VittimeMafia.it

VittimeMafia.it PDF Stampa E-mail

Foto di Rino Porrovecchio

Abbiamo scelto questa foto come simbolo del gruppo  e del blog. Rappresenta un po' sia il passato, le terribili stragi, tutti quei morti, che il futuro di riscatto, con la rivolta popolare che ha mosso i suoi primi passi forse proprio con quella scritta su quel muro.

Chi siamo

Una casa della memoria per le vittime della mafia.(Gruppo Facebook))

Casamemoria Vittimemafia (Pagina Facebook)

Casamemoria Vittimemafia (Profilo Facebook)

 

"Questo Blog è stato creato dagli amministratori di Una casa della memoria per le vittime della mafia,

gruppo nato su Facebook nel Settembre 2009.

La decisione di aprire un Blog è nata dalla necessità di archiviare in un unico luogo tutti i dati raccolti:

Ci siamo accorti, col passar del tempo, che le informazioni che andavamo cercando, e sembrava non

ci fossero, le trovavamo ma erano nascoste in mezzo a tantissime altre e riuscivamo a scovarle solo

se in possesso di chiavi di ricerca ben precise. Inoltre molti link trovati ora non sono più disponibili e

pertanto il contenuto, non archiviato, è andato perduto per sempre.

Tutto quello abbiamo fatto, e faremo,  é animato dalla necessità di "sapere"; non abbiamo altri fini

se non quello della "conoscenza e del ricordo".

 

Per visualizzare la lista completa delle schede raccolte cliccare su VITTIME (qui o sulla banda superiore)

Leggi tutto...
 
Le Vittime che commemoriamo, mese: SETTEMBRE PDF Stampa E-mail

 

1 Settembre 1977 Piana di Gioia Tauro (RC).Francesco Antonio Conte, 9 anni, Mario Alessio Conte e Maria Rosa Belloco: sterminata una famiglia per un contorto senso dell'onore.
Francesco Antonio Conte, 9 anni, fu ucciso insieme al papà Mario Alessio e alla mamma Maria Rosa Belloco: una famiglia sterminata per un contorto senso dell'onore. Piana di Gioia Tauro (RC) 1 settembre 1977.
«La "regola" della 'ndrangheta prevede che a custodire l'onore della famiglia debbano essere gli uomini, costi quel che costi. anche se il prezzo da pagare è la morte della propria compagna, della propria madre o sorella. E' un prezzo che, soprattutto sulla Piana di Gioia Tauro, è stato pagato più e più volte. Sono morti così Mario Alessio Conte, Maria Rosa Belloco e il loro figlioletto Francesco Antonio Conte, di appena nove anni. Secondo la ricostruzione dei magistrati, toccava al marito lavare col sangue l'infedeltà della moglie, lui si era rifiutato di farlo, e l'intera famiglia è stata sterminata, il 1° settembre 1977». (Tratto dal Libro Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D. Chirico e A. Magro)

 

1 Settembre 1990 Reggio Calabria. Ucciso Domenico Catalano, 16 anni, perché scambiato per un altro.
Domenico Catalano fu ucciso il 1 settembre 1990 a Reggio Calabria, aveva appena sedici anni, residente a Roma, era a Reggio per le vacanze presso la casa di origine dei genitori. Nessuna "vicinanza pericolosa", nessun legame "ambiguo", morì per un tragico errore. Gli incaricati di segnalare il suo passaggio credettero di individuare in lui la vittima designata perchè la sorte decise che quella sera entrambi dovessero indossare una maglia a righe e dovessero circolare su un ciclomotore.

2 Settembre 1943 Quarto Mulino di S. Giuseppe Jato (PA). Antonio Mancino, carabiniere di 24 anni, la prima vittima di Salvatore Giuliano.
" ... PER DUE SACCHI DI GRANO. Il 2 settembre 1943 un giovanotto proveniente da San Giuseppe Jato e diretto a sud della natia Montelepre stava trasportando un paio di sacchi di grano. Non era un semplice contadino, ma uno dei tanti corrieri del mercato nero del grano che prosperava sotto l'occhio vigile della mafia e grazie alla compiacenza di troppe autorità. Giunto alla località Quattro Molini fu bloccato da due carabinieri e due guardie campestri. Gli andò male: venne fermato e il carico gli fu confiscato. Ma a quel punto sopraggiunse un altro contrabbandiere e tre dei tutori dell'ordine si mossero per bloccarlo. Uno soltanto era rimasto a sorvegliare il giovanotto che, con una ginocchiata si sbarazzò dello scomodo custode, tentando di nascondersi in un boschetto inseguito dagli altri tutori dell'ordine. Rispose al fuoco uccidendo l'inseguitore più vicino. Il carabiniere Antonio Mancino fu la prima vittima del bandito Salvatore Giuliano.
L'Arma si mobilitò per catturare Giuliano: il 25 dicembre 1943 fu organizzata una gigantesca retata nei dintorni di Montelepre. Un centinaio di compaesani di Giuliano (inclusi il padre, lo zio e un cugino), sospettati di complicità, vennero arrestati. Giuliano venne alla fine scovato, ma riuscì a sfuggire alla cattura uccidendo un milite e ferendone un altro. Ebbe così inizio una latitanza tristemente leggendaria che si protrasse fino al 1950 e che presto si intrecciò con la causa del separatismo siciliano." (Nota Storica tratta da: carabinieri.it)


2 Settembre 1988 Lamezia Terme. Ucciso Antonio Raffaele Talarico, guardia giurata, venne colpito mortalmente alle spalle presso il cantiere dove svolgeva le proprie mansioni.
Antonio Raffaele Talarico nasce a Sambiase (CZ) il 4 ottobre 1938. Era una Guardia Particolare Giurata, padre di quattro figli, persona dedita alla famiglia e al lavoro che svolgeva da oltre venti anni  presso  un cantiere edile di solai, sito in località Bagni di Lamezia Terme (CZ). La sera del 2 settembre 1988 mentre si apprestava ad aprire il cancello del cantiere venne colpito mortalmente alle spalle da colpi di arma da fuoco da malviventi  appartenenti ad una organizzazione criminale dedita al racket delle estorsioni e guardianie che operava nel territorio di Lamezia Terme.   L' attività  investigativa svolta dalle Forze dell'ordine e dalla Magistratura portò al rinvio a giudizio di numerosi esponenti di una cosca criminale del luogo. Il conseguente procedimento penale si concluse con l'archiviazione a causa dei pochi elementi probatori raccolti nella fase delle indagini. A distanza di oltre 12 anni a seguito di rivelazioni fatte da un collaboratore di giustizia appartenente al medesimo clan malavitoso, venne riaperto il procedimento penale e conclusosi con la condanna alla pena di anni 30 di reclusione inflittagli dalla prima sezionale penale della Corte di Assise di Catanzaro, in data 11 maggio 2011, all'imputato, tra l'altro reo confesso,  per essersi reso responsabile dell'omicidio in concorso con altri. (Liberanet.org)

 

2 Settembre 2001 Casoria (NA) Ucciso Stefano Ciaramella, 16 anni, per aver cercato di difendere la sua ragazza e il suo vecchio motorino.
Stefano Ciaramella viene ucciso nel tentativo di reazione alla violenza di quattro balordi. Poco dopo la mezzanotte del 2 settembre 2001, alcuni malviventi in scooter circondano una giovane coppia e tentano di portare via con la forza la borsetta di lei. Stefano reagisce, vuole proteggere la fidanzatina e insegue i rapinatori allontanatisi con la refurtiva. In realtà si tratta di appena pochi spiccioli e dei documenti della ragazza custoditi nella borsa. Sarà un fendente dritto al cuore a stroncare la vita del diciassettenne. Presto i carabinieri individuano il gruppo criminale i cui membri sono tutti originari di Afragola. Soltanto due degli arrestati erano maggiorenni all'epoca dei fatti: Pietro Amadori, militare di leva, e Giuseppe D'Arscilio.
La storia di Stefano Ciaramella è raccontata nel libro di Antonella Mascali "Lotta civile" edito da Chiarelettere nel 2009. (Fondazione Pol.i.s.)

