VittimeMafia.it

VittimeMafia.it PDF Stampa E-mail

Foto di Rino Porrovecchio

Abbiamo scelto questa foto come simbolo del gruppo  e del blog. Rappresenta un po' sia il passato, le terribili stragi, tutti quei morti, che il futuro di riscatto, con la rivolta popolare che ha mosso i suoi primi passi forse proprio con quella scritta su quel muro.

Chi siamo

Una casa della memoria per le vittime della mafia.(Gruppo Facebook))

Casamemoria Vittimemafia (Pagina Facebook)

 

"Questo Blog è stato creato dagli amministratori di Una casa della memoria per le vittime della mafia,

gruppo nato su Facebook nel Settembre 2009.

La decisione di aprire un Blog è nata dalla necessità di archiviare in un unico luogo tutti i dati raccolti:

Ci siamo accorti, col passar del tempo, che le informazioni che andavamo cercando, e sembrava non

ci fossero, le trovavamo ma erano nascoste in mezzo a tantissime altre e riuscivamo a scovarle solo

se in possesso di chiavi di ricerca ben precise. Inoltre molti link trovati ora non sono più disponibili e

pertanto il contenuto, non archiviato, è andato perduto per sempre.

Tutto quello abbiamo fatto, e faremo,  é animato dalla necessità di "sapere"; non abbiamo altri fini

se non quello della "conoscenza e del ricordo".

 

Per visualizzare la lista completa delle schede raccolte cliccare su VITTIME (qui o sulla banda superiore)

Leggi tutto...
 
Le Vittime che commemoriamo, mese: APRILE PDF Stampa E-mail

 

 

1 Aprile 1948 Camporeale (PA). Ucciso Calogero Cangelosi, 42 anni, segretario della CGIL
Calogero Cangelosi, 42 anni, sposato con quattro figli, segretario della CGIL di Camporeale (PA), si batteva  per l’applicazione dei decreti Gullo sulla divisione del grano a 60 e 40 e sulla concessione alle cooperative contadine delle terre incolte e malcoltivate degli agrari. La sera del 1° aprile del 1948, nonostante fosse sempre scortato dagli amici del sindacato, mentre faceva ritorno alla propria abitazione,  qualcuno con un mitra sparò sul gruppo ferendone gravemente due ma Calogero, colpito alla testa e al petto, spirò all'istante."Calogero Cangelosi fu il 36esimo sindacalista assassinato dalla mafia in quegli anni del secondo dopoguerra.
Per quell’omicidio, la giustizia «ingiusta» di allora non riuscì nemmeno ad imbastire un processo. Nonostante tutti sapessero che a dare l’ordine di morte era stato il proprietario terriero "don" Serafino Sciortino, mentre a sparare ci avevano pensato il capomafia Vanni Sacco e i suoi «picciotti», si procedette contro «ignoti», che tali rimasero per sempre. Poi sulla vicenda cadde il silenzio." (Tratto da La Sicilia)

 

1 Aprile 1977 Razzà di Taurianova (RC). I Carabinieri Stefano Condello e Vincenzo Caruso restarono uccisi in uno scontro a fuoco: avevano interrotto un summit di ‘ndrangheta.
Alle 14.30 del 1 aprile 1977 una gazzella dei carabinieri ferma il suo giro di perlustrazione lungo la statale 101 bis in contrada Razzà di Taurianova.
L'appuntato Stefano Condello e i militari dell'Arma Vincenzo Caruso e Pasquale Giacoppo hanno notato nei pressi della casa colonica del pregiudicato Francesco Petullà una strana presenza di autovetture.
Decidono di approfondire, ignorando che stanno per interrompere un summit di 'ndrangheta. E' l'inferno.Il carabiniere Cacioppo, lasciato a guardia dell'autoradio, inutilmente accorrerà in aiuto dei colleghi al primo rumore di spari. Sull'erba restano quattro cadaveri: Stefano Condello, Vincenzo Caruso, Rocco e Vincenzo Avignone, "sacrificatisi" per coprire la fuga degli altri partecipanti alla riunione.
Saverio Mannino - presidente della Corte d'Assise di Palmi di fronte alla quale fu celebrato il processo per l'eccidio - ricostruisce e commenta in "La strage di Razzà" la vicenda processuale conclusa in I grado con condanne per 200 anni complessivi di carcere, 30 dei quali comminati al boss di Taurianova Giuseppe Avignone. Download del libro a questo link: http://www.scribd.com/doc/56044393/La-Strage-Di-Razza
Tra le parti civili costituite in processo non figura lo Stato. (stopndrangheta.it)

 

2 Aprile 1985 Trapani. Strage di Pizzolungo. Restano uccisi da un'auto bomba Barbara Rizzo e i suoi figli, Giuseppe e Salvatore Asta, gemelli di 6 anni.
Una strada che costeggia il mare, una mattinata di primavera in Sicilia, una curva e un’auto che sorpassa ad alta velocità. Poi un rumore sordo, fortissimo, di quelli che fermano il tempo per alcuni minuti.
È il 2 aprile del 1985 e una giovane madre, Barbara Rizzo, sta accompagnando a scuola i suoi due gemellini di sei anni, Giuseppe e Salvatore Asta. Ogni mattina prende quella strada che da Valderice arriva a Trapani costeggiando il lungomare. È una bella mattinata, il sole brilla su quegli spicchi di mare azzurro e Barbara procede come sempre sulla sua Volkswagen Scirocco: i bambini giocano sul sedile posteriore e lei può godersi quella breve passeggiata guidando a velocità sostenuta.
C’è un’altra auto che quella mattina percorre lo stesso tratto di strada. È un Alfa 132 blindata che morde l’asfalto. La segue a ruota una Fiat Ritmo che tira le marce per stargli dietro: i passeggeri delle due auto infatti non hanno nessuna intenzione di godersi quel magnifico panorama. Devono percorrere quella strada in fretta, devono arrivare al Palazzo di Giustizia di Trapani il prima possibile; a bordo infatti hanno un quarantenne con i baffi e  gli occhiali: si chiama Carlo Palermo, è campano ma viene da Trento, ed è arrivato in Sicilia da meno di 50 giorni per fare il suo lavoro, il magistrato.
Da quelle parti, dalle parti di Trapani, fare il magistrato può essere pericoloso. Due anni prima, proprio a Valderice, il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto era stato ammazzato davanti casa proprio quando stava per andare a lavorare in Toscana. Lo sapevano tutti che quell’omicidio era un affare di mafia, ma nessuno lo diceva apertamente per il semplice fatto che a Trapani ufficialmente la mafia non esiste. E se la mafia a Trapani non esiste come si fa a dire che ammazza qualcuno? Ciaccio Montalto era morto per questioni di donne si era detto. O forse di gioco d’azzardo e di debiti. Tutto ma non la mafia.
L’autista dell’Alfa 132 però lo sa benissimo che a Trapani non solo la mafia esiste, ma gestisce i punti nevralgici del potere cittadino. E  sa benissimo che il suo passeggero, Carlo Palermo, è uno che rischia di finire come Ciaccio Montalto. Palermo non è arrivato a Trapani per caso: a Trento ha indagato su traffici di armi e droga, sulla connivenza tra il Psi di Bettino Craxi e la criminalità organizzata, e spesso le sue inchieste si sono incrociate proprio con quelle di Ciaccio Montaldo.
È  proprio per evitare d’imbattersi in qualche commando mafioso (che ufficialmente non dovrebbe esistere) che l’autista dell’Alfa accelera e all’altezza della curva di Pizzolungo supera la Volkswagen con Barbara e i gemellini. Solo che quel sorpasso l’Alfa 132 non avrà mai il tempo di completarlo: viene bloccata da un rumore sordo e fortissimo, un istante infinito di morte e terrore. Quando le lancette ricominceranno a correre di quella Volkswagen Scirocco si saranno quasi perse le tracce. Ancora meno rimarrà di Barbara. Giuseppe e Salvatore Asta, investiti dall’esplosione di un’altra auto, la quarta di questa storia, parcheggiata sul ciglio di quella curva dopo essere stata imbottita di tritolo. Doveva spazzare via il giudice Carlo Palermo, doveva farlo fuori, a pezzetti. Solo che in quell’ esecuzione si sono infilati per caso Barbara, Giuseppe e Salvatore.
Chi ha assistito a quella scena e l’ha trasformata in una strage ha voluto provare a far fuori il giudice nonostante quella Volkswagen inaspettata. Che invece ha fatto da scudo tra quella bomba a quattro ruote parcheggiata in curva e l’Alfa 132 di Palermo. Di Barbara, Giuseppe e Salvatore dopo quell’istante infinito rimarrà ben poco: una macchia rossa su un muro di una casa, qualche brandello a metri di distanza e una scarpa da bambino.
Tra i primi soccorritori del giudice Palermo c’era anche il padre e marito Nunzio Asta: non si è accorto che in quell’inferno c’era anche la sua famiglia e verrà avvisato della tragedia soltanto qualche ora più tardi, da un poliziotto che al telefono gli chiede il numero di targa di quella Volkswagen guidata dalla moglie. Nunzio morirà di crepacuore nel 1993.
Per la strage di Pizzolungo sono stati condannati i boss Totò Riina, Vincenzo Virga, Balduccio di Maggio e Nino Madonia. L’esplosivo che fece a pezzetti Barbara, Giuseppe e Salvatore dicono sia dello stesso tipo usato nella strage del Rapido 904, che  il 23 dicembre 1984 fece 17 vittime. Una eccidio inspiegabile di cui è stato riconosciuto colpevole lo stesso Riina. E non è forse un caso che un altro uomo che collaborò al botto di Pizzolungo, Gioacchino Calabrò, sia lo stesso “esperto” d’esplosivo che diede il suo contributo alle stragi del 1993. (Giuseppe Pipitone – Ilfattoquotidiano.it)

 

2 Aprile 1991 Altofonte (PA). Ucciso Francesco Pipitone (62 anni), direttore della Cassa Artigiana, aveva tentato di opporsi a dei mafiosi che stavano compiendo una rapina.
Francesco Paolo Ptpitone, 62 anni, presidente della «Cassa rurale ed artigiana» di Altofonte, era quasi riuscito nella sua impresa. Mentre gli impiegati della banca cercavano rifugio dietro le scrivanie, lui ingaggiavava un violentissimo corpo a corpo con uno dei due rapinatori che stringeva in pugno una «Smith & Wesson» calibro 45. Ce l'aveva quasi fatta quando ha udito alle sue spalle due colpi di pistola. Settimo Russo, 35 anni, una fedina penale zeppa di reati, ferito  a morte, ha allentatato la presa e si è accasciato ai suoi piedi, ucciso dal suo complice dalla mira insicura. Una breve fuga alla ricerca di un impossibile rifugio e poi il dottor Pipitone viene giustiziato dallo stesso bandito che ha ucciso il complice.
Per omicidio e rapina,  la II Sezione della Corte d'Assise di Palermo, ha condannato a 13 anni di carcere i collaboratori di giustizia Giovanni Brusca e Mario Santo Di Matteo e a 30 anni Michele Traina, quale esecutore dell'omicidio.  Brusca e Di Matteo, all'epoca ai vertici della cosca di San Giuseppe Jato, diedero l'autorizzazione della mafia al colpo.


