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QUANDO LA MAFIA UCCIDE GLI INNOCENTI di Lorenzo Bodrero PDF Stampa E-mail


Il 9 novembre è l’anniversario della morte di Paolo, Edoardo, Calogero, Serafino. Nomi di persone che non abbiamo conosciuto, ma che sono morti per mano delle mafie. Abbiamo contato oltre mille vittime innocenti negli ultimi 150 anni. Un conto per difetto, che coinvolge 125 donne e 105 minorenni. Molti avevano l’unica colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Fonte:  lastampa.it

Sono le 18:30 di una sera di fine estate a Palermo. Il 23 settembre Rosalia Pipitone, per tutti Lia, si trova all’interno di un negozio di sanitari in Via Papa Sergio. E’ lì a fare acquisti per il piccolo Alessio, il suo primo e unico figlio avuto quattro anni prima ma che non avrebbe mai più rivisto.  

Lia è una delle 1.120 vittime innocenti di mafia che lacerano come un profondo taglio oltre cento anni di storia del nostro Paese. Donne, ragazzi, bambini, pensionati che per sbaglio o per precisa volontà delle cosche finiscono trucidati per questioni ben più grandi di loro. E chissà di quanti altri non se ne ha memoria, finiti nell’oblio di un archivio polveroso in un remoto paese di provincia o covato e tenuto nascosto dai famigliari come un dolore troppo grande da rendere pubblico.

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'NDRANGHETA, DELITTI IMPUNITI: POMPEO PANARO (LE INCHIESTE REPUBBLICA) PDF Stampa E-mail

Foto e Articolo del 2 maggio 2013 da  inchieste.repubblica.it

"La verità sulla scomparsa di mio padre sepolto nel cimitero della 'ndrangheta"

di GIOVANNI TIZIAN

Grazie alla tenacia di Paolo Panaro, la magistratura di Catanzaro ha deciso di riaprire l'inchiesta sulla fine del padre, commerciante ed esponente politico della Dc locale, sparito nel 1982. Un'odissea durata 30 anni tra omissioni, depistaggi, prove contraffatte. Fino alla scoperta di un terreno gestito dalle cosche che potrebbe nascondere i resti di tanti altri delitti eccellenti


PAOLA (Cosenza) - Il velo sottile dell'omertà avvolge da trent'anni la scomparsa di Pompeo Panaro. La copre dal lontano 28 luglio 1982. È l'estate dei Mondiali, sono mesi di festa e di esaltazione collettiva. In quel clima di euforia generale, un padre, un marito, un lavoratore e politico locale non farà ritorno a casa. Pompeo non rivedrà più suo figlio, sua moglie, la sua abitazione a Paola, in provincia di Cosenza. L'ennesima vittima della "lupara bianca", si pensò subito. E l'ipotesi non era errata. Perché non si seppe più nulla per molto tempo. Scomparso nel nulla. Dopo due inchieste fallite, con tanti buchi neri, la settimana scorsa la Procura antimafia di Catanzaro ha deciso di riaprire il caso. E questo grazie alla determinazione del figlio Paolo da due anni alla ricerca della verità. La settimana scorsa la nuova inchiesta ha mosso i primi passi: è stato interrogato il fratello di Pompeo. I magistrati si aspettano da lui un aiuto per rintracciare le ossa perdute. E da quanto risulta a Repubblica.it Inchieste avrebbe confermato che si trovano nella cappella di famiglia. Un mistero nel mistero. La polizia di Cosenza, comunque, si è già mossa per verificare se nella cappella di famiglia è nascosto l'unico osso della vittima rimasto tra i reperti recuperati, così come sostiene il figlio Paolo.

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Le lapidi non dicono tutto - di Saverio Lodato PDF Stampa E-mail

 

Articolo del 31 Agosto 2015 da  antimafiaduemila.com

Dalla Chiesa, il Generale ucciso dallo Stato


Carlo Alberto dalla Chiesa? Chi era costui? Perché venne assassinato? Cosa rappresentò davvero il suo sacrificio? Ne valse la pena? Chi glielo fece fare? Gli italiani fecero tesoro del suo insegnamento? Le lapidi invecchiano. E più di tanto non possono dire.
Le lapidi, per loro natura, sono avare di parole e di atmosfere, laconiche, quasi dispettose in quell’indicare appena un nome e qualche data.
Il tempo scorre.
La Sicilia e l’Italia sono assai lontane da quelle di allora.
E qualche giorno fa, Rita, una dei tre figli di Dalla Chiesa, ha lamentato su Facebook che la lapide in ricordo del sacrificio di suo padre si trovava in stato di abbandono. Il sindaco della città, Leoluca Orlando, l’ha fatta subito sistemare e ripulire, restituendo così decoro a un luogo di passaggio obbligato nel centro di Palermo che però, è questo il punto, non è mai diventato effettivo luogo di raccoglimento e di memoria.
A Palermo, di Carlo Alberto dalla Chiesa resta un pallidissimo ricordo.

