sul tavolo dei magistrati della Procura antimafia di Palermo,  tre anni da quando il relativo dibattimento è cominciato dinanzi alla Corte di Assise di Trapani, 69 udienze, oltre un centinaio di testimoni, per arrivare oggi alla richiesta di ergastolo per i due imputati, due conclamati mafiosi, Vincenzo Virga, accusato di mandante, capo del mandamento di Trapani, Vito Mazzara, capo decina della famiglia di Valderice, ex campione della nazionale azzurra, sicario di fiducia del boss Virga, accusato di essere stato il killer. Tre udienze sono state dedicate alla requisitoria dei due magistrati, oggi l’ultima di queste dopo quelle dell’11 e 14 aprile. Hanno ricostruito il dibattimento, hanno messo in fila le prove raccolte, hanno puntato il dito contro il tempo perduto per andare dietro alle altre piste alternative a quella mafiosa sulle quali hanno parecchio insistito le difese…”stupidaggini” hanno detto i due pm che sono entrati nel merito di queste piste mostrandone l’inconsistenza, sulla pista mafiosa hanno messo in fila tutti gli elementi, dagli indizi raccolti dagli investigatori, e poi le collaborazioni dei pentiti, l’esito delle perizie, balistiche e sul Dna, la voce dei testimoni e la voce dell’imputato Mazzara intercettato mentre infastidito con i familiari commentava della riapertura di quelle indagini sul delitto rispetto alle quali lui stesso si è detto convinto, sempre parlando con i familiari, della archiviazione.

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"La verità su Rostagno raccontata dal Dna nel processo al boss" di Adriano Sofri PDF Stampa E-mail

Articolo su La Repubblica del 1° Marzo 2014

 

MERCOLEDÌ 26 febbraio: si tiene in Corte d’assise a Trapani un’udienza (la sessantatreesima in tre anni) del processo per l’assassinio di Mauro Rostagno, ventisei anni dopo. I periti incaricati dalla Corte riferiscono sui risultati dell’esame delle tracce di Dna lasciate sui frammenti lignei del sottocanna del fucile usato per l’omicidio. Hanno individuato, spiegano, una “relazione di verosimiglianza” molto forte tra il Dna dell’imputato dell’esecuzione materiale, Vito Mazzara, e uno dei profili rilevati. Che la compatibilità sia “molto forte” non è un’espressione comune, è la traduzione ( very strong) di una scala tecnica che contiene 5 gradi di evidenza dell’attribuzione: “debole”, “moderata”, “forte”, “molto forte”, ed “estrema”. «Molto forte vuol dire che la probabilità che un profilo preso a caso nella popolazione coincida con quello rilevato dell’imputato è di una su cento milioni». (Nel caso di un’evidenza “estrema”, sarebbe di una su miliardi, ed equivarrebbe «alla certezza che un solo individuo sulla faccia della terra possa aver lasciato quella macchia»). Impressionante com’è, la relazione dei periti riserva un altro formidabile colpo di scena. Nelle tracce rilevate, il profilo di uno sconosciuto particolarmente individuato, siglato come “A 18”, appartiene a un parente (maschio) dell’imputato: «È parente biologico di primo o di secondo grado di Mazzara Vito con una probabilità del 99,9%, e specificamente la parentela più verosimile è quella di secondo grado (che include le coppie zionipote, i fratelli unilaterali — di padre o di madre — , i cugini doppi, e altre parentele più complicate) ».

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