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E' morta Agnese Borsellino. PDF Stampa E-mail

Foto e Articolo del 5 Maggio 2013 da  ilsitodipalermo.it

E' morta Agnese Borsellino. Stamattina il funerale a S. Luisa di Marillac

di Antonella Folgheretti

La vedova del giudice Paolo era ammalata da tanto tempo. Si ricorderanno i suoi "j'accuse" verso chi coprì le stragi

E' morta, a Palermo, Agnese Piraino Leto. Vedova del giudice Paolo Borsellino, era malata da tempo. Aveva 71 anni. Indimenticabile il suo sfogo pubblico l'anno scorso in occasione della inaugurazione del nuovo centro operativo della Dia a Palermo: ''Questa città deve resuscitare. Deve ancora resuscitare''. La  vedova del magistrato ucciso in via D'Amelio era per la prima volta davanti ad una telecamera dopo una lunga malattia che l'aveva tenuta lontana dagli eventi pubblici in occasione del ventesimo anniversario delle stragi. E poi aveva ripetuto con un sorriso "Palermo deve cambiare...deve cambiare". Il primo commento stamattina è stato quello di Salvatore Borsellino sul suo profilo Facebook: "E' morta Agnese. E' andata a raggiungere Paolo. Adesso saprà la verità sulla sua morte. Salvatore". La notizia della sua morte ci è giunta così.

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SE LA VITTIMA E' COLPEVOLE DI ESISTERE di Francesca Chirico PDF Stampa E-mail

Foto da  scirocconews.it

Articolo del 1 Novembre 2012 da  stopndrangheta.it

REGGIO CALABRIA - Giovanni Gabriele di avere portato Dodò a giocare a calcetto continua a sentirsi colpevole. Ma Dodò aveva undici anni e la scuola era finita: come convincerlo a non tirare quattro calci ad un pallone? I genitori di Celestino Fava, invece, ripassano da dodici anni le poche battute che hanno segnato la loro vita: l'amico del figlio che bussa alla porta in cerca di compagnia per andare in campagna, e Celestino che grida, dal letto in cui si è appena svegliato, che lo accompagnerà lui. Se solo avesse continuato a dormire, si macera la madre strofinando la foto nella medaglietta d'oro al collo. E invece Dodò Gabriele, il pomeriggio del 25 agosto 2009 a Crotone, è andato a giocare a calcetto, beccandosi in testa il proiettile vagante di un agguato di 'ndrangheta. E Celestino Fava, la mattina del 29 novembre 1996 a Palizzi, si è alzato dal letto, finendo ucciso perché testimone dell'omicidio dell'amico.  Danni collaterali. Come Fazio Cirolla, ammazzato il 27 luglio 2009 a Cassano davanti al figlio di 7 anni, perché scambiato per il vero obiettivo dei killer. Come il professore del Magistrale di Polistena, Pino Rechichi, raggiunto da una pallottola mortale destinata ad un'altra persona la mattina del 4 marzo 1987, mentre andava a scuola.

In un fatalismo che equipara la lupara a un vaso caduto in testa dal balcone, sono le vittime del "posto sbagliato al momento sbagliato". Calabresi colpevoli di mala sorte. Che quando tocca a te c'è poco da fare, e se nasci in Calabria lo devi mettere in conto che il tuo destino lo possa decidere la 'ndrangheta. La sera del 25 ottobre 2012, a Soriano Calabro, Filippo Ceravolo aveva messo in conto solo di doversi alzare presto la mattina dopo, per occupare il suo posto di ambulante al mercato a Vibo Valentia. Ma ha 19 anni e vuole vedere la fidanzata. Come tenerlo a casa? Sale sull'auto di un conoscente. Sulla via del ritorno, al primo colpo di fucile sparato contro il finestrino, non ha certo pensato di aver chiesto un passaggio alla persona sbagliata, non ha pensato di essere stato scambiato per un altro. Se c'è stato il tempo per un pensiero forse è stato di paura, prima dei quattro proiettili in testa e dell'inutile viaggio in ospedale dove, di lì a qualche ora, sarebbe diventato l'ultimo innocente "colpevole" di sfortuna. Colpevole di aver sbagliato a trovarsi sulla traiettoria dei killer. Che invece, se stavano lì, una ragione c'era, chessenò non sparavano.  

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"Togliere la scorta ai testimoni di giustizia in pericolo di vita è un gesto che non riusciamo a spiegarci e che come familiari ci da tanta amarezza e rabbia" Lettera aperta alle istituzioni. PDF Stampa E-mail

Fonte: facebook.com

Lettera aperta al Ministro dell’interno, all’Ill.mo Sig. Prefetto di Palermo, al Questore di Palermo, al Presidente del Tribunale di Palermo, al Presidente della Provincia di Palermo e al Sindaco di Palermo.



Chi vi scrive sono i figli di un avvocato penalista catanese, Serafino Famà, morto per mano mafiosa il 9 novembre del 1995, di cui alcuni di voi forse non conoscono nulla, ma che per noi è non solo  un nome dell’elenco di quei 900 morti ammazzati per la democrazia di questo Paese, ma un padre che ci è stato strappato quando eravamo ancora adolescenti.

Non siamo qui per raccontarvi di lui e non vi scriviamo in un giorno qualsiasi.