I giovani non conoscono la sua storia, non sanno che con quella strage in via Carini si raggiunse per la prima volta il vertice di un’escalation di violenze criminali che negli anni a venire avrebbe avuto innumerevoli repliche; credono, in buona sostanza, che il vero inizio della lotta alla mafia sia da collocare dieci anni più tardi, con i sacrifici di Falcone e Borsellino e le relative stragi. Altrimenti non si capirebbe perché gli anniversari dell’agguato che il 3 settembre 1982 costò la vita al “carabiniere” Dalla Chiesa e alla sua giovane moglie, la crocerossina Emanuela Setti Carraro, si rincorrano mesti, poco partecipati, poco appetibili per la grancassa dei media che ormai, 33 anni dopo, ha altro cui pensare.
Eppure c’è qualcosa di particolarmente sinistro che accomuna la strage di via Carini e quella di Capaci, ed è il fatto che in entrambi i casi venne aperto il fuoco anche contro le mogli di un carabiniere e di un magistrato, in dispregio del vecchio adagio mafioso che imponeva di non coinvolgere donne e bambini nei regolamenti di conti: il binomio Dalla Chiesa - Setti Carraro anticipò infatti di dieci anni esatti il binomio Falcone - Morvillo (binomio, questo, che resterà, a dispetto della separazione cimiteriale dei poveri resti di entrambi, per decisione dettata dal desiderio irrefrenabile di “occhio di mondo” di Maria, una delle sorelle di Falcone).
Sebbene, dopo quegli eventi, una valanga di cadaveri, altrettanto “illustri”, eccellentissimi, piegò la Sicilia, quella modalità d’esecuzione non si ripeté mai più.
Si trattò di un caso? Del capriccio delle coincidenze della storia? Dalla Chiesa non poteva essere ucciso da solo? Falcone non poteva essere ucciso da solo?
Decenni di inchieste, e di opinioni, ci hanno spiegato che no, non potevano essere uccisi da soli, perché il monito doveva apparire gigantesco, assumere valenza quasi biblica, affinché i vivi non raccogliessero mai più l’esempio di Dalla Chiesa e di Falcone. Ci è sempre sembrata una tesi parente stretta dell’affermazione che dice : “cosa fatta capo ha”. In altre parole, non ci aiuta a capire chi fu il mandante. E perché la “regola” fu infranta?
Perché - è la domanda che resta - questo trattamento fu riservato solo a loro? E’ una domanda che forse può tornarci utile oggi, a poche ore dal giorno dell’anniversario.
Andiamo ai fatti. Dalla Chiesa, da vivo, nei suoi “cento giorni” di missione in terra di Sicilia, non fu mai amato dai palermitani. Fu irriso, vilipeso, ostacolato. Non godeva di buona stampa. Venne percepito, lui piemontese, lui alto graduato dell’ Arma, lui castigamatti delle brigate rosse, lui che aveva indagato sulla esecuzione di Aldo Moro, lui che parlava ad alta voce nella città di atavici silenzi, lui che “andava sull’uomo”, come si direbbe calcisticamente, rendendo la vita difficoltosa ai rappresentanti dei potentati economici, affaristici, politici e istituzionali siciliani, fu percepito, dicevamo, come un corpo estraneo. Simpatie zero, o poco più, perfino da parte della società civile.
Perché? Basterà ricordare che, in quel momento, le fila del potere democristiano erano in mano a un signore elegantemente vestito di nero che rispondeva al nome di Giulio Andreotti. E che la sua corrente, quei bravi ragazzi altrimenti detti gli “andreottiani di Sicilia”, aveva a Palermo la sua casa madre, la sede centrale della ditta.
E che l’economia siciliana, invece, era rappresentata dai cugini Nino e Ignazio Salvo, dal potentato dei Cassina, dai quattro “cavalieri catanesi” del lavoro, i Costanzo, i Rendo, i Finocchiaro, i Graci, mentre, su tutti, incombeva l’ombra nera di Vito Ciancimino, allora nel fiore dei suoi anni delinquenziali.
A tutti costoro, nessuno escluso, sin dal primo giorno del suo insediamento, Dalla Chiesa dichiarò una guerra aperta e senza esclusione di colpi. Nei fatti, ancor prima che a parole. E non dimentichiamo, a completamento del quadro, il famigerato “clan dei corleonesi”, vecchia conoscenza del generale che, proprio in quel di Corleone, decenni prima aveva mosso i suoi primi passi investigativi.
A peggiorare le cose, poi, ci stava tutto quanto era già accaduto “prima” del suo arrivo.
Erano stati assassinati il capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova, il presidente della regione siciliana, Pier Santi Mattarella, il capitano della compagnia dei carabinieri di Monreale, Emanuele Basile, il procuratore capo di Palermo, Gaetano Costa, il primario di chirurgia vascolare dell’“Ospedale Civico” di Palermo, Sebastiano Bosio, l’imprenditore Pietro Pisa, il segretario del PCI siciliano, Pio La Torre.
Dalla Chiesa, insomma, si ritrovò paracadutato, anche per sua nobilissima richiesta, nel cratere di un vulcano in piena attività.
Infine, un’ altra cosa che va ricordata, ma di incommensurabile portata se si vuol capire cosa accadde 33 anni fa, è che a Roma Dalla Chiesa venne insignito del titolo di “prefetto”, ma i poteri effettivi di prefetto chiamato a fronteggiare la mafia nella tana del lupo, non gli vennero mai concessi. E nonostante lui stesso li rivendicasse platealmente.
C’è un altro, chiamiamolo così, dettaglio: Dalla Chiesa non ebbe alcuna remora a far sapere all’ uomo in nero, Giulio Andreotti, che avrebbe dato filo da torcere proprio alla sua corrente siciliana in quanto fortemente sospettata di collusione con le cosche mafiose. Il tutto, nero su bianco, in una lettera a Giovanni Spadolini, presidente del consiglio in quel momento. La misura fu presto colma.
Me ne parlò apertamente ai primi di agosto del 1982, un mese prima della sua morte.
Lo incontrai, per un’intervista che pubblicai sul quotidiano “L’Unità” in ricordo del procuratore Gaetano Costa che lui aveva conosciuto, a Villa Whitaker , nella sede della Prefettura di Palermo. In quello scorcio di anno, giusto per ricordare, le vittime di mafia a Palermo erano già ottantadue.
Dalla Chiesa era solo. Parlava come una persona consapevole ormai della propria solitudine. Non aveva attorno, pur essendo il prefetto di una Palermo in guerra, alcun segretario, alcun collaboratore, neanche un passacarte.
Chi incarnava, in quel momento, lo Stato?
Lui, in tutta la sua solitudine? In tutta la sua determinazione, la sua tenacia, la sua lucidità di analisi e di giudizio che lo spinse addirittura a prevedere, in quell’intervista, che stava per manifestarsi il pentitismo fra le fila dei mafiosi? O la pletora di tutti quelli che volevano la sua fine e che quel giorno scelsero di restare nell’ombra? Che ne studiavano silenziosamente le mosse, per riferire diligentemente e in tempo reale agli interlocutori di quei “poteri romani” che facevano il doppio gioco?
Dalla Chiesa - è questo che vogliamo dire - si sentiva di essere lo Stato, di rappresentarlo, di servirlo. In questo, proprio come Falcone. E ne aveva ben donde, visto il suo smagliante curriculum di uomo al servizio della legge. Ma c’era il piccolo particolare che lo Stato, quello autentico, quello che lo aveva spedito in Sicilia a tamburo battente, quando la temperatura criminale si era eccessivamente surriscaldata, in cuor suo lo voleva morto.
In questo, proprio come Falcone e Borsellino.
Non fu un caso che mentre le forze dell’ordine si precipitarono fra ululati di sirene e lampeggianti nel luogo dell’eccidio, in via Carini, dove oltre a Dalla Chiesa ed Emanuela morì il fedele autista, l’agente Domenico Russo, ombre furtive entrarono in Prefettura, violarono la cassaforte del generale, fecero sparire per sempre i documenti più scottanti che lui stesso aveva raccolto durante i suoi “cento giorni” a Palermo. E che raccoglievano nomi, cognomi e indirizzi della Sicilia criminale di allora.
Storia questa, sia detto per inciso, che si sarebbe ripetuta con i diari di Falcone e l’agenda rossa di Paolo Borsellino. Sul luogo dell’agguato, poi, comparve la scritta: “qui è morta la speranza dei siciliani onesti”. Parole preveggenti di quanto sarebbe accaduto in epoca successiva.
Ora forse, 33 anni dopo, sarebbe giunto il momento di dire che Carlo Alberto dalla Chiesa venne assassinato dalla tenaglia congiunta dello Stato-Mafia e della Mafia-Stato che avevano tutto l’interesse, a Roma come a Palermo, di vederlo morto.
Troppo a lungo, infatti, è durata la stucchevole bagatella che ha fatto da colonna sonora in questi decenni di un Carlo Alberto dalla Chiesa “ucciso dalla mafia”.
La mafia, certo, fece la sua parte. Ma quella strage rappresentò molto di più.
Fu il tentativo disperato di ristabilire un ordine delle cose che vedeva tutti i potenti a braccetto, e che per ciò non poteva contemplare figure esemplari, schegge impazzite, personalità istituzionali “fuori rotta” e che entravano inevitabilmente in rotta di collisione con le istituzioni romane.
Il regista collettivo della strage di Via Carini incluse nel copione anche l’eliminazione di Emanuela Setti Carraro per far capire che non sarebbero stati tollerati altri ammutinamenti. Ecco perché non venne più rispettato il vecchio adagio mafioso. Erano diventati altri i comprimari.
Dieci anni dopo la storia si ripropose?
Il regista collettivo di Capaci e via D’Amelio fu costretto a ripetersi.
Con l’uccisione di Francesca Morvillo e l’ecatombe di via D’Amelio.
E’ giusto e legittimo tirare a lucido le lapidi.
Ma forse non dovrebbe bastare alla nostra coscienza di oggi. Sarebbe molto meglio, per esempio, cercare di capire perché allo Stato di oggi, 33 anni dopo via Carini, o 23 anni dopo Capaci e Via D’Amelio, dia un fastidio così profondo il processo che si celebra a Palermo sulla Trattativa Stato-Mafia.
E sarebbe bene che chi queste cose le conosce, avendo avuto la disgrazia umana di doverle attraversare, spendesse qualche parola di sostegno per tutti quei magistrati palermitani che stanno in prima fila in profondo isolamento proprio perché ormai hanno capito tutto quello che c’era da capire. E che, in maniera sacrosanta, vorrebbero poter provare in dibattimento.
Soprattutto per evitare che altre lapidi, con il trascorrere del tempo, abbiano poi bisogno di un frettoloso restauro.