 

3 Settembre 1948 Partinico (PA). Uccisi Celestino Zapponi. commissario PS, Antonio Di Salvo, capitano CC, e Nicola Messina, maresciallo CC, in un agguato della banda Giuliano.
Celestino Zappone, Commissario di Pubblica Sicurezza nella Questura di Palermo, Venne assassinato il 3 Settembre 1948 in un agguato compiuto in Via Finazzo a Partinico (PA) da parte di elementi della Banda Giuliano che scagliarono alcune granate contro il funzionario di Polizia e il capitano dei Carabinieri Antonio Di Salvo e il maresciallo dell’Arma Nicolò Messina che si trovavano con lui in quel momento. I tre membri delle Forze dell’Ordine, rimasti gravemente feriti, vennero finiti a colpi d’arma da fuoco dai banditi usciti allo scoperto.
Centinaia di agenti di Polizia e carabinieri vennero inviati alla ricerca dei malviventi. Nel corso del rastrellamento il carabiniere Salvatore Marino rimase ucciso da una raffica di mitra esplosa accidentalmente da un collega.
La banda di Salvatore Giuliano, tra il 1943 ed il 1950 si rese responsabile della morte di centinaia di persone, tra i quali decine di membri delle Forze dell’Ordine. (cadutipolizia.it )

 

3 Settembre 1982 Frattaminore (NA), assassinato in un agguato Andrea Mormile, Maresciallo della Polizia di Stato. "Era definito come uno dei poliziotti più impegnati contro la criminalità".
Andrea Mormile, maresciallo di Polizia, fu ucciso il 3 settembre 1982 mentre, libero dal servizio, si trova con alcuni amici davanti a un bar di Frattaminore. Con i suoi arresti Andrea aveva già in diverse occasioni intralciato i traffici del clan di Giuseppe Puca, boss in ascesa nella zona di Sant'Antimo e legato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Andrea era molto rispettato in paese e rappresentava agli occhi della Camorra locale uno scomodo presidio di legalità da eliminare.
Già ferito dai colpi di mitra esplosi da un uomo in auto, Andrea viene poi avvicinato da un secondo killer che finisce il poliziotto con quattro colpi di pistola. Nell'agguato furono feriti alle gambe anche l'amico che in quel momento era più vicino ad Andrea e una passante di 66 anni. Andrea, sposato, era padre di tre figli piccoli. (fondazionepolis.regione.campania.it)

 

3 Settembre 1982 Palermo. Strage di Via Carini, in cui restarono uccisi il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Manuela Setti Carraro, e fu ferito in modo grave l'agente Domenico Russo che morì dopo 13 giorni di agonia all'ospedale di Palermo.
Palermo, Venerdì 3 settembre 1982, ore 21, il nuovo prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sta andando a cena con la giovane moglie Emanuela Setti Carraro, di scorta li segue un'Alfetta guidata dall’agente Domenico Russo.
Dalla ricostruzione della dinamica dell'attentato, resa possibile anche grazie alle rivelazioni degli ex boss, è emerso che l' A 112, su cui si trovavano il prefetto e la moglie, venne affiancata e superata da una Bmw 518 su cui viaggiavano Antonino Madonia e Calogero Ganci. A fare fuoco con un kalashnikov fu Madonia che sparò dando le spalle al parabrezza. Una seconda vettura, guidata da Anzelmo, seguiva il prefetto, pronta ad intervenire per bloccare l' eventuale reazione dell' agente di scorta. Russo fu assassinato da Pino Greco "Scarpuzzedda" che seguiva i suoi complici a bordo di una moto. La A 112, dopo essere stata investita dal fuoco del kalashnikov, sbandò, costringendo l'auto dei killer a sterzare bruscamente a destra. L' attrito tra le due macchine sarebbe provato da un profondo solco sulla fiancata dell' automobile di dalla Chiesa. La ricostruzione conferma che Greco giunse sul luogo del delitto quando i suoi complici avevano già fatto fuoco sul prefetto. Il particolare era stato raccontato agli investigatori dai pentiti Ganci e Anzelmo, secondo i quali Pino Greco avrebbe protestato per non essere riuscito a sparare per primo. "Me li avete fatti trovare morti", avrebbe detto il killer.
Sul luogo dell'eccidio, un anonimo cittadino lascia un cartello affisso al muro. Poche parole che in breve fanno il giro del mondo: "Qui è morta la speranza dei siciliani onesti".
Pochi giorni dopo, il 5 settembre, durante i funerali il cardinale di Palermo Pappalardo rompe il silenzio della Chiesa ufficiale sul problema mafia. Ha parole durissime, citando un famoso passo di Tito Livio: "Dum Romae consulitur... Saguntum espugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata - tuona dal pulpito - E questa volta non è Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra". E al termine della messa, volano insulti e monetine all'indirizzo dei rappresentanti dello Stato e dei politici presenti: la reazione spontanea di tanta gente stanca, che in quel prefetto aveva riposto le proprie speranze.
'Un delitto maturato in un clima di 'solitudine', come disse il Pm Nico Gozzo nella sua requisitoria del 2002 : ''Carlo Alberto Dalla Chiesa ? ha detto - fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l' espressione di una effettiva e corale volontà dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso''. Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo 'abbandono': ''Cosa Nostra - ha osservato il Pm - ritenne di poterlo colpire impunemente perchè impersonava soltanto sé stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l' autorità dello Stato''.
(La storia siamo noi : http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/generale-carlo-alberto-dalla-chiesa/652/default.aspx)

 

3 Settembre 1995 Niscemi (CL). Scompare Pierantonio Sandri, 19enne odontotecnico, vittima di lupara bianca
Pierantonio Sandri, 19enne odontotecnico, il 3 Settembre 1995 scompare da Niscemi (CL). Vittima di lupara bianca.
"La storia di Pierantonio Sandri è strettamente legata a quella di una madre coraggio, Ninetta Burgio. E' stata lei, insieme al sostegno dell'avvocato Enza Rando e di molti altri, a portare in giro per l'Italia la storia di questo ragazzo ucciso perché colpevole di essere onesto, potenzialmente in grado di raccontare quello che aveva visto. Siamo a Niscemi negli anni di maggiore scalata criminale di tanti giovani nelle fila delle famiglie criminali della zona. Sandri sta dall'altra parte. E' un ragazzo per bene, è onesto. Crede in valori che per la maggior parte dei giovani della sua età sono lontani o sconosciuti. Questa “differenza” profonda lo condannerà a morte per aver visto - così dicono i collaboratori di giustizia - alcuni giovani bruciare delle auto. «Pierantonio Sandri – commenta l'avvocato Enza Rando che segue da anni il caso – è per noi un testimone di giustizia, potenzialmente se non l'avessero ucciso avrebbe detto quello che aveva visto»" (liberainformazione.org)

 

3 Settembre 1998 Scisciano (NA). Resta uccisa Giuseppina Guerriero, 42 anni, da proiettili diretti a un camorrista.
Il 3 settembre 1998 Giuseppina Guerriero torna a casa dal lavoro a Scisciano, nel Napoletano, quando viene ferita mortalmente da un killer, che attende l'arrivo di un boss per ucciderlo. Giuseppina è colpita per caso.
Madre di quattro figli, tra i quattordici e ventidue anni, ha da poco abbandonato la sua attività di bracciante agricola per iniziare quella di cuoca.
Sono poco dopo le undici di sera e Giuseppina sta tornando dal colloquio di lavoro in un ristorante nei pressi di via Garibaldi.
Il killer impugna la pistola, ma non si accorge che mentre preme il grilletto, all'auto sulla quale viaggia il suo obiettivo, si affianca quella della Guerriero.
Dei quattro proiettili sparati uno infrange il vetro dell'"Alfa 33" guidata da Giuseppina che colpisce la testa della donna. L'auto sbanda per qualche decina di metri e poi sbatte contro un muro.
La vittima viene subito soccorsa e accompagnata all'ospedale di Nola, ma è troppo grave. Viene quindi immediatamente trasferita a Napoli nel reparto di rianimazione del Loreto Mare. I medici comprendono subito che le condizioni della donna sono disperate. Giuseppina muore. Si decide di staccare il respiratore e di procedere all'espianto degli organi. (Fondazione Pol.i.s.)