2 Aprile 2000 Anagni (FR). Domenico Stanisci, Vice brigadiere della Guardia di Finanza muore durante un inseguimento. L'auto di servizio viene speronata e gettata fuori strada.
Nella notte fra sabato e domenica 2 aprile del 2000, l' Alfa 155 su cui prestavano servizio due finanzieri viene speronata sull'Autosole e gettata fuori strada. Il brigadiere Domenico Stanisci, 42 anni, sposato con tre figli, muore sul colpo. Il suo collega Giovanni Grossi, 33 anni, rimane ferito.
Una seconda pattuglia di finanzieri, che stava lavorando insieme a Stanisci e Grossi, intima l'alt all'auto pirata, che per tutta risposta accelera. Scatta l' inseguimento. Più volte i malviventi cercano di mandare fuori strada anche la seconda pattuglia. Alla fine abbandonano l'auto, risultata rubata, su cui verranno trovate tracce di droga e le impronte digitali degli occupanti, due albanesi, schedati per vari reati, successivamente arrestati.

 

4 Aprile 1971 Caulonia Marina (RC). Ucciso Vincenzo Scuteri, carpentiere, non voleva lavorare il cemento della mafia.
Caulonia (RC) – Vincenzo Scuteri, noto per la sua militanza nel Movimento sociale italiano, era detto ‘u camerata. Carpentiere nella vita di tutti i giorni, in pieno centro abitato, lungo la Statale 106 fu colpito da diversi colpi di arma da fuoco e dopo nove giorni di sofferenze, il 4 aprile 1971, si spense in ospedale. L’uomo era un onesto lavoratore. Diceva pubblicamente: "io il ferro dai mafiosi, non lo voglio acquistare", gesto questo, che gli è costato la vita. Il processo si concluse dopo quasi due anni con l’assoluzione di due indiziati.
Nel 2010, un pannello è stato posto proprio dirimpetto al luogo dove l’operaio fu colpito: “Vincenzo Scuteri detto camerata, lavoratore onesto e dignitoso, padre di famiglia esemplare trovò la morte in questo luogo per mano della ‘ndrangheta. Seppe tenere la testa alta e la schiena dritta dinanzi alla prepotenza mafiosa, dimostrando che gli umili servono la storia e non sono molti a ricordare il loro sacrificio”.


4 Aprile 1991 Napoli. Muore Salvatore D'Addario, 22 anni, Assistente Polizia di Stato. Era stato gravemente ferito il 30 marzo in un conflitto a fuoco contro camorristi .
Il 30 marzo 1991 i Quartieri Spagnoli (NA) diventano un sentiero di guerra. I boss locali ordinano di sparare contro i giovani simpatizzanti degli scissionisti.
In questo scontro muoiono tre delinquenti di piccolo calibro e feriti quattro innocenti.
La risposta a questa azione è immediata. Infatti, il giorno seguente a Porta Nolana (NA) un gruppo di uomini appartenenti al clan avversario fa fuoco contro tre pregiudicati.
Salvatore D'Addario, agente di polizia, si trova con la famiglia in un esercizio commerciale nei pressi della zona. Sente gli spari esce dal negozio cercando di fermare i tre che si stanno allontanando a bordo di un furgone, utilizzando la pistola d'ordinanza che ha con sé.
I malviventi gli sparano contro ferendolo ad un braccio e ad una gamba, infine investendolo con l'autoveicolo stesso.
L'agente rimasto ferito viene ricoverato in ospedale. Con il passare dei giorni le condizioni di D'Addario peggiorano: dopo l'amputazione della gamba sopraggiungono altre complicazioni. Il 4 aprile Salvatore si spegne. Il questore, recatosi in visita presso il nosocomio durante i giorni che hanno separato Salvatore dalla morte lo promuove per "meriti sul campo".

 

4 Aprile 1992 Agrigento. Assassinato il Maresciallo dei Carabinieri Giuliano Guazzelli, l'Investigatore Puro.
Giuliano Guazzelli, maresciallo dei carabinieri, fu assassinato il 4 aprile 1992 sulla strada Agrigento-Menfi sulla sua auto Fiat Ritmo, gli assassini a bordo di un Fiat Fiorino, lo sorpassarono su un viadotto, spalancarono il portellone posteriore e lo uccisero a colpi di mitra e fucili a pompa. A Menfi, cittadina d'adozione del maresciallo, fu proclamato il lutto cittadino.
Guazzelli all'epoca dell'omicidio aveva già maturato l'età pensionabile, ma aveva deciso di restare in servizio, nonostante avesse subito numerosi intimidazioni ed era già riuscito a sfuggire ad un altro agguato.
Inizialmente il delitto fu attribuito alla Stidda, così nel dicembre 1992 vennero arrestati in Germania dei presunti killer.
Processati e condannati all'ergastolo dal Tribunale di Agrigento, vennero successivamente assolti dalla Corte d'Assise d'Appello di Palermo per insufficienza di prove.
Passati alla pista Cosa Nostra, per l'omicidio sono state inflitte sei condanne definitive al carcere a vita. All'ergastolo sono finiti Salvatore Fragapane, Joseph Focoso, Simone Capizzi, Salvatore Castronovo, Giuseppe Fanara e al latitante Gerlandino Messina.
Nel maxi-processo denominato "Akragas" sono stati inflitti anche 18 anni di carcere al pentito Alfonso Falzone che ha aiutato i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ad incastrare mandanti e sicari. (Wikipedia)

 

5 Aprile 1994 San Cipirello (PA). Cosimo Fabio Mazzola, ucciso perché ex fidanzato della moglie di un mafioso.
La sera del 5 aprile del 1994 un commando guidato da Enzo Brusca uccide Fabio Mazzola, 27 anni, mentre rincasa in via Pietro Nenni, a San Cipirello (PA), a bordo della sua Fiat Tipo rossa. Viene ucciso come un boss ma Fabio era un bravo ragazzo.
La sua unica colpa è aver frequentato una ragazza, figlia di un boss, costretta dal padre a sposare un aspirante "uomo d'onore". Sembra che la ragazza telefonasse ancora a Fabio che, nel frattempo, si era fidanzato con un'altra ragazza.
Punto nell'orgoglio dalle voci di alcuni amici, "l'uomo d'onore", che è poi divenuto collaboratore di giustizia, si rivolge ai Brusca e chiede il permesso di dare una "lezione" all'ex rivale, ottenendo così un'assurda sentenza di morte.

 

5 Aprile 2003 S. Sebastiano al Vesuvio (NA). Muore Paolino Avella, 18 anni, volevano rubargli il motorino.
Il 5 aprile del 2003, a San Sebastiano al Vesuvio (NA), il giovane Paolino Avella perde la vita a pochi metri dal Liceo da cui proveniva, nel tentativo di sfuggire al furto del proprio motorino ad opera di due balordi. Paolino, nel tentativo di sottrarsi alla rapina, accelerava improvvisamente cercando di allontanarsi, forse anche per raggiungere la vicina stazione dei Carabinieri: iniziava così un vero e proprio inseguimento. La perizia tecnica disposta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Nola accertava che i due malviventi, utilizzando una moto più potente, prima raggiungevano poi affiancavano la moto di Paolino ponendo in essere una serie di "interferenze" e "strattonamenti" che culminavano con un vero e proprio speronamento che causava l'impatto contro un albero posto sul marciapiede. Il perito medico-legale nominato dal magistrato penale accertava che la morte era conseguenza delle gravi lesioni all'emitorace destro causate dall'impatto contro l'albero, ma aggravate dalla circostanza che il corpo di Paolino ha fatto da "cuscino" all'amico che trasportava sul sedile posteriore, che restava illeso. Paolino Avella avrebbe compiuto 18 anni pochi giorni dopo. Stava aspettando con ansia il 12 aprile, perché in casa avevano organizzato una doppia festa: la sua maggiore età e le nozze d'oro della nonna. (Fondazione Pol.i.s.)

