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Le Vittime che commemoriamo, mese: AGOSTO PDF Stampa E-mail

 

 

1 Agosto 2007 Reggio Calabria. Resta ucciso Luigi Rende, guardia giurata, nel tentativo di sventare una rapina al furgone portavalori.
Luigi Rende ha 31 anni, è sposato con Angela ed ha una bambina di due anni, Sharon. Come lavoro fa la guardia giurata a Reggio Calabria.
L'1 agosto del 2007, primo giorno di lavoro dal rientro dalle ferie, è di scorta al portavalori della Sicurtrasport che trasporta il suo carico all'ufficio postale di Via Ecce Homo, quando in sei tentano di rapinarlo. Sono solo in due a difendere il portavalori ma, nonostante la disparità, riescono a ferire tre dei banditi e metterli in fuga. Purtroppo nel conflitto a fuoco, uno dei banditi, riesce a colpire a morte Luigi Rende.
Gli assalitori sono stati tutti arrestati e, a giugno 2014, condannati definitivamente all'ergastolo.

 

 

1 Agosto 2015 Altamura (BA). Deceduto Domenico Martimucci, 26 anni, calciatore, a seguito delle gravi ferite riportate il 5 marzo nell' attentato ad una sala giochi, in cui rimasero feriti altri sette ragazzi.
Non ce l'ha fatta Domenico Martimucci, il ragazzo altamurano rimasto ferito gravemente nell'attentato alla sala giochi Green Table della città murgiana lo scorso 5 marzo. Il 27enne, calciatore del Castellaneta, era il più grave degli 8 ragazzi che avevano riportato conseguenze dopo lo scoppio di una bomba piazzata, come rivelato dalle indagini dei Carabinieri, su ordine di Mario Dambrosio, fratello del boss Bartolomeo ucciso in un agguato nel dicembre del 2010. Martimucci, detto "Zidane" come l'ex calciatore juventino, non aveva più ripreso conoscenza dopo l'esplosione. A nulla sono valse le cure dei medici prima al Politecnico di Bari, e poi in una clinica austriaca dove sarebbe stato trasferito nelle ultime settimane, e dove è deceduto. (puntotvonline.it)

 

 

3 Agosto 1863 Palermo. Ucciso Giovanni Corrao, generale garibaldino: un delitto politico-mafioso.
Giovanni Corrao (Palermo, 17 novembre 1822 – Palermo, 3 agosto 1863) è stato un operaio, militare e patriota italiano.
Di umili origini (era calafato, un operaio specializzato al porto di Palermo), fu sempre avverso ai Borboni, contro i quali organizzò diversi tentativi di cospirazione.
Dopo essere stato in prigione ed in esilio, nel 1858 strinse un forte rapporto di corrispondenza con Rosolino Pilo, assieme al quale organizzò una spedizione in Sicilia. Il 12 aprile del 1860 i due sbarcarono a Messina a bordo della tartana viareggina Madonna del Soccorso, e successivamente si recarono a Palermo, attendendo l'arrivo di Giuseppe Garibaldi organizzando gruppi di volontari.
Dopo lo sbarco dei Mille, combatté per l'intera durata della campagna. Fu nominato generale dallo stesso Garibaldi, con il quale combatté anche in Aspromonte.
Dopo l'Unità d'Italia assunse il grado di colonnello dell'esercito, dal quale si dimise poco tempo dopo in coerenza con la sua avversione verso la politica del governo in Sicilia.
Tornato successivamente a Palermo, venne assassinato dalla mafia il 3 agosto 1863. Il delitto è rimasto sempre impunito, ma negli atti di indagine venne usato per la prima volta nella storia del Regno d'Italia il termine mafia. (culturatrapani.altervista.org)

 

3 Agosto 1981 Godrano (PA). Ucciso in un agguato mafioso Giuseppe Cuttitta. Vittima del racket.
Cuttitta Giuseppe è nato a Godrano il 22 luglio 1943. E' morto in seguito ad un agguato mafioso il 3 agosto 1981 a Godrano (PA). Giuseppe Cuttitta era socio amministratore della cooperativa San Leone, l'omicidio è avvenuto a causa del mancato pagamento di somme di denaro indebitamente richieste.
E' stato riconosciuto vittima innocente della mafia con decreto n.1326 del 09/11/1998. (familiarivittimedimafia.com )

4 Agosto 2009 Napoli. Ucciso Gaetano Montanino, guardia giurata, in una agguato per rubargli la pistola d'ordinanza.
Il 04/08/2009 Gaetano Montanino, 45 anni, guardia giurata, è stato ucciso durante una sparatoria avvenuta in piazza Mercato, a Napoli.Montanino e un collega , Fabio De Rosa ,25 anni, sono nella macchina di servizio dell'istituto per cui lavorano, "la Vigilante", per il loro giro abituale di controllo delle attività commerciali. Tutto sembra in ordine, la zona è pressocché deserta.Le due guardie vengono improvvisamente avvicinate da due delinquenti che intimano la consegna delle armi. Gaetano e Fabio resistono. Scoppia il conflitto a fuoco.Gaetano viene colpito da 8 colpi di pistola, il compagno è più fortunato,i sei proiettili che lo colpiscono non ledono parti vitali.Gaetano Montanino lascia la moglie e una giovane figlia.
La sera stessa dell'omicidio viene fermato uno dei due delinquenti, Davide Cella, rimasto ferito durante la sparatoria. La testimonianza del vigilante De Rosa permette ai poliziotti della Squadra Mobile di ricostruire la dinamica dei fatti.
Successivamente le serrate indagini e la confessione del pentito De Feo, portano al fermo degli altri responsabili, Salvatore Panepinto ed un ragazzo minorenne.
Nell'aprile del 2012 la sentenza di secondo grado condanna i responsabili dell'omicidio di Montanino a 20 anni di reclusione. (Fondazione Pol.i.s.)

 

5 Agosto 1989 Palermo. Uccisi Antonino (Nino) Agostino, agente di polizia, e sua moglie Ida Castelluccio che aspettava un bambino.
Il 5 agosto 1989 Antonino Agostino, agente di Polizia alla questura di Palermo, era a Villagrazia di Carini con la moglie Ida Castelluccio, sposata appena un mese prima. La sua consorte era incinta di cinque mesi di quello che sarebbe stato il loro primo figlio. Mentre entravano nella villa di famiglia per festeggiare il compleanno della sorella di lui, un gruppo di sicari in motocicletta arrivarono all'improvviso e cominciarono a sparare sui due. Agostino venne colpito da vari proiettili, mentre la Castelluccio venne raggiunta da un solo colpo e cominciò a strisciare per terra per avvicinarsi al marito morente. I genitori di Agostino, uditi gli spari, andarono a soccorrere il figlio e la nuora ma non c'era più niente da fare: erano entrambi già morti. Quel giorno, Agostino non portava armi addosso. La squadra mobile di Palermo seguì inutilmente per mesi un'improbabile "pista passionale".
La notte della morte di Antonino Agostino e della moglie, alcuni ignoti "uomini dello Stato" riuscirono ad entrare nell'abitazione dei coniugi defunti e fecero sparire degli appunti che riguardavano delle importanti indagini che stava conducendo Agostino. Ai funerali di Antonino Agostino e Ida Castelluccio, tenutisi il 10 agosto 1989, erano presenti i giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lo stesso Falcone disse ad un amico commissario, pure presente al funerale:
«Io a quel ragazzo gli devo la vita».
Antonino Agostino stava indagando sul fallito attentato dell'Addaura: il 21 giugno 1989 alcuni agenti di scorta trovarono su una spiaggia dell'Addaura un borsone contenente cinquantotto candelotti di tritolo. In quella stessa spiaggia si trovava la villa di Giovanni Falcone, obiettivo del fallito attentato. Sicuramente Agostino aveva scoperto qualcosa di importante su quel borsone-bomba dell'Addaura e per questo è stato eliminato. Attualmente i mandanti e gli esecutori dell'omicidio di Agostino e Ida Castelluccio sono ignoti. Vincenzo Agostino, il padre di Antonino, ha giurato di non tagliarsi più la barba finché non verrà scoperta la verità sulla morte del figlio e della nuora.
Il 5 agosto 2011 una lapide commemorativa è stata installata sul lungomare Cristoforo Colombo di Villagrazia di Carini (Palermo), per ricordare l'omicidio dell'agente Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. (Wikipedia)

6 Agosto 1944 Casteldaccia (PA). Ucciso Andrea Raja, sindacalista. "Si oppose alla mafia in nome dei diritti dei contadini".
Il 6 agosto 1944, a Casteldaccia, in provincia di Palermo, viene assassinato Andrea Raia, 28 anni, sindacalista definito dalla Voce Comunista «un organizzatore comunista» e un «membro attivo e intelligente del comitato di controllo ai granai del popolo».I mandanti, secondo lo stesso giornale, erano «da ricercare nei grossi proprietari fascisti e separatisti di Casteldaccia», mentre gli esecutori materiali «tra i maffiosi locali». Raja si oppose alla mafia in nome dei diritti dei contadini.
Il coraggio dei tanti sindacalisti ammazzati durante quegli anni risalta immensamente se si considera quanto allora la mafia tenesse fermamente nelle sue mani le redini del potere e della ricchezza siciliani. (informarexresistere.fr)

 

6 Agosto 1980 Palermo. Assassinato Gaetano Costa, magistrato Procuratore capo di Palermo
Gaetano Costa, Procuratore Capo di Palermo all'inizio degli anni ottanta, fu assassinato dalla mafia il 6 agosto 1980, mentre sfogliava dei libri su una bancarella, sita in un marciapiede di via Cavour a Palermo, a due passi da casa sua, freddato da tre colpi di pistola sparatigli alle spalle da due killer in moto. Causa di quella spietata esecuzione, il fatto che egli avesse firmato personalmente dei mandati di cattura nei confronti del boss Rosario Spatola ed alcuni dei suoi uomini che altri suoi colleghi si erano rifiutato di firmare. Di lui scrisse un suo sostituto che era un uomo “di cui si poteva comperare solo la morte”. Al funerale parteciparono poche persone soprattutto pochi magistrati. Non va dimenticato che, pur essendo l'unico magistrato a Palermo al quale, in quel momento, erano state assegnate un’auto blindata ed una scorta, non ne usufruiva ritenendo che la sua protezione avrebbe messo in pericolo altri e che lui era uno di quelli che “aveva il dovere di avere coraggio”.
Nessuno è stato condannato per la sua morte ancorché la Corte di assise di Catania ne abbia accertato il contesto individuandolo nella zona grigia tra affari, politica e crimine organizzato. Da molti settori, compresa la Magistratura, si è cercato di farlo dimenticare anche, forse, per nascondere le colpe di coloro che lo lasciarono solo e, come disse Sciascia, lo additarono alla vendetta mafiosa. Il suo impegno fu continuato da Rocco Chinnici, allora tra i pochi che lo capirono e ne condivisero gli intenti e l’azione. E a cui, per questo, toccò la stessa la sorte. (Wikipedia)

 

6 Agosto 1985 Palermo. Uccisi Antonino (Ninni) Cassarà e Roberto Antiochia, Agente P.S. . Ninni Cassarà era il Vicequestore della Polizia di Stato.
Ninni Cassarà fu ucciso insieme al collega Roberto Antiochia il 6 Agosto 1985 in un agguato mafioso in viale Croce Rossa a Palermo. Ninni Cassarà era il vicedirigente della Squadra mobile di Palermo ed era riconosciuto come uno dei migliori investigatori della Polizia del capoluogo siciliano . Aveva guidato insieme ai colleghi americani l’operazione denominata “Pizza Connection” che aveva portato all’arresto di decine di mafiosi  tra Italia e Stati Uniti e guidato molte operazioni contro la mafia, insieme al suo amico e stretto collaboratore Beppe Montana ( assassinato dalla mafia il 28 Luglio ), sotto il coordinamento del pool antimafia della procura di Palermo.
Intorno alle 14,30 del 6 Agosto il vicequestore Cassarà stava facendo rientro a casa, in Viale Croce  Rossa a Palermo, insieme a tre collaboratori della propria sezione,  uno dei quali era l’agente Roberto Antiochia, il quale, pur prossimo al  trasferimento per Roma, dopo l’omicidio del commissario Montana aveva deciso di rimanere accanto al proprio dirigente. Quando l’Alfetta blindata con i quattro poliziotti entrò nel cortile del palazzo dove abitava il vicequestore Cassarà, dall’ammezzato di un edificio vicino, le cui finestre  davano sul cortile interno una decina di mafiosi armati di Kalashnikov fecero fuoco. Il vicequestore Cassarà e l’agente Antiochia morirono sul colpo, falciati da decine di proiettili. Un terzo agente venne gravemente ferito. Il quarto agente, l’assistente Natale Mondo, si salvò per miracolo riparandosi sotto alla vettura.
Almeno tre degli assassini vennero eliminati dalla mafia negli anni successivi, altri vennero arrestati e condannati all’ergastolo per l’assassinio di Ninni Cassarà e Roberto Antiochia.I mandanti del delitto vennero arrestati negli anni successivi ed attualmente stanno scontando l’ergastolo. L’Assistente Natale Mondo, sfuggito alla morte insieme a Cassarà e Antiochia venne assassinato dalla mafia il 14 Gennaio 1988. Il vicequestore Ninni Cassarà era sposato e padre di due figli. L’agente Roberto Antiochia avrebbe dovuto sposarsi pochi mesi dopo. Per onorarne la memoria la Scuola POL.G.A.I di Pescara è stata intitolata al suo nome. (“Da cosa nasce cosa” di Alfio Caruso, ed. Longanesi &c)

 

6 Agosto 1990 Ercolano (NA). Ucciso Francesco Oliviero "mentre faceva due passi sotto casa" da un proiettile esploso nel corso di una sparatoria tra due clan avversi.
Il 6 agosto 1990 è stato ucciso per errore Francesco Oliviero, raggiunto alla nuca mentre faceva due passi sotto casa da un proiettile esploso nel corso di una sparatoria tra due clan avversi di Ercolano.
Oliviero, un manovale senza precedenti penali, invalido civile, è stato spettatore di uno scontro tra il pregiudicato Michele Beato, che era a bordo di una moto, ed alcuni sconosciuti che si trovavano su un' auto. Oliviero e' stato ucciso da un proiettile calibro 7.65. (Fond. Pol.i.s.)



6 Agosto 1992 Villa Literno (CE) Ucciso Antonio Di Bona, agricoltore di 56 anni, vittima innocente, ucciso dalla camorra presso un’officina meccanica dove attendeva la riparazione del proprio trattore.
Il giorno 6 agosto 1992  quattro sicari con il volto coperto da passamontagna hanno ucciso a Villa Literno Antonio Diana, titolare di un' officina, Nicola Palumbo, anch'egli meccanico, e Antonio Di Bona, un contadino che al momento dell'agguato si trovava nel locale.
All'origine del triplice omicidio vi sarebbe una "vendetta" nell'ambito dello scontro in atto tra due clan camorristici rivali, quello capeggiato dal "boss" Francesco Schiavone, soprannominato "Sandokan", e quello che fa capo alla famiglia Venosa. La polizia ritiene che il principale obiettivo dei sicari fosse il titolare dell'officina, Antonio Diana, imparentato con il "boss" Raffaele Diana, a sua volta affiliato al clan Schiavone. Sia il cliente che il dipendente del meccanico, sarebbero stati eliminati dal "commando" perché ritenuti dai killer scomodi testimoni. Gli inquirenti ritengono che l'episodio si inquadri nella lotta tra le due bande, di cui Raffaele Venosa e' rimasto indirettamente vittima poche settimane fa: un "gruppo di fuoco" uccise la sua convivente, Carolina Maresca, mentre la donna stava facendo la spesa in un supermercato sulla statale domiziana. (Fond. Pol.i.s.)

7 Agosto 1952 Caccamo (PA). Ucciso a colpi d'accetta il contadino Filippo Intili. Voleva dividere il prodotto dei campi, che aveva a mezzadria, secondo il decreto del ministro Gullo del 1944.
Filippo Intili è nato a Montemaggiore di Belsito (PA) il 10 febbraio del 1901. Lavorava a Caccamo ed era un contadino che militava nel partito comunista. Intile, quando fu ucciso, il 7 agosto del 1952, aveva 51 anni.
Moglie e tre figli alla sua morte vendettero la terra e gli animali, la moglie morì e i figli si trasferirono a Pisa. Per l’omicidio vennero arrestati due uomini che al processo vennero assolti. I familiari hanno chiesto il risarcimento come vittime della mafia, ma non è stato concesso. Intili coltivava la terra. Oltre a svolgere il suo lavoro nei campi prendeva parte alle proteste dei contadini che rivendicavano l’applicazione della riforma agraria. Lo ricordiamo perché ha avuto il coraggio di battersi contro le ingiustizie e la prepotenza della mafia che non permetteva l’applicazione della riforma agraria. Anche a Caccamo si usava dare la terra a mezzadria condizioni di gran lunga più sfavorevole di quelle previste dalla legge regionale siciliana. Intili cercò di cambiare le cose e per questo si dice fu ucciso per mano della mafia. i lavoratori non devono essere sfruttati e devono poter protestare per il rispetto dei propri diritti senza subire ritorsioni. (liberanet.org)

9 Agosto 1991 Campo Calabro (RC). Assassinato il magistrato Antonino Scopelliti.
Antonino Scopelliti, Magistrato di Cassazione, stava lavorando al maxiprocesso a Cosa nostra.
Lo hanno finito con una P38, il colpo di grazia sparato a bruciapelo, sulla provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro (RC), il 9 agosto del 1991. Un omicidio eccellente, che pose fine alla seconda guerra di 'ndrangheta.
Scopelliti era al lavoro sui faldoni del maxiprocesso a Cosa nostra, istruito negli anni '80 da Giovanni Falcone. È sulla pista siciliana che si sono sempre indirizzate le indagini: un accordo tra mafia e 'ndrine, uno scambio di favori che portò alla pax tra le cosche reggine in guerra. Scopelliti ricevette pressioni per "ammorbidire" le sentenze di condanna ai boss siciliani, ma rifiutò con fermezza ogni ingerenza.
Come mandante fu condannato in primo grado Pietro Aglieri, assolto nel 1999 dalla Cassazione. Ad oggi il delitto Scopelliti è senza colpevoli.
Alla memoria del giudice è dedicata la Fondazione Scopelliti, animata dalla figlia Rosanna.

 

10 Agosto 1976 Siculiana (AG). Muoiono Annalisa Angotti, 4 anni, e la mamma Carmela Milazzo, 36 anni, nell'incendio provocato dall'esplosione di un'auto bomba. Vittime innocenti di una vendetta contro un'altra persona.
Annalisa Angotti, 4 anni, e la mamma Carmela Milazzo, 36 anni, stavano dormendo, nella casa presa in affitto per le vacanze, presso Siculiana (AG), insieme al papà ed ai tre fratellini. Erano circa le due di notte del 10 agosto del 1976 quando una ford 2000 con targa tedesca, parcheggiata davanti all'abitazione, di proprietà di un emigrato appena rientrato dalla Germania, fu fatta saltare in aria. Si dice per vendetta.
La deflagrazione sfondò la porta d'ingresso portandosi dietro pezzi di automobile e anche le fiamme che in un baleno trasformarono quell'abitazione in un inferno. I due genitori, svegliati di soprassalto, ebbero appena il tempo di intuire il pericolo, prendere i figli per mano e cercare di conquistare disperatamente l'uscita. Ci riuscì con difficoltà l'uomo che portò in salvo tre dei quattro figli. Ma Carmela e la piccola Annalisa ebbero meno fortuna. La piccola morì dopo una straziante agonia, per le tremende ustioni in tutto il corpo, la mattina dopo; la mamma ha lottato per altri sei giorni ma non ce l'ha fatta.

 

10 Agosto 2000 Pianura (NA). Uccisi Paolo Castaldi e Luigi Sequino, mentre erano in macchina a programmare le vacanze. Si erano fermati sotto il portone sbagliato.
Gigi Sequino e Paolo Castaldi, poco più che ventenni, amici da sempre, sono due vittime innocenti della camorra, ammazzati il 10 agosto del 2000 a Pianura (NA).
L’omicidio di Paolo e Luigi fu causato, secondo gli investigatori, da uno scambio di persona. I due si trovavano in auto per caso, mentre discutevano di vacanze e del loro futuro. Due ragazzi come tanti, con sogni, speranze e voglia di riscatto. Furono scambiati per i guardaspalle di un capo camorra della zona, Rosario Marra.
"Dopo cinque anni condanne per il mandante e gli esecutori. Intanto l'associazione "Le voci di Gigi e Paolo", presidente Vincenzo Sequino, è attivissima. Un concorso annuale intitolato ai due ragazzi è bandito annualmente dalla regione Campania e dalla Confesercenti. Una scuola ed un parco di Pianura sono stati intitolati a loro." (Fondazione Pol.i.s.)

 




11 Agosto 1982 Palermo. Assassinato il Prof. Paolo Giaccone, esperto in medicina legale e consigliere nel palazzo di giustizia.

L'11 agosto del 1982 a Palermo venne assassinato Paolo Giaccone, uno dei più grandi esperti di medicina legale. Divideva il suo impegno tra l'istituto di medicina legale che dirigeva e le consulenze per il palazzo di giustizia.
Aveva ricevuto l'incarico di esaminare un'impronta digitale lasciata dai killer che nel dicembre 1981 avevano scatenato una sparatoria tra le vie di Bagheria con quattro morti come risultato. L'impronta era di un killer della cosca di Corso dei Mille ed era l'unica prova che poteva incastrare gli assassini. Il medico ricevette delle pressioni perché aggiustasse le conclusioni della perizia dattiloscopica. Giaccone rifiutò ad ogni invito e ogni minaccia e il killer fu condannato all'ergastolo.
In seguito il pentito Vincenzo Sinagra rivelò i dettagli del delitto incolpando Salvatore Rotolo che venne condannato all'ergastolo al primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Per le minacce a Paolo Giaccone fu arrestato un avvocato che al telefono lo avrebbe invitato a cambiare i risultati della perizia dattiloscopica. (Wikipedia)

 

 

11 Agosto 1989 Cittanova (RC). Ucciso Francesco Longo, operaio di 38 anni. Vittima innocente di una faida.

L'operaio Francesco Longo, 38 anni, venne ucciso l'11 agosto del 1989 nel cortile della sua casa a Cittanova. L'uomo era appena uscito per andare a lavorare. Sua moglie Concetta Piromalli racconterà agli investigatori di aver sentito il marito parlare con qualcuno e po aver udito in sequnza cinque colpi di pistola. Uscita sulla porta vide solo il corpo del marito a terra mentre con il braccio tentava di proteggersi il viso. L'uomo morì sul colpo. Le indagini non portarono all'individuazione dei responsabili dell'omicidio. Gli investigatori compresero fin da subito che la morte di Longo era da collegarsi alla terribile faida che negli anni tra il 1987 e il 1991 lasciò sul campo moltissimi morti e che vedeva contrapposte le famiglie dei Facchineri, i Raso, gli Albanese, i Gullace e i De Raco. (foto ed articolo da quotidianodelsud.it)

 


13 Agosto 1955 Cattolica Eraclea (AG). Assassinato Giuseppe Spagnolo, contadino, presidente della cooperativa La Proletaria e segretario della Camera del lavoro.
Giuseppe Spagnolo, dirigente politico e primo sindaco di Cattolica Eraclea dalla fondazione della Repubblica, fu ucciso con sette colpi di lupara sparati da distanza ravvicinata da tre o quattro sicari della mafia locale, in contrada Bissana, tra Cattolica Eraclea e Cianciana, la notte tra il 13 e 14 agosto 1955.
Nel 1945, insieme all’allora studente universitario Francesco Renda, fondò la cooperativa La Proletaria con la quale gestivano le terre incolte dei nobili latifondisti dopo averle conquistate con le occupazione delle terre e aspri scontri con i gabelloti e i campieri della mafia al servizio dei padroni. Spagnolo fu attivista e segretario del Partito comunista locale e della Camera del Lavoro e stimato leader del movimento contadino.


13 Agosto 1980 Castelvetrano (TP). Ucciso Vito Lipari. Sindaco DC.
Vito Lipari era il sindaco di Castelvetrano, città in provincia di Trapani. È stato ucciso il 13 agosto 1980 dai mafiosi Mariano Agate, Francesco Mangione, Rosario Romeo e Nitto Santapaola, su ordine di Nitto Santapaola. Si sarebbe scoperto, poi, che Lipari era stato ucciso perché aveva cercato di smascherare gli imbrogli che avvolgevano la ricostruzione della valle del Belice, dopo il terremoto del 1968.

 

13 Agosto 1982 Capodichino (NA) Muore l'appuntato di PS Vincenzo Truocchio, 36 Anni, a seguito delle ferite riportate il 4, durante uno scontro a fuoco con dei rapinatori.
Il 4 agosto del 1982, in via Marco Aurelio a Capodichino, si compie una tragica rapina ai danni del titolare di un'agenzia di pratiche automobilistiche  che   riesce ad  attirare l'attenzione di una pattuglia della Questura di Napoli, salvandosi così la vita. A bordo della vettura l'appuntato Vincenzo Truocchio, di 36 anni, originario di Montefalcione, in provincia di Avellino, arrivato sette anni prima negli uffici di via Medina dopo dieci anni di servizio a Roma. .
Truocchio e i due colleghi, in macchina con lui, cercano di intervenire per bloccare i rapinatori, tre giovani. Da questo tentativo nasce un conflitto a fuoco nel quale rimane ferito proprio Truocchio. Trasportato all'ospedale Nuovi Pellegrini, Truocchio è operato d'urgenza all'addome e al torace, ma ciononostante le sue condizioni peggiorano e il 13 agosto muore. Alla famiglia è consegnata, dopo qualche tempo, la medaglia al valor civile.
A distanza di trent'anni è stato arrestato a Londra l'assassino di Truocchio. Si tratta di Gianfranco Techegné . L'uomo si trovava a Londra sotto falso nome, insospettabile marito di una donna boliviana.  Lo hanno trovato gli uomini della Squadra Mobile di Napoli che sono riusciti ad individuarlo con precisione grazie alla collaborazione dell'Interpol, della Seriuos Organized Crime Agency e di Scotland Yard. L'accelerazione finale è arrivata da un'indagine antimafia, coordinata dalla Dda napoletana e dal procuratore aggiunto Rosario Cantelmo. Di Gianfranco Techegné, cognato di Maria  Licciardi,  non esistevamo più foto recenti, e di conseguenza gli investigatori  non sapevano chi cercare perché il volto era ignoto. L'uomo è stato incastrato perché gli investigatori hanno seguito i movimenti della moglie. Techegnè era in possesso di documenti falsi, mille sterline e di due carte di credito e sicuramente a breve sarebbe partito per la Bolivia. (Fond. Pol.i.s.)

 

13 Agosto 2005 Sant'Ilario dello Ionio (RC). Scompare Renato Vettrice, operaio presso un'azienda vivaistica.
Renato Vettrice, di 40 anni, dipendente presso l’azienda florovivaistica di S.Ilario dello Jonio (RC), scomparve nel nulla il 13 agosto 2005; intorno a mezzogiorno telefonò alla moglie Antonella per avvisarla che da lì a poco avrebbe fatto rientro a casa per il pranzo ma di lui sono rimaste solo alcune gocce di sangue rinvenute nel suo ufficio, all’interno dell’azienda, e sulla sua macchina, ritrovata il giorno seguente alla scomparsa nei pressi della stazione di Locri.
Antonella, la moglie, e i suoi tre figli, Giovanni, Gabriele ed Emanuele, nato dopo la sua scomparsa, stanno ancora aspettando, nel dolore, di conoscere la verità sulla sua scomparsa.


13 Agosto 2008 Marano (NA). Muore, dopo due mesi di agonia, Gennaro Cotumaccio, 41 anni, guardia giurata ferita in un assalto a un portavalori avvenuto il 16 giugno.
Gennaro COTUMACCIO dI 41 anni, guardia giurata della Europol, originario di Portici, il 16 Giugno insieme ad un collega stava prelevando con l’auto di servizio I soldi da alcuni supermercati. In località Marano l’auto della vigilanza fu assaltata da dei rapinatori che spararono nel tentativo di impossessarsi degli incassi prelevati, circa 60 mila euro. Le guardie giurate reagirono ed anche un ispettore della Polizia che vide la scena non esitò a qualificarsi e ad aprire il fuoco. Caddero a terra Gennaro COTUMACCIO gravemente ferito ed un rapinatore che morì sul colpo. Cotumaccio morì il 13 Agosto 2008 dopo due mesi dalla sparatoria all’ospedale Cardarelli di Napoli. (inricordo.eu)


14 Agosto 1992 Casalabate (LE). Mauro Maniglio, studente liceale di 18 anni, vittima innocente della guerra tra cosche mafiose.
Mauro Maniglio, diciottenne brindisino, morì prima di cominciare il quinto ed ultimo anno al Liceo scientifico Monticelli, ucciso da una pallottola che gli tranciò l'aorta poco dopo la mezzanotte tra il 13 ed il 14 agosto 1992.
Mauro era assieme al cugino a bordo di una Honda 1000 che percorreva a bassa velocità il lungomare di Casalabate, per divertirsi e incontrare amici e ragazze. Quattro ore prima circa, in un'altra località del Salento, Leverano, un commando armato di fucili d'assalto aveva ammazzato un 19enne appartenente ad un altro clan, e aveva ferito gravemente il ragazzo che era con lui. I killer poi si erano dispersi. Uno di loro si era spostato con la sua auto a Casalabate. E stava percorrendo il lungomare quando si accorse che dietro aveva una moto con due giovani a bordo che seguiva esattamente il suo percorso.
Dopo alcuni minuti, il killer si era convinto che si trattava di due sicari come lui, che lo avevano cercato e raggiunto per vendicare l'agguato di Leverano, e decise di agire per primo: fermò l'auto, scese velocemente e fece fuoco due volte contro i due sulla moto. Mauro Maniglio fu colpito alla gola e giunse cadavere in ospedale. Grazie anche alle rivelazioni di un pentito, meno di un anno dopo l'assassino fu incriminato, e poi a cinque anni dall'omicidio di Mauro Maniglio, condannato all'ergastolo in primo grado. (Fonte:  brindisireport.it)


18 Agosto 1945 Palermo. Ucciso Calcedonio Catalano, 13 anni, Viene ucciso durante un conflitto a fuoco tra carabinieri e banditi .
Calcedonio Catalano restò ucciso il 18 agosto del 1945 in contrada San Filippo di Roccapalumba (Palermo), in uno scontro tra carabinieri e banditi. I banditi lo credevano una spia.

 

18 Agosto 1991 Castellammare del Golfo (TP). Ucciso Felice Dara, 20 anni, perché sospettato di essere in rapporti con Filippo Massimiliano Pirrone, quest’ultimo appartenente al gruppo degli stiddari.
Felice Dara, 20 anni, venne ucciso il 18 agosto 1991, a Castellammare del Golfo, perché sospettato di essere in rapporti con Filippo Massimiliano Pirrone, quest’ultimo appartenente al gruppo degli stiddari.

 

18 Agosto 2004 Bacoli (NA). Ucciso Fabio Nunneri, 20 anni, per aver cercato di fare da paciere in una lite per futili motivi.
Fabio Nunneri, giovane di 20 anni, è stato ucciso a Bacoli (NA), il 18 agosto del 2004, con una coltellata al petto, per aver tentato di dirimere una rissa scoppiata per motivi di viabilità. L'omicida, identificato subito dai carabinieri, si è presentato negli uffici della questura di Napoli, accompagnato dal padre e dal suo legale, e si è costituito. Ai funzionari della polizia, il ragazzo ha fornito ulteriori dettagli sulla dinamica del litigio, scattato per motivi di viabilità e conclusosi con la morte di Fabio Nunneri.
Durante i funerali, che si sono svolti nella chiesa di Santa Marla degll Angeli a Napoli, il sacerdote ha lanciato un appello ai giovani: "Non andate via da Napoli: nessuno uccida i vostri sogni".
Fabio e' stato definito "guaglione napoletano, scugnizzo della bontà".
Gli alunni della scuola media "Salvatore Di Giacomo" hanno dedicato un libro a Fabio, "Morire a vent'anni". Il libro contiene i racconti e le riflessioni degli alunni sull'episodio, sul valore della vita e sull'atrocità dell'assassinio che ha rubato i sogni del giovane Fabio. (Fond. Pol.i.s.)