3 Settembre 2002 Palermo. Pone fine alla sua giovane vita Giuseppe Francese, 35 anni, figlio del giornalista Mario, ucciso dalla mafia il 26 Gennaio 1979.
3 Settembre 2002 Palermo. Pone fine alla sua giovane vita Giuseppe Francese, 35 anni, figlio di una vittima di mafia, del giornalista Mario ucciso il 26 Gennaio 1979.
"Era ancora un bambino Giuseppe quella sera, aveva dodici anni. Era un bambino che cominciò presto a conoscere quella Sicilia feroce che aveva sconvolto lui e che avrebbe sconvolto poi tanti ragazzi come lui. Suo padre Mario, giornalista coraggioso che scriveva su un giornale troppo attento a non infastidire i potenti e anche i boss, Giuseppe lo conobbe davvero dopo. Dopo l'agguato. Cominciò a raccogliere tutti i suoi appunti e poi tutti i suoi articoli, cominciò a leggere e a rileggere tutte le sue inchieste, cominciò a «capire» chi e perché aveva voluto suo padre morto. Tutta la vita a ricostruire la morte di papà, tutta la vita a inseguire un incubo.....
Giuseppe, impiegato regionale agli Enti Locali, tre fratelli più grandi, una depressione che non l'ha mai abbandonato. Nemmeno quando si cominciarono a intuire le prime verità sull'omicidio di Mario, nemmeno quando investigatori e magistrati ricostruirono il «contesto» nel quale maturò il delitto, nemmeno quando il pentito Francesco Di Carlo indicò i nomi dei mandanti dell'assassinio di un giornalista. C'era Totò Riina come al solito, c'erano Francesco Madonia e Pippo Calò, c'erano anche un paio di altri boss che avevano paura degli scoop e delle inchieste di Mario. Non erano «minimi» i moventi di quell'omicidio come sussurravano certi personaggi della paludosa Palermo di quegli anni, non era un «regolamento di conti» come certi infami avevano messo in giro. Era alta mafia quella che aveva voluto morto Mario. Che era solo. Che era circondato da silenzi e da imbarazzi anche nel suo giornale dove le incrostazioni con certi ambienti di mafia erano forti. Ma lui aveva l'istinto del cronista da strada e l'orgoglio dei siciliani per bene. Non si piegò. E i sicari puntualmente arrivarono sotto la sua casa.
Quando il processo ai suoi assassini finalmente si celebrò - ma quanto tempo, ma quanta fatica, quanti depistaggi, quante lentezze nelle investigazioni - Giuseppe ogni mattina era là in aula. Seduto sul banchetto alle spalle del Pubblico ministero, chino sul suo taccuino a prendere appunti. Sembrava anche lui un giornalista, uno di quelli che non si poteva perdersi un solo momento dell'udienza. Così fino alla chiusura del dibattimento. Sette ergastoli per la Cupola, due assoluzioni. Ma ormai Giuseppe era spezzato. Inseguiva ancora le ombre. Le sue ombre e quelle di una Palermo che aveva inghiottito la sua vita." (Attilio Bolzoni)

 

4 Settembre 1990 Calanna (RC). Ucciso Angelo Versaci, vigile urbano di 43 anni.
E' la sera del 4 settembre 1990 e Angelo Versaci, quarantatre anni, vigile urbano di Calanna, un piccolo comune aspromontano, a due passi dalla città di Reggio Calabria, dopo avere passato il pomeriggio con la moglie Annamaria Catalano, dipendente dell'ufficio postale, torna in paese. Ha voglia di spensieratezza, va al bar dove ci sono gli amici. Gioca al biliardo, poi ne approfitta per una partita a carte come spesso si fa nei paesi. All'ora di cena torna verso casa. suona il citofono, Annamaria gli risponde, va ad aprire. Proprio in quel momento un killer si avvicina e gli spara contro tre colpi di fucile: uno fa a segno sulla spalla, gli altri due lo centrano alla testa. (fonte: "Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta" di D. Chirico e A. Magro)

 

4 Settembre 2006 Napoli. Ucciso Salvatore Buglione, dipendente comunale, perché si era ribellato ad una rapina nell''edicola della moglie.
Salvatore Buglione, 51 anni, soprannominato Sasà, è la vittima dell´ennesima ferocia dei predatori di Napoli. Lo hanno ucciso per sfregio, per punire la sua ribellione. Buglione lavorava come dipendente comunale, ma sua moglie, Antonella Ferrigno, era ed è titolare di un´edicola che da generazioni apre su quell´angolo della zona collinare. Sasà ogni sera arrivava, dopo il proprio orario di ufficio, nella rivendita dell´Arenella per aiutare la moglie a chiudere bottega e per difenderla da eventuali aggressori prima di raggiungere la loro casa sul litorale domizio.
n quattro lo aggrediscono e l´accoltellano tra i giornali Aveva addosso mille euro. Perciò non voleva darla vinta ai suoi rapinatori. Ha gridato «Andatevene», ha cercato di difendersi. Ma loro erano in quattro, forse cocainomani. E lo hanno ucciso con una sola coltellata. Un colpo secco. Al petto.
Così si è accasciato nel suo sangue un uomo inerme, alle 20.30 del 4 settembre 2006, in via Pietro Castellino, buio pesto ma passaggio frequente di auto e passanti. (Fondazione Pol.i.s.)


5 Settembre 2010 Pollica (SA). Ucciso Angelo Vassallo, il "Sindaco pescatore". "Un sindaco che ha lottato per una politica migliore, l'esempio che un Sud migliore può esistere".
Un agguato in pieno stile camorristico, una raffica di colpi di pistola mentre rientrava a casa. È stato ucciso così Angelo Vassallo, 57 anni, sindaco di Pollica, comune del Cilento. È avvenuto nella tarda serata del 5 settembre 2010.
Secondo le indagini condotte dal pm Alfredo Greco, l'auto di Vassallo è stata bloccata da un'altra vettura che procedeva in direzione inversa e in senso vietato. Forse in due si sono avvicinati al finestrino e hanno sparato con una pistola calibro 9, colpendo il cuore, la testa e la gola del sindaco, seduto al posto di guida. A scoprire il corpo è stato il fratello del sindaco che, avvertito dalla cognata, preoccupata per il mancato ritorno a casa del marito, è andato a cercarlo.
Vassallo era soprannominato "il sindaco pescatore" per la sua attività imprenditoriale nel settore ittico che gestita insieme al fratello. Le battaglie per la legalità e il rispetto dell'ambiente, su cui aveva investito come amministratore pubblico, avevano fruttato alla località costiera cilentana riconoscimenti come le "bandiere blu" e un rilancio turistico.
Le indagini sull'omicidio di Vassallo continuano senza escludere nessuna pista: dagli intrecci tra mafie ed attività affaristiche che interesserebbero il territorio cilentano, all'ambiente dello spaccio di droga che ha visto Vassallo combattere in prima linea per evitare che il suo territorio diventasse terra di spaccio, alla denuncia fatta dal sindaco circa "strade fantasma" , appalti pagati e lavori mai eseguiti .
Dalla morte di Vassallo numerose iniziative in sua memoria si sono succedute in tutta Italia. Il fratello del sindaco, Dario, ha raccolto l'eredità politica e culturale lasciata da Angelo attraverso la fondazione "Angelo Vassallo sindaco pescatore". Nel 2012 viene dedicata alla memoria del sindaco una piazza nella cittadina di Pistoia e viene siglato un gemellaggio tra le città di Pollica e Bologna. Il 25 aprile 2012 per ricordare il suo sindaco la cittadina di Pollica rimane al buio per una notte per chiedere a gran voce che venga fatta luce sull'assassinio di Angelo Vassallo. Nell'agosto 2013 la strada che congiunge Pollica con San Mauro del Cilento è stata intitolata ad Angelo Vassallo. Intanto dal sito della fondazione, Dario Vassallo ha annunciato che prossimamente Solaris Media e Rai Fiction realizzeranno un film su Angelo Vassallo.



6 Settembre 2006 Mondragone (CE). Ucciso Michele Landa, metronotte, e il suo corpo dato alle fiamme, mentre era in servizio presso un ripetitore di Pescopagano.
Mancavano solo un paio di mesi e Michele sarebbe andato in pensione, dopo una vita di lavoro. Invece trova la morte all'età di 62 anni, davanti a un ripetitore della Vodafone. I clan hanno scoperto che le apparecchiature del ripetitore possono essere una merce per cui si è disposti a pagare decine di migliaia di euro, in contanti, da parte degli stessi proprietari. Il cavallo di ritorno: "Vuoi l'attrezzatura indietro?Paga". Probabilmente Michele Landa non ha ceduto ai giovani del clan, in cerca di denaro facile, i quali non avranno accettato che un paesano di Mondragone li ostacolasse, e così, dopo una vita di lavoro, Michele viene ucciso barbaramente.
Scompare il 6 settembre e il suo corpo carbonizzato viene ritorvato dopo una settimana nella sua Fiat 600.
Nel giugno 2005, un anno prima, anche un suo collega, Nicola Sammarco, viene ucciso da sicari senza scrupoli che gli sparano alle spalle un solo colpo nel territorio di Casapesenna, dove lavorava presso l'impianto allora Omnitel.
Michele Landa e Nicola Sammarco lavoravano per la stessa cooperativa "Lavoro e Giustizia", entrambi facevano servizio di guardia presso l'antenna prima Omnitel e poi diventata Vodafone. (Fondazione Pol.i.s.)

 

6 Settembre 2008 Pozzuoli (NA). Ucciso Giuseppe Minopoli, 38 anni guardia giurata, da dei rapinatori.
Una guardia giurata di 37 anni, Giuseppe Minopoli, che si trovava all'interno di una pizzeria a Pozzuoli, nel Napoletano, è stata uccisa nel corso di un tentativo di rapina. I due rapinatori, uno dei quali armato, con il volto coperto da un casco, sono entrati nella pizzeria 'Il Regno dei Sapori' in via Allodi, 70, nella frazione Monteruscello di Pozzuoli. Nel locale si trovavano il proprietario, un uomo di 41 anni incensurato, e una guardia giurata, Giuseppe Minopoli, del luogo, che - secondo la ricostruzione dei carabinieri - stava mangiando una pizza seduto ad un tavolo vicino all'ingresso. Accortosi del tentativo di rapina, ha estratto la sua pistola, ma è stato affrontato da uno dei rapinatori che gli ha esploso contro due colpi che hanno raggiunto l'uomo al torace uccidendolo.