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Mafia, casinò e spioni Perché è morto Caccia - di Davide Milosa PDF Stampa E-mail

Articolo del 25 Agosto 2015 tratto da Il Fatto Quotidiano
Fonte: antimafiaduemila.com


La storia riparte trentadue anni dopo. E cambia radicalmente. Sul tavolo un caso di cronaca clamoroso: la morte del procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, ucciso con 17 colpi di pistola la sera del 26 giugno 1983. Chi paga? Nel 1993 viene condannato all’ergastolo il calabrese Domenico Belfiore. Lui, secondo i giudici, il mandante di un’esecuzione ordinata per tutelare gli affari della ‘ndrangheta all’ombra della Mole. Ignoti i killer. Questa, ad oggi, la versione ufficiale che si basa sulle dichiarazioni del collaboratore Francesco Miano legato ai servizi segreti. La storia, però, ora rischia di essere ribaltata dalla nuova inchiesta dell’antimafia di Milano. L’inedito copione cancella l’ombra delle ‘ndrine e punta sugli interessi di Cosa Nostra per i casinò del nord Italia e i rapporti con i servizi segreti.
Attualmente nel fascicolo milanese compaiono due indagati. Si tratta del calabrese Demetrio Latella, detto Luciano, già legato alla banda di Angelo Epaminonda. Secondo la ricostruzione della famiglia Caccia avrebbe partecipato all’omicidio del magistrato. Il secondo nome, invece, è quello di Rosario Pio Cattafi, personaggio equivoco, condannato in primo grado per mafia, testimone nel processo sulla trattativa Stato-mafia e fin dagli anni Ottanta ritenuto molto vicino al boss catanese Nitto Santapaola. Stando alle carte dell’inchiesta Cattafi, originario di Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, risulta vicino agli ambienti che avrebbero ideato l’omicidio. La nuova indagine è nata dopo che Fabio Repici, legale della famiglia Caccia, ha depositato in procura tre esposti che ruotano attorno a un'unica ipotesi: il magistrato fu ucciso perché stava indagando sugli affari di Cosa Nostra nei casinò. Ipotesi su cui pesa l’attentato dinamitardo all’ex pretore di Aosta Giovanni Selis il quale indagava sul casinò di Saint Vincent. La bomba esplose il 13 dicembre 1982 pochi mesi prima della morte di Caccia. Gli attentatori non furono mai individuati. Alla base di questa nuova versione del caso Caccia c'è un'intercettazione del 2009. Il magistrato Olindo Canali, parlando con un giornalista, ricorda quando in casa di Cattafi fu sequestrato un finto volantino delle Br che rivendicava l’omicidio.