 

19 Agosto 1949 Palermo. Strage di Passo di Rigano - Bellolampo. Restarono uccisi i Carabinieri: Giovan Battista Aloe, Armando Loddo, Sergio Mancini, Pasquale Antonio Marcone, Gabriele Palandrani, Carlo Antonio Pabusa e Ilario Russo.
19 Agosto 1949 Palermo. Strage di Passo di Rigano - Bellolampo.
In quella che allora era una piccola borgata alle porte di Palermo, posta sulla strada provinciale SP1 di accesso alla città provenendo da Partinico e Montelepre, di obbligato passaggio, il bandito Salvatore GIULIANO, detto "Turiddu", fece esplodere una potente mina anticarro, collocata subdolamente lungo la strada. La deflagrazione investi l'ultimo mezzo, con a bordo 18 Carabinieri, di una colonna composta da 5 autocarri pesanti e da due autoblindo che trasportavano complessivamente 60 unità del "XII Battaglione Mobile Carabinieri" di Palermo. L'esplosione dilaniò il mezzo e provocò la morte di sette giovani Carabinieri, di umili origini, provenienti da varie città italiane:
Giovan Battista ALOE classe 1926 da Cosenza (Lago),
Armando LODDO classe 1927 da Reggio Calabria,
Sergio MANCINI classe 1925 da Roma,
Pasquale Antonio MARCONE classe 1922 da Napoli,
Gabriele PALANDRANI classe 1926 da Ascoli Piceno,
Carlo Antonio PABUSA classe 1926 da Cagliari
Ilario RUSSO classe 1928 da Caserta.
Altri 10 carabinieri rimasero feriti, alcuni subendo gravi mutilazioni.
(Antimafiaduemila.com)

19 Agosto 1982 Palermo. Assassinato Giovanni Gambino, 36 anni, imprenditore nel settore alimentare, voleva denunciare una richiesta estorsiva. Vittima del racket.
Giovanni Gambino, proprietario di una azienda di imbottigliamento di bibite a Brancaccio (Palermo), ucciso il 19 Agosto del 1982 perché deciso a non cedere a una richiesta estorsiva. Aveva 36 anni.

 

19 Agosto 2010 Casoria (NA). Ucciso Antonio Coppola, edicolante di 40 anni, probabilmente per una vendetta dopo un banale litigio.
Antonio Coppola, edicolante di 40 anni, viene ucciso il 19 agosto el 2010 a Casoria, popoloso comune dell'area nord di Napoli, raggiunto da tre proiettili calibro 9. Alle 6.30 del mattino, l'edicolante apre la saracinesca della sua rivendita in via Pietro Nenni e comincia a sistemare i giornali esposti all'esterno. La moglie è dentro l'edicola quando sente alcuni colpi di pistola. Subito dopo vede una persona che fugge a piedi con la pistola ancora in mano e, a terra, il marito riverso in una pozza di sangue. La vittima, padre di tre gemelli di 14 anni, è stata sorpresa alle spalle. Il primo proiettile lo ha centrato alla schiena, gli altri due al volto e alla nuca. L'omicidio potrebbe rintracciare un movente in una vendetta per un banale rimprovero. La sera prima del delitto, il giornalaio aveva sgridato aspramente un giovane che si era introdotto nella vigna di un conoscente, che si trova di fronte al suo chiosco, per rubare dei grappoli d'uva. Ne era scaturita una lite, terminata con la fuga del ladro. Alla riapertura dell'edicola, l'uomo potrebbe essere tornato con l'intento di vendicare l'affronto subito.
La signora Rita Scialò è stata costretta a vendere l'edicola. Queste le sue parole da un'intervista per "Il Mattino" nell'anniversario della morte di don Peppe Diana: "Non l'ho fatto perché in quel posto il mio Antonio ha vissuto i suoi ultimi istanti. Su quel marciapiede, c'è l'impronta dell'anima di mio marito, ma tanti sono i conti da pagare e molte le cure da dare ai tre gemelli. Non si può vivere, o anzi, sopravvivere solo con il cuore. La vita è dura e da quel 19 agosto, lo è ancora più». (Fond. Pol.i.s.)

 

20 Agosto 1977 Corleone (PA). Uccisi Giuseppe Russo, Tenente colonnello dei Carabinieri e Filippo Costa, insegnante, mentre passeggiavano nella frazione di Ficuzza.
La sera del 20 agosto 1977, il tenente colonnello dei Carabinieri, Giuseppe Russo, 47 anni stava passeggiando per Ficuzza, piccola frazione di Corleone, insieme all’insegnante e suo intimo amico Filippo Costa, che di anni ne aveva 57, quando da una Fiat 128 scesero tre o quattro uomini che, a viso scoperto, spararono ed uccisero i due amici.
Il tenente colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, che al momento del fatto era in congedo da alcuni mesi, venne ucciso perché "scomodo", in quanto essendo stato comandante del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Palermo, conosceva approfonditamente la mafia ed i suoi capi e perché le sue inchieste avevano portato nella patrie galere molti boss e loro gregari.
Del duplice ed efferato omicidio, fino al 1994, furono incolpati tre poveri pastori siciliani, i quali sono rimasti in carcere, ingiustamente, per ben 16 anni.Successivamente, le dichiarazioni di alcuni pentiti, tra cui e soprattutto quella di Gaspare Mutolo, svelarono la verità "vera". Il 29 ottobre 1997, cioè vent’anni dopo, la II sezione della Corte di Assise di Appello di Palermo ha condannato definitivamente all’ergastolo Leonluca Bagarella, Totò Riina e Bernardo Provenzano.


20 Agosto 1991 Soverato (CZ). Ucciso Renato Lio, appuntato dei Carabinieri, in un posto di blocco.
Il 20 Agosto 1991 a Soverato, località “Russomanno”, Renato Lio, appuntato dei Carabinieri, restava ucciso in un posto di blocco, durante un servizio di perlustrazione.
Intorno alle ore 2,30 la pattuglia del Nucleo Radiomobile del Comando Compagnia Carabinieri, composta dagli Appuntati Renato Lio e Francesco Baita, procedeva al controllo di un’autovettura con a bordo tre persone che era giunta a velocità elevata. Mentre l'Appuntato Baita controllava via radio i documenti dei tre, l’Appuntato Lio perquisiva l’autovettura ma, nell'atto di chinarsi, per controllare la parte sottostante del sedile anteriore destro, veniva spinto dal guidatore, Massimiliano Sestito, che si impossessava di una pistola occultata sotto il medesimo sedile  e a brucia pelo gli esplodeva contro tre colpi di pistola. Dopo aver sparato anche contro l'Appuntato Baita, che fortunatamente restava illeso, il Sestito risaliva in auto e fuggiva.
Gli altri due occupanti, i cugini Grattà, incensurati, si costituirono ai Carabinieri, dimostreranno l’estraneità per l’omicidio del militare, collaborando col magistrato inquirente.
Sestito restò latitante fino al 4 luglio del 1992, quando venne localizzato ed arrestato dai Carabinieri. Il processo di primo grado, celebrato in Corte d’Assise di Catanzaro, si concluse il 15 marzo del 1993 con la sentenza di condanna all’ergastolo che in appello, a dicembre, verrà ridotta a trent'anni.


20 Agosto 2011 Rosarno (RC). Muore, dopo aver ingerito acido muriatico, Maria Concetta Cacciola, 31 anni. Testimone di giustizia perché voleva "una vita migliore" per i suoi tre figli.


21 Agosto 1976 Palermo. Ucciso Francesco Paolo Chiaramonte, 29 anni, gestiva una macelleria. Vittima del racket.
Francesco Paolo Chiaramonte, nato a Palermo il 6 marzo del 1947, era un piccolo imprenditore. Gestiva una macelleria in via San Filippo a Palermo, nel quartiere di Borgo Ulivia. Fu ucciso perché non si piegò alle richieste estorsive subite da alcuni mafiosi della zona. Il 21 agosto del 1976 quattro uomini entrarono nella macelleria, armati di pistole e fucili, forse per spaventarlo e indurlo a cedere ai loro ricatti. Chiaramonte stava lavorando al banco e impugnava un coltello. Quando vide entrare i malviventi chiese loro cosa volessero. Ma i quattro lo crivellarono di colpi. Aveva 29 anni. Lasciò moglie e due figli. Mandanti ed esecutori materiali sono stati assicurati alla giustizia. (memoriaeimpegno.it)

21 Agosto 1978 Platì (RC). Ucciso Fortunato Furore, commerciante. Vittima del racket.
Fortunato Furore, commerciante di Platì (RC) di sessantatre anni, fu ucciso il 21 agosto del 1978. Le indagini andarono subito verso la pista delle estorsioni: ucciso per non aver pagato la "mazzetta". Per questa ragione aveva già subito numerose intimidazioni.

 

22 Agosto 2006 Palermo. Ucciso Giuseppe D'Angelo, un pensionato di 63 anni, ex-titolare di un bar, perché scambiato per un capomafia.
Giuseppe D'Angelo, un pensionato di 63 anni, venne ucciso il 22 agosto del 2006, colpito da una pioggia di proiettili nella piazza della borgata di Tommaso Natale (PA), perché scambiato per il boss Lino Spatola.
A raccontare la verità sull'omicidio sono stati i collaboratori di giustizia Gaspare Pulizzi e Francesco Briguglio, che facevano parte del commando di killer, i quali hanno ricostruito movente e dinamica del delitto i cui mandanti erano Salvatore e Sandro Lo Piccolo, boss del mandamento locale.
Il killer, Gaspare Di Maggio, è stato condannato all'ergastolo. A dieci anni e 6 mesi di carcere, ciascuno, sono stati condannati, invece, i pentiti Pulizzi e Briguglio.

 

23 Agosto 1998 Niscemi (CL). Ucciso Giuseppe Iacona, il suo corpo dato alle fiamme.
Ucciso e dato alle fiamme nelle campagne di Niscemi (Cl) il giovane Giuseppe Iacona, conosciuto dalla polizia come tossicodipendente. Il 6 settembre verrà arrestato il pregiudicato per traffico di droga Rocco Ferrera, con l'accusa di concorso in omicidio.

24 Agosto 1989 Agropoli (SA). Resta uccisa Carmela Pannone di 5 anni, in un raid contro lo zio.
Carmela Pannone è una bambina di 5 anni. E' in vacanza con gli zii ad Agropoli (SA) quando, il 25 agosto 1989, mentre si trova in auto con tre cuginetti e lo zio Giuseppe Pannone, 32enne pregiudicato di Afragola, centro della provincia di Napoli, tre malviventi a bordo di una Renault 19 si affiancano alla vettura e sparano con una calibro 9  incuranti della presenza dei bambini. Carmela muore sul colpo, insieme allo zio; un cuginetto di sei anni, colpito alla testa, rimane ferito in maniera molto grave.

 

25 Agosto 1949 Sancipirello (Palermo) la banda Giuliano uccide i carabinieri Giovanni Calabrese e Giuseppe Fiorenza.
Il 25 agosto del 1949, a Sancipirello (Palermo), la banda Giuliano uccide i carabinieri Giovanni Calabrese, 23 anni, e Giuseppe Fiorenza, 22 anni, sulla porta della caserma, mentre uscivano per la perlustrazione serale del paese.

 

25 Agosto 1989 Villa Literno (NA). Jerry Essan Masslo, ucciso tra i pomodori mentre cercava il riscatto dalla schiavitù.
Jerry Essan Masslo (Umtata, 1959 – Villa Literno, 25 agosto 1989) è stato un rifugiato sudafricano in Italia, assassinato da una banda di criminali, la cui vicenda personale emozionò profondamente l'opinione pubblica e portò ad una riforma della normativa per il riconoscimento dello status di rifugiato.
La morte di Jerry Essan Masslo rappresentò per l'Italia la presa d'atto della necessità di garantire adeguati diritti e doveri agli immigrati, che nel corso degli anni ottanta erano cresciuti considerevolmente di numero fino a seicentomila nel 1990. Poco dopo la sua tragica scomparsa ebbe luogo a Roma la prima manifestazione antirazzista mai organizzata in Italia sino ad allora, con la partecipazione di oltre 200.000 persone, italiani e stranieri.[1] La vicenda del mancato riconoscimento dello status di rifugiato a Jerry Masslo, in quanto non cittadino dell'Europa dell'est, portò il governo a varare, in tempi record, il Decreto legge 30 dicembre 1989 n. 416, recante norme urgenti sulla condizione dello straniero, convertito poi nella Legge 28 febbraio 1990 n. 39: la legge Martelli.
La legge Martelli, all'articolo 1, riconobbe agli stranieri extraeuropei sotto mandato dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, lo status di rifugiato, eliminando la "limitazione geografica" per i richiedenti asilo politico, stabilita in base alla Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, ratificata in Italia con la legge 24 luglio 1954 n.722. Furono inoltre riconosciuti e garantiti i diritti dei lavoratori stranieri. La morte di Jerry Essan Masslo segnò l'inizio d'una nuova stagione della convivenza multietnica in Italia.(Wikipedia)

25 Agosto 1991 Condofuri (RC) Ucciso l'allevatore Domenico Mafrici
La 'ndrangheta si è accanita sulla famiglia Mafrici. L'angoscia di un sequestro, la gioia temporanea dopo la liberazione e dopo le nuove minacce, le richieste della mazzetta e il sangue a chiudere la partita.
Il commerciante di bestiame Bruno Mafrici viene rapito il 2 settembre 1986 a Condufori (RC), e rilasciato nel dicembre successivo, dopo il pagamento di un riscatto di 450 milioni. [...]
Le cosche tornano alla carica nell'88 incendiando a Condufori Marina un camion della ditta di Domenico Mafrici, fratello di Bruno. L'azienda di allevamento di bestiame è tra le principali della provincia. E' il segnale che le cosche vogliono imporre la legge del racket dopo aver imposto quella dell'Anonima.
L'epilogo arriva il 25 agosto del '91: Domenico Mafrici viene ucciso a fucilate vicino alle stalle del suo allevamento. (Tratto da Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D. Chirico e A. Magro)

 

25 Agosto 1999 Candela (FG). Restano uccisi Ennio Petrosino e Rosa Zaza, giovane coppia, da un'auto di contrabbandieri che viaggiava contromano.
La sera del 25 agosto 1999, sull’autostrada Bari-Napoli (A16), nei pressi di Candela (FG), Ennio Petrosino, 33 anni, e Rosa Zaza, 31 anni, sposi da meno di un anno, di Pozzuoli (NA), mentre in moto rientravano dalle vacanze trascorse in Croazia, sono stati travolti ed uccisi da una macchina di contrabbandieri carica di sigarette che ha invertito il senso di marcia a fari spenti attraversando uno dei tanti varchi aperti.

 

25 Agosto 2000 Mesoraca (KR). Ucciso Giuseppe Manfreda mentre era in auto con la sua famiglia.
Nella tarda serata del 24 agosto 2000 un commando entra in azione in pieno centro di Mesoraca (KR), davanti a numerosi testimoni. Hanno un fucile da guerra e devono uccidere Armando Ferrazzo, un pregiudicato della zona. Lo trovano in piazza, proprio davanti al municipio. L'agguato non riesce, il giovane è solo ferito e se la caverà con poco. Durante la fuga, a qualche chilometro di distanza, un fuoristrada sbarra la strada all'Alfa 33 del commando. Il muratore Giuseppe Manfreda sta tornando a casa, a Petilia Policastro, è con la moglie e i due figli gemelli, di appena due mesi. Una raffica di kalashnikov lo falcia e l'auto finisce in una scarpata. solo per un caso la donna e i due neonati si salvano. ( Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D. Chirico e A. Magro)

 

26 Agosto 1986 Palermo. Ucciso Salvatore Benigno, aveva visto due mafiosi dare alle fiamme un'auto.
Salvatore Benigno, cassiere presso un cinema di Palermo viene ucciso il 26 agosto del 1986. Mentre tornava a casa aveva visto due persone che stavano bruciando un’auto che era servita per andare a compiere un altro omicidio.

 

27 Agosto 1987 Niscemi (CL). Giuseppe Cutroneo e Rosario Montalto, bambini di 8 e 11 anni, restano uccisi, mentre giocano per strada, da una sventagliata di proiettili. Vittime di uno scontro a fuoco tra boss su due auto nel centro del paese.
Giuseppe Cutroneo, 8 anni, e Rosario Montalto, 11 anni, stavano giocando per strada, vicino le proprie abitazioni nel centro di Niscemi (CL). All'improvviso da un'auto che ne insegue un'altra parte una sventagliata di proiettili. Per i due bambini non c'è scampo. Giuseppe muore all'istante; Rosario, raggiunto a sua volta da quattro colpi, che gli hanno spappolato i polmoni, il fegato e il colon, muore dopo 56 ore di sofferenza.

 

27 Agosto 1996 Catania. Uccisa Santa Puglisi, 22 anni e il nipote Salvatore Botta, 14 anni, mentre erano in visita alla tomba del marito di lei.
Santa Puglisi veva ventidue anni ed era la figlia di Antonino Puglisi, capo della cosiddetta cosca “Da Savasta”. E’ stata uccisa il 27 agosto del 1996 davanti alla tomba del marito. Insieme a lei, al cimitero quella mattina, c’erano anche i suoi nipoti di 12 e 14 anni. Salvatore Botta, il più grande dei due, è stato colpito mentre cercava di scappare, forse perché aveva riconosciuto il killer e preso a calci prima del colpo decisivo. (liberanet.org)

 

28 Agosto 1977 Brancaleone (RC). Rapita Mariangela Passiatore, moglie di un industriale di Cinisello Balsamo, in vacanza nel paese.
Mariangela Passiatore, 44 anni, madre di due figlie, moglie di un imprenditore di Cinisello Balsamo, il 28 agosto del 1977 fu vittima di un rapimento mentre trascorreva le vacanze in Calabria, a Brancaleone (RC), con suo marito. Il suo corpo non fu mai trovato. A un anno dal rapimento, l'industriale, persa ogni speranza di rivedere viva la moglie, per poter fare un funerale come si deve, pubblicò un'inserzione su diversi quotidiani, offrendo 30 milioni in cambio di notizie. Ricevette solo le telefonate di sciacalli.

 

28 Agosto 1979 Palermo. Sparisce Calogero Di Bona, maresciallo presso la Casa Circondariale Ucciardone.
Calogero Di Bona, 35 anni, maresciallo presso la Casa Circondariale Ucciardone di Palermo, sparisce il 28 Agosto del 1979. Vittima di "lupara bianca".
"Dopo 33 anni la Dia di Palermo fa luce sull’omicidio del maresciallo Calogero di Bona, maresciallo delle guardie carcerarie nel carcere palermitano. Fu la cosca capeggiata dal capomafia Rosario Riccobono a volere quell’omicidio. Calogero Di Bona, fu sequestrato e strangolato il 28 agosto del 1979, al termine del suo turno di lavoro perché ritenuto responsabile di un ipotetico pestaggio subito in cella da un uomo d'onore, Michele Micalizzi, fidanzato con la figlia di Riccobono. Il maresciallo Di Bona era nato a Villarosa il 29 agosto del 1944. Il giorno dopo avrebbe compiuto trentacinque anni. Per molti anni su questo delitto è calato il silenzio come tanti delitti di mafia, ma le indagini condotte dalla Dia e coordinate dalla Procura di Palermo hanno permesso di fare luce sui molti lati oscuri dell’omicidio Di Bona. ..." (dallapartedellevittime.blogspot.it)

 

28 Agosto 1980 Punta Raisi (PA). Ucciso Carmelo Iannì, albergatore. Aveva collaborato con le forze dell'ordine all'arresto di mafiosi.
Carmelo Iannì, albergatore di Punta Raisi (PA) fu ucciso il 28 Agosto 1980. Aveva collaborato con le forze dell'ordine all'arresto di mafiosi.
Dal racconto della figlia: " ... Un giorno la polizia gli chiese aiuto. Erano sulle tracce per arrestare dei marsigliesi che vennero ad alloggiare in albergo ma non avevano ancora le prove. Nostro padre, idealista ed ottimista, disse di si. Ovviamente, a noi non disse nulla per non farci preoccupare. Così, camuffati da portiere d'albergo e camerieri, gli uomini della polizia si infiltrarono nel nostro albergo per intercettare telefonate e conversazioni importanti per le loro indagini. Dopo una ventina di giorni di soggiorno nel nostro albergo i volti dei tre clienti marsigliesi li abbiamo visti al telegiornale mentre li arrestavano: li hanno presi mentre stavano insegnando ai siciliani il metodo di raffinazione dell'eroina. Erano dei chimici professionisti francesi e stavano facendo formazione in Sicilia. I poliziotti che fecero irruzione nella villa, sede operativa della raffinazione, arrestarono i tre marsigliesi e, insieme a loro, un importante latitante Gerlando Alberti detto “ u paccarrè” . La polizia commise un grave errore: gli agenti che fecero gli arresti erano gli stessi che si infiltrarono in albergo camuffati da dipendenti. Quindi, non dovettero nemmeno perdere tempo ed energie per capire quanto papà avesse avuto un ruolo importante nell'indagine. ..." (familiarivittimedimafia.com)

 

29 Agosto 1991 Palermo. Assassinato Libero Grassi ''imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall'omerta' dell'associazione degli industriali, dall'indifferenza dei partiti e dall'assenza dello Stato''
Libero Grassi, imprenditore di Palermo, fu ucciso il 29 agosto 1991 da cosa nostra per aver intrapreso un'azione solitaria contro una richiesta di pizzo. Aveva avuto il coraggio di opporsi alle richieste del racket uscendo allo scoperto, denunciando gli estorsori.  
La sua condanna a morte arrivò con la pubblicazione sul Giornale di Sicilia di una lettera sul suo rifiuto a cedere ai ricatti e proseguì in televisione, intervistato da Michele Santoro a Samarcanda su Rai 3, e anche dalla giornalista tedesca Katharina Burgi della svizzera Neue Zürcher Zeitung (NZZ Folio) colpita dal suo comportamento positivo volto a denunciare i mafiosi. Libero Grassi fu lasciato solo nella sua lotta contro la mafia, senza alcun appoggio da parte dei suoi colleghi imprenditori.  Il 26 settembre successivo Michele Santoro e Maurizio Costanzo gli dedicarono una serata televisiva a reti unificate (Rai 3 e Canale 5).
Per il suo omicidio sono stati condannati nel 1997 Marco Favaloro, mentre nel 2004 vari boss, tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano e Pietro Aglieri. (Wikipedia)

 

 

30 Agosto 1951 Delianuova e Piani di Carmelia (RC). Uccisi Antonio Sanginiti, maresciallo dei carabinieri, e Francesco Papalia, un pastore, per vendetta.
All'alba del 3 Luglio 1951 in un conflitto a fuoco con i carabinieri vennero uccisi due giovani di Delianuova (RC), Gianni Macrì, latitante, e un suo amico, Leo Palumbo. Poco meno di due mesi dopo, il 30 Agosto, Angelo Macrì, un boscaiolo incensurato di 20 anni, fratello di una delle vittime, sfogava la sua vendetta contro il maresciallo Antonio Sanginiti, comandante della locale stazione. Poi andava ad ammazzare sui piani di Carmelia il pastore Francesco Papalia, l'uomo che avrebbe indicato ai carabinieri il nascondiglio del fratello. Angelo Macrì verrà arrestato il 9 febbraio 1956 a Buffalo, negli Stati Uniti, dove era emigrato illegalemnte e dove si faceva chiamare Domenico ferrara. (Fratelli di Sangue di N. Gratteri e A. Nicaso)

 

30 Agosto 1978 Pagani (SA) ucciso Antonio Esposito Ferraioli Sindacalista, 27 anni
Antonio Esposito Ferraioli lavorava come chef nelle cucine della FATME-ERICSSON, un grande stabilimento gestito dalla multinazionale a Pagani, nel cuore dell'Agro Nocerino Sarnese. La FATME-ERICSSON, fabbrica di componenti elettrici, era affidata in appalto esterno ad alcuni imprenditori locali legati alla DC.
Ferraioli era anche un sindacalista che denunciava la gestione di subforniture  (aveva scoperto un mercato parallelo di macellazione non regolare) e organizzava l'attività politica in fabbrica, lavorando sulle coscienze degli altri operai e spingendoli a far valere i loro diritti (aveva costretto i titolari dell'impresa a pagare la tredicesima a tutti i lavoratori della mensa, anche se era stato avvertito di non dare troppo fastidio).
Il 30 agosto 1978 ha pagato con la vita il suo essersi ribellato; è stato freddato a soli 27 anni da un commando dicamorristi mentre stava per raggiungere la sua auto, dopo aver lasciato la casa della  fidanzata.
L'omicidio di Antonio Esposito Ferraioli, secondo quanto stabilito nel dibattimento alla Camera il 14 luglio del 1980, è imputabile al pregiudicato Salvatore Serra e alla sua banda, noti per aver imposto con minacce e attentati dinamitardi il controllo sulle aziende della zona. Anni dopo la sua morte, il sostituto procuratore Nicola Giacumbi avviò un processo a carico di Giuseppe De Vivo e Aldo Mancino, che furono però prosciolti negli anni '90. Ad oggi sono ancora impuniti i mandanti e gli esecutori materiali dell'omicidio del Ferraioli. (Fond. Pol.i.s.)

30 Agosto 1982 Palermo. Ucciso il commerciante Vincenzo Spinelli, perché avevar riconosciuto e denunciato una persona che l'aveva rapinato.
A Palermo, il 30 agosto del 1982, veniva ucciso il giovane commerciante Vincenzo Spinelli. Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Onorato, aveva fatto arrestare l'autore di una rapina avvenuta nel suo negozio, un giovane parente dei capimafia Giuseppe Savoca e Masino Spadaro. (centroimpastato.it)

 


30 Agosto 1990 Trentola Ducenta (CE) Ucciso Tobia Andreozzi, per il solo fatto di trovarsi in compagni del vero obiettivo dei sicari.

Tobia Andreozzi, un ragioniere incensurato, estraneo alla camorra, fu eliminato il 30 agosto 1990 per il solo fatto di trovarsi in compagnia del vero obiettivo dei sicari, Francesco Di Chiara, che fu ucciso con 15 colpi di pistola.

 

 

30 Agosto 1991 Lamezia Terme. Ucciso Antonio Costantino, 42 anni, insegnante di religione.

30 Agosto 1995 Nicolosi (CT). Ucciso Antonino Longo, commerciante di formaggi.

30 Agosto 1997 Soriano Calabro (VV). Ucciso Domenico Macrì, 20enne universitario, per aver osato chiedere la restituzione di un'auto rubata, ai presunti ladri.

30 Agosto 1997 Napoli. Assassinato Giovanni Arpa, era uno zio del pentito Rosario Privato

 

30 Agosto 2015 Castello di Cisterna (NA). Anatolij Korov, 38 anni, ucraino, operaio edile precario, tre figli. Ucciso mentre in un supermercato, disarmato contro uomini armati, tentava di sventare una rapina.
Anatolij Korol, 38 anni, viene ucciso il ventinove agosto 2015 a Castello di Cisterna (NA) mentre si oppone ad un tentativo di rapina da parte di una banda armata nel supermercato ove si era recato quale cliente.
Anatolij esce dal supermercato in compagnia della figlia di un anno e mezzo, quando nota due uomini con il volto coperto da maschere e caschi integrali fare irruzione nel negozio. Anatolij lascia la figlia nel carrello della spesa all’esterno dell’esercizio commerciale e rientra per cercare di bloccare i malviventi. Si avventa su uno dei due rapinatori che minaccia armato di pistola la cassiera. L’ altro rapinatore fa fuoco contro Anatolij che viene colpito da proiettili alla gamba e al fianco, e, a sangue freddo, alla nuca. Anatolij viene anche trafitto con un corpo contundente. (Coordinamento campano familiari vittime innocenti della criminalità)



e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

 

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Le Vittime che commemoriamo, mese: SETTEMBRE PDF Stampa E-mail

 

1 Settembre 1977 Piana di Gioia Tauro (RC).Francesco Antonio Conte, 9 anni, Mario Alessio Conte e Maria Rosa Belloco: sterminata una famiglia per un contorto senso dell'onore.
Francesco Antonio Conte, 9 anni, fu ucciso insieme al papà Mario Alessio e alla mamma Maria Rosa Belloco: una famiglia sterminata per un contorto senso dell'onore. Piana di Gioia Tauro (RC) 1 settembre 1977.
«La "regola" della 'ndrangheta prevede che a custodire l'onore della famiglia debbano essere gli uomini, costi quel che costi. anche se il prezzo da pagare è la morte della propria compagna, della propria madre o sorella. E' un prezzo che, soprattutto sulla Piana di Gioia Tauro, è stato pagato più e più volte. Sono morti così Mario Alessio Conte, Maria Rosa Belloco e il loro figlioletto Francesco Antonio Conte, di appena nove anni. Secondo la ricostruzione dei magistrati, toccava al marito lavare col sangue l'infedeltà della moglie, lui si era rifiutato di farlo, e l'intera famiglia è stata sterminata, il 1° settembre 1977». (Tratto dal Libro Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D. Chirico e A. Magro)

 


1 Settembre 1990 Reggio Calabria. Ucciso Domenico Catalano, 16 anni, perché scambiato per un altro.

Domenico Catalano fu ucciso il 1 settembre 1990 a Reggio Calabria, aveva appena sedici anni, residente a Roma, era a Reggio per le vacanze presso la casa di origine dei genitori. Nessuna "vicinanza pericolosa", nessun legame "ambiguo", morì per un tragico errore. Gli incaricati di segnalare il suo passaggio credettero di individuare in lui la vittima designata perchè la sorte decise che quella sera entrambi dovessero indossare una maglia a righe e dovessero circolare su un ciclomotore.


2 Settembre 1943 Quarto Mulino di S. Giuseppe Jato (PA). Antonio Mancino, carabiniere di 24 anni, la prima vittima di Salvatore Giuliano.

" ... PER DUE SACCHI DI GRANO. Il 2 settembre 1943 un giovanotto proveniente da San Giuseppe Jato e diretto a sud della natia Montelepre stava trasportando un paio di sacchi di grano. Non era un semplice contadino, ma uno dei tanti corrieri del mercato nero del grano che prosperava sotto l'occhio vigile della mafia e grazie alla compiacenza di troppe autorità. Giunto alla località Quattro Molini fu bloccato da due carabinieri e due guardie campestri. Gli andò male: venne fermato e il carico gli fu confiscato. Ma a quel punto sopraggiunse un altro contrabbandiere e tre dei tutori dell'ordine si mossero per bloccarlo. Uno soltanto era rimasto a sorvegliare il giovanotto che, con una ginocchiata si sbarazzò dello scomodo custode, tentando di nascondersi in un boschetto inseguito dagli altri tutori dell'ordine. Rispose al fuoco uccidendo l'inseguitore più vicino. Il carabiniere Antonio Mancino fu la prima vittima del bandito Salvatore Giuliano.
L'Arma si mobilitò per catturare Giuliano: il 25 dicembre 1943 fu organizzata una gigantesca retata nei dintorni di Montelepre. Un centinaio di compaesani di Giuliano (inclusi il padre, lo zio e un cugino), sospettati di complicità, vennero arrestati. Giuliano venne alla fine scovato, ma riuscì a sfuggire alla cattura uccidendo un milite e ferendone un altro. Ebbe così inizio una latitanza tristemente leggendaria che si protrasse fino al 1950 e che presto si intrecciò con la causa del separatismo siciliano." (Nota Storica tratta da: carabinieri.it)


2 Settembre 1988 Lamezia Terme. Ucciso Antonio Raffaele Talarico, guardia giurata, venne colpito mortalmente alle spalle presso il cantiere dove svolgeva le proprie mansioni.
Antonio Raffaele Talarico nasce a Sambiase (CZ) il 4 ottobre 1938. Era una Guardia Particolare Giurata, padre di quattro figli, persona dedita alla famiglia e al lavoro che svolgeva da oltre venti anni  presso  un cantiere edile di solai, sito in località Bagni di Lamezia Terme (CZ). La sera del 2 settembre 1988 mentre si apprestava ad aprire il cancello del cantiere venne colpito mortalmente alle spalle da colpi di arma da fuoco da malviventi  appartenenti ad una organizzazione criminale dedita al racket delle estorsioni e guardianie che operava nel territorio di Lamezia Terme.   L' attività  investigativa svolta dalle Forze dell'ordine e dalla Magistratura portò al rinvio a giudizio di numerosi esponenti di una cosca criminale del luogo. Il conseguente procedimento penale si concluse con l'archiviazione a causa dei pochi elementi probatori raccolti nella fase delle indagini. A distanza di oltre 12 anni a seguito di rivelazioni fatte da un collaboratore di giustizia appartenente al medesimo clan malavitoso, venne riaperto il procedimento penale e conclusosi con la condanna alla pena di anni 30 di reclusione inflittagli dalla prima sezionale penale della Corte di Assise di Catanzaro, in data 11 maggio 2011, all'imputato, tra l'altro reo confesso,  per essersi reso responsabile dell'omicidio in concorso con altri. (Liberanet.org)

 

2 Settembre 2001 Casoria (NA) Ucciso Stefano Ciaramella, 16 anni, per aver cercato di difendere la sua ragazza e il suo vecchio motorino.
Stefano Ciaramella viene ucciso nel tentativo di reazione alla violenza di quattro balordi. Poco dopo la mezzanotte del 2 settembre 2001, alcuni malviventi in scooter circondano una giovane coppia e tentano di portare via con la forza la borsetta di lei. Stefano reagisce, vuole proteggere la fidanzatina e insegue i rapinatori allontanatisi con la refurtiva. In realtà si tratta di appena pochi spiccioli e dei documenti della ragazza custoditi nella borsa. Sarà un fendente dritto al cuore a stroncare la vita del diciassettenne. Presto i carabinieri individuano il gruppo criminale i cui membri sono tutti originari di Afragola. Soltanto due degli arrestati erano maggiorenni all'epoca dei fatti: Pietro Amadori, militare di leva, e Giuseppe D'Arscilio.
La storia di Stefano Ciaramella è raccontata nel libro di Antonella Mascali "Lotta civile" edito da Chiarelettere nel 2009. (Fondazione Pol.i.s.)