 

6 Aprile 1979 Palermo. Vincenzo Russo, 40 anni, brigadiere della Polizia Ferroviaria, resta ucciso durante un tentativo di rapina.
Vincenzo Russo, brigadiere della Polizia Penitenziaria, fu ucciso il 6 Aprile 1979, alle ore 5,55, all'interno della Stazione Centrale di Palermo. Era stato comandato, insieme alla Guardia Mustazza Antonino, di 29 anni, di scorta sul treno locale per Sant'Agata di Militello al sacco postale, contenente circa un miliardo di lire in denaro contante ed assegni. La Guardia Mustazza precedeva il carrello, che era spinto dall'impiegato, mentre il Brigadiere Russo chiudeva la scorta. Sul marciapiede, molte persone attendevano la partenza del treno per Catania. Improvvisamente dal treno per Sant'Agata scesero quattro persone, mascherate ed armate: due davanti e due dietro il carrello. Uno dei due malviventi scesi alle spalle della scorta corse verso il Brigadiere Russo e gli sparò a bruciapelo alla nuca, uccidendolo. Un secondo rapinatore sparò alla Guardia Mustazza, ma questi riuscì ad evitare il colpo gettandosi dietro una colonna e, imbracciando il mitra, rispose al fuoco. I rapinatori cercarono di portar via il carrello, ma nel frattempo la Guardia Bonanno, in servizio all'ufficio Polfer, sentiti gli spari si precipitò fuori, ingaggiando un violento conflitto a fuoco con i rapinatori, che si diedero alla fuga con due auto, una 127 ed una 125, precedentemente rubate e abbandonate pochi minuti dopo nei pressi della stazione. Antonino Mustazza, ricoverato in ospedale, sopravvisse. Il Brigadiere Russo lasciò la moglie e una figlia. Medaglia d'argento al valore civile alla memoria (cadutipolizia.it)

 

7 Aprile 1992 Bianco (RC). Ucciso Stefano Ceratti, 55 anni, segretario della Dc di Caraffa del Bianco. Omicidio politico-mafioso commissionato dalla cosca Pelle disturbata dall'opera moralizzatrice e di denuncia condotta dal medico.
Il 7 aprile 1992 il segretario della Dc di Caraffa del Bianco, Stefano Ceratti, 55 anni, viene assassinato da un killer solitario all'interno del suo studio medico di Bianco. A trent'anni dall'omicidio, il cosentino Sergio Prezio è stato condannato in via definitiva come esecutore materiale dell'agguato. Per i giudici quello di Ceratti è stato un omicidio politico-mafioso commissionato dalla cosca Pelle disturbata dall'opera moralizzatrice e di denuncia condotta dal medico all'interno del Consiglio comunale di Caraffa e del suo stesso partito.

7 Aprile 1994 Napoli. Ucciso Antonio D'Agostino, 23 anni fioraio, involontario testimone di un omicidio.
Antonio D' Agostino era un giovane fioraio, appena 23 anni, ed è stato massacrato il 7 aprile 1994 a Casavatore da due sicari. Era sicuramente un testimone scomodo e gli hanno chiuso la bocca con una scarica di dieci proiettili al capo, al volto, e al torace. I killer si sono poi dileguati a bordo di una moto di grossa cilindrata. Soccorso da alcuni passanti, il giovane è morto mezz' ora dopo nell' ospedale napoletano Nuovo Pellegrini. Era sulla soglia del suo negozio di fiori, all' angolo tra via Aniello Falcone e via Giacinto Gigante. La bottega situata di fronte alla boutique dove il 26 marzo precedente fu ucciso Carmine Amura, freddato mentre allestiva una delle vetrine del negozio. Gli inquirenti sono convinti che D' Agostino sia stato eliminato perché aveva visto la scena, anche se quando i carabinieri giunsero sul luogo del delitto, pochi minuti dopo, il negozio di fiori era sbarrato.
Carmine Amura e la madre Anna Dell'Orme, giustiziata anche lei a pochi minuti di distanza, avevano denunciato i presunti assassini di Domenico, fratello e figlio degli uccisi, durante due trasmissioni televisive.

 

8 Aprile 1994 Nola (NA). Uccisa Maria Grazia Cuomo, innocente vittima di una vendetta contro un collaboratore di giustizia.
Maria Grazia Cuomo aveva 56 anni , non era sposata e stava sempre chiusa in casa per colpa di una brutta voglia violacea sul viso; viveva a Nola (NA) con la sorella, moglie di un lontano parente del boss camorrista Carmine Alfieri, diventato collaboratore di giustizia.
L'8 dicembre del 1994 un commando di killer entrò nell'abitazione  con l'intento di uccidere  il figlio del collaboratore di giustizia. Non l'hanno trovato  ed hanno scaricato il caricatore verso il letto dove Maria Grazia riposava.
" Doveva essere una punizione esemplare. Una lezione che non si dimentica, diretta a chi in quei mesi stava smontando pezzo per pezzo il sistema camorra, facendo arrestare decine di affiliati ai clan"

 

10 Aprile 1987 Cittanova (RC) Ucciso Rosario Iozia, Comandante Squadriglia Carabinieri, in uno scontro a fuoco con dei malviventi.
" … in data 10 aprile 1987, alle ore 19.00 circa, in agro del comune di Cittanova, sulla strada provinciale che unisce quest’ultimo centro abitato a quello di Polistena, in località Petrara veniva rinvenuto il cadavere del vice brigadiere Rosario Iozia attinto da colpi di fucile caricato a pallettoni. Dalla ricostruzione dei fatti, si poteva poi stabilire che il vice brigadiere, poco prima, trovandosi libero dal servizio alla guida della propria autovettura, con direzione di marcia Cittanova Polistena, all’uscita di una curva, proseguendo con un lungo rettilineo, notava alcuni individui attraversare un oliveto armati di fucili a canne mozze. Il Vice brigadiere Iozia, buon conoscitore di luoghi e persone della giurisdizione, intuendo l’anomalia che si presentava ai suoi occhi, fermava la propria macchina lasciandola in moto e, benché solo, prontamente, impugnando la propria pistola d’ordinanza, si poneva all’inseguimento dei malviventi intimando l’alt e qualificandosi. Quest’ultimi anziché ottemperare, altrettanto repentinamente, alzavano le canne dei fucili ad altezza uomo ed esplodevano, all’indirizzo del sottufficiale, due colpi di lupara lasciando al militare soltanto la possibilità di esplodere, contemporaneamente, un solo colpo con l’arma che impugnava. Però, la disparità esistente tra le parti era fatale al Vice Brigadiere che, attinto da numerosi pallettoni, cadeva esanime al suolo. Poco dopo il corpo del sottufficiale veniva rinvenuto da un automobilista di passaggio che lo trasportava presso l’Ospedale civile di Polistena, ove giungeva cadavere". (ancispettoratosicilia.it)

 

10 Aprile 1998 Catania. Trovato il corpo di Annalisa Isaia, 20 anni. "La sua colpa era di andare a ballare con persone non gradite allo zio"
Annalisa è una ragazza di 20 anni. Merita di morire solo perché frequenta il “giro” sbagliato. Ad ammazzarla è lo zio materno, Luciano Daniele Trovato: non sopporta di essere deriso dagli affiliati della cosca mafiosa di cui face parte, gli Sciuto, perché la ragazza frequenta un gruppo di coetanei di un clan rivale, i Laudani. Questi ultimi sono ritenuti colpevoli della morte del padre di Annalisa avvenuta nel 1993. Il cadavere della ragazza viene rinvenuto sepolto dopo diversi giorni.( sdisonorate.it)

 

10 Aprile 2009 Villaricca (NA) Vittorio Maglione, suicida a 13 anni. Nella lettera al padre: «non voglio diventare come te».
Vittorio Maglione era un ragazzo di Villaricca (NA). Venerdi 10 aprile 2009, nel tardo pomeriggio, mentre lungo le strade della cittadina si svolgeva la via Crucis, il 13enne, che frequentava la seconda media nella scuola dedicata a Giancarlo Siani, ha pubblicato il suo annuncio di morte sul suo profilo Messenger, dicendosi stanco, senza speranza per il futuro, e poi si è tolto la vita, impiccandosi. Un biglietto per salutare tutti, una frase di rancore verso il padre camorrista, ”non voglio diventare come te” ma mandandogli un bacio dicendogli addio.
Il suo futuro nella delinquenza sembrava segnato e per lui questo era inaccettabile. Suo padre era finito in prigione giovanissimo con una accusa di omicidio, da cui però venne assolto per insufficienza di prove, per poi diventare un elemento di spicco del clan Ferrara, legato ai Mallardo e ai Casalesi. Suo fratello maggiore era stato trucidato nel 2005, a soli 14 anni, per aver tentato di rubare il motorino alla persona sbagliata. Soprattutto la morte del fratello lo aveva segnato. All’epoca aveva appena 9 anni e da allora portava sempre in tasca una sua foto.

 

 

11 Aprile 1990 Opera (MI). Ucciso Umberto Mormile, assistente carcerario
Umberto Mormile, educatore carcerario, fu ucciso a Lodi l'11 aprile del 1990. Fu ucciso con sei colpi di pistola da un killer su un'Honda 600 che lo affiancò mentre era in colonna, all'altezza di Carpiano, a bordo della sua auto e si stava recando verso il carcere di Opera.
La sentenza definitiva del processo per il suo omicidio determinò la condanna del boss Domenico Papalia in qualità di mandante e di Antonio Schettini in qualità di esecutore materiale, ma durante le indagini emersero evidenti tentativi di depistare l'inchiesta.
Dalle dichiarazioni di chi conduceva la moto, pentitosi, emerge il vero movente dell'omicidio:
"...Mormile aveva raccontato che Domenico Papalia, allorché era detenuto a Parma, luogo dove aveva lavorato in precedenza lo stesso Mormile, beneficiava di incontri con persone 'sospette', a suo dire anche facenti parte dei servizi segreti, usufruiva di colloqui e permessi che non  gli  spettavano ed insomma era un privilegiato per via di rapporti importanti  che intratteneva con personaggi che non mi furono indicati..."



11 Aprile 1990 Fiumara (RC). Vincenzo Reitano, 29 anni, commerciante ambulante e consigliere comunale, assassinato in ospedale a Reggio dove era ricoverato dopo aver subito un altro attentato.
L'11 Aprile 1990 a Fiumara (RC), fu assassinato in ospedale, a Reggio, dove era ricoverato dopo aver subito un altro attentato, Vincenzo Reitano, 29 anni, commerciante ambulante e consigliere comunale. Forse per una vendetta trasversale. Era imparentato con il boss Imerti, due anni prima era stato ucciso anche il marito della sorella.



