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Foto di Rino Porrovecchio

Abbiamo scelto questa foto come simbolo del gruppo  e del blog. Rappresenta un po' sia il passato, le terribili stragi, tutti quei morti, che il futuro di riscatto, con la rivolta popolare che ha mosso i suoi primi passi forse proprio con quella scritta su quel muro.

Chi siamo

Una casa della memoria per le vittime della mafia.(Gruppo Facebook))

Casamemoria Vittimemafia (Pagina Facebook)

 

"Questo Blog è stato creato dagli amministratori di Una casa della memoria per le vittime della mafia,

gruppo nato su Facebook nel Settembre 2009.

La decisione di aprire un Blog è nata dalla necessità di archiviare in un unico luogo tutti i dati raccolti:

Ci siamo accorti, col passar del tempo, che le informazioni che andavamo cercando, e sembrava non

ci fossero, le trovavamo ma erano nascoste in mezzo a tantissime altre e riuscivamo a scovarle solo

se in possesso di chiavi di ricerca ben precise. Inoltre molti link trovati ora non sono più disponibili e

pertanto il contenuto, non archiviato, è andato perduto per sempre.

Tutto quello abbiamo fatto, e faremo,  é animato dalla necessità di "sapere"; non abbiamo altri fini

se non quello della "conoscenza e del ricordo".

 

Per visualizzare la lista completa delle schede raccolte cliccare su VITTIME (qui o sulla banda superiore)

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Le Vittime che commemoriamo, mese: SETTEMBRE PDF Stampa E-mail

 

1 Settembre 1977 Piana di Gioia Tauro (RC).Francesco Antonio Conte, 9 anni, Mario Alessio Conte e Maria Rosa Belloco: sterminata una famiglia per un contorto senso dell'onore.
Francesco Antonio Conte, 9 anni, fu ucciso insieme al papà Mario Alessio e alla mamma Maria Rosa Belloco: una famiglia sterminata per un contorto senso dell'onore. Piana di Gioia Tauro (RC) 1 settembre 1977.
«La "regola" della 'ndrangheta prevede che a custodire l'onore della famiglia debbano essere gli uomini, costi quel che costi. anche se il prezzo da pagare è la morte della propria compagna, della propria madre o sorella. E' un prezzo che, soprattutto sulla Piana di Gioia Tauro, è stato pagato più e più volte. Sono morti così Mario Alessio Conte, Maria Rosa Belloco e il loro figlioletto Francesco Antonio Conte, di appena nove anni. Secondo la ricostruzione dei magistrati, toccava al marito lavare col sangue l'infedeltà della moglie, lui si era rifiutato di farlo, e l'intera famiglia è stata sterminata, il 1° settembre 1977». (Tratto dal Libro Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D. Chirico e A. Magro)

 

1 Settembre 1990 Reggio Calabria. Ucciso Domenico Catalano, 16 anni, perché scambiato per un altro.
Domenico Catalano fu ucciso il 1 settembre 1990 a Reggio Calabria, aveva appena sedici anni, residente a Roma, era a Reggio per le vacanze presso la casa di origine dei genitori. Nessuna "vicinanza pericolosa", nessun legame "ambiguo", morì per un tragico errore. Gli incaricati di segnalare il suo passaggio credettero di individuare in lui la vittima designata perchè la sorte decise che quella sera entrambi dovessero indossare una maglia a righe e dovessero circolare su un ciclomotore.

2 Settembre 1943 Quarto Mulino di S. Giuseppe Jato (PA). Antonio Mancino, carabiniere di 24 anni, la prima vittima di Salvatore Giuliano.
" ... PER DUE SACCHI DI GRANO. Il 2 settembre 1943 un giovanotto proveniente da San Giuseppe Jato e diretto a sud della natia Montelepre stava trasportando un paio di sacchi di grano. Non era un semplice contadino, ma uno dei tanti corrieri del mercato nero del grano che prosperava sotto l'occhio vigile della mafia e grazie alla compiacenza di troppe autorità. Giunto alla località Quattro Molini fu bloccato da due carabinieri e due guardie campestri. Gli andò male: venne fermato e il carico gli fu confiscato. Ma a quel punto sopraggiunse un altro contrabbandiere e tre dei tutori dell'ordine si mossero per bloccarlo. Uno soltanto era rimasto a sorvegliare il giovanotto che, con una ginocchiata si sbarazzò dello scomodo custode, tentando di nascondersi in un boschetto inseguito dagli altri tutori dell'ordine. Rispose al fuoco uccidendo l'inseguitore più vicino. Il carabiniere Antonio Mancino fu la prima vittima del bandito Salvatore Giuliano.
L'Arma si mobilitò per catturare Giuliano: il 25 dicembre 1943 fu organizzata una gigantesca retata nei dintorni di Montelepre. Un centinaio di compaesani di Giuliano (inclusi il padre, lo zio e un cugino), sospettati di complicità, vennero arrestati. Giuliano venne alla fine scovato, ma riuscì a sfuggire alla cattura uccidendo un milite e ferendone un altro. Ebbe così inizio una latitanza tristemente leggendaria che si protrasse fino al 1950 e che presto si intrecciò con la causa del separatismo siciliano." (Nota Storica tratta da: carabinieri.it)


2 Settembre 1988 Lamezia Terme. Ucciso Antonio Raffaele Talarico, guardia giurata, venne colpito mortalmente alle spalle presso il cantiere dove svolgeva le proprie mansioni.
Antonio Raffaele Talarico nasce a Sambiase (CZ) il 4 ottobre 1938. Era una Guardia Particolare Giurata, padre di quattro figli, persona dedita alla famiglia e al lavoro che svolgeva da oltre venti anni  presso  un cantiere edile di solai, sito in località Bagni di Lamezia Terme (CZ). La sera del 2 settembre 1988 mentre si apprestava ad aprire il cancello del cantiere venne colpito mortalmente alle spalle da colpi di arma da fuoco da malviventi  appartenenti ad una organizzazione criminale dedita al racket delle estorsioni e guardianie che operava nel territorio di Lamezia Terme.   L' attività  investigativa svolta dalle Forze dell'ordine e dalla Magistratura portò al rinvio a giudizio di numerosi esponenti di una cosca criminale del luogo. Il conseguente procedimento penale si concluse con l'archiviazione a causa dei pochi elementi probatori raccolti nella fase delle indagini. A distanza di oltre 12 anni a seguito di rivelazioni fatte da un collaboratore di giustizia appartenente al medesimo clan malavitoso, venne riaperto il procedimento penale e conclusosi con la condanna alla pena di anni 30 di reclusione inflittagli dalla prima sezionale penale della Corte di Assise di Catanzaro, in data 11 maggio 2011, all'imputato, tra l'altro reo confesso,  per essersi reso responsabile dell'omicidio in concorso con altri. (Liberanet.org)

 

2 Settembre 2001 Casoria (NA) Ucciso Stefano Ciaramella, 16 anni, per aver cercato di difendere la sua ragazza e il suo vecchio motorino.
Stefano Ciaramella viene ucciso nel tentativo di reazione alla violenza di quattro balordi. Poco dopo la mezzanotte del 2 settembre 2001, alcuni malviventi in scooter circondano una giovane coppia e tentano di portare via con la forza la borsetta di lei. Stefano reagisce, vuole proteggere la fidanzatina e insegue i rapinatori allontanatisi con la refurtiva. In realtà si tratta di appena pochi spiccioli e dei documenti della ragazza custoditi nella borsa. Sarà un fendente dritto al cuore a stroncare la vita del diciassettenne. Presto i carabinieri individuano il gruppo criminale i cui membri sono tutti originari di Afragola. Soltanto due degli arrestati erano maggiorenni all'epoca dei fatti: Pietro Amadori, militare di leva, e Giuseppe D'Arscilio.
La storia di Stefano Ciaramella è raccontata nel libro di Antonella Mascali "Lotta civile" edito da Chiarelettere nel 2009. (Fondazione Pol.i.s.)

 

3 Settembre 1948 Partinico (PA). Uccisi Celestino Zapponi. commissario PS, Antonio Di Salvo, capitano CC, e Nicola Messina, maresciallo CC, in un agguato della banda Giuliano.
Celestino Zapponi, Commissario di Pubblica Sicurezza nella Questura di Palermo, Venne assassinato il 3 Settembre 1948 in un agguato compiuto in Via Finazzo a Partinico (PA) da parte di elementi della Banda Giuliano che scagliarono alcune granate contro il funzionario di Polizia e il capitano dei Carabinieri Antonio Di Salvo e il maresciallo dell’Arma Nicolò Messina che si trovavano con lui in quel momento. I tre membri delle Forze dell’Ordine, rimasti gravemente feriti, vennero finiti a colpi d’arma da fuoco dai banditi usciti allo scoperto.
Centinaia di agenti di Polizia e carabinieri vennero inviati alla ricerca dei malviventi. Nel corso del rastrellamento il carabiniere Salvatore Marino rimase ucciso da una raffica di mitra esplosa accidentalmente da un collega.
La banda di Salvatore Giuliano, tra il 1943 ed il 1950 si rese responsabile della morte di centinaia di persone, tra i quali decine di membri delle Forze dell’Ordine. (cadutipolizia.it )

 

3 Settembre 1982 Frattaminore (NA), assassinato in un agguato Andrea Mormile, Maresciallo della Polizia di Stato. "Era definito come uno dei poliziotti più impegnati contro la criminalità".
Andrea Mormile, maresciallo di Polizia, fu ucciso il 3 settembre 1982 mentre, libero dal servizio, si trova con alcuni amici davanti a un bar di Frattaminore. Con i suoi arresti Andrea aveva già in diverse occasioni intralciato i traffici del clan di Giuseppe Puca, boss in ascesa nella zona di Sant'Antimo e legato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Andrea era molto rispettato in paese e rappresentava agli occhi della Camorra locale uno scomodo presidio di legalità da eliminare.
Già ferito dai colpi di mitra esplosi da un uomo in auto, Andrea viene poi avvicinato da un secondo killer che finisce il poliziotto con quattro colpi di pistola. Nell'agguato furono feriti alle gambe anche l'amico che in quel momento era più vicino ad Andrea e una passante di 66 anni. Andrea, sposato, era padre di tre figli piccoli. (fondazionepolis.regione.campania.it)

 

3 Settembre 1982 Palermo. Strage di Via Carini, in cui restarono uccisi il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Manuela Setti Carraro, e fu ferito in modo grave l'agente Domenico Russo che morì dopo 13 giorni di agonia all'ospedale di Palermo.
Palermo, Venerdì 3 settembre 1982, ore 21, il nuovo prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sta andando a cena con la giovane moglie Emanuela Setti Carraro, di scorta li segue un'Alfetta guidata dall’agente Domenico Russo.
Dalla ricostruzione della dinamica dell'attentato, resa possibile anche grazie alle rivelazioni degli ex boss, è emerso che l' A 112, su cui si trovavano il prefetto e la moglie, venne affiancata e superata da una Bmw 518 su cui viaggiavano Antonino Madonia e Calogero Ganci. A fare fuoco con un kalashnikov fu Madonia che sparò dando le spalle al parabrezza. Una seconda vettura, guidata da Anzelmo, seguiva il prefetto, pronta ad intervenire per bloccare l' eventuale reazione dell' agente di scorta. Russo fu assassinato da Pino Greco "Scarpuzzedda" che seguiva i suoi complici a bordo di una moto. La A 112, dopo essere stata investita dal fuoco del kalashnikov, sbandò, costringendo l'auto dei killer a sterzare bruscamente a destra. L' attrito tra le due macchine sarebbe provato da un profondo solco sulla fiancata dell' automobile di dalla Chiesa. La ricostruzione conferma che Greco giunse sul luogo del delitto quando i suoi complici avevano già fatto fuoco sul prefetto. Il particolare era stato raccontato agli investigatori dai pentiti Ganci e Anzelmo, secondo i quali Pino Greco avrebbe protestato per non essere riuscito a sparare per primo. "Me li avete fatti trovare morti", avrebbe detto il killer.
Sul luogo dell'eccidio, un anonimo cittadino lascia un cartello affisso al muro. Poche parole che in breve fanno il giro del mondo: "Qui è morta la speranza dei siciliani onesti".
Pochi giorni dopo, il 5 settembre, durante i funerali il cardinale di Palermo Pappalardo rompe il silenzio della Chiesa ufficiale sul problema mafia. Ha parole durissime, citando un famoso passo di Tito Livio: "Dum Romae consulitur... Saguntum espugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata - tuona dal pulpito - E questa volta non è Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra". E al termine della messa, volano insulti e monetine all'indirizzo dei rappresentanti dello Stato e dei politici presenti: la reazione spontanea di tanta gente stanca, che in quel prefetto aveva riposto le proprie speranze.
'Un delitto maturato in un clima di 'solitudine', come disse il Pm Nico Gozzo nella sua requisitoria del 2002 : ''Carlo Alberto Dalla Chiesa ? ha detto - fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l' espressione di una effettiva e corale volontà dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso''. Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo 'abbandono': ''Cosa Nostra - ha osservato il Pm - ritenne di poterlo colpire impunemente perchè impersonava soltanto sé stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l' autorità dello Stato''.
(La storia siamo noi : http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/generale-carlo-alberto-dalla-chiesa/652/default.aspx)

 

3 Settembre 1995 Niscemi (CL). Scompare Pierantonio Sandri, 19enne odontotecnico, vittima di lupara bianca
Pierantonio Sandri, 19enne odontotecnico, il 3 Settembre 1995 scompare da Niscemi (CL). Vittima di lupara bianca.
"La storia di Pierantonio Sandri è strettamente legata a quella di una madre coraggio, Ninetta Burgio. E' stata lei, insieme al sostegno dell'avvocato Enza Rando e di molti altri, a portare in giro per l'Italia la storia di questo ragazzo ucciso perché colpevole di essere onesto, potenzialmente in grado di raccontare quello che aveva visto. Siamo a Niscemi negli anni di maggiore scalata criminale di tanti giovani nelle fila delle famiglie criminali della zona. Sandri sta dall'altra parte. E' un ragazzo per bene, è onesto. Crede in valori che per la maggior parte dei giovani della sua età sono lontani o sconosciuti. Questa “differenza” profonda lo condannerà a morte per aver visto - così dicono i collaboratori di giustizia - alcuni giovani bruciare delle auto. «Pierantonio Sandri – commenta l'avvocato Enza Rando che segue da anni il caso – è per noi un testimone di giustizia, potenzialmente se non l'avessero ucciso avrebbe detto quello che aveva visto»" (liberainformazione.org)

 

3 Settembre 1998 Scisciano (NA). Resta uccisa Giuseppina Guerriero, 42 anni, da proiettili diretti a un camorrista.
Il 3 settembre 1998 Giuseppina Guerriero torna a casa dal lavoro a Scisciano, nel Napoletano, quando viene ferita mortalmente da un killer, che attende l'arrivo di un boss per ucciderlo. Giuseppina è colpita per caso.
Madre di quattro figli, tra i quattordici e ventidue anni, ha da poco abbandonato la sua attività di bracciante agricola per iniziare quella di cuoca.
Sono poco dopo le undici di sera e Giuseppina sta tornando dal colloquio di lavoro in un ristorante nei pressi di via Garibaldi.
Il killer impugna la pistola, ma non si accorge che mentre preme il grilletto, all'auto sulla quale viaggia il suo obiettivo, si affianca quella della Guerriero.
Dei quattro proiettili sparati uno infrange il vetro dell'"Alfa 33" guidata da Giuseppina che colpisce la testa della donna. L'auto sbanda per qualche decina di metri e poi sbatte contro un muro.
La vittima viene subito soccorsa e accompagnata all'ospedale di Nola, ma è troppo grave. Viene quindi immediatamente trasferita a Napoli nel reparto di rianimazione del Loreto Mare. I medici comprendono subito che le condizioni della donna sono disperate. Giuseppina muore. Si decide di staccare il respiratore e di procedere all'espianto degli organi. (Fondazione Pol.i.s.)