 

3 Settembre 1948 Partinico (PA). Uccisi Celestino Zapponi. commissario PS, Antonio Di Salvo, capitano CC, e Nicola Messina, maresciallo CC, in un agguato della banda Giuliano.
Celestino Zapponi, Commissario di Pubblica Sicurezza nella Questura di Palermo, Venne assassinato il 3 Settembre 1948 in un agguato compiuto in Via Finazzo a Partinico (PA) da parte di elementi della Banda Giuliano che scagliarono alcune granate contro il funzionario di Polizia e il capitano dei Carabinieri Antonio Di Salvo e il maresciallo dell’Arma Nicolò Messina che si trovavano con lui in quel momento. I tre membri delle Forze dell’Ordine, rimasti gravemente feriti, vennero finiti a colpi d’arma da fuoco dai banditi usciti allo scoperto.
Centinaia di agenti di Polizia e carabinieri vennero inviati alla ricerca dei malviventi. Nel corso del rastrellamento il carabiniere Salvatore Marino rimase ucciso da una raffica di mitra esplosa accidentalmente da un collega.
La banda di Salvatore Giuliano, tra il 1943 ed il 1950 si rese responsabile della morte di centinaia di persone, tra i quali decine di membri delle Forze dell’Ordine. (cadutipolizia.it )

 

3 Settembre 1982 Frattaminore (NA), assassinato in un agguato Andrea Mormile, Maresciallo della Polizia di Stato. "Era definito come uno dei poliziotti più impegnati contro la criminalità".
Andrea Mormile, maresciallo di Polizia, fu ucciso il 3 settembre 1982 mentre, libero dal servizio, si trova con alcuni amici davanti a un bar di Frattaminore. Con i suoi arresti Andrea aveva già in diverse occasioni intralciato i traffici del clan di Giuseppe Puca, boss in ascesa nella zona di Sant'Antimo e legato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Andrea era molto rispettato in paese e rappresentava agli occhi della Camorra locale uno scomodo presidio di legalità da eliminare.
Già ferito dai colpi di mitra esplosi da un uomo in auto, Andrea viene poi avvicinato da un secondo killer che finisce il poliziotto con quattro colpi di pistola. Nell'agguato furono feriti alle gambe anche l'amico che in quel momento era più vicino ad Andrea e una passante di 66 anni. Andrea, sposato, era padre di tre figli piccoli. (fondazionepolis.regione.campania.it)

 

3 Settembre 1982 Palermo. Strage di Via Carini, in cui restarono uccisi il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Manuela Setti Carraro, e fu ferito in modo grave l'agente Domenico Russo che morì dopo 13 giorni di agonia all'ospedale di Palermo.
Palermo, Venerdì 3 settembre 1982, ore 21, il nuovo prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sta andando a cena con la giovane moglie Emanuela Setti Carraro, di scorta li segue un'Alfetta guidata dall’agente Domenico Russo.
Dalla ricostruzione della dinamica dell'attentato, resa possibile anche grazie alle rivelazioni degli ex boss, è emerso che l' A 112, su cui si trovavano il prefetto e la moglie, venne affiancata e superata da una Bmw 518 su cui viaggiavano Antonino Madonia e Calogero Ganci. A fare fuoco con un kalashnikov fu Madonia che sparò dando le spalle al parabrezza. Una seconda vettura, guidata da Anzelmo, seguiva il prefetto, pronta ad intervenire per bloccare l' eventuale reazione dell' agente di scorta. Russo fu assassinato da Pino Greco "Scarpuzzedda" che seguiva i suoi complici a bordo di una moto. La A 112, dopo essere stata investita dal fuoco del kalashnikov, sbandò, costringendo l'auto dei killer a sterzare bruscamente a destra. L' attrito tra le due macchine sarebbe provato da un profondo solco sulla fiancata dell' automobile di dalla Chiesa. La ricostruzione conferma che Greco giunse sul luogo del delitto quando i suoi complici avevano già fatto fuoco sul prefetto. Il particolare era stato raccontato agli investigatori dai pentiti Ganci e Anzelmo, secondo i quali Pino Greco avrebbe protestato per non essere riuscito a sparare per primo. "Me li avete fatti trovare morti", avrebbe detto il killer.
Sul luogo dell'eccidio, un anonimo cittadino lascia un cartello affisso al muro. Poche parole che in breve fanno il giro del mondo: "Qui è morta la speranza dei siciliani onesti".
Pochi giorni dopo, il 5 settembre, durante i funerali il cardinale di Palermo Pappalardo rompe il silenzio della Chiesa ufficiale sul problema mafia. Ha parole durissime, citando un famoso passo di Tito Livio: "Dum Romae consulitur... Saguntum espugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata - tuona dal pulpito - E questa volta non è Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra". E al termine della messa, volano insulti e monetine all'indirizzo dei rappresentanti dello Stato e dei politici presenti: la reazione spontanea di tanta gente stanca, che in quel prefetto aveva riposto le proprie speranze.
'Un delitto maturato in un clima di 'solitudine', come disse il Pm Nico Gozzo nella sua requisitoria del 2002 : ''Carlo Alberto Dalla Chiesa ? ha detto - fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l' espressione di una effettiva e corale volontà dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso''. Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo 'abbandono': ''Cosa Nostra - ha osservato il Pm - ritenne di poterlo colpire impunemente perchè impersonava soltanto sé stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l' autorità dello Stato''.
(La storia siamo noi : http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/generale-carlo-alberto-dalla-chiesa/652/default.aspx)

 

3 Settembre 1995 Niscemi (CL). Scompare Pierantonio Sandri, 19enne odontotecnico, vittima di lupara bianca
Pierantonio Sandri, 19enne odontotecnico, il 3 Settembre 1995 scompare da Niscemi (CL). Vittima di lupara bianca.
"La storia di Pierantonio Sandri è strettamente legata a quella di una madre coraggio, Ninetta Burgio. E' stata lei, insieme al sostegno dell'avvocato Enza Rando e di molti altri, a portare in giro per l'Italia la storia di questo ragazzo ucciso perché colpevole di essere onesto, potenzialmente in grado di raccontare quello che aveva visto. Siamo a Niscemi negli anni di maggiore scalata criminale di tanti giovani nelle fila delle famiglie criminali della zona. Sandri sta dall'altra parte. E' un ragazzo per bene, è onesto. Crede in valori che per la maggior parte dei giovani della sua età sono lontani o sconosciuti. Questa “differenza” profonda lo condannerà a morte per aver visto - così dicono i collaboratori di giustizia - alcuni giovani bruciare delle auto. «Pierantonio Sandri – commenta l'avvocato Enza Rando che segue da anni il caso – è per noi un testimone di giustizia, potenzialmente se non l'avessero ucciso avrebbe detto quello che aveva visto»" (liberainformazione.org)

 

3 Settembre 1998 Scisciano (NA). Resta uccisa Giuseppina Guerriero, 42 anni, da proiettili diretti a un camorrista.
Il 3 settembre 1998 Giuseppina Guerriero torna a casa dal lavoro a Scisciano, nel Napoletano, quando viene ferita mortalmente da un killer, che attende l'arrivo di un boss per ucciderlo. Giuseppina è colpita per caso.
Madre di quattro figli, tra i quattordici e ventidue anni, ha da poco abbandonato la sua attività di bracciante agricola per iniziare quella di cuoca.
Sono poco dopo le undici di sera e Giuseppina sta tornando dal colloquio di lavoro in un ristorante nei pressi di via Garibaldi.
Il killer impugna la pistola, ma non si accorge che mentre preme il grilletto, all'auto sulla quale viaggia il suo obiettivo, si affianca quella della Guerriero.
Dei quattro proiettili sparati uno infrange il vetro dell'"Alfa 33" guidata da Giuseppina che colpisce la testa della donna. L'auto sbanda per qualche decina di metri e poi sbatte contro un muro.
La vittima viene subito soccorsa e accompagnata all'ospedale di Nola, ma è troppo grave. Viene quindi immediatamente trasferita a Napoli nel reparto di rianimazione del Loreto Mare. I medici comprendono subito che le condizioni della donna sono disperate. Giuseppina muore. Si decide di staccare il respiratore e di procedere all'espianto degli organi. (Fondazione Pol.i.s.)


3 Settembre 2002 Palermo. Pone fine alla sua giovane vita Giuseppe Francese, 35 anni, figlio del giornalista Mario, ucciso dalla mafia il 26 Gennaio 1979.
3 Settembre 2002 Palermo. Pone fine alla sua giovane vita Giuseppe Francese, 35 anni, figlio di una vittima di mafia, del giornalista Mario ucciso il 26 Gennaio 1979.
"Era ancora un bambino Giuseppe quella sera, aveva dodici anni. Era un bambino che cominciò presto a conoscere quella Sicilia feroce che aveva sconvolto lui e che avrebbe sconvolto poi tanti ragazzi come lui. Suo padre Mario, giornalista coraggioso che scriveva su un giornale troppo attento a non infastidire i potenti e anche i boss, Giuseppe lo conobbe davvero dopo. Dopo l'agguato. Cominciò a raccogliere tutti i suoi appunti e poi tutti i suoi articoli, cominciò a leggere e a rileggere tutte le sue inchieste, cominciò a «capire» chi e perché aveva voluto suo padre morto. Tutta la vita a ricostruire la morte di papà, tutta la vita a inseguire un incubo.....
Giuseppe, impiegato regionale agli Enti Locali, tre fratelli più grandi, una depressione che non l'ha mai abbandonato. Nemmeno quando si cominciarono a intuire le prime verità sull'omicidio di Mario, nemmeno quando investigatori e magistrati ricostruirono il «contesto» nel quale maturò il delitto, nemmeno quando il pentito Francesco Di Carlo indicò i nomi dei mandanti dell'assassinio di un giornalista. C'era Totò Riina come al solito, c'erano Francesco Madonia e Pippo Calò, c'erano anche un paio di altri boss che avevano paura degli scoop e delle inchieste di Mario. Non erano «minimi» i moventi di quell'omicidio come sussurravano certi personaggi della paludosa Palermo di quegli anni, non era un «regolamento di conti» come certi infami avevano messo in giro. Era alta mafia quella che aveva voluto morto Mario. Che era solo. Che era circondato da silenzi e da imbarazzi anche nel suo giornale dove le incrostazioni con certi ambienti di mafia erano forti. Ma lui aveva l'istinto del cronista da strada e l'orgoglio dei siciliani per bene. Non si piegò. E i sicari puntualmente arrivarono sotto la sua casa.
Quando il processo ai suoi assassini finalmente si celebrò - ma quanto tempo, ma quanta fatica, quanti depistaggi, quante lentezze nelle investigazioni - Giuseppe ogni mattina era là in aula. Seduto sul banchetto alle spalle del Pubblico ministero, chino sul suo taccuino a prendere appunti. Sembrava anche lui un giornalista, uno di quelli che non si poteva perdersi un solo momento dell'udienza. Così fino alla chiusura del dibattimento. Sette ergastoli per la Cupola, due assoluzioni. Ma ormai Giuseppe era spezzato. Inseguiva ancora le ombre. Le sue ombre e quelle di una Palermo che aveva inghiottito la sua vita." (Attilio Bolzoni)

 

4 Settembre 1982 Cittanova (RC). Ucciso Giacomo Catalano, operaio di 47 anni.
Giacomo Catalano, operaio idraulico, fu ucciso dalla 'ndrangheta il 4 settembre del 1989, mentre si trovava nell'uliveto di sua madre, appena fuori dall'abitato di Cittanova. Giacomo aveva 47 anni e quattro figli, di cui l'ultima di appena tre anni. Nonostante le indagini scattate immediatamente dopo il ritrovamento del suo corpo senza vita, i responsabili dell'omicidio non furono mai individuati.
Varie le ipotesi sulla sua esecuzione che di certo è legata alla faida che negli anni '80 insanguinò le strade di Cittanova. Ma essendo Catalano un onesto lavoratore che mai aveva avuto collegamenti con la criminalità della zona, gli investigatori non riuscirono a dare una spiegazione alla sua morte violenta.
Nel 2001 Giacomo Catalano è stato riconosciuto vittima innocente di mafia. (foto ed articolo da quotidianodelsud.it)

 

 

4 Settembre 1990 Calanna (RC). Ucciso Angelo Versaci, vigile urbano di 43 anni.
E' la sera del 4 settembre 1990 e Angelo Versaci, quarantatre anni, vigile urbano di Calanna, un piccolo comune aspromontano, a due passi dalla città di Reggio Calabria, dopo avere passato il pomeriggio con la moglie Annamaria Catalano, dipendente dell'ufficio postale, torna in paese. Ha voglia di spensieratezza, va al bar dove ci sono gli amici. Gioca al biliardo, poi ne approfitta per una partita a carte come spesso si fa nei paesi. All'ora di cena torna verso casa. suona il citofono, Annamaria gli risponde, va ad aprire. Proprio in quel momento un killer si avvicina e gli spara contro tre colpi di fucile: uno fa a segno sulla spalla, gli altri due lo centrano alla testa. (fonte: "Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta" di D. Chirico e A. Magro)

 

4 Settembre 2006 Napoli. Ucciso Salvatore Buglione, dipendente comunale, perché si era ribellato ad una rapina nell''edicola della moglie.
Salvatore Buglione, 51 anni, soprannominato Sasà, è la vittima dell´ennesima ferocia dei predatori di Napoli. Lo hanno ucciso per sfregio, per punire la sua ribellione. Buglione lavorava come dipendente comunale, ma sua moglie, Antonella Ferrigno, era ed è titolare di un´edicola che da generazioni apre su quell´angolo della zona collinare. Sasà ogni sera arrivava, dopo il proprio orario di ufficio, nella rivendita dell´Arenella per aiutare la moglie a chiudere bottega e per difenderla da eventuali aggressori prima di raggiungere la loro casa sul litorale domizio.
n quattro lo aggrediscono e l´accoltellano tra i giornali Aveva addosso mille euro. Perciò non voleva darla vinta ai suoi rapinatori. Ha gridato «Andatevene», ha cercato di difendersi. Ma loro erano in quattro, forse cocainomani. E lo hanno ucciso con una sola coltellata. Un colpo secco. Al petto.
Così si è accasciato nel suo sangue un uomo inerme, alle 20.30 del 4 settembre 2006, in via Pietro Castellino, buio pesto ma passaggio frequente di auto e passanti. (Fondazione Pol.i.s.)



5 Settembre 2010 Pollica (SA). Ucciso Angelo Vassallo, il "Sindaco pescatore". "Un sindaco che ha lottato per una politica migliore, l'esempio che un Sud migliore può esistere".
Un agguato in pieno stile camorristico, una raffica di colpi di pistola mentre rientrava a casa. È stato ucciso così Angelo Vassallo, 57 anni, sindaco di Pollica, comune del Cilento. È avvenuto nella tarda serata del 5 settembre 2010.
Secondo le indagini condotte dal pm Alfredo Greco, l'auto di Vassallo è stata bloccata da un'altra vettura che procedeva in direzione inversa e in senso vietato. Forse in due si sono avvicinati al finestrino e hanno sparato con una pistola calibro 9, colpendo il cuore, la testa e la gola del sindaco, seduto al posto di guida. A scoprire il corpo è stato il fratello del sindaco che, avvertito dalla cognata, preoccupata per il mancato ritorno a casa del marito, è andato a cercarlo.
Vassallo era soprannominato "il sindaco pescatore" per la sua attività imprenditoriale nel settore ittico che gestita insieme al fratello. Le battaglie per la legalità e il rispetto dell'ambiente, su cui aveva investito come amministratore pubblico, avevano fruttato alla località costiera cilentana riconoscimenti come le "bandiere blu" e un rilancio turistico.

Le indagini sull'omicidio di Vassallo continuano senza escludere nessuna pista: dagli intrecci tra mafie ed attività affaristiche che interesserebbero il territorio cilentano, all'ambiente dello spaccio di droga che ha visto Vassallo combattere in prima linea per evitare che il suo territorio diventasse terra di spaccio, alla denuncia fatta dal sindaco circa "strade fantasma" , appalti pagati e lavori mai eseguiti .
Dalla morte di Vassallo numerose iniziative in sua memoria si sono succedute in tutta Italia. Il fratello del sindaco, Dario, ha raccolto l'eredità politica e culturale lasciata da Angelo attraverso la fondazione "Angelo Vassallo sindaco pescatore". Nel 2012 viene dedicata alla memoria del sindaco una piazza nella cittadina di Pistoia e viene siglato un gemellaggio tra le città di Pollica e Bologna. Il 25 aprile 2012 per ricordare il suo sindaco la cittadina di Pollica rimane al buio per una notte per chiedere a gran voce che venga fatta luce sull'assassinio di Angelo Vassallo. Nell'agosto 2013 la strada che congiunge Pollica con San Mauro del Cilento è stata intitolata ad Angelo Vassallo. Intanto dal sito della fondazione, Dario Vassallo ha annunciato che prossimamente Solaris Media e Rai Fiction realizzeranno un film su Angelo Vassallo.



6 Settembre 2006 Mondragone (CE). Ucciso Michele Landa, metronotte, e il suo corpo dato alle fiamme, mentre era in servizio presso un ripetitore di Pescopagano.
Mancavano solo un paio di mesi e Michele sarebbe andato in pensione, dopo una vita di lavoro.

Invece trova la morte all'età di 62 anni, davanti a un ripetitore della Vodafone. I clan hanno scoperto che le apparecchiature del ripetitore possono essere una merce per cui si è disposti a pagare decine di migliaia di euro, in contanti, da parte degli stessi proprietari. Il cavallo di ritorno: "Vuoi l'attrezzatura indietro?Paga". Probabilmente Michele Landa non ha ceduto ai giovani del clan, in cerca di denaro facile, i quali non avranno accettato che un paesano di Mondragone li ostacolasse, e così, dopo una vita di lavoro, Michele viene ucciso barbaramente.
Scompare il 6 settembre e il suo corpo carbonizzato viene ritorvato dopo una settimana nella sua Fiat 600.
Nel giugno 2005, un anno prima, anche un suo collega, Nicola Sammarco, viene ucciso da sicari senza scrupoli che gli sparano alle spalle un solo colpo nel territorio di Casapesenna, dove lavorava presso l'impianto allora Omnitel.
Michele Landa e Nicola Sammarco lavoravano per la stessa cooperativa "Lavoro e Giustizia", entrambi facevano servizio di guardia presso l'antenna prima Omnitel e poi diventata Vodafone. (Fondazione Pol.i.s.)

 

6 Settembre 2008 Pozzuoli (NA). Ucciso Giuseppe Minopoli, 38 anni guardia giurata, da dei rapinatori.
Una guardia giurata di 37 anni, Giuseppe Minopoli, che si trovava all'interno di una pizzeria a Pozzuoli, nel Napoletano, è stata uccisa nel corso di un tentativo di rapina. I due rapinatori, uno dei quali armato, con il volto coperto da un casco, sono entrati nella pizzeria 'Il Regno dei Sapori' in via Allodi, 70, nella frazione Monteruscello

di Pozzuoli. Nel locale si trovavano il proprietario, un uomo di 41 anni incensurato, e una guardia giurata, Giuseppe Minopoli, del luogo, che - secondo la ricostruzione dei carabinieri - stava mangiando una pizza seduto ad un tavolo vicino all'ingresso. Accortosi del tentativo di rapina, ha estratto la sua pistola, ma è stato affrontato da uno dei rapinatori che gli ha esploso contro due colpi che hanno raggiunto l'uomo al torace uccidendolo.

 

7 Settembre 1945 Montelepre (PA). Resta uccisa Angela Talluto, bambina di 1 anno, in un raid del bandito Salvatore Giuliano.
La sera del 7 settembre 1945, sempre a Montelepre, attentò alla vita del militante socialista Giovanni Spiga, semplicemente per «antagonismo politico, perché, mentre egli era separatista, lo Spiga era un fervente socialista ed esplicava attività politica nel suo partito».
La barbara aggressione contro il militante socialista fu eseguita davanti all’uscio della sua abitazione, mentre si intratteneva con alcuni parenti e vicini di casa. La presenza di persone estranee, tra le quali alcuni bambini, non fece cambiare idea al bandito che, incurante, a distanza di tre o quattro passi aprì il fuoco sui pacifici paesani. Giovanni Spiga venne ferito a una gamba, ma il bilancio dell’aggressione fu alquanto tragico. Rimase uccisa una bambina di un anno, Angela Talluto, mentre rimasero feriti, anche in modo grave, il fratellino di Angela,Francesco Talluto, di anni 4, Vincenzo Musso, di anni 11 e sua cognata Giovanna Candela, di anni 46.- (Tratto da "La strage della Portella della Ginestra")

 

7 Settembre 1990 Palermiti (CZ). Uccise Maria Marcella e Elisabetta Gagliardi, 9 anni, madre e figlia. Non avevano trovato chi cercavano.
Maria Marcella aveva 47 anni, venne uccisa insieme alla figlia Elisabetta Gagliardi di appena 9 ann a P

alermiti (CZ) il 7 Settembre del 1990. 
Maria Marcella e Elisa erano rispettivamente moglie e figlia di Mario Gagliardi, un pluripregiudicato per rapina che da qualche tempo aveva lasciato la piazza milanese ed era tornato in Calabria dove si occupava di movimento-terra. (Liberanet.org)

 

8 Settembre 1959 Ciminna (PA). Ucciso in un agguato Clemente Bovi, Carabiniere scelto.
Il giovane carabiniere Clemente Bovi, spostato e padre di una bambina di pochi mesi, stava rientrando, in auto con un amico, alla caserma di appartenenza, la Stazione di Caltabellotta
"Improvvisamente il conducente frena bruscamente l’auto: al centro della carreggiata, sono apparsi alcuni massi che ostruiscono il passaggio, mentre, sul ciglio della strada, nota altre autovetture ferme. Un incidente, pensa, e rallenta. Ma appena il veicolo si ferma dal buio sbucano alcuni uomini armati che intimano ad entrambi di uscire dall’abitacolo e mettersi “faccia a terra”. Il militare finge dapprima di ubbidire, poi, impugnata la pistola, si lascia scivolare nella piccola scarpata che costeggia la strada. E da lì risponde al fuoco dei banditi presi alla sprovvista da quella inattesa manovra: sei colpi in direzione di quelle figure armate che si stagliano nello sfondo oscuro della notte. Si sente un grido, poi un altro: due rapinatori sono stati colpiti. Il carabiniere allora cerca con coraggiosa determinazione di riconquistare la strada per affrontare un terzo bandito. Ma da dietro si materializzano due uomini che aprono il fuoco colpendolo al fianco e alla schiena. L’uomo indietreggia poi cade riverso ai piedi della piccola scarpata, la faccia a contatto con la nuda terra, mentre dalle ferite il sangue sgorga copioso. “Sangue di eroe”, scriveranno tre anni dopo i giudici di Palermo. L’uomo che

agonizza sul terreno di contrada “Case Moscato” alle porte di Corleone si chiama Clemente Bovi. È l’8 settembre dell’anno 1959." (dal libro "Un eroe semplice, in memoria del carabiniere Clemente Bovi")

 


8 Settembre 1999 Cerignola (FG). Ucciso Hyso Telharaj, giovane albanese di 22 anni, per non aver ceduto al ricatto dei caporali.

Hyso Telharaj era un giovane migrante albanese, aveva 22 anni. Fu ucciso l'8 settembre del 1999 a Cerignola (FG). Si ribellò al caporalato dei campi pugliesi, e per questo fu ucciso. “ Hyso parte dall’Albania con il sogno di studiare e diventare un geometra. Inizia a lavorare alla raccolta dei pomodori tra Cerignola e Borgo Incoronata per mettere da parte i soldi. Ma Hyso, sempre gentile con tutti, sempre allegro, non sa che la vita dei braccianti agricoli pugliesi è scandita da regole ferree, che non si può sfuggire a un sistema di controllo quale il caporalato che impedisce di scegliere per sé. E così si rifiuta di cedere ai ricatti dei caporali e di consegnare parte dei suoi guadagni. Non si rende conto del pericolo, quasi sicuramente non sa che il suo gesto è un atto di rottura e che non può passare il messaggio che qualcuno si ribella a chi comanda. La sera del 5 settembre 1999, è in Italia da pochissimi mesi, viene avvisato che le persone a cui si è opposto stanno venendo a cercarlo nel casolare in cui vive, nelle campagne vicino a Borgo Incoronata. Qualcuno gli suggerisce di fuggire, ma lui non lo fa. Morirà pochi giorni dopo, l’8 settembre, dopo tre giorni di agonia perchè ferito a morte dai caporali.” (vivi.libera.it)

 

8 Settembre 2005 Canolo (RC). Ucciso Fortunato La Rosa, medico in pensione, che si occupava della coltivazione dei terreni di famiglia. Non permetteva il pascolo abusivo sulle sue proprietà.
8 Settembre 2005 Canolo (RC). Ucciso Fortunato La Rosa, medico in pensione, che si occupava della coltivazione dei terreni di famiglia. Non permetteva il pascolo abusivo sulle sue proprietà. Fortunato La Rosa è un medico oculista in pensione, che dopo aver diretto il reparto oculistica dell'ospedale di Locri si è deciso ad occuparsi in prima persona dei terreni di proprietà che rimangono nel territorio del comune di Canolo. Per raggiungere i suoi terreni il dottore La Rosa si sposta con un fuoristrada, passando da Gerace, superando il “quadrivio” dove l'ex statale 111 scende a Cittanova. Quei terreni, incolti per anni, hanno accolto loro malgrado le mandrie delle vacche sacre e di quelle profane che passavano a brucare quello che trovavano. Ma quando il terreno da incolto è diventato coltivato e gestito dall'oculista le vacche, che non comprendono cosa significa proprietà privata sono tornate a pascolare danneggiando le colture. Il medico ha segnalato il fatto ai carabinieri, che sono risaliti al proprietario delle mucche attraverso l'orecchino identificativo. L'otto settembre 2005 Fortunato La Rosa viene attinto da almeno tre colpi di arma da fuoco e muore. Chi ha ucciso l'oculista? Sono passati nove anni da quel giorno d'estate e quello dell'ex primario è rimasto, almeno per il momento, un delitto senza un colpevole. Nell'immediatezza gli investigatori hanno puntato l'indice contro possibili interessi sui terreni del medico, che potevano far gola a qualcuno. Non si è parlato, all'epoca, di delitto di 'ndrangheta. Ma dietro ad ogni delitto “eccellente” o meno che sia la 'ndrangheta è sempre coinvolta, direttamente o indirettamente, quanto meno per via del controllo del territorio che si dice eserciti in tutti i locali in cui è presente. E la montagna tra Gerace, Canolo e Cittanova è un territorio dove gli interessi delle consorterie criminose di più locali convergono cercando di accaparrarsi quantomeno il taglio boschivo e quant'altro, per come riportato un una recente indagine collegata con il processo “Saggezza”. Il delitto di Fortunato La Rosa, seppur indirettamente, forse avrebbe meritato un immediato coinvolgimento della procura antimafia, alla quale il fascicolo giungerà dopo alcuni anni e che ad oggi lo tiene aperto in attesa di sviluppi investigativi. Ad oggi si potrebbe scrivere un inizio di romanzo noir, con in testa un oculista ucciso, un turco che non le manda a dire ma che agisce attraverso un avvocato, il quale a sua volta approfitta di un giovane ricciolino che per affrancarsi dalla povertà sarebbe pronto a che ad eseguire un delitto e poi tornare a casa senza battere ciglio. In questa storia, per finire, ci starebbe bene un collaboratore di giustizia, che potrebbe anche solo confermare quale possibile movente il mancato rispetto della vittima verso una vacca, magari di origine turca, sacra o profana che sia. (larivieraonline.com)

 

 

9 settembre 1975 Villa Literno (CE). Luigi Michele Ciaburro, Maresciallo dei Carabinieri, morì nel tentativo di sventare una rapina ad un treno

Luigi Michele Ciaburro nacque a Sant’Angelo d’Alife il 24 maggio 1923. La sua missione si compì definitivamente a Villa Literno, nella notte del 9 settembre 1975, quando una telefonata anonima lo inviò su quella ferrovia dove qualcuno avrebbe dovuto bloccare e sequestrare la merce di un treno di passaggio tra Casapesenna e Villa Literno. “Una prassi consolidata da quelle parti”

 

 

9 Settembre 1988 Gioia Tauro (RC). Ucciso Abed Manyami, marocchino di 30 anni, per "errore".
Abed Manyami era un cittadino marocchino, venditore ambulante a Gioia Tauro (RC). Viene ucciso per errore il 9 settembre 1988. Si trovava per caso nel luogo della sparatoria, un'officina per la demolizione di automobili, dove era andato per acquistare un motore per la sua auto, con cui voleva tornare nel proprio paese per far visita ai parenti.

 

9 Settembre 1990 Bovalino Sup. (RC). Muore dopo 13 ore di agonia Antonino Marino, 33 anni, brigadiere dei Carabinieri; ferita la moglie incinta ed il figlio di due anni.
Antonino Marino (San Lorenzo, 5 ottobre 1957 – Bovalino, 9 settembre 1990) è stato un carabiniere italiano, vittima della 'Ndrangheta.
Brigadiere dei Carabinieri, entrò nell'arma nel 1975, impegnandosi principalmente nel contrasto alla 'Ndrangheta. Prima del suo assassinio, aveva operato per anni come comandante della stazione dei carabinieri di Platì dove si impegnò tra l'altro per la soluzione del sequestro di Marco Fiora e contribuì a sventare il sequestro di Claudio Marzocco. Si ritiene infatti che fu grazie anche all'azione di contrasto del brigadiere che i sequestratori in quest'ultimo caso furono costretti a lasciare l'ostaggio incustodito, consentendogli di liberarsi e fuggire dalla prigionia nel febbraio del 1988.
Profondo conoscitore della Criminalità organizzata della Locride ai tempi dei sequestri di persona aveva svolto varie indagini sui traffici illeciti e sui sequestri di persona che in quegli anni rappresentavano una delle principali attività criminali della 'Ndrangheta contribuendo ad assicurare alla giustizia diversi boss 'ndranghetisti. Collaborò anche per la liberazione di Cesare Casella.
el 1988 Marino era stato trasferito a San Ferdinando di Rosarno in quanto aveva sposato una donna della Locride e il regolamento dell'Arma imponeva il cambio del luogo di servizio. In un periodo di ferie, in visita ai parenti della moglie a Bovalino superiore in occasione dei festeggiamenti in onore dell'Immacolata, la notte del 9 settembre 1990 si trovava seduto all'esterno del bar gestito dai suoceri intento a guardare lo spettacolo di fuochi d'artificio, quando gli si avvicinò un uomo armato di pistola che fece fuoco colpendolo al torace con sei colpi di pistola e ferendo al polpaccio in modo non grave la moglie incinta e al ginocchio il piccolo figlio Francesco.
Ripresa brevemente conoscenza, il militare morì in ospedale il pomeriggio dopo, malgrado gli sforzi dei sanitari.
L'episodio creò una ondata di sdegno e i funerali si svolsero in una atmosfera di tensione. I familiari rifiutarono la corona di fiori dell'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
Le indagini si indirizzarono subito alla sua attività di investigatore contro la 'Ndrangheta in particolare ai suoi anni trascorsi a Platì come sosteneva il sostituto procuratore Ezio Arcadi, ma per molti anni il delitto rimase irrisolto.
Anni prima dell'assassinio, il Brigadiere aveva già subito un attentato a Platì durante l'attività di servizio da parte di uomini rimasti non identificati che avevano esploso colpi d'arma da fuoco al suo indirizzo, fortunatamente allora ne uscì illeso; In un'altra occasione sempre a Platì vennero scritte sui muri frasi ingiuriose nei suoi confronti.
Il delitto rimase avvolto nel mistero per oltre 15 anni fino alle rivelazioni del pentito di mafia Antonino Cuzzola. Secondo le dichiarazioni circa i mandanti e il movente dell'omicidio, ad ordinare il delitto furono esponenti della famiglia dei Barbaro e Antonio Papalia, all'epoca di 56 anni. Insieme con Papalia vennero messi sotto accusa Giuseppe Barbaro, all'epoca di 63 anni, Francesco Barbaro di 84 anni e Giuseppe Barbaro di 55 anni, tutti di Platì; Invece per quanto riguarda il movente, secondo Cuzzola la decisione di uccidere l'appuntato era maturata per motivi di risentimento dovuti alla condotta rigorosa che questi adottava nello svolgimento della sua attività operativa nella cittadina aspromontana. Il pentito confermò le accuse in sede processuale, ma il GUP intervenuto in quanto il processo si svolse con il rito abbreviato, nel Febbraio 2011 pronunciò sentenza di assoluzione con formula piena per tutti gli imputati. In realtà già per Giuseppe Barbaro 55 anni, il pubblico ministero nella sua requisitoria aveva chiesto l'assoluzione. L'11 maggio 2012 la Corte d'assise d'appello confermò la sentenza di assoluzione in primo grado, lasciando ancora insoluto il delitto del brigadiere.
Ma il 16 giugno 2014 i giudici della Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria hanno condannato a 30 anni di reclusione Francesco Barbaro di 58 anni ritenuto l'esecutore materiale e Antonio Papalia, ormai di 75 anni, ritenuto il mandante dell’omicidio del brigadiere. Il processo venne riaperto dalla Corte di Cassazione in seguito a intercettazioni su di un pregiudicato, Agostino Catanzariti, indagato per reati relativi ad appalti in Lombardia. Catanzariti, ignaro di essere ascoltato, in una conversazione rivelò una serie di particolari del delitto, portando alla riapertura del dibattimento conclusosi con la condanna. (Wikipedia)

 

10 Settembre 1981 Palermo. Ucciso Vito Jevolella, Maresciallo dei Carabinieri.
Vito Ievolella, sottufficiale dei carabinieri, fu ucciso a Palermo in Piazza Principe di Camporeale il 10 settembre 1981 da sicari mafiosi. Si trovava nella sua auto, una Fiat 128, in cui aspettava insieme alla moglie la figlia Lucia, impegnata in una lezione di scuola-guida. Gli assassini lo affiancarono con un'altra vettura esplodendo numerosi colpi di fucile e pistola.
Era di stanza dal 1965 presso la Caserma Carini, in Piazza Giuseppe Verdi, dove lavorò a fianco del colonnello Giuseppe Russo, ucciso dalla mafia il 20 agosto del 1977.  I risultati ottenuti grazie alle sue tecniche investigative furono ricompensati da 7 encomi solenni e da 27 apprezzamenti del Comandante generale dell'Arma dei Carabinieri. La causa del suo omicidio è probabilmente legata ad una sua indagine del 1980 che si concluse con una relazione dal titolo "Savoca più quarantaquattro", che implicava fortemente la famiglia mafiosa Spataro, e che riguardava il contrabbando delle sigarette, già intrecciato al traffico degli stupefacenti. Nel processo per l'omicidio del maresciallo Ievolella, la I sezione presidiata da Corrado Carnevale ha annullato per ben tre volte la condanna dello stesso imputato

 

11 Settembre 1945 Ficarazzi (PA). Ucciso Agostino D'Alessandro, Segretario Camera del Lavoro. Si stava impegnando nella lotta contro la mafia dell' acqua.
L'11 settebre 1945 a Ficarazzi (PA)  viene ucciso Agostino D'Alessandro, guardiano di pozzi e segretario della camera del lavoro: aveva cominciato una lotta contro il controllo mafioso dell'acqua per l'irrigazione dei giardini. Era stato invitato a desistere ma aveva continuato la sua battaglia.