 

7 Settembre 1945 Montelepre (PA). Resta uccisa Angela Talluto, bambina di 1 anno, in un raid del bandito Salvatore Giuliano.
La sera del 7 settembre 1945, sempre a Montelepre, attentò alla vita del militante socialista Giovanni Spiga, semplicemente per «antagonismo politico, perché, mentre egli era separatista, lo Spiga era un fervente socialista ed esplicava attività politica nel suo partito».
La barbara aggressione contro il militante socialista fu eseguita davanti all’uscio della sua abitazione, mentre si intratteneva con alcuni parenti e vicini di casa. La presenza di persone estranee, tra le quali alcuni bambini, non fece cambiare idea al bandito che, incurante, a distanza di tre o quattro passi aprì il fuoco sui pacifici paesani. Giovanni Spiga venne ferito a una gamba, ma il bilancio dell’aggressione fu alquanto tragico. Rimase uccisa una bambina di un anno, Angela Talluto, mentre rimasero feriti, anche in modo grave, il fratellino di Angela,Francesco Talluto, di anni 4, Vincenzo Musso, di anni 11 e sua cognata Giovanna Candela, di anni 46.- (Tratto da "La strage della Portella della Ginestra")

 

7 Settembre 1990 Palermiti (CZ). Uccise Maria Marcella e Elisabetta Gagliardi, 9 anni, madre e figlia. Non avevano trovato chi cercavano.
Maria Marcella aveva 47 anni, venne uccisa insieme alla figlia Elisabetta Gagliardi di appena 9 ann a Palermiti (CZ) il 7 Settembre del 1990. 
Maria Marcella e Elisa erano rispettivamente moglie e figlia di Mario Gagliardi, un pluripregiudicato per rapina che da qualche tempo aveva lasciato la piazza milanese ed era tornato in Calabria dove si occupava di movimento-terra. (Liberanet.org)

 

8 Settembre 1959 Ciminna (PA). Ucciso in un agguato Clemente Bovi, Carabiniere scelto.
Il giovane carabiniere Clemente Bovi, spostato e padre di una bambina di pochi mesi, stava rientrando, in auto con un amico, alla caserma di appartenenza, la Stazione di Caltabellotta
"Improvvisamente il conducente frena bruscamente l’auto: al centro della carreggiata, sono apparsi alcuni massi che ostruiscono il passaggio, mentre, sul ciglio della strada, nota altre autovetture ferme. Un incidente, pensa, e rallenta. Ma appena il veicolo si ferma dal buio sbucano alcuni uomini armati che intimano ad entrambi di uscire dall’abitacolo e mettersi “faccia a terra”. Il militare finge dapprima di ubbidire, poi, impugnata la pistola, si lascia scivolare nella piccola scarpata che costeggia la strada. E da lì risponde al fuoco dei banditi presi alla sprovvista da quella inattesa manovra: sei colpi in direzione di quelle figure armate che si stagliano nello sfondo oscuro della notte. Si sente un grido, poi un altro: due rapinatori sono stati colpiti. Il carabiniere allora cerca con coraggiosa determinazione di riconquistare la strada per affrontare un terzo bandito. Ma da dietro si materializzano due uomini che aprono il fuoco colpendolo al fianco e alla schiena. L’uomo indietreggia poi cade riverso ai piedi della piccola scarpata, la faccia a contatto con la nuda terra, mentre dalle ferite il sangue sgorga copioso. “Sangue di eroe”, scriveranno tre anni dopo i giudici di Palermo. L’uomo che agonizza sul terreno di contrada “Case Moscato” alle porte di Corleone si chiama Clemente Bovi. È l’8 settembre dell’anno 1959." (dal libro "Un eroe semplice, in memoria del carabiniere Clemente Bovi")

 

8 Settembre 1999 Cerignola (FG). Ucciso Hiso Telaray, giovane albanese di 22 anni, per non aver ceduto al ricatto dei caporali.

 

9 Settembre 1988 Gioia Tauro (RC). Ucciso Abed Manyami, marocchino di 30 anni, per "errore".

 

9 Settembre 1990 Bovalino Sup. (RC). Muore dopo 13 ore di agonia Antonio Marino, 33 anni, brigadiere dei Carabinieri; ferita la moglie incinta ed il figlio di due anni. "L’omicidio rimane ancora ufficialmente insoluto".

 

10 Settembre 1981 Palermo. Ucciso Vito Jevolella, Maresciallo dei Carabinieri.

 

11 Settembre 1945 Ficarazzi (PA). Ucciso Agostino D'Alessandro, Segretario Camera del Lavoro. Si stava impegnando nella lotta contro la mafia dell' acqua.

 

11 Settembre 1974 Seminara (RC). Ucciso Giuseppe Bruno, bambino di 18 mesi, mentre era sulle spalle del padre. Vittima innocente di una faida

 

12 Settembre 1988 Gela (CL). Uccisa Grazia Scimé, vittima innocente di una sparatoria fra bande rivali.

 

12 Settembre 1997 Alcamo (TP) Gaspare Stellino, morto suicida perché solo contro il racket delle estorsioni.

 

12 Settembre 2008 San Marcellino (CE). Uccisi Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi mentre stavano lavorando nel deposito di automezzi di proprietà del primo.

 

13 settembre 1945 Corleone (PA). Ucciso Liborio Ansalone, comandante dei vigili urbani, padre di 6 figli. Il 20 dicembre 1926 Ansalone aveva guidato i militari del prefetto Cesare Mori per le vie del paese, indicando una per una le abitazioni dei mafiosi

 

13 Settembre 1977 Bruzzano Zeffirio (RC). Ucciso Giulio Cotroneo, commerciante di 45 anni. Si era "impicciato" in un caso di rapimento.

 

13 Settembre 1978 Ottaviano (NA) Ucciso Pasquale Cappuccio, avvocato e consigliere comunale.

 

14 Settembre 1945 Favara (Ag). Uccisi Calogero Cicero e Fedele De Francisca, Carabinieri, da dei banditi che volevano rapinare una fattoria.
Calogero Cicero e Fedele De Francisca, Carabinieri, furono uccisi a Favara (AG) il 14 settembre del 1945, in uno scontro a fuoco con dei banditi che volevano rapinare una fattoria.
"Bande di ladri e assassini, armati di lupare e pistole, seminavano il terrore nelle campagne e nei paesi dell'Agrigentino. La notte del 14 settembre 1945 un gruppo di banditi di Palma di Montechiaro prese di mira la fattoria dei fratelli Buggera di Favara, per rubargli i proventi della vendita dell'uva. I banditi si appartarono in una zona soprastante la fattoria, senza sapere che da qualche tempo era sorvegliata da un nucleo di carabinieri.
Un bandito fu messo di guardia sulla sommità della collina, l'appuntato Cicero e il carabiniere De Francisca lo sorpresero appostato dietro a una grossa pietra: si aprì un conflitto a fuoco. Arrivò il resto della banda che cominciò a sparare all'impazzata: Cicero fu colpito al fianco e alla coscia sinistra; De Francisca, seppur ferito, affrontò i banditi, ma venne ucciso da due colpi di fucile. Le indagini si rivelarono inutili, tutti i fermati furono rilasciati perché gli inquirenti non trovarono prove a loro carico." (comunicalo.it)

 

14 Settembre 1982 Napoli. Ucciso Antimo Graziano, Brigadiere in servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale
Antimo Graziano, Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia era in servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale.
Il 14 settembre 1982 rientrando dal servizio appena prestato, all'interno della propria autovettura, nei pressi dell'abitazione, cadde vittima di numerosi colpi d'arma da fuoco.
Nel corso delle successive indagini è emerso il chiaro stampo camorristico dell’omicidio.
"Antimo Graziano era nato a Bellona, in provincia di Caserta, il 4 giugno del 1937. Era sposato con Maria Rosaria Marano, di trentanove anni e aveva due figlie, Concetta, di sei anni e Rosanna di due. Si era arruolato venticinque anni prima nel corpo delle guardie di custodia. Da sei era in servizio all'ufficio matricola di Poggioreale. Ma era troppo pericoloso. Aveva deciso di dedicarsi alla famiglia e uscirsene da quell'inferno di Poggioreale. Non gliene hanno dato il tempo." (Al di là della notte. Storie di vittime innocenti della criminalità, di Raffaele Sardo)

 