3 Settembre 2002 Palermo. Pone fine alla sua giovane vita Giuseppe Francese, 35 anni, figlio del giornalista Mario, ucciso dalla mafia il 26 Gennaio 1979.
3 Settembre 2002 Palermo. Pone fine alla sua giovane vita Giuseppe Francese, 35 anni, figlio di una vittima di mafia, del giornalista Mario ucciso il 26 Gennaio 1979.
"Era ancora un bambino Giuseppe quella sera, aveva dodici anni. Era un bambino che cominciò presto a conoscere quella Sicilia feroce che aveva sconvolto lui e che avrebbe sconvolto poi tanti ragazzi come lui. Suo padre Mario, giornalista coraggioso che scriveva su un giornale troppo attento a non infastidire i potenti e anche i boss, Giuseppe lo conobbe davvero dopo. Dopo l'agguato. Cominciò a raccogliere tutti i suoi appunti e poi tutti i suoi articoli, cominciò a leggere e a rileggere tutte le sue inchieste, cominciò a «capire» chi e perché aveva voluto suo padre morto. Tutta la vita a ricostruire la morte di papà, tutta la vita a inseguire un incubo.....
Giuseppe, impiegato regionale agli Enti Locali, tre fratelli più grandi, una depressione che non l'ha mai abbandonato. Nemmeno quando si cominciarono a intuire le prime verità sull'omicidio di Mario, nemmeno quando investigatori e magistrati ricostruirono il «contesto» nel quale maturò il delitto, nemmeno quando il pentito Francesco Di Carlo indicò i nomi dei mandanti dell'assassinio di un giornalista. C'era Totò Riina come al solito, c'erano Francesco Madonia e Pippo Calò, c'erano anche un paio di altri boss che avevano paura degli scoop e delle inchieste di Mario. Non erano «minimi» i moventi di quell'omicidio come sussurravano certi personaggi della paludosa Palermo di quegli anni, non era un «regolamento di conti» come certi infami avevano messo in giro. Era alta mafia quella che aveva voluto morto Mario. Che era solo. Che era circondato da silenzi e da imbarazzi anche nel suo giornale dove le incrostazioni con certi ambienti di mafia erano forti. Ma lui aveva l'istinto del cronista da strada e l'orgoglio dei siciliani per bene. Non si piegò. E i sicari puntualmente arrivarono sotto la sua casa.
Quando il processo ai suoi assassini finalmente si celebrò - ma quanto tempo, ma quanta fatica, quanti depistaggi, quante lentezze nelle investigazioni - Giuseppe ogni mattina era là in aula. Seduto sul banchetto alle spalle del Pubblico ministero, chino sul suo taccuino a prendere appunti. Sembrava anche lui un giornalista, uno di quelli che non si poteva perdersi un solo momento dell'udienza. Così fino alla chiusura del dibattimento. Sette ergastoli per la Cupola, due assoluzioni. Ma ormai Giuseppe era spezzato. Inseguiva ancora le ombre. Le sue ombre e quelle di una Palermo che aveva inghiottito la sua vita." (Attilio Bolzoni)

 

4 Settembre 1990 Calanna (RC). Ucciso Angelo Versaci, vigile urbano di 43 anni.
E' la sera del 4 settembre 1990 e Angelo Versaci, quarantatre anni, vigile urbano di Calanna, un piccolo comune aspromontano, a due passi dalla città di Reggio Calabria, dopo avere passato il pomeriggio con la moglie Annamaria Catalano, dipendente dell'ufficio postale, torna in paese. Ha voglia di spensieratezza, va al bar dove ci sono gli amici. Gioca al biliardo, poi ne approfitta per una partita a carte come spesso si fa nei paesi. All'ora di cena torna verso casa. suona il citofono, Annamaria gli risponde, va ad aprire. Proprio in quel momento un killer si avvicina e gli spara contro tre colpi di fucile: uno fa a segno sulla spalla, gli altri due lo centrano alla testa. (fonte: "Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta" di D. Chirico e A. Magro)

 

4 Settembre 2006 Napoli. Ucciso Salvatore Buglione, dipendente comunale, perché si era ribellato ad una rapina nell''edicola della moglie.
Salvatore Buglione, 51 anni, soprannominato Sasà, è la vittima dell´ennesima ferocia dei predatori di Napoli. Lo hanno ucciso per sfregio, per punire la sua ribellione. Buglione lavorava come dipendente comunale, ma sua moglie, Antonella Ferrigno, era ed è titolare di un´edicola che da generazioni apre su quell´angolo della zona collinare. Sasà ogni sera arrivava, dopo il proprio orario di ufficio, nella rivendita dell´Arenella per aiutare la moglie a chiudere bottega e per difenderla da eventuali aggressori prima di raggiungere la loro casa sul litorale domizio.
n quattro lo aggrediscono e l´accoltellano tra i giornali Aveva addosso mille euro. Perciò non voleva darla vinta ai suoi rapinatori. Ha gridato «Andatevene», ha cercato di difendersi. Ma loro erano in quattro, forse cocainomani. E lo hanno ucciso con una sola coltellata. Un colpo secco. Al petto.
Così si è accasciato nel suo sangue un uomo inerme, alle 20.30 del 4 settembre 2006, in via Pietro Castellino, buio pesto ma passaggio frequente di auto e passanti. (Fondazione Pol.i.s.)


5 Settembre 2010 Pollica (SA). Ucciso Angelo Vassallo, il "Sindaco pescatore". "Un sindaco che ha lottato per una politica migliore, l'esempio che un Sud migliore può esistere".
Un agguato in pieno stile camorristico, una raffica di colpi di pistola mentre rientrava a casa. È stato ucciso così Angelo Vassallo, 57 anni, sindaco di Pollica, comune del Cilento. È avvenuto nella tarda serata del 5 settembre 2010.
Secondo le indagini condotte dal pm Alfredo Greco, l'auto di Vassallo è stata bloccata da un'altra vettura che procedeva in direzione inversa e in senso vietato. Forse in due si sono avvicinati al finestrino e hanno sparato con una pistola calibro 9, colpendo il cuore, la testa e la gola del sindaco, seduto al posto di guida. A scoprire il corpo è stato il fratello del sindaco che, avvertito dalla cognata, preoccupata per il mancato ritorno a casa del marito, è andato a cercarlo.
Vassallo era soprannominato "il sindaco pescatore" per la sua attività imprenditoriale nel settore ittico che gestita insieme al fratello. Le battaglie per la legalità e il rispetto dell'ambiente, su cui aveva investito come amministratore pubblico, avevano fruttato alla località costiera cilentana riconoscimenti come le "bandiere blu" e un rilancio turistico.
Le indagini sull'omicidio di Vassallo continuano senza escludere nessuna pista: dagli intrecci tra mafie ed attività affaristiche che interesserebbero il territorio cilentano, all'ambiente dello spaccio di droga che ha visto Vassallo combattere in prima linea per evitare che il suo territorio diventasse terra di spaccio, alla denuncia fatta dal sindaco circa "strade fantasma" , appalti pagati e lavori mai eseguiti .
Dalla morte di Vassallo numerose iniziative in sua memoria si sono succedute in tutta Italia. Il fratello del sindaco, Dario, ha raccolto l'eredità politica e culturale lasciata da Angelo attraverso la fondazione "Angelo Vassallo sindaco pescatore". Nel 2012 viene dedicata alla memoria del sindaco una piazza nella cittadina di Pistoia e viene siglato un gemellaggio tra le città di Pollica e Bologna. Il 25 aprile 2012 per ricordare il suo sindaco la cittadina di Pollica rimane al buio per una notte per chiedere a gran voce che venga fatta luce sull'assassinio di Angelo Vassallo. Nell'agosto 2013 la strada che congiunge Pollica con San Mauro del Cilento è stata intitolata ad Angelo Vassallo. Intanto dal sito della fondazione, Dario Vassallo ha annunciato che prossimamente Solaris Media e Rai Fiction realizzeranno un film su Angelo Vassallo.



6 Settembre 2006 Mondragone (CE). Ucciso Michele Landa, metronotte, e il suo corpo dato alle fiamme, mentre era in servizio presso un ripetitore di Pescopagano.
Mancavano solo un paio di mesi e Michele sarebbe andato in pensione, dopo una vita di lavoro. Invece trova la morte all'età di 62 anni, davanti a un ripetitore della Vodafone. I clan hanno scoperto che le apparecchiature del ripetitore possono essere una merce per cui si è disposti a pagare decine di migliaia di euro, in contanti, da parte degli stessi proprietari. Il cavallo di ritorno: "Vuoi l'attrezzatura indietro?Paga". Probabilmente Michele Landa non ha ceduto ai giovani del clan, in cerca di denaro facile, i quali non avranno accettato che un paesano di Mondragone li ostacolasse, e così, dopo una vita di lavoro, Michele viene ucciso barbaramente.
Scompare il 6 settembre e il suo corpo carbonizzato viene ritorvato dopo una settimana nella sua Fiat 600.
Nel giugno 2005, un anno prima, anche un suo collega, Nicola Sammarco, viene ucciso da sicari senza scrupoli che gli sparano alle spalle un solo colpo nel territorio di Casapesenna, dove lavorava presso l'impianto allora Omnitel.
Michele Landa e Nicola Sammarco lavoravano per la stessa cooperativa "Lavoro e Giustizia", entrambi facevano servizio di guardia presso l'antenna prima Omnitel e poi diventata Vodafone. (Fondazione Pol.i.s.)

 

6 Settembre 2008 Pozzuoli (NA). Ucciso Giuseppe Minopoli, 38 anni guardia giurata, da dei rapinatori.
Una guardia giurata di 37 anni, Giuseppe Minopoli, che si trovava all'interno di una pizzeria a Pozzuoli, nel Napoletano, è stata uccisa nel corso di un tentativo di rapina. I due rapinatori, uno dei quali armato, con il volto coperto da un casco, sono entrati nella pizzeria 'Il Regno dei Sapori' in via Allodi, 70, nella frazione Monteruscello di Pozzuoli. Nel locale si trovavano il proprietario, un uomo di 41 anni incensurato, e una guardia giurata, Giuseppe Minopoli, del luogo, che - secondo la ricostruzione dei carabinieri - stava mangiando una pizza seduto ad un tavolo vicino all'ingresso. Accortosi del tentativo di rapina, ha estratto la sua pistola, ma è stato affrontato da uno dei rapinatori che gli ha esploso contro due colpi che hanno raggiunto l'uomo al torace uccidendolo.

 

7 Settembre 1945 Montelepre (PA). Resta uccisa Angela Talluto, bambina di 1 anno, in un raid del bandito Salvatore Giuliano.
La sera del 7 settembre 1945, sempre a Montelepre, attentò alla vita del militante socialista Giovanni Spiga, semplicemente per «antagonismo politico, perché, mentre egli era separatista, lo Spiga era un fervente socialista ed esplicava attività politica nel suo partito».
La barbara aggressione contro il militante socialista fu eseguita davanti all’uscio della sua abitazione, mentre si intratteneva con alcuni parenti e vicini di casa. La presenza di persone estranee, tra le quali alcuni bambini, non fece cambiare idea al bandito che, incurante, a distanza di tre o quattro passi aprì il fuoco sui pacifici paesani. Giovanni Spiga venne ferito a una gamba, ma il bilancio dell’aggressione fu alquanto tragico. Rimase uccisa una bambina di un anno, Angela Talluto, mentre rimasero feriti, anche in modo grave, il fratellino di Angela,Francesco Talluto, di anni 4, Vincenzo Musso, di anni 11 e sua cognata Giovanna Candela, di anni 46.- (Tratto da "La strage della Portella della Ginestra")

 

7 Settembre 1990 Palermiti (CZ). Uccise Maria Marcella e Elisabetta Gagliardi, 9 anni, madre e figlia. Non avevano trovato chi cercavano.
Maria Marcella aveva 47 anni, venne uccisa insieme alla figlia Elisabetta Gagliardi di appena 9 ann a Palermiti (CZ) il 7 Settembre del 1990. 
Maria Marcella e Elisa erano rispettivamente moglie e figlia di Mario Gagliardi, un pluripregiudicato per rapina che da qualche tempo aveva lasciato la piazza milanese ed era tornato in Calabria dove si occupava di movimento-terra. (Liberanet.org)

 

8 Settembre 1959 Ciminna (PA). Ucciso in un agguato Clemente Bovi, Carabiniere scelto.
Il giovane carabiniere Clemente Bovi, spostato e padre di una bambina di pochi mesi, stava rientrando, in auto con un amico, alla caserma di appartenenza, la Stazione di Caltabellotta
"Improvvisamente il conducente frena bruscamente l’auto: al centro della carreggiata, sono apparsi alcuni massi che ostruiscono il passaggio, mentre, sul ciglio della strada, nota altre autovetture ferme. Un incidente, pensa, e rallenta. Ma appena il veicolo si ferma dal buio sbucano alcuni uomini armati che intimano ad entrambi di uscire dall’abitacolo e mettersi “faccia a terra”. Il militare finge dapprima di ubbidire, poi, impugnata la pistola, si lascia scivolare nella piccola scarpata che costeggia la strada. E da lì risponde al fuoco dei banditi presi alla sprovvista da quella inattesa manovra: sei colpi in direzione di quelle figure armate che si stagliano nello sfondo oscuro della notte. Si sente un grido, poi un altro: due rapinatori sono stati colpiti. Il carabiniere allora cerca con coraggiosa determinazione di riconquistare la strada per affrontare un terzo bandito. Ma da dietro si materializzano due uomini che aprono il fuoco colpendolo al fianco e alla schiena. L’uomo indietreggia poi cade riverso ai piedi della piccola scarpata, la faccia a contatto con la nuda terra, mentre dalle ferite il sangue sgorga copioso. “Sangue di eroe”, scriveranno tre anni dopo i giudici di Palermo. L’uomo che agonizza sul terreno di contrada “Case Moscato” alle porte di Corleone si chiama Clemente Bovi. È l’8 settembre dell’anno 1959." (dal libro "Un eroe semplice, in memoria del carabiniere Clemente Bovi")

 

8 Settembre 1999 Cerignola (FG). Ucciso Hiso Telaray, giovane albanese di 22 anni, per non aver ceduto al ricatto dei caporali.
Hiso Telaray era un giovane migrante albanese, aveva 22 anni. Fu ucciso l'8 settembre del 1999 a Cerignola (FG). Si ribellò al caporalato dei campi pugliesi, e fu per questo fu ucciso.

 

9 Settembre 1988 Gioia Tauro (RC). Ucciso Abed Manyami, marocchino di 30 anni, per "errore".
Abed Manyami era un cittadino marocchino, venditore ambulante a Gioia Tauro (RC). Viene ucciso per errore il 9 settembre 1988. Si trovava per caso nel luogo della sparatoria, un'officina per la demolizione di automobili, dove era andato per acquistare un motore per la sua auto, con cui voleva tornare nel proprio paese per far visita ai parenti.

 

9 Settembre 1990 Bovalino Sup. (RC). Muore dopo 13 ore di agonia Antonino Marino, 33 anni, brigadiere dei Carabinieri; ferita la moglie incinta ed il figlio di due anni.
Antonino Marino (San Lorenzo, 5 ottobre 1957 – Bovalino, 9 settembre 1990) è stato un carabiniere italiano, vittima della 'Ndrangheta.
Brigadiere dei Carabinieri, entrò nell'arma nel 1975, impegnandosi principalmente nel contrasto alla 'Ndrangheta. Prima del suo assassinio, aveva operato per anni come comandante della stazione dei carabinieri di Platì dove si impegnò tra l'altro per la soluzione del sequestro di Marco Fiora e contribuì a sventare il sequestro di Claudio Marzocco. Si ritiene infatti che fu grazie anche all'azione di contrasto del brigadiere che i sequestratori in quest'ultimo caso furono costretti a lasciare l'ostaggio incustodito, consentendogli di liberarsi e fuggire dalla prigionia nel febbraio del 1988.
Profondo conoscitore della Criminalità organizzata della Locride ai tempi dei sequestri di persona aveva svolto varie indagini sui traffici illeciti e sui sequestri di persona che in quegli anni rappresentavano una delle principali attività criminali della 'Ndrangheta contribuendo ad assicurare alla giustizia diversi boss 'ndranghetisti. Collaborò anche per la liberazione di Cesare Casella.
el 1988 Marino era stato trasferito a San Ferdinando di Rosarno in quanto aveva sposato una donna della Locride e il regolamento dell'Arma imponeva il cambio del luogo di servizio. In un periodo di ferie, in visita ai parenti della moglie a Bovalino superiore in occasione dei festeggiamenti in onore dell'Immacolata, la notte del 9 settembre 1990 si trovava seduto all'esterno del bar gestito dai suoceri intento a guardare lo spettacolo di fuochi d'artificio, quando gli si avvicinò un uomo armato di pistola che fece fuoco colpendolo al torace con sei colpi di pistola e ferendo al polpaccio in modo non grave la moglie incinta e al ginocchio il piccolo figlio Francesco.
Ripresa brevemente conoscenza, il militare morì in ospedale il pomeriggio dopo, malgrado gli sforzi dei sanitari.
L'episodio creò una ondata di sdegno e i funerali si svolsero in una atmosfera di tensione. I familiari rifiutarono la corona di fiori dell'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
Le indagini si indirizzarono subito alla sua attività di investigatore contro la 'Ndrangheta in particolare ai suoi anni trascorsi a Platì come sosteneva il sostituto procuratore Ezio Arcadi, ma per molti anni il delitto rimase irrisolto.
Anni prima dell'assassinio, il Brigadiere aveva già subito un attentato a Platì durante l'attività di servizio da parte di uomini rimasti non identificati che avevano esploso colpi d'arma da fuoco al suo indirizzo, fortunatamente allora ne uscì illeso; In un'altra occasione sempre a Platì vennero scritte sui muri frasi ingiuriose nei suoi confronti.
Il delitto rimase avvolto nel mistero per oltre 15 anni fino alle rivelazioni del pentito di mafia Antonino Cuzzola. Secondo le dichiarazioni circa i mandanti e il movente dell'omicidio, ad ordinare il delitto furono esponenti della famiglia dei Barbaro e Antonio Papalia, all'epoca di 56 anni. Insieme con Papalia vennero messi sotto accusa Giuseppe Barbaro, all'epoca di 63 anni, Francesco Barbaro di 84 anni e Giuseppe Barbaro di 55 anni, tutti di Platì; Invece per quanto riguarda il movente, secondo Cuzzola la decisione di uccidere l'appuntato era maturata per motivi di risentimento dovuti alla condotta rigorosa che questi adottava nello svolgimento della sua attività operativa nella cittadina aspromontana. Il pentito confermò le accuse in sede processuale, ma il GUP intervenuto in quanto il processo si svolse con il rito abbreviato, nel Febbraio 2011 pronunciò sentenza di assoluzione con formula piena per tutti gli imputati. In realtà già per Giuseppe Barbaro 55 anni, il pubblico ministero nella sua requisitoria aveva chiesto l'assoluzione. L'11 maggio 2012 la Corte d'assise d'appello confermò la sentenza di assoluzione in primo grado, lasciando ancora insoluto il delitto del brigadiere.
Ma il 16 giugno 2014 i giudici della Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria hanno condannato a 30 anni di reclusione Francesco Barbaro di 58 anni ritenuto l'esecutore materiale e Antonio Papalia, ormai di 75 anni, ritenuto il mandante dell’omicidio del brigadiere. Il processo venne riaperto dalla Corte di Cassazione in seguito a intercettazioni su di un pregiudicato, Agostino Catanzariti, indagato per reati relativi ad appalti in Lombardia. Catanzariti, ignaro di essere ascoltato, in una conversazione rivelò una serie di particolari del delitto, portando alla riapertura del dibattimento conclusosi con la condanna. (Wikipedia)