All'epoca, Canali era uditore del pm Francesco Di Maggio titolare del fascicolo su Caccia. Di quel volantino non si ha traccia. Tra gli atti depositati da Repici, c'è, però, la prova della perquisizione. E del resto nel fascicolo sull’omicidio il nome di Cattafi compare diverse volte, spesso associato a uomini legati ai servizisegreti.Traquestil’imprenditore milanese Giancarlo Mariani, al quale “tale colonnello Bertella” chiede di trovare informazioni sull’esecuzione. Mariani così si rivolge allo stesso Cattafi. Il 10 settembre 1984 Mariani mette a verbale: “Fui io a chiedere a Cattafi se ne sapesse qualcosa. Ciò avvenne mentre stavo redigendo il rapporto da consegnare al colonnello Bertella. Senza alcuna esitazione il Cattafi mi riferì le notizie da me trascritte nel rapporto”. Il documento di cui parla Mariani è agli atti del fascicolo sull’omicidio. Spiega Mariani: “Al punto 19 del rapporto più volte richiamato indico il giudice Caccia come architetto Caccia Dominioni”. Ecco allora il testo preciso: “L'architetto Caccia Dominioni è stato fatto fuori non dai calabresi (…) ma da un gruppo capeggiato da Epaminonda (catanese). Sempre come sfondo vi è la questione (…) inerente Saint Vincent, Sanremo, Campione (…) era convinto che tutti i soldi sporchi arrivassero lì”. Sul killer soprannominato Luciano sempre Cattafi riferisce a Mariani di potergli fare avere una sua foto pubblicata sul Corriere della Sera. Secondo la procura e la ricostruzione dell’avvocato Repici si tratta di Demetrio Latella, calabrese, coinvolto e mai condannato per il sequestro di Cristina Mazzotti, rapita nel 1975 e fatta morire di stenti.
La nuova ricostruzione, inoltre, rischia di far riaprire un altro omicidio irrisolto e collegato a Cattafi. Si tratta della morte del broker milanese Giancarlo Ginocchi ucciso il 14 dicembre 1974 nella sua casa milanese. Casa, mette a verbale Mariani, “dove ho conosciuto Saro Cattafi”. E ancora: “Mi è nota la circostanza che ogni qual volta Cattafi raggiungeva Milano dalla Sicilia trovava alloggio nell’appartamento di Ginocchi”, il quale fu coinvolto nel sequestro dell’imprenditore Giuseppe Agrati del 1975. Per il collaboratore di giustizia Federico Corniglia “Ginocchi era un riciclatore di Stefano Bontate”.

 

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Manca, silenzio di Stato - di Luciano Mirone PDF Stampa E-mail

 

Articolo di Agosto 2015 da linformazione.eu



La denigrazione non basta. Per insabbiarlo è necessario il silenzio. Un silenzio che avvolge il caso di Attilio Manca e scorre lungo l’asse Viterbo-Marsiglia-Barcellona Pozzo di Gotto, con un tassello mancante che potrebbe avere un nome: Bernardo Provenzano. Potrebbe… ma non ci sono prove. Non perché non esistano gli elementi su cui indagare, ma perché ogni volta che affiora un collegamento sulla trattativa Stato-mafia o sulla protezione occulta e istituzionale di cui “Binnu” avrebbe beneficiato anche a Barcellona Pozzo di Gotto (città di Attilio Manca), il mare del silenzio inghiotte ogni cosa. Del resto, lo stesso collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, recentemente lo ha confermato: “Provenzano durante la latitanza era protetto dal Ros e dai servizi segreti”.

Da undici anni c’è gente che quando si parla di questo argomento, o cambia discorso o usa il sarcasmo: “La morte di Attilio Manca? Non c’entra nulla con Provenzano”.

Sarà. Ma intanto qualcuno dovrebbe spiegare perché, dopo undici anni alla morte dell’urologo barcellonese, la magistratura, l’ex capo della Squadra mobile di Viterbo Salvatore Gava, il medico legale Dalila Ranalletta, che ha effettuato l’autopsia sul corpo di Manca, hanno assunto un atteggiamento talmente omissivo da indurre la Commissione parlamentare antimafia ad aprire un’inchiesta su questa storia.

LA LATITANZA DI PROVENZANO

Strano che degli organi dello Stato, anche col silenzio, si espongano così tanto per un banale suicidio per overdose. Significativo che per la prima volta, dopo undici anni, il procuratore di Viterbo, Alberto Pazienti, e il Pm Renzo Petroselli, in Commissione Antimafia abbiano ammesso i “buchi neri” presenti nell’autopsia e addirittura l’incompetenza dello stesso Medico legale. E quando un esame autoptico presenta dei “buchi neri”, indirettamente si conferma la tesi di un oggettivo depistaggio.

Qualcuno dovrebbe spiegare perché il rapporto dei Carabinieri sulla latitanza a Barcellona Pozzo di Gotto del boss corleonese non si trova, malgrado un numero di protocollo, una data e delle firme di autorevoli ufficiali dell’Arma. Quel rapporto parla della presenza di “Binnu” nel convento di Sant’Antonino della città tirrenica, dove all’improvviso sono stati trasferiti cinque frati e dove ogni parete è stata ritinteggiata da cima a fondo dopo il presunto passaggio del capomafia.

Qualcuno dovrebbe spiegare se è vero che dopo la morte di Attilio Manca un personaggio di alto livello – avendo saputo che si indagava sul presunto intreccio fra il decesso dell’urologo e la latitanza di Provenzano – ha chiesto urgentemente il fascicolo, che successivamente sarebbe stato inghiottito dalle sabbie mobili di certi palazzi.

Qualcuno dovrebbe spiegare perché diversi collaboratori di giustizia confermano che la morte dell’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto – primo chirurgo in Italia, a soli 34 anni, ad operare il cancro alla prostata col sistema laparoscopico – sia legata all’operazione che Provenzano subì a Marsiglia nell’autunno del 2003.



LA SVOLTA DEI PENTITI

Ci sono collaboratori di giustizia che sul caso Manca stanno cominciando a parlare, ma è come se anche queste dichiarazioni vengano risucchiate dal vortice del silenzio. Parla l’ex boss del clan dei Casalesi, Giuseppe Setola, secondo cui Attilio Manca sarebbe stato ucciso perché – avendo assistito Provenzano per la diagnosi, per le cure e forse per l’operazione – avrebbe riconosciuto non solo la vera identità del boss protetto per quarant’anni dallo Stato (celatosi sotto il falso nome di Gaspare Troia al momento dell’operazione a Marsiglia), ma anche il volto di certi personaggi delle istituzioni che lo avrebbero nascosto. Trapelata la notizia, Setola ha ritrattato tutto: “Temo per la vita della mia famiglia che ha rifiutato il piano di protezione e ha continuato a risiedere a Casal di Principe”. Il pentito, in effetti, anche prima di parlare dell’urologo barcellonese, aveva dato strani segni di paranoia. Ma le sue dichiarazioni sono state riscontare per accertare se sono vere?

