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“Virga e Mazzara sono colpevoli” di Rino Giacalone PDF Stampa E-mail

Articolo del 15 Aprile 2014 dal gruppo Facebook "Processo per l'omicidio di Mauro Rostagno - Trapani Aula Falcone"

 

“Virga e Mazzara sono colpevoli”, richiesta di ergastolo

Omicidio del giornalista Mauro Rostagno: “E’ stata la mafia infastidita dagli scoop sulle connessioni con la massoneria

di Rino Giacalone

La voce finale dei pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene è giunta attorno alle 14,30. Sono dovuti trascorrere 26 anni dal delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno, 14 anni da quando il fascicolo è giunto sul tavolo dei magistrati della Procura antimafia di Palermo,  tre anni da quando il relativo dibattimento è cominciato dinanzi alla Corte di Assise di Trapani, 69 udienze, oltre un centinaio di testimoni, per arrivare oggi alla richiesta di ergastolo per i due imputati, due conclamati mafiosi, Vincenzo Virga, accusato di mandante, capo del mandamento di Trapani, Vito Mazzara, capo decina della famiglia di Valderice, ex campione della nazionale azzurra, sicario di fiducia del boss Virga, accusato di essere stato il killer. Tre udienze sono state dedicate alla requisitoria dei due magistrati, oggi l’ultima di queste dopo quelle dell’11 e 14 aprile. Hanno ricostruito il dibattimento, hanno messo in fila le prove raccolte, hanno puntato il dito contro il tempo perduto per andare dietro alle altre piste alternative a quella mafiosa sulle quali hanno parecchio insistito le difese…”stupidaggini” hanno detto i due pm che sono entrati nel merito di queste piste mostrandone l’inconsistenza, sulla pista mafiosa hanno messo in fila tutti gli elementi, dagli indizi raccolti dagli investigatori, e poi le collaborazioni dei pentiti, l’esito delle perizie, balistiche e sul Dna, la voce dei testimoni e la voce dell’imputato Mazzara intercettato mentre infastidito con i familiari commentava della riapertura di quelle indagini sul delitto rispetto alle quali lui stesso si è detto convinto, sempre parlando con i familiari, della archiviazione.

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"La verità su Rostagno raccontata dal Dna nel processo al boss" di Adriano Sofri PDF Stampa E-mail

Articolo su La Repubblica del 1° Marzo 2014

 

MERCOLEDÌ 26 febbraio: si tiene in Corte d’assise a Trapani un’udienza (la sessantatreesima in tre anni) del processo per l’assassinio di Mauro Rostagno, ventisei anni dopo. I periti incaricati dalla Corte riferiscono sui risultati dell’esame delle tracce di Dna lasciate sui frammenti lignei del sottocanna del fucile usato per l’omicidio. Hanno individuato, spiegano, una “relazione di verosimiglianza” molto forte tra il Dna dell’imputato dell’esecuzione materiale, Vito Mazzara, e uno dei profili rilevati. Che la compatibilità sia “molto forte” non è un’espressione comune, è la traduzione ( very strong) di una scala tecnica che contiene 5 gradi di evidenza dell’attribuzione: “debole”, “moderata”, “forte”, “molto forte”, ed “estrema”. «Molto forte vuol dire che la probabilità che un profilo preso a caso nella popolazione coincida con quello rilevato dell’imputato è di una su cento milioni». (Nel caso di un’evidenza “estrema”, sarebbe di una su miliardi, ed equivarrebbe «alla certezza che un solo individuo sulla faccia della terra possa aver lasciato quella macchia»). Impressionante com’è, la relazione dei periti riserva un altro formidabile colpo di scena. Nelle tracce rilevate, il profilo di uno sconosciuto particolarmente individuato, siglato come “A 18”, appartiene a un parente (maschio) dell’imputato: «È parente biologico di primo o di secondo grado di Mazzara Vito con una probabilità del 99,9%, e specificamente la parentela più verosimile è quella di secondo grado (che include le coppie zionipote, i fratelli unilaterali — di padre o di madre — , i cugini doppi, e altre parentele più complicate) ».