13 Aprile 1975 Cittanova (RC) Uccisi i fratellini Michele e Domenico Facchineri, di 9 e 12 anni, vittime di faida.
Due bambini Domenico, di undici anni, e Michele Facchineri, di otto anni, guardiani di porci, vennero uccisi il 13 aprile del 1975, a colpi di lupara, sul greto di un torrente da un quintetto di sicari senza volto, che avevano già ucciso poco prima un loro zio, ferito un cuginetto di appena sei anni e  una zia , incinta di sette mesi. L’omicidio è legato alla faida di Cittanova (RC) che vedeva da un lato la cosca dei Facchineri e dall’altro quella dei Raso-Albanese in una guerra per la supremazia criminale.

13 Aprile 2000 Marina di Gioiosa Jonica (RC). Ucciso da un'autobomba l'imprenditore Domenico Gullaci.
Domenico Gullaci, detto Mimmo, era un imprenditore, contitolare con il fratello di una ditta di materiali per l'edilizia, sposato e padre di quattro figli;  fu ucciso a Marina di Gioiosa Ionica il 13 aprile del 2000.
Secondo le ricostruzioni, Domenico Gullaci uscì di casa, in via Primo maggio, attraversò la strada, fece scattare l'antifurto della sua Mercedes, parcheggiata davanti alla caserma dei carabinieri. Immediatamente un boato scosse la città: l'esplosione venne sentita anche a Siderno e Roccella Jonica, a chilometri di distanza. Domenico Gullaci morì all'istante dilaniato da un carica di tritolo piazzata sotto il sedile della sua auto. Durante il funerale, il vescovo di Locri, Giancarlo Bregantini denunciò l'assenza dello Stato: la gente della Locride ed il corteo funebre era stato preceduto da 42 sindaci testimoni silenziosi contro la violenza e contro la prevaricazione dei clan. Gli uomini del Ccis (Centro carabinieri investigazioni scientifiche) di Messina dichiararono che l'ordigno era stato azionato con un comando a distanza, il sostituto procuratore antimafia Nicola Gratteri, affermò immediatamente che si trattava di un attentato ad opera della 'ndrangheta. Due cognati di Domenico Gullaci, Francesco Marzano, di 40 anni, e Antonio Tarsitani, 39 anni, erano stati uccisi. Il primo a colpi di lupara nel dicembre 1997 a Siderno Superiore, mentre stava rincasando, il secondo nel giugno 1993, a colpi di pistola, mentre viaggiava sull'Autostrada del Sud, tra Palmi e Bagnara. I Gullaci avevano interessi in Sicilia e gli investigatori sospettarono che il delitto fosse stato eseguito dalla 'ndrangheta su richiesta della mafia. Domenico Gullaci aveva subito intimidazioni: nell'agosto dell'anno precedente era stato bruciato un camion della sua ditta e pochi mesi prima aveva dovuto riacquistare i marmi della villetta che si stava costruendo perché qualcuno li aveva spaccati a colpi di mazza.

14 Aprile 1980 Serra San Bruno (VV). Ucciso Bruno Vinci, falegname di 36 anni, mentre era nella gioielleria del fratello.
Il 14 aprile 1980 Bruno Vinci entra nella gioielleria del fratello Domenico per cambiare un paio di orecchini alla figlia Barbara. Ha 36 anni, due figli piccoli e a Serra San Bruno, dove lavora come falegname, è ritornato da un paio d'anni, dopo aver vissuto in Canada. I rapinatori che irrompono nel negozio, poco dopo Bruno, sono armati di fucile a canne mozze e sono spietati: la resistenza dell'uomo, che vuole difendere sé stesso e il fratello, viene punita con due spari. Bruno muore sul colpo.

 

14 Aprile 1981 Napoli. Ucciso Giuseppe Salvia, vicedirettore al carcere di Poggioreale.
Vicedirettore dal 1976 al 1981 del Carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia all'età di 38 anni, viene trucidato in un barbaro agguato ordinato da Raffaele Cutolo, omicidio per il quale quest'ultimo, capo incontrastato della "Nuova camorra organizzata", fu condannato all'ergastolo.
Probabilmente a scatenare le ira del boss fu l'atteggiamento che Salvia ebbe al ritorno da un'udienza dibattimentale, il 7 novembre del 1980. Il vicedirettore pretese che il boss, al rientro in Poggioreale, fosse perquisito come da regolamento carcerario.
Salvia, di ritorno a casa, in auto sulla Tangenziale di Napoli venne affiancato dai killer e ucciso, all'altezza dello svincolo dell'Arenella il 14 aprile 1981.
In quel periodo a Poggioreale si era scatenata un'autentica carneficina tra opposte fazioni di camorristi; una delle pagine più scure del penitenziario napoletano e dell'intera storia della camorra in città.
Oggi il penitenziario napoletano ha preso il nome dell'eroico funzionario dello Stato. (Fondazione Pol.i.s.)

 

15 Aprile 1980 Monza. Rapito e ucciso Adelmo Fossati, 35 anni, il corpo ritrovato tre mesi dopo. Si era rifiutato di entrare in un giro di auto rubate.
Adelmo Fossati viene sequestrato il 15 aprile 1980 a Monza. Ha trentacinque anni e dirige una concessionaria di auto, ma probabilmente fa gola all'Anonima in quanto cugino di Danilo Fossati, titolare dell'industria alimentare Star. Sono in quattro a bloccare il prestante pilota di Formula 3, molto noto nel Monzese. Poi le richieste alla famiglia: sette miliardi di lire. Una cifra astronomica, ridimensionata a 300 milioni, consegnati in una notte di giugno, dopo un tentativo fallito di liberare l'ostaggio. Arrivano nuove richieste di denaro. E' già pronta una seconda valigetta con 250 milioni, ma il 14 luglio gli investigatori trovano il corpo del rapito, sotterrato nel giardino di una villetta di Missaglia (nella zona di Lecco), dove era stato tenuto prigioniero negli ultimi tempi. Quella villa, e anche altre utilizzate come covi, sono di proprietà dell'ex-olimpionico di ciclismo Umberto Moretti, passato dalle due ruote all'Anonima.
In pochi mesi gli esecutori del sequestro vengono arrestati. E' stato proprio il fermo di uno dei carcerieri a spingere gli altri a disfarsi dell'ostaggio. A nulla è servito l'appello del Papa. quando il 4 luglio i carabinieri bloccano Maria Pompea Alò, la donna di uno dei capi della banda, Pietro Miragliotta (che conosceva Fossati per aver partecipato insieme a lui ad alcune gare automobilistiche) si decide a uccidere l'uomo, già provato per le dure condizioni della carcerazione. A incaricarsi del compito è Sebastiano Pangallo, originario di Reggio Calabria: lo stordisce con una forte dose di cloroformio e lo getta in una buca scavata da Moretti. Poi lo coprono con la calce viva e lo seppelliscono che ancora respira. E' il 7 luglio dell'80. Da poco tempo Adelmo Fossati è diventato papà di una bambina che non ha mai conosciuto. (Tratto da Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta -  di Danilo Chirico e Alessio Magro)



16 Aprile 1972 Polistena (RC). Domenico Cannata ucciso "per errore"
Domenico Cannata di mestiere faceva l'elettricista a Polistena (RC). Era padre di quattro figli.
Nella notte del 16 Aprile del 1972 sente uno scoppio, si alza dal letto, controlla che moglie e figli siano tranquilli, si avvicina all'interruttore centrale, prova a staccarlo per evitare un incendio. Un altro scoppio, un ordigno.
La famiglia trova il suo corpo dilaniato.
Viene riconosciuto vittima innocente della 'ndrangheta solo nel 2005.
Ucciso per errore. (Tratto da Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta -  di Danilo Chirico e Alessio Magro)



16 Aprile 1993 Reggio Calabria. Ucciso Giuseppe Marino, Vigile Urbano di 42 anni.

Il 16 aprile 1993 il vigile urbano Giuseppe Marino viene ucciso a Reggio Calabria nei pressi della Villa Comunale mentre sta verificando il rispetto dell'ordinanza comunale che vieta il transito e la sosta di automobili e motocicli lungo il Corso Garibaldi. Sposato e padre di due bambine, Marino aveva 43 anni. Del suo omicidio si è autoaccusato il pentito Calabrò.




17 Aprile 1981 Roma. Rapito Giovanni Palombini "il re del caffè", 81 anni. Il suo corpo sarà ritrovato il 28 Ottobre , sepolto in un campo.
Giovanni Palombini venne sequestrato il 17 aprile del 1981 e tenuto prigioniero sotto una tenda, legato mani e piedi. Anziano e ammalato, il "re del caffè" tentò ripetutamente di fuggire. Non si rassegnava, nonostante le continue vessazioni e umiliazioni che era costretto a subire. Una sera, ci riuscì. Ma "Lallo" lo riacciuffò. Lo prese per il collo, lo scosse violentemente e gli disse: "Ma allora sei diventato pazzo, vuoi proprio morire". Non lo uccise quella notte. Aspettò ancora qualche giorno, il tempo di riscuotere una prima rata del riscatto: 350 milioni. Laudovino però non si accontentò: i soldi erano pochi, ne voleva di più. Allora comprò un grande congelatore che trasformò nella bara di Palombini. Ogni tanto il cadavere veniva tirato fuori e fotografato con un quotidiano in mano, per dimostrare ai parenti che l'ostaggio era ancora vivo e che per riaverlo avrebbero dovuto pagare. Il trucco andò avanti per mesi e fruttò centinaia di milioni. Fino a quando Laudovino De Sanctis venne catturato. Ma ormai per Palombini non c'era più nulla da fare: il suo corpo giaceva, ancora incatenato e bendato, sepolto sotto due metri di terra. (LaRepubblica.it)



18 Aprile 1991 Villa Literno (CE). Uccisi Salvatore Richiello, 12 anni, il padre Michele e Pellegrino De Micco, non erano loro le vittime predestinate.
Salvatore Richiello viene ucciso a Castelvolturno a soli 12 anni il 18 aprile del 1991.
Salvatore si trova in una Y10 insieme al padre Michele e a Pellegrino De Micco, tutti vittime dell'agguato di camorra. Il dodicenne e il padre erano saliti sull'auto di Pellegrino De Micco per fare un giro per il centro di Castelvolturno. De Micco aveva precedenti penali ed era il vero obiettivo dell'agguato mortale.
Per l'omicidio è stato condannato all'ergastolo il boss Michele Zagaria e a 15 anni il pentito Luigi Diana. Riforma dall'ergastolo a 30 anni di reclusione per l'esponente del clan dei Casalesi Pasquale Apicella. (Fond. Pol.i.s.)