 

11 Settembre 1974 Seminara (RC). Ucciso Giuseppe Bruno, bambino di 18 mesi, mentre era sulle spalle del padre. Vittima innocente di una faida
L'11 Settembre 1974 a Seminara (RC) è stato ucciso Giuseppe Bruno, un bambino di 18 mesi, mentre era sulle spalle del padre. E' la vittima innocente di una faida iniziata il 17 settembre 1971 e che in tre anni fece 16 morti, tra cui anche il papà del bambino, che in quell'occasione fu solo ferito. Una faida nata per una frase di troppo e uno schiaffo di risposta.


12 Settembre 1988 Gela (CL). Resta uccisa Grazia Scimé, casalinga di 56 anni, mentre era a fare la spesa
Piazza Salandra, Gela (CL), sede del mercato rionale, il 12 Settembre 1988 è piena di gente. Due sicari in Vespa hanno un unico obiettivo, uccidere uno stiddaro. Sparano tra la folla e feriscono 4 casalinghe e il vero obiettivo.
Tra le vittime della sparatoria c'è Grazia Scimè, ha 56 anni, non è più tornata a casa.

 

12 Settembre 1997 Alcamo (TP) Gaspare Stellino, morto suicida perché solo contro il racket delle estorsioni.
Gaspare Stellino, 53 anni, titolare di una torrefazione nel centro di Alcamo (TP) si è suicidato il 12 settembre del 1997, per paura di dover confermare agli investigatori le accuse contro i boss che da anni lo taglieggiavano, che continuano a imporre il pizzo a decine e decine di commercianti, imprenditori, artigiani e chiunque svolga un'attività, compresi gli ambulanti, sperando così di "salvare" la sua famiglia dalle loro ritorsioni.

12 Settembre 2008 San Marcellino (CE). Uccisi Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi mentre stavano lavorando nel deposito di automezzi di proprietà del primo.
Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi furono uccisi il 12 settembre 2008 tra il territorio di San Marcellino e Trentola Ducenta con 20 colpi di pistola. Antonio Ciardullo, di 51 anni, ed Ernesto Fabozzi, di 43 anni, entrambi di San Marcellino, stavano riparando un furgone-frigo nel deposito di automezzi situato vicino al cimitero di San Marcellino, quando si sono avvicinati i sicari che hanno esploso venti colpi di pistola calibro 9×21 uccidendo Antonio ed Ernesto all'istante. Il 23 settembre 2010 la squadra mobile di Caserta  ha eseguito tre ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti esponenti della fazione dei casalesi. Le ordinanze sono state emesse dal Tribunale di Napoli su richiesa della DDA.
Ciardullo, imprenditore nel settore dei trasporti, fu assassinato – secondo le indagini della squadra mobile – per vendetta, per avere denunciato e fatto condannare con l'accusa di estorsione, 10 anni prima, un altro esponente del clan Giuseppe Guerra.
Fabozzi, dipendente di Ciardullo, fu ucciso, invece, perchè nel momento in cui i sicari entrarono in azione si trovava con il proprio datore di lavoro. Il duplice omicidio - hanno spiegato gli investigatori - è da inquadrare nell'ambito del tentativo di Giuseppe Setola e del suo gruppo di fuoco di imporre con omicidi ed attentati, tra la primavera del 2008 -  dopo l'evasione da una clinica del nord Italia -  e gli inizi del 2009, un clima di terrore nei territori controllati dall'organizzazione capeggiata da Francesco Bidognetti. (Fondazione Pol.i.s.)

13 Settembre 1920 Monreale. Assassinato Gaetano Millunzi, parroco della cattedrale. Molti attribuiscono la sua uccisione alla mafia e alla gestione delle acque legate alla mensa arcivescovile.
Parroco e canonico della Cattedrale di Monreale dal 1890, viene ucciso il 13 settembre del 1920, a colpi di lupara, nella sua casa di villeggiatura a Realcesi (Monreale). Intorno alla sua uccisione non si è fatto ancora chiarezza, sebbene molti l'attribuiscono alla mafia e alla gestione delle acque legate alla mensa arcivescovile.

 

13 settembre 1945 Corleone (PA). Ucciso Liborio Ansalone, comandante dei vigili urbani, padre di 6 figli. Il 20 dicembre 1926 Ansalone aveva guidato i militari del prefetto Cesare Mori per le vie del paese, indicando una per una le abitazioni dei mafiosi
Liborio Ansalone, 51 anni, padre di 6 figli, comandante dei vigili urbani di Corleone, fu ucciso la sera del 13 settembre 1945, mentre era diretto verso casa, colpito all’addome da tre proiettili.
Era una persona perbene, uno che si era sempre sforzato di fare il proprio dovere, e in molti, comprese le istituzioni, si chiesero chi l'avesse ucciso, ad appena 5 mesi e mezzo dall’assassinio di Calogero Comaianni. Liborio Ansalone non aveva avuto contrasti con alcuno, il delitto fu archiviato come "a carico di ignoti".
"Dalle «voci» che circolarono in paese, Ansalone aveva pagato un conto molto lontano nel tempo. Un conto antico, datato 20 dicembre 1926, il giorno della famosa «retata» del prefetto Mori a Corleone. Fu alle prime luci dell’alba di quel giorno che l’allora giovane comandante dei vigili urbani aveva guidato i militari di Cesare Mori per le vie del paese, indicando una per una le abitazioni dei mafiosi d’arrestare. «Era arduo spiegare che il comandante difficilmente avrebbe potuto sottrarsi all’ordine del superprefetto senza finire per primo in gattabuia o al confino»,ma sembra che «qualcuno era convinto che ci avesse goduto». Sarà stato questo «qualcuno», in quei convulsi mesi del secondo dopoguerra, a rivolgersi a don Michele Navarra, fresco capomafia del paese, per avere l’autorizzazione a saldare quel vecchio conto. Don Michele, evidentemente, non si fece pregare e diede il «via libera» per togliere di mezzo «uno sbirro», che si era permesso di «aiutare» Cesare Mori, mettendosi contro i «fratuzzi» di Corleone." (Fonte: cittanuove-corleone.it)

 

13 Settembre 1977 Bruzzano Zeffirio (RC). Ucciso Giulio Cotroneo, commerciante di 45 anni. Si era "impicciato" in un caso di rapimento.
Giulio Cotroneo, 45 anni, commerciante di Bruzzano Zeffirio (RC), fu ucciso a colpi di lupara il 13 Settembre del 1977.
Era amico della famiglia di Mariangela Passiatore, moglie di un imprenditore di Cinisello Balsamo, che era stata rapita mentre trascorreva le vacanze con il marito a Brancaleone.  Giulio Cotroneo voleva dare una mano nelle ricerche e nella mediazione coi rapitori. Forse aveva riconosciuto gli uomini della banda, forse aveva fatto troppe domande in giro. Così alle minacce fece seguito l'attentato.

 

13 Settembre 1978 Ottaviano (NA) Ucciso Pasquale Cappuccio, avvocato e consigliere comunale.
Il 13 settembre 1978, Pasquale Cappuccio, Consigliere socialista a Ottaviano viene ucciso.
Il Consigliere denuncia più volte la collusione della malavita con la politica in riferimento ad appalti e speculazioni edilizie volute da Cutolo e appoggiate dall'ex sindaco di Ottaviano, ex assessore provinciale, ex socialdemocratico tra i più votati in Italia, prima di essere stato espulso dallo stesso, Salvatore La Marca.
Il 13 settembre, il feroce agguato: Cappuccio è crivellato di colpi da un commando di killer mentre tornava a casa.
Muore sul colpo, mentre la moglie, che è in macchina con lui, se la cava con qualche graffio.In quell'occasione Francesco De Martino rimise la toga per assicurargli giustizia e sostenere gli interessi della famiglia al fine di difendere la sua memoria.
La Marca è accusato di esserne il mandante, ma inquisito durante il maxi-blitz anticamorra dell' 83, si rende latitante.
I giudici lo assolsero poi con formula piena. (Fondazione Pol.i.s.)

 

14 Settembre 1945 Favara (Ag). Uccisi Calogero Cicero e Fedele De Francisca, Carabinieri, da dei banditi che volevano rapinare una fattoria.
Calogero Cicero e Fedele De Francisca, Carabinieri, furono uccisi a Favara (AG) il 14 settembre del 1945, in uno scontro a fuoco con dei banditi che volevano rapinare una fattoria.
"Bande di ladri e assassini, armati di lupare e pistole, seminavano il terrore nelle campagne e nei paesi dell'Agrigentino. La notte del 14 settembre 1945 un gruppo di banditi di Palma di Montechiaro prese di mira la fattoria dei fratelli Buggera di Favara, per rubargli i proventi della vendita dell'uva. I banditi si appartarono in una zona soprastante la fattoria, senza sapere che da qualche tempo era sorvegliata da un nucleo di carabinieri.
Un bandito fu messo di guardia sulla sommità della collina, l'appuntato Cicero e il carabiniere De Francisca lo sorpresero appostato dietro a una grossa pietra: si aprì un conflitto a fuoco. Arrivò il resto della banda che cominciò a sparare all'impazzata: Cicero fu colpito al fianco e alla coscia sinistra; De Francisca, seppur ferito, affrontò i banditi, ma venne ucciso da due colpi di fucile. Le indagini si rivelarono inutili, tutti i fermati furono rilasciati perché gli inquirenti non trovarono prove a loro carico." (comunicalo.it)

 

14 Settembre 1982 Napoli. Ucciso Antimo Graziano, Brigadiere in servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale
Antimo Graziano, Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia era in servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale.
Il 14 settembre 1982 rientrando dal servizio appena prestato, all'interno della propria autovettura, nei pressi dell'abitazione, cadde vittima di numerosi colpi d'arma da fuoco. Nel corso delle successive indagini è emerso il chiaro stampo camorristico dell’omicidio.
"Antimo Graziano era nato a Bellona, in provincia di Caserta, il 4 giugno del 1937. Era sposato con Maria Rosaria Marano, di trentanove anni e aveva due figlie, Concetta, di sei anni e Rosanna di due. Si era arruolato venticinque anni prima nel corpo delle guardie di custodia. Da sei era in servizio all'ufficio matricola di Poggioreale. Ma era troppo pericoloso. Aveva deciso di dedicarsi alla famiglia e uscirsene da quell'inferno di Poggioreale. Non gliene hanno dato il tempo." (Al di là della notte. Storie di vittime innocenti della criminalità, di Raffaele Sardo)

 

 

14 Settembre 1988 Trapani. Ucciso Alberto Giacomelli, magistrato in pensione. Aveva fatto sequestrare la casa del fratello di Totò Riina.
Alberto Giacomelli magistrato in pensione, fu ucciso il 14 Settembre 1988 a Locogrande (TP). Il suo cadavere fu ritrovato dietro la sua autovettura. Presentava un colpo di arma da fuoco alla testa ed un altro all’addome. Le indagini evidenziavano che il delitto era stato organizzato e compiuto da componenti della criminalità organizzata locale.
La sua firma apposta sul decreto di sequestro dei beni di Gaetano Riina, fratello di Totò, fu il pretesto che serviva al boss di Corleone per giustificarne la morte, con la quale “U curtu” avrebbe raggiunto il duplice scopo della vendetta personale e della minaccia esplicita a tutti coloro che si stavano mettendo contro la mafia.
"Il delitto è di quelli che fanno parte di una strategia. «Strategia di morte», firmata dalla mafia. È il primo di due assassini che nel giro di 12 giorni, nel settembre del 1988, scuoteranno Trapani, ma senza causare (si potrà capire da ciò che è accaduto negli anni che seguirono, fino ai nostri giorni) tanti sconvolgimenti, al solito l’emozione ha sempre presto ha lasciato spazio alla quotidianità e alla disattenzione rispetto all’evolversi della cosa mafiosa che in quegli anni proprio cambiava pelle e diventava impresa, entrando anche nelle stanze della politica, delle istituzioni e degli uffici pubblici." (Rino Giacalone)

 

14 Settembre 1990 Foggia. Ucciso Nicola Ciuffreda, imprenditore edile di 53 anni. Vittima del racket.
Nicola Ciuffreda, imprenditore edile di 53 anni fu ucciso a Foggia il 14 settembre del 1990. Una punizione esemplare per essersi rifiutato di pagare il racket delle estorsioni. Il primo ucciso dopo quattro imprenditori che negli ultimi mesi erano stati "avvertiti" con gambizzazioni ed ordigni nei negozi, programmati per esplodere durante l'orario di chiusura.
"Dietro l'escalation di violenza (questo è il quarto omicidio in meno di un mese) c'è senz'altro la saldatura fra malavita locale e criminalità di zone limitrofe, quel miscuglio esplosivo che ha fatto definire la Puglia una «regione ragionevolmente a rischio» dall'alto commissario Sica." (La Stampa del 15 Settembre 1990).

 

14 Settembre 1990 Napoli. Ucciso Paolo Longobardi, bambino di 8 anni.
Paolo Longobardi aveva solo otto anni e l'unica sua colpa era di essere figlio di un uomo affiliato ad un clan camorristico contrapposto ad un altro. Una lotta cruenta di cui il piccolo Paolo è la cinquasettesima vittima in meno di due anni .
E' accaduto a Napoli il 14 settembre del 1990.

 

14 Settembre 2000 NAPOLI. Muore Raffaele Iorio, autista di 63 anni, nel vano tentativo di difendere l'auto del suo datore di lavoro.
Raffaele Iorio, autista in pensione, nella serata del 13 settembre 2000, subisce il furto della Jaguar che un amico imprenditore gli aveva affidato. Raffaele aveva infatti scelto di continuare a lavorare facendo saltuariamente piccoli trasporti. I fatti avvengono nella periferia orientale di Napoli, in via Gianturco. Quella sera Raffaele venne attratto con l'inganno fuori dall'auto attraverso un tamponamento appositamente organizzato. Al posto di guida della Jaguar si è inserito a quel punto uno dei malviventi e Raffaele, nel tentativo di difendere qualcosa che neanche gli apparteneva, si è aggrappato con forza alla portiera. L'uomo è stato trascinato per almeno 700 metri sull'asfalto e alla fine scaraventato contro un palo della luce. Raffaele è morto dopo ore di agonia il giorno successivo in ospedale. Immacolata Iorio racconta così suo padre: "Era un uomo che amava la vita e la sua famiglia. Mio padre non sopportava i disonesti, gli era già capitato di subire aggressioni e in tutte le occasioni aveva reagito. Noi gli dicevano sempre di stare attento, ma non poteva sopportare i soprusi". Salvatore Romano e Massimo Incarnato, due dei tre componenti del gruppo di rapinatori, vennero arrestati pochi giorni dopo l 'omicidio di Raffaele. (Fondazione Pol.i.s.)



15 Settembre 1990 Bresso (MI). Restano uccisi Piero Carpita, portinaio di 45 anni seduto ad un bar, e Luigi Recalcati, 70 anni pensionato che stava passando in bicicletta. Vittime innocenti in un regolamento di conti.
Il 15 settembre del 1990 a Bresso, periferia nord di Milano, Piero Carpita, 46 anni, sposato e due bambine piccole, al bar con amici era andato a comprarsi delle sigarette, e Luigi Recalcati, un pensionato di 70 anni che in bicicletta stava andando a trovare dei parenti, restarono uccisi in una guerra di mafia tra due clan contrapposti della 'ndrangheta lombarda. Una guerra che in tre mesi fece 25 morti.



15 Settembre 1993 Palermo. Assassinato Padre Pino Puglisi a causa del suo costante impegno evangelico e sociale.
Don Giuseppe Puglisi, meglio conosciuto come padre Pino Puglisi (Palermo, 15 settembre 1937 – Palermo, 15 settembre 1993), è stato un presbitero italiano, ucciso da Cosa nostra il giorno del suo 56º compleanno a motivo del suo costante impegno evangelico e sociale.
La sua lotta alla mafia inizia il 29 settembre 1990 quando venne nominato parroco a San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalità organizzata attraverso i fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella.
Egli non tentò di portare sulla giusta via coloro che erano già entrati nel vortice della mafia, ma cercò di non farvi entrare i bambini che vivevano per strada e che consideravano i mafiosi degli idoli, persone che si facevano rispettare. Egli infatti, attraverso attività e giochi, fece capire loro che si può ottenere rispetto dagli altri anche senza essere criminali, semplicemente per le proprie idee e i propri valori. Si rivolse spesso ai mafiosi durante le sue omelie, a volte anche sul sagrato della chiesa.
Don Puglisi tolse dalla strada ragazzi e bambini che, senza il suo aiuto, sarebbero stati risucchiati dalla vita mafiosa, e impiegati per piccole rapine e spaccio. Il fatto che lui togliesse giovani alla mafia fu la principale causa dell'ostilità dei boss, che lo consideravano un ostacolo. Decisero così di ucciderlo, dopo una lunga serie di minacce di morte di cui don Pino non parlò mai con nessuno.
Il 25 maggio 2013, sul prato del Foro Italico di Palermo, davanti ad una folla di circa centomila fedeli, è stato proclamato beato. La celebrazione è stata presieduta dall'arcivescovo di Palermo, cardinale Paolo Romeo, mentre a leggere la lettera apostolica, con cui si compie il rito della beatificazione, è stato il cardinale Salvatore De Giorgi, delegato da papa Francesco. (Wikipedia)
È il primo ecclesiastico riconosciuto martire della Chiesa ucciso dalla mafia.

 

16 Settembre 1970 Palermo. Scompare Mauro De Mauro, giornalista de "L'Ora"
Mauro De Mauro è stato un giornalista italiano, venne rapito la sera del 16 settembre del 1970, mentre rientrava nella sua abitazione di Palermo. Fu visto l'ultima volta dalla figlia Franca mentre posteggiava la macchina davanti la sua abitazione di via delle Magnolie. La figlia, nell'attesa che il padre raccogliesse le sue vettovaglie dal sedile della macchina, entrò nell'androne per chiamare l'ascensore, vedendo però che il padre non la raggiungeva uscì nuovamente dal portone e vide suo padre, circondato da due o tre persone, risalire in macchina e ripartire senza voltarsi per salutarla. Ella riuscì a cogliere soltanto la parola «amunì» detta da qualcuno a suo padre poco prima di mettere in moto e ripartire senza lasciare traccia.
La sera successiva l'auto venne ritrovata a qualche chilometro di distanza in via Pietro D'Asaro, con a bordo piccole vettovaglie che il giornalista aveva acquistato rincasando. L'auto fu ispezionata con cura, il cofano fu aperto dagli artificieri, ma non furono reperiti elementi utili al rintraccio. Furono allestiti posti di blocco e si disposero minuziose ricerche, ma dello scomparso non si seppe più nulla.
Il suo corpo non è mai stato ritrovato.

 

16 Settembre 1994 Filadelfia (VV). Scompare Francesco Aloi, 22enne. Vittima di lupara bianca. Di lui ritrovano un piede in una scarpa da tennis, arenato su una spiaggia.
Francesco Aloi è scomparso il 16 settembre 1994. Ha ventidue anni, è originario di Pizzo ma vive a Filadelfia. Quel pomeriggio dice di dover incontrare degli amici di un paese vicino, esce di casa e non ritorna più. La sua Audi viene ritrovata qualche giorno dopo vicino alla stazione di Lamezia, ma nessuno crede a un suo allontanamento volontario.
Non si hanno notizie del ragazzo fino al febbraio del '95, quando sulla spiaggia di Calamaio, a Pizzo, un pescatore fa una macabra scoperta: sulla riva c'è un piede in decomposizione, avvolto da una scarpa da tennis. Il giorno della scomparsa, Francesco indossava scarpe simili, stessa marca e stesso modello. Le analisi del DNA confermano le supposizioni: il ragazzo è stato ucciso e gettato nel Tirreno e, a distanza di mesi. la corrente ha restituito il suo arto, staccatosi dal corpo per l'azione dell'acqua del mare, che ha corroso carne, ossa e tendini.
Una verità che la famiglia non ha mai accettato, rifiutandosi di seppellire quei resti. Vogliono sapere cosa è accaduto, vogliono riavere Francesco "vivo o morto" e tengono alta la tensione. [...]
La vicenda si chiude con un nulla di fatto. L'unica cosa che resta è una tomba sulla quale nessuno lascia dei fiori. La verità e la giustizia sono state inghiottite, forse per sempre, dal tringolo della lupara bianca. (Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D.Chirico e A.Magro)

 

17 Settembre 1987 Placanica (RC). Assassinato Ilario Cosimo Marziano, carabiniere presso la stazione di Cutro (KR), mentre era in licenza.
Un colpo di pistola alla testa. Viene ammazzato così a Placanica, suo paese d'origine, il carabiniere Ilario Cosimo Marziano, trentaseienne, in servizio alla stazione di Cutro, in provincia di Crotone.
E' giovedì 17 settembre 1987. E' in licenza da tre giorni e ha deciso di tornare in paese per salutare i parenti e vedere gli amici. Con lui ci sono la moglie e i figli di sei e dodici anni. Il suo corpo viene trovato dentro al casolare che la sua famiglia usa per la vendemmia. E infatti Marziano è andato per sistemare le ultime cose prima di avviare la raccolta dell'uva. E' stato ucciso con un solo colpo di arma da fuoco. In macchina, la sua Ritrmo, gli investigatori hanno trovato la pistola di ordinanza chiusa in un involucro e il fucile da caccia. (Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D. Chirico e A. Magro)

 

18 Settembre 1994 Taranto. Ucciso Carmelo Magli, Agente del Corpo di Polizia Penitenziaria.
"Carmelo Magli è un ragazzo di appena 24 anni quando, la tragica notte del 18 novembre 1994, viene trucidato da un commando di killer che, a distanza ravvicinata, gli esplodono numerosi colpi di mitraglietta, ponendo così fine alla sua giovane vita. Il caso di Carmelo è quello di una vita che, d’improvviso, giunge ad un bivio, cambia strada, dirigendosi verso una morte inaspettata.
Inaspettata perché in quel posto, a quell’ora, avrebbe potuto esserci anche un’altra persona. Gli assassini infatti non avevano scelto nome e cognome della loro vittima, aspettavano semplicemente il primo agente di Polizia Penitenziaria che sarebbe uscito dall’istituto al termine del servizio, alle ore 24.00.
La brutalità di questa esecuzione lasciò tutti con una immensa percezione di insicurezza e paura, quando si muore con modalità e moventi come quelli scelti dai killer di Carmelo, non si può dare alcuna logica motivazione ad una simile tragedia.
La sensazione di una vita normale, interrotta per un “capriccio” di una banda criminale ci lascia attoniti, tristi, smarriti. Capiamo allora quanto a volte sia sottile la parete che divide la vita dalla morte, da un lato la famiglia, gli affetti e l’amore, i figli, il lavoro, gli amici, i problemi di tutti i giorni, i progetti futuri, la speranza e la voglia di migliorarsi. Dall’altra il buio, infinito, il silenzio, la fine. Tutto questo avvenuto non per tua scelta, ma per una spietata imposizione altrui.
Imprevedibile, perché Carmelo nel suo lavoro si era sempre comportato con estrema correttezza e professionalità, tale che nulla potesse far presagire quel macabro epilogo.
Anche gli inquirenti, in base alle testimonianze raccolte durante l’istruttoria, non avevano ravvisato indizi per cui la vita di Carmelo potesse essere stata mai ritenuta in pericolo. Tanto è vero che non svolgeva servizi particolari all’interno dell’istituto tali da esporsi a rischi. Non erano stati mai registrati episodi critici che lo avessero coinvolto nel rapporto con i detenuti, nè aveva mai ricevuto strani segnali o era stato fatto oggetto di minacce capaci di far presagire simili eventi.
La morte di Carmelo si identifica quindi nell’atto di forza di un gruppo malavitoso, che sceglie la “morte” come monito, che si pone il fine di “ammorbidire”gli atteggiamenti degli Agenti nei confronti di alcuni detenuti dell’istituto di Taranto.
L’istituto di Taranto infatti, ospita molti detenuti appartenenti ad “importanti“ cosche mafiose pugliesi e calabresi" (Le due città)



18 Settembre 1999 Barra (NA). Ucciso Salvatore D'Ambrosio, finanziere di 23 anni. Un ragazzo gli sottrae l'arma di ordinanza e gli spara contro tutti i proiettili
Salvatore D’Ambrosio, finanziere a La Spezia, viene ucciso a Barra il 18 settembre 1999, mentre aspettava la fidanzata sotto casa. Un ragazzo del quartiere gli chiede una sigaretta e quando questi si accorge che Salvatore ha una pistola nella cintola prontamente gliela sottrae sparando un colpo alla gamba e quando D’Ambrosio si dichiara appartenete alle forze dell’ordine, il ragazzo preso dall’ira gli esplode contro tutti i colpi della pistola, uccidendolo con efferatezza. Orfano di padre, lascia la sua giovane madre e quattro fratelli.

 

18 Settembre 2008 Castel Volturno (CE). Strage di San Gennaro. Morirono 6 giovani ghanesi: Ibrahim Muslim "Alhaji", Karim Yakubu "Awanga", Julius Francis Kuame Antwi, Sonny Abu Justice , Eric Affun Yeboa, Wiafe Kwadwo Owusu.
Strage di San Gennaro (Castel Volturno)"A Castelvolturno (CE), il 18 settembre 2008, 7 killer della camorra uccisero con 120 proiettili sei persone di colore: Cristopher Adams, Kwame Antwi Julius Francis, Eric Affum Yeboah, Alex Geemes, El Hadji Ababa, Samuel Kwaku. Viene ferito Joseph Ayimbora.
La strage degli immigrati pare sia stata causata nell'ambito del mercato della droga. A quanto risultato dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti è emerso che gente della comunità volesse costituire un clan a sé stante per la gestione dello spaccio, come dimostrato da tentati omicidi e missioni punitive avvenute tempo addietro contro gli immigrati a conferma di questa tesi.
I tre principali responsabili della strage sono stati inchiodati da foto segnaletiche dei carabinieri mostrate al ghanese Joseph Ayimbora durante il ricovero in ospedale. Grazie alla testimonianza dell'unico sopravvissuto, è emerso che i sicari indossavano divise della polizia.
Il 25 marzo 2011 la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere ha emesso quattro ergastoli per Giuseppe Setola, Davide Granato, Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e una condanna a 30 anni per Antonio Alluce, riconoscendo come aggravanti quelle dell'odio razziale e della finalità terroristica" (Fondazione Pol.i.s.)


19 Settembre 1959 Palermo. Uccisa Giuseppina Savoca, 12 anni, mentre giocava per strada.
Giuseppina Savoca aveva 12 anni. Morì colpita da un proiettile vagante nel corso di una sparatoria, avvenuta la sera del 19 settembre ’59 in via Messina Marine a Palermo, nella quale rimase ucciso un pregiudicato.
Giuseppina non morì immediatamente, fu trasportata in ospedale e si spense per complicazioni polmonari tre giorni dopo il ricovero.



Bivona (AG) 30 Maggio 1994 Ucciso Ignazio Panepinto, titolare di un impianto di calcestruzzo. 19 Settembre 1994 Uccisi Calogero Panepinto, fratello di Ignazio, e Francesco Maniscalco, operaio di 42 anni, presente all'agguato.
Calogero Panepinto, 54 anni, titolare di un impianto di calcestruzzo, fu ucciso a Bivona (AG) il 19 settembre 1994 insieme al dipendente Francesco Maniscalco, 42 anni. Il 30 Maggio 1994 Uccisero Ignazio, il fratello di Calogero.
"Le indagini sostennero l'ipotesi che Calogero Panepinto era stato ucciso perché aveva fatto lo "sgarro" di riaprire la cava, di essersi rimesso a fare affari e questo disturbava gli affari degli appalti pubblici, monopolio delle cosche. Quali affari? Forse quelli della canalizzazione della diga Castello o qualche altro grosso appalto che si stava realizzando in quella zona montana. Francesco Maniscalco, invece, morì perché aveva visto troppo e la mafia non lascia mai testimoni" (Senza Storia, di Alfonso Bugea e Elio di Bella).


19 Settembre 1994 Carovigno (BR). Ucciso Leonardo Santoro, era il fratello di un collaboratore di giustizia
Leonardo Santoro, era il fratello di un collaboratore di giustizia. Fu ucciso il 19 Settembre 1994 a Carovigno (BR).


20 Settembre 1988 Baia Domizia (CE). Ucciso Giuseppe Mascolo, farmacista di 61 anni. Si era rifiutato di scendere a patti con la camorra.
Giuseppe Mascolo, titolare di una nota farmacia a Cellole, un piccolo comune vicino a Sessa Aurunca, dove aveva ricoperto vari incarichi politici comunali, viene ammazzato nel 1988 a Baia Domizia, nei pressi della sua abitazione.
Sul delitto si susseguono parecchie ipotesi mai confermate. Il caso inizialmente viene archiviato.
Il pentito Mancaniello, esponente del clan "Muzzoni", ascoltato dal procuratore che allora seguiva la diatriba tra casalesi e i clan antagonisti della zona, il dott. Raffale Cantone, riceve una rivelazione da un esponente del clan dei casalesi di Baia Domizia. Questi gli aveva confidato che l'omicidio Mascolo era stato un errore. Beneduce, che all'epoca era ancora alleato dei "Muzzoni", pretendeva qualcosa dal farmacista ma lui si era rifiutato, cosicché il boss aveva mandato alcuni suoi uomini per intimorire la vittima, ma forse a causa di una reazione del farmacista era partito un colpo di pistola che l'aveva ammazzato.
Il pentito fece anche il nome di alcuni esecutori materiali, come Toraldo detto "il Guercio" e un tale Lucio.
Queste dichiarazioni, sebbene stringate, furono sufficienti per far riaprire il caso. Fondamentale fu altresì la collaborazione della moglie di Toraldo che confermò tutte le sue dichiarazioni precedenti, comprese quelle che facevano riferimento al delitto Mascolo, ucciso nel 1988 dallo stesso Toraldo, uomo di fiducia di Beneduce.
Silvana racconta che i rapporti tra il suo compagno e Beneduce andavano peggiorando al punto tale che il clan riteneva Toraldo inaffidabile e per questo motivo, secondo la moglie Silvana, lo fecero sparire.
Durante il processo fondamentale fu la testimonianza del figlio del farmacista, Luigi Mascolo, per la ricostruzione della dinamica del fatto.
"Come ogni sera avevo chiuso la farmacia, per poi rincasare. Ciascuno di noi rientrava con la propria macchina. Io ero tornato a casa pochi minuti dopo mio padre quando mi sono imbattuto in un'auto che si allontanava a tutta velocità. Credendo fossero ladri, li ho inseguiti, per prendere il numero di targa, ma tornato a casa, ho trovato mio padre riverso sui sedili anteriori della macchina privo di vita. Mia madre che si trovava in casa aveva sentito prima un urto e poi uno sparo".
Il processo si è concluso con la condanna a 21 anni per uno dei due esecutori, nessuna condanna per Toraldo e Beneduce, perché già morti.
La sentenza di primo grado, che ha visto la famiglia di Mascolo costituirsi parte civile, è stata poi confermata in Appello e in Cassazione. (fondazionepolis.regione.campania.it)

 

20 Settembre 2009 Crotone. Domenico Gabriele, Dodò, bambino di 11 anni, muore in ospedale a Catanzaro dopo tre mesi di agonia.
Domenico Gabriele, aveva undici anni, fu vittima inconsapevole di una mano vigliacca e assassina che il 25 giugno del 2009 sparò su un campo di calcio nella località Gabella (Crotone). Il 20 settembre è il giorno in cui il cuore di Dodò smise di battere per sempre. Il sicario sparò all'impazzata sul campetto di calcio, mirava a Gabriele Marrazzo, un emergente della mala locale, che inseguiva la stessa palla. Oltre al morto, dieci feriti, compreso Domenico.
"Di quella terribile giornata il padre racconta alla giornalista Conchita Sannino di Repubblica: "Io mi alternavo in campo con Domenico, era a dieta e con questa scusa voleva giocare ancora di più, perdere peso. Così, ogni dieci minuti io me ne andavo a bordo campo e facevo segno a lui di entrare. È stato in uno di quei minuti che l'ho visto cadere. All'inizio non ho fatto caso a quei colpi, sembravano dei mortaretti. Invece, dopo un secondo, Domenico si è accasciato. L'ho preso in braccio, ho gridato con tutto il fiato che avevo, lui mi guardava ma già cominciava a non essere più presente". Poi comincia il calvario: ricoverato a Crotone, poi a Catanzaro, operato al fegato e al cervello. Dice sua madre: "Ogni giorno sono stata in ospedale a stringergli la mano. Dicono che non poteva parlare e muoversi, ma lui reagiva. Mi dava la mano e vedevo scorrere le lacrime. Gliele potevo asciugare"." (Da il programma "chi l'ha visto")

 

20 Settembre 2010 Napoli. Assassinata Teresa Buonocore, aveva fatto arrestare l'uomo che aveva abusato di sua figlia.
Teresa Buonocore fu assassinata, con quattro colpi di pistola, la mattina del 20 settembre 2010, in via Ponte dei Francesi a Napoli.
La donna si era costituita parte civile nel processo contro Enrico Perillo, 53 anni di Portici (Na), condannato a 15 anni di reclusione (attualmente è detenuto a Modena) nel giudizio di primo grado, per violenza sessuale ai danni di tre minorenni. Fra le vittime, anche una delle figlie della donna.
Ad armare la mano dei sicari la sete di vendetta contro la donna, la mamma, che aveva scelto di chiedere giustizia.
L'ordine di uccidere Teresa arrivo' dal carcere, dove Perillo si trovava per la vicenda degli abusi. Al geometra vengono contestati anche altri tre reati: l'incendio appiccato allo studio dell'avvocato Maurizio Capozzo, quello all'abitazione di un vicino e quello all'abitazione della stessa Teresa Buonocore; Perillo ne e' considerato il mandante, mentre autore degli incendi fu, per sua stessa ammissione, Alberto Amendola. Dalle indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Melillo e dal sostituto Danilo De Simone, e' inoltre emerso che Perillo stava cercando di ottenere la ritrattazione in appello delle dichiarazioni accusatorie rese dalle bimbe vittime delle violenze o comunque di minarne l'attendibilita'; non e' escluso che nel prosieguo delle indagini emergano elementi a carico di altre persone.
Il 21 luglio 2011 al Tribunale di Napoli si è tenuta l'udienza preliminare del processo relativo all'omicidio di Teresa. Per l'omicidio è stato rinviato a giudizio Enrico Perillo, per l'accusa mandante del delitto. Alberto Amendola e Giovanni Avolio, ritenuti gli esecutori, hanno chiesto e ottenuto di essere giudicati con il rito abbreviato. Sono state ammesse come parti civili il Comune di Portici (dove la donna risiedeva), il Comune di Napoli (dove si è verificata la tragedia), il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Napoli (col quale la Fondazione Pol.i.s. svolge un'attività di orientamento legale a beneficio dei familiari delle vittime) e il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità. Gli esecutori materiali dell'omicidio di Teresa sono stati condannati a 18 anni (Avolio) e a 21 anni (Amendola) di reclusione.
Nel mese di Luglio 2012 è stata confermata in Appello la condanna a 15 anni di reclusione per Enrico Perillo per il reato di pedofilia. Ancora in corso il processo nei confronti dello stesso, per l'omicidio di Teresa Buonocore.