 

10 Settembre 1981 Palermo. Ucciso Vito Jevolella, Maresciallo dei Carabinieri.
Vito Ievolella, sottufficiale dei carabinieri, fu ucciso a Palermo in Piazza Principe di Camporeale il 10 settembre 1981 da sicari mafiosi. Si trovava nella sua auto, una Fiat 128, in cui aspettava insieme alla moglie la figlia Lucia, impegnata in una lezione di scuola-guida. Gli assassini lo affiancarono con un'altra vettura esplodendo numerosi colpi di fucile e pistola.
Era di stanza dal 1965 presso la Caserma Carini, in Piazza Giuseppe Verdi, dove lavorò a fianco del colonnello Giuseppe Russo, ucciso dalla mafia il 20 agosto del 1977.  I risultati ottenuti grazie alle sue tecniche investigative furono ricompensati da 7 encomi solenni e da 27 apprezzamenti del Comandante generale dell'Arma dei Carabinieri. La causa del suo omicidio è probabilmente legata ad una sua indagine del 1980 che si concluse con una relazione dal titolo "Savoca più quarantaquattro", che implicava fortemente la famiglia mafiosa Spataro, e che riguardava il contrabbando delle sigarette, già intrecciato al traffico degli stupefacenti. Nel processo per l'omicidio del maresciallo Ievolella, la I sezione presidiata da Corrado Carnevale ha annullato per ben tre volte la condanna dello stesso imputato

 

11 Settembre 1945 Ficarazzi (PA). Ucciso Agostino D'Alessandro, Segretario Camera del Lavoro. Si stava impegnando nella lotta contro la mafia dell' acqua.
L'11 settebre 1945 a Ficarazzi (PA)  viene ucciso Agostino D'Alessandro, guardiano di pozzi e segretario della camera del lavoro: aveva cominciato una lotta contro il controllo mafioso dell'acqua per l'irrigazione dei giardini. Era stato invitato a desistere ma aveva continuato la sua battaglia.

 

11 Settembre 1974 Seminara (RC). Ucciso Giuseppe Bruno, bambino di 18 mesi, mentre era sulle spalle del padre. Vittima innocente di una faida
L'11 Settembre 1974 a Seminara (RC) è stato ucciso Giuseppe Bruno, un bambino di 18 mesi, mentre era sulle spalle del padre. E' la vittima innocente di una faida iniziata il 17 settembre 1971 e che in tre anni fece 16 morti, tra cui anche il papà del bambino, che in quell'occasione fu solo ferito. Una faida nata per una frase di troppo e uno schiaffo di risposta.


12 Settembre 1988 Gela (CL). Resta uccisa Grazia Scimé, casalinga di 56 anni, mentre era a fare la spesa
Piazza Salandra, Gela (CL), sede del mercato rionale, il 12 Settembre 1988 è piena di gente. Due sicari in Vespa hanno un unico obiettivo, uccidere uno stiddaro. Sparano tra la folla e feriscono 4 casalinghe e il vero obiettivo.
Tra le vittime della sparatoria c'è Grazia Scimè, ha 56 anni, non è più tornata a casa.

 

12 Settembre 1997 Alcamo (TP) Gaspare Stellino, morto suicida perché solo contro il racket delle estorsioni.
Gaspare Stellino, 53 anni, titolare di una torrefazione nel centro di Alcamo (TP) si è suicidato il 12 settembre del 1997, per paura di dover confermare agli investigatori le accuse contro i boss che da anni lo taglieggiavano, che continuano a imporre il pizzo a decine e decine di commercianti, imprenditori, artigiani e chiunque svolga un'attività, compresi gli ambulanti, sperando così di "salvare" la sua famiglia dalle loro ritorsioni.

12 Settembre 2008 San Marcellino (CE). Uccisi Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi mentre stavano lavorando nel deposito di automezzi di proprietà del primo.
Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi furono uccisi il 12 settembre 2008 tra il territorio di San Marcellino e Trentola Ducenta con 20 colpi di pistola. Antonio Ciardullo, di 51 anni, ed Ernesto Fabozzi, di 43 anni, entrambi di San Marcellino, stavano riparando un furgone-frigo nel deposito di automezzi situato vicino al cimitero di San Marcellino, quando si sono avvicinati i sicari che hanno esploso venti colpi di pistola calibro 9×21 uccidendo Antonio ed Ernesto all'istante. Il 23 settembre 2010 la squadra mobile di Caserta  ha eseguito tre ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti esponenti della fazione dei casalesi. Le ordinanze sono state emesse dal Tribunale di Napoli su richiesa della DDA.
Ciardullo, imprenditore nel settore dei trasporti, fu assassinato – secondo le indagini della squadra mobile – per vendetta, per avere denunciato e fatto condannare con l'accusa di estorsione, 10 anni prima, un altro esponente del clan Giuseppe Guerra.
Fabozzi, dipendente di Ciardullo, fu ucciso, invece, perchè nel momento in cui i sicari entrarono in azione si trovava con il proprio datore di lavoro. Il duplice omicidio - hanno spiegato gli investigatori - è da inquadrare nell'ambito del tentativo di Giuseppe Setola e del suo gruppo di fuoco di imporre con omicidi ed attentati, tra la primavera del 2008 -  dopo l'evasione da una clinica del nord Italia -  e gli inizi del 2009, un clima di terrore nei territori controllati dall'organizzazione capeggiata da Francesco Bidognetti. (Fondazione Pol.i.s.)

 

13 settembre 1945 Corleone (PA). Ucciso Liborio Ansalone, comandante dei vigili urbani, padre di 6 figli. Il 20 dicembre 1926 Ansalone aveva guidato i militari del prefetto Cesare Mori per le vie del paese, indicando una per una le abitazioni dei mafiosi
Liborio Ansalone, 51 anni, padre di 6 figli, comandante dei vigili urbani di Corleone, fu ucciso la sera del 13 settembre 1945, mentre era diretto verso casa, colpito all’addome da tre proiettili.
Era una persona perbene, uno che si era sempre sforzato di fare il proprio dovere, e in molti, comprese le istituzioni, si chiesero chi l'avesse ucciso, ad appena 5 mesi e mezzo dall’assassinio di Calogero Comaianni. Liborio Ansalone non aveva avuto contrasti con alcuno, il delitto fu archiviato come "a carico di ignoti".
"Dalle «voci» che circolarono in paese, Ansalone aveva pagato un conto molto lontano nel tempo. Un conto antico, datato 20 dicembre 1926, il giorno della famosa «retata» del prefetto Mori a Corleone. Fu alle prime luci dell’alba di quel giorno che l’allora giovane comandante dei vigili urbani aveva guidato i militari di Cesare Mori per le vie del paese, indicando una per una le abitazioni dei mafiosi d’arrestare. «Era arduo spiegare che il comandante difficilmente avrebbe potuto sottrarsi all’ordine del superprefetto senza finire per primo in gattabuia o al confino»,ma sembra che «qualcuno era convinto che ci avesse goduto». Sarà stato questo «qualcuno», in quei convulsi mesi del secondo dopoguerra, a rivolgersi a don Michele Navarra, fresco capomafia del paese, per avere l’autorizzazione a saldare quel vecchio conto. Don Michele, evidentemente, non si fece pregare e diede il «via libera» per togliere di mezzo «uno sbirro», che si era permesso di «aiutare» Cesare Mori, mettendosi contro i «fratuzzi» di Corleone." (Fonte: cittanuove-corleone.it)

 

13 Settembre 1977 Bruzzano Zeffirio (RC). Ucciso Giulio Cotroneo, commerciante di 45 anni. Si era "impicciato" in un caso di rapimento.
Giulio Cotroneo, 45 anni, commerciante di Bruzzano Zeffirio (RC), fu ucciso a colpi di lupara il 13 Settembre del 1977.
Era amico della famiglia di Mariangela Passiatore, moglie di un imprenditore di Cinisello Balsamo, che era stata rapita mentre trascorreva le vacanze con il marito a Brancaleone.  Giulio Cotroneo voleva dare una mano nelle ricerche e nella mediazione coi rapitori. Forse aveva riconosciuto gli uomini della banda, forse aveva fatto troppe domande in giro. Così alle minacce fece seguito l'attentato.

 

13 Settembre 1978 Ottaviano (NA) Ucciso Pasquale Cappuccio, avvocato e consigliere comunale.
Il 13 settembre 1978, Pasquale Cappuccio, Consigliere socialista a Ottaviano viene ucciso.
Il Consigliere denuncia più volte la collusione della malavita con la politica in riferimento ad appalti e speculazioni edilizie volute da Cutolo e appoggiate dall'ex sindaco di Ottaviano, ex assessore provinciale, ex socialdemocratico tra i più votati in Italia, prima di essere stato espulso dallo stesso, Salvatore La Marca.
Il 13 settembre, il feroce agguato: Cappuccio è crivellato di colpi da un commando di killer mentre tornava a casa.
Muore sul colpo, mentre la moglie, che è in macchina con lui, se la cava con qualche graffio.In quell'occasione Francesco De Martino rimise la toga per assicurargli giustizia e sostenere gli interessi della famiglia al fine di difendere la sua memoria.
La Marca è accusato di esserne il mandante, ma inquisito durante il maxi-blitz anticamorra dell' 83, si rende latitante.
I giudici lo assolsero poi con formula piena. (Fondazione Pol.i.s.)

 

14 Settembre 1945 Favara (Ag). Uccisi Calogero Cicero e Fedele De Francisca, Carabinieri, da dei banditi che volevano rapinare una fattoria.
Calogero Cicero e Fedele De Francisca, Carabinieri, furono uccisi a Favara (AG) il 14 settembre del 1945, in uno scontro a fuoco con dei banditi che volevano rapinare una fattoria.
"Bande di ladri e assassini, armati di lupare e pistole, seminavano il terrore nelle campagne e nei paesi dell'Agrigentino. La notte del 14 settembre 1945 un gruppo di banditi di Palma di Montechiaro prese di mira la fattoria dei fratelli Buggera di Favara, per rubargli i proventi della vendita dell'uva. I banditi si appartarono in una zona soprastante la fattoria, senza sapere che da qualche tempo era sorvegliata da un nucleo di carabinieri.
Un bandito fu messo di guardia sulla sommità della collina, l'appuntato Cicero e il carabiniere De Francisca lo sorpresero appostato dietro a una grossa pietra: si aprì un conflitto a fuoco. Arrivò il resto della banda che cominciò a sparare all'impazzata: Cicero fu colpito al fianco e alla coscia sinistra; De Francisca, seppur ferito, affrontò i banditi, ma venne ucciso da due colpi di fucile. Le indagini si rivelarono inutili, tutti i fermati furono rilasciati perché gli inquirenti non trovarono prove a loro carico." (comunicalo.it)

 

14 Settembre 1982 Napoli. Ucciso Antimo Graziano, Brigadiere in servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale
Antimo Graziano, Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia era in servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale.
Il 14 settembre 1982 rientrando dal servizio appena prestato, all'interno della propria autovettura, nei pressi dell'abitazione, cadde vittima di numerosi colpi d'arma da fuoco. Nel corso delle successive indagini è emerso il chiaro stampo camorristico dell’omicidio.
"Antimo Graziano era nato a Bellona, in provincia di Caserta, il 4 giugno del 1937. Era sposato con Maria Rosaria Marano, di trentanove anni e aveva due figlie, Concetta, di sei anni e Rosanna di due. Si era arruolato venticinque anni prima nel corpo delle guardie di custodia. Da sei era in servizio all'ufficio matricola di Poggioreale. Ma era troppo pericoloso. Aveva deciso di dedicarsi alla famiglia e uscirsene da quell'inferno di Poggioreale. Non gliene hanno dato il tempo." (Al di là della notte. Storie di vittime innocenti della criminalità, di Raffaele Sardo)

 

14 Settembre 1988 Trapani. Ucciso Alberto Giacomelli, magistrato in pensione. Aveva fatto sequestrare la casa del fratello di Totò Riina.
Alberto Giacomelli magistrato in pensione, fu ucciso il 14 Settembre 1988 a Locogrande (TP). Il suo cadavere fu ritrovato dietro la sua autovettura. Presentava un colpo di arma da fuoco alla testa ed un altro all’addome. Le indagini evidenziavano che il delitto era stato organizzato e compiuto da componenti della criminalità organizzata locale.
La sua firma apposta sul decreto di sequestro dei beni di Gaetano Riina, fratello di Totò, fu il pretesto che serviva al boss di Corleone per giustificarne la morte, con la quale “U curtu” avrebbe raggiunto il duplice scopo della vendetta personale e della minaccia esplicita a tutti coloro che si stavano mettendo contro la mafia.
"Il delitto è di quelli che fanno parte di una strategia. «Strategia di morte», firmata dalla mafia. È il primo di due assassini che nel giro di 12 giorni, nel settembre del 1988, scuoteranno Trapani, ma senza causare (si potrà capire da ciò che è accaduto negli anni che seguirono, fino ai nostri giorni) tanti sconvolgimenti, al solito l’emozione ha sempre presto ha lasciato spazio alla quotidianità e alla disattenzione rispetto all’evolversi della cosa mafiosa che in quegli anni proprio cambiava pelle e diventava impresa, entrando anche nelle stanze della politica, delle istituzioni e degli uffici pubblici." (Rino Giacalone)

 

14 Settembre 1990 Foggia. Ucciso Nicola Ciuffreda, imprenditore edile di 53 anni. Vittima del racket.
Nicola Ciuffreda, imprenditore edile di 53 anni fu ucciso a Foggia il 14 settembre del 1990. Una punizione esemplare per essersi rifiutato di pagare il racket delle estorsioni. Il primo ucciso dopo quattro imprenditori che negli ultimi mesi erano stati "avvertiti" con gambizzazioni ed ordigni nei negozi, programmati per esplodere durante l'orario di chiusura.
"Dietro l'escalation di violenza (questo è il quarto omicidio in meno di un mese) c'è senz'altro la saldatura fra malavita locale e criminalità di zone limitrofe, quel miscuglio esplosivo che ha fatto definire la Puglia una «regione ragionevolmente a rischio» dall'alto commissario Sica." (La Stampa del 15 Settembre 1990).

 

14 Settembre 1990 Napoli. Ucciso Paolo Longobardi, bambino di 8 anni.
Paolo Longobardi aveva solo otto anni e l'unica sua colpa era di essere figlio di un uomo affiliato ad un clan camorristico contrapposto ad un altro. Una lotta cruenta di cui il piccolo Paolo è la cinquasettesima vittima in meno di due anni .
E' accaduto a Napoli il 14 settembre del 1990.