18 Aprile 1991 Vibo Marina. Rapito Giancarlo Conocchiella, medico dentista di 34 anni.
Giancarlo Conocchiella, dentista di Briatico, nonché giovane politico di belle speranze, fu rapito a Vibo Marina il 18 aprile del 1991. Tornerà a casa solo da morto quasi tre anni dopo, il 17 dicembre del 1996, infatti, viene ritrovato in un pozzo il suo corpo senza vita. Uno dei sequestratori, Carlo Vavalà, dopo un primo periodo di silenzio, incastrato e schiacciato dall’evidenza delle prove a suo carico, inizia a parlare. Fa nomi e cognomi. Lucidamente analizza il movente, la modalità del sequestro e il luogo della sepoltura. Ma ancor di più, Vavalà, tira fuori mandanti ed esecutori. Lo stesso descriverà gli attimi che hanno preceduto l’esecuzione. In una sua deposizione davanti ai giudici e davanti agli occhi della madre che nella disperazione grida a squarciagola «assassini», spiegherà la terribile scena: «Lo abbiamo messo in ginocchio e gli abbiamo sparato cinque colpi in testa. Poi abbiamo messo il corpo in una carriola e lo abbiamo portato in una cava». Era il 16 aprile del 1994. Ed è proprio in una cava, a Cessaniti, che il 17 dicembre del 1996 viene ritrovato in un pozzo il corpo senza vita di Giancarlo Conocchiella. Proprio come riferito dal Vavalà. Da qui, da questa confessione e dalle convinzioni dei familiari della vittima, che da sempre hanno spinto la Procura di Vibo, diretta all’epoca da Bruno Scriva, a fare luce sulla vita di Vavalà per arrivare alla verità, la chiusura del cerchio pareva essere vicina. Ma diversi intoppi e, forse, depistaggi architettati strategicamente da menti perverse interne a logiche politico-mafiose, hanno fatto sì che il sequestro Conocchiella rimanesse, dopo vent’anni, insoluto. Addirittura, il pentito Vavalà, in una sua seconda deposizione, mise sotto accusa la vita di Conocchiella, dichiarando che il dentista è stato ucciso perchè «voleva un delitto». In altre parole avrebbe assoldato, secondo la testimonianza di Vavalà, due latitanti per far fuori niente meno che Nicola Tripodi, boss reggino che, sempre secondo quella vecchia testimonianza del pentito, taglieggiava da tempo Conocchiella. Una richiesta pagata a caro prezzo. Ma chi ha avuto modo di conoscere Giancarlo Conocchiella questa eventualità non la prende nemmeno in considerazione. E poi, arrivare ad assoldare due latitanti per uccidere un boss, a cosa avrebbe portato? Non di certo alla tranquillità. La famiglia del compianto Giancarlo invoca verità, giustizia e ricordo. Chiede la riapertura del caso. Già, perché dopo anni di indagini «sommarie», tutto è finito lentamente nel dimenticatoio. Persino Vavalà è scomparso dalle scene. Gli unici liberi, e di questo ne sono certi i familiari della vittima, sono gli esecutori materiali e i mandanti, che «vivono la loro vita come se nulla fosse mai accaduto». (tratto da un articolo del 2011)



18 Aprile 1991 Napoli. Ucciso Luigi Vigorito, 36 anni, ex carabiniere, guardia giurata. Aveva tentato di fermare dei rapinatori che volevano svaligiare la banca a cui era stato assegnato.
Il 18 Aprile del 1991, a Napoli, davanti all'agenzia della banca Popolare di Napoli di via Epomeno, nel quartiere partenopeo di Pianura, è stata uccisa la guardia giurata Luigi Vigorito, 36 anni, ex carabiniere che ha sbarrato il passo a tre balordi che volevano rapinare l'istituto di credito. Uno dei tre gli ha sparato due colpi alla testa.

 


19 Aprile 1993 Capua (CE). Ucciso Luigi Iannotta, assessore comunale.
Il 19 aprile 1993, a seguito di un evento criminoso, Luigi Iannotta fu assassinato a Santa Maria Capua Vetere con numerosi colpi di arma da fuoco esplosi da ignoti, che ferirono lievemente anche Dante Perrillo con cui si accompagnava. Iannotta, uno dei politici e dei professionisti più impegnati nella provincia di Caserta, giovanissimo aveva ereditato dal padre un'azienda di estrazioni di materiale calcareo che da anni dava lavoro a circa 15 famiglie del proprio paese. Infatti, benché avesse già intrapreso con amore l'attività di insegnante, si era caricato di questa nuova responsabilità, anche per non togliere il sostentamento a tante famiglie che vivevano di questo lavoro. Fu ritenuto, perciò, l'uomo giusto per salvare dalla disoccupazione circa settanta dipendenti del consorzio CO.V.IN dell'attività estrattiva in scioglimento, di cui era da poco liquidatore. Da subito gli inquirenti si orientarono verso la sua attività imprenditoriale ed apparve chiaro che Iannotta era stato vittima di un attentato dimostrativo nei riguardi di quella classe imprenditoriale che voleva sottrarsi a reiterate richieste estorsive. Con la sua morte venne distrutta l'esistenza di un'intera famiglia, lasciando nella più amara realtà la moglie Giovanna Perugino, le figlie Paola e Claudia e il piccolo Guido.
La famiglia Iannotta in seguito all'evento fece istanza di richiesta per i benefici previsti dalla legge n. 302/1990 in favore dei familiari delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata di stampo mafioso, ma dal momento che le attività di investigazione non consentirono di acquisire elementi utili per la prosecuzione delle indagini, nel permanere ignoti gli autori del reato, il P.M. formulò richiesta di archiviazione accolta poi dal GIP. Fondazione Pol.i.s.)

 

20 Aprile 1995 Alessandria della Rocca (AG). Giovanni Carbone, manovale di 28 anni, ucciso perché aveva assistito ad un omicidio.
Morto perché ha visto in faccia i killer che hanno freddato con dei colpi di pistola al petto e al collo Emanuele Sadita. Giovanni Carbone, 28 anni,un passato da agricoltore del centro Alessandrino e poi impegnato come muratore nel campo dell’edilizia negli ultimi anni, non ad Alessandria della Rocca, ma a Parma. Al nord il giovane muratore si era trasferito alla ricerca di lavoro. Dalle parti di Alessandria della Rocca se ne trova poco o si resta nei campi a coltivare la terra; l’unica alternativa è al nord alla ricerca di miglior soldo. E Giovanni Carbone era un bravo giovane, una persona pulita. Aveva intenzione di trascorrere qualche giorno con i genitori, poi sarebbe dovuto tornare a Parma a continuare il suo lavoro di muratore. In contrada Cabibbi il giovane Giovanni Carbone, che ha la propria abitazione di Alessandria ad una cinquantina di metri, in linea d’aria, da quella in cui abita la famiglia di Emanuele Sadita, si sarebbe trovato per caso. A quel punto sono entrati in azione i killer e per il giovane muratore non c’è stato niente da fare. Che il giovane sia stato ucciso perché aveva visto troppo lo testimonia anche il fatto che, a differenza dell’auto di Sadita che era posteggiata in un piccolo spazio a ridosso della stradina polverosa in contrada Cabibbi, quella del Carbone è stata ritrovata con il quadro ancora acceso. (Articolo tratto da "La voce dei giovani")

 

20 Aprile 2004 Reggio Emilia. Stefano Biondi, 27 Anni, Agente Scelto della Polizia Stradale di Modena Nord, travolto intenzionalmente da un'auto di trafficanti di droga.
Venne ucciso il 20 Aprile sull’Autostrada nei pressi di Reggio Emilia, travolto da una autovettura con a bordo due trafficanti di droga che avevano rapinato un carico di cocaina ad una donna corriere della droga, nei pressi di Lodi.
Un automobilista in transito aveva assistito alla scena ed immediatamente avvisò la Polizia Stradale che cercò di bloccare i due.
Stefano Biondi, capo equipaggio di una pattuglia della Stradale, stava smontando dal servizio quando apprese via radio dell’inseguimento in corso sull’autostrada A1. Si recò anche lui all’inseguimento dell’autovettura, una Porsche, riuscendo a bloccarla. L’agente scelto Biondi scese dall’autovettura di pattuglia, pistola in pugno, cercando di bloccare i criminali, ma il guidatore dell’autovettura ripartì a fortissima velocità investendo intenzionalmente il poliziotto e scagliandone il corpo a quaranta  metri di distanza. L’ auto degli assassini si schiantò contro il guard-rail e i due trafficanti tentarono la fuga a piedi nel parcheggio di una ditta di trasporti accanto all'autostrada, dove vennero infine arrestati. In entrambi i processi il guidatore dell’autovettura venne condannato all’ergastolo mentre il complice ricevette 14 anni di carcere. (cadutipolizia.it)

 

21 aprile 1982 Torre annunziata (NA) Ucciso Luigi Cafiero, 19 anni, perché somigliava al vero destinatario delle pallottole.
Luigi Cafiero venne assassinato a Torre Annunziata in via Settetermini con undici colpi d’arma da fuoco a soli 19 anni il 21 aprile del 1982, mentre era in auto con la fidanzata. Quattro uomini armati di pistola, si avvicinarono all’auto di Luigi e gli urlarono: «Sei Antonio?». Senza attendere la risposta, esplosero contro di lui undici colpi d’arma da fuoco che lo freddarono all’istante. Solo undici anni dopo, in seguito alle dichiarazioni di un pentito è stato accertato che si trattò di un errore di persona. (Liberanet)

 

 