 

21 Settembre 1982 Paola (CS9 Mario Lattuca, operaio di 40 anni, fu ucciso per errore la sera del 21 settembre 1982, aveva accettato un passaggio.
Mario Lattuca, operaio di Paola, venne ucciso il 21 settembre del 1982, mentre tornava a casa dal lavoro.
Aveva 40 anni. Un suo collega alla fine del turno gli offrì un passaggio in auto. Ma dopo aver percorso un breve tragitto, un killer che era in attesa in una zona buia e isolata, iniziò a sparare all'impazzata cercando di colpire il proprietario della "Giulia super".
In macchina con loro c'era anche un altro operaio che era seduto a fiancodel guidatore. Mario Lattuca si era sistemato sul sedile posteriore ed ebbe la peggio perché i suoi compagni di lavoro riuscirono a schivare i colpi abbassandosi immediatamente e riuscendo persino ad aprire lo sportello e darsi alla fuga. Lui rimase l'unico ad essere raggiunto dai proiettili che gli venivano sparati contro.
L'operaio morì immediatamente.
Dinanzi alla Corte D'Assise di Cosenza vennero processate due persone. Ma furono entrambe assolte per insufficienza di prove dall'accusa di essere gli esecutori materiali del delitto anche se fu ritenuto "altamente probabile il concorso morale" nell'evento, ipotizzando che che quell'agguato potesse essere una risposta a un altro attentato che si era verificato due settimane prima. Questi elementi, tuttavia, sono stati ritenuti insufficienti per una condanna.
L'omicidio di Mario Lattuca, ucciso per errore,ancora oggi è sensa colpevoli. (foto ed articolo dal quotidianodelsud.it)

 

21 Settembre 1986 La Prima strage di Porto Empedocle. Restarono uccisi, vittime innocenti, il giovane Filippo Gebbia e Antonio Morreale
È la sera del 21 settembre del 1986. La gente passeggia lungo il corso principale di Porto Empedocle. Due passi, due chiacchiere, un gelato a chiudere una delle ultime sere d’estate. Le raffiche rabbiose dei kalashnikov, nell’oscurità di un blackout provocato, chiudono vite.
La luce torna in paese, ma gli occhi di quanti giacciono a terra rimarranno per sempre spenti. Sei morti ammazzati, tra i quali due vittime innocenti: Antonio Morreale e Filippo Gebbia.
Si consuma così, in pochi attimi, quella che nella storia criminale e mafiosa passa come la Prima strage di Porto Empedocle. E’ l’inizio della guerra tra Cosa Nostra e Stidda che lascerà sul campo centinaia di morti ammazzati. Una strage con sangue innocente. Filippo Gebbia, aveva 30 anni ed era un tipo allegro e socievole. Era a passeggio con la fidanzata che avrebbe voluto sposare presto. Antonio Morreale era un tranquillo pensionato che attendeva il genero per rientrare a casa. Aveva deciso di stare seduto al bar per gustarsi un gelato insieme alla moglie Bianca Frassi, una piemontese. Il suo tavolo era troppo attiguo a quello dei Grassonelli e quando arrivò la furia omicida, fu travolto da una scarica di piombo.

 

21 settembre 1990, sulla statale tra Canicattì e Agrigento viene ucciso il giudice Rosario Livatino.
Erano passate da poco le 8,30 quella mattina del 21 settembre 1990. Il giudice Rosario Livatino, che il 3 ottobre avrebbe compiuto 38 anni, da Canicattì, dove abitava, con la propria auto si stava recando al tribunale di Agrigento, quando una Fiat Uno e una motocicletta di grossa cilindrata lo affiancano costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale. I sicari sparano numerosi colpi di pistola. Rosario Livatino tenta una disperata fuga, ma viene bloccato. Sceso dal mezzo, cerca scampo nella scarpata sottostante, ma viene finito con una scarica di colpi.
Sul posto arrivano i colleghi del giudice assassinato; da Palermo anche l'allora procuratore aggiunto Giovanni Falcone, e da Marsala Paolo Borsellino. Per la morte di Rosario Livatino sono stati individuati i componenti del commando omicida e i mandanti, tutti condannati all'ergastolo. Secondo la sentenza, è stato ucciso perché "perseguiva le cosche mafiose impedendone l'attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l'espansione della mafia". Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la 'Tangentopoli siciliana' e aveva colpito duramente la mafia di Porto Empedocle e di Palma di Montechiaro, anche attraverso la confisca dei beni.

 

21 Settembre 1999 Foggia. Ucciso Matteo Di Candia, stava festeggiando il suo onomastico in un bar.
Era il 21 Settembre del 1999, stava festeggiando il suo onomastico brindando insieme con alcuni amici nel bar Elia, a Foggia, in via Giuseppe Fania, quando due killer hanno sparato all'impazzata una quarantina di colpi per colpire un pregiudicato seduto ad un tavolino all' esterno del locale.
Così Matteo Di Candia, 62 anni, di Foggia, è rimasto ucciso per caso. Il pensionato, il quale non era sposato e viveva con la madre, non si sarebbe accorto di nulla e, colpito, si è accasciato sul pavimento.

 

22 Settembre 1919 Prizzi (PA) Ucciso il sindacalista Giuseppe Rumore.
22 Settembre 1919 Prizzi (PA) Ucciso il sindacalista Giuseppe Rumore. "Fu grande sindacalista socialista. All'inizio del secolo XX il movimento dei contadini fu largamente influenzato e diretto dai socialisti, specie nella provincia di Palermo per le lotte dei contadini e il riscatto delle loro condizioni di vita. Giuseppe Rumore ricoprì la carica di segretario della sezione socialista e dei reduci di guerra. Mentre il partito era impegnato a livello nazionale nella polemica tra riformismo e massimalismo, i socialisti siciliani lavorano per la costituzione di una federazione agricola siciliana che nacque per l'appunto dal Convegno Enna del febbraio 1919. L'8 giugno 1919, la Federazione decise di aderire alla Confederazione generale del lavoro. Scopo essenziale di tutta quest'attività era per Rumore la costituzione di un unico fronte tra i lavoratori delle leghe e gli operai di Palermo contro i grandi gabelloti e i proprietari, per porre fine alle loro prepotenze ed iniziare una nuova era di giustizia sociale. Il 31 agosto 1919 si tenne a Prizzi un grande comizio, cui seguirono quelli di Palazzo Adriano e dei comuni vicini. I proprietari, preoccupati di perdere i loro antichi privilegi, non esitarono ad organizzarsi e spezzarono con una lunga serie di omicidi il movimento dei contadini. Giuseppe Rumore fu ucciso davanti alla sua abitazione, sotto gli occhi della moglie e della figlia di quattro anni."

 

22 Settembre 1946 Alia (PA). I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione restarono uccisi a seguito di un attentato alla Camera del Lavoro.
22 Settembre 1946 Alia (PA). I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione restarono uccisi a seguito di un attentato alla Camera del Lavoro.
"Nel 1946, esattamente il 22 settembre, mentre era in corso una riunione di contadini, nella casa del segretario della Camera del Lavoro ad Alia (Pa), per discutere delle possibilità di assegnare i feudi “Raciura” e “Vacco” alle cooperative di contadini, in seguito ai decreti Gullo, ignoti lanciarono bombe a mano all’interno della casa e poi spararono colpi di lupara. I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione morirono sul colpo, mentre altri 13 rimasero feriti.
I contadini stavano preparando l'occupazione dei feudi gestiti da gabellotti mafiosi. " (Liberanet.org)

 

23 settembre 1983 Palermo. Rosalia Pipitone, madre di un bimbo di quattro anni, venne fatta uccidere dal padre. Colpevole di voler dividersi dal marito, fu uccisa nel corso di quella che apparve come una rapina compiuta da balordi.
Il 23 settembre 1983 Lia Pipitone, una ragazza di Palermo di 25 anni, madre di una bambino di 4 anni, entra in una sanitaria e si dirige verso il telefono a gettoni. Finita la telefonata si ritrova davanti due malviventi col volto coperto che si sono fatti consegnare dal titolare 250mila lire, l’incasso della giornata. Ma anziché andarsene col bottino, aspettano che la giovane si avvicini al bancone. Uno dei due le spara alle gambe. Fa per andarsene, poi torna sui suoi passi. «Mi ha riconosciuto», urla due volte, prima di sparare altri quattro proiettili che uccidono Lia.
La rapina è solo una messinscena, racconteranno nel 2003 i pentiti Francesco Marino Mannoia e Francesco Onorato. Ad ordinare la morte di Lia è stato il padre, Antonino Pipitone, boss dell'Arenella, quartiere dove vivono, protetto dai corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Lia aveva comunicato al padre la sua volontà di lasciare il marito ed andare a vivere per conto suo, contravvenendo alle leggi della mafia.
Il giorno dopo l’omicidio di Lia viene trovato morto anche Simone Di Trapani, un lontano cugino con cui Lia aveva un rapporto speciale. Per Simone, Lia era la sorella che non aveva mai avuto. Lei diceva spesso che Simone era il marito ideale.
Morto dopo un volo dal balcone di casa sua. Un suicidio, si disse. In realtà, un’altra messinscena dei sicari della mafia che prima di spingerlo giù dal quarto piano, lo costrinsero a scrivere un biglietto: «Mi uccido per amore».
Antonino Pipitone verrà assolto in tutti e tre i gradi di giudizio. Non che non ci fossero abbastanza prove, ma quei pentiti, stabilirono i giudici, raccontavano fatti de relato, per sentito dire.
La storia di Lia è raccontata nel libro "Se muoio sopravvivimi" scritto dal giornalista Salvo Palazzolo insieme al figlio di Lia, Alessio.

 

23 Settembre 1985 Vomero (NA). Ucciso Giancarlo Siani, cronista del "Mattino", che aveva raccontato, con estrema cura e abilità, le guerre tra i clan camorristici.
Giancarlo Siani, 26 anni, giornalista del Mattino, fu assassinato dalla camorra il 23 settembre 1985 perché, attento e rigoroso nel suo lavoro, era deciso a conoscere fino in fondo il mondo della camorra e a portare alla luce ciò che di ignoto si nascondeva al suo interno e con i suoi articoli dava molto fastidio alle famiglie mafiose. Erano almeno in due gli assassini che gli spararono mentre era seduto nell'auto sotto casa, in Piazza Leonardo-Villa Majo nel quartiere Vomero di Napoli. Fu colpito 10 volte in testa da armi da fuoco 7.65mm.
Per chiarire i motivi che ne determinarono la morte e identificare mandanti ed esecutori materiali furono necessari 12 anni e le rivelazioni di tre pentiti.
Il 15 aprile del 1997 la seconda sezione della corte d'assise di Napoli ha condannato all'ergastolo i mandanti dell'omicidio (i fratelli Lorenzo, poi morto, e Angelo Nuvoletta, e Luigi Baccante detto Maurizio) e i suoi esecutori materiali (Ciro Cappuccio e Armando Del Core). In quella stessa condanna appare, come mandante, anche il boss Valentino Gionta. La sentenza è stata confermata dalla Corte di Cassazione, che però dispose per Valentino Gionta il rinvio ad altra Corte di Assise di Appello: si è svolto un secondo processo di appello che il 29 settembre del 2003 l'ha di nuovo condannato all'ergastolo, mentre il giudizio definitivo della Cassazione lo ha definitivamente scagionato per non aver commesso il fatto. (Tratto da wikipedia)

 

23 Settembre 1999 Ercolano (NA). Ucciso Marco De Franchis. Era andato a lamentarsi da un boss perché il figlio era stato pestato.
Marco De Franchis, un impiegato comunale di 45 anni è stato ammazzato ad Ercolano (NA), il 23 Settembre 1999, con quattro colpi di pistola allo stomaco. Quella sera carabinieri e poliziotti si guardarono in faccia ed ebbero l'impressione di essere di fronte a una storia difficile da decifrare. Tutto faceva pensare a un omicidio di camorra: la dinamica, la rapidità dell'azione, il tipo di arma usata. Tutto tranne la vittima: un tipo tranquillo, uno che campava con il suo stipendio, viveva in un'anonima palazzina di via Panoramica - una strada che a dispetto del nome non ha niente di panoramico. Ma un agguato alle undici di sera, con i killer che scappano su uno scooter dopo aver esploso più di mezzo caricatore e aver mandato a segno tutti i colpi, non è che faccia pensare a una questione passionale o roba del genere. Infatti, dopo che i carabinieri arrestarono i tre presunti assassini (21, 23 e 25 anni), tutti appartenenti alla cosca degli Ascione, quella che in paese era considerata la vincente, si è capito che anche stavolta c'entrava la camorra. Ma non per un regolamento di conti: De Franchis è stato ucciso perché, dopo che suo figlio era stato pestato in strada da un paio di "guaglioni" di un clan, lui era andato a protestare con il boss. E la sera si è trovato i killer sotto casa. C'entra la camorra e però c'entra anche la mentalità della vittima, che quando ha visto il suo ragazzo coperto di lividi, non ha pensato di rivolgersi alla polizia o ai carabinieri. Come se anche lui, che pure era una persona per bene, desse per scontato che la legge da quelle parti è appaltata ad altri. Esattamente come quelli che per liberarsi di un ladruncolo non ci hanno pensato su: si sono rivolti agli Ascione. (Tratto dal Corriere della Sera)

 

24 Settembre 1983 Palermo. Viene trovato morto Simone Di Trapani, un lontano cugino di Lia Pipitone, uccisa su ordine del padre il giorno prima in una finta rapina, con cui aveva un rapporto speciale. Un omicidio camuffato da suicidio.
Simone Di Trapani, lontano cugino di Lia Pipitone, era solo un amico del cuore, con cui Lia si confidava. Ma nel quartiere dove vivevano, l'’Arenella, ciò corrispondeva ad uno scandalo, e da lì a poco si diffuse la voce che i due fossero amanti. Per questo fu ucciso il 24 settembre 1983, il giorno dopo l'assassinio di Lia. Un pentito, Angelo Fontana, ha raccontato di due finti operai del gas che scaraventarono giù dal quarto piano Simone, ma soltanto dopo avergli imposto di scrivere una lettera in cui diceva di essersi suicidato per amore.

24 settembre 2004 Locri (RC). Muore in ospedale Massimiliano Carbone a seguito delle ferite riportate nell'agguato mafioso del 17 settembre. La famiglia ancora in attesa del riconoscimento della verità e di giustizia.
[...] Massimiliano Carbone, trentenne di Locri. Una storia limite, nel bene e nel male. Una storia rimossa dalla coscienza collettiva perché scomoda. Ma non dimenticata, grazie al coraggio e alla tenacia di una madre da anni in cerca di giustizia e verità, spesso sola e controcorrente.Tutti sapevano nel quartiere della storia di Massimiliano con quella donna più grande di lui. Le voci cir colano in fretta a Locri. Le visite frequenti in quella casa, solo e sempre quando il marito non c'era, erano più che una confessione. Ma in pochi avevano capito che il piccolo era proprio figlio di quel giovane uomo.
Non è più una questione di passioni, ma di scelte di vita. A venticinque anni, Massimiliano è pronto a fare la sua parte, ma la donna che ha dato al mondo il suo primo figlio (primo per Massimiliano ma non per la donna) tentenna. Il bambino glielo fa vedere in fugaci momenti rubati al menage familiare, nell'androne del palazzo dove abita. Anche la nonna Liliana Esposito ha il permesso di conoscere quel suo nipote segreto. Cercano di convincere la madre a dare al bambino il suo vero cognome, a lasciare tutto e a ripartire da zero. Ma come nelle peggiori fiction televisive, quella donna decide di continuare la propria vita e fare finta di nulla: forse è il prezzo che deve pagare per il suo adulterio, forse ha paura della reazione del marito. Resta quel bambino a testimonianza di un amore impossibile.
Il tempo passa, Massimiliano continua la sua vita, diventa presidente della cooperativa sociale Arcobaleno (che si occupa di affissione e lavaggio dei muri) e s'impegna nel mondo del volontariato. Vede suo figlio crescere, lo osserva da lonta [Massimiliano Carbone] no, lo incontra anche. Ha già cinque anni e gli assomiglia molto, troppo. La situazione diventa esplosiva quando Massimiliano decide di uscire allo scoperto: è pronto a rivendicare la paternità del piccolo [...] per via legale. Ma sarebbe uno smacco indelebile, e qualcuno decide di risolvere la pratica coi vecchi metodi. E' il 17 settembre del 2004 e come ogni venerdì sera Massimiliano veste scarpette e pantaloncini e con gli amici s'impegna in una sfida a calcetto. E' un appuntamento fisso, l'occasione migliore per colpirlo. Lo aspettano sotto casa. Uno fa la guardia alla via d'accesso e quida il killer, appostato dietro a un muretto che cinge il cortile interno del condominio. Gli basta salire su un masso per avere una visuale perfetta degli ultimi metri che conducono all'androne.
Massimiliano e il fratello arrivano in auto, superano il cancello, parcheggiano. Il bersaglio è a pochi metri, basta un solo colpo per ferirlo a morte. I pallettoni, esplosi da un fucile calibro 12 a canne mozze, si fanno largo sul fianco di quel ragazzone di trent'anni.
Attorno alle venti e venti l'arrivo in ospedale a Locri. Massimiliano ha perso molto sangue, lo operano d'urgenza per rimettere apposto l'arteria femorale. E' grave, ma può ancora farcela. Segue un secondo intervento, poi la situazione precipita e inizia una lenta agonia.
Muore la mattina del 24 settembre. Il suo ultimo pensiero è per quel figlio segreto, le sue ultime parole sono per strappare una promessa alla madre Liliana: "Ma', varditi u figghiolu". (Tratto da Dimenticati di Danilo Chirico e Alessio Magro Ed. Castelvecchi)

 

25 Settembre 1979 Palermo. Uccisi in un agguato mafioso il magistrato Cesare Terranova e Lenin Mancuso, Maresciallo P.S., suo collaboratore e guardia del corpo.
Il 25 settembre del 1979, verso le 8,30 del mattino, una Fiat 131 arriva sotto casa del giudice Cesare Terranova a Palermo per condurlo in ufficio. Il magistrato si pone alla guida della vettura; accanto a lui siede il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, al quale è stata affidata la sua protezione. L'auto imbocca una strada secondaria che trova inaspettatamente chiusa per "lavori in corso". A quel punto, alcuni killer affiancano l'auto e aprono il fuoco con una carabina Winchester e con delle pistole. Il magistrato ingrana la retromarcia nel tentativo di sottrarsi ai proiettili; il maresciallo Mancuso impugna la Beretta di ordinanza. Viene esplosa una trentina i colpi. Il giudice muore sul colpo, Mancuso poche ore dopo in ospedale.
Durante la sua attività di Giudice Istruttore a Palermo, Terranova seppe cogliere le metamorfosi che la mafia stava subendo nel suo divenire da agricola a imprenditrice, conquistando privilegi, commesse e licenze edilizie. Nei suoi scritti, il magistrato pone spesso l'accento sulla necessità di "leggi adeguate, polizia efficiente, giudici sereni" quali strumenti indispensabili nella lotta contro le mafie. Per Terranova non dovevano esistere "santuari inviolabili": "La mafia non è un concetto astratto, non è uno stato d'animo, ma è criminalità organizzata, efficiente e pericolosa, articolata in gruppi o famiglie e non c'è una mafia buona o cattiva perché la mafia è una sola ed è associazione per delinquere. E, tuttavia, è cosa diversa dalla comune delinquenza: è, per dirla come Leonardo Sciascia, un'associazione segreta che si pone come intermediazione parassitaria fra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato, con fini di arricchimento per i propri associati".
Solamente il 15 maggio del 2000 Salvatore Riina, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Pippo Calò, Nenè Geraci, Michele Greco (tutti i membri della Commissione mafiosa al momento del delitto) sono stati condannati all'ergastolo come mandanti dell'omicidio Di Terranova (Liggio era morto). Leoluca Bagarella, Vincenzo Puccio, Pippo Gambino, Ciccio Madonia, esecutori materiali. Dopo 25 anni, nel mese di ottobre 2004, la Corte di Cassazione ha confermato gli ergastoli per Totò Riina, Michele Greco, Nenè Geraci e Francesco Madonia. (Tratto da associazionemagistrati.it)


25 Settembre 1988 Canicattì (PA). Uccisi in un agguato mafioso il magistrato Antonino Saetta e il figlio Stefano
Antonino Saetta, Presidente della I Sezione della Corte d'appello di Palermo, fu ucciso, insieme al figlio Stefano, il 25 settembre 1988, sulla strada Agrigento-Caltanissetta, di ritorno a Palermo, dopo avere assistito, a Canicattì, al battesimo di un nipotino.
Nel 1985-86, fu Presidente della Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta ed è qui che si occupò, per la prima volta nella sua carriera, di un importante processo di mafia, quello relativo alla strage in cui morì il giudice Rocco Chinnici, e i cui imputati erano, tra gli altri, i "Greco" di Ciaculli, vertici indiscussi della mafia di allora, e pur tuttavia incensurati. Il processo si concluse con un aggravamento delle pene e delle condanne rispetto al giudizio di I' grado. Antonino Saetta fu poi nuovamente a Palermo, quale Presidente della I sez. della Corte d'Assise d'Appello. Qui si occupò di altri importanti processi di mafia, in particolare presiedette il processo relativo alla uccisione del capitano Basile, che vedeva imputati i pericolosi capi emergenti Vincenzo Puccio, Armando Bonanno, e Giuseppe Madonia.
Nel 1996 sono stati condannati all'ergastolo, dalla Corte d'Assise di Caltanissetta, per il duplice efferato omicidio, i capimafia Salvatore Riina, Francesco Madonia, e il killer Pietro Ribisi. La condanna, confermata nei successivi gradi di giudizio, è passata in giudicato.
Il movente dell'assassinio è stato ritenuto triplice: "punire" un magistrato che, per la sua fermezza nel condurre il processo Basile, e, prima, il processo Chinnici, aveva reso vane le forti pressioni mafiose esercitate; “ammansire” con un'uccisione eclatante, gli altri magistrati giudicanti allora impegnati in importanti processi di mafia; "Prevenire" la probabile nomina di un magistrato ostico, quale Antonino Saetta, a Presidente del cosiddetto Maxiprocesso d'appello alla mafia. (fonte Wikipedia)


25 Settembre 1998 Gioia Tauro (RC). Ucciso Luigi Ioculano, presidente di un'associazione e fondatore di un periodico locale, aveva preso posizione contro il nuovo piano regolatore e gli interessi della 'ndrangheta.
Luigi Ioculano nasce a Seminara (RC) il 27 Aprile del 1941 e trascorre la maggior parte della sua vita a Gioia Tauro, dove esercita la sua professione di Medico  e dimostra tutto il suo attaccamento alla gente gioiese cominciando ad interessarsi della vita pubblica. Fonda insieme a degli amici l’associazione “Agorà” e dal periodico di questa associazione inizia, il suo tentativo di valorizzare la cultura della legalità che si concretizza con la continua proposta di iniziative sociali e culturali convinto che attraverso questa sarebbe stato possibile fare riemergere i valori di giustizia e legalità tra la gente della sua città.
Contemporaneamente non perde occasione per denunciare pubblicamente le irregolarità che riscontra nella vita pubblica. Non si esprime  sottovoce ma scrive ed esprime il suo pensiero senza alcuna paura. Le sue denunce si scontrano, nella maggior parte dei casi, con gli interessi delle organizzazioni malavitose che controllano il territorio di Gioia Tauro.
Si interessa  delle questioni inerenti l’ospedale, alcuni appalti pubblici, il piano regolatore comunale e si oppone con forza alla costruzione del termovalorizzatore.
Fu ucciso la mattina del 25 Settembre 1998, mentre esce  per andare a lavorare nel suo studio, a pochi passi dalla sua casa di Gioia Tauro, quattro colpi di pistola, due al petto e due alla testa.
Il 20 Aprile del 2007, nel processo di primo grado, vengono  condannati all’ergastolo Peppe Piromalli, il boss della Piana e Rocco Pasqualone ritenuti rispettivamente mandante ed esecutore dell’omicidio.
La sentenza viene però ribaltata dalla Corte d’Assise d’Appello che il 19 giugno 2009 li assolve entrambi, e definitivamente affossata dopo che la Corte di Cassazione respinge il ricorso della Procura della Repubblica di Palmi dichiarando con una sentenza contraddittoria che erano giuste la causale e la richiesta per la imputabilita’ del Piromalli ma valutando troppo fragili gli ulteriori elementi che avrebbero dovuto dimostrare la partecipazione concreta del boss all’omicidio. (Fonte Libera Presidio Cuorghè "Luigi Ioculano")

 

26 Settembre 1978 Bolognetta (PA). Ucciso Salvatore Castelbuono. Vigile Urbano. Collaborava con i carabinieri di Bolognetta e il Reparto Operativo dell'Arma di Palermo nelle operazioni di ricerca dei latitanti corleonesi.
Salvatore Castelbuono, meglio conosciuto come Totò, vigile urbano di Bolognetta (PA), padre di 4 figli, il 26 settembre 1978 venne colpito a morte con 5 colpi di pistola p38 all’interno della sua autovettura in territorio del Comune di Villafrati, al confine con quello di Bolognetta, a una quindicina di chilometri da Palermo. Indossava la propria divisa.
"Era uomo che credeva nella legalità nel rispetto delle istituzioni e delle leggi, infatti, per l’attaccamento al genere di servizio che egli espletava, era strettamente legato ai carabinieri di Bolognetta e anche ai militari dell’ Arma di Palermo del reparto di polizia giudiziaria. Proprio a questi ultimi non aveva esitato a fornire preziose informazioni inerenti noti latitanti mafiosi. In quanto conoscitore del territorio e degli ambienti, egli riusciva a raccogliere, con meticolosità, notizie importanti che mai gli organi inquirenti ufficiali avrebbero potuto acquisire senza il suo contributo.
“Sempre ligio al proprio dovere – dice il figlio Antonio Castelbuono -, non ha fatto altro che obbedire ai suoi superiori e alla voce della sua coscienza con abnegazione e zelo in ogni circostanza, incurante di rischi e pericoli di qualunque genere. La conseguenza del suo leale modo di agire, purtroppo, ha decretato la sua condanna a morte”.
Non vi è dubbio che l’ipotesi più conducente al delitto sia da attribuirsi al proposito di vendetta di noti latitanti corleonesi del periodo, che orbitavano, anche, nel territorio di Bolognetta. Il delitto venne rivendicato al reparto Operativo dei Carabinieri di Palermo della Caserma Carini con una telefonata anonima."

26 Settembre 1988 Valderice (TP). Assassinato Mauro Rostagno, operava presso la comunità per tossicodipendenti Saman. Denunciava da una televisione locale le attività mafiose e le complicità di partiti e istituzioni.
Mauro Rostagno, sociologo e giornalista, muore il 26 Settembre del 1988, a 46 anni, a Lenzi di Valderice (TP), all'interno della sua auto, una Fiat Duna DS bianca, vittima di un agguato mafioso commesso da alcuni uomini nascosti ai margini della strada che gli spararono con un fucile a pompa calibro 12, che scoppiò in mano ad uno degli assassini, e una pistola calibro 38.
Mauro Rostagno fu uno dei fondatori del movimento politico Lotta Continua e della comunità socioterapeutica Saman e dalla metà degli anni ottanta lavora come giornalista e conduttore anche per l'emittente televisiva locale Radio Tele Cine (RTC). Attraverso la TV denuncia le collusioni tra mafia e politica locale: infatti, tra i tanti servizi giornalistici di denuncia del fenomeno, la trasmissione di Rostagno seguiva tutte le udienze del processo per l'omicidio del sindaco Vito Lipari, nel quale erano imputati i boss mafiosi Nitto Santapaola e Mariano Agate, che durante la pausa di un'udienza mandò a dire a Rostagno che «doveva dire meno minchiate» sul suo conto.
Il delitto mafioso fu la pista percorsa immediatamente dagli inquirenti: il capo della squadra mobile Calogero Germanà affermò che si trattava di un delitto tipicamente mafioso mentre il maggiore Nazareno Montanti, capo del Reparto operativo dei Carabinieri di Trapani, lo riteneva un omicidio commesso da dilettanti.
Negli anni successivi, l'indagine passò nelle mani di diversi magistrati che indagarono su piste alternative a quella mafiosa: infatti poco tempo prima di essere ucciso, Rostagno ricevette una comunicazione giudiziaria riguardo alle indagini sull'uccisione del commissario Luigi Calabresi ed avrebbe potuto accusare gli ex compagni di Lotta Continua di coinvolgimento nel delitto; anche in questo caso non si raccolsero prove certe.
La procura di Trapani, nel 1996, ipotizzò ancora che il delitto potesse essere maturato all'interno di Saman per spaccio di stupefacenti tra i membri della comunità, suscitando forti polemiche. Inviò mandati di cattura ad alcuni ospiti della comunità, individuati come esecutori materiali del delitto, a Cardella come mandante (che si rifugiò in Nicaragua) e alla Roveri, compagna di Rostagno, accusata di favoreggiamento; anche questa pista fu poi abbandonata.
Nel 1997 l'inchiesta passò alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, che acquisì le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia: secondo il collaboratore Vincenzo Sinacori (ex esponente di spicco della cosca di Mazara del Vallo), l'omicidio Rostagno era stato determinato dai suoi interventi giornalistici di denuncia che davano fastidio agli esponenti di Cosa Nostra della provincia di Trapani, i quali discussero la sua eliminazione in occasione di alcuni incontri tenutisi a Castelvetrano, a cui partecipò Sinacori stesso insieme ai boss mafiosi Francesco Messina Denaro (all'epoca rappresentante mafioso della provincia di Trapani), Francesco Messina (detto Mastro Ciccio, mafioso di Mazara del Vallo) ed altri; in seguito Sinacori apprese che Messina Denaro aveva dato incarico a Vincenzo Virga (capo della cosca di Trapani e del relativo mandamento) perché provvedesse all'uccisione di Rostagno.
Oltre alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, vennero acquisiti i risultati di una perizia balistica che accertò che Rostagno venne ucciso con lo stesso fucile impiegato per eliminare il poliziotto Giuseppe Montalto nel 1995 e per compiere altri omicidi di mafia nella provincia di Trapani; come esecutore materiale del delitto Montalto era già stato condannato in via definitiva Vito Mazzara, capo della cosca di Valderice e strettamente legato al boss Vincenzo Virga: per queste ragioni, nel 2009 venne inviato un mandato di custodia cautelare in carcere per Virga e Mazzara.
A Trapani, dal febbraio 2011, dopo 23 anni dall'uccisione del giornalista, è stato riaperto il processo per la morte di Rostagno.
Dopo 67 udienze, durante le quali sono stati ascoltati 144 testi ed effettuate quattro perizie, la Corte d'Assise di Trapani, presieduta da Angelo Pellino, il 16 maggio 2014, ha condannato all'ergastolo i boss trapanesi Vincenzo Virga e Vito Mazzara, accusati di essere rispettivamente il mandante e uno degli esecutori materiali del delitto Rostagno. (Fonte Wikipedia)


26 Settembre 1997 Bari. Scompare Luigi Fanelli, 19 anni, militare di leva, dopo aver affrontato pubblicamente degli affiliati del clan egemone di Carbonara
La notte di venerdì 26 settembre, Luigi Fanelli non ha fatto ritorno a casa. Ha 19 anni ed è  una recluta della Caserma Briscese di Bari. Quel giorno era in permesso. Alle 21 era uscito di casa avvertendo i suoi genitori che sarebbe tornato tardi, ma comunque in tempo per aiutare il padre, che di solito rientra all'alba dopo la pesca. Ha raggiunto alcuni amici in piazza e dopo un po' si è fatto accompagnare dal suo amico Luca al 'Ridemus', un'enoteca di Bari in Via Fanelli. Lì ha incontrato la sua ex fidanzata Fausta. Dopo un acceso litigio, l’ex fidanzata ha lasciato il locale. Luigi Fanelli è rimasto al Ridemus in compagnia di alcuni ragazzi fra cui Francesco, ex fidanzato di Fausta. Francesco e i suoi amici dicono di averlo visto allontanarsi a bordo di uno scooter Zip nero in compagnia di un individuo a loro sconosciuto. Da allora di Luigi Fanelli nessuno ha saputo più nulla. (Fonte: RAI "Chi l'ha visto").
Il colpevole, reoconfesso (collaboratore di giustizia), non potrà essere processato perché già assolto in via definitiva per l'omicidio.