 

14 Settembre 2000 NAPOLI. Muore Raffaele Iorio, autista di 63 anni, nel vano tentativo di difendere l'auto del suo datore di lavoro.
Raffaele Iorio, autista in pensione, nella serata del 13 settembre 2000, subisce il furto della Jaguar che un amico imprenditore gli aveva affidato. Raffaele aveva infatti scelto di continuare a lavorare facendo saltuariamente piccoli trasporti. I fatti avvengono nella periferia orientale di Napoli, in via Gianturco. Quella sera Raffaele venne attratto con l'inganno fuori dall'auto attraverso un tamponamento appositamente organizzato. Al posto di guida della Jaguar si è inserito a quel punto uno dei malviventi e Raffaele, nel tentativo di difendere qualcosa che neanche gli apparteneva, si è aggrappato con forza alla portiera. L'uomo è stato trascinato per almeno 700 metri sull'asfalto e alla fine scaraventato contro un palo della luce. Raffaele è morto dopo ore di agonia il giorno successivo in ospedale. Immacolata Iorio racconta così suo padre: "Era un uomo che amava la vita e la sua famiglia. Mio padre non sopportava i disonesti, gli era già capitato di subire aggressioni e in tutte le occasioni aveva reagito. Noi gli dicevano sempre di stare attento, ma non poteva sopportare i soprusi". Salvatore Romano e Massimo Incarnato, due dei tre componenti del gruppo di rapinatori, vennero arrestati pochi giorni dopo l 'omicidio di Raffaele. (Fondazione Pol.i.s.)

 

15 Settembre 1993 Palermo. Assassinato Padre Pino Puglisi a causa del suo costante impegno evangelico e sociale.
Don Giuseppe Puglisi, meglio conosciuto come padre Pino Puglisi (Palermo, 15 settembre 1937 – Palermo, 15 settembre 1993), è stato un presbitero italiano, ucciso da Cosa nostra il giorno del suo 56º compleanno a motivo del suo costante impegno evangelico e sociale.
La sua lotta alla mafia inizia il 29 settembre 1990 quando venne nominato parroco a San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalità organizzata attraverso i fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella.
Egli non tentò di portare sulla giusta via coloro che erano già entrati nel vortice della mafia, ma cercò di non farvi entrare i bambini che vivevano per strada e che consideravano i mafiosi degli idoli, persone che si facevano rispettare. Egli infatti, attraverso attività e giochi, fece capire loro che si può ottenere rispetto dagli altri anche senza essere criminali, semplicemente per le proprie idee e i propri valori. Si rivolse spesso ai mafiosi durante le sue omelie, a volte anche sul sagrato della chiesa.
Don Puglisi tolse dalla strada ragazzi e bambini che, senza il suo aiuto, sarebbero stati risucchiati dalla vita mafiosa, e impiegati per piccole rapine e spaccio. Il fatto che lui togliesse giovani alla mafia fu la principale causa dell'ostilità dei boss, che lo consideravano un ostacolo. Decisero così di ucciderlo, dopo una lunga serie di minacce di morte di cui don Pino non parlò mai con nessuno.
Il 25 maggio 2013, sul prato del Foro Italico di Palermo, davanti ad una folla di circa centomila fedeli, è stato proclamato beato. La celebrazione è stata presieduta dall'arcivescovo di Palermo, cardinale Paolo Romeo, mentre a leggere la lettera apostolica, con cui si compie il rito della beatificazione, è stato il cardinale Salvatore De Giorgi, delegato da papa Francesco. (Wikipedia)
È il primo ecclesiastico riconosciuto martire della Chiesa ucciso dalla mafia.

 

16 Settembre 1970 Palermo. Scompare Mauro De Mauro, giornalista de "L'Ora"
Mauro De Mauro è stato un giornalista italiano, venne rapito la sera del 16 settembre del 1970, mentre rientrava nella sua abitazione di Palermo. Fu visto l'ultima volta dalla figlia Franca mentre posteggiava la macchina davanti la sua abitazione di via delle Magnolie. La figlia, nell'attesa che il padre raccogliesse le sue vettovaglie dal sedile della macchina, entrò nell'androne per chiamare l'ascensore, vedendo però che il padre non la raggiungeva uscì nuovamente dal portone e vide suo padre, circondato da due o tre persone, risalire in macchina e ripartire senza voltarsi per salutarla. Ella riuscì a cogliere soltanto la parola «amunì» detta da qualcuno a suo padre poco prima di mettere in moto e ripartire senza lasciare traccia.
La sera successiva l'auto venne ritrovata a qualche chilometro di distanza in via Pietro D'Asaro, con a bordo piccole vettovaglie che il giornalista aveva acquistato rincasando. L'auto fu ispezionata con cura, il cofano fu aperto dagli artificieri, ma non furono reperiti elementi utili al rintraccio. Furono allestiti posti di blocco e si disposero minuziose ricerche, ma dello scomparso non si seppe più nulla.
Il suo corpo non è mai stato ritrovato.

 

16 Settembre 1994 Filadelfia (VV). Scompare Francesco Aloi, 22enne. Vittima di lupara bianca. Di lui ritrovano un piede in una scarpa da tennis, arenato su una spiaggia.
Francesco Aloi è scomparso il 16 settembre 1994. Ha ventidue anni, è originario di Pizzo ma vive a Filadelfia. Quel pomeriggio dice di dover incontrare degli amici di un paese vicino, esce di casa e non ritorna più. La sua Audi viene ritrovata qualche giorno dopo vicino alla stazione di Lamezia, ma nessuno crede a un suo allontanamento volontario.
Non si hanno notizie del ragazzo fino al febbraio del '95, quando sulla spiaggia di Calamaio, a Pizzo, un pescatore fa una macabra scoperta: sulla riva c'è un piede in decomposizione, avvolto da una scarpa da tennis. Il giorno della scomparsa, Francesco indossava scarpe simili, stessa marca e stesso modello. Le analisi del DNA confermano le supposizioni: il ragazzo è stato ucciso e gettato nel Tirreno e, a distanza di mesi. la corrente ha restituito il suo arto, staccatosi dal corpo per l'azione dell'acqua del mare, che ha corroso carne, ossa e tendini.
Una verità che la famiglia non ha mai accettato, rifiutandosi di seppellire quei resti. Vogliono sapere cosa è accaduto, vogliono riavere Francesco "vivo o morto" e tengono alta la tensione. [...]
La vicenda si chiude con un nulla di fatto. L'unica cosa che resta è una tomba sulla quale nessuno lascia dei fiori. La verità e la giustizia sono state inghiottite, forse per sempre, dal tringolo della lupara bianca. (Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D.Chirico e A.Magro)

 

17 Settembre 1987 Placanica (RC). Assassinato Ilario Cosimo Marziano, carabiniere presso la stazione di Cutro (KR), mentre era in licenza.
Un colpo di pistola alla testa. Viene ammazzato così a Placanica, suo paese d'origine, il carabiniere Ilario Cosimo Marziano, trentaseienne, in servizio alla stazione di Cutro, in provincia di Crotone.
E' giovedì 17 settembre 1987. E' in licenza da tre giorni e ha deciso di tornare in paese per salutare i parenti e vedere gli amici. Con lui ci sono la moglie e i figli di sei e dodici anni. Il suo corpo viene trovato dentro al casolare che la sua famiglia usa per la vendemmia. E infatti Marziano è andato per sistemare le ultime cose prima di avviare la raccolta dell'uva. E' stato ucciso con un solo colpo di arma da fuoco. In macchina, la sua Ritrmo, gli investigatori hanno trovato la pistola di ordinanza chiusa in un involucro e il fucile da caccia. (Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D. Chirico e A. Magro)

 

18 Settembre 1994 Taranto. Ucciso Carmelo Magli, Agente del Corpo di Polizia Penitenziaria.
"Carmelo Magli è un ragazzo di appena 24 anni quando, la tragica notte del 18 novembre 1994, viene trucidato da un commando di killer che, a distanza ravvicinata, gli esplodono numerosi colpi di mitraglietta, ponendo così fine alla sua giovane vita. Il caso di Carmelo è quello di una vita che, d’improvviso, giunge ad un bivio, cambia strada, dirigendosi verso una morte inaspettata.
Inaspettata perché in quel posto, a quell’ora, avrebbe potuto esserci anche un’altra persona. Gli assassini infatti non avevano scelto nome e cognome della loro vittima, aspettavano semplicemente il primo agente di Polizia Penitenziaria che sarebbe uscito dall’istituto al termine del servizio, alle ore 24.00.
La brutalità di questa esecuzione lasciò tutti con una immensa percezione di insicurezza e paura, quando si muore con modalità e moventi come quelli scelti dai killer di Carmelo, non si può dare alcuna logica motivazione ad una simile tragedia.
La sensazione di una vita normale, interrotta per un “capriccio” di una banda criminale ci lascia attoniti, tristi, smarriti. Capiamo allora quanto a volte sia sottile la parete che divide la vita dalla morte, da un lato la famiglia, gli affetti e l’amore, i figli, il lavoro, gli amici, i problemi di tutti i giorni, i progetti futuri, la speranza e la voglia di migliorarsi. Dall’altra il buio, infinito, il silenzio, la fine. Tutto questo avvenuto non per tua scelta, ma per una spietata imposizione altrui.
Imprevedibile, perché Carmelo nel suo lavoro si era sempre comportato con estrema correttezza e professionalità, tale che nulla potesse far presagire quel macabro epilogo.
Anche gli inquirenti, in base alle testimonianze raccolte durante l’istruttoria, non avevano ravvisato indizi per cui la vita di Carmelo potesse essere stata mai ritenuta in pericolo. Tanto è vero che non svolgeva servizi particolari all’interno dell’istituto tali da esporsi a rischi. Non erano stati mai registrati episodi critici che lo avessero coinvolto nel rapporto con i detenuti, nè aveva mai ricevuto strani segnali o era stato fatto oggetto di minacce capaci di far presagire simili eventi.
La morte di Carmelo si identifica quindi nell’atto di forza di un gruppo malavitoso, che sceglie la “morte” come monito, che si pone il fine di “ammorbidire”gli atteggiamenti degli Agenti nei confronti di alcuni detenuti dell’istituto di Taranto.
L’istituto di Taranto infatti, ospita molti detenuti appartenenti ad “importanti“ cosche mafiose pugliesi e calabresi" (Le due città)

 

18 Settembre 2008 Castel Volturno (CE). Strage di San Gennaro. Morirono 6 giovani ghanesi: Ibrahim Muslim "Alhaji", Karim Yakubu "Awanga", Julius Francis Kuame Antwi, Sonny Abu Justice , Eric Affun Yeboa, Wiafe Kwadwo Owusu.
Strage di San Gennaro (Castel Volturno)"A Castelvolturno (CE), il 18 settembre 2008, 7 killer della camorra uccisero con 120 proiettili sei persone di colore: Cristopher Adams, Kwame Antwi Julius Francis, Eric Affum Yeboah, Alex Geemes, El Hadji Ababa, Samuel Kwaku. Viene ferito Joseph Ayimbora.
La strage degli immigrati pare sia stata causata nell'ambito del mercato della droga. A quanto risultato dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti è emerso che gente della comunità volesse costituire un clan a sé stante per la gestione dello spaccio, come dimostrato da tentati omicidi e missioni punitive avvenute tempo addietro contro gli immigrati a conferma di questa tesi.
I tre principali responsabili della strage sono stati inchiodati da foto segnaletiche dei carabinieri mostrate al ghanese Joseph Ayimbora durante il ricovero in ospedale. Grazie alla testimonianza dell'unico sopravvissuto, è emerso che i sicari indossavano divise della polizia.
Il 25 marzo 2011 la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere ha emesso quattro ergastoli per Giuseppe Setola, Davide Granato, Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e una condanna a 30 anni per Antonio Alluce, riconoscendo come aggravanti quelle dell'odio razziale e della finalità terroristica" (Fondazione Pol.i.s.)


19 Settembre 1959 Palermo. Uccisa Giuseppina Savoca, 12 anni, mentre giocava per strada.
Giuseppina Savoca aveva 12 anni. Morì colpita da un proiettile vagante nel corso di una sparatoria, avvenuta la sera del 19 settembre ’59 in via Messina Marine a Palermo, nella quale rimase ucciso un pregiudicato.
Giuseppina non morì immediatamente, fu trasportata in ospedale e si spense per complicazioni polmonari tre giorni dopo il ricovero.



Bivona (AG) 30 Maggio 1994 Ucciso Ignazio Panepinto, titolare di un impianto di calcestruzzo. 19 Settembre 1994 Uccisi Calogero Panepinto, fratello di Ignazio, e Francesco Maniscalco, operaio di 42 anni, presente all'agguato.
Calogero Panepinto, 54 anni, titolare di un impianto di calcestruzzo, fu ucciso a Bivona (AG) il 19 settembre 1994 insieme al dipendente Francesco Maniscalco, 42 anni. Il 30 Maggio 1994 Uccisero Ignazio, il fratello di Calogero.
"Le indagini sostennero l'ipotesi che Calogero Panepinto era stato ucciso perché aveva fatto lo "sgarro" di riaprire la cava, di essersi rimesso a fare affari e questo disturbava gli affari degli appalti pubblici, monopolio delle cosche. Quali affari? Forse quelli della canalizzazione della diga Castello o qualche altro grosso appalto che si stava realizzando in quella zona montana. Francesco Maniscalco, invece, morì perché aveva visto troppo e la mafia non lascia mai testimoni" (Senza Storia, di Alfonso Bugea e Elio di Bella).


19 Settembre 1994 Carovigno (BR). Ucciso Leonardo Santoro, era il fratello di un collaboratore di giustizia
Leonardo Santoro, era il fratello di un collaboratore di giustizia. Fu ucciso il 19 Settembre 1994 a Carovigno (BR).


20 Settembre 1988 Baia Domizia (CE). Ucciso Giuseppe Mascolo, farmacista di 61 anni. Si era rifiutato di scendere a patti con la camorra.
Giuseppe Mascolo, titolare di una nota farmacia a Cellole, un piccolo comune vicino a Sessa Aurunca, dove aveva ricoperto vari incarichi politici comunali, viene ammazzato nel 1988 a Baia Domizia, nei pressi della sua abitazione.
Sul delitto si susseguono parecchie ipotesi mai confermate. Il caso inizialmente viene archiviato.
Il pentito Mancaniello, esponente del clan "Muzzoni", ascoltato dal procuratore che allora seguiva la diatriba tra casalesi e i clan antagonisti della zona, il dott. Raffale Cantone, riceve una rivelazione da un esponente del clan dei casalesi di Baia Domizia. Questi gli aveva confidato che l'omicidio Mascolo era stato un errore. Beneduce, che all'epoca era ancora alleato dei "Muzzoni", pretendeva qualcosa dal farmacista ma lui si era rifiutato, cosicché il boss aveva mandato alcuni suoi uomini per intimorire la vittima, ma forse a causa di una reazione del farmacista era partito un colpo di pistola che l'aveva ammazzato.
Il pentito fece anche il nome di alcuni esecutori materiali, come Toraldo detto "il Guercio" e un tale Lucio.
Queste dichiarazioni, sebbene stringate, furono sufficienti per far riaprire il caso. Fondamentale fu altresì la collaborazione della moglie di Toraldo che confermò tutte le sue dichiarazioni precedenti, comprese quelle che facevano riferimento al delitto Mascolo, ucciso nel 1988 dallo stesso Toraldo, uomo di fiducia di Beneduce.
Silvana racconta che i rapporti tra il suo compagno e Beneduce andavano peggiorando al punto tale che il clan riteneva Toraldo inaffidabile e per questo motivo, secondo la moglie Silvana, lo fecero sparire.
Durante il processo fondamentale fu la testimonianza del figlio del farmacista, Luigi Mascolo, per la ricostruzione della dinamica del fatto.
"Come ogni sera avevo chiuso la farmacia, per poi rincasare. Ciascuno di noi rientrava con la propria macchina. Io ero tornato a casa pochi minuti dopo mio padre quando mi sono imbattuto in un'auto che si allontanava a tutta velocità. Credendo fossero ladri, li ho inseguiti, per prendere il numero di targa, ma tornato a casa, ho trovato mio padre riverso sui sedili anteriori della macchina privo di vita. Mia madre che si trovava in casa aveva sentito prima un urto e poi uno sparo".
Il processo si è concluso con la condanna a 21 anni per uno dei due esecutori, nessuna condanna per Toraldo e Beneduce, perché già morti.
La sentenza di primo grado, che ha visto la famiglia di Mascolo costituirsi parte civile, è stata poi confermata in Appello e in Cassazione. (fondazionepolis.regione.campania.it)

 