21 Aprile 1982 Verdesca Bellizzi (SA). Uccisi per errore Raffaele Sarnataro, Antonio Esposito e Stelo Luigi. Il raid era stato organizzato per uccidere un esponente della criminalità organizzata.
Raffaele Sarnataro, fu vittima innocente, ucciso a colpi di pistola durante un raid organizzato, il 21 aprile del 1982, in località Verdesca Bellizzi (Sa) per uccidere Lanzetta Gennaro esponente del clan Nuova Famiglia. Il Lanzetta doveva viaggiare a bordo di un'auto che invece era occupata da Sarnataro Raffaele, Esposito Antonio e Stelo Luigi che furono trucidati per mero errore, mentre viaggiano su di un'Alfa Romeo di proprietà del Sarnataro.
Antonio Esposito, gestore dell'ippodromo ad Agnano, era un uomo leale, ottimo guidatore, appassionatissimo del suo lavoro, dava il meglio di sé nelle gare, godeva stima e reputazione negli ambienti degli ippodromi sparsi sul territorio nazionale. Raffaele Sarnataro conduceva una vita umile e onesta. Si  interessava della compra-vendita di auto usate, non disponendo di alcun capitale, e che, per procacciare il necessario per sostenere la sua famiglia, frequentava l'ippodromo di Agnano al fine di farsi consegnare qualche cavallo che aveva bisogno di passeggiare su strade con fondo duro per rinforzare gli zoccoli.
I due si trovavano insieme a Bellizzi per consegnare due cavalle presso la scuderia di un medico del luogo in località "Fosso Pioppo", dopo aver lasciato le due cavalle al dottor Venosa e dopo essersi recati a Battipaglia, accompagnati dallo stesso Venosa, per acquistare dei latticini, avevano raggiunto località Verdesca per visitare un cavallo di Lanzetta che di lì a poco avrebbe dovuto garaggiare.  Dopo la visita, sebbene Lanzetta non fosse arrivato, i tre si allontanarono e usciti dalla proprietà furono assaliti dal commando.
L'omicidio si inserisce all'interno della faida tra Nuova Camorra Organizzata e Nuova Famiglia.
Per tale triplice omicidio sono stati rinviati a giudizio dalla Procura della Repubblica di Salerno Ascione Raffaele, Perna Clemente, Serra Giuseppe, Durantini Giovanni e Della Mura Gerardo.
Il Tribunale Ordinario di Salerno nel 2005 condanna Perna Clemente all'ergastolo, assolve Della Mura per non aver commesso il fatto ed emette  emette una sentenza di non luogo a procedere per Ascione Serra e  Durandini Giovanni.
Raffaele Sarnataro è riconoscuito  nel 2015 dal Ministrero dell'interno vittima innocente di criminalità organizzata. (Fond. Pol.i.s.)

 

21 Aprile 1990 Caraffa (CZ), ucciso Antonio Bubba Bello, impiegato nella Regione e candidato DC alle elezioni.
Potrebbe trovarsi in una delle tante pratiche che quotidianamente passavano per la sua scrivania la chiave dell'agguato ad Antonio Bubba Bello, 53 anni, l'esponente democristiano (era candidato al rinnovo del Consiglio comunale di Caraffa, Catanzaro) ucciso a colpi di lupara il 21 Aprile del 1990 mentre stava tornando a casa dopo aver accompagnato alla stazione il figlio Giovanni. Bubba Bello era il funzionario addetto al protocollo della presidenza della giunta regionale. Era l'uomo che valutava le priorità, prendeva atto delle motivazioni e numerava le delibere che dovevano giungere all'attenzione dell'esecutivo regionale e che, dopo le decisioni della giunta, venivano trasmesse all'organismo di controllo. Decine di delibere, molte riguardanti settori delicatissimi della vita dell'ente e con implicazioni di carattere economico molto rilevanti. (Tratto da La Stampa del 24/04/90)

 

Lucca Sicula (AG). Il 21 aprile 1992 fu ucciso l'imprenditore Paolo Borsellino e il 17 Dicembre suo padre Giuseppe Borsellino che stava collaborando per l'arresto degli assassini del figlio.
Il 21 aprile del 1992 Paolo Borsellino, imprenditore di Lucca Sicula (AG), venne ucciso dai killer di Cosa nostra che non erano riusciti a piegarlo alle proprie richieste. Il padre, Giuseppe, si presentò davanti ai magistrati e fece nomi e cognomi dei mandanti e degli assassini di suo figlio, facendo così anche in modo che gli inquirenti potessero ricostruire gli intrecci tra mafia, affari e politica nell'area lucchese in quel periodo; ma il coraggio di Giuseppe non venne ripagato dallo Stato che non era lì a difenderlo il 17 dicembre del 1992, quando venne assassinato. Meno di otto mesi dopo la scomparsa del figlio.

 

21 Aprile 1993 Porto Empedocle (AG). Uccisi Angelo Carlisi e Calogero Zaffuto, pescivendoli di Grotte. Angelo Carlisi doveva essere "punito" per uno sgarbo.
Angelo Carlisi, 31 anni, e Calogero Zaffuto, 38 anni, erano due pescivendoli di Grotte. Furono ritrovati dagli agenti della Squadra mobile, all'interno di un autofurgone Fiorino in cui trasportavano alcune casse di pesce, sulla strada che collega Porto Empedocle (AG) con Maddalusa e San Leone, gravemente colpiti da numerosi colpi di arma da fuoco.
I familiari delle due vittime riferirono agli inquirenti che i loro congiunti svolgevano l'attività di venditori ambulanti e ogni mattina Zaffuto (che non aveva la licenza) accompagnava Carlisi al mercato ittico di Porto Empedocle per acquistare il pesce insieme a lui. I familiari riferirono che Carlisi aveva avuto dei contrasti per il furto della sua autovettura. Aveva comprato l'auto e preso in affitto un garage, dentro vi trovò una roulotte che voleva levare per far posto al suo mezzo. Ne nacque una controversia, ricevette anche un'intimidazione telefonica. L'ipotesi degli investigatori è che sia stato ucciso per aver fatto uno sgarbo ad un amico di Vincenzo Licata, boss del paese e amico personale di Giovanni Brusca che ospitò nella Pasquetta del 1993 nella sua casetta di campagna. [...]
Quando venne assassinato la moglie di Angelo Carlisi era incinta della terza figlia. Calogero Zaffuto aveva due figli. (Liberamente tratto dal dal libro "Senza Storia" di Alfonso Bugea e Elio di Bella)

 

22 Aprile 1990 Taranto. Angelo Carbotti, 25 anni, ucciso perchè scambiato per un boss, a cui somigliava.
A Taranto il 22 aprile del 1990 è stato ucciso Angelo Carbotti, 25 anni, in attesa di un lavoro stabile. Il killer non conosceva la sua vittima, il boss di una banda rivale, e così ha sbagliato bersaglio. Ha ucciso a colpi di pistola un innocente, che non aveva avuto mai a che fare con la malavita, e che aveva soccorso due persone coinvolte in un incidente stradale.
Angelo è stato ammazzato alle 11,30 a pochi metri dal pronto soccorso dell'ospedale civile Santissima Annunziata, dove aveva trasportato una giovane donnai e suo fratello, un boss del luogo, vittime di un incidente avvenuto alla periferia della città. Dopo averli affidati alle cure dei medici, Angelo è risalito sulla sua auto per liberare il passaggio del pronto soccorso. In quel momento è spuntato il killer. Volto scoperto, in pugno una pistola calibro 7,65, l'assassino ha prima allontanato alcune donne che sostavano dinanzi al pronto soccorso sparando ai loro piedi due colpi. Poi si è avvicinato ad Angelo e ha fatto fuoco a bruciapelo: cinque proiettili hanno raggiunto Il giovane che è morto in pochi istanti.

22 Aprile 1999 Favara (AG). Resta ucciso il piccolo Stefano Pompeo, in un agguato mafioso.
Favara (AG). Una vita spezzata a soli 11 anni. Quella di Stefano Pompeo, vittima della mafia e della barbarie umana. La tragedia di Stefano si consuma la sera di mercoledì 22 aprile 99. Il piccolo decide di accompagnare il padre, impegnato nella macellazione di un maiale da cucinare e da consumarsi nella campagna di proprietà di Carmelo Cusumano, ritenuto capo di una cosca di Favara, con altre persone. I due arrivano poco dopo le 18. Alle 20,40 Stefano decide di salire sul Fuoristrada del Cusumano, guidata da Vincenzo Quaranta, per andare a comperare il pane. E’ troppa la sua voglia di fare un giro su quella Jeep. Poco dopo, però, l’auto viene colpita da tre colpi di fucile. Stefano viene raggiunto alla testa. Arriverà già morto in ospedale. I killer sbagliano bersaglio. Credono che sull’auto vi sia proprio Carmelo Cusumano ed invece spengono la piccola esistenza di Stefano. Un delitto che suscita profonda commozione in tutt’Italia. Un anno dopo la risposta dello Stato con l’operazione Fratellanza che decima le due famiglie mafiose di Favara in guerra: quella dei Cusumano e quella dei Vetro. A Stefano Pompeo, Favara il 29 settembre 2002 intitola la villa del paese. Stefano è oggi riconosciuto vittima della mafia dallo Stato. Ed anche vittima di una società in cui il valore della vita umana, anche quella di un bambino, conta poco o nulla. Un sacrificio, quello di Stefano, che deve servire da monito. (Nota di  Televideo Agrigento del 2003)

 

24 Aprile 1998 A Cerignola (FG), Incoronata Sollazzo e Maria Incoronata Ramella, muoiono in un incidente stradale.
24 Aprile 1998 A Cerignola (FG), Incoronata Sollazzo e Maria Incoronata Ramella, muoiono in un incidente stradale. Vittime del caporalato. Erano braccianti agricole che viaggiavano su un furgone dei "caporali" stipato di lavoratori. Il caporalato è un fenomeno diffuso soprattutto in Puglia, legato al reclutamento e sfruttamento della manodopera.
Il 1° Marzo abbiamo ricordato Anna Maria Torno, 18 anni,  che morì in un incidente stradale nel 1996, era su un pulmino da 9 persone mentre le lavoratrici erano 14! Un tamponamento e Annamaria perse la vita.
Se fosse accaduto in questi ultimi anni, Incoronata, Maria Incoronata o Anna Maria avrebbero un nome straniero e il loro corpo sarebbe scomparso e non si sarebbe saputo nulla sulla loro sorte.