14 Settembre 1988 Trapani. Ucciso Alberto Giacomelli, magistrato in pensione. Aveva fatto sequestrare la casa del fratello di Totò Riina.
Alberto Giacomelli magistrato in pensione, fu ucciso il 14 Settembre 1988 a Locogrande (TP). Il suo cadavere fu ritrovato dietro la sua autovettura. Presentava un colpo di arma da fuoco alla testa ed un altro all’addome. Le indagini evidenziavano che il delitto era stato organizzato e compiuto da componenti della criminalità organizzata locale.
La sua firma apposta sul decreto di sequestro dei beni di Gaetano Riina, fratello di Totò, fu il pretesto che serviva al boss di Corleone per giustificarne la morte, con la quale “U curtu” avrebbe raggiunto il duplice scopo della vendetta personale e della minaccia esplicita a tutti coloro che si stavano mettendo contro la mafia.
"Il delitto è di quelli che fanno parte di una strategia. «Strategia di morte», firmata dalla mafia. È il primo di due assassini che nel giro di 12 giorni, nel settembre del 1988, scuoteranno Trapani, ma senza causare (si potrà capire da ciò che è accaduto negli anni che seguirono, fino ai nostri giorni) tanti sconvolgimenti, al solito l’emozione ha sempre presto ha lasciato spazio alla quotidianità e alla disattenzione rispetto all’evolversi della cosa mafiosa che in quegli anni proprio cambiava pelle e diventava impresa, entrando anche nelle stanze della politica, delle istituzioni e degli uffici pubblici." (Rino Giacalone)

 

14 Settembre 1990 Foggia. Ucciso Nicola Ciuffreda, imprenditore edile di 53 anni. Vittima del racket.
Nicola Ciuffreda, imprenditore edile di 53 anni fu ucciso a Foggia il 14 settembre del 1990. Una punizione esemplare per essersi rifiutato di pagare il racket delle estorsioni. Il primo ucciso dopo quattro imprenditori che negli ultimi mesi erano stati "avvertiti" con gambizzazioni ed ordigni nei negozi, programmati per esplodere durante l'orario di chiusura.
"Dietro l'escalation di violenza (questo è il quarto omicidio in meno di un mese) c'è senz'altro la saldatura fra malavita locale e criminalità di zone limitrofe, quel miscuglio esplosivo che ha fatto definire la Puglia una «regione ragionevolmente a rischio» dall'alto commissario Sica." (La Stampa del 15 Settembre 1990).

 

14 Settembre 1990 Napoli. Ucciso Paolo Longobardi, bambino di 8 anni.
Paolo Longobardi aveva solo otto anni e l'unica sua colpa era di essere figlio di un uomo affiliato ad un clan camorristico contrapposto ad un altro. Una lotta cruenta di cui il piccolo Paolo è la cinquasettesima vittima in meno di due anni .
E' accaduto a Napoli il 14 settembre del 1990.

 

14 Settembre 2000 NAPOLI. Muore Raffaele Iorio, autista di 63 anni, nel vano tentativo di difendere l'auto del suo datore di lavoro.
Raffaele Iorio, autista in pensione, nella serata del 13 settembre 2000, subisce il furto della Jaguar che un amico imprenditore gli aveva affidato. Raffaele aveva infatti scelto di continuare a lavorare facendo saltuariamente piccoli trasporti. I fatti avvengono nella periferia orientale di Napoli, in via Gianturco. Quella sera Raffaele venne attratto con l'inganno fuori dall'auto attraverso un tamponamento appositamente organizzato. Al posto di guida della Jaguar si è inserito a quel punto uno dei malviventi e Raffaele, nel tentativo di difendere qualcosa che neanche gli apparteneva, si è aggrappato con forza alla portiera. L'uomo è stato trascinato per almeno 700 metri sull'asfalto e alla fine scaraventato contro un palo della luce. Raffaele è morto dopo ore di agonia il giorno successivo in ospedale. Immacolata Iorio racconta così suo padre: "Era un uomo che amava la vita e la sua famiglia. Mio padre non sopportava i disonesti, gli era già capitato di subire aggressioni e in tutte le occasioni aveva reagito. Noi gli dicevano sempre di stare attento, ma non poteva sopportare i soprusi". Salvatore Romano e Massimo Incarnato, due dei tre componenti del gruppo di rapinatori, vennero arrestati pochi giorni dopo l 'omicidio di Raffaele. (Fondazione Pol.i.s.)

 

15 Settembre 1993 Palermo. Assassinato Padre Pino Puglisi a causa del suo costante impegno evangelico e sociale.

 

16 Settembre 1970 Palermo. Scompare Mauro De Mauro, giornalista de "L'Ora"

 

16 Settembre 1994 Filadelfia (VV). Scompare Francesco Aloi, 22enne. Vittima di lupara bianca. Di lui ritrovano un piede in una scarpa da tennis, arenato su una spiaggia.

 

17 Settembre 1987 Placanica (RC). Assassinato Ilario Cosimo Marziano, carabiniere presso la stazione di Cutro (KR), mentre era in licenza.

 

18 Settembre 1994 Taranto. Ucciso Carmelo Magli, Agente del Corpo di Polizia Penitenziaria.
"Carmelo Magli è un ragazzo di appena 24 anni quando, la tragica notte del 18 novembre 1994, viene trucidato da un commando di killer che, a distanza ravvicinata, gli esplodono numerosi colpi di mitraglietta, ponendo così fine alla sua giovane vita. Il caso di Carmelo è quello di una vita che, d’improvviso, giunge ad un bivio, cambia strada, dirigendosi verso una morte inaspettata.
Inaspettata perché in quel posto, a quell’ora, avrebbe potuto esserci anche un’altra persona. Gli assassini infatti non avevano scelto nome e cognome della loro vittima, aspettavano semplicemente il primo agente di Polizia Penitenziaria che sarebbe uscito dall’istituto al termine del servizio, alle ore 24.00.
La brutalità di questa esecuzione lasciò tutti con una immensa percezione di insicurezza e paura, quando si muore con modalità e moventi come quelli scelti dai killer di Carmelo, non si può dare alcuna logica motivazione ad una simile tragedia.
La sensazione di una vita normale, interrotta per un “capriccio” di una banda criminale ci lascia attoniti, tristi, smarriti. Capiamo allora quanto a volte sia sottile la parete che divide la vita dalla morte, da un lato la famiglia, gli affetti e l’amore, i figli, il lavoro, gli amici, i problemi di tutti i giorni, i progetti futuri, la speranza e la voglia di migliorarsi. Dall’altra il buio, infinito, il silenzio, la fine. Tutto questo avvenuto non per tua scelta, ma per una spietata imposizione altrui.
Imprevedibile, perché Carmelo nel suo lavoro si era sempre comportato con estrema correttezza e professionalità, tale che nulla potesse far presagire quel macabro epilogo.
Anche gli inquirenti, in base alle testimonianze raccolte durante l’istruttoria, non avevano ravvisato indizi per cui la vita di Carmelo potesse essere stata mai ritenuta in pericolo. Tanto è vero che non svolgeva servizi particolari all’interno dell’istituto tali da esporsi a rischi. Non erano stati mai registrati episodi critici che lo avessero coinvolto nel rapporto con i detenuti, nè aveva mai ricevuto strani segnali o era stato fatto oggetto di minacce capaci di far presagire simili eventi.
La morte di Carmelo si identifica quindi nell’atto di forza di un gruppo malavitoso, che sceglie la “morte” come monito, che si pone il fine di “ammorbidire”gli atteggiamenti degli Agenti nei confronti di alcuni detenuti dell’istituto di Taranto.
L’istituto di Taranto infatti, ospita molti detenuti appartenenti ad “importanti“ cosche mafiose pugliesi e calabresi" (Le due città)

 

18 Settembre 2008 Castel Volturno (CE). Strage di San Gennaro. Morirono 6 giovani ghanesi: Ibrahim Muslim "Alhaji", Karim Yakubu "Awanga", Julius Francis Kuame Antwi, Sonny Abu Justice , Eric Affun Yeboa, Wiafe Kwadwo Owusu.
"A Castelvolturno (CE), il 18 settembre 2008, 7 killer della camorra uccisero con 120 proiettili sei persone di colore: Cristopher Adams, Kwame Antwi Julius Francis, Eric Affum Yeboah, Alex Geemes, El Hadji Ababa, Samuel Kwaku. Viene ferito Joseph Ayimbora.
La strage degli immigrati pare sia stata causata nell'ambito del mercato della droga. A quanto risultato dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti è emerso che gente della comunità volesse costituire un clan a sé stante per la gestione dello spaccio, come dimostrato da tentati omicidi e missioni punitive avvenute tempo addietro contro gli immigrati a conferma di questa tesi.
I tre principali responsabili della strage sono stati inchiodati da foto segnaletiche dei carabinieri mostrate al ghanese Joseph Ayimbora durante il ricovero in ospedale. Grazie alla testimonianza dell'unico sopravvissuto, è emerso che i sicari indossavano divise della polizia.
Il 25 marzo 2011 la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere ha emesso quattro ergastoli per Giuseppe Setola, Davide Granato, Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e una condanna a 30 anni per Antonio Alluce, riconoscendo come aggravanti quelle dell'odio razziale e della finalità terroristica" (Fondazione Pol.i.s.)