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"Il Falso Mito dei Deboli Risparmiati" di Alfredo Buccini PDF Stampa E-mail

 

 

Articolo dal Corriere della Sera del 20 Gennaio 2014

 

Infanzia rubata Uno studio rivela che in Calabria 82 minori sono stati denunciati per associazione mafiosa

Allibertativi du cagnuleddu , disse Giovanni Brusca ai suoi aiutanti: liberatevi del cagnolino. E quelli sciolsero nell'acido Giuseppe Di Matteo, un bambino che il boia di Cosa Nostra aveva visto crescere ma che aveva la colpa d'essere figlio di un pentito. È opportuno ricordarla, questa storia, ogni volta che si parla di malacarne mafiosi e vittime innocenti. Perché i macellai che amano definirsi «uomini d'onore» non hanno mai avuto nessun codice d'onore, neppure verso bimbi e mamme. Mai: il boss Michele Navarra assassinò in ospedale un tredicenne testimone dell'omicidio Rizzotto, ed eravamo appena nel 1948.Sicché è umanamente condivisibile il grido di sdegno di Franco Giacomantonio, procuratore di Castrovillari, di fronte all'ultimo orrore scoperto ieri tra i boschi del Cosentino, a Cassano allo Ionio: un piccino di tre anni, Nicola, ammazzato e bruciato in macchina assieme al nonno Salvatore - curriculum da narcotrafficante - e alla sua compagna marocchina Ibtissa. Vendetta  'ndranghetista o regolamento di conti tra cani sciolti, poco cambia. «Come si fa una cosa simile? È qualcosa di inaudito, si è superato ogni limite», ha detto, giustamente, Giacomantonio, reagendo da padre. Ma la verità, come lui stesso sa benissimo, è che il limite non c'è mai stato. Il mito di una mafia un tempo «rispettosa» dei più deboli, di una 'ndrangheta custode di valori familiari, di una camorra romanticamente neo-melodica è una balla contraddetta dalla Spoon River delle piccole vittime massacrate negli anni. Gli uomini del disonore sparano ai bambini quando sono sulla linea di tiro dei loro obiettivi, quando sono testimoni pericolosi o, addirittura, quando vogliono così punire i loro genitori. Poi vanno a casa ad abbracciare i propri figli, programmando il giorno giusto per mettere anche a loro una pistola tra le mani. A Oppido Mamertina, falde dell?Aspromonte, 1998, fecero fuoco «deliberatamente contro i bimbi», raccontò l'allora procuratore Elio Costa, e morì Mariangela Ansalone, nove anni, colpevole solo di passare per caso col nonno nella zona dell'agguato. Dodò Gabriele, dieci anni, stava giocando a pallone col papà su un campetto alla periferia di Crotone, quando un killer che mirava a un presunto emergente delle cosche lo falciò con una raffica. Gaia, cinque anni, si è salvata dopo mesi di ospedale: gli assassini puntavano a suo padre, sempre a Crotone, in quello stesso periodo. Nella provincia, pochi anni prima, era stato ucciso Gianfranco Madia, 15 anni: in macchina col nonno, il vero bersaglio.Quando l'infanzia non è troncata dai killer, è rubata dalle famiglie stesse. Una ricerca coordinata da Marianna Malara rivelò qualche tempo fa che in Calabria, tra il 1990 e il 2004, ottantadue minorenni erano stati denunciati per associazione mafiosa: tra gli assassini del piccolo Nicola potrebbe esserci qualcuno di quei ragazzini d'allora. A Corigliano Calabro, non lontano dal teatro del massacro scoperto ieri, è rimasta a lungo deserta la nuova scuola: occupava una palazzina confiscata a un boss e i genitori di ventisei bambini hanno preferito tenersi a casa i piccoli, ufficialmente perché il nuovo istituto era «troppo lontano». Alle elementari di San Luca hanno provato le «griglie pilotate» per evitare di mettere nella stessa classe figli di famiglie in guerra. Una resa? Macché, una «misura preventiva», ha detto candido il preside. I codici d'omertà sono trasmessi col latte, dalle madri: a Cinquefrondi, piana di Gioia Tauro, nel '98, ammazzarono in sala giochi Saverio, 13 anni, davanti a suo fratello Orazio, minore di un anno. L'interrogatorio di Orazio, raccontato dal cronista Pantaleone Sergi, merita di essere riportato. Cos'è successo? «Non mi ricordo». Chi ha sparato? «Ve lo cercate da voi». Cosa hai visto? «Nun vitti nenti , non ho visto nulla». Come ti chiami almeno lo sai? «Nun sacciu nenti, chi voliti ?». Forse un esercito di maestri elementari sconfiggerà la mafia, come diceva Gesualdo Bufalino. Quel giorno potrebbe essere però parecchio lontano: nel frattempo non sarebbe inutile rinforzare l'esercito che abbiamo, di carabinieri e poliziotti. Perché bambini come Nicola non debbano più morire e bambini come Orazio non debbano più mentire.