Anche perché qualcuno dovrebbe rispondere a una domanda semplicissima: è vero che Setola – come ha dichiarato alcuni mesi fa l’ex magistrato Antonio Ingroia, oggi legale dei Manca – ha appreso queste notizie dal boss di Barcellona Pozzo di Gotto, Giuseppe Gullotti, secondo la Cassazione mandante del delitto del giornalista Beppe Alfano, con collegamenti con i servizi segreti deviati, certa politica e certa magistratura? Giuseppe Gullotti, per la cronaca, è la persona che nel 1992 recapitò il telecomando per la strage di Capaci a Giovanni Brusca, uno strumento sofisticato costruito da gente molto esperta nell’uso di esplosivi. Sarebbe interessante sapere se davvero Setola sia stato il depositario dei presunti segreti di Gullotti in merito alla morte di Attilio Manca.

Parla il collaboratore Stefano Lo Verso – un pentito definito “molto attendibile”, ex braccio destro di Provenzano – il quale, nello scorso gennaio, nell’ambito del processo Borsellino quater, ha fatto intendere di conoscere retroscena molto inquietanti sulla morte dell’urologo siciliano: “Provenzano – dice sibillinamente Lo Verso – in macchina mi diede una Madonnina con il Bambino Gesù in braccio… Sicuramente Provenzano sarà stato in quel luogo, in un luogo religioso, e mi ha portato questo pensierino. Madonnina che io ancora tengo conservata”. E fin qui, diciamo che si tratta di un passaggio interlocutorio della deposizione. Ma solo in apparenza. Nella sostanza, il linguaggio di Lo Verso – allegorico, come è nello stile di Cosa nostra – va interpretato. Il boss parla di “luogo religioso” dove Provenzano si sarebbe nascosto durante la latitanza. Quale? Non lo sappiamo, ma è significativo il fatto che questo “luogo” – nella dichiarazione successiva – venga associato ad Attilio Manca. Attraverso “questa Madonnina” – aggiunge Lo Verso – si possono fare delle indagini “utili per riaprire il caso dell’urologo Manca”. Quindi, alla fine del suo intervento, il pentito aggiunge: “Io tengo tutto conservato per potere fare luce su questo evento”. Le affermazioni di Lo Verso sono fondamentali per almeno tre motivi: 1) Il collaboratore di giustizia mette in relazione il “luogo sacro” visitato da Provenzano col “caso dell’urologo Manca”; 2) Per la seconda volta un uomo d’onore di prima grandezza (dopo Giuseppe Setola) dice che Attilio Manca è vittima di mafia, confermando il parallelismo con Provenzano e smentendo i magistrati di Viterbo; 3) Lo Verso su questa vicenda ha dimostrato disponibilità a collaborare.

E poi ci sono le dichiarazioni dello stesso Carmelo D’Amico, ex boss di Barcellona, il quale al processo “Gotha 3”, oltre ad aver confermato che il giornalista Beppe Alfano è stato ucciso perché aveva scoperto il covo di Santapaola a Barcellona (come vedremo successivamente), ha sostenuto che il senatore barcellonese Domenico Nania è a capo di una super loggia segreta in grado di condizionare la vita politica della Sicilia e della Calabria. “Ne facevano parte – ha detto – anche Cattafi, Dell’Utri, e altri uomini d’onore”. A un certo punto D’Amico afferma: “Dietro a certi omicidi-suicidi c’è la mano dei servizi segreti deviati”. Di quali omicidi-suicidi si tratta non è dato sapere, ma non sarebbe male indagare anche sull’“impiccagione” in carcere di Ciccio Pastoia, avvenuta, guarda caso, in seguito al riferimento dello stesso Pastoia (intercettato dalle “ambientali”) ad un “medico che ha curato Provenzano”. Sarebbe interessante sapere di chi si tratta.



IL TRIO CASSATA-NANIA-CATTAFI

Qualcuno dovrebbe spiegare perché un altro boss di Stato come Nitto Santapaola ha trascorso parte della sua latitanza a Barcellona, dedito all’organizzazione di riunioni di alta massoneria e di qualche omicidio eccellente. Certo, ad assumersi la responsabilità del delitto Alfano – come detto – è stato il referente di Cosa nostra barcellonese Giuseppe Gullotti, ma è un omicidio che per stile e per modalità ricorda quello del giornalista catanese Giuseppe Fava, fatto ammazzare proprio da Santapaola il 5 Gennaio 1984 per interessi e per conto di personaggi molto più in alto.

Qualcuno dovrebbe spiegare perché, una settimana dopo la morte di Attilio Manca (avvenuta a Viterbo l’11 Febbraio 2004), quando ancora tutti erano convinti che Attilio Manca fosse morto per overdose di eroina, tale Vittorio Coppolino, padre di Lelio Coppolino (il migliore amico barcellonese di Attilio) e componente del circolo paramassonico “Corda fratres”, ai genitori del medico (secondo quanto gli stessi dichiarano) confidi delle cose interessanti: “Siete sicuri che Attilio si sia suicidato? Non pensate che sia stato ucciso? Non pensate che l’omicidio sia stato commesso nell’ambito dell’operazione di Bernardo Provenzano?”.

Qualcuno dovrebbe spiegare da chi questo signore avrebbe appreso un particolare così clamoroso, se nessuno in quel momento – né magistrati, né esponenti delle Forze dell’ordine – sapeva della trasferta del latitante Provenzano in terra francese per motivi di salute. Qualcuno dovrebbe spiegare perché il signor Coppolino non è mai stato messo sotto torchio dai magistrati di Viterbo, e perché il figlio Lelio non è mai stato sentito sul medesimo argomento, magari per accertare se questa confidenza l’ha davvero ricevuta da Attilio. Così come non sarebbe male spiegare a chi, Lelio, successivamente – qualora fosse stato davvero depositario di quel segreto – potrebbe aver rivelato la notizia. Lelio è stato sentito dagli inquirenti dopo la morte di Attilio, sì, ma soltanto sulla presunta tossicodipendenza dell’amico. E lui ha categoricamente smentito. Salvo a ritrattare – con la serafica “presa d’atto” dei magistrati viterbesi – quando la famiglia Manca ha cominciato a tuonare contro Provenzano e la mafia barcellonese.