19 Settembre 1959 Palermo. Uccisa Giuseppina Savoca, 12 anni, mentre giocava per strada.
Giuseppina Savoca aveva 12 anni. Morì colpita da un proiettile vagante nel corso di una sparatoria, avvenuta la sera del 19 settembre ’59 in via Messina Marine a Palermo, nella quale rimase ucciso un pregiudicato.
Giuseppina non morì immediatamente, fu trasportata in ospedale e si spense per complicazioni polmonari tre giorni dopo il ricovero.

 

Bivona (AG) 30 Maggio 1994 Ucciso Ignazio Panepinto, titolare di un impianto di calcestruzzo. 19 Settembre 1994 Uccisi Calogero Panepinto, fratello di Ignazio, e Francesco Maniscalco, operaio di 42 anni, presente all'agguato.
Calogero Panepinto, 54 anni, titolare di un impianto di calcestruzzo, fu ucciso a Bivona (AG) il 19 settembre 1994 insieme al dipendente Francesco Maniscalco, 42 anni. Il 30 Maggio 1994 Uccisero Ignazio, il fratello di Calogero.
"Le indagini sostennero l'ipotesi che Calogero Panepinto era stato ucciso perché aveva fatto lo "sgarro" di riaprire la cava, di essersi rimesso a fare affari e questo disturbava gli affari degli appalti pubblici, monopolio delle cosche. Quali affari? Forse quelli della canalizzazione della diga Castello o qualche altro grosso appalto che si stava realizzando in quella zona montana. Francesco Maniscalco, invece, morì perché aveva visto troppo e la mafia non lascia mai testimoni" (Senza Storia, di Alfonso Bugea e Elio di Bella).


19 Settembre 1994 Carovigno (BR). Ucciso Leonardo Santoro, era il fratello di un collaboratore di giustizia
Leonardo Santoro, era il fratello di un collaboratore di giustizia. Fu ucciso il 19 Settembre 1994 a Carovigno (BR).


20 Settembre 1988 Baia Domizia (CE). Ucciso Giuseppe Mascolo, farmacista di 61 anni. Si era rifiutato di scendere a patti con la camorra.
Giuseppe Mascolo, titolare di una nota farmacia a Cellole, un piccolo comune vicino a Sessa Aurunca, dove aveva ricoperto vari incarichi politici comunali, viene ammazzato nel 1988 a Baia Domizia, nei pressi della sua abitazione.
Sul delitto si susseguono parecchie ipotesi mai confermate. Il caso inizialmente viene archiviato.
Il pentito Mancaniello, esponente del clan "Muzzoni", ascoltato dal procuratore che allora seguiva la diatriba tra casalesi e i clan antagonisti della zona, il dott. Raffale Cantone, riceve una rivelazione da un esponente del clan dei casalesi di Baia Domizia. Questi gli aveva confidato che l'omicidio Mascolo era stato un errore. Beneduce, che all'epoca era ancora alleato dei "Muzzoni", pretendeva qualcosa dal farmacista ma lui si era rifiutato, cosicché il boss aveva mandato alcuni suoi uomini per intimorire la vittima, ma forse a causa di una reazione del farmacista era partito un colpo di pistola che l'aveva ammazzato.
Il pentito fece anche il nome di alcuni esecutori materiali, come Toraldo detto "il Guercio" e un tale Lucio.
Queste dichiarazioni, sebbene stringate, furono sufficienti per far riaprire il caso. Fondamentale fu altresì la collaborazione della moglie di Toraldo che confermò tutte le sue dichiarazioni precedenti, comprese quelle che facevano riferimento al delitto Mascolo, ucciso nel 1988 dallo stesso Toraldo, uomo di fiducia di Beneduce.
Silvana racconta che i rapporti tra il suo compagno e Beneduce andavano peggiorando al punto tale che il clan riteneva Toraldo inaffidabile e per questo motivo, secondo la moglie Silvana, lo fecero sparire.
Durante il processo fondamentale fu la testimonianza del figlio del farmacista, Luigi Mascolo, per la ricostruzione della dinamica del fatto.
"Come ogni sera avevo chiuso la farmacia, per poi rincasare. Ciascuno di noi rientrava con la propria macchina. Io ero tornato a casa pochi minuti dopo mio padre quando mi sono imbattuto in un'auto che si allontanava a tutta velocità. Credendo fossero ladri, li ho inseguiti, per prendere il numero di targa, ma tornato a casa, ho trovato mio padre riverso sui sedili anteriori della macchina privo di vita. Mia madre che si trovava in casa aveva sentito prima un urto e poi uno sparo".
Il processo si è concluso con la condanna a 21 anni per uno dei due esecutori, nessuna condanna per Toraldo e Beneduce, perché già morti.
La sentenza di primo grado, che ha visto la famiglia di Mascolo costituirsi parte civile, è stata poi confermata in Appello e in Cassazione. (fondazionepolis.regione.campania.it)

 

20 Settembre 2009 Crotone. Domenico Gabriele, Dodò, bambino di 11 anni, muore in ospedale a Catanzaro dopo tre mesi di agonia.
Domenico Gabriele, aveva undici anni, fu vittima inconsapevole di una mano vigliacca e assassina che il 25 giugno del 2009 sparò su un campo di calcio nella località Gabella (Crotone). Il 20 settembre è il giorno in cui il cuore di Dodò smise di battere per sempre. Il sicario sparò all'impazzata sul campetto di calcio, mirava a Gabriele Marrazzo, un emergente della mala locale, che inseguiva la stessa palla. Oltre al morto, dieci feriti, compreso Domenico.
"Di quella terribile giornata il padre racconta alla giornalista Conchita Sannino di Repubblica: "Io mi alternavo in campo con Domenico, era a dieta e con questa scusa voleva giocare ancora di più, perdere peso. Così, ogni dieci minuti io me ne andavo a bordo campo e facevo segno a lui di entrare. È stato in uno di quei minuti che l'ho visto cadere. All'inizio non ho fatto caso a quei colpi, sembravano dei mortaretti. Invece, dopo un secondo, Domenico si è accasciato. L'ho preso in braccio, ho gridato con tutto il fiato che avevo, lui mi guardava ma già cominciava a non essere più presente". Poi comincia il calvario: ricoverato a Crotone, poi a Catanzaro, operato al fegato e al cervello. Dice sua madre: "Ogni giorno sono stata in ospedale a stringergli la mano. Dicono che non poteva parlare e muoversi, ma lui reagiva. Mi dava la mano e vedevo scorrere le lacrime. Gliele potevo asciugare"." (Da il programma "chi l'ha visto")

 

20 Settembre 2010 Napoli. Assassinata Teresa Buonocore, aveva fatto arrestare l'uomo che aveva abusato di sua figlia.
Teresa Buonocore fu assassinata, con quattro colpi di pistola, la mattina del 20 settembre 2010, in via Ponte dei Francesi a Napoli.
La donna si era costituita parte civile nel processo contro Enrico Perillo, 53 anni di Portici (Na), condannato a 15 anni di reclusione (attualmente è detenuto a Modena) nel giudizio di primo grado, per violenza sessuale ai danni di tre minorenni. Fra le vittime, anche una delle figlie della donna.
Ad armare la mano dei sicari la sete di vendetta contro la donna, la mamma, che aveva scelto di chiedere giustizia.
L'ordine di uccidere Teresa arrivo' dal carcere, dove Perillo si trovava per la vicenda degli abusi. Al geometra vengono contestati anche altri tre reati: l'incendio appiccato allo studio dell'avvocato Maurizio Capozzo, quello all'abitazione di un vicino e quello all'abitazione della stessa Teresa Buonocore; Perillo ne e' considerato il mandante, mentre autore degli incendi fu, per sua stessa ammissione, Alberto Amendola. Dalle indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Melillo e dal sostituto Danilo De Simone, e' inoltre emerso che Perillo stava cercando di ottenere la ritrattazione in appello delle dichiarazioni accusatorie rese dalle bimbe vittime delle violenze o comunque di minarne l'attendibilita'; non e' escluso che nel prosieguo delle indagini emergano elementi a carico di altre persone.
Il 21 luglio 2011 al Tribunale di Napoli si è tenuta l'udienza preliminare del processo relativo all'omicidio di Teresa. Per l'omicidio è stato rinviato a giudizio Enrico Perillo, per l'accusa mandante del delitto. Alberto Amendola e Giovanni Avolio, ritenuti gli esecutori, hanno chiesto e ottenuto di essere giudicati con il rito abbreviato. Sono state ammesse come parti civili il Comune di Portici (dove la donna risiedeva), il Comune di Napoli (dove si è verificata la tragedia), il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Napoli (col quale la Fondazione Pol.i.s. svolge un'attività di orientamento legale a beneficio dei familiari delle vittime) e il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità. Gli esecutori materiali dell'omicidio di Teresa sono stati condannati a 18 anni (Avolio) e a 21 anni (Amendola) di reclusione.
Nel mese di Luglio 2012 è stata confermata in Appello la condanna a 15 anni di reclusione per Enrico Perillo per il reato di pedofilia. Ancora in corso il processo nei confronti dello stesso, per l'omicidio di Teresa Buonocore.