26 Settembre 2008 Caserta. Restano uccisi Francesco Alighieri e Gabriele Rossi, Agenti P.S, durante l'inseguimento di una autovettura che non si era fermata all'Alt.
Il 26 settembre 2008, il vice sovrintendente della Polizia di Stato Gabriele Rossi e l'assistente capo Francesco Alighieri sono dislocati a guardia di un posto di blocco sulla strada statale tra Nola e Villa Literno. Quando un'autovettura non si ferma all'alt degli agenti, Gabriele e il collega Francesco non esitano ad inseguire il veicolo sospetto. Sono i giorni successivi alla strage di Castelvolturno, la tensione è alta, molti tra carabinieri e poliziotti sono stati richiamati da altre parti d'Italia per convergere sul territorio campano. L'imperativo era infatti quello di catturare i responsabili dell'eccidio. L'inseguimento è condotto a elevata velocità, un attimo, un errore nel controllo del veicolo e questo sbanda finendo, all'altezza della stazione ferroviaria di Albanova, contro un albero. Gabriele e Francesco moriranno dopo alcune ore dal ricovero.
A bordo dell'auto inseguita si trovava un 26enne di Qualiano, Sebastiano Maglione, il quale ha poi confessato di non essersi fermato perché alla guida di un mezzo sprovvisto di assicurazione e in quanto sotto effetto di stupefacenti.
L'11 maggio 2009 , in occasione della festa della Polizia sono state consegnate le Medaglie d'argento al valor civile alla memoria del Vice Sovrintendente Rossi e dell'agente scelto Alighieri. (Fondazion Pol.i.s.)

 

27 Settembre 1960 Lucca Sicula (AG). Ucciso Paolo Bongiorno, bracciante agricolo, segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, padre di cinque figli con uno in arrivo.
Paolo Bongiorno fu assassinato il 27 settembre del 1960 a Lucca Sicula (AG) dove risiedeva dal 1949.
Aveva 38 anni e lasciò cinque piccoli orfani, il più grande aveva 14 anni e il più piccolo 2. La moglie era in attesa di un altro bambino.
Bracciante agricolo, era Segretario della locale Camera del Lavoro (CGIL) ed era stato appena candidato nelle liste del PCI, al quale era iscritto dal 1946, per le elezioni, per il Consiglio Comunale, che si sarebbero tenute il successivo 6 novembre.
"Era benvoluto da tutti ma ad alcune “cricche” cominciava a dare fastidio. Reclamava più diritti sociali, un salario più alto, condizioni e orari di lavoro più dignitosi. In un paese e in un periodo in cui, di diritti, chi doveva, ne concedeva ben pochi. Dunque arrivò anche per Bongiorno il tempo della lupara. Due colpi alla schiena, i colpi di grazia della mafia. Perché chi doveva capire capisse".


28 settembre 1990 Gela. Giuseppe Tallarita, pensionato di 66 anni, fu ucciso per vendetta per essersi rifiutato di far pascolare sul suo terreno le pecore appartenenti ad un pastore poi divenuto killer della malavita
La tragedia di Giuseppe Tallarita e della sua famiglia ha un inizio lontano di oltre un decennio: in un giorno di primavera, quando, dopo aver terminato di lavorare all’Enichem di Gela, si recò nel proprio terreno, che all’epoca era seminato a grano. Giunto sul posto, vide un gregge che vi pascolava abusivamente e rimproverò il pastore, il quale, anziché scusarsi ed allontanare le pecore, reiterò il pascolo abusivo negli anni seguenti, anche quando nel terreno fu impiantato l’attuale uliveto. Col pastore vi fu un solo altro contatto, quando Giuseppe andò a trovarlo pregandolo di evitare di danneggiare le giovani piante d’ulivo. Né Giuseppe sporse mai denuncia nei confronti del pastore, pregato in tal senso da uno zio, che rimproverò aspramente il giovane. Dieci anni dopo, purtroppo, il giovane pastore diventa uno dei killer più spietati della malavita organizzata e capo degli stiddari del comprensorio di Gela e si dà alla latitanza. Un giorno, il 28 settembre 1990, ricostruito dalla sentenza definitiva di condanna dei colpevoli, durante lo spostamento da un covo all’altro, il pastore-killer si trova a passare dalla strada che costeggia la tenuta di Giuseppe, lo vede intento al lavoro al limite della strada e – ricordandosi dei rimproveri ricevuti  dà ordine a due sicari, che lo scortano, di ucciderlo. (Liberanet.org)




28 Settembre 1991 Reggio Calabria. Uccisi Demetrio Quattrone e Nicola Soverino. Il secondo ucciso solo per non lasciare testimoni.
La sera del 28 settembre 1991, tra gli aranceti di Villa San Giuseppe, a Reggio Calabria, vengono assassinati l'ingegnere Demetrio Quattrone e il medico Nicola Soverino.
"L'ingegnere Demetrio Quattrone ha 42 anni, una fama di professionista inflessibile, un importante incarico di funzionario all'Ispettorato provinciale del Lavoro dove coordina la delicata attività di controllo nei cantieri edilizi. Non meno impegnativo il suo compito di consulente tecnico presso i Tribunali di Reggio, Palmi e Locri. Ama le cose fatte bene. E' rigoroso, puntiglioso. Vive con la moglie Domenica Palamara e i tre figli - Rosa, Antonino e Maria Giovanna - nel mulino di proprietà del suocero ristrutturato tra gli agrumeti di Villa San Giuseppe, nella zona nord di Reggio Calabria. Ha da poco comprato un'auto nuova, una Bmw 520. Ma la sera del 28 settembre 1991, per le strade del quartiere, non la sta guidando lui perché ha mal di denti.
Al volante c'è Nicola Soverino, un medico di 30 anni che a Roma si è specializzato in omeopatia e a Reggio, dov'è nato e tornato, vive con i genitori nel rione Sbarre e presta servizio presso la guardia medica di Gallico. Sono amici da tempo, il medico e l'ingegnere. E, con la barba nera entrambi, si somigliano pure. Quando imboccano via Mulino, una stradina stretta e buia che in mezzo agli aranceti conduce a casa Quattrone, sbagliarsi è facile. I primi colpi di fucile caricato a pallettoni sono indirizzati tutti contro l'autista. Soverino resta fulminato al volante. Di aver sbagliato bersaglio i due killer lo capiscono quando l'ingegnere, tentando una disperata fuga, aprirà lo sportello del passeggero gettandosi a terra tra l'automobile e un muretto basso. I primi ad arrivare, dopo una telefonata allarmata della moglie di Quattrone che ha avvertito il rumore degli spari, lo troveranno disteso in quella posizione, ucciso a colpi di pistola 7,65.
In uno scritto rinvenuto tra le carte del professionista e dedicato al ruolo dell'industria delle costruzioni nell'assetto urbanistico, Quattrone analizza con spietata lucidità i guasti di un sistema - quello del boom edilizio a Reggio Calabria - fondato sullo sfruttamento dei "cottimisti", sull'abuso, sull'assoluto disprezzo di ogni regola. Al centro del sistema "il partito dei palazzinari", capaci, denunciava Quattrone, di manovrare l'attività dell'ufficio urbanistico del Comune". (Fonte Stopndrangheta.it)

 

28 Settembre 1992 Castellammare del Golfo (TP). Ucciso Paolo Ficalora, proprietario di un villaggio turistico. Si era opposto alle prevaricazioni mafiose.
Paolo Ficalora, capitano di lungo corso, venne ucciso dalla mafia il 28 settembre del 1992 e per lungo tempo la sua morte, rimasta senza colpevoli e movente, lasciò spazio a supposizioni e illazioni.
A raccontare i veri motivi del suo assassinio è stato, nel corso del processo, l’ex boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, collaboratore di giustizia. Ficalora fu vittima innocente di un agguato mafioso, concepito per punirlo per avere ospitato nel residence che gestiva, il superpentito di Cosa Nostra Totuccio Contorno, e per aver ‘osato’ tenere testa alla mafia, non piegandosi  dinanzi l’arroganza di chi, sentendosi Dio in terra, si fa padrone della vita e della morte di Uomini i cui valori e coraggio, possono essere annullati solo annegandoli nel sangue. Paolo Ficalora, del suo ospite ignorava l’identità che scoprì solo successivamente.
Morì, assassinato vigliaccamente dal mafioso Gioacchino Calabrò.
Nel 2002, la vedova Ficalora, che per anni si era battuta per ottenere giustizia per la morte del marito subisce anche un’intimidazione: su un tavolo della sua abitazione trova un mazzo di fiori e alcuni proiettili.
La Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha confermato la sentenza di condanna all’ergastolo per Calabrò, emessa in primo grado e condannato a dodici anni di reclusione con il rito abbreviato Giovanni Brusca. La sentenza ha trovato conferma definitiva in Cassazione nel 2004.
Al capitano Paolo Ficalora sono state intitolate quattro borse di studio. Il comune di Castellammare del Golfo, nel 2004, gli ha intitolato una strada. (Fonte: Lavalledeitempli.net)

 

29 Settembre 1981 Agrigento. Strage di San Giovanni Gemini. Restano uccisi Michele Cimminisi e Vincenzo Romano. Erano seduti in un bar vicino al vero obiettivo dell'agguato.
29 settembre del 1981 a San Giovanni Gemini (Agrigento), i killer che dovevano uccidere Calogero “Gigino” Pizzuto (l’uomo che secondo i pentiti era il numero 3 di Cosa Nostra dell’epoca, dopo Bontate ed Inzerillo), all’interno del bar Reina, colpiscono a morte anche due innocenti, Michele Ciminnisi e Vincenzo Romano. Quella sera, il gruppo di fuoco composto Gigi Garofano, Calogero Sala, Rosario Corsi, e Lillo Lauria (successivamente morti ammazzati), accompagnati in auto da Ciro Vara (divenuto poi collaboratore di giustizia), dovevano portare a termine la loro missione di morte, uccidendo quel Calogero Pizzuto, capo mandamento di Castronovo di Sicilia, che dopo la morte di Stefano Bontate, non si era presentato alla convocazione da parte di Michele Greco, firmando così la propria condanna nel corso di quella guerra di mafia che aveva visto contrapposti i corleonesi di Totò Riina e Provenzano, al gruppo di Stefano Bontate, Cristina e Badalamenti.


29 Settembre 1994 Mileto (CZ). Resta ucciso Nicholas Green, bambino statunitense di 7 anni, in vacanza in Italia con la sua famiglia.
Nicholas Green (Sonoma County, 9 settembre 1987 – Messina, 1º ottobre 1994) è stato un bambino statunitense, vittima a sette anni di un assassinio sull'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria nei pressi dell'uscita di Serre (vicino a Vibo Valentia) mentre era diretto in Sicilia con la famiglia.
L'automobile su cui viaggiava insieme ai genitori il 29 settembre 1994, una Autobianchi Y10, fu accidentalmente scambiata per quella di un gioielliere da alcuni rapinatori che tentarono un furto, degenerato poi in omicidio. Ricoverato al centro neurochirurgico del Policlinico di Messina, Nicholas morì qualche giorno dopo. Alla sua morte, i genitori autorizzarono il prelievo e la donazione degli organi: ne beneficiarono sette italiani, di cui quattro adolescenti e un adulto, mentre altri due riceventi riacquistarono la vista grazie al trapianto delle cornee.
L'evento fece molto scalpore perché all'epoca la donazione degli organi non era una prassi comune in Italia, e questo gesto contribuì a far aumentare gli episodi di donazione d'organi in tutto il Paese.
Dalla vicenda fu tratto un film per la televisione dal nome Il dono di Nicholas, con Jamie Lee Curtis ed Alan Bates.
In seguito alla donazione degli organi, i genitori del bambino ricevettero la medaglia d'oro al merito civile con la seguente motivazione: "Cittadini statunitensi, in Italia per una vacanza, con generoso slancio ed altissimo senso di solidarietà disponevano che gli organi del proprio figliolo, vittima di un barbaro agguato sull'autostrada Salerno - Reggio Calabria, venissero donati a giovani italiani in attesa di trapianto. Nobile esempio di umanità, di amore e di grande civiltà. Messina, 1º ottobre 1994."
Per il delitto di Nicholas Green vennero indagati e rinviati a giudizio nel 1995: Francesco Mesiano (di 22 anni) e Michele Iannello (di 27 anni), entrambi originari di Mileto (VV); nel 1997 furono assolti dalla corte d'assise di Catanzaro, mentre nel 1998 la corte d'assise d'appello di Catanzaro condannò Mesiano a 20 anni di reclusione e Iannello (in qualità di autore materiale dell'omicidio) all'ergastolo, sentenza poi confermata in Cassazione. I due si sono dichiarati sempre innocenti; Iannello, ex affiliato alla 'Ndrangheta, decise in seguito di collaborare con la giustizia confessando vari delitti ma professandosi sempre innocente riguardo al delitto del bambino americano, chiedendo la revisione del processo ed accusando suo fratello dell'omicidio. Un'inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia in base a tali dichiarazioni ha portato tuttavia ad un'Archiviazione del caso. (Wikipedia)

 

29 Settembre 2003 Villa Literno (CE) Ucciso Giuseppe Rovescio, 24 anni, per uno scambio di persona. Provò a fuggire insieme ad altri passanti terrorizzati, ma per i suoi capelli lunghi fu scambiato per un pregiudicato e brutalmente assassinato.
Giuseppe Rovescio viene ucciso a 24 anni per uno scambio di persona a Villa Literno, in Via Chiesa, da due sicari appartenenti al clan Tavoletta-Cantiello, gruppo nemico dei Bidognetti. Giuseppe viene scambiato dai sicari per un rivale a causa dei suoi capelli lunghi. Nell'agguato rimane ferito anche il fratello Simeone.
Nel 2008 vengono arrestati i responsabili della sparatoria: si tratta di Nicola Fiore e Massimo Ucciero.
Il 16 gennaio 2012 Fiore e Ucciero sono stati condannati all'ergastolo come esecutori materiali del delitto.
Il ricordo di Giuseppe non si è mai affievolito nella città di Villa Literno. Il giovane operaio faceva parte del comitato organizzatore del Carnevale liternese e proprio durante questo periodo ricorre, annualmente, il "Memorial Giuseppe Rovescio", torneo di calcio dedicato a bambini e ragazzi.
Nel 2012 in occasione della 2° edizione del premio Jerry Masslo si è tenuta una fiaccolata a Villa Literno per ricordare la morte del rifugiato sudafricano e di Giuseppe Rovescio, entrambi vittime innocenti del clan dei casalesi.
Giuseppe Rovescio è stato riconosciuto dal Ministero come "Vittima innocente della criminalità organizzata"
La storia di Giuseppe Rovescio è ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" apparso per Castelvecchi nel 2013.(Fondazione Pol.i.s.)

 

30 Settembre 1920 Petralia Soprana (PA). Uccisi Croce di Gangi e Paolo Li Puma. contadini e consiglieri comunali.
Croce Li Gangi e Paolo Li Puma, contadini nonché consiglieri comunali socialisti di Petralia Soprana, vengono uccisi a Petralia Soprana (PA), nella frazione Raffo, mentre ritornavano da una riunione della Lega Contadina il 30 settembre del 1920.

 

30 Settembre 1996 Varapodio (RC). Antonino (Nino) Polifroni, imprenditore, ucciso per non essersi piegato alle richieste di pagare il pizzo.
Il 30 settembre 1996 a Varapodio (RC), dopo una lunga scia di atti vandalici e attentati intimidatori, l’imprenditore Nino Polifroni viene assassinato per il suo ostinato “no” ai tentativi di estorsione mafiosa.
Nino, al momento del decesso, aveva 49 anni. Ha lasciato 6 figli: Bruno, Enzo, Leandro, Giampiero, Nicoletta e Danilo
L’impresa edilizia che aveva fondato tra mille sacrifici e che aveva suscitato l’interesse degli uomini dei clan è ora gestita da tre figli. La famiglia ricorda annualmente Nino Polifroni, vittima della criminalità organizzata, attraverso un concorso scolastico per il conferimento di 20 assegni di studio ad altrettanti studenti della scuola primaria e secondaria di primo grado di Varapodio.

 

 

 

e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

 

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Le Vittime che commemoriamo, mese: OTTOBRE PDF Stampa E-mail

 

1 Ottobre 1991 Careri (RC). "Nel triangolo dei sequestri" ucciso il pastore Giuseppe Rocca.
Giuseppe Rocca, pastore di Careri (RC),  trentasei anni, incensurato. La sua è una morte misteriosa. Lo hanno ucciso il 1° ottobre 1991 nella frazione di Natile con un colpo di pistola alla tempia. Una zona calda quella, nel cuore del triangolo dei sequestri. Un pastore che si muove col gregge in Aspromonte vede e sa, forse troppo.  (Tratto dal libro Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di Danilo Chirico e Alessio Magro  - Cap. IV Aspromonte, sola andata)

 

2 Ottobre 1978 Cesano Boscone (MI). Rapito Augusto Rancilio, 26 anni figlio di un imprenditore. Il suo corpo non sarà mai ritrovato.
Augusto Rancilio, 26 anni, architetto, italiano ma residente a Parigi, cosi come tutta la famiglia, secondogenito di un noto imprenditore italo-francese è stato rapito  il 2 Ottobre del 1978 a Cesano Boscone (MI), nella cintura industriale milanese.  Il padre, Gervaso, 85 anni, era ritenuto molto ricco per avere realizzato interi quartieri, zone e rioni, nel nostro paese e in Francia. Gervaso Rancilio  annunciò che non avrebbe potuto versare alcun riscatto perché tutte le imprese che facevano a lui capo erano sovvenzionate da banche e che, oltretutto, era indebitato con esse.
1993: la confessione fiume del boss Morabito Saverio, boss calabrese di Plati' trapiantato a Milano, consente piena luce anche su alcuni dei più clamorosi fatti di cronaca nera milanesi: Il sequestro di Augusto Rancilio si concluse subito tragicamente, il giovane architetto venne ucciso pochi giorni dopo perché tentava di fuggire dalla sua prigione a San Giorgio su Legnano.


2 Ottobre 1989 Taranto. Assassinato Giovanbattista Tedesco, ex carabiniere, capo vigilanza all'Italsider. Non aveva voluto sottostare alle imposizioni della Sacra Corona Unita.
Nella notte tra lunedì 2 e martedì 3 ottobre 1989, in un rione di Taranto, sotto la casa dove abitava, fu trovato, assassinato, il corpo di Giovanbattista Tedesco, appartenente all’Arma dei Carabinieri.Svolgeva servizio, come capo della vigilanza, all’ITALSIDER, dove allora lavoravano 12.000 persone.
Fu soppresso perché non aveva voluto sottostare alle imposizioni della Sacra Corona Unita che, alle acciaierie di Taranto, la facevano da padrone, come riportato nella Relazione della Commissione Antimafia, presieduta da Gerardo Chiaramonte, e stilata dal giudice Luciano Violante.
All’Italsider, cioè allo Stato, sempre stralciando dalla citata Relazione, si rubava in quattro modi:  con le sottofatturazioni delle tonnellate di acciaio che uscivano dallo stabilimento; con i materiali di scarto - e non -  che venivano portati alle discariche dove erano pronti i camion dei mafiosi a ritirarli; con le denunce per furti, circa 2 miliardi (dell’epoca) al mese, alle compagnie  assicuratrici, beneficiando del relativo risarcimento; con il Bilancio aziendale costantemente in perdita e il relativo intervento dei finanziamenti statali per il ripiano.
Giovanbattista Tedesco, persona onesta e sincera, inebriato dagli apprezzamenti dei dirigenti ai quali riferiva il suo operato e gratificato dai modesti aumenti salariali per i successi conseguiti sul lavoro, denunciò il sistema e pagò con la vita la sua onestà.

 

2 Ottobre 2003 Bari. Resta ucciso Gaetano Marchitelli, 15 anni, durante una sparatoria tra clan.
Gaetano Marchitelli, giovane studente di 15 anni, che lavorava in una pizzeria per pagarsi gli studi, è stato ucciso a Carbonara, periferia di Bari, il 2 Ottobre del 2003, da dei proiettili destinati a qualcun altro. «Colpevole  di trovarsi per lavoro nel luogo in cui si sarebbe dovuta consumare l’esecuzione di un altro uomo - il vero “colpevole” - secondo quelli che sono i perversi e disumani meccanismi del “regolamento di conti” delle organizzazioni criminali».

 

2 Ottobre 2008 Giugliano (NA). Ucciso Lorenzo Riccio, dipendente di una ditta di onoranze funebri il cui titolare, circa 15 anniprima, aveva "osato" testimoniare contro il boss Francesco Bidognetti.
Lorenzo Riccio è stato ucciso in un agguato a Giugliano, nel Napoletano. Lorenzo, 37 anni ed incensurato, era al lavoro in un'azienda di pompe funebri in via Oasi del Sacro Cuore, per la quale lavorava come ragioniere, quando i sicari hanno sparato diversi colpi d'arma da fuoco prima di allontanarsi. Riccio lavorarva per la ditta di pompe funebri 'Russo & c.'. Il titolare della ditta è stato testimone, agli inizi degli anni '90, in un processo contro elementi di spicco del clan dei Casalesi. Nell'agguato sono stati usati kalashnikov e pistole di diverso tipo. Le modalità dell'omicidio, almeno per la sua esecuzione, sono, secondo gli investigatori, di chiaro stampo camorristico. (Fondazione Pol.i.s.)

 

2 Ottobre 2008 Patti (ME). Si suicida Adolfo Parmaliana. Suicidio per mafia ma non solo.
Il 2 ottobre 2008 si ammazza in Sicilia Adolfo Parmaliana, cinquantenne professore di chimica industriale all’università di Messina, considerato uno dei massimi esperti internazionali nella ricerca delle nuove fonti di energia rinnovabile. All’impegno accademico Parmaliana ha unito per trent’anni un accanito impegno civile.
Iscritto giovanissimo al Pci, ha difeso le ragioni della legalità, della correttezza, del buongoverno nella sua piccola patria, Terme Vigliatore, un paesino che si trova a pochissimi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto, zona franca dei grandi boss di Cosa Nostra, da Santapaola a Provenzano, fondamentale snodo del Gioco Grande, lì dove confluiscono e s’intrecciano mafia, massoneria, alta finanza, pezzi rilevanti delle Istituzioni. Così il piccolo professore amante dei libri, dei vestiti eleganti, della Juve e idolatrato dai suoi allievi diventa, quasi a sua insaputa, un testimone scomodo da zittire, soprattutto dopo che le sue denunce hanno portato allo scioglimento del Comune di Terme per infiltrazioni mafiose. Emarginato dal suo stesso partito, subisce la vendetta di quel Partito Unico Siciliano che lui per anni ha indicato quale connivente con il peggio della società. Il suicidio, spiegato da una terribile lettera d’accusa alla magistratura locale, appare, allora, l’unico strumento per non darla vinta ai persecutori e riaffermare la superiorità del Bene sul Male. (Tratto dalla recensione del libro Io che da morto vi parlo Passioni, delusioni, suicidio del professor Adolfo Parmaliana di Alfio Caruso Ed. Longanesi)

 

3 Ottobre 1920 Noto (SR) Assassinato Paolo Mirmina, sindacalista.
Paolo Mirmina era un sindacalista molto attivo nelle lotte per le terre siciliane, venne assassinato dai sicari di Cosa Nostra a Noto, in provincia di Siracusa, il 3 ottobre del 1920. Da sempre si era scontrato con i poteri forti della mafia siciliana che mal tolleravano il suo impegno a favore dei lavoratori e dei contadini locali.

 

3 Ottobre 1951 San Martino di Taurianova (RC). Muore Domenica Zucco, 3 anni, dopo 23 giorni di agonia. Vittima innocente di un attentanto contro il padre.
Domenica Zucco, 3 anni, muore dopo 23 giorni di agonia il 3 ottobre del 1951 a San Martino di Taurianova (RC).Vittima innocente di un attentato contro il padre. "E' la sera dell'11 settembre 1951 che si consuma la tragedia a San Martino di Taurianova.Il bracciante Domenico Zucco è stato coinvolto l'anno prima nell'omicidio di Girolamo Fedele, fatto fuori nella piazza principale del paese. L'istruttoria si è conclusa con l'assoluzione per insufficienza di prove. La lupara supera gli ostacoli che bloccano la giustizia ordinaria: il fratello dell'ucciso, Vittorio Fedele, decide di fare da sé. Quella sera l'occasione è buona, i vicini non sono una problema e neanche la presenza delle bambine, Domenica e la sorellina Maria, ferma l'assassino. Il fucile fa centro da dieci metri di distanza, ma anche le piccole sono ferite gravemente. Domenica Zucco, colpita all'addome, morirà il 3 ottobre 1951, dopo ventiquattro giorni di agonia." (tratto da Dimenticati Vittime della 'ndrangheta di Danilo Chirico e Alessio Magro)

 

5 Ottobre 2008 Casal Di Principe (CE). Ucciso Stanislao Cantelli. Ucciso perché era lo zio di un pentito di camorra.
Stanislao Cantelli fu ucciso a Casal Di Principe (CE) il 5 Ottobre 2008. Lavorava in un caseificio: tagliava la mozzarella. Da poco era andato in pensione per problemi di salute, dopo aver cominciato ben presto a lavorare, essendo rimasto orfano di padre a otto anni, con una famiglia numerosa alle spalle. Era incensurato. Suo cognato aveva sposato la sorella del boss Francesco Bidognetti, alias “Cicciotto ‘e mezzanotte”. Ma non è stata questa parentela a procurargli la morte. Bensì il fatto di essere lo zio dei pentiti Alfonzo e Luigi Diana. Tre anni prima Stanislao aveva rinunciato alla protezione. La vendetta della camorra non si è fatta attendere.

 

6 Ottobre 1980 Bovalino (RC). Rapito Silvio De Francesco, farmacista 70enne, muore nel tragitto per l'Aspromonte.
Silvio De Francesco, un nobile di origini napoletane, ha la sfortuna di abitare a Bovalino (RC), il paese dei sequestrati.Lo prendono la sera del 6 ottobre dell'80 a casa sua. Ha settantasei anni. Troppo vecchio per reggere la fatica della marcia sui monti. Arranca, non riesce più a respirare e si lascia andare in un fossato durante il trasferimento alla cella preparata per lui in Aspromonte. Lo abbandonano lì, senza vita, dove verrà ritrovato il 13 ottobre. Ci sono un cadavere da seppellire, una tomba da onorare, ma nessun indizio concreto. (Dimenticati di D. Chirico e A. Magro)

 

7 Ottobre 1976 Grotteria (RC). Rapito Vincenzo Macrì, famacista di 76 anni. Il suo corpo non sarà mai ritrovato.
Il farmacista Vincenzo Macrì (76 anni) viene rapito a Grotteria il 7 ottobre del 1976. Viaggiava a bordo della sua Alfa Romeo Giulietta, insieme alla moglie Iolanda Marvasi e alla figlia Maria Carmela. Lungo la statale 281 i affianca un'auto, a bordo quattro banditi armati di pistola e mitra, c'è l'ordine di fermarsi. I sequestratori prelevano Macrì e poi abbandonano i due mezzi a qualche chilometro di distanza. Arriva la richiesta di riscatto: un miliardo. Dopo poco più di un mese viene individuata la prigione, ma il professionista non c'è. Non sarà più ritrovato.

 

7 Ottobre 1982 Avellino. Elio Di Mella, giovane Carabiniere, ucciso mentre tentava di opporsi alla liberazione di un detenuto.
Elio Di Mella era un giovane carabiniere in servizio, da circa due anni, presso la caserma dei carabinieri di Campobasso. Il 7 ottobre 1982 sull'autostrada Napoli-Bari, in prossimità dell'uscita Avellino-Est, un commando di otto uomini su tre auto (una Ritmo color nocciola, una Alfetta e una Ford Fiesta) blocca il furgone Peugeot blindato nel quale era custodito Mario Cuomo, pregiudicato della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Il detenuto, da quattro mesi nel carcere di Campobasso, stava per essere trasportato ad Avellino dove sarebbe dovuto comparire davanti ai giudici per l'imputazione di concorso in omicidio. Cinque uomini costrinsero due carabinieri, minacciando con pistole e fucili, a cedere le armi, a scendere dal mezzo e a distendersi a terra. Un colpo di pistola venne esploso nella parte posteriore del blindato contro lo sportello destro, dove Elio Di Mella, accanto al detenuto ne manteneva le catene. Il carabiniere non si lasciò intimorire e, colpito con il calcio di una pistola, continuò a trattenere Cuomo fino a quando, un uomo del commando lo colpì mortalmente con un proiettile alla testa. Elio Di Mella lasciò la giovane moglie ed un figlio di soli tre anni. (Wikipedia)

 

7 Ottobre 1986 Palermo. Claudio Domino, 11 anni, fu ucciso con un colpo di pistola inferto in fronte a bruciapelo.
Claudio Domino, 11 anni, era il figlio di un dipendente della Sip. Il padre era anche titolare di un’ impresa che gestiva in appalto i lavori di pulizia dell’aula bunker. Fu assassinato vicino alla cartolibreria gestita dalla madre.
Un giovane in moto e con il volto coperto da un casco chiamò il bambino per nome, mentre stava giocando e, dopo averlo avvicinato, gli puntò la pistola in fronte sparandogli a bruciapelo. Claudio sarebbe stato ucciso perché aveva visto confezionare alcune dosi di eroina in un magazzino. (Liberanet.org)

 


7 Ottobre 1991 Grotteria (RC). Rapito Pasquale Malgeri, medico in pensione (71 anni), mai ritrovato.

Il dottor Pasquale Malgeri e' stato sequestrato il 7 ottobre 1991 nella sua proprieta' di Pirgo, una frazione di Grotteria, nella Locride. Si trovava in compagnia della moglie Anita Niutta quando all' improvviso cinque uomini, incappucciati e armati, immobilizzarono l' anziano professionista, spingendolo dentro la sua autovettura, una Renault 5, con la quale i banditi si sono poi allontanati dopo aver legato con dei lacci la moglie. A dare l'allarme fu un colono dei Malgeri che si trovava a poca distanza dal luogo del rapimento a raccogliere della frutta. Il suo corpo non sarà mai ritrovato.



8 Ottobre 1983 Cinisi (PA) Salvatore Zangara resta ucciso da una raffica di proiettili destinati al capomafia del paese.
Cinisi, 8 Ottobre 1983. Salvatore Zangara, 52 anni, sposato e padre di tre figli, titolare di un laboratorio di analisi, segretario locale del P.S.I.  Per caso si trovava a passare nel luogo dell’agguato.  La raffica di proiettili destinati al capomafia di Cinisi raggiunsero lui e altre due persone che rimasero gravemente ferite.
L’omicidio di Salvatore Zangara è rimasto impunito. Non sono mai stati individuati mandanti ed esecutori dell’attentato.
Nel 1987 Salvatore Zangara fu riconosciuto vittima innocente della mafia.