20 Settembre 2009 Crotone. Domenico Gabriele, Dodò, bambino di 11 anni, muore in ospedale a Catanzaro dopo tre mesi di agonia.
Domenico Gabriele, aveva undici anni, fu vittima inconsapevole di una mano vigliacca e assassina che il 25 giugno del 2009 sparò su un campo di calcio nella località Gabella (Crotone). Il 20 settembre è il giorno in cui il cuore di Dodò smise di battere per sempre. Il sicario sparò all'impazzata sul campetto di calcio, mirava a Gabriele Marrazzo, un emergente della mala locale, che inseguiva la stessa palla. Oltre al morto, dieci feriti, compreso Domenico.
"Di quella terribile giornata il padre racconta alla giornalista Conchita Sannino di Repubblica: "Io mi alternavo in campo con Domenico, era a dieta e con questa scusa voleva giocare ancora di più, perdere peso. Così, ogni dieci minuti io me ne andavo a bordo campo e facevo segno a lui di entrare. È stato in uno di quei minuti che l'ho visto cadere. All'inizio non ho fatto caso a quei colpi, sembravano dei mortaretti. Invece, dopo un secondo, Domenico si è accasciato. L'ho preso in braccio, ho gridato con tutto il fiato che avevo, lui mi guardava ma già cominciava a non essere più presente". Poi comincia il calvario: ricoverato a Crotone, poi a Catanzaro, operato al fegato e al cervello. Dice sua madre: "Ogni giorno sono stata in ospedale a stringergli la mano. Dicono che non poteva parlare e muoversi, ma lui reagiva. Mi dava la mano e vedevo scorrere le lacrime. Gliele potevo asciugare"." (Da il programma "chi l'ha visto")

 

20 Settembre 2010 Napoli. Assassinata Teresa Buonocore, aveva fatto arrestare l'uomo che aveva abusato di sua figlia.
Teresa Buonocore fu assassinata, con quattro colpi di pistola, la mattina del 20 settembre 2010, in via Ponte dei Francesi a Napoli.
La donna si era costituita parte civile nel processo contro Enrico Perillo, 53 anni di Portici (Na), condannato a 15 anni di reclusione (attualmente è detenuto a Modena) nel giudizio di primo grado, per violenza sessuale ai danni di tre minorenni. Fra le vittime, anche una delle figlie della donna.
Ad armare la mano dei sicari la sete di vendetta contro la donna, la mamma, che aveva scelto di chiedere giustizia.
L'ordine di uccidere Teresa arrivo' dal carcere, dove Perillo si trovava per la vicenda degli abusi. Al geometra vengono contestati anche altri tre reati: l'incendio appiccato allo studio dell'avvocato Maurizio Capozzo, quello all'abitazione di un vicino e quello all'abitazione della stessa Teresa Buonocore; Perillo ne e' considerato il mandante, mentre autore degli incendi fu, per sua stessa ammissione, Alberto Amendola. Dalle indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Melillo e dal sostituto Danilo De Simone, e' inoltre emerso che Perillo stava cercando di ottenere la ritrattazione in appello delle dichiarazioni accusatorie rese dalle bimbe vittime delle violenze o comunque di minarne l'attendibilita'; non e' escluso che nel prosieguo delle indagini emergano elementi a carico di altre persone.
Il 21 luglio 2011 al Tribunale di Napoli si è tenuta l'udienza preliminare del processo relativo all'omicidio di Teresa. Per l'omicidio è stato rinviato a giudizio Enrico Perillo, per l'accusa mandante del delitto. Alberto Amendola e Giovanni Avolio, ritenuti gli esecutori, hanno chiesto e ottenuto di essere giudicati con il rito abbreviato. Sono state ammesse come parti civili il Comune di Portici (dove la donna risiedeva), il Comune di Napoli (dove si è verificata la tragedia), il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Napoli (col quale la Fondazione Pol.i.s. svolge un'attività di orientamento legale a beneficio dei familiari delle vittime) e il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità. Gli esecutori materiali dell'omicidio di Teresa sono stati condannati a 18 anni (Avolio) e a 21 anni (Amendola) di reclusione.
Nel mese di Luglio 2012 è stata confermata in Appello la condanna a 15 anni di reclusione per Enrico Perillo per il reato di pedofilia. Ancora in corso il processo nei confronti dello stesso, per l'omicidio di Teresa Buonocore.

 

21 Settembre 1986 La Prima strage di Porto Empedocle. Restarono uccisi, vittime innocenti, il giovane Filippo Gebbia e Antonio Morreale
È la sera del 21 settembre del 1986. La gente passeggia lungo il corso principale di Porto Empedocle. Due passi, due chiacchiere, un gelato a chiudere una delle ultime sere d’estate. Le raffiche rabbiose dei kalashnikov, nell’oscurità di un blackout provocato, chiudono vite.
La luce torna in paese, ma gli occhi di quanti giacciono a terra rimarranno per sempre spenti. Sei morti ammazzati, tra i quali due vittime innocenti: Antonio Morreale e Filippo Gebbia.
Si consuma così, in pochi attimi, quella che nella storia criminale e mafiosa passa come la Prima strage di Porto Empedocle. E’ l’inizio della guerra tra Cosa Nostra e Stidda che lascerà sul campo centinaia di morti ammazzati. Una strage con sangue innocente. Filippo Gebbia, aveva 30 anni ed era un tipo allegro e socievole. Era a passeggio con la fidanzata che avrebbe voluto sposare presto. Antonio Morreale era un tranquillo pensionato che attendeva il genero per rientrare a casa. Aveva deciso di stare seduto al bar per gustarsi un gelato insieme alla moglie Bianca Frassi, una piemontese. Il suo tavolo era troppo attiguo a quello dei Grassonelli e quando arrivò la furia omicida, fu travolto da una scarica di piombo.

 

21 settembre 1990, sulla statale tra Canicattì e Agrigento viene ucciso il giudice Rosario Livatino.
Erano passate da poco le 8,30 quella mattina del 21 settembre 1990. Il giudice Rosario Livatino, che il 3 ottobre avrebbe compiuto 38 anni, da Canicattì, dove abitava, con la propria auto si stava recando al tribunale di Agrigento, quando una Fiat Uno e una motocicletta di grossa cilindrata lo affiancano costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale. I sicari sparano numerosi colpi di pistola. Rosario Livatino tenta una disperata fuga, ma viene bloccato. Sceso dal mezzo, cerca scampo nella scarpata sottostante, ma viene finito con una scarica di colpi.
Sul posto arrivano i colleghi del giudice assassinato; da Palermo anche l'allora procuratore aggiunto Giovanni Falcone, e da Marsala Paolo Borsellino. Per la morte di Rosario Livatino sono stati individuati i componenti del commando omicida e i mandanti, tutti condannati all'ergastolo. Secondo la sentenza, è stato ucciso perché "perseguiva le cosche mafiose impedendone l'attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l'espansione della mafia". Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la 'Tangentopoli siciliana' e aveva colpito duramente la mafia di Porto Empedocle e di Palma di Montechiaro, anche attraverso la confisca dei beni.

 

21 Settembre 1999 Foggia. Ucciso Matteo Di Candia, stava festeggiando il suo onomastico in un bar.
Era il 21 Settembre del 1999, stava festeggiando il suo onomastico brindando insieme con alcuni amici nel bar Elia, a Foggia, in via Giuseppe Fania, quando due killer hanno sparato all'impazzata una quarantina di colpi per colpire un pregiudicato seduto ad un tavolino all' esterno del locale.
Così Matteo Di Candia, 62 anni, di Foggia, è rimasto ucciso per caso. Il pensionato, il quale non era sposato e viveva con la madre, non si sarebbe accorto di nulla e, colpito, si è accasciato sul pavimento.

 

22 Settembre 1919 Prizzi (PA) Ucciso il sindacalista Giuseppe Rumore.
22 Settembre 1919 Prizzi (PA) Ucciso il sindacalista Giuseppe Rumore. "Fu grande sindacalista socialista. All'inizio del secolo XX il movimento dei contadini fu largamente influenzato e diretto dai socialisti, specie nella provincia di Palermo per le lotte dei contadini e il riscatto delle loro condizioni di vita. Giuseppe Rumore ricoprì la carica di segretario della sezione socialista e dei reduci di guerra. Mentre il partito era impegnato a livello nazionale nella polemica tra riformismo e massimalismo, i socialisti siciliani lavorano per la costituzione di una federazione agricola siciliana che nacque per l'appunto dal Convegno Enna del febbraio 1919. L'8 giugno 1919, la Federazione decise di aderire alla Confederazione generale del lavoro. Scopo essenziale di tutta quest'attività era per Rumore la costituzione di un unico fronte tra i lavoratori delle leghe e gli operai di Palermo contro i grandi gabelloti e i proprietari, per porre fine alle loro prepotenze ed iniziare una nuova era di giustizia sociale. Il 31 agosto 1919 si tenne a Prizzi un grande comizio, cui seguirono quelli di Palazzo Adriano e dei comuni vicini. I proprietari, preoccupati di perdere i loro antichi privilegi, non esitarono ad organizzarsi e spezzarono con una lunga serie di omicidi il movimento dei contadini. Giuseppe Rumore fu ucciso davanti alla sua abitazione, sotto gli occhi della moglie e della figlia di quattro anni."

 

22 Settembre 1946 Alia (PA). I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione restarono uccisi a seguito di un attentato alla Camera del Lavoro.
22 Settembre 1946 Alia (PA). I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione restarono uccisi a seguito di un attentato alla Camera del Lavoro.
"Nel 1946, esattamente il 22 settembre, mentre era in corso una riunione di contadini, nella casa del segretario della Camera del Lavoro ad Alia (Pa), per discutere delle possibilità di assegnare i feudi “Raciura” e “Vacco” alle cooperative di contadini, in seguito ai decreti Gullo, ignoti lanciarono bombe a mano all’interno della casa e poi spararono colpi di lupara. I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione morirono sul colpo, mentre altri 13 rimasero feriti.
I contadini stavano preparando l'occupazione dei feudi gestiti da gabellotti mafiosi. " (Liberanet.org)

 

23 settembre 1983 Palermo. Rosalia Pipitone, madre di un bimbo di quattro anni, venne fatta uccidere dal padre. Colpevole di voler dividersi dal marito, fu uccisa nel corso di quella che apparve come una rapina compiuta da balordi.
Il 23 settembre 1983 Lia Pipitone, una ragazza di Palermo di 25 anni, madre di una bambino di 4 anni, entra in una sanitaria e si dirige verso il telefono a gettoni. Finita la telefonata si ritrova davanti due malviventi col volto coperto che si sono fatti consegnare dal titolare 250mila lire, l’incasso della giornata. Ma anziché andarsene col bottino, aspettano che la giovane si avvicini al bancone. Uno dei due le spara alle gambe. Fa per andarsene, poi torna sui suoi passi. «Mi ha riconosciuto», urla due volte, prima di sparare altri quattro proiettili che uccidono Lia.
La rapina è solo una messinscena, racconteranno nel 2003 i pentiti Francesco Marino Mannoia e Francesco Onorato. Ad ordinare la morte di Lia è stato il padre, Antonino Pipitone, boss dell'Arenella, quartiere dove vivono, protetto dai corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Lia aveva comunicato al padre la sua volontà di lasciare il marito ed andare a vivere per conto suo, contravvenendo alle leggi della mafia.
Il giorno dopo l’omicidio di Lia viene trovato morto anche Simone Di Trapani, un lontano cugino con cui Lia aveva un rapporto speciale. Per Simone, Lia era la sorella che non aveva mai avuto. Lei diceva spesso che Simone era il marito ideale.
Morto dopo un volo dal balcone di casa sua. Un suicidio, si disse. In realtà, un’altra messinscena dei sicari della mafia che prima di spingerlo giù dal quarto piano, lo costrinsero a scrivere un biglietto: «Mi uccido per amore».
Antonino Pipitone verrà assolto in tutti e tre i gradi di giudizio. Non che non ci fossero abbastanza prove, ma quei pentiti, stabilirono i giudici, raccontavano fatti de relato, per sentito dire.
La storia di Lia è raccontata nel libro "Se muoio sopravvivimi" scritto dal giornalista Salvo Palazzolo insieme al figlio di Lia, Alessio.

 

23 Settembre 1985 Vomero (NA). Ucciso Giancarlo Siani, cronista del "Mattino", che aveva raccontato, con estrema cura e abilità, le guerre tra i clan camorristici.
Giancarlo Siani, 26 anni, giornalista del Mattino, fu assassinato dalla camorra il 23 settembre 1985 perché, attento e rigoroso nel suo lavoro, era deciso a conoscere fino in fondo il mondo della camorra e a portare alla luce ciò che di ignoto si nascondeva al suo interno e con i suoi articoli dava molto fastidio alle famiglie mafiose. Erano almeno in due gli assassini che gli spararono mentre era seduto nell'auto sotto casa, in Piazza Leonardo-Villa Majo nel quartiere Vomero di Napoli. Fu colpito 10 volte in testa da armi da fuoco 7.65mm.
Per chiarire i motivi che ne determinarono la morte e identificare mandanti ed esecutori materiali furono necessari 12 anni e le rivelazioni di tre pentiti.
Il 15 aprile del 1997 la seconda sezione della corte d'assise di Napoli ha condannato all'ergastolo i mandanti dell'omicidio (i fratelli Lorenzo, poi morto, e Angelo Nuvoletta, e Luigi Baccante detto Maurizio) e i suoi esecutori materiali (Ciro Cappuccio e Armando Del Core). In quella stessa condanna appare, come mandante, anche il boss Valentino Gionta. La sentenza è stata confermata dalla Corte di Cassazione, che però dispose per Valentino Gionta il rinvio ad altra Corte di Assise di Appello: si è svolto un secondo processo di appello che il 29 settembre del 2003 l'ha di nuovo condannato all'ergastolo, mentre il giudizio definitivo della Cassazione lo ha definitivamente scagionato per non aver commesso il fatto. (Tratto da wikipedia)

 

23 Settembre 1999 Ercolano (NA). Ucciso Marco De Franchis. Era andato a lamentarsi da un boss perché il figlio era stato pestato.
Marco De Franchis, un impiegato comunale di 45 anni è stato ammazzato ad Ercolano (NA), il 23 Settembre 1999, con quattro colpi di pistola allo stomaco. Quella sera carabinieri e poliziotti si guardarono in faccia ed ebbero l'impressione di essere di fronte a una storia difficile da decifrare. Tutto faceva pensare a un omicidio di camorra: la dinamica, la rapidità dell'azione, il tipo di arma usata. Tutto tranne la vittima: un tipo tranquillo, uno che campava con il suo stipendio, viveva in un'anonima palazzina di via Panoramica - una strada che a dispetto del nome non ha niente di panoramico. Ma un agguato alle undici di sera, con i killer che scappano su uno scooter dopo aver esploso più di mezzo caricatore e aver mandato a segno tutti i colpi, non è che faccia pensare a una questione passionale o roba del genere. Infatti, dopo che i carabinieri arrestarono i tre presunti assassini (21, 23 e 25 anni), tutti appartenenti alla cosca degli Ascione, quella che in paese era considerata la vincente, si è capito che anche stavolta c'entrava la camorra. Ma non per un regolamento di conti: De Franchis è stato ucciso perché, dopo che suo figlio era stato pestato in strada da un paio di "guaglioni" di un clan, lui era andato a protestare con il boss. E la sera si è trovato i killer sotto casa. C'entra la camorra e però c'entra anche la mentalità della vittima, che quando ha visto il suo ragazzo coperto di lividi, non ha pensato di rivolgersi alla polizia o ai carabinieri. Come se anche lui, che pure era una persona per bene, desse per scontato che la legge da quelle parti è appaltata ad altri. Esattamente come quelli che per liberarsi di un ladruncolo non ci hanno pensato su: si sono rivolti agli Ascione. (Tratto dal Corriere della Sera)

 