Oggi è il 21 marzo, il primo giorno di primavera in cui si celebra la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo di tutte le vittime delle mafie.

Oggi in tutte le piazze d’Italia quel lunghissimo elenco di nomi sarà letto da noi familiari, da esponenti di associazioni e da rappresentanti delle Istituzioni.

Oggi a Palermo due testimoni di giustizia Piera Aiello e Giuseppe Carini chiedono di essere ascoltati e chiedono protezione a quelle stesse Istituzioni che sono presenti nel ricordo delle vittime.

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Le vittime di camorra, Simonetta Lamberti e la verità sulla sua morte dopo 31 anni. PDF Stampa E-mail

Articolo del 13 Marzo 2013 da ilmattino.it



CONTROSTORIE
di Gigi Di Fiore



Alla fine, ci vuole sempre un pentito. Qualcuno che parli, ricordi, confessi. Per arrivare ad una verità su omicidi e violenze, quando c'è di mezzo la camorra è quasi sempre così. Lo è stato, purtroppo, per la morte di Giancarlo Siani, unico giornalista campano ucciso dai camorristi senza tante minacce o preavvisi. Lo è stato per tanti omicidi sulle guerre storiche tra clan della camorra, come per i tragici anni della Nco cutoliana contro i gruppi della Nf, o per i sucecssivi sconti tra vincenti del clan Alfieri.

Insomma, dopo la legge del 1992 che ha regolato l'attività dei collaboratori di giustizia, se non c'è un pentito le indagini devono segnare il passo. Hai voglia a intercettare, mettere microspie, pedinare sospettati. Per la maggior parte della indagini della Dda, il pentito è la regola.

E' successo, di recente, anche per l'orrenda morte di Simonetta Lamberti, uccisa dai killer della camorra il 29 maggio del 1982. Sono passati 31 anni e, dopo vergognosi processi senza colpevoli, è comparso un pentito della camorra in carcere, Antonio Pignataro, e ha confessato, assalito da scrupoli di coscienza: "C'ero anche io in quel commando, l'abbiamo uccisa noi per errore".

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LA STRAGE DI FEUDO NOBILE di Salvatore Nicolosi PDF Stampa E-mail

Tratto dal Libro L'IMPERO DEL MITRA di Salvatore Nicolosi

Ed. Bonanno (!972) Disponibile nelle biblioteche

Si ringraziano il Sig. Nino Impallari per la ricerca bibliografica e la Sig.a Lucia Rita Daino, nipote di Fiorentino Bonfiglio, per il suggerimento.

 

Otto carabinieri sequestrati dai banditi

Non c'è archivio e non c'è documento che conservi tutt'intera e definita la storia del più oscuro e odioso episodio della guerriglia. E' scoraggiante constatare che dalla strage di otto carabinieri esistano oggi, in contrasto aperto l'una con l'altra, tante versioni. Così diverse da dar l'idea che, tolte le linee essenziali del fatto, tutti i frammenti del racconto si riferiscano a storie differenti e scomparse.
Le linee essenziali del fatto sono queste: otto carabinieri vengono catturati dai banditi a feudo Nobile (territorio di Gela, provincia di Caltanissetta) il 10 gennaio 1946, cioè dodici giorni dopo San Mauro; vengono uccisi il 29 gennaio dopo svariate peregrinazioni; i cadaveri sono ritrovati il 25 maggio in fondo a una miniera di zolfo nei pressi di Mazzarino (Caltanissetta), in contrada Bubonia.
Anche le spiegazioni del fatto sono contraddistinte. Ciascuno dei protagonisti sopravvissuti ne ha una, sua personale, e la proclama negando con sdegnosa perentorietà tutte le altre. Il processo che si celebrò dinanzi alla corte d'assise di Caltanissetta nel dicembre 1948, e che mandò all'ergastolo i banditi superstiti, non chiarì molti punti e non ascoltò molti personaggi che avrebbero meritato di essere sentiti. Si limitò ad accertare le singole responsabilità, senza scavare troppo nei fatti che si conclusero con l'eccidio della miniera. Le ricostruzioni che sono state tentate in seguito risultano perciò grossolanamente deformate.
La versione ufficiosa, fornita ai giornalisti dal comando dell'ispettorato regionale p.s., fu guanto mai imprecisa. Apparve sui giornali di sabato 12 gennaio, proveniente da Palermo, ed era tanto vaga e imprecisa che non merita d'esser conosciuta.
Un'altra versione, di fonte ufficiosa, fu quella che diedero, sulla base di indagini dirette, i giornali del tempo. Secondo questa, i banditi, poco dopo San Mauro, prescelsero deliberatamente la casermetta dei carabinieri ubicata in località detta Case Vitale, nel feudo Nobile; secondo le generiche direttive, del comando generale separatista, bisogna «attaccare le caserme dei carabinieri». Questo contrattacco, conseguente all'arresto di Gallo e dei guerriglieri separatisti che venivano scovati nelle loro case, era dettato da «spavalderia, desiderio di rivalsa, fanatismo».
Offensive di questo genere si verificavano, in quei giorni, con grande frequenza in ogni parte dell'isola. Era Giuliano che dava l'esempio. Caserme assalite e scompigliate, imboscate, militari ridotti alla resa, millitari feriti, militari uccisi.

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