 

8 Ottobre 1986 Messina. Resta uccisa Nunziata Spina, 35 anni, in un regolamento di conti, mentre era ricoverata in ospedale.
Nunziata Spina, 35 anni, è ricoverata nel reparto di fisioterapia dell'ospedale di Ganzirri (Messina). Alle ore 22,00 dell'8 ottobre 1992 si trova in una saletta del nosocomio insieme ad un ragazzo di 13 anni e con un altro ricoverato, Pietro Bonsignore di 21 anni. All'improvviso due uomini fanno irruzione nel locale e cominciano a sparare all'impazzata contro il Bonsignore che tenta invano di ripararsi dietro le sedie. Un colpo vagante raggiunge la donna alla tempia sinistra. Nunziata Spina crolla ai piedi del ragazzo che rimane inebetito per lo shock. Gli assassini non si fermano qui: prima di allontanarsi danno al Bonsignore il colpo di grazia. Per la donna che dà ancora deboli segni di vita è tutto inutile. I medici non riescono a salvarla.

 

8 Ottobre 1998 Caccamo (PA) Ucciso il sindacalista Domenico (Mico) Geraci.
Domenico Geraci, detto Mico, sindacalista della Uil, venne ucciso l'8 ottobre del 1998 a Caccamo, una cittadina in provincia di Palermo definita da Giovanni Falcone "la Svizzera della mafia". Il suo omicidio resta ancora avvolto nel mistero e senza responsabili, anche se il capomafia di Caccamo, Nino Giuffrè, collaboratore di giustizia, ha dichiarato ai magistrati che la condanna a morte sarebbe stata decisa perché Geraci aveva girato le spalle alla vecchia Dc, avvicinandosi al centrosinistra, in particolare al deputato diessino Beppe Lumia.Il pentito ha rivelato nell'ottobre 2002 particolari sul delitto, e i magistrati riaprirono le indagini iscrivendo nel registro degli indagati i nomi di Bernardo Provenzano e Benedetto Spera. Ad assassinare Geraci, secondo il pentito Giuffrè, sarebbe stato un sicario a volto scoperto della famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno, zona controllata dal boss Spera. L'agguato, sempre secondo il collaboratore di giustizia, venne effettuato senza il suo consenso, e pure vicino all'abitazione in cui viveva la sua famiglia. Una sorta di "segnale" che Provenzano e Spera avrebbero voluto inviare al capomafia che si era opposto per due volte all'omicidio. Ma le dichiarazioni di Giuffrè non sono state sufficienti per portare a giudizio le persone sospettate dell'omicidio, così il caso e' stato archiviato. (Antimafiaduemila.com)

 

8 Ottobre 2007 Sant'Antimo (NA) Ucciso Francesco Gaito, titolare di una tabaccheria, in un tentativo di rapina.
Francesco Gaito, un tabaccaio di sant'Antimo (NA), è stato ucciso durante un tentativo di rapina. La vittima è stata ammazzata nella piazza della cittadina mentre stava andando a piedi in banca per depositare settemila euro. Il tabaccaio era appena uscito dal suo negozio, in piazza Matteotti, quando è stato affrontato da due malviventi quasi a metà strada tra la tabaccheria e la banca, un percorso di circa duecento metri. Gaito ha reagito, e uno dei due lo ha ammazzato con un colpo di pistola. Gli aggressori, giovani e a volto scoperto, sono fuggiti a piedi senza portare a termine la rapina: la somma di denaro è stata trovata dai carabinieri sul cadavere del tabaccaio. Ad oggi l'omicidio di Francesco Gaito è ancora senza colpevoli.

 

9 Ottobre 1988 Gela. Ucciso Giuseppe Failla, 50 anni, gestore da tre anni di un bar, probabile vittima del racket.
Il corpo del barista Giuseppe Failla, 50 anni, è stato trovato a terra dietro il bancone del bar in via Cadorna, una traversa tra il centrale corso Vittorio e il municipio. Failla originario di San Cataldo - un paese in provincia di Caltanissetta - aveva rilevato la gestione del bar da tre anni. L'ipotesi degli investigatori fu che il commerciante non avesse voluto sottostare al ricatto del «pizzo» e per questo sarebbe stato punito con la morte.

 

 

10 Ottobre 1980 Cittanova (RC). Uccisi Giuseppe Giovinazzo e Girolamo Galasso. Probabili testimoni scomodi.
IL muratore Giuseppe Giovinazzo, 26 anni, di Cittanova, fu ucciso il pomeriggio del 10 0ttobre del 1980, mentre in compagnia di Girolamo Galasso, si stava recando in campagna per prendere una pizza da mangiare con gli amici. Ma i due non arriveranno mai a destinazione. Furono trovati qualche ora dopo, uccisi a colpi di fucile, in contrada Vatone, a bordo dell’auto di Galasso. Il loro omicidio, considerato che i ragazzi erano totalmente estranei ad ambienti malavitosi e anzi, erano molto conosciuti in paese e apprezzati per la loro dedizione al lavoro e alla famiglia, destò grande sorpresa e commozione. Secondo gli investigatori dell’epoca, i due assistettero casualmente a qualcosa che li rese dei testimoni scomodi. La loro morte, ancora oggi, è avvolta da un fitto mistero. (foto di Giuseppe Giovinazzo ed articolo da quotidianodelsud.it)

 

 

10 Ottobre 1892 Mezzojuso (PA). Ucciso Francesco Gebbia, consigliere comunale del paese.
Francesco Gebbia era un consulente legale, Consigliere comunale di opposizione del Comune di Mezzojuso (PA), fu assassinato nella piazza del paese a fucilate il 10 ottobre del 1892. (Wikipedia)

 

10 Ottobre 1990 Caltagirone (CT). Assassinato Giuseppe Aiello, 12 anni, testimone dell'omicidio del pastore per cui lavorava.
Giuseppe Aiello, un bambino di dodici anni, di Caltagirone (CT) nel tempo libero dalla scuola, per aiutare la famiglia, andava a lavorare in campagna da un pastore, Giacomo Grimaudo, con precedenti penali per abigeato. Era l'8 ottobre del 1990. L'agguato è scattato intorno alle 18,30 in contrada Racineci, dove Grimaudo possedeva un ovile nel quale erano radunate le sue ottocento pecore. Una mandria imponente che era stata ingrandita recentemente. Il pastore, aiutato dal ragazzetto, aveva completato il raduno degli animali e si era appena dedicato alle operazioni di mungitura. Gli assassini sono arrivati silenziosamente alle spalle, cogliendolo di sorpresa. Un attimo per prendere la mira e poi si e scatenato l'inferno. Grimaudo è stato colpito alla schiena e al torace da numerosi colpi di 7’65 che lo hanno fulminato mentre si trovava chino sulle bestie per la mungitura. Poi i colpi al piccolo Giuseppe, almeno sei, alcuni dei quali alla testa. Un particolare questo che eliminerebbe ogni dubbio sulla volontarietà dell'uccisione del pastorello.Grazie alla testimonianza di un altro ragazzo, quindicenne, che lavorava anche lui con il pastore,  riuscito a salvarsi soltanto perché non era stato visto, sono stati arrestati i due sicari.

 

10 Ottobre 2006. Quarto (NA). Enrico Amelio, imprenditore di Gaeta (LT), morì per una pistolettata ad una femorale. Fu gambizzato per dare "un segnale" ad un parente che aveva osato intromettersi in un affare a cui era interessato un capoclan della zona.
Enrico Amelio, imprenditore di Gaeta (LT), stava andando a trovare un parente di Quarto (NA). Ad un tratto, mentre camminava lungo Corso Italia,  due uomini in sella a una moto lo affiancarono. Il passeggero sparò un colpo di pistola e lo ferì a una gamba. Poco dopo, appena soccorso e caricato a bordo dell'ambulanza, Enrico morì: la pallottola aveva reciso la femorale.Doveva essere una lezione, una gambizzazione. Si trasformò invece in omicidio.
Dalle indagini è emerso che Enrico Amelio fu ucciso perché un suo zio materno era intenzionato ad acquistare alcuni fondi in via Marmolito, nella zona quartese a tutti nota come la Macchia, sui quali anche il capoclan della zona aveva mostrato interesse. Era un affare da tre milioni di euro e non si poteva permettere che altri si intromettessero.

11 Ottobre 1980 Napoli. Ucciso Ciro Rossetti, giovane operaio dell'AlfaSud
L'11 ottobre del 1980 a San Giovanni a Teduccio, quartiere del napoletano, viene ucciso Ciro Rossetti, giovane operaio dell'Alfasud.  Ciro si è recato a casa della madre con la moglie ed i suoi due figlioletti per assistere con i suoi parenti alla partita di qualificazione ai mondiali Italia-Lussemburgo. Secondo la ricostruzione della polizia, l'operaio, uditi alcuni spari, si sarebbe subito precipitato alla finestra. Passava di lì un'Alfasud con a bordo almeno 3 persone. Una di queste, con il braccio proteso fuori dal finestrino anteriore destro, impugnava una pistola da cui sarebbero stati esplosi almeno quattro colpi, a distanza di pochi secondi l'uno dall'altro, uno dei quali ha ferito all'anca Ciro Sorrentino e ucciso il giovane Rossetti, padre di due bambini, che con la malavita della zona non aveva nulla da spartire. (Fondazione Pol.i.s.)

 

11 Ottobre 1983 Carinola (CE). Ucciso Ignazio De Florio, 24 anni, agente di custodia del locale carcere, senza un motivo.
Ignazio De Florio -  nato a Apice (BN) il 13/02/1959 - era un Agente del Corpo degli Agenti di Custodia in servizio presso la Casa di Reclusione di Carinola (CE). L'11 ottobre 1983 veniva fatto segno di un attentato, riconducibile a fatti commessi per il perseguimento delle finalità delle associazioni di cui all'art.416/bis C.P., mentre ritornava a casa dopo essere smontato dal servizio. Prontamente soccorso, cessava di vivere durante il trasporto in Ospedale. Riconosciuto "Vittima del Dovere" ai sensi della Legge 466/1980 dal Ministero dell'Interno.

 

11 ottobre 1983 Ucciso in un agguato Franco Imposimato. Una vendetta trasversale nei confronti del fratello, l´allora giudice istruttore Ferdinando che stava indagando su Cosa nostra e Banda della Magliana.
Franco Imposimato Ucciso a Maddaloni (CE). Una vita normalissima la sua, divisa tra il lavoro, come impiegato della CGIL alla FACE Standard e la vita familiare: Franco è sposato, ha una moglie e due figli, il maggiore Giuseppe e il più piccolo Filiberto. Suo fratello è Ferdinando Imposimato, giudice che conduceva delicate indagini riguardanti la Banda della Magliana. Questo la Camorra non l’ha perdonato. Franco è stato vittima di un attentato trasversale, portato a termine da una connection tra Mafia e Camorra. Lo scopo era quello di intimidire suo fratello, il giudice. L’uccisione avvenne l’11 ottobre del 1983, mentre era in macchina con la moglie e il cane. L’auto venne affiancata da tre sicari a bordo di una Ritmo 105, furono sparati diversi colpi: Franco morì subito, con undici proiettili. La moglie venne invece ricoverata d’urgenza in ospedale: colpita da due proiettili, riuscì a sopravvivere. Una telefonata ricevuta dall’ANSA, il giorno dopo l’omicidio, smentì l’ipotesi che la colpa fosse da attribuire alle Brigate Rosse. Una voce anonima, infatti, disse: “è stato ucciso il fratello del giudice boia”. Indagini successive scoprirono il mandante dell’omicidio, Pippo Calò, che ordinò l'uccisione di Imposimato chiedendo aiuto ai "cugini" del clan dei Casalesi. Il nome dello stesso Imposimato compare infatti nel processo Spartacus, che condannò Calò all’ergastolo in via definitiva. (19luglio1992.com)

 

11 Ottobre 2009 Serra San Bruno (VV). Scompare Pasquale Andreacchi, 18 anni. Ritrovano il suo corpo fatto a pezzi.
Pasquale Andreacchi ucciso a Serra San Bruno (VV). Aveva compiuto 18 anni da neanche un mese quando cadde vittima della barbarie che lo ha strappato, poco più che bambino, alla sua famiglia. Poco prima, per festeggiare il suo ingresso nella maggiore età, Pasquale si era fatto un regalo, un cavallo. Si chiamava Joe, ed insieme allo stallone Hidalgo, e ad altri, era la sua vera ragione di vita. La sua unica smisurata passione. Non era riuscito ancora a pagarlo, quel cavallo, poiché aspettava un assegno che tardava ad arrivare. L'aveva acquistato da un pregiudicato del luogo, che per il mancato pagamento pare abbia minacciato più volte Pasquale e i suoi familiari. L'11 ottobre 2009 il 18enne scompare nel nulla. Ci sono alcune testimonianze che poi vengono ritrattate. C'è omertà, c'è paura. La sorte di Pasquale sembra segnata. In molti lo capiscono sin da subito, ma dovranno passare due mesi, tra ricerche vane e indagini che si riveleranno quantomeno lacunose, per avere la conferma della tremenda fine toccata a quel bambinone timido e schivo alto quasi due metri. Il 9 dicembre viene trovato, in un cassonetto, un teschio umano con un foro di proiettile in fronte. Il 27 dicembre, poco distante dal cassonetto, un cacciatore trova altri resti: frammenti ossei e vestiti, ci sono anche i suoi documenti. Gli ultimi dubbi svaniscono, il dna conferma che si tratta di Pasquale. I funerali vengono celebrati 5 mesi dopo: lungaggini dovute agli esami scientifici sui resti ossei, un'investigazione lunga che però non produrrà risultati. Il luogo del ritrovamento non viene isolato come si dovrebbe; i rilievi scientifici, che nell'immediato avrebbero potuto raccontare molto, non vengono effettuati. La pista che si segue è sempre quella della compravendita del cavallo, ma non porta a nulla di concreto. (ilvizzarro.it)

 

12 Ottobre 1983 Lamezia Terme. Rapito Giuseppe Bertolami, florovivaista di 58 anni.
Giuseppe Bertolami, rapito la sera del 12 ottobre 1983, all’età di cinquantotto anni.  Originario della Sicilia, viveva da anni in Calabria dove, nella provincia di Lamezia Terme, aveva aperto insieme al fratello l’attività di florovivaista, dando lavoro a qualche centinaio di persone. Non è molto in salute pertanto la famiglia avvia fitti negoziati per cercare di abbassare la cifra, iniziale di quattro miliardi, a cui non possono far fronte. Le trattative proseguono, tra lunghi silenzi e lettere che provano l'esistenza in vita dell'ostaggio, fino ad aprile dell'anno nuovo, poi più nulla. Nonostante i ripetuti appelli della famiglia il corpo non è mai stato ritrovato.

 

12 Ottobre 1992 Palermo Serafino Ogliastro, ex poliziotto e all’epoca venditore di auto, scompare nel nulla.
Serafino Ogliastro, ex agente della polizia di stato, ucciso a Palermo, il 12 ottobre 1992, da Salvatore Grigoli con il metodo della lupara bianca. I mafiosi di Brancaccio sospettavano che Ogliastro nell'ambito del suo lavoro fosse venuto a conoscenza degli autori dell'omicidio di un mafioso, Filippo Quartararo. Al processo, Grigoli si autoaccusò dell'omicidio indicando altri 7 complici.
«Mio fratello lo abbiamo cercato ovunque, speravamo in un colpo di testa. Ci rivolgemmo persino a Chi l’ha visto? e, la sera della trasmissione, gli assassini di Serafino seguirono la televisione sganasciandosi dalle risate. Grigoli lo racconta nei suoi verbali. Certo, è stato lui a rivelarci la fine di mio fratello, che quel giorno verso la 13 si recò nell’autosalone dove c’erano Grigoli, Spattuzza e gli altri. La mafia riteneva che Serafino fosse venuto a conoscenza dell'identità dell'assassino del boss Quartararo. Lo interrogarono con i metodi che usa la mafìa, torturandolo. Lo strangolarono in sei e alla fine lo caricarono su una 127 andandolo a seppellire non sa dove».

 

12 Ottobre 1996 Giugliano (NA). Resta uccisa Concetta Matarazzo, 37 anni casalinga, in un incidente provocato da una imboscata tra malavitosi.
Giugliano (NA) 12 Ottobre 1996. Ha avuto una sola "colpa", Concetta Matarazzo: trovarsi a passare in auto sulla statale domitiana mentre due malviventi venivano massacrati durante un inseguimento sulla corsia opposta della strada. La macchina con i due malviventi e' sbandata, travolgendo il guard rail e finendo per schiantarsi contro la vettura su cui la donna, una casalinga di 37 anni, viaggiava assieme ad un amico. Concetta e' morta all' istante.

 

12 Ottobre 1999 Fasano (BR). Anna Pace, di 62 anni, resta vittima di uno scontro con un furgone carico di sigarette di contrabbando lungo la strada statale.
12 ottobre 1999. Anna Pace, di 62 anni, resta vittima di uno scontro con un furgone carico di sigarette di contrabbando lungo la strada statale tra Fasano (BR)e Locorotondo. Altre tre persone rimangono ferite nell'incidente.

 

13 ottobre 1992 Porto Empedocle (AG) . Ucciso Pasquale Di Lorenzo, sovrintendente di Polizia Penitenziaria presso il carcere di Agrigento
Pasquale Di Lorenzo era un sovrintendente di Polizia Penitenziaria, prestava servizio nel carcere di Agrigento e, in assenza del comandante, svolgeva le funzioni di reggente. Di Lorenzo era conosciuto come “persona dotata di forte carattere, non incline a compromessi e considerato dai detenuti un duro”, consapevole della delicatezza che il suo ruolo richiedeva in un istituto penitenziario con una forte presenza di detenuti per reati di mafia. Il 13 ottobre 1992 fu ucciso con quattro colpi d’arma da fuoco mentre si trovava in campagna, in contrada Durruelli di Porto Empedocle, dove possedeva un appezzamento di terra. Il collaboratore di giustizia Alfonso Falzone, autoaccusatosi del delitto, al processo celebrato nel 1999 presso la Corte d’Assise di Agrigento  svelò il movente, fece i nomi dei mandanti e il nome del complice che, insieme a lui, fu l’esecutore materiale del delitto. L’omicidio era maturato in un clima d’intimidazione e di ritorsione, Di Lorenzo fu identificato come obiettivo simbolo della vendetta mafiosa, che doveva prevedere l’uccisione di un poliziotto penitenziario per ogni carcere della Sicilia. Progetto scellerato che, fortunatamente, non fu attuato, perché le menti strategiche della mafia temettero che il piano avrebbe comportato un’attenzione troppo forte da parte delle forze dell’ordine. La vita del sovrintendente, però, era ormai tragicamente segnata.

 

14 Ottobre 1905 Corleone (PA). Ucciso Luciano Nicoletti, contadino socialista, partecipò al movimento dei Fasci.
Luciano Nicoletti (Prizzi, 1851 – Corleone, 14 ottobre 1905) è stato un contadino italiano, legato al partito socialista.
È stato tra i protagonisti dei Fasci siciliani e delle rivolte dei contadini in Sicilia.
Da giovane si trasferì a Corleone, dove si sposò ed ebbe cinque figli. Nel 1893 fu tra i più attivi contadini socialisti che chiedevano l'applicazione dei Patti di Corleone, aderendo ai Fasci siciliani e lottando attraverso gli scioperi. Non potendo lavorare, i contadini rischiavano di morire, così fu tra i promotori di una "cassa di resistenza" per mantenere le famiglie degli scioperanti, che per breve tempo riuscì ad aiutarli.
Dopo aver ottenuto alcune importanti vittorie, tentò di ottenere le cosiddette "affittanze collettive", per poter assicurare un fazzoletto di terra ad ogni lavoratore. Le sue lotte non furono accettate dalla mafia, che il 14 ottobre 1905 lo fece uccidere con due colpi di lupara in contrada San Marco. (lamafiasiciliana.blogspot.it)

 

14 Ottobre 1920 Palermo . Assassinato Giovanni Orcel, segretario degli operai metallurgici della Cgil
Giovanni Orcel  era segretario dei metalmeccanici di Palermo nonché promotore (assieme ad Nicolò Alongi, ucciso il 29 febbraio dello stesso anno) del collegamento tra movimento operaio e movimento contadino nel palermitano. Fu il principale organizzatore della più importante occupazione del cantiere navale di Palermo, avvenuta il 4 settembre 1920, per protestare contro il licenziamento di 250 lavoratori. Era il candidato socialista alla provincia di Palermo quando viene ucciso a Palermo il 14 Ottobre del 1920.

 

14 Ottobre 1974 Buguggiate (VA) Rapito Emanuele Riboli, 17 anni. Mai più ritrovato.
Emanuele Riboli lo prendono quando ha appena diciassette anni, scelto perché figlio di un industriale del Varesotto. Lo prelevano mentre torna a casa in bicicletta e lo portano in un box auto in provincia di Bergamo, per poi trasferirlo, forse in Toscana. I contatti tra la famiglia, tramite lo zio Pierino, e i sequestratori portano al pagamento di un riscatto di 200 milioni. Ma la banda avanza una seconda richiesta di un miliardo. Il maldestro tentativo di liberare il ragazzo da parte dei carabinieri - un emissario avrebbe dovuto consegnare una valigia con una ricetrasmittente, ma il movimento di un militare ha fatto saltare il piano - spinge i rapitori ad avvelenare il giovane Emanuele e a disfarsi del cadavere. Forse lo studente lombardo è stato dato in pasto ai maiali, come è accaduto ad altre vittime in alcuni sequestri operati dalle bande sarde nell'isola e in Toscana. (Dimenticati di Danilo Chirico e Alessio Magro)

 

14 Ottobre 2010 Aversa (NA). Pietro Capone, 23 anni, è stato ucciso dal figlio di un boss dei Casalesi che molestava la giovane moglie.
Pietro Capone, imbianchino di 23 anni, di Aversa (NA), padre di un bambino di due anni, è morto in ospedale il 14 ottobre del 2010, la giugulare recisa dal figlio diciottenne di un boss dei casalesi che infastidiva la sua giovanissima moglie di 21 anni. Durava già da mesi, così, dopo l'ultimo episodio, nonostante  lo conoscesse di fama, anche perché abitavano nello stesso quartiere, decise di andargli a parlare. È nata una discussione che è degenerata. Il figlio del camorrista ha estratto un coltello a serramanico e gli ha sferrato una serie di, lo ha lasciato a terra ed è scappato a bordo di una minicar. Soccorso in ospedale, Pietro è morto poco dopo a causa dell' emorragia.

 

15 Ottobre 1974 Olginate (Lecco). Rapito Giovanni Stucchi, industriale 30enne, ucciso, i resti mai ritrovati.
Giovanni Stucchi, trentenne industriale di Olginate, è stato rapito la sera del 15 ottobre del '74, davanti alla sua villa di via Radaelli. Dopo i primi contatti con i sequestratori, la famiglia si è affidata all'avvocato Edmondo Martini di Lecco. Una mediazione che ha portato al pagamento di un riscatto di 700 milioni di lire. Ma l'ostaggio non è stato mai rilasciato e la banda ha interrotto le comunicazioni. [...] Il 6 settembre del 2009 è morta a sessantatre anni Giovanna Donizetti, la vedova Stucchi, senza conoscere la verità sulla morte del marito, i cui resti non sono mai stati ritrovati. E' rimasta nella sua casa di Olginate, dove ha cresciuto da sola e con grande forza d'animo i figli Aristide e Alice, per poi dedicarsi ai cinque nipotini. Una storia che ha scosso la provincia di Lecco e suscitato una grande commozione, rimasta viva per decenni. (Dimenticati di Danilo Chirico e Alessio Magro)

 

15 Ottobre 1976 Torino. Adriano Ruscalla, Imprenditore 51enne, rapito non se ne è saputo più nulla.
Il 15 Ottobre 1976 a Torino viene rapito Adriano Ruscalla, imprenditore 51enne, appartenente a una famiglia di noti costruttori. Quattro banditi hanno fatto irruzione all'interno dell'ufficio vendite di un cantiere in corso Telesio Impresario, pistole in pugno, hanno afferrato la vittima e l'hanno trascinata fuori caricandola su un'Alfetta - Testimoni del rapimento (il quindicesimo in Piemonte) una donna e il titolare di un'officina: hanno visto l'impresario dibattersi e lo hanno sentito urlare. Mai più tornato a casa, nonostante i parenti avessero pagato un riscatto di mezzo miliardo di lire.


15 Ottobre 1982 Cesa (CE). Ucciso in un agguato Gennaro De Angelis, Agente della Polizia Penitenziaria.
Gennaro DE ANGELIS, nato a Cesa (CE) il 26 ottobre 1945 prestava servizio alla Casa Circondariale di Napoli – Poggioreale. Qui espletava tra i vari compiti d'istituto anche quello della ricezione pacchi dei detenuti ed è stata proprio questa funzione, così come emerge dagli atti giudiziari, a portarlo alla morte. Sembra poco per togliere la vita ad una persona, ma in quegli anni dove la strategia della nuova camorra organizzata era quella del terrore, ad ogni rifiuto di cortesia o di tangente si pagava con la morte, senza fare distinzione tra imprenditori, commercianti o forze dell'ordine. Egli cadeva vittima della camorra il 15 ottobre 1982, giorno in cui veniva ucciso in un agguato nel Comune di Cesa, nelle vicinanze della propria abitazione. L'Agente lasciava la moglie Adele e i tre figli Vincenzo, Marianna e Annunziata che rimangono orfani rispettivamente all'età di nove, cinque e due anni.Il ministero dell'Interno prima lo ha riconosciuto "vittima del dovere” ai sensi della legge 466/1980 e successivamente "vittima della criminalità organizzata” ai sensi della 407/1998. (vittimedeldovere.it)

 

15 Ottobre 2012 Marianella (NA). Ucciso il giovane Pasquale Romano. "Ucciso per errore"
“Pasquale “Lino” Romano dà un bacio a Rosanna, la sua futura sposa, scese da casa di lei per andare dagli amici per la partitella a calcetto. Il killer è appostato fuori al palazzo. E’ buio e piove a dirotto. Negli occhi solo odio. La pistola è carica. Il colpo è in canna. Lui è eccitato. Già sente l’odore del sangue. E’ sicuro che da quel cazzo di portone verrà fuori Domenico Gargiulo detto “sicc e Penniell”, un bastardo, un traditore, un “girato” che ha preferito fare armi e bagagli e vendersi alla fazione camorristica rivale. Il “tribunale della malavita” lo ha già condannato: è un morto che cammina. Il sicario Salvatore Baldassarre possiede informazioni sicure. Una specchiettista di camorra per mille euro ha venduto al clan con un sms la vita di “sicc e Penniell”, fidanzato della nipote. Una trappola di camorra. Lui non sospetta di nulla. E’ comunque attento e lo protegge la buona stella. Scamperà per altre due volte la morte, di fronte a pistole che s’inceppano e a killer che sbagliano bersaglio. Lino esce dal palazzo e si dirige verso la sua auto. Attimi, istanti e si scatena il terrore. Il killer gli scarica addosso un intero caricatore. I proiettili trafiggono il corpo innocente di Lino appena 30 anni come l’età del suo aguzzino. In una telefonata intercettata dagli inquirenti il sicario – a chi gli chiede conto dell’errore – dirà : “Tu lo sai bene quando io inizio a sparare non mi fermo più”. Ecco a fermarlo dovrà essere la giustizia con una sentenza di condanna esemplare : l’ergastolo. E’ quanto hanno richiesto al giudice Francesco Cananzi i pubblici ministeri Enrica Parascandalo e Sergio Amato.” (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/13/maledetta-camorra-lino-romano-anno-dopo/742298/)

 

16 Ottobre 1945 Strage a contrada Apa Niscemi (CL). I Carabinieri Michele Di Miceli, Rosario Pagano e Mario Paoletti perirono in un agguato di vili assassini.
A Niscemi operava dal 1943 una pericolosa banda criminale che, per diversi mesi, divenne compagna di strada del movimento separatista siciliano, prima di essere ripudiata dagli stessi separatisti per la ferocia dei suoi delitti. A capo di questa banda c’era, nel primo periodo, Rosario Avila detto “Canaluni” che, da giovane, aveva giurato «eterna lotta ai Carabinieri». Uno degli agguati più sanguinosi per opera sua si verificò il 16 ottobre 1945. Sette carabinieri del Nucleo di Niscemi erano usciti per il consueto pattugliamento della campagna quando, presso una masseria di contrada Apa, furono brutalmente assaliti a colpi di fucile e bombe a mano.
Tre morirono sul colpo: l’appuntato Michele de Miceli ed i carabinieri Mario Paoletti e Rosario Pagano, mentre altri quattro carabinieri Santo Garufi, Rosario Gialverde, Giuseppe Gallo e Nicola Magro scamparono all’agguato dei banditi ma rimasero gravemente feriti. (Liberanet.org)

 

16 Ottobre 1996 Niscemi (CL). Uccisi Salvatore Frazzetto e il figlio Giacomo durante una rapina, tragico epilogo di mesi di estorsioni, minacce ed intimidazioni, che continuarono anche sulla signora Agata che, lasciata sola dalle istituzioni, si suicidò.
Salvatore Frazzetto, 46 anni, e il figlio Giacomo, 21, sono stati uccisi con colpi di arma da fuoco durante una rapina nel loro negozio di di Niscemi (CL) il 16 Ottobre 1996. Due malviventi, poco prima della chiusura, sono entrati nel negozio, la pellicceria gioielleria "Papillon" in via Terracini, con il volto scoperto e armi alla mano, tentando una rapina. I due banditi avrebbero cominciato a picchiare la moglie della vittima, Agata Azzolina, di 42 anni, che si trovava alla cassa. A questo punto sarebbe intervenuto il marito, accorso dal retrobottega. L' uomo avrebbe inveito contro i due e sarebbe tornato nel retrobottega a prendere una pistola. Al suo ritorno i due lo hanno disarmato e con la sua stessa pistola hanno sparato contro di lui e contro il figlio, a sua volta accorso in aiuto dei genitori.Erano mesi che la famiglia Azzolina era vittima di estorsioni da parte dei due malviventi, estorsioni e minacce che sono seguitate anche successivamente agli omicidi, nei confronti della signora Agata e della figlia ventenne Chiara. La signora Agata, distrutta dal dolore, si ucciderà nella propria casa, meno di cinque mesi dopo, il 23 marzo.