24 settembre 2004 Locri (RC). Muore in ospedale Massimiliano Carbone a seguito delle ferite riportate nell'agguato mafioso del 17 settembre. La famiglia ancora in attesa del riconoscimento della verità e di giustizia.
[...] Massimiliano Carbone, trentenne di Locri. Una storia limite, nel bene e nel male. Una storia rimossa dalla coscienza collettiva perché scomoda. Ma non dimenticata, grazie al coraggio e alla tenacia di una madre da anni in cerca di giustizia e verità, spesso sola e controcorrente.Tutti sapevano nel quartiere della storia di Massimiliano con quella donna più grande di lui. Le voci cir colano in fretta a Locri. Le visite frequenti in quella casa, solo e sempre quando il marito non c'era, erano più che una confessione. Ma in pochi avevano capito che il piccolo era proprio figlio di quel giovane uomo.
Non è più una questione di passioni, ma di scelte di vita. A venticinque anni, Massimiliano è pronto a fare la sua parte, ma la donna che ha dato al mondo il suo primo figlio (primo per Massimiliano ma non per la donna) tentenna. Il bambino glielo fa vedere in fugaci momenti rubati al menage familiare, nell'androne del palazzo dove abita. Anche la nonna Liliana Esposito ha il permesso di conoscere quel suo nipote segreto. Cercano di convincere la madre a dare al bambino il suo vero cognome, a lasciare tutto e a ripartire da zero. Ma come nelle peggiori fiction televisive, quella donna decide di continuare la propria vita e fare finta di nulla: forse è il prezzo che deve pagare per il suo adulterio, forse ha paura della reazione del marito. Resta quel bambino a testimonianza di un amore impossibile.
Il tempo passa, Massimiliano continua la sua vita, diventa presidente della cooperativa sociale Arcobaleno (che si occupa di affissione e lavaggio dei muri) e s'impegna nel mondo del volontariato. Vede suo figlio crescere, lo osserva da lonta [Massimiliano Carbone] no, lo incontra anche. Ha già cinque anni e gli assomiglia molto, troppo. La situazione diventa esplosiva quando Massimiliano decide di uscire allo scoperto: è pronto a rivendicare la paternità del piccolo [...] per via legale. Ma sarebbe uno smacco indelebile, e qualcuno decide di risolvere la pratica coi vecchi metodi. E' il 17 settembre del 2004 e come ogni venerdì sera Massimiliano veste scarpette e pantaloncini e con gli amici s'impegna in una sfida a calcetto. E' un appuntamento fisso, l'occasione migliore per colpirlo. Lo aspettano sotto casa. Uno fa la guardia alla via d'accesso e quida il killer, appostato dietro a un muretto che cinge il cortile interno del condominio. Gli basta salire su un masso per avere una visuale perfetta degli ultimi metri che conducono all'androne.
Massimiliano e il fratello arrivano in auto, superano il cancello, parcheggiano. Il bersaglio è a pochi metri, basta un solo colpo per ferirlo a morte. I pallettoni, esplosi da un fucile calibro 12 a canne mozze, si fanno largo sul fianco di quel ragazzone di trent'anni.
Attorno alle venti e venti l'arrivo in ospedale a Locri. Massimiliano ha perso molto sangue, lo operano d'urgenza per rimettere apposto l'arteria femorale. E' grave, ma può ancora farcela. Segue un secondo intervento, poi la situazione precipita e inizia una lenta agonia.
Muore la mattina del 24 settembre. Il suo ultimo pensiero è per quel figlio segreto, le sue ultime parole sono per strappare una promessa alla madre Liliana: "Ma', varditi u figghiolu". (Tratto da Dimenticati di Danilo Chirico e Alessio Magro Ed. Castelvecchi)

 

25 Settembre 1979 Palermo. Uccisi in un agguato mafioso il magistrato Cesare Terranova e Lenin Mancuso, Maresciallo P.S., suo collaboratore e guardia del corpo.
Il 25 settembre del 1979, verso le 8,30 del mattino, una Fiat 131 arriva sotto casa del giudice Cesare Terranova a Palermo per condurlo in ufficio. Il magistrato si pone alla guida della vettura; accanto a lui siede il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, al quale è stata affidata la sua protezione. L'auto imbocca una strada secondaria che trova inaspettatamente chiusa per "lavori in corso". A quel punto, alcuni killer affiancano l'auto e aprono il fuoco con una carabina Winchester e con delle pistole. Il magistrato ingrana la retromarcia nel tentativo di sottrarsi ai proiettili; il maresciallo Mancuso impugna la Beretta di ordinanza. Viene esplosa una trentina i colpi. Il giudice muore sul colpo, Mancuso poche ore dopo in ospedale.
Durante la sua attività di Giudice Istruttore a Palermo, Terranova seppe cogliere le metamorfosi che la mafia stava subendo nel suo divenire da agricola a imprenditrice, conquistando privilegi, commesse e licenze edilizie. Nei suoi scritti, il magistrato pone spesso l'accento sulla necessità di "leggi adeguate, polizia efficiente, giudici sereni" quali strumenti indispensabili nella lotta contro le mafie. Per Terranova non dovevano esistere "santuari inviolabili": "La mafia non è un concetto astratto, non è uno stato d'animo, ma è criminalità organizzata, efficiente e pericolosa, articolata in gruppi o famiglie e non c'è una mafia buona o cattiva perché la mafia è una sola ed è associazione per delinquere. E, tuttavia, è cosa diversa dalla comune delinquenza: è, per dirla come Leonardo Sciascia, un'associazione segreta che si pone come intermediazione parassitaria fra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato, con fini di arricchimento per i propri associati".
Solamente il 15 maggio del 2000 Salvatore Riina, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Pippo Calò, Nenè Geraci, Michele Greco (tutti i membri della Commissione mafiosa al momento del delitto) sono stati condannati all'ergastolo come mandanti dell'omicidio Di Terranova (Liggio era morto). Leoluca Bagarella, Vincenzo Puccio, Pippo Gambino, Ciccio Madonia, esecutori materiali. Dopo 25 anni, nel mese di ottobre 2004, la Corte di Cassazione ha confermato gli ergastoli per Totò Riina, Michele Greco, Nenè Geraci e Francesco Madonia. (Tratto da associazionemagistrati.it)


25 Settembre 1988 Canicattì (PA). Uccisi in un agguato mafioso il magistrato Antonino Saetta e il figlio Stefano
Antonino Saetta, Presidente della I Sezione della Corte d'appello di Palermo, fu ucciso, insieme al figlio Stefano, il 25 settembre 1988, sulla strada Agrigento-Caltanissetta, di ritorno a Palermo, dopo avere assistito, a Canicattì, al battesimo di un nipotino.
Nel 1985-86, fu Presidente della Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta ed è qui che si occupò, per la prima volta nella sua carriera, di un importante processo di mafia, quello relativo alla strage in cui morì il giudice Rocco Chinnici, e i cui imputati erano, tra gli altri, i "Greco" di Ciaculli, vertici indiscussi della mafia di allora, e pur tuttavia incensurati. Il processo si concluse con un aggravamento delle pene e delle condanne rispetto al giudizio di I' grado. Antonino Saetta fu poi nuovamente a Palermo, quale Presidente della I sez. della Corte d'Assise d'Appello. Qui si occupò di altri importanti processi di mafia, in particolare presiedette il processo relativo alla uccisione del capitano Basile, che vedeva imputati i pericolosi capi emergenti Vincenzo Puccio, Armando Bonanno, e Giuseppe Madonia.
Nel 1996 sono stati condannati all'ergastolo, dalla Corte d'Assise di Caltanissetta, per il duplice efferato omicidio, i capimafia Salvatore Riina, Francesco Madonia, e il killer Pietro Ribisi. La condanna, confermata nei successivi gradi di giudizio, è passata in giudicato.
Il movente dell'assassinio è stato ritenuto triplice: "punire" un magistrato che, per la sua fermezza nel condurre il processo Basile, e, prima, il processo Chinnici, aveva reso vane le forti pressioni mafiose esercitate; “ammansire” con un'uccisione eclatante, gli altri magistrati giudicanti allora impegnati in importanti processi di mafia; "Prevenire" la probabile nomina di un magistrato ostico, quale Antonino Saetta, a Presidente del cosiddetto Maxiprocesso d'appello alla mafia. (fonte Wikipedia)


25 Settembre 1998 Gioia Tauro (RC). Ucciso Luigi Ioculano, presidente di un'associazione e fondatore di un periodico locale, aveva preso posizione contro il nuovo piano regolatore e gli interessi della 'ndrangheta.
Luigi Ioculano nasce a Seminara (RC) il 27 Aprile del 1941 e trascorre la maggior parte della sua vita a Gioia Tauro, dove esercita la sua professione di Medico  e dimostra tutto il suo attaccamento alla gente gioiese cominciando ad interessarsi della vita pubblica. Fonda insieme a degli amici l’associazione “Agorà” e dal periodico di questa associazione inizia, il suo tentativo di valorizzare la cultura della legalità che si concretizza con la continua proposta di iniziative sociali e culturali convinto che attraverso questa sarebbe stato possibile fare riemergere i valori di giustizia e legalità tra la gente della sua città.
Contemporaneamente non perde occasione per denunciare pubblicamente le irregolarità che riscontra nella vita pubblica. Non si esprime  sottovoce ma scrive ed esprime il suo pensiero senza alcuna paura. Le sue denunce si scontrano, nella maggior parte dei casi, con gli interessi delle organizzazioni malavitose che controllano il territorio di Gioia Tauro.
Si interessa  delle questioni inerenti l’ospedale, alcuni appalti pubblici, il piano regolatore comunale e si oppone con forza alla costruzione del termovalorizzatore.
Fu ucciso la mattina del 25 Settembre 1998, mentre esce  per andare a lavorare nel suo studio, a pochi passi dalla sua casa di Gioia Tauro, quattro colpi di pistola, due al petto e due alla testa.
Il 20 Aprile del 2007, nel processo di primo grado, vengono  condannati all’ergastolo Peppe Piromalli, il boss della Piana e Rocco Pasqualone ritenuti rispettivamente mandante ed esecutore dell’omicidio.
La sentenza viene però ribaltata dalla Corte d’Assise d’Appello che il 19 giugno 2009 li assolve entrambi, e definitivamente affossata dopo che la Corte di Cassazione respinge il ricorso della Procura della Repubblica di Palmi dichiarando con una sentenza contraddittoria che erano giuste la causale e la richiesta per la imputabilita’ del Piromalli ma valutando troppo fragili gli ulteriori elementi che avrebbero dovuto dimostrare la partecipazione concreta del boss all’omicidio. (Fonte Libera Presidio Cuorghè "Luigi Ioculano")

 

26 Settembre 1978 Bolognetta (PA). Ucciso Salvatore Castelbuono. Vigile Urbano. Collaborava con i carabinieri di Bolognetta e il Reparto Operativo dell'Arma di Palermo nelle operazioni di ricerca dei latitanti corleonesi.
Salvatore Castelbuono, meglio conosciuto come Totò, vigile urbano di Bolognetta (PA), padre di 4 figli, il 26 settembre 1978 venne colpito a morte con 5 colpi di pistola p38 all’interno della sua autovettura in territorio del Comune di Villafrati, al confine con quello di Bolognetta, a una quindicina di chilometri da Palermo. Indossava la propria divisa.
"Era uomo che credeva nella legalità nel rispetto delle istituzioni e delle leggi, infatti, per l’attaccamento al genere di servizio che egli espletava, era strettamente legato ai carabinieri di Bolognetta e anche ai militari dell’ Arma di Palermo del reparto di polizia giudiziaria. Proprio a questi ultimi non aveva esitato a fornire preziose informazioni inerenti noti latitanti mafiosi. In quanto conoscitore del territorio e degli ambienti, egli riusciva a raccogliere, con meticolosità, notizie importanti che mai gli organi inquirenti ufficiali avrebbero potuto acquisire senza il suo contributo.
“Sempre ligio al proprio dovere – dice il figlio Antonio Castelbuono -, non ha fatto altro che obbedire ai suoi superiori e alla voce della sua coscienza con abnegazione e zelo in ogni circostanza, incurante di rischi e pericoli di qualunque genere. La conseguenza del suo leale modo di agire, purtroppo, ha decretato la sua condanna a morte”.
Non vi è dubbio che l’ipotesi più conducente al delitto sia da attribuirsi al proposito di vendetta di noti latitanti corleonesi del periodo, che orbitavano, anche, nel territorio di Bolognetta. Il delitto venne rivendicato al reparto Operativo dei Carabinieri di Palermo della Caserma Carini con una telefonata anonima."

26 Settembre 1988 Valderice (TP). Assassinato Mauro Rostagno, operava presso la comunità per tossicodipendenti Saman. Denunciava da una televisione locale le attività mafiose e le complicità di partiti e istituzioni.
Mauro Rostagno, sociologo e giornalista, muore il 26 Settembre del 1988, a 46 anni, a Lenzi di Valderice (TP), all'interno della sua auto, una Fiat Duna DS bianca, vittima di un agguato mafioso commesso da alcuni uomini nascosti ai margini della strada che gli spararono con un fucile a pompa calibro 12, che scoppiò in mano ad uno degli assassini, e una pistola calibro 38.
Mauro Rostagno fu uno dei fondatori del movimento politico Lotta Continua e della comunità socioterapeutica Saman e dalla metà degli anni ottanta lavora come giornalista e conduttore anche per l'emittente televisiva locale Radio Tele Cine (RTC). Attraverso la TV denuncia le collusioni tra mafia e politica locale: infatti, tra i tanti servizi giornalistici di denuncia del fenomeno, la trasmissione di Rostagno seguiva tutte le udienze del processo per l'omicidio del sindaco Vito Lipari, nel quale erano imputati i boss mafiosi Nitto Santapaola e Mariano Agate, che durante la pausa di un'udienza mandò a dire a Rostagno che «doveva dire meno minchiate» sul suo conto.
Il delitto mafioso fu la pista percorsa immediatamente dagli inquirenti: il capo della squadra mobile Calogero Germanà affermò che si trattava di un delitto tipicamente mafioso mentre il maggiore Nazareno Montanti, capo del Reparto operativo dei Carabinieri di Trapani, lo riteneva un omicidio commesso da dilettanti.
Negli anni successivi, l'indagine passò nelle mani di diversi magistrati che indagarono su piste alternative a quella mafiosa: infatti poco tempo prima di essere ucciso, Rostagno ricevette una comunicazione giudiziaria riguardo alle indagini sull'uccisione del commissario Luigi Calabresi ed avrebbe potuto accusare gli ex compagni di Lotta Continua di coinvolgimento nel delitto; anche in questo caso non si raccolsero prove certe.
La procura di Trapani, nel 1996, ipotizzò ancora che il delitto potesse essere maturato all'interno di Saman per spaccio di stupefacenti tra i membri della comunità, suscitando forti polemiche. Inviò mandati di cattura ad alcuni ospiti della comunità, individuati come esecutori materiali del delitto, a Cardella come mandante (che si rifugiò in Nicaragua) e alla Roveri, compagna di Rostagno, accusata di favoreggiamento; anche questa pista fu poi abbandonata.
Nel 1997 l'inchiesta passò alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, che acquisì le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia: secondo il collaboratore Vincenzo Sinacori (ex esponente di spicco della cosca di Mazara del Vallo), l'omicidio Rostagno era stato determinato dai suoi interventi giornalistici di denuncia che davano fastidio agli esponenti di Cosa Nostra della provincia di Trapani, i quali discussero la sua eliminazione in occasione di alcuni incontri tenutisi a Castelvetrano, a cui partecipò Sinacori stesso insieme ai boss mafiosi Francesco Messina Denaro (all'epoca rappresentante mafioso della provincia di Trapani), Francesco Messina (detto Mastro Ciccio, mafioso di Mazara del Vallo) ed altri; in seguito Sinacori apprese che Messina Denaro aveva dato incarico a Vincenzo Virga (capo della cosca di Trapani e del relativo mandamento) perché provvedesse all'uccisione di Rostagno.
Oltre alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, vennero acquisiti i risultati di una perizia balistica che accertò che Rostagno venne ucciso con lo stesso fucile impiegato per eliminare il poliziotto Giuseppe Montalto nel 1995 e per compiere altri omicidi di mafia nella provincia di Trapani; come esecutore materiale del delitto Montalto era già stato condannato in via definitiva Vito Mazzara, capo della cosca di Valderice e strettamente legato al boss Vincenzo Virga: per queste ragioni, nel 2009 venne inviato un mandato di custodia cautelare in carcere per Virga e Mazzara.
A Trapani, dal febbraio 2011, dopo 23 anni dall'uccisione del giornalista, è stato riaperto il processo per la morte di Rostagno.
Dopo 67 udienze, durante le quali sono stati ascoltati 144 testi ed effettuate quattro perizie, la Corte d'Assise di Trapani, presieduta da Angelo Pellino, il 16 maggio 2014, ha condannato all'ergastolo i boss trapanesi Vincenzo Virga e Vito Mazzara, accusati di essere rispettivamente il mandante e uno degli esecutori materiali del delitto Rostagno. (Fonte Wikipedia)


26 Settembre 1997 Bari. Scompare Luigi Fanelli, 19 anni, militare di leva, dopo aver affrontato pubblicamente degli affiliati del clan egemone di Carbonara
La notte di venerdì 26 settembre, Luigi Fanelli non ha fatto ritorno a casa. Ha 19 anni ed è  una recluta della Caserma Briscese di Bari. Quel giorno era in permesso. Alle 21 era uscito di casa avvertendo i suoi genitori che sarebbe tornato tardi, ma comunque in tempo per aiutare il padre, che di solito rientra all'alba dopo la pesca. Ha raggiunto alcuni amici in piazza e dopo un po' si è fatto accompagnare dal suo amico Luca al 'Ridemus', un'enoteca di Bari in Via Fanelli. Lì ha incontrato la sua ex fidanzata Fausta. Dopo un acceso litigio, l’ex fidanzata ha lasciato il locale. Luigi Fanelli è rimasto al Ridemus in compagnia di alcuni ragazzi fra cui Francesco, ex fidanzato di Fausta. Francesco e i suoi amici dicono di averlo visto allontanarsi a bordo di uno scooter Zip nero in compagnia di un individuo a loro sconosciuto. Da allora di Luigi Fanelli nessuno ha saputo più nulla. (Fonte: RAI "Chi l'ha visto")


26 Settembre 2008 Caserta. Restano uccisi Francesco Alighieri e Gabriele Rossi, Agenti P.S, durante l'inseguimento di una autovettura che non si era fermata all'Alt.
Il 26 settembre 2008, il vice sovrintendente della Polizia di Stato Gabriele Rossi e l'assistente capo Francesco Alighieri sono dislocati a guardia di un posto di blocco sulla strada statale tra Nola e Villa Literno. Quando un'autovettura non si ferma all'alt degli agenti, Gabriele e il collega Francesco non esitano ad inseguire il veicolo sospetto. Sono i giorni successivi alla strage di Castelvolturno, la tensione è alta, molti tra carabinieri e poliziotti sono stati richiamati da altre parti d'Italia per convergere sul territorio campano. L'imperativo era infatti quello di catturare i responsabili dell'eccidio. L'inseguimento è condotto a elevata velocità, un attimo, un errore nel controllo del veicolo e questo sbanda finendo, all'altezza della stazione ferroviaria di Albanova, contro un albero. Gabriele e Francesco moriranno dopo alcune ore dal ricovero.
A bordo dell'auto inseguita si trovava un 26enne di Qualiano, Sebastiano Maglione, il quale ha poi confessato di non essersi fermato perché alla guida di un mezzo sprovvisto di assicurazione e in quanto sotto effetto di stupefacenti.
L'11 maggio 2009 , in occasione della festa della Polizia sono state consegnate le Medaglie d'argento al valor civile alla memoria del Vice Sovrintendente Rossi e dell'agente scelto Alighieri. (Fondazion Pol.i.s.)