 

21 Settembre 1986 La Prima strage di Porto Empedocle. Restarono uccisi, vittime innocenti, il giovane Filippo Gebbia e Antonio Morreale
È la sera del 21 settembre del 1986. La gente passeggia lungo il corso principale di Porto Empedocle. Due passi, due chiacchiere, un gelato a chiudere una delle ultime sere d’estate. Le raffiche rabbiose dei kalashnikov, nell’oscurità di un blackout provocato, chiudono vite.
La luce torna in paese, ma gli occhi di quanti giacciono a terra rimarranno per sempre spenti. Sei morti ammazzati, tra i quali due vittime innocenti: Antonio Morreale e Filippo Gebbia.
Si consuma così, in pochi attimi, quella che nella storia criminale e mafiosa passa come la Prima strage di Porto Empedocle. E’ l’inizio della guerra tra Cosa Nostra e Stidda che lascerà sul campo centinaia di morti ammazzati. Una strage con sangue innocente. Filippo Gebbia, aveva 30 anni ed era un tipo allegro e socievole. Era a passeggio con la fidanzata che avrebbe voluto sposare presto. Antonio Morreale era un tranquillo pensionato che attendeva il genero per rientrare a casa. Aveva deciso di stare seduto al bar per gustarsi un gelato insieme alla moglie Bianca Frassi, una piemontese. Il suo tavolo era troppo attiguo a quello dei Grassonelli e quando arrivò la furia omicida, fu travolto da una scarica di piombo.

 

21 settembre 1990, sulla statale tra Canicattì e Agrigento viene ucciso il giudice Rosario Livatino.
Erano passate da poco le 8,30 quella mattina del 21 settembre 1990. Il giudice Rosario Livatino, che il 3 ottobre avrebbe compiuto 38 anni, da Canicattì, dove abitava, con la propria auto si stava recando al tribunale di Agrigento, quando una Fiat Uno e una motocicletta di grossa cilindrata lo affiancano costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale. I sicari sparano numerosi colpi di pistola. Rosario Livatino tenta una disperata fuga, ma viene bloccato. Sceso dal mezzo, cerca scampo nella scarpata sottostante, ma viene finito con una scarica di colpi.
Sul posto arrivano i colleghi del giudice assassinato; da Palermo anche l'allora procuratore aggiunto Giovanni Falcone, e da Marsala Paolo Borsellino. Per la morte di Rosario Livatino sono stati individuati i componenti del commando omicida e i mandanti, tutti condannati all'ergastolo. Secondo la sentenza, è stato ucciso perché "perseguiva le cosche mafiose impedendone l'attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l'espansione della mafia". Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la 'Tangentopoli siciliana' e aveva colpito duramente la mafia di Porto Empedocle e di Palma di Montechiaro, anche attraverso la confisca dei beni.

 

21 Settembre 1999 Foggia. Ucciso Matteo Di Candia, stava festeggiando il suo onomastico in un bar.
Era il 21 Settembre del 1999, stava festeggiando il suo onomastico brindando insieme con alcuni amici nel bar Elia, a Foggia, in via Giuseppe Fania, quando due killer hanno sparato all'impazzata una quarantina di colpi per colpire un pregiudicato seduto ad un tavolino all' esterno del locale.
Così Matteo Di Candia, 62 anni, di Foggia, è rimasto ucciso per caso. Il pensionato, il quale non era sposato e viveva con la madre, non si sarebbe accorto di nulla e, colpito, si è accasciato sul pavimento.

 

22 Settembre 1919 Prizzi (PA) Ucciso il sindacalista Giuseppe Rumore.
22 Settembre 1919 Prizzi (PA) Ucciso il sindacalista Giuseppe Rumore. "Fu grande sindacalista socialista. All'inizio del secolo XX il movimento dei contadini fu largamente influenzato e diretto dai socialisti, specie nella provincia di Palermo per le lotte dei contadini e il riscatto delle loro condizioni di vita. Giuseppe Rumore ricoprì la carica di segretario della sezione socialista e dei reduci di guerra. Mentre il partito era impegnato a livello nazionale nella polemica tra riformismo e massimalismo, i socialisti siciliani lavorano per la costituzione di una federazione agricola siciliana che nacque per l'appunto dal Convegno Enna del febbraio 1919. L'8 giugno 1919, la Federazione decise di aderire alla Confederazione generale del lavoro. Scopo essenziale di tutta quest'attività era per Rumore la costituzione di un unico fronte tra i lavoratori delle leghe e gli operai di Palermo contro i grandi gabelloti e i proprietari, per porre fine alle loro prepotenze ed iniziare una nuova era di giustizia sociale. Il 31 agosto 1919 si tenne a Prizzi un grande comizio, cui seguirono quelli di Palazzo Adriano e dei comuni vicini. I proprietari, preoccupati di perdere i loro antichi privilegi, non esitarono ad organizzarsi e spezzarono con una lunga serie di omicidi il movimento dei contadini. Giuseppe Rumore fu ucciso davanti alla sua abitazione, sotto gli occhi della moglie e della figlia di quattro anni."

 

22 Settembre 1946 Alia (PA). I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione restarono uccisi a seguito di un attentato alla Camera del Lavoro.
22 Settembre 1946 Alia (PA). I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione restarono uccisi a seguito di un attentato alla Camera del Lavoro.
"Nel 1946, esattamente il 22 settembre, mentre era in corso una riunione di contadini, nella casa del segretario della Camera del Lavoro ad Alia (Pa), per discutere delle possibilità di assegnare i feudi “Raciura” e “Vacco” alle cooperative di contadini, in seguito ai decreti Gullo, ignoti lanciarono bombe a mano all’interno della casa e poi spararono colpi di lupara. I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione morirono sul colpo, mentre altri 13 rimasero feriti.
I contadini stavano preparando l'occupazione dei feudi gestiti da gabellotti mafiosi. " (Liberanet.org)

 

23 settembre 1983 Palermo. Rosalia Pipitone, madre di un bimbo di quattro anni, venne fatta uccidere dal padre. Colpevole di voler dividersi dal marito, fu uccisa nel corso di quella che apparve come una rapina compiuta da balordi.

 

23 Settembre 1985 Vomero (NA). Ucciso Giancarlo Siani, cronista del "Mattino", che aveva raccontato, con estrema cura e abilità, le guerre tra i clan camorristici.

 

23 Settembre 1999 Ercolano (NA). Ucciso Marco De Franchis. Era andato a lamentarsi da un boss perché il figlio era stato pestato.

 

24 settembre 2004 Locri (RC). Muore in ospedale Massimiliano Carbone a seguito delle ferite riportate nell'agguato mafioso del 17 settembre. La famiglia ancora in attesa del riconoscimento della verità e di giustizia.

 

25 Settembre 1979 Palermo. Uccisi in un agguato mafioso il magistrato Cesare Terranova e Lenin Mancuso, Maresciallo P.S., suo collaboratore e guardia del corpo.

 

25 Settembre 1988 Canicattì (PA). Uccisi in un agguato mafioso il magistrato Antonino Saetta e il figlio Stefano

 

25 Settembre 1998 Gioia Tauro (RC). Ucciso Luigi Ioculano, presidente di un'associazione e fondatore di un periodico locale, aveva preso posizione contro il nuovo piano regolatore e gli interessi della 'ndrangheta.

 

26 Settembre 1978 Bolognetta (PA). Ucciso Salvatore Castelbuono. Vigile Urbano. Collaborava con i carabinieri di Bolognetta e il Reparto Operativo dell'Arma di Palermo nelle operazioni di ricerca dei latitanti corleonesi.
Salvatore Castelbuono, meglio conosciuto come Totò, vigile urbano di Bolognetta (PA), padre di 4 figli, il 26 settembre 1978 venne colpito a morte con 5 colpi di pistola p38 all’interno della sua autovettura in territorio del Comune di Villafrati, al confine con quello di Bolognetta, a una quindicina di chilometri da Palermo. Indossava la propria divisa.
"Era uomo che credeva nella legalità nel rispetto delle istituzioni e delle leggi, infatti, per l’attaccamento al genere di servizio che egli espletava, era strettamente legato ai carabinieri di Bolognetta e anche ai militari dell’ Arma di Palermo del reparto di polizia giudiziaria. Proprio a questi ultimi non aveva esitato a fornire preziose informazioni inerenti noti latitanti mafiosi. In quanto conoscitore del territorio e degli ambienti, egli riusciva a raccogliere, con meticolosità, notizie importanti che mai gli organi inquirenti ufficiali avrebbero potuto acquisire senza il suo contributo.
“Sempre ligio al proprio dovere – dice il figlio Antonio Castelbuono -, non ha fatto altro che obbedire ai suoi superiori e alla voce della sua coscienza con abnegazione e zelo in ogni circostanza, incurante di rischi e pericoli di qualunque genere. La conseguenza del suo leale modo di agire, purtroppo, ha decretato la sua condanna a morte”.
Non vi è dubbio che l’ipotesi più conducente al delitto sia da attribuirsi al proposito di vendetta di noti latitanti corleonesi del periodo, che orbitavano, anche, nel territorio di Bolognetta. Il delitto venne rivendicato al reparto Operativo dei Carabinieri di Palermo della Caserma Carini con una telefonata anonima."