 

16 Ottobre 2005 Locri (RC). Assassinato Francesco Fortugno mentre ricopriva la carica di vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria.
"Fortugno avrebbe pagato con la vita l’inaspettata elezione in Consiglio Regionale con oltre 8500 preferenze. I Marcianò, elementi vicini al clan Cordì, avevano infatti “tirato la volata” a un altro candidato: quel Domenico Crea condannato in seguito per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito del processo “Onorata Sanità”. Crea, però, non riuscì a essere eletto, ottenendo un pessimo risultato proprio a Locri, dove Alessandro Marcianò, caposala dell’ospedale, aveva promesso almeno 700 voti. A questo punto, dunque, i Marcianò, avrebbero commissionato l’omicidio di Fortugno al giovane Salvatore Ritorto proprio per riacquistare credito nei confronti di Mimmo Crea, al fine di salvaguardare eventuali possibilità di arricchimento: “Appare ampiamente logico e plausibile – scrivono i magistrati Finocchiaro e Gaeta – condividere l’assunto dei giudici di prime cure allorquando scrivono che l’omicidio dell’onorevole Fortugno è stato ideato e voluto proprio per sanare la defaillance che avrebbe non solo nuociuto ai Marcianò sotto il profilo economico immediato, ma anche isolato gli stessi, rendendoli personaggi non più affidabili e, quindi, impossibilitati a riproporre i loro servigi nelle successive consultazioni elettorali”. I Marcianò, dunque, si sarebbero spesi per Crea, con la speranza che questi, una volta eletto, diventasse assessore alla sanità, ma l'exploit di Fortugno mandò ogni progetto all'aria. L’eliminazione di Fortugno avrebbe dovuto permettere allora a Crea di approdare in Consiglio Regionale, visto che si era posizionato come primo dei non eletti: “Il Crea, infatti, nella sua qualità di primo dei non eletti, a seguito della morte dell’on. Fortugno, sarebbe automaticamente subentrato a quest’ultimo nel Consiglio Regionale (così come di fatto è avvenuto)”." (Claudio Cordova - Strilli.it)

 

17 Ottobre 1980 Siderno (RC). Rapito Antonio Colistra, avvocato di 56 anni, marito di una farmacista. Il corpo non sarà mai ritrovato.
17 Ottobre 1980 Siderno (RC). Antonio Colistra, avvocato, marito di una farmacista, è in campagna quando viene assalito. Non ci sta e reagisce, prova a mettere fuori gioco i banditi, ma subisce un duro pestaggio e resta ferito prima di finire inghiottito dall'Aspromonte. Ha cinquantasei anni, e probabilmente quello è stato il suo ultimo giorno di vita: ha subito un'operazione alla gola, è debilitato e necessita di cure. Lo choc e la violenza dei sequestratori saranno fatali. Inutili gli appelli della moglie, nessuno si farà vivo, né il corpo sarà mai ritrovato. (Dimenticati di Danilo Chirico e Alessio Magro)

 

18 Ottobre 1984 Palermo. Strage di Piazza Scaffa. Furono uccise 8 persone per dare un segnale forte della "potenza criminale delle "famiglie" siciliane".
Palermo, 18 ottobre 1984. Nella stalla di Cortile Macello verso le ore 21 c'erano otto uomini che stavano sistemando una partita di cavalli appena arrivati da Molfetta. Gli animali appartenevano ai fratelli Cosimo e Francesco Quattrocchi, commercianti di carne equina, proprietari di alcune macellerie in città. Assieme a loro c'erano il cugino Cosimo Quattrocchi, il cognato Marcello Angelini. E poi Salvatore Schimmenti, Paolo Canale, Giovanni Catalanotti e Antonino Federico che si erano fermati a dare una mano. L' azione dei killer è stata fulminea, spietata. L'obiettivo vero erano i fratelli Quattrocchi, ma si volle dare comunque un segnale inequivocabile sulla capacità di reazione della mafia. Pochi giorni prima infatti il potere delle cosche era stato incrinato dalle confessioni di Tommaso Buscetta e dai 366 mandati di cattura firmati dall'Ufficio istruzione di Palermo. La strage era la riprova della potenza criminale delle "famiglie" siciliane. Ma serviva anche a far capire che nonostante le retate l'influenza della mafia era ancora solida e non ammetteva deroghe. I fratelli Quattrocchi, infatti, avevano tentato di sfuggire al "giro" del clan dei catanesi che in Sicilia detiene il controllo del commercio equino. Sono loro gli intermediari inevitabili, gli uomini che tirano le fila di un business di diversi miliardi all'anno. Ma i Quattrocchi avevano provato a mettersi in proprio, profittando dell'estrema incertezza esistente all'interno della costellazione mafiosa e tentando un collegamento diretto con i gruppi di pugliesi. (Giuseppe Cerasa – La Repubblica)

 

18 Ottobre 1994 Acate (RG). Ucciso Saverio (Elio) Liardo, perché si era rifiutato di pagare il pizzo.
Era la sera del 18 ottobre del 1994 quando Saverio Liardo, conosciuto come Elio, veniva ucciso nel suo distributore di benzina nei pressi di Acate, nel ragusano. Soltanto il 14 luglio del 2010, però, il Tribunale di Catania ha stabilito con sentenza passata in giudicato, che si trattava di un omicidio di mafia. La morte di Saverio Liardo doveva essere un segnale esemplare nei confronti dei commercianti di Niscemi: “Se non pagate, farete la sua stessa fine”. Messaggio chiaro, lineare. Le indagini, tuttavia, come sempre succede in Sicilia, hanno seguito la pista passionale. Una questione di amanti. Una questione di ingiustizia, lunga ingiustizia. Saverio Liardo era un onesto lavoratore, marito e padre di due figli.
Dopo i primi momenti di scoramento, raccontano madre e figlio, «non ci siamo più fermati». Hanno subito capito il motivo per cui Saverio Liardo era stato ucciso. «Si era rifiutato di pagare il pizzo», racconta la signora Saita che ricorda: «Mio marito diceva: “a questo non mi piegherò mai”, non è mai sceso a compromessi». Saverio Liardo non ha voluto pagare il pizzo ai boss e per questo è stato ucciso. «C'erano amici di papà – racconta Francesco Liardo - che hanno dichiarato che mio padre temeva gente che chiedeva il pizzo». Le prime indagini, gestite dai carabinieri e archiviate per due volte, tuttavia puntavano ad altro. (Tratto da Liberainformazione.org)

 

20 Ottobre 1989 Statte (TA). Domenico Calviello, 14 anni, vittima innocente della criminalità.
Domenico Calviello, un ragazzo di quattordici anni, ucciso a fucilate il 20 ottobre 1989, mentre si trovava nei pressi della macelleria del padre a Statte, una borgata a 13 chilometri da Taranto. Ad ammazzarlo sono stati due killer appostati dietro un muretto distante pochi metri. Misterioso il movente. Gli investigatori — squadra mobile e carabinieri — accreditano due ipotesi: un errore di persona oppure una vendetta trasversale. L'omicidio è avvenuto poco dopo le 21. Domenico Calviello stava parcheggiando il suo ciclomotore dinanzi alla macelleria ormai chiusa al pubblico. Il fratello Antonio, 24 anni, era a qualche decina di metri, in compagnia di due amici. Uditi gli spari, si è dato alla fuga. Poi. quasi intuendo la tragedia, è ritornato sui propri passi alla ricerca del fratello minore, che era disteso sul selciato, agonizzante. Nel buio i killer si sono dileguati. Nessuno ha «visto». Il ragazzo è stato soccorso dal padre Pietro, che era in strada. Domenico è stato trasportato all'ospedale. Tutto inutile. Secondo i primi accertamenti sarebbe stato colpito da numerosi pallettoni. Domenico Calviello era un ragazzo tranquillo. Aveva conseguito a giugno la licenza media, poi si era dedicato alla macelleria dando una mano al padre. La sua fisionomia, identica a quella del fratello, accredita l'ipotesi che possa essersi trattato di un errore di persona. (Fonte La Stampa)

 

22 Ottobre 1946 Santa Ninfa (TP). Ucciso il mezzadro Giuseppe Biondo.
Giuseppe Biondo fu ucciso a rivoltellate dal suo padrone a Santa Ninfa (TP) il 22 ottobre 1946. Rivendicava la ripartizione dei prodotti agricoli secondo il decreto Gullo.
Alla memoria di Giuseppe Biondo fu poi intitolata la Cooperativa agricola di Santa Ninfa.

 

22 ottobre 1970 a Sciacca (AG) muore il Tenente della Guardia di Finanza Cosimo Aleo, ferito in una operazione anticontrabbando il 27 Gennaio 1970 nella zona di Camnago Faloppio (CO)
Il Tenente della Guardia di Finanza Cosimo Aleo,  rimase gravemente ferito  in una operazione anticontrabbando il 27 Gennaio 1970 nella zona di Camnago Faloppio (CO). Dopo alcuni segnali di ripresa che facevano ben sperare per la sua vita, morì il 22 ottobre 1970 a Sciacca (AG).

 

23 Ottobre 1980 Giugliano (NA) . Ucciso Antonio De Rosa, medico di base, perché scambiato per il vero obiettivo.
Antonio De Rosa  venne ucciso all'ingresso del parco Carola in Via Dante Alighieri a Giugliano, mentre si intratteneva con altri condomini,  perché scambiato per il vero obiettivo. Antonio indossava un giaccone simile a quello della persona che doveva essere eliminata e aveva anche lo stesso suo nome, cosicché quando fu chiamato, mentre l'uomo che doveva essere eliminato velocemente si nascose dietro Antonio, la povera vittima fu colpita al suo posto.  L'uomo che doveva essere ammazzato se l'era cavata ancora una volta, ma poi, a distanza di nove mesi, venne comunque ucciso in un luogo pubblico.  Antonio, ucciso per scambio di persona, lasciò una giovane moglie, allora insegnante elementare del terzo circolo didattico di Giugliano, e due bambini di quindici e dodici anni. A Giugliano in Campania una strada è dedicata alla sua memoria. (Fondazione Pol.i.s.)

 

23 Ottobre 1988 Locri. Ucciso Gino Marino, primario di chirurgia (44 anni).
Gino Marino era il primario di Chirurgia nell'ospedale di Locri. Venne ucciso all’ingresso dell’ospedale il 23 ottobre 1988. Appena 48 ore prima la sua équipe aveva operato una bimba di 4 anni che, dopo essersi risvegliata dall'anestesia, cadde in coma. I primi sospetti per l’omicidio del primario caddero sul padre della bambina, Antonio Giampaolo che era stato condannato per sequestro di persona e all’epoca era latitante. La bambina morì il 25 ottobre. L'autopsia effettuata sul suo corpicino confermò il buon lavoro svolto da Marino e dalla sua équipe.

 

23 Ottobre 1989 Locri. Ucciso Giuseppe Tizian, 36 anni, bancario. Le indagini non hanno portato ad alcun colpevole.
Giuseppe Tizian viene assassinato nella serata del 23 ottobre del 1989 a Locri. Stava tornando a casa, a Bovalino, a bordo di una Fiat Panda, lungo la statale 106. All'altezza dell'area archeologica e del museo della Magna Grecia di Locri l'agguato, a colpi di lupara. Aveva 36 anni ed era funzionario del Monte dei Paschi di Siena di Locri. Era secondo gli investigatori un "funzionario integerrimo". Le indagini del commissariato di Siderno, coordinate dal magistrato Carlo Macrì, non hanno prodotto risultati. Nonostante si sia subito profilata la pista legata all'attività bancaria, nel fascicolo Tizian sono parecchi i buchi neri, aspetti non chiariti e non scandagliati. Un caso che rimane ancora irrisolto

 

23 ottobre 2003 Caltanisetta: Ucciso l'imprenditore Michele Amico, si era opposto al pagamento del pizzo.

Michele Amico, titolare di una cartoleria-tabaccheria, venne ucciso a colpi di pistola il 23 ottobre del 2003 a Caltanisetta . Gli investigatori, attraverso le dichiarazioni dei familiari di Amico, di alcuni confidenti e gli accertamenti eseguiti sul traffico telefonico della vittima, hanno individuato l’assassino, ora collaboratore di giustizia. Il commerciante, che si era rifiutato di pagare il pizzo, prima di essere ucciso aveva subito numerosi attentati e atti vandalici.

 

25 Ottobre 1947 Terrasini (PA). Ucciso Giuseppe Maniaci. segretario della Confederterra

Giuseppe Maniaci, segretario della Confederterra di Terrasini (PA), fu ucciso il  25 ottobre 1947.  "Allora le autorità dissero che «era escluso il movente politico»"

 

25 Ottobre 1976 Milano. Rapito Mario Ceschina, imprenditore di 65 anni. Di lui si sono ritrovate solo alcune banconote provenienti dal riscatto.
Il 25 ottobre del '76 finisce in mano all'Anonima Mario Ceschina. L'imprenditore milanese ha sessantotto anni. Dopo i primi contatti, la famiglia riesce a pagare un riscatto di 400 milioni, nonostante il congelamento di un fondo bancario di un miliardo da parte della magistratura. Ma presto i sequestratori cessano le comunicazioni. E di Ceschina non si sa più nulla. Unica notizia: il ritrovamento di alcune banconote del riscatto, riciclate inseme ai fondi provenienti da altri rapimenti. Ma l'istruttoria, che ha riguardato personaggi calabresi e siciliani, si è conclusa in un nulla di fatto. (tratto dal libro Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta - di D. Chirico e A.Magro)

 

25 Ottobre 1992 Casandrino (NA). Ucciso il carabiniere Corrado Nastasi, 19 anni, nel corso di un tentativo di rapina.
Il Carabiniere Corrado Nastasi nato a Noto 18.02.1973, in servizio presso la stazione carabinieri di SANT’ANTIMO, reagendo coraggiosamente ad un tentativo di rapina, venne assassinato proditoriamente da alcuni rapinatori rimasti sconosciuti, il il 25 Ottobre 1992 alla periferia di Casandrino.
Intorno a quell'omicidio, a nove anni di distanza, ancora non è stata fatta luce.
Gli assassini di Corrado Nastasi, probabilmente, sono ancora in libertà.
Di sicuro non hanno ancora saldato il conto con la giustizia per quell'efferato delitto. (ancispettoratosicilia.it )

26 Ottobre 1959 Strage di Godrano (PA). Vengono assassinati Antonino e Vincenzo Pecoraro, 10 e 19 anni. Vittime di faida.
Una faida lunga quasi quaranta anni a Godrano (PA), il 26 ottobre del 1959 vede l’uccisione di un bambino di 10 anni, Antonino Pecoraro, e  del fratello Vincenzo, diciannovenne. Rimasti gravemente feriti il padre ed un amico del padre. Lo spaventoso crimine è stato consumato verso le ore 18 nel corso Vittorio Emanuele a Godrano da banditi che indossavano divise da carabinieri.

 

26 Ottobre 1986 Napoli. Colpito alla testa Carlo Bustelli, 15 anni. I colpi erano diretti a dei pregiudicati seduti nel bar gestito dal padre che stava aiutando.
26 Ottobre 1986 Napoli. Carlo Bustelli, 15 anni, aiuta il padre Gennaro a mandare avanti il piccolo pub nel rione antico. E' alla cassa. All'improvviso da fuori arriva una gragnola di colpi di pistola, tutti si buttano a terra ma Carlo non fa in tempo, una pallottola lo raggiunge alla testa.
E' un raid contro alcuni pregiudicati dentro il bar. (L’Unità)

 

26 Ottobre 2010 Casoria (NA). Durante una rapina restano uccisi Gerardo Citarella e, il 5 novembre, Pino Lotta, guardie giurate.
Il 26 ottobre 2010, durante un agguato alla filiale Unicredit di Casoria, perde tragicamente la vita il vigilante Gerardo Citarella di Nocera Inferiore, e viene gravemente ferito il collega Giuseppe Lotta, residente a Scafati, che morirà dieci giorni dopo, il 5 novembre. Secondo gli investigatori, intorno alle 10,30, un commando di 5-6 banditi armati di kalashnikov segue il blindato portavalori che preleva contante dalla filiale Unicredit di via Guglielmo Marconi. I malviventi entrano in banca, armi in pugno, a seguito delle guardie giurate. Citarella e Lotta reagiscono ed i malviventi fanno fuoco.

 

26 Ottobre 2012 Serra San Bruno (VV). Ucciso Filippo Ceravolo, 19 anni. Era a bordo di un'auto di proprietà del destinatario dell'agguato.
Filippo Ceravolo aveva diciannove anni appena, un ragazzo. Viveva a Soriano, un paesino di duemila abitanti in provincia di Vibo Valentia, adagiato sul granito della Serra e della Sila. Aveva un diploma di terza media, giocava a pallone nelle giovanili della squadra locale, lo raccontano come un tifoso sfegatato della Juventus. La sua vita si divideva tra il lavoro, aiutava il padre, titolare di una bancarella ambulante di dolciumi, la sua famiglia ha una tradizione quasi secolare nel settore, e la fidanzata.  La sera di giovedì 25 ottobre 2012 Filippo deve tornare a casa presto. Lo attende una sveglia all'alba, per andare con il padre al mercato di Reggio Calabria. È in ritardo. Chiede un passaggio all'amico con il quale ha appena preso l'aperitivo, in compagnia delle rispettive ragazze. Così sale sulla Punto di Domenico Tassone. E tanto basta per far finire tutto. I sogni, i progetti, il futuro. A pochi chilometri di distanza, in una zona che si chiama Calvario, qualcuno sta aspettando proprio quell'auto. Quando la vede, spara con un fucile caricato a pallettoni. Filippo viaggia sul sedile del passeggero, ma viene investito da due scariche. L'agonia di Filippo dura poche ore. Si spegne nella notte, tra le scene di disperazione dei suoi genitori. (Marco Imarisio - Corriere.it)

 

27 Ottobre 1919 Trapani. Uccisione di Giuseppe Monticciolo, presidente socialista della Lega per il miglioramento agricolo
Anch’egli, come tanti altri politici e sindacalisti dello stesso periodo, aveva costruito il proprio impegno a difesa dei contadini contro i soprusi dei proprietari terrieri e della mafia locale. Fu presidente socialista della Lega per il miglioramento agricolo. È dunque in questo contesto che va inquadrato il suo assassinio, avvenuto a Trapani il 27 ottobre 1919. (liberanet.org)

 

27 Ottobre 1962 Pavia. Cade il bireattore dell'Ing. Enrico Mattei Presidente dell'ENI. Con lui muoiono Irnerio Bertuzzi, il pilota, e William Mc Hale, un giornalista statunitense.
La sera del 27 ottobre 1962, l'aereo su cui Enrico Mattei, presidente dell’ENI, stava tornando da Catania a Milano, precipitò nelle campagne di Bascapè, un piccolo paese in provincia di Pavia, mentre durante un violento temporale si stava avvicinando all'aeroporto di Linate. Morirono tutti gli occupanti: Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi ed il giornalista statunitense William Mc Hale.
Secondo alcuni testimoni, il principale dei quali era il contadino Mario Ronchi (che in seguito ritrattò la sua testimonianza), l'aereo sarebbe esploso in volo……. Nell'aereo si è certificato fu inserita una bomba stimata in 150 grammi di tritolo posti dietro al cruscotto dell'apparecchio che si sarebbe attivata durante la fase iniziale di atterraggio …… chiunque sia stato il mandante, pare ormai alquanto probabile che l'esecuzione sia stata affidata ad esperti locali, e che la casalinga mafia abbia quindi prestato il suo braccio (non è dato sapere in cambio di cosa) offrendo appetibili servizi i cui potenziali acquirenti erano numerosi.

 

27 Ottobre 1972 Ragusa. Assassinato Giovanni Spampinato, giornalista de L'Ora, di Palermo, e de l'Unità.
Giovanni Spampinato (Ragusa, 1948 – 27 ottobre 1972) è stato un giornalista italiano, vittima della mafia. Fu a partire dagli ultimi anni sessanta corrispondente dalla sua città del giornale L'Ora, di Palermo, e de l'Unità. Venne assassinato il 27 ottobre 1972 da Roberto Campria, figlio dell'allora presidente del tribunale di Ragusa, in un contesto che all'epoca non venne adeguatamente investigato in sede giudiziaria. Spampinato indagava sull'uccisione di un facoltoso ingegnere-imprenditore, Angelo Tumino, che era avvenuta a Ragusa il 25 febbraio dello stesso anno. Era altresì impegnato in una inchiesta sulle attività del neofascismo in Sicilia, in relazione pure a situazioni di contrabbando e di affari illeciti con la mafia che avevano luogo lungo le aree orientali dell'isola. (Wikipedia)

 

27 Ottobre 1981 Cetraro (CS). Assassinato il commerciante Lucio Ferrami.
Due killer gli sparano in macchina mentre era in compagnia della moglie. La donna si salva perché il marito le fa da scudo con il suo corpo. L’uomo aveva denunciato poco tempo prima ai carabinieri di aver ricevuto la visita di alcune persone che gli avevano chiesto la tangente. La risposta dei malavitosi non si fa attendere. Nessuno può permettersi un gesto così rivoluzionario. Lucio paga con la vita il suo atto di insubordinazione. La vedova Ferrami per anni ha invocato giustizia denunciando indagini approssimative e collusioni. “Io ero in macchina con mio marito – affermò nel corso di una nota intervista televisiva – e nessuno mi ha mai chiamato per fare un riconoscimento”. Dopo anni passati a vedere a passeggio “gli assassini del marito”, ha deciso di continuare la sua vita e di non credere più nell’umana giustizia. (laboratoriolosardo.it)

 

27 Ottobre 1990 Taranto. Giuseppe Orlando, commerciante di 33 anni, viene colpito a morte da proiettili destinati a dei pregiudicati.
Il 27 ottobre 1990, resta ucciso Giuseppe Orlando, 33 anni, fornaio del rione Tamburi  (Taranto), zona in cui la malavita ha una sua roccaforte. Orlando era sulla soglia del suo negozio. Anziché colpire due pregiudicati, il killer colpì lui. Ai funerali sfilarono prefetto, comandante dei carabinieri, politici. Lo Stato volle far sentire così la sua presenza.

 

27 Ottobre 2000 San Giovanni in Fiore (CS): Ucciso Gianfranco Madia, 15 anni. insieme al nonno Francesco Talarico, 61 anni.
Gianfranco Madia, 15 anni, fu ucciso a colpi di "lupara" insieme al nonno Francesco Talarico, 62 anni, sulla superstrada che collega Camigliatello a San Giovanni in Fiore, il 27 Ottobre del 2000.

 

28 Ottobre 1987 Avola (SR). Muore dilaniato da una bomba Paolo Svezia, 53 anni, guardiano notturno in una ditta i cui proprietari si erano rifiutati di pagare il pizzo.
Vittima del racket Paolo Svezia, 53 anni, padre di quattro figli. Era da poco il guardiano notturno in uno stabilimento di trasformazione degli agrumi, appena terminato di costruire. E' saltato in aria insieme a gran parte dell'edificio nella notte del 28 Ottobre del 1987.

 

28 Ottobre 2006 Pozzuoli (NA). Uccisi Daniele Del Core e Loris Di Roberto, da un coetaneo per gelosia. Vittime tutti e tre di una società in cui i giovani sono considerati solo dei consumatori ultimi.
Il diciottenne Daniele Del Core fu ucciso a Solfatara di Pozzuoli il 28 ottobre 2006. Nella stessa occasione rimase ferito un suo amico coetaneo, Loris De Roberto, che sarebbe poi morto qualche giorno dopo, il 5 novembre 2006. Loris aveva interrotto, nell'estate del 2006, la sua relazione con una ragazza, durata ben 3 anni. La sua ex ragazza da settembre dello stesso anno frequentava Salvatore D'Orta (assassino), sebbene continuasse a cercare Loris. Questo era il motivo per cui Salvatore era geloso di Loris. Daniele, la sera del 28 ottobre, si trovava, come ogni sabato sera, al centro abbronzante che frequentava di solito. Lì sopraggiunse l'assassino per uccidere Loris. Daniele, che non conosceva affatto l'assassino, intervenne solo per sedare la lite scoppiata tra Loris e Salvatore D'Orta e per salvare il suo amico, rimanendo ucciso. In ricordo di Daniele Del Core è nata un'associazione per proporre ai giovani e agli adulti i temi della giustizia e della legalità. È l'associazione «L'amico del cuore», inaugurata il 10 novembre 2010 nella chiesa Gesù Divin Maestro di via Marmolito. A presiedere l'associazione è la sorella di Daniele, Carmen Del Core: l'intento è cercare tutte le forme possibili affinché in ogni ambito della vita sociale e delle relazioni sia presente il valore del rispetto della legge. (Fondazione Pol.i.s.)

 

29 ottobre 1986 Locri (RC).Ucciso il giovane Rocco Zoccali, 19 anni, per un motorino.

 

30 Ottobre 1975 Napoli. Ucciso il Vice Brigadiere Polizia di Stato Giovanni Pomponio
Era il 28 ottobre 1975. Giovanni Pomponio, Polizia Ferroviaria di Napoli, avrebbe dovuto fruire del suo meritato riposo settimanale. Ed invece venne comandato di servizio presso la cassa dell’allora stazione di Napoli Smistamento. Era il giorno di paga dei ferrovieri e in cassa c’era una cifra di non poco conto. Mentre una parte venne trasferita in un altro ufficio con la scorta di 5 uomini, Pomponio restò a sorvegliare la rimanente somma di 25 milioni di lire. All’improvviso però, due rapinatori armati lo aggredirono alle spalle. Nel tentativo di reagire estrasse la propria arma d’ordinanza ma venne immediatamente freddato da un proiettile esploso da uno dei criminali che gli trapassò la nuca. Trasportato in ospedale, morì 2 giorni dopo, il 30 ottobre 1975, all’età di 55 anni. Il giorno 2 di novembre sarebbe andato in pensione.

 

30 Ottobre 1991 Quindici (AV). Ucciso Nunziante Scibelli, 26 anni, per la sola "colpa" di aver attraversato il paese alla guida di un'auto dello stesso modello dei veri bersagli dei Killer.
Il 30 ottobre 1991, la faida Cava-Graziano miete la prima vittima innocente della sanguinosa guerra tra clan. Si chiama Nunziante Scibelli, ha 26 anni, è di Taurano e fa l'operaio. La sua colpa: passare pochi istanti dopo con la stessa macchina dei veri obiettivi dei killer, un'alfetta marrone. Succede a Ima, frazione di Lauro, in prima serata. Nunziante è con la moglie in macchina. Stanno facendo un giro. La signora è incita al settimo mese. Una mare di pallottole li colpisce. L'auto è crivellata. Solo per miracolo la moglie, Francesca, rimane viva e con lei, la cosa più importante che le ha lasciato Nunziante. Il giovane invece muore sul colpo, crivellato di colpi. Davanti alla loro auto, i veri obiettivi dell'agguato, due  pregiudicati legati al clan Cava. Hanno si, un'alfetta marrone, ma blindata. I colpi danneggiano solo la carrozzeria, permettendo ai criminali di potersi dare alla fuga e rimanere illesi. Per altri due anni, ci saranno altri 14 agguati e nove morti. Un vero bollettino di guerra. Intanto, il sangue sarà preso dimenticato dall'opinione pubblica tanto che la moglie di Nunziante, che partorirà una splendida bambina chiamata come il padre, deciderà di lasciare il vallo. Ritornerà solo lo scorso 2008, quando una lapide è stata apposta nel luogo dell'attentato, in ricordo della tragedia e a memoria per le future generazioni. (Un nome, una storia - Libera)

 

 

31 ottobre 1990 Catania. Uccisi Francesco Vecchio ed Alessandro Rovetta. Due colpi in testa posero fine alle esistenze del capo del personale e dell’amministratore delegato delle Acciaierie Megara di Catania.
31 ottobre 1990. Uccisi in un agguato Francesco Vecchio, 52 anni, Direttore del Personale e Alessandro Rovetta, 33 anni, Amministratore Delegato dell'Acciaieria Megara, importante industria di Catania, che all'inizio degli anni '90 occupava in via diretta oltre 300 dipendenti, e un centinaio di lavoratori tra le aziende dell'indotto. Fino a poco prima dell'estate del 1990 Francesco Vecchio si occupava della gestione del solo personale che era alle dipendenze dirette dell'azienda. La gestione delle maestranze e delle aziende dell'indotto (impegnate nella ristrutturazione dei reparti) era compito affidato alla Direzione Tecnica. Nel mese di agosto 1990, con l'uscita dall'azienda del Direttore Tecnico, la gestione di questi rapporti passò alla Direzione del Personale. A seguito di alcuni controlli effettuati sulle attività di queste ditte, Vecchio decise di estendere anche ai dipendenti delle aziende esterne le modalità di controllo delle presenze al lavoro già in uso per i dipendenti della Megara. Poco dopo iniziarono le minacce telefoniche e le intimidazioni in azienda. Le indagini sono state indirizzate sia sul versante del possibile interesse della mafia al finanziamento regionale ed alla acquisizione del controllo dell'azienda, sia su quello del mutato approccio alla gestione dei rapporti con le ditte e le maestranze dell'indotto. Senza alcun risultato: gli assassini sono rimasti impuniti.

 

31 Ottobre 1993 Parete (CE). Ucciso il medico Gennaro Falco
Il 31 ottobre 1993 a Parete, un comune in provincia di Caserta, il medico Gennaro Falco viene ucciso nel suo ambulatorio da Raffaele Bidognetti, figlio del capo clan Francesco Bidognetti. La morte del dottore, inizialmente attribuita all'opera di un balordo, si è poi scoperta legata al decesso della moglie del boss. La donna era affetta da un male incurabile, di fronte al quale Gennaro Falco non era riuscito a fare nulla. Ritenuto colpevole di non averla assistita adeguatamente, Falco ha pagato con la vita.

 

31 Ottobre 1999 Benestare (RC) Ucciso l'imprenditore Antonio Musolino. Si era ribellato alla 'ndrangheta.
31 Ottobre 1999 Benestare (RC)  - Non era un eroe e non viveva in un paese di eroi. Era solo un piccolo imprenditore cha alla mafia non voleva piegarsi. Anni fa aveva pure denunciato un tentativo di estorsione ma gli uomini dei pizzo erano rimasti senza volto. Ora l'hanno ammazzato il geometra Antonio Musolino, 54 anni, famiglia perbene, stimata, "lontana dagli ambienti malavitosi", come dicono gli investigatori. Aveva una piccola impresa edile e non avrebbe voluto assumere gente segnalata dai clan, aveva un piccolo frantoio e non intendeva proprio assecondare le richieste estorsive e non solo quelle, pensano gli investigatori della polizia coordinati dal sostituto procuratore Mirella Conticelli. L'hanno ammazzato, così, sabato sera, davanti al figlio Giuseppe, ventottenne studente di Pisa, impotente davanti al fuoco delle lupare di due giovani arrivati a bordo di una Fiat Uno bianca, già vista in paese nel pomeriggio, già segnalata alla polizia che è giunta a Benestare e l'ha incrociata mentre fuggiva dopo il brutale omicidio. Musolino, centrato dalla rosa dei pallettoni, è morto all'istante. I killer se ne sono andati indisturbati. (Tratto da un articolo di La Repubblica del 2 novembre 1999)

 

31 ottobre 2006 S. Antimo (NA). Ucciso Rodolfo Pacilio, imprenditore, aveva denunciato i propri estorsori.
L'assassinio di Rodolfo Pacilio, è avvenuto in S. Antimo (Napoli) il 31 ottobre 2006. La vittima, come indicato invece da quotidiani locali e nazionali,  non aveva precedenti penali, neanche lievi; era titolare di una ditta che produceva e vendeva solo giochi per bambini e  non si interessava della produzione o rifornimento dei videogiochi o videopocker, come dagli stessi indicato. Rodolfo Pacilio, tra l'altro laureato con il massimo dei voti in Economia e Commercio, era figlio di un imprenditore, un tempo con circa mille dipendenti, "noto per essere stato uno dei pochi ad avere lo (stupido n.d.r.) coraggio di denunciare i suoi estorsori nel periodo in cui pagava una tangente di lire quaranta milioni al mese per un importante edificio che stava realizzando in Napoli. Per tale motivo gli inquirenti tutti (Dda) vedono nell'omicidio una vendetta del clan un tempo denunciato o conseguenza di un rifiuto a pagare tangenti o a piegarsi ai voleri delinquenziali della camorra, tenuto conto del forte senso di legalità che lo caratterizzava, noto anche a semplici conoscenti. Vi è sgomento, quindi, tra i famigliari tutti, molti dei quali conosciuti per essere tutti professionisti assai noti in Italia (si veda ad esempio, il mio nominativo o quello del dott. Nunzio Pacilio su intenet) o pubblici dipendenti, tra i quali un altissimo funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia. La famiglia di Pacilio, quindi, puo' ben denunciare ad alta voce la latitanza dello Stato per la morte del buon Rodolfo, vittima innocente della camorra'' (Ciro Pacilio)

 

 

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Ricordati di ricordare di Umberto Santino PDF Stampa E-mail

Foto Google

Fonte:  cittanuovecorleone1.blogspot.it


Una poesia per tutte le vittime innocenti di mafia...

Ricordati di ricordare

di Umberto Santino


Ricordati di ricordare
coloro che caddero
lottando per costruire
un'altra storia
e un'altra terra
ricordali uno per uno
perché il silenzio non chiuda per sempre
la bocca dei morti
e dove non è arrivata la giustizia
arrivi la memoria
e sia più forte
della polvere
e della complicità
Ricordati di ricordare
l'inverno dei Fasci quando i figli dei contadini del Nord
spararono sui contadini del Sud
e i mafiosi aprivano il fuoco
sapendo di esserei cecchini dello Stato

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Nel labirinto delle mafie a cura di Attilio Bolzoni ed Enrico Bellavia PDF Stampa E-mail

 

 

Articolo del 16 Luglio 2017 da mafie.blogautore.repubblica.it

Nel labirinto delle stragi

di Attilio Bolzoni

In quei due mesi è accaduto molto ma non tutto. Dal 23 maggio al 19 luglio 1992, cinquantasette giorni, bombe e autobombe, ucciso Giovanni Falcone, ucciso Paolo Borsellino. Tanti i segreti che sono stati seppelliti in questo quarto di secolo, tante le verità che ancora l'Italia non conosce.
A farci entrare nel labirinto delle stragi per il blog Mafie è Enrico Bellavia, giornalista di Repubblica che con il suo sapere ci accompagna dall'Addaura ai grandi misteri che ancora si inseguono dopo venticinque anni.
E' un lungo racconto ma non è solo un racconto. E' anche un ragionamento intorno a fatti e trame che portano Bellavia a un convincimento: per capire cosa è avvenuto nell'estate del 1992 non bisogna guardare indietro ma bisogna guardare avanti: «Non a quello che le vittime avevano fatto ma a quello che avrebbero potuto fare». Delitti preventivi.
Una ricostruzione divisa in una ventina di capitoli, vicende tutte legate una all'altra anche se lontane nel tempo. C'è l'intrigo della trattativa Stato-mafia e c'è l'oscura parentesi della dissociazione "morbida" che avrebbero voluto alcuni boss dopo la repressione poliziesca-giudiziaria che ha colpito Cosa Nostra, ci sono i retroscena di quel rapporto sugli appalti dei carabinieri dei reparti speciali con le grandi aziende del Nord in affari con Totò Riina, c'è il ricordo degli ultimi giorni del procuratore Borsellino che riceve le confidenze di Gaspare Mutolo e di Leonardo Messina.
Un'estate del 1992 sospesa nel prima e nel dopo. Con eventi ancora oggi indecifrabili. Le telefonate di rivendicazione della famigerata Falange Armata. E il "suicidio" nel carcere di Rebibbia di Antonino Gioè, uno di quei mafiosi che partecipò alle fasi preparatorie dell'attentato di Capaci e che fu trovato cadavere ventiquattro ore prima delle esplosioni - il 27 luglio del 1993 - in via Palestro a Milano e davanti alle basiliche romane.
Con l'apparizione improvvisa di personaggi che hanno depistato le inchieste sino ad affossarle. Come Vincenzo Scarantino, il "pupo vestito", il pentito fasullo di via D'Amelio creduto oltre ogni ragionevole limite da qualche poliziotto e da schiere di magistrati. Come Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo che ha spacciato informazioni tarocche per conto proprio o per conto terzi.
Venticinque anni dopo - nonostante le inchieste giudiziarie e gli ergastoli che hanno rinchiuso per sempre nelle segrete del 41 bis i capi della Cupola - siamo ancora dentro il labirinto.
Enrico Bellavia ci fornisce una guida per muoverci fra le ombre, ci fa capire qualcosa di più.

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