Qualcuno dovrebbe spiegare cosa ci facevano dentro la “Corda fratres” individui come Giuseppe Gullotti e Rosario Pio Cattafi – quest’ultimo avvocato e alter ego di Nitto Santapaola, entrambi in stretti contatti con i servizi segreti deviati e detenuti al 41 bis – con un alto magistrato come Antonio Franco Cassata, fino al 2011 procuratore generale della Repubblica di Messina, e con l’ex vice presidente del Senato Domenico Nania. È un caso che Cassata, Cattafi e Nania siano ritenuti amici per la pelle? Ebbene, qualcuno potrebbe spiegare fino a che punto si sia spinta questa “amicizia” e per quali eventuali fini?

Già, perché se qualcuno pensa che la “Corda fratres” sia un circolo di buontemponi dediti solamente al gioco delle carte si sbaglia. Secondo la Guardia di Finanza è un “circolo parassonico”, dove personaggi di primissimo piano della magistratura e della politica convivono con un partecipante “indiretto” alla strage di Capaci (Gullotti) e con un boss (Cattafi) ritenuto dai magistrati, in un primo momento, uno dei mandanti occulti della stessa strage (posizione successivamente archiviata, assieme a quella di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri), definito comunque dai giudici messinesi un “personaggio socialmente pericoloso”, ma non a Barcellona dove l’ex sindaco Candeloro Nania – cugino di Domenico – per diversi anni gli ha messo a disposizione un autista del Comune e il Consiglio comunale ha deciso di costruire un centro commerciale sui terreni di famiglia.

Lo stesso Mimmo Nania, molti anni fa, non ebbe problemi a candidare nelle liste del Movimento sociale italiano proprio Gullotti, causando le vibrate proteste di Beppe Alfano – militante in quel partito – che si rivolse addirittura all’ex segretario del Msi Giorgio Almirante per prendere provvedimenti. Niente da fare: Gullotti candidato, Alfano espulso dal partito. E la stella di Nania che da allora cominciò a splendere nel firmamento della politica nazionale, fino alla vice presidenza del Senato. Mentre nel corso degli anni, il Consiglio comunale di Barcellona si riempiva di gente collusa con Cosa nostra, legata proprio a Nania.



IL RUOLO DI CASSATA

E che dire di Antonio Franco Cassata, le cui amicizie con i mafiosi di Barcellona – città dipendente da Messina dal punto di vista giudiziario, ma dove il magistrato risiede da sempre – sono talmente evidenti da rasentare lo scandalo? Uno scandalo che viene centrato in pieno, quando nel 2008 il Csm, malgrado le interrogazioni parlamentari contro il magistrato, lo nomina Procuratore generale della Corte d’Appello di Messina. E che dire del figlio Nello, avvocato, nei confronti del quale il padre non ha mai ritenuto di prendere le distanze, magari chiedendo un trasferimento a mille chilometri di distanza? Che dire del rampollo di casa Cassata, ritenuto dai magistrati di Reggio Calabria il punto di snodo di un’organizzazione formata da Colletti bianchi e mafiosi di Barcellona, dedita a una colossale truffa alle assicurazioni che avrebbe fruttato centinaia di milioni di Euro? Che dire di Cassata junior che da presidente di un istituto di beneficenza (Ipab) prorogava la locazione di terreni e appartamenti a mafiosi come Domenico Tramontana – grande elettore di Bartolo Cipriano, ex sindaco e parlamentare di Terme Vigliatore (sia di destra che di sinistra) – o come i fratelli Calderone, o come Aurelio Salvo, “al tempo pregiudicato – scrive in una interrogazione il senatore del Pd, Beppe Lumia – per favoreggiamento aggravato nei confronti di Giuseppe Gullotti e di Nitto Santapaola”, nel senso che in un appartamento di Aurelio Salvo, il 16 aprile 1995, le Forze di polizia individuavano il covo di Gullotti, all’epoca ricercato per il delitto Alfano, e in una villa di Terme Vigliatore rinvenivano il nascondiglio di Nitto Santapaola? Il senatore Beppe Lumia nella stessa interrogazione chiede “se il Governo non ritenga che il ruolo esercitato dall’avvocato Nello Cassata quale presidente dell’Ipab imponga la segnalazione al Consiglio superiore della magistratura della posizione di incompatibilità ambientale dell’attuale Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Messina, dottor Franco Antonio Cassata”. Silenzio. Un silenzio assordante che suscita un paio di domande: da chi e perché è stato protetto per tanti anni l’ex procuratore generale della Corte d’Appello di Messina? Perché il neo sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto, Roberto Materia, vinte le elezioni, ha ritenuto di omaggiare Cassata (ormai in pensione) con la prima visita ufficiale? Qual è ancora il ruolo dell’ex procuratore?



UGO MANCA A VITERBO

Qualcuno dovrebbe spiegare perché, nell’inchiesta di Viterbo, una figura come Ugo Manca – cugino della vittima – sia stata ridotta al rango di una semplice comparsa, malgrado il suo ruolo di primo piano. Nell’appartamento viterbese di Attilio – dopo il ritrovamento del cadavere – la Polizia scientifica ha rinvenuto una impronta palmare di Ugo. Che però sostiene di averla lasciata circa un mese e mezzo prima, ospite di Attilio che in ospedale lo avrebbe operato di varicocele. Appare strano che un’operazione così banale, Ugo, non abbia deciso di farla in Sicilia, dove lavora come tecnico radiologo. Lui invece decide di farla a Viterbo. Dal cugino. Che lui stesso ha accusato di essere un drogato, recitando lo stesso copione di Lelio Coppolino e di altri “amici” che appartengono al giro della “Corda fratres”.

I magistrati laziali, ovviamente, hanno creduto ai Barcellonesi e ignorato fior di primari, di colleghi, di capi sala e di infermieri che hanno affermato il contrario.