 

27 Settembre 1960 Lucca Sicula (AG). Ucciso Paolo Bongiorno, bracciante agricolo, segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, padre di cinque figli con uno in arrivo.
Paolo Bongiorno fu assassinato il 27 settembre del 1960 a Lucca Sicula (AG) dove risiedeva dal 1949.
Aveva 38 anni e lasciò cinque piccoli orfani, il più grande aveva 14 anni e il più piccolo 2. La moglie era in attesa di un altro bambino.
Bracciante agricolo, era Segretario della locale Camera del Lavoro (CGIL) ed era stato appena candidato nelle liste del PCI, al quale era iscritto dal 1946, per le elezioni, per il Consiglio Comunale, che si sarebbero tenute il successivo 6 novembre.
"Era benvoluto da tutti ma ad alcune “cricche” cominciava a dare fastidio. Reclamava più diritti sociali, un salario più alto, condizioni e orari di lavoro più dignitosi. In un paese e in un periodo in cui, di diritti, chi doveva, ne concedeva ben pochi. Dunque arrivò anche per Bongiorno il tempo della lupara. Due colpi alla schiena, i colpi di grazia della mafia. Perché chi doveva capire capisse".


28 Settembre 1991 Reggio Calabria. Uccisi Demetrio Quattrone e Nicola Soverino. Il secondo ucciso solo per non lasciare testimoni.
La sera del 28 settembre 1991, tra gli aranceti di Villa San Giuseppe, a Reggio Calabria, vengono assassinati l'ingegnere Demetrio Quattrone e il medico Nicola Soverino.
"L'ingegnere Demetrio Quattrone ha 42 anni, una fama di professionista inflessibile, un importante incarico di funzionario all'Ispettorato provinciale del Lavoro dove coordina la delicata attività di controllo nei cantieri edilizi. Non meno impegnativo il suo compito di consulente tecnico presso i Tribunali di Reggio, Palmi e Locri. Ama le cose fatte bene. E' rigoroso, puntiglioso. Vive con la moglie Domenica Palamara e i tre figli - Rosa, Antonino e Maria Giovanna - nel mulino di proprietà del suocero ristrutturato tra gli agrumeti di Villa San Giuseppe, nella zona nord di Reggio Calabria. Ha da poco comprato un'auto nuova, una Bmw 520. Ma la sera del 28 settembre 1991, per le strade del quartiere, non la sta guidando lui perché ha mal di denti.
Al volante c'è Nicola Soverino, un medico di 30 anni che a Roma si è specializzato in omeopatia e a Reggio, dov'è nato e tornato, vive con i genitori nel rione Sbarre e presta servizio presso la guardia medica di Gallico. Sono amici da tempo, il medico e l'ingegnere. E, con la barba nera entrambi, si somigliano pure. Quando imboccano via Mulino, una stradina stretta e buia che in mezzo agli aranceti conduce a casa Quattrone, sbagliarsi è facile. I primi colpi di fucile caricato a pallettoni sono indirizzati tutti contro l'autista. Soverino resta fulminato al volante. Di aver sbagliato bersaglio i due killer lo capiscono quando l'ingegnere, tentando una disperata fuga, aprirà lo sportello del passeggero gettandosi a terra tra l'automobile e un muretto basso. I primi ad arrivare, dopo una telefonata allarmata della moglie di Quattrone che ha avvertito il rumore degli spari, lo troveranno disteso in quella posizione, ucciso a colpi di pistola 7,65.
In uno scritto rinvenuto tra le carte del professionista e dedicato al ruolo dell'industria delle costruzioni nell'assetto urbanistico, Quattrone analizza con spietata lucidità i guasti di un sistema - quello del boom edilizio a Reggio Calabria - fondato sullo sfruttamento dei "cottimisti", sull'abuso, sull'assoluto disprezzo di ogni regola. Al centro del sistema "il partito dei palazzinari", capaci, denunciava Quattrone, di manovrare l'attività dell'ufficio urbanistico del Comune". (Fonte Stopndrangheta.it)

 

28 Settembre 1992 Castellammare del Golfo (TP). Ucciso Paolo Ficalora, proprietario di un villaggio turistico. Si era opposto alle prevaricazioni mafiose.
Paolo Ficalora, capitano di lungo corso, venne ucciso dalla mafia il 28 settembre del 1992 e per lungo tempo la sua morte, rimasta senza colpevoli e movente, lasciò spazio a supposizioni e illazioni.
A raccontare i veri motivi del suo assassinio è stato, nel corso del processo, l’ex boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, collaboratore di giustizia. Ficalora fu vittima innocente di un agguato mafioso, concepito per punirlo per avere ospitato nel residence che gestiva, il superpentito di Cosa Nostra Totuccio Contorno, e per aver ‘osato’ tenere testa alla mafia, non piegandosi  dinanzi l’arroganza di chi, sentendosi Dio in terra, si fa padrone della vita e della morte di Uomini i cui valori e coraggio, possono essere annullati solo annegandoli nel sangue. Paolo Ficalora, del suo ospite ignorava l’identità che scoprì solo successivamente.
Morì, assassinato vigliaccamente dal mafioso Gioacchino Calabrò.
Nel 2002, la vedova Ficalora, che per anni si era battuta per ottenere giustizia per la morte del marito subisce anche un’intimidazione: su un tavolo della sua abitazione trova un mazzo di fiori e alcuni proiettili.
La Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha confermato la sentenza di condanna all’ergastolo per Calabrò, emessa in primo grado e condannato a dodici anni di reclusione con il rito abbreviato Giovanni Brusca. La sentenza ha trovato conferma definitiva in Cassazione nel 2004.
Al capitano Paolo Ficalora sono state intitolate quattro borse di studio. Il comune di Castellammare del Golfo, nel 2004, gli ha intitolato una strada. (Fonte: Lavalledeitempli.net)

 

29 Settembre 1981 Agrigento. Strage di San Giovanni Gemini. Restano uccisi Michele Cimminisi e Vincenzo Romano. Erano seduti in un bar vicino al vero obiettivo dell'agguato.
29 settembre del 1981 a San Giovanni Gemini (Agrigento), i killer che dovevano uccidere Calogero “Gigino” Pizzuto (l’uomo che secondo i pentiti era il numero 3 di Cosa Nostra dell’epoca, dopo Bontate ed Inzerillo), all’interno del bar Reina, colpiscono a morte anche due innocenti, Michele Ciminnisi e Vincenzo Romano. Quella sera, il gruppo di fuoco composto Gigi Garofano, Calogero Sala, Rosario Corsi, e Lillo Lauria (successivamente morti ammazzati), accompagnati in auto da Ciro Vara (divenuto poi collaboratore di giustizia), dovevano portare a termine la loro missione di morte, uccidendo quel Calogero Pizzuto, capo mandamento di Castronovo di Sicilia, che dopo la morte di Stefano Bontate, non si era presentato alla convocazione da parte di Michele Greco, firmando così la propria condanna nel corso di quella guerra di mafia che aveva visto contrapposti i corleonesi di Totò Riina e Provenzano, al gruppo di Stefano Bontate, Cristina e Badalamenti.


29 Settembre 1994 Mileto (CZ). Resta ucciso Nicholas Green, bambino statunitense di 7 anni, in vacanza in Italia con la sua famiglia.
Nicholas Green (Sonoma County, 9 settembre 1987 – Messina, 1º ottobre 1994) è stato un bambino statunitense, vittima a sette anni di un assassinio sull'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria nei pressi dell'uscita di Serre (vicino a Vibo Valentia) mentre era diretto in Sicilia con la famiglia.
L'automobile su cui viaggiava insieme ai genitori il 29 settembre 1994, una Autobianchi Y10, fu accidentalmente scambiata per quella di un gioielliere da alcuni rapinatori che tentarono un furto, degenerato poi in omicidio. Ricoverato al centro neurochirurgico del Policlinico di Messina, Nicholas morì qualche giorno dopo. Alla sua morte, i genitori autorizzarono il prelievo e la donazione degli organi: ne beneficiarono sette italiani, di cui quattro adolescenti e un adulto, mentre altri due riceventi riacquistarono la vista grazie al trapianto delle cornee.
L'evento fece molto scalpore perché all'epoca la donazione degli organi non era una prassi comune in Italia, e questo gesto contribuì a far aumentare gli episodi di donazione d'organi in tutto il Paese.
Dalla vicenda fu tratto un film per la televisione dal nome Il dono di Nicholas, con Jamie Lee Curtis ed Alan Bates.
In seguito alla donazione degli organi, i genitori del bambino ricevettero la medaglia d'oro al merito civile con la seguente motivazione: "Cittadini statunitensi, in Italia per una vacanza, con generoso slancio ed altissimo senso di solidarietà disponevano che gli organi del proprio figliolo, vittima di un barbaro agguato sull'autostrada Salerno - Reggio Calabria, venissero donati a giovani italiani in attesa di trapianto. Nobile esempio di umanità, di amore e di grande civiltà. Messina, 1º ottobre 1994."
Per il delitto di Nicholas Green vennero indagati e rinviati a giudizio nel 1995: Francesco Mesiano (di 22 anni) e Michele Iannello (di 27 anni), entrambi originari di Mileto (VV); nel 1997 furono assolti dalla corte d'assise di Catanzaro, mentre nel 1998 la corte d'assise d'appello di Catanzaro condannò Mesiano a 20 anni di reclusione e Iannello (in qualità di autore materiale dell'omicidio) all'ergastolo, sentenza poi confermata in Cassazione. I due si sono dichiarati sempre innocenti; Iannello, ex affiliato alla 'Ndrangheta, decise in seguito di collaborare con la giustizia confessando vari delitti ma professandosi sempre innocente riguardo al delitto del bambino americano, chiedendo la revisione del processo ed accusando suo fratello dell'omicidio. Un'inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia in base a tali dichiarazioni ha portato tuttavia ad un'Archiviazione del caso. (Wikipedia)

 

29 Settembre 2003 Villa Literno (CE) Ucciso Giuseppe Rovescio, 24 anni, per uno scambio di persona. Provò a fuggire insieme ad altri passanti terrorizzati, ma per i suoi capelli lunghi fu scambiato per un pregiudicato e brutalmente assassinato.
Giuseppe Rovescio viene ucciso a 24 anni per uno scambio di persona a Villa Literno, in Via Chiesa, da due sicari appartenenti al clan Tavoletta-Cantiello, gruppo nemico dei Bidognetti. Giuseppe viene scambiato dai sicari per un rivale a causa dei suoi capelli lunghi. Nell'agguato rimane ferito anche il fratello Simeone.
Nel 2008 vengono arrestati i responsabili della sparatoria: si tratta di Nicola Fiore e Massimo Ucciero.
Il 16 gennaio 2012 Fiore e Ucciero sono stati condannati all'ergastolo come esecutori materiali del delitto.
Il ricordo di Giuseppe non si è mai affievolito nella città di Villa Literno. Il giovane operaio faceva parte del comitato organizzatore del Carnevale liternese e proprio durante questo periodo ricorre, annualmente, il "Memorial Giuseppe Rovescio", torneo di calcio dedicato a bambini e ragazzi.
Nel 2012 in occasione della 2° edizione del premio Jerry Masslo si è tenuta una fiaccolata a Villa Literno per ricordare la morte del rifugiato sudafricano e di Giuseppe Rovescio, entrambi vittime innocenti del clan dei casalesi.
Giuseppe Rovescio è stato riconosciuto dal Ministero come "Vittima innocente della criminalità organizzata"
La storia di Giuseppe Rovescio è ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" apparso per Castelvecchi nel 2013.(Fondazione Pol.i.s.)

 

30 Settembre 1920 Petralia Soprana (PA). Uccisi Croce di Gangi e Paolo Li Puma. contadini e consiglieri comunali.
Croce Li Gangi e Paolo Li Puma, contadini nonché consiglieri comunali socialisti di Petralia Soprana, vengono uccisi a Petralia Soprana (PA), nella frazione Raffo, mentre ritornavano da una riunione della Lega Contadina il 30 settembre del 1920.

 

30 Settembre 1996 Varapodio (RC). Antonino (Nino) Polifroni, imprenditore, ucciso per non essersi piegato alle richieste di pagare il pizzo.
Il 30 settembre 1996 a Varapodio (RC), dopo una lunga scia di atti vandalici e attentati intimidatori, l’imprenditore Nino Polifroni viene assassinato per il suo ostinato “no” ai tentativi di estorsione mafiosa.
Nino, al momento del decesso, aveva 49 anni. Ha lasciato 6 figli: Bruno, Enzo, Leandro, Giampiero, Nicoletta e Danilo
L’impresa edilizia che aveva fondato tra mille sacrifici e che aveva suscitato l’interesse degli uomini dei clan è ora gestita da tre figli. La famiglia ricorda annualmente Nino Polifroni, vittima della criminalità organizzata, attraverso un concorso scolastico per il conferimento di 20 assegni di studio ad altrettanti studenti della scuola primaria e secondaria di primo grado di Varapodio.

 

 

 

e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

 

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I Testimoni di Giustizia. Storia di chi ha testimoniato contro le mafie PDF Stampa E-mail

 

Foto dalla Petizione on-line del 2011

Questa scheda è stata creata prendendo spunto dal libro di Angelo Greco TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO "la denuncia di chi ha denunciato", da cui sono tratti molti dei nomi e l'introduzione che segue:

 

Introduzione al libro TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO "la denuncia di chi ha denunciato" di Angelo Greco

C'è una storia che comincia dove le altre spengono i riflettori; dove i giornali girano le spalle per qualcosa di nuovo da titolare; dove, in definitiva, la gente non sa più.
Questa storia inizia sulle ceneri di Troia, quando Ulisse prende la strada di casa. I vati narravano di allori e città spalancate ai guerrieri vittoriosi, servitori della Patria. Invece, per lui, sul sentiero del ritorno solo asperità e mostri.
Un'avventura che oggi drammaticamente si ripete: ma senza alcun Omero a narrarla. Al contrario, solo le spesse tende della vergogna e dell'ignoranza, di cui spesso si arreda il comune sentire.
Questo non è il tempo degli eroi. Gli immortali sono morti. Le leggende non si tramandano più. Al loro posto, nuovi vocaboli albergano nei miti del popolo. La democrazia, la giustizia. Quella stessa giustizia che, mantide pagana senza più religiosità, uccide proprio coloro che la sposano.
Chi chiede giustizia scopre che ormai esiste solo la legge.
Proprio da una legge inizia questo viaggio. La legge che doveva essere solida imbarcazione per il re di Itaca e che invece lo abbandona alla deriva, tra Scilla e Cariddi.
La normativa in questione ha visto l'alba il 13 febbraio 2001 ed è stata battezzata con un nome che è un numero, proprio come quello sui camici dei detenuti, dai quali invece voleva distinguersi. La numero 45.
E' la legge che istituisce lo stato di testimone di giustizia, lo dosciplina e lo distingue da quello già esistente del collaboratore o, spesso detto, 'pentito'.
Per quanto inverosimile possa apparire, prima di tale intervento con vi era alcuna differenza, sia sul piano terminologico che su quello della tutela, tra il passivo spettatore di un crimine e chi invece vi aveva partecipato. In buona sostanza, la legge accomunava in un'unica categoria i cittadini modello ai delinquenti. E per entrambi disponeva lo stesso trattamento.
Ma il diritto è un mondo virtuale, che difficilmente cambia la realtà senza l'ausilio e la ragionevolezza dei suoi interpreti. Cosicché, pur modificata la disciplina, i problemi sono rimasti gli stessi ...