26 Settembre 1988 Valderice (TP). Assassinato Mauro Rostagno, operava presso la comunità per tossicodipendenti Saman. Denunciava da una televisione locale le attività mafiose e le complicità di partiti e istituzioni.

 

26 Settembre 1997 Bari. Scompare Luigi Fanelli, 19 anni, militare di leva, dopo aver affrontato pubblicamente degli affiliati del clan egemone di Carbonara

 

26 Settembre 2008 Caserta. Restano uccisi Francesco Alighieri e Gabriele Rossi, Agenti P.S, durante l'inseguimento di una autovettura che non si era fermata all'Alt.

 

27 Settembre 1960 Lucca Sicula (AG). Ucciso Paolo Bongiorno, bracciante agricolo, segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, padre di cinque figli con uno in arrivo.

 

28 Settembre 1991 Reggio Calabria. Uccisi Demetrio Quattrone e Nicola Soverino. Il secondo ucciso solo per non lasciare testimoni.

 

28 Settembre 1992 Castellammare del Golfo (TP). Ucciso Paolo Ficalora, proprietario di un villaggio turistico. Si era opposto alle prevaricazioni mafiose.

 

29 Settembre 1981 Agrigento. Strage di San Giovanni Gemini. Restano uccisi Michele Cimminisi e Vincenzo Romano. Erano seduti in un bar vicino al vero obiettivo dell'agguato.

 

29 Settembre 1994 Mileto (CZ). Resta ucciso Nicholas Green, bambino statunitense di 7 anni, in vacanza in Italia con la sua famiglia.

 

29 Settembre 2003 Villa Literno (CE) Ucciso Giuseppe Rovescio, 24 anni, per uno scambio di persona. Provò a fuggire insieme ad altri passanti terrorizzati, ma per i suoi capelli lunghi fu scambiato per un pregiudicato e brutalmente assassinato.

 

30 Settembre 1920 Petralia Soprana (PA). Uccisi Croce di Gangi e Paolo Li Puma. contadini e consiglieri comunali.

 

30 Settembre 1996 Varapodio (RC). Antonino (Nino) Polifroni, imprenditore, ucciso per non essersi piegato alle richieste di pagare il pizzo.

 

 

 

e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

Leggi tutto...
 
I Testimoni di Giustizia. Storia di chi ha testimoniato contro le mafie PDF Stampa E-mail

 

Foto dalla Petizione on-line del 2011

Questa scheda è stata creata prendendo spunto dal libro di Angelo Greco TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO "la denuncia di chi ha denunciato", da cui sono tratti molti dei nomi e l'introduzione che segue:

 

Introduzione al libro TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO "la denuncia di chi ha denunciato" di Angelo Greco

C'è una storia che comincia dove le altre spengono i riflettori; dove i giornali girano le spalle per qualcosa di nuovo da titolare; dove, in definitiva, la gente non sa più.
Questa storia inizia sulle ceneri di Troia, quando Ulisse prende la strada di casa. I vati narravano di allori e città spalancate ai guerrieri vittoriosi, servitori della Patria. Invece, per lui, sul sentiero del ritorno solo asperità e mostri.
Un'avventura che oggi drammaticamente si ripete: ma senza alcun Omero a narrarla. Al contrario, solo le spesse tende della vergogna e dell'ignoranza, di cui spesso si arreda il comune sentire.
Questo non è il tempo degli eroi. Gli immortali sono morti. Le leggende non si tramandano più. Al loro posto, nuovi vocaboli albergano nei miti del popolo. La democrazia, la giustizia. Quella stessa giustizia che, mantide pagana senza più religiosità, uccide proprio coloro che la sposano.
Chi chiede giustizia scopre che ormai esiste solo la legge.
Proprio da una legge inizia questo viaggio. La legge che doveva essere solida imbarcazione per il re di Itaca e che invece lo abbandona alla deriva, tra Scilla e Cariddi.
La normativa in questione ha visto l'alba il 13 febbraio 2001 ed è stata battezzata con un nome che è un numero, proprio come quello sui camici dei detenuti, dai quali invece voleva distinguersi. La numero 45.
E' la legge che istituisce lo stato di testimone di giustizia, lo dosciplina e lo distingue da quello già esistente del collaboratore o, spesso detto, 'pentito'.
Per quanto inverosimile possa apparire, prima di tale intervento con vi era alcuna differenza, sia sul piano terminologico che su quello della tutela, tra il passivo spettatore di un crimine e chi invece vi aveva partecipato. In buona sostanza, la legge accomunava in un'unica categoria i cittadini modello ai delinquenti. E per entrambi disponeva lo stesso trattamento.
Ma il diritto è un mondo virtuale, che difficilmente cambia la realtà senza l'ausilio e la ragionevolezza dei suoi interpreti. Cosicché, pur modificata la disciplina, i problemi sono rimasti gli stessi ...

Leggi tutto...
 
"Un cippo alla memoria di Filippo Intili" di Dino Peternostro PDF Stampa E-mail

Articolo del 30 Luglio 2014

Foto da facebook.com  


Fonte:  facebook.com

Lettera da Corleone a "Rassegna Sindacale"

di Dino Paternostro

Un cippo alla memoria di Filippo Intili
Così Caccamo, 62 anni dopo, sceglie di stare dalla parte della legalità.


Per 62 lunghi anni la sua figura era caduta nel dimenticatoio. Malgrado il nome di Filippo Intili fosse stato inserito nell'elenco delle vittime innocenti di mafia, redatto dall'associazione "Libera", nessuno aveva mai cercato di sapere di più di questo mezzadro comunista, dirigente della Camera del lavoro, assassinato il 7 agosto 1952 dalla potente mafia di Caccamo, suo paese natale.
Addirittura, la Regione siciliana, che pure lo aveva inserito nell'elenco ufficiale dei caduti del movimento contadino nella lotta contro la mafia, ne aveva sbagliato sia il nome che il cognome, chiamandolo Giuseppe Intile. Finalmente, il 7 agosto prossimo, sarà proprio la città di Caccamo, con in testa il sindaco Andrea Galbo, a fare giustizia di questo lungo silenzio, ricordando Filippo Intili con una manifestazione che si concluderà in contrada "Piani Margi", luogo del suo assassinio, dove sarà collocato un cippo commemorativo.

Leggi tutto...
 
"Giustizia per Cetta Cacciola: condannata la famiglia e un avvocato" di Claudio Cordova PDF Stampa E-mail

Articolo del 30 Luglio 2014 da ildispaccio.it



Per mesi, sulla stampa, il fango aveva provato a ricoprire la dignità di Maria Concetta Cacciola e dei pm della Dda di Reggio Calabria. Articoli di stampa, insinuazioni, chiacchiericcio con cui veniva paventato che nella morte della testimone di giustizia avrebbero potuto pesare le presunte pressioni effettuate dagli inquirenti. Ora arriva una prima verità processuale, con la condanna di tutti gli imputati nel procedimento "Onta". Il Gup di Reggio Calabria, infatti, ha accolto l'impostazione portata avanti dai pm Giovanni Musarò e Giulia Masci, che avevano chiesto la condanna per tutti gli imputati che hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato nel processo per far luce sulle dinamiche che porteranno alla morte la giovane testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola. Nel dettaglio, sono stati inflitti sei anni e sei mesi per Michele Cacciola, cinque anni e otto mesi per Giuseppe Cacciola, quattro anni e dieci mesi per Anna Rosalba Lazzaro e quattro anni e sei mesi per l'avvocato Vittorio Pisani. Secondo le indagini svolte dai pm Musarò e Masci (nell'inchiesta ha operato anche il pm Alessandra Cerreti), nella morte della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, deceduta nell'agosto 2011 in seguito all'ingestione di acido muriatico, sarebbero coinvolti anche i due legali della famiglia, Vittorio Pisani, condannato in primo grado, e Gregorio Cacciola, unico tra gli imputati ad aver scelto il rito ordinario, che si celebrerà a Palmi. Riconosciuta la responsabilità penale anche per Anna Rosalba Lazzaro, Giuseppe e Michele Cacciola, mamma, fratello e padre di Maria Concetta Cacciola. La donna morirà dopo una vicenda molto complicata, che vedrà la giovane rendere dichiarazioni accusatorie contro la sua famiglia e poi ritrattare.

Ma dietro quelle ritrattazioni vi saranno violenze e angherie di ogni genere.

Leggi tutto...
 


Pagina 1 di 19

Menu

Sei  : Home