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"8 marzo anti'ndrangheta: sfidiamo le cosche che odiano le donne" di Alessio Magro PDF Stampa E-mail

Foto da stopndrangheta.it

Articolo del 14 Febbraio 2012

Fonte stopndrangheta.it

Stopndrangheta.it aderisce all'appello del direttore del Quotidiano della Calabria, Matteo Cosenza, perché il prossimo 8 marzo sia la festa delle donne che hanno sfidato la 'ndrangheta, la festa di chi vuole sfidare le cosche che odiano le donne. Cetta Cacciola, insieme a Giuseppina Pesce e Lea Garofalo, insieme a Tita Buttafusca e alle altre donne che hanno detto basta alle cosche - ai loro padri, fratelli, mariti, figli, zii, cugini e nipoti - tutte loro sono un pugno nello stomaco della Calabria indifferente. Non eroine, si badi bene, ma un esempio da seguire per riacquistare la dignità perduta e il vero onore dei calabresi. Questa la nostra adesione pubblicata nell'edizione odierna de Il Quotidiano della Calabria.


REGGIO CALABRIA - Cetta Cacciola, insieme a Giuseppina Pesce e Lea Garofalo, insieme a Tita Buttafusca e alle altre donne che hanno detto basta alle cosche - ai loro padri, fratelli, mariti, figli, zii, cugini e nipoti - tutte loro sono un pugno nello stomaco della Calabria indifferente. Non eroine, si badi bene, ma un esempio da seguire per riacquistare la dignità perduta e il vero onore dei calabresi. Ha detto bene il direttore del Quotidiano della Calabria, Matteo Cosenza: il prossimo 8 marzo è la festa delle donne che hanno sfidato la 'ndrangheta, è la festa di chi vuole sfidare le cosche che odiano le donne. Per questo riteniamo, come Stopndrangheta.it, di raccogliere l'appello che, ancora una volta, viene dal Quotidiano. Per fare, come ha invocato Filippo Veltri nel suo intervento, la nostra parte.

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Maria Concetta, testimone di giustizia e suicida in terra di 'ndrangheta PDF Stampa E-mail

Foto e Articolo del 10 Febbraio 2012 da  stopndrangheta.it

di Francesca Chirico - Linkiesta (10/02/2012)

Rosarno, sono le sette di sera di un sabato di agosto e Maria Concetta si chiude in bagno, mandando giù a sorsate, come fosse acqua, l'acido muriatico. Madre di tre figli in terra di 'ndrangheta, qualche mese prima aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Da un luogo protetto diceva: «Non me li hanno mandati i figli e non me li mandano perché loro hanno capito che se mi mandano i figli è finita non torno più». Tornata per rivederli, aveva anche ritrattato la collaborazione, prima di riprenderla. Ora è arrivato l'arresto del padre e della madre, accusati di averla spinta al suicidio.

ROSARNO - Nell'audio registrato il 12 agosto 2010, per ritrattare le dichiarazioni rese precendetemente ai magistrati della Dda di Reggio Calabria, aveva ripetuto due volte «di spontanea volontà mia». Come una cantilena. Sull'ultima frase del lungo monologo (10 minuti) la voce le era quasi scomparsa: «È da tre giorni che sono a casa mia tra mio padre, mia madre, i miei fratelli, i miei figli e ho riacquistato la serenità che cercavo. Vorrei lasciata in pace in futuro e non essere chiamata da nessuno». Otto giorni dopo quella registrazione la testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, 31 anni e tre figli, si era attaccata ad un bottiglia rossa piena di acido muriatico.

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"Il ruolo della testimonianza" di Stefania Grasso PDF Stampa E-mail