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Le lapidi non dicono tutto - di Saverio Lodato PDF Stampa E-mail

 

Articolo del 31 Agosto 2015 da  antimafiaduemila.com

Dalla Chiesa, il Generale ucciso dallo Stato


Carlo Alberto dalla Chiesa? Chi era costui? Perché venne assassinato? Cosa rappresentò davvero il suo sacrificio? Ne valse la pena? Chi glielo fece fare? Gli italiani fecero tesoro del suo insegnamento? Le lapidi invecchiano. E più di tanto non possono dire.
Le lapidi, per loro natura, sono avare di parole e di atmosfere, laconiche, quasi dispettose in quell’indicare appena un nome e qualche data.
Il tempo scorre.
La Sicilia e l’Italia sono assai lontane da quelle di allora.
E qualche giorno fa, Rita, una dei tre figli di Dalla Chiesa, ha lamentato su Facebook che la lapide in ricordo del sacrificio di suo padre si trovava in stato di abbandono. Il sindaco della città, Leoluca Orlando, l’ha fatta subito sistemare e ripulire, restituendo così decoro a un luogo di passaggio obbligato nel centro di Palermo che però, è questo il punto, non è mai diventato effettivo luogo di raccoglimento e di memoria.
A Palermo, di Carlo Alberto dalla Chiesa resta un pallidissimo ricordo.

I giovani non conoscono la sua storia, non sanno che con quella strage in via Carini si raggiunse per la prima volta il vertice di un’escalation di violenze criminali che negli anni a venire avrebbe avuto innumerevoli repliche; credono, in buona sostanza, che il vero inizio della lotta alla mafia sia da collocare dieci anni più tardi, con i sacrifici di Falcone e Borsellino e le relative stragi. Altrimenti non si capirebbe perché gli anniversari dell’agguato che il 3 settembre 1982 costò la vita al “carabiniere” Dalla Chiesa e alla sua giovane moglie, la crocerossina Emanuela Setti Carraro, si rincorrano mesti, poco partecipati, poco appetibili per la grancassa dei media che ormai, 33 anni dopo, ha altro cui pensare.
Eppure c’è qualcosa di particolarmente sinistro che accomuna la strage di via Carini e quella di Capaci, ed è il fatto che in entrambi i casi venne aperto il fuoco anche contro le mogli di un carabiniere e di un magistrato, in dispregio del vecchio adagio mafioso che imponeva di non coinvolgere donne e bambini nei regolamenti di conti: il binomio Dalla Chiesa - Setti Carraro anticipò infatti di dieci anni esatti il binomio Falcone - Morvillo (binomio, questo, che resterà, a dispetto della separazione cimiteriale dei poveri resti di entrambi, per decisione dettata dal desiderio irrefrenabile di “occhio di mondo” di Maria, una delle sorelle di Falcone).
Sebbene, dopo quegli eventi, una valanga di cadaveri, altrettanto “illustri”, eccellentissimi, piegò la Sicilia, quella modalità d’esecuzione non si ripeté mai più.
Si trattò di un caso? Del capriccio delle coincidenze della storia? Dalla Chiesa non poteva essere ucciso da solo? Falcone non poteva essere ucciso da solo?
Decenni di inchieste, e di opinioni, ci hanno spiegato che no, non potevano essere uccisi da soli, perché il monito doveva apparire gigantesco, assumere valenza quasi biblica, affinché i vivi non raccogliessero mai più l’esempio di Dalla Chiesa e di Falcone. Ci è sempre sembrata una tesi parente stretta dell’affermazione che dice : “cosa fatta capo ha”. In altre parole, non ci aiuta a capire chi fu il mandante. E perché la “regola” fu infranta?
Perché - è la domanda che resta - questo trattamento fu riservato solo a loro? E’ una domanda che forse può tornarci utile oggi, a poche ore dal giorno dell’anniversario.
Andiamo ai fatti. Dalla Chiesa, da vivo, nei suoi “cento giorni” di missione in terra di Sicilia, non fu mai amato dai palermitani. Fu irriso, vilipeso, ostacolato. Non godeva di buona stampa. Venne percepito, lui piemontese, lui alto graduato dell’ Arma, lui castigamatti delle brigate rosse, lui che aveva indagato sulla esecuzione di Aldo Moro, lui che parlava ad alta voce nella città di atavici silenzi, lui che “andava sull’uomo”, come si direbbe calcisticamente, rendendo la vita difficoltosa ai rappresentanti dei potentati economici, affaristici, politici e istituzionali siciliani, fu percepito, dicevamo, come un corpo estraneo. Simpatie zero, o poco più, perfino da parte della società civile.
Perché? Basterà ricordare che, in quel momento, le fila del potere democristiano erano in mano a un signore elegantemente vestito di nero che rispondeva al nome di Giulio Andreotti. E che la sua corrente, quei bravi ragazzi altrimenti detti gli “andreottiani di Sicilia”, aveva a Palermo la sua casa madre, la sede centrale della ditta.
E che l’economia siciliana, invece, era rappresentata dai cugini Nino e Ignazio Salvo, dal potentato dei Cassina, dai quattro “cavalieri catanesi” del lavoro, i Costanzo, i Rendo, i Finocchiaro, i Graci, mentre, su tutti, incombeva l’ombra nera di Vito Ciancimino, allora nel fiore dei suoi anni delinquenziali.
A tutti costoro, nessuno escluso, sin dal primo giorno del suo insediamento, Dalla Chiesa dichiarò una guerra aperta e senza esclusione di colpi. Nei fatti, ancor prima che a parole. E non dimentichiamo, a completamento del quadro, il famigerato “clan dei corleonesi”, vecchia conoscenza del generale che, proprio in quel di Corleone, decenni prima aveva mosso i suoi primi passi investigativi.
A peggiorare le cose, poi, ci stava tutto quanto era già accaduto “prima” del suo arrivo.
Erano stati assassinati il capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova, il presidente della regione siciliana, Pier Santi Mattarella, il capitano della compagnia dei carabinieri di Monreale, Emanuele Basile, il procuratore capo di Palermo, Gaetano Costa, il primario di chirurgia vascolare dell’“Ospedale Civico” di Palermo, Sebastiano Bosio, l’imprenditore Pietro Pisa, il segretario del PCI siciliano, Pio La Torre.
Dalla Chiesa, insomma, si ritrovò paracadutato, anche per sua nobilissima richiesta, nel cratere di un vulcano in piena attività.
Infine, un’ altra cosa che va ricordata, ma di incommensurabile portata se si vuol capire cosa accadde 33 anni fa, è che a Roma Dalla Chiesa venne insignito del titolo di “prefetto”, ma i poteri effettivi di prefetto chiamato a fronteggiare la mafia nella tana del lupo, non gli vennero mai concessi. E nonostante lui stesso li rivendicasse platealmente.
C’è un altro, chiamiamolo così, dettaglio: Dalla Chiesa non ebbe alcuna remora a far sapere all’ uomo in nero, Giulio Andreotti, che avrebbe dato filo da torcere proprio alla sua corrente siciliana in quanto fortemente sospettata di collusione con le cosche mafiose. Il tutto, nero su bianco, in una lettera a Giovanni Spadolini, presidente del consiglio in quel momento. La misura fu presto colma.
Me ne parlò apertamente ai primi di agosto del 1982, un mese prima della sua morte.
Lo incontrai, per un’intervista che pubblicai sul quotidiano “L’Unità” in ricordo del procuratore Gaetano Costa che lui aveva conosciuto, a Villa Whitaker , nella sede della Prefettura di Palermo. In quello scorcio di anno, giusto per ricordare, le vittime di mafia a Palermo erano già ottantadue.
Dalla Chiesa era solo. Parlava come una persona consapevole ormai della propria solitudine. Non aveva attorno, pur essendo il prefetto di una Palermo in guerra, alcun segretario, alcun collaboratore, neanche un passacarte.
Chi incarnava, in quel momento, lo Stato?
Lui, in tutta la sua solitudine? In tutta la sua determinazione, la sua tenacia, la sua lucidità di analisi e di giudizio che lo spinse addirittura a prevedere, in quell’intervista, che stava per manifestarsi il pentitismo fra le fila dei mafiosi? O la pletora di tutti quelli che volevano la sua fine e che quel giorno scelsero di restare nell’ombra? Che ne studiavano silenziosamente le mosse, per riferire diligentemente e in tempo reale agli interlocutori di quei “poteri romani” che facevano il doppio gioco?
Dalla Chiesa - è questo che vogliamo dire - si sentiva di essere lo Stato, di rappresentarlo, di servirlo. In questo, proprio come Falcone. E ne aveva ben donde, visto il suo smagliante curriculum di uomo al servizio della legge. Ma c’era il piccolo particolare che lo Stato, quello autentico, quello che lo aveva spedito in Sicilia a tamburo battente, quando la temperatura criminale si era eccessivamente surriscaldata, in cuor suo lo voleva morto.
In questo, proprio come Falcone e Borsellino.
Non fu un caso che mentre le forze dell’ordine si precipitarono fra ululati di sirene e lampeggianti nel luogo dell’eccidio, in via Carini, dove oltre a Dalla Chiesa ed Emanuela morì il fedele autista, l’agente Domenico Russo, ombre furtive entrarono in Prefettura, violarono la cassaforte del generale, fecero sparire per sempre i documenti più scottanti che lui stesso aveva raccolto durante i suoi “cento giorni” a Palermo. E che raccoglievano nomi, cognomi e indirizzi della Sicilia criminale di allora.
Storia questa, sia detto per inciso, che si sarebbe ripetuta con i diari di Falcone e l’agenda rossa di Paolo Borsellino. Sul luogo dell’agguato, poi, comparve la scritta: “qui è morta la speranza dei siciliani onesti”. Parole preveggenti di quanto sarebbe accaduto in epoca successiva.
Ora forse, 33 anni dopo, sarebbe giunto il momento di dire che Carlo Alberto dalla Chiesa venne assassinato dalla tenaglia congiunta dello Stato-Mafia e della Mafia-Stato che avevano tutto l’interesse, a Roma come a Palermo, di vederlo morto.
Troppo a lungo, infatti, è durata la stucchevole bagatella che ha fatto da colonna sonora in questi decenni di un Carlo Alberto dalla Chiesa “ucciso dalla mafia”.
La mafia, certo, fece la sua parte. Ma quella strage rappresentò molto di più.
Fu il tentativo disperato di ristabilire un ordine delle cose che vedeva tutti i potenti a braccetto, e che per ciò non poteva contemplare figure esemplari, schegge impazzite, personalità istituzionali “fuori rotta” e che entravano inevitabilmente in rotta di collisione con le istituzioni romane.
Il regista collettivo della strage di Via Carini incluse nel copione anche l’eliminazione di Emanuela Setti Carraro per far capire che non sarebbero stati tollerati altri ammutinamenti. Ecco perché non venne più rispettato il vecchio adagio mafioso. Erano diventati altri i comprimari.
Dieci anni dopo la storia si ripropose?
Il regista collettivo di Capaci e via D’Amelio fu costretto a ripetersi.
Con l’uccisione di Francesca Morvillo e l’ecatombe di via D’Amelio.
E’ giusto e legittimo tirare a lucido le lapidi.
Ma forse non dovrebbe bastare alla nostra coscienza di oggi. Sarebbe molto meglio, per esempio, cercare di capire perché allo Stato di oggi, 33 anni dopo via Carini, o 23 anni dopo Capaci e Via D’Amelio, dia un fastidio così profondo il processo che si celebra a Palermo sulla Trattativa Stato-Mafia.
E sarebbe bene che chi queste cose le conosce, avendo avuto la disgrazia umana di doverle attraversare, spendesse qualche parola di sostegno per tutti quei magistrati palermitani che stanno in prima fila in profondo isolamento proprio perché ormai hanno capito tutto quello che c’era da capire. E che, in maniera sacrosanta, vorrebbero poter provare in dibattimento.
Soprattutto per evitare che altre lapidi, con il trascorrere del tempo, abbiano poi bisogno di un frettoloso restauro.

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Mafia, casinò e spioni Perché è morto Caccia - di Davide Milosa PDF Stampa E-mail

Articolo del 25 Agosto 2015 tratto da Il Fatto Quotidiano
Fonte: antimafiaduemila.com


La storia riparte trentadue anni dopo. E cambia radicalmente. Sul tavolo un caso di cronaca clamoroso: la morte del procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, ucciso con 17 colpi di pistola la sera del 26 giugno 1983. Chi paga? Nel 1993 viene condannato all’ergastolo il calabrese Domenico Belfiore. Lui, secondo i giudici, il mandante di un’esecuzione ordinata per tutelare gli affari della ‘ndrangheta all’ombra della Mole. Ignoti i killer. Questa, ad oggi, la versione ufficiale che si basa sulle dichiarazioni del collaboratore Francesco Miano legato ai servizi segreti. La storia, però, ora rischia di essere ribaltata dalla nuova inchiesta dell’antimafia di Milano. L’inedito copione cancella l’ombra delle ‘ndrine e punta sugli interessi di Cosa Nostra per i casinò del nord Italia e i rapporti con i servizi segreti.
Attualmente nel fascicolo milanese compaiono due indagati. Si tratta del calabrese Demetrio Latella, detto Luciano, già legato alla banda di Angelo Epaminonda. Secondo la ricostruzione della famiglia Caccia avrebbe partecipato all’omicidio del magistrato. Il secondo nome, invece, è quello di Rosario Pio Cattafi, personaggio equivoco, condannato in primo grado per mafia, testimone nel processo sulla trattativa Stato-mafia e fin dagli anni Ottanta ritenuto molto vicino al boss catanese Nitto Santapaola. Stando alle carte dell’inchiesta Cattafi, originario di Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, risulta vicino agli ambienti che avrebbero ideato l’omicidio. La nuova indagine è nata dopo che Fabio Repici, legale della famiglia Caccia, ha depositato in procura tre esposti che ruotano attorno a un'unica ipotesi: il magistrato fu ucciso perché stava indagando sugli affari di Cosa Nostra nei casinò. Ipotesi su cui pesa l’attentato dinamitardo all’ex pretore di Aosta Giovanni Selis il quale indagava sul casinò di Saint Vincent. La bomba esplose il 13 dicembre 1982 pochi mesi prima della morte di Caccia. Gli attentatori non furono mai individuati. Alla base di questa nuova versione del caso Caccia c'è un'intercettazione del 2009. Il magistrato Olindo Canali, parlando con un giornalista, ricorda quando in casa di Cattafi fu sequestrato un finto volantino delle Br che rivendicava l’omicidio.

All'epoca, Canali era uditore del pm Francesco Di Maggio titolare del fascicolo su Caccia. Di quel volantino non si ha traccia. Tra gli atti depositati da Repici, c'è, però, la prova della perquisizione. E del resto nel fascicolo sull’omicidio il nome di Cattafi compare diverse volte, spesso associato a uomini legati ai servizisegreti.Traquestil’imprenditore milanese Giancarlo Mariani, al quale “tale colonnello Bertella” chiede di trovare informazioni sull’esecuzione. Mariani così si rivolge allo stesso Cattafi. Il 10 settembre 1984 Mariani mette a verbale: “Fui io a chiedere a Cattafi se ne sapesse qualcosa. Ciò avvenne mentre stavo redigendo il rapporto da consegnare al colonnello Bertella. Senza alcuna esitazione il Cattafi mi riferì le notizie da me trascritte nel rapporto”. Il documento di cui parla Mariani è agli atti del fascicolo sull’omicidio. Spiega Mariani: “Al punto 19 del rapporto più volte richiamato indico il giudice Caccia come architetto Caccia Dominioni”. Ecco allora il testo preciso: “L'architetto Caccia Dominioni è stato fatto fuori non dai calabresi (…) ma da un gruppo capeggiato da Epaminonda (catanese). Sempre come sfondo vi è la questione (…) inerente Saint Vincent, Sanremo, Campione (…) era convinto che tutti i soldi sporchi arrivassero lì”. Sul killer soprannominato Luciano sempre Cattafi riferisce a Mariani di potergli fare avere una sua foto pubblicata sul Corriere della Sera. Secondo la procura e la ricostruzione dell’avvocato Repici si tratta di Demetrio Latella, calabrese, coinvolto e mai condannato per il sequestro di Cristina Mazzotti, rapita nel 1975 e fatta morire di stenti.
La nuova ricostruzione, inoltre, rischia di far riaprire un altro omicidio irrisolto e collegato a Cattafi. Si tratta della morte del broker milanese Giancarlo Ginocchi ucciso il 14 dicembre 1974 nella sua casa milanese. Casa, mette a verbale Mariani, “dove ho conosciuto Saro Cattafi”. E ancora: “Mi è nota la circostanza che ogni qual volta Cattafi raggiungeva Milano dalla Sicilia trovava alloggio nell’appartamento di Ginocchi”, il quale fu coinvolto nel sequestro dell’imprenditore Giuseppe Agrati del 1975. Per il collaboratore di giustizia Federico Corniglia “Ginocchi era un riciclatore di Stefano Bontate”.

 

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