 

25 Aprile 1946 A San Cipirello (PA). I fratelli Giuseppe e Mario Misuraca vengono giustiziati da banditi della banda Giuliano.
25 Aprile 1946 A San Cipirello (PA). I fratelli Giuseppe e Mario Misuraca vengono giustiziati da banditi della banda Giuliano.  Avevano abbandonato la banda e avevano cominciato a collaborare con la giustizia.
Tratto da: La strage di Portella Della Ginestra
[...]  Giuliano non era meno clemente con i suoi accoliti, quando questi «non rimanevano fedeli alla banda» oppure venivano «ritenuti ‘spie’».
La sera del 25 aprile del 1946, a San Cipirello (PA), Salvatore Giuliano, con Gaspare Pisciotta, i fratelli Giuseppe e Salvatore Passatempo, e Salvatore Ferreri «Frà Diavolo», prelevarono dalle rispettive abitazioni i tre fratelli Giorgio, Mario e Giuseppe Misuraca intesi «Murtareddi» e il loro cognato Salvatore Cappello e li condussero nella piazza principale dove furono disposti uno a fianco dell’altro con le spalle al muro. Giorgio Misuraca e Salvatore Cappello compresero l’intenzione dei banditi di ucciderli e si diedero alla fuga e benché fatti segno di diversi colpi di mitra riuscirono a porsi in salvo. Misuraca rimase illeso e Cappello fu ferito ad una gamba, mentre rimasero a terra morti i fratelli Mario e Giuseppe Misuraca.

 

26 Aprile 1979 Palermo. Ucciso il metronotte Alfonso Sgroi, durante una rapina alla Cassa di Risparmio.
Alfonso Sgroi, 45 anni, era metronotte alla Cassa di Risparmio di Palermo. La mattina del 26 aprile 1979 ci fu una rapina nella banca in cui prestava servizio.  Tentò di intervenire fermando due rapinatori ma altri due complici  lo colpirono alle spalle. Scapparono lasciandolo agonizzante. Per Alfonso non ci fu nulla da fare. Lasciò una moglie e due figlie.
Facevano parte della banda dei rapinatori i mafiosi Pino Greco, detto "scarpuzzedda", e Pietro Marchese.

 

27 Aprile 1969 Altavilla Milicia (PA). Restava ucciso Orazio Costantino, carabiniere scelto, nel tentativo di arrestare gli autori di una estorsione.
Il 27 aprile del 1969 in contrada « Fiorillo » di Casteldaccia (PA), rimase ucciso in uno scontro a fuoco il carabiniere scelto Orazio Costantino, di 37 anni. Era originario di Castroreale Terme (ME) e prestava servizio presso la tenenza di Bagheria.
Egli stava partecipando, insieme con altri militari dell'Arma, ad un servizio nelle campagne di Casteldaccia per individuare i responsabili di una estorsione. II carabiniere Costantino e gli altri commilitoni erano appostati in contrada «Fiorillo» quando sono venuti in contatto con alcune persone alle quali hanno intimato di fermarsi; gli sconosciuti hanno sparato contro i carabinieri i quali hanno risposto al fuoco. Un proiettile ha colpito Orazio Costantino ferendolo gravemente. II carabiniere, che perdeva molto sangue, è stato soccorso dai compagni e trasportato al pronto soccorso di Bagheria dove è morto poco dopo, senza che i sanitari potessero fare nulla per salvarlo.

 

27 Aprile 1983 Palermo. Ucciso Gioacchino Crisafulli, appuntato dei Carabinieri in pensione. "Aveva dedicato 40 anni della sua vita a combattere la mafia e la malavita organizzata"
27 Aprile 1983 Palermo. Ucciso Gioacchino Crisafulli, appuntato dei Carabinieri in pensione. "Aveva dedicato 40 anni della sua vita a combattere la mafia e la malavita organizzata". Sembra che il suo fu un omicidio "preventivo", era "colpevole" di essersi insospettito per le manovre di un camion guidato da un "picciotto" e che trasportava casseforti piene di soldi provenienti dal traffico di droga.




27 Aprile 1996 Lucca Sicula (AG). Ucciso Calogero Tramuta, ex agente della Guardia di Finanza, commerciante di arance.

Il 27 Aprile del 1996, a Lucca Sicula (AG), fu ucciso Calogero Tramuta, ex agente della Guardia di Finanza, commerciante di arance.  Il delitto, avvenuto in una pizzeria del paese, era stato commissionato perché avrebbe intralciato gli affari della società di Emanuele Radosta, titolare di un'azienda agrumicola. I contrasti sarebbero sorti su una partita di arance commercializzata in Toscana e sull'acquisto di un terreno. Radosta è lo stesso condannato a 30 anni per l'omicidio di Giuseppe Borsellino ucciso nel 1992, padre di Paolo che abbiamo ricordato il 21 aprile.

 

27 Aprile 2013 Maddaloni (CE). Rimane ucciso Tiziano Della Ratta, carabiniere di 35 anni, in uno scontro con dei rapinatori.
Due colpi di pistola al torace esplosi a bruciapelo uccidono il carabiniere Tiziano Della Ratta, 35 anni, di Sant'Agata dei Goti.
Sono circa le 16, l'appuntato Tiziano Della Ratta ed un collega, il 38enne Domenico Trombetta di Marcianise, intervengono per un sopralluogo nella gioielleria Ogm in via Ponte Carolino a Maddaloni. Le forze dell'ordine erano state allertate dal titolare insospettito da alcune persone che la mattina si erano recate al negozio. I due militari sono nel retrobottega e supervisionano i filmati delle telecamere a circuito chiuso quando fanno il loro ingresso in negozio due uomini ed una donna che, armi in pugno, intimano alla commessa di consegnare il denaro. I due carabinieri intervengono, si innesca un conflitto a fuoco. Uno dei killer colpisce a morte Della Ratta , Domenico Trombetta viene raggiunto da 5 proiettili che lo feriscono ad una gamba e all'addome. Intanto sul posto sopraggiungono i rinforzi e la sparatoria prosegue per strada. Rimangono feriti anche due dei rapinatori, la donna Vincenza Gaglione, 30 anni di Secondigliano e Angelo Covato,18 anni di Napoli, il terzo rapinatore ed un complice che attendeva in auto, fuggono a bordo di un'auto bianca. Viene colpito di striscio anche un cliente , Francesco Anastasio, presente in gioielleria. La sua testimonianza e quella del titolare del negozio e della figlia permettono agli inquirenti del Reparto Operativo dell'Arma, coordinati dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, di ricostruire la vicenda. L'autopsia stabilirà che Della Ratta è stato ucciso da un solo colpo al cuore. (Fondazione Pol.i.s.)

 

28 Aprile 1921 Piana dei Greci (PA). Ucciso Vito Stassi, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini del paese.
La sera del 28 aprile del 1921 a Piana dei Greci (PA) fu ucciso in un agguato mafiosoVito Stassi, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini del paese.
"A casa l'aspettavano la moglie Rosaria Talento e i figli Giovanni di 11 anni, Antonina di 9 anni, Serafina di 7 e Rosa Lussemburgo (in onore di Rosa Luxemburg, mitica dirigente socialista trucidata a Berlino dai militari tedeschi nel 1919) di appena 2 anni.
Aveva appena 45 anni. Un classico omicidio di mafia, perpetrato contro un dirigente contadino, in un comune dove la sinistra aveva da tempo radici solide. E neanche questo sembrò una novità. In quel primo dopoguerra, infatti, durante il famoso «biennio rosso», che fu operaio al Nord e contadino al Sud, e negli anni immediatamente successivi, tanti altri dirigenti sindacali e politici di orientamento socialista erano stati trucidati dalla mafia e dal padronato agrario ed industriale. Per tutta la notte il corpo di Vito Stassi fu lasciato riverso sul selciato, dove venne vegliato dalla famiglia e da un nutrito gruppo di contadini,in attesa della perizia dell’autorità giudiziaria, che si fece solo nella mattinata del giorno successivo. Solo a quel punto, la salma del dirigente socialista fu ricomposta nel salone della sede del Partito socialista, in via Kastriota."  (da La Sicilia Art. di Dino Paternostro)

 

28 Aprile 1983 Domenico Celiento, Brigadiere dei Carabinieri, viene ucciso in un agguato sulla circonvallazione esterna di Napoli.
Domenico Celiento, brigadiere dei carabinieri fu ucciso in un agguato, avvenuto sulla Circumvallazione esterna di Napoli,  il 28 aprile del 1983. Il giovane carabiniere lasciò la moglie e due figli, Maria di 4 anni e Lucia di appena 12 mesi. Il militare, che prestava servzio presso la compagnia Stella, era da tempo impegnato in una serie di indagini sulle estorsioni ai commercianti.

 

 

28 Aprile 1984 Selinunte (TP) Vincenzo Vento, ambulante, aveva chiesto un passaggio al vero obiettivo dell'attentanto
Vincenzo Vento, ucciso a Selinunte (TP) il 28 aprile 1984, mentre si trovava a bordo della macchina di un mafioso, vero obiettivo dell’attentato, a cui inconsapevolmente aveva chiesto un passaggio.  (Liberanet.org)

 

 

30 Aprile 1924 Piana degli Albanesi (PA). Antonino Ciolino fu l'ultimo dirigente delle lotte contadine a venire ucciso dalla mafia di Piana dei Greci (odierna Piana degli Albanesi, PA). Per il suo omicidio non è mai stato trovato un colpevole.