Pubblicato su Narcomafie Dicembre 2011

21 dic 2011 Libera Memoria

L’esperienza che molti di noi, famigliari delle vittime delle mafie, vivono attraverso la testimonianza è davvero straordinaria. Perché attraverso il racconto della propria esperienza si instaura una forte relazione con coloro che ascoltano, una relazione sincera che permette all’ascoltatore di vivere quel racconto senza alcuna barriera, sentendolo in maniera profonda, interiorizzandolo e facendosi a sua volta portavoce di quella testimonianza. Tutto questo lo verifichiamo quando, dopo un incontro pubbblico, noi famigliari riceviamo moltissimi ritorni positivi e richieste di restare in contatto. Sono parole di forte coscienza volte al cambiamento, parole di speranza, parole di vita per tutti noi, che ci spingono ad andare avanti e a contribuire al cambiamento. Ed è proprio attraverso queste parole che voglio dare il senso di quello che sto scrivendo, rubandole a chi le ha scritte: "Ti scrivo dopo tutto questo tempo perché ci tenevo a ringraziarti davvero per tutto quello che hai fatto per me e che continui a fare per la nostra terra. Credo di non averlo fatto abbastanza quel giorno di due anni fa. Volevo farti sapere che il tuo discorso ha cambiato completamente il mio modo di vedere le cose, e ha dato una svolta a quella vacanza che per me, come per molti altri, è risultata la più bella che avessi mai fatto. Non faccio parte di Libera qui in Sicilia, ma lavoro attivamente in un centro per gli extracomunitari e credo fermamente e spero in un futuro migliore per tutti noi. Sarei davvero felice di rivedere una persona che in sole due ore è riuscita a fare quello che una vita intera non era riuscita a trasmettermi!" E ancora: "Questa mattina ci ha detto che con un sì o con un no la nostra vita può essere in pericolo o può cambiare, e ci ha detto anche che le regole bisogna rispettarle, non come fanno gli 'altri' ".
Mi hanno scritto che, nonostante la tristezza e il dolore, riesco a sorridere... Un altro messaggio recitava: "Penso a uomini, donne e bambini che hanno perso la vita per il rispetto delle regole. Penso che siano queste persone il buon esempio, si sono sacrificate per noi, per la nostra educazione, per una vita migliore senza il mostro che uccide per denaro, senza la mafia. So che posso dare il buon esempio. So che devo rispettare le leggi. Non devo cedere al silenzio. Non devo vendicarmi. Ma devo trovare la giustizia e la forza per diffondere la mia testimonianza, è l'unica possibilità per combattere il mostro".
Lavorare sulla memoria acquista dunque un valore insieme pedagogico e politico. Lavorare sulla memoria serve a riannodare i fili che legano l'esistenza individuale e quella della comunità. Si scopre come ogni vicenda biografica avvenga in un contesto sociale e rimandi ad un sistema di relazioni, che, decifrato, dà un senso più pieno a quella vicenda. Il lavoro sulla memoria motivato da questa intenzionalità riesce a far emergere una sorta di "senso comune", cioè una certa consonanza di rappresentazione della realtà, che è condivisione culturale.
L'idea di creare una nuova fase dei processi educativi e formativi volti a costruire coscienza e cultura antimafiose mi convince con sempre maggiore forza che lo strumento della testimonianza, in mano ai famigliari, deve essere sempre più diffuso ed efficace nei confronti della comunità.
La testimonianza ha dunque un ruolo educativo? Il senso di tutto, senza aggiungere altre parole, lo ritroviamo nelle parole di Sant'Agostino: "E' inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modi nell'animo e non vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l'attesa".

 

 

 

 

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"Locri, il coraggio di essere Liliana Carbone" di Giuseppe Tumino PDF Stampa E-mail

Fonte: Gazzetta del Sud Sabato 24 Dicembre 2011

 

La maestra cui nel 2004 la ’ndrangheta uccise il figlio Massimiliano parla della “sua” antimafia. Molto diversa da quella delle semplici parole
«La speranza è una fiammella che non spegnerò mai. E Buon Natale a chi ancora ha la forza di indignarsi»

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“L’altra metà della luna”: il ruolo della donna nelle associazioni mafiose. Di Danielle Sansone PDF Stampa E-mail

Articolo e foto da controlemafie.wordpress.com

 

Da sempre, il ruolo della donna all’interno delle cosche è oggetto di studio prediletto da sociologi e magistrati  i quali attraverso le loro acute analisi hanno potuto osservare come la posizione della donna nelle organizzazioni si sia sviluppata ed evoluta nel corso degli anni. Anche dal mio punto di vista, che è la posizione di una studentessa di legge, la figura femminile all’interno delle associazioni mafiose ha costituito oggetto di una prima analisi e di contatto con il mondo mafioso. Parlare della figura femminile, non significa solo affrontare lo studio di una “donna mafiosa”, significa anche più intimamente affrontare ed entrare in un ottica materna all’interno della quale si uniscono e confondono assieme valori mafiosi e valori non mafiosi. La donna non è solo vista come muta compagna di un uomo d’onore ma ad essa è riservata una posizione delicata nell’ambiente domestico: quella di essere una sorta di culla della mafiosità; ad essa è deputata la trasmissione di valori tipicamente mafiosi come il culto del rispetto nella sua accezione più negativa del termine e dell’onore che caratterizza e differenzia la posizione dell’uomo d’onore rispetto all’uomo comune; e a questo ruolo così delicato non può essere chiamata una qualunque donna ma solo colei che già proviene da un ambiente mafioso.

Gli studi scientifici sul ruolo della donna nelle associazioni mafiose hanno visto molti contributi da parte di studiose impegnate in quella che è la antimafia culturale: tra queste l’opera di divulgazione scientifica proposta dal Centro di documentazione antimafia Peppino Impastato , in particolare nella persona della Professoressa Anna Puglisi che ha tratteggiato una descrizione della donna nella sicilianità e nella mafiosità siciliana e da cui questo modesto studio prende le mosse. Il Centro ha pubblicato un bellissimo libro sulla figura di Felicia Impastato, madre di Peppino Impastato, una donna  che visse l’altrà metà della luna:  la famiglia di sangue e quella mafiosa due entità che non avevano autonomia, ma che si intrecciavano fino a fondersi e a diventare un tutt’uno. Felicia è stata la donna che più di ogni altra ha conosciuto i valori della mafiosità avendo accanto un marito che era uno dei soldati del Boss di Cinisi ma che al contempo è riuscita a trasmettere la capacità di ribellarsi a Peppino che mai ha condiviso o abbracciato in toto la mentalità della sua famiglia.

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