Del resto, meglio credere a Ugo Manca, condannato in primo grado a quasi dieci anni di reclusione al processo “Mare nostrum” per traffico di stupefacenti, che andar dietro a degli stimati professionisti. Anche perché, alla fine, Ugo, in quel processo, è stato assolto in Appello. Se la Procura generale – dove al tempo c’era Cassata – non ha presentato ricorso in Cassazione non importa. Ugo Manca è stato assolto, quindi Ugo Manca è una persona rispettabile sia a Barcellona che a Viterbo. Chissenefrega se risulta organico alla mafia barcellonese, se è amico stretto di Antonino Merlino, killer di Beppe Alfano (secondo la Cassazione) e della “triade” Cassata-Nania-Cattafi? Chissenefrega se Ugo – quando viene a sapere della morte del cugino – si precipita a Viterbo perché deve entrare a tutti i costi nell’appartamento di Attilio, in quel momento posto sotto sequestro. Il perché non si è mai saputo, né i magistrati laziali se lo sono mai posto, ma intanto Ugo si muove come uno che deve agire con urgenza. E per fare dissequestrare l’alloggio – richiesta che possono fare solo i familiari più stretti come i genitori o i fratelli – telefona a Gianluca, fratello della vittima: “Devo prendere un vestito di Attilio, voglio essere io a vestire la salma. Ai tuoi genitori non devi parlare di questa richiesta”. Riceve un rifiuto categorico. A quel punto Ugo rompe gli indugi e si reca direttamente in Procura. In Procura, ovviamente, non possono accontentarlo, ma invece di mettere sotto torchio anche lui, crederanno alla sue storie, mezza paginetta di verbale di sommarie informazioni, e tante-scuse-per-il-disturbo.

Qualcuno dovrebbe spiegare l’incrocio telefonico di Ugo Manca nei giorni che precedono e che seguono la morte dell’urologo. Qualcuno dovrebbe dire perché certi tabulati telefonici che hanno come perno proprio lui, ma che, secondo quanto dice l’avvocato Fabio Repici – altro legale dei Manca – si diramano verso direzioni “interessanti”, non sono stati richiesti da Viterbo presso il Palazzo di giustizia di Messina, dove da molti anni si trovano chiusi in un cassetto. Sì, perché in questa vicenda, Ugo Manca è il perfetto “trait d’union” fra una strana morte per overdose e un contesto eversivo dove si sono consumate almeno tre “trattative”: le latitanze di Santapaola e di Provenzano, e la costruzione del telecomando per la strage di Capaci.



LE TELEFONATE MANCANTI

Qualcuno dovrebbe far luce su due profondi “buchi neri” presenti, fra gli altri, nell’inchiesta sulla morte dell’urologo. Perché la Procura di Viterbo – benché sollecitata dalla famiglia della vittima – non ha ritenuto di indagare sul traffico telefonico di Attilio Manca relativo all’11 febbraio 2004, data in cui la madre dell’urologo – e non solo – giura di averlo sentito per l’ultima volta? Attraverso quella traccia, ritenuta determinante dai familiari, si sarebbe potuto scoprire il luogo della telefonata e ricostruire le ultime ore di vita di Attilio.

“In un primo momento – dicono i Manca – la Squadra mobile confermò che l’ultima chiamata era avvenuta l’11 febbraio, poi smentì tutto parlando del 10”. Resta il fatto, in ogni caso, che i magistrati viterbesi non abbiano mai voluto richiedere quei tabulati alle compagnie telefoniche. E per legge, dopo cinque anni, questi documenti devono essere distrutti. Quindi non sapremo mai se questa telefonata sia esistita davvero o no.

Ma c’è un’altra telefonata molto inquietante su cui gli inquirenti laziali si sono ostinati a non fare chiarezza. Risale all’autunno 2003, periodo dell’operazione di Provenzano in Francia. Attilio telefona alla famiglia: “Sono nel Sud della Francia, devo vedere un’operazione”. A quale luogo e a quale operazione si riferisce l’urologo? Nessuna risposta dagli inquirenti.

In compenso, l’allora capo della Squadra mobile di Viterbo, Salvatore Gava (che aveva avuto modo di mettersi in evidenza tre anni prima, in occasione del G8 di Genova, redigendo un rapporto falso – secondo la Cassazione – contro i No Global pestati nella scuola Diaz di Bolzaneto) scrive che nel periodo dell’operazione di Provenzano a Marsiglia, Attilio non si mai è mosso dall’ospedale “Belcolle” di Viterbo. Peccato che la trasmissione “Chi l’ha visto” – consultando il registro delle presenze – lo abbia smentito clamorosamente, scoprendo che proprio nei giorni in cui il boss era “sotto i ferri” in terra francese, Attilio Manca risulta assente da quell’ospedale. E allora come la mettiamo? Chi sta barando?

Qualcuno dovrebbe spiegare perché in un Paese dove quotidianamente la televisione e i giornali ci raccontano i particolari più demenziali sulle pulsioni omicide di un sacco di gente paranoica, da Cogne a Brembate passando per Ragusa, la storia di Attilio Manca – sicuramente non meno appassionante di queste, perché paradigmatica del perverso rapporto fra Stato e mafia – non trova posto. O meglio trova posto “una tantum” da Santoro o a “Chi l’ha visto”, ma non in quelle trasmissioni che tengono costantemente viva l’attenzione dell’opinione pubblica.



IL SILENZIO DI “CHI L’HA VISTO”

E però stupisce che un programma come “Chi l’ha visto” – che per alcuni anni ha seguito il caso Manca – dal gennaio 2014 abbia spento improvvisamente i riflettori sulla vicenda. Stupisce che questo sia successo dopo lo scoop di Paolo Fattori e di Goffredo De Pascale, che ha fatto emergere un presunto depistaggio mai smentito dagli inquirenti. Perché il programma di RaiTre, abituato a tornare sempre “sul luogo del delitto” (specialmente dopo uno scoop), improvvisamente fa marcia indietro?

Non lo sappiamo, ma lo registriamo. Così come registriamo il silenzio dell’intera TV di Stato, della TV berlusconiana (che ha promosso “sul campo” il medico legale Dalila Ranalletta come consulente, autrice della “lacunosissima” autopsia sul corpo di Attilio Manca, diventata nel giro di pochi anni direttrice dell’Asp1 di Roma); dei Colletti bianchi di Barcellona Pozzo di Gotto, che su questa storia sono stati attaccati pesantemente dall’opinione pubblica e dalla stampa non allineata, senza una minima reazione.