30 Aprile 1982 Palermo. Uccisi in un agguato Pio La Torre, deputato del PCI, e Rosario Di Salvo, suo collaboratore.
Il 30 Aprile 1982 a Palermo furono uccisi in un agguato Pio La Torre, deputato del PCI, e Rosario Di Salvo, suo collaboratore.
"Alle 9,20, con una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del partito. Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo, che guidava, ad uno stop, immediatamente seguito da raffiche di proiettili.  Da un'auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all'istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.
Poco dopo l'omicidio fu rivendicato dai Gruppi proletari organizzati. Il delitto venne però indicato dai pentiti Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo e Pino Marchese come delitto di mafia: La Torre venne ucciso perché aveva proposto il disegno di legge che prevedeva per la prima volta il reato di "associazione mafiosa" e la confisca dei patrimoni mafiosi. Dopo nove anni di indagini, nel 1995 vennero condannati all'ergastolo i mandanti dell'omicidio La Torre: i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci" (Wikipedia)




30 Aprile 2014 Perugia. Muore in ospedale il Commissario Roberto Mancini per un linfoma non-Hodgkin causato dal contatto ravvicinato con rifiuti tossici e radioattivi durante la sua attività investigativa in Campania.
Roberto Mancini (Roma, 1961 – Perugia, 30 aprile 2014) è stato un poliziotto italiano.
È conosciuto per essere stato il primo poliziotto che con la sua squadra ha indagato sullo sversamento illegale di rifiuti speciali e tossici nei territori della Campania, che verranno poi indicati come terra dei fuochi, e sulle attività della camorra collegate.
La sua più importante attività è legata ad indagini sulla camorra e traffico di rifiuti. A partire dal 1994, insieme alla sua squadra, comincia a svolgere delicate indagini sul clan dei Casalesi, fino a produrre una preziosa informativa che nel 1996 consegna alla direzione distrettuale antimafia di Napoli. L'indagine vede coinvolto l'avvocato Cipriano Chianese principale intermediario tra le aziende e i Casalesi nello smaltimento illecito di rifiuti pericolosi nelle discariche abusive tra Caserta e Napoli.
Dopo diversi anni, durante i quali le indagini vengono ostacolate e lo stesso Mancini trasferito, il pubblico ministero Alessandro Milita, riapre le indagini, convocando Mancini a testimoniare nel processo per disastro ambientale e inquinamento delle falde acquifere in Campania. Il procedimento, ora in Corte di assise, inizia nel 2011 e vede tra i principali imputati il "broker dei rifiuti", ovvero l'avvocato Cipriano Chianese. Tra il 1998 e il 2001 Mancini collabora con la Commissione rifiuti della Camera, svolgendo numerose missioni in Italia e all'estero.
Il contatto ravvicinato con rifiuti tossici e radioattivi durante la sua attività investigativa lo porta a contrarre il linfoma non-Hodgkin, che gli viene diagnosticato nel 2002. Morirà il 30 aprile 2014, lasciando la moglie e una figlia; ai funerali, che si tennero Roma presso la basilica di San Lorenzo al Verano, parteciparono numerosi rappresentanti della Polizia di Stato, ed anche il parroco di Caivano Don Maurizio Patriciello.
A seguito della certificazione del comitato di verifica del Ministero delle Finanze, attestante che il suo tumore del sangue dipende da "causa di servizio", gli viene riconosciuto un indennizzo di 5.000 euro, giudicati dal Mancini stesso insufficienti anche per il rimborso delle sole spese mediche.
Nel settembre 2014, in seguito a manifestazioni, petizioni, l'impegno di alcuni amici, della famiglia e di alcuni parlamentari, a Roberto Mancini viene finalmente riconosciuto lo status di “vittima del dovere” che certifica la connessione tra la malattia e il servizio prestato riconoscendo il suo importantissimo lavoro e il sostegno alla sua famiglia. (it.wikipedia.org)

 

 

 

 

 

e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

 

Leggi tutto...
 
Ricordati di ricordare di Umberto Santino PDF Stampa E-mail

Foto Google

Fonte:  cittanuovecorleone1.blogspot.it


Una poesia per tutte le vittime innocenti di mafia...

Ricordati di ricordare

di Umberto Santino


Ricordati di ricordare
coloro che caddero
lottando per costruire
un'altra storia
e un'altra terra
ricordali uno per uno
perché il silenzio non chiuda per sempre
la bocca dei morti
e dove non è arrivata la giustizia
arrivi la memoria
e sia più forte
della polvere
e della complicità
Ricordati di ricordare
l'inverno dei Fasci quando i figli dei contadini del Nord
spararono sui contadini del Sud
e i mafiosi aprivano il fuoco
sapendo di esserei cecchini dello Stato

Leggi tutto...
 
STRAGI DI MAFIA, L'ALTRA VERITÀ SUI VERI PIANI DELLA 'NDRANGHETA di Gianfrancesco Turano PDF Stampa E-mail


Foto e Articolo del 20 Gennaio 2017 da  espresso.repubblica.it/inchieste


La malavita organizzata calabrese insieme a Cosa Nostra siciliana nell'attacco allo Stato. Ma solo per pochi mesi: poi gli interessi e le strategie sono cambiate. Ecco cosa svela un'inchiesta che riscrive il passaggio alla Seconda Repubblica


La strategia stragista della ’ndrangheta dura appena due mesi: dicembre 1993, gennaio 1994. Il 2 febbraio è tutto finito». Parla Federico Cafiero de Raho, procuratore capo di Reggio Calabria. Non c’è altro che il magistrato possa dire riguardo all’inchiesta di importanza colossale sui tre attentati contro i carabinieri risalenti a 23 anni fa che, secondo quanto risulta all’Espresso, sta per giungere alla conclusione.

Partita come una sorta di “cold case” dalle intuizioni di investigatori etichettati come visionari ed emarginati per la loro determinazione ad andare in fondo, questa indagine è diventata la chiave d’accesso ai misteri d’Italia nei sessanta giorni che portano alla Seconda Repubblica. È una rilettura che investirà posizioni di potere e personaggi rimasti attivi per decenni e, fino a oggi, nella zona d’ombra dove i confini fra crimine organizzato e istituzioni non esistono più per una tragica tradizione del potere in Italia iniziata ai tempi della strategia della tensione, quasi mezzo secolo fa.

Il lavoro che ha preso forma a Reggio è frutto di un impegno collettivo durato anni fra Calabria e Sicilia perché alla fine si è capito che la distinzione fra ’ndrangheta e Cosa nostra ha senso solo a livello territoriale o mandamentale e non nella componente riservata, quella legata con filo diretto alla politica in una fase di passaggio delicatissima quale è stata la lunga e cruenta transizione dalla Prima Repubblica, fra discese in campo e spinte autonomistiche estese dal Lombardo-Veneto alle due regioni più a sud d’Italia.

Sui nomi interessati dall’inchiesta il riserbo è ovviamente assoluto. Ma il quadro può essere delineato ricostruendo le attività di magistrati come Vincenzo Macrì e Gianfranco Donadio, ex aggiunti della Dna, o come Francesco Curcio, attuale sostituto alla direzione nazionale antimafia, e Giuseppe Lombardo, pm reggino titolare dei fascicoli più delicati del rapporto ’ndrangheta-politica confluiti da poco nel maxiprocesso battezzato Gotha.
Tassello dopo tassello le parole dei pentiti, fra i quali Gaspare Spatuzza, Consolato Villani e suo cugino Antonino “il Nano” lo Giudice, potrebbero comporre lo scenario chiaro e definitivo nel quale la cosiddetta ’ndrangheta ha agito come tecnostruttura terroristica, per citare un’espressione di Donadio, in compartecipazione con gli apparati dello Stato.

Leggi tutto...
 
I Testimoni di Giustizia. Storia di chi ha testimoniato contro le mafie PDF Stampa E-mail

 

Foto dalla Petizione on-line del 2011

Questa scheda è stata creata prendendo spunto dal libro di Angelo Greco TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO "la denuncia di chi ha denunciato", da cui sono tratti molti dei nomi e l'introduzione che segue:

 

Introduzione al libro TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO "la denuncia di chi ha denunciato" di Angelo Greco

C'è una storia che comincia dove le altre spengono i riflettori; dove i giornali girano le spalle per qualcosa di nuovo da titolare; dove, in definitiva, la gente non sa più.
Questa storia inizia sulle ceneri di Troia, quando Ulisse prende la strada di casa. I vati narravano di allori e città spalancate ai guerrieri vittoriosi, servitori della Patria. Invece, per lui, sul sentiero del ritorno solo asperità e mostri.
Un'avventura che oggi drammaticamente si ripete: ma senza alcun Omero a narrarla. Al contrario, solo le spesse tende della vergogna e dell'ignoranza, di cui spesso si arreda il comune sentire.
Questo non è il tempo degli eroi. Gli immortali sono morti. Le leggende non si tramandano più. Al loro posto, nuovi vocaboli albergano nei miti del popolo. La democrazia, la giustizia. Quella stessa giustizia che, mantide pagana senza più religiosità, uccide proprio coloro che la sposano.
Chi chiede giustizia scopre che ormai esiste solo la legge.
Proprio da una legge inizia questo viaggio. La legge che doveva essere solida imbarcazione per il re di Itaca e che invece lo abbandona alla deriva, tra Scilla e Cariddi.
La normativa in questione ha visto l'alba il 13 febbraio 2001 ed è stata battezzata con un nome che è un numero, proprio come quello sui camici dei detenuti, dai quali invece voleva distinguersi. La numero 45.
E' la legge che istituisce lo stato di testimone di giustizia, lo dosciplina e lo distingue da quello già esistente del collaboratore o, spesso detto, 'pentito'.
Per quanto inverosimile possa apparire, prima di tale intervento con vi era alcuna differenza, sia sul piano terminologico che su quello della tutela, tra il passivo spettatore di un crimine e chi invece vi aveva partecipato. In buona sostanza, la legge accomunava in un'unica categoria i cittadini modello ai delinquenti. E per entrambi disponeva lo stesso trattamento.
Ma il diritto è un mondo virtuale, che difficilmente cambia la realtà senza l'ausilio e la ragionevolezza dei suoi interpreti. Cosicché, pur modificata la disciplina, i problemi sono rimasti gli stessi ...

Leggi tutto...
 


Pagina 1 di 22

Menu

Sei  : Home