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Regione, l'appello di Tiberio Bentivoglio alla Commissione contro la 'ndrangheta: ''Se andrò via da qui è perchè le istituzioni sono state assenti'' PDF Stampa E-mail

Foto e Articolo del 16 Ottobre 2013 da  strill.it


E' un accorato appello quello rivolto dall'imprenditore reggino Tiberio Bentivoglio nei confronti delle istituzioni nell'ambito della sua audizione in Commissione Regionale contro la 'ndrangheta.
Bentivoglio, titolare della Sanitaria Sant'Elia, imprenditore simbolo della lotta al racket a Reggio Calabria, elenca di fronte alla Commissione presieduta dal Consigliere Salvatore Magarò, una serie di misure che secondo l'elaborazione avviata anche con il supporto dell'Associazione Libera, dovrebbero essere applicate nel caso di imprenditori colpiti dalla 'ndrangheta.

Anzitutto, tra le richieste di Bentivoglio, l'esenzione dai tributi regionali per chi denuncia estorsione, usura e per i testimoni di giustizia. Secondo le richieste dell'imprenditore tra i tributi da sospendere la tassa automobilistica, addizionale regionale all'imposta sul reddito delle persone fisiche-Irpef, imposta regionale sulle attività produttive - Irap, addizionale regionale all'imposta di consumo sul gas metano usato come combustibile -Arisgam, tributo speciale per il deposito in discarica dei rifiuti solidi, imposta regionale sulle concessioni statali dei beni demaniali e del patrimonio indisponibili, tasse di concessione regionale-Tcr, tassa per l'abilitazione professionale, tassa per il diritto allo studio universitario, tassa fitosanitaria Bollo di circolazione.

A ciò si aggiunge la cancellazione delle ipoteche sui beni immobili denuncianti e testimoni di giustizia, il diritto all'assunzione per chiamata diretta presso l'amministrazione regionale o enti e società strumentali o controllati per il denunciante, il testimone di giustizia ovvero, in alternativa, per il coniuge o per i suoi figli,  la costituzione di parte civile della Regione e di enti e società strumentali o controllati a sostegno delle vittime della criminalità organizzata, condizioni di maggior favore per il rilascio del certificato Durc, la possibilità per l'imprenditore denunciante o testimone di giustizia di usufruire, con priorità, di un bene sequestrato o confiscato  per poter riorganizzare l ‘attività distrutta o danneggiata dalla criminalità organizzata ed infine la creazione di un fondo regionale per le vittime che possa intervenire anticipando l'elargizione governativa e fornire un pronto intervento per riavviare l'attività imprenditoriale.

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"Terranova, Mancuso, Livatino, Saetta, Rostagno, eroi quasi dimenticati" di Aldo Penna PDF Stampa E-mail

Fonte foto: grandangoloagrigento.it      

 

 

 

 

Fonte: linksicilia.it

I morti per mafia compongono un elenco così lungo che a vederli su un’immensa lapide tutti insieme somigliano ai nomi scolpiti su un campo di sterminio. A futura memoria, perché di orrori non ne accadano più.

Gli uomini però hanno la tendenza a dimenticare, a volte per comodità, altre per vigliaccheria, altre per interesse, oppure soltanto perché il presente è così drammatico che drena ogni energia e il passato rimane qualcosa dietro di noi, inesplorato, anche se l’abbiamo percorso.

Lungo il sanguinario quindicennio che va dalla fine degli anni 70 a metà degli anni 90, come un fatto epidemico cadono tutti i vertici politici, giudiziari, di polizia impegnati nella lotta alla mafia. Ma come accade oramai da alcuni anni ad alcuni è dedicato il ricordo e la fanfara a tanti altri solo una corona di fiori su una lapide o davanti una targa.

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