Qualcuno dovrebbe spiegare il ruolo dell’ospedale “Belcolle” nel corso di questi anni, dato che si tratta della prima struttura italiana ad ospitare – dall’inizio del nuovo millennio – i detenuti in regime di 41 bis. Chi è stato ricoverato – nel periodo in cui Attilio Manca prestava servizio a Viterbo – nell’ala riservata ai mafiosi che stavano scontando il carcere duro per mafia? È importante accertarlo perché il procuratore laziale Alberto Pazienti, nel corso di una conferenza stampa, ha dichiarato: “Ugo Manca era di casa a Viterbo ed era il punto di riferimento dei Barcellonesi che si dovevano curare al ‘Belcolle”. Senza aggiungere altro. Sappiamo però due cose: che mentre Attilio Manca era vivo, il boss barcellonese Sem Di Salvo (vice di Gullotti) stava scontando la sua pena proprio nel carcere di Viterbo; e che almeno un “boss di spicco” di Barcellona (secondo gli atti processuali) è stato segnalato ad Attilio Manca dal cugino Ugo: si tratta di Angelo Porcino, sulla cui presenza nella città laziale, nei giorni che hanno preceduto la morte dell’urologo, non si è indagato per nulla. Addirittura la Procura non è stata in grado di risalire ai suoi numeri di telefono.

Qualcuno dovrebbe spiegare il ruolo di Monica Mileti, la presunta spacciatrice romana oggi sotto processo, la quale, secondo i magistrati e la Polizia di Viterbo, avrebbe ceduto ad Attilio Manca la dose letale di eroina. È davvero così? Sono stati accertati i collegamenti fra la donna e gli “amici” barcellonesi del giro della “Corda fratres”? Di che tipo di collegamenti si tratta?

A tutte queste domande mai nessuno ha dato una risposta per il semplice fatto che l’inchiesta sul “suicidio” di Attilio Manca è rimasta impantanata per ben undici anni in una Procura che col pretesto di operare in un centro “tranquillo” come Viterbo, a volte si ritiene esente dall’indagare seriamente sulla pericolosa espansione delle organizzazioni criminali in quella provincia.



LA SCELTA DI VITERBO

E bisogna riconoscere – se davvero Attilio è stato ucciso, e se il piano per ucciderlo è stato studiato a tavolino – come la scelta di Viterbo sia stata geniale: intanto perché secondo certa vulgata “a Viterbo la mafia non esiste”, o al massimo esiste ma non ammazza come in Sicilia, quindi non è una mafia capace di commettere un delitto eccellente; e poi perché questo dà la possibilità alla Procura, al Gip e all’ex capo della Squadra mobile di sfoggiare il formidabile alibi della mancata preparazione nel fronteggiare un fenomeno nuovo come quello mafioso, di far passare le omissioni e le bugie come ingenui strafalcioni di una classe di magistrati e di poliziotti poco avvezza ad indagare sul crimine organizzato.

Per quanto finora la Procura, il Gip e l’ex capo della Mobile si siano mobilitati stoicamente (bisogna riconoscerlo!) per delegittimare la vittima, il tentativo si è rivelato un boomerang che ha finito per delegittimare loro stessi, che comunque stanno uscendo indenni da questa storia. Sarebbe bastato un intervento del Csm, del ministro di Grazia e giustizia (al quale pure il Movimento 5 Stelle, attraverso due interrogazioni, ha chiesto invano un’ispezione alla Procura della Repubblica di Viterbo), del ministro dell’Interno, dell’Associazione nazionale magistrati, della grande stampa, per far crollare il castello di incongruenze che – Provenzano o meno, mafia o meno, Barcellona o meno – ci allontana sempre più dalla verità. L’impressione è che per rimediare alle figuracce dei corpi intermedi, i corpi superiori usino il silenzio. Solo un’impressione, certo…




UNA TESI GROTTESCA

Se guardiamo i fatti senza pregiudizio, ci accorgiamo che la versione del medico drogato suicidatosi per “inoculazione volontaria di eroina”, in mancanza di prove, è semplicemente grottesca: troppo inverosimile la scena dei due buchi trovati nel braccio sinistro di una vittima mancina, per giunta con due siringhe poste a poca distanza, ma con i tappi salva ago inseriti, con la singolare assenza del cucchiaio sciogli eroina, dell’involucro di carta stagnola e del laccio emostatico. Così come appare strana l’assenza di certi indumenti della vittima e la contemporanea presenza di alcuni strumenti chirurgici (mai visti prima) su un tavolo. Troppo anomala quell’autopsia – eseguita senza la partecipazione di un perito della famiglia Manca – nella quale non vengono descritti i particolari più elementari come un setto nasale gonfio, le labbra tumefatte, i testicoli enormi e delle macchie emostatiche ai polsi e alle caviglie (come rilevato dal medico del 118) e, come dichiarato dagli zii della vittima a chi scrive, “la visibile presenza di materia nerastra sotto le unghie di Attilio”. Troppo grave quel mancato rilievo delle impronte digitali sulle siringhe, sulle quali, solo otto anni dopo, non sono state trovate tracce, né di Attilio né di altri (con una chiara mancanza della “prova regina” dell’auto inoculazione). Troppo insolito quell’esame tricologico che, attraverso l’analisi del capello della vittima, avrebbe dovuto stabilire assunzioni pregresse di droga, ma che, secondo l’avvocato Repici, non ha stabilito nulla perché il test – come l’autopsia – non solo è saltato fuori dopo otto anni, senza che la famiglia, a suo dire, ne fosse informata, ma è stato eseguito (anche questo) in assenza di un perito di parte, per di più senza un atto di notifica recapitato alla famiglia e al proprio legale, e con procedure tecniche anomale contestate dalla Commissione antimafia.



IL DECESSO PER “ANEURISMA”

Qualcuno dovrebbe spiegare perché, per ben due giorni, la polizia e la magistratura hanno parlato ufficialmente di “decesso per aneurisma”, omettendo alla famiglia la notizia del ritrovamento delle siringhe e dei due buchi al braccio sinistro. Una ennesima omissione che ha determinato, da un lato, un abbassamento del livello di attenzione dei familiari indotti a credere che la morte del congiunto fosse dovuta a “cause naturali”, al punto da non aver minimamente pensato di nominare un perito per assistere all’autopsia e agli esami collaterali (come quello tricologico e tossicologico); dall’altro a giustificare il sequestro del computer, delle ricette mediche e degli appunti della vittima da parte della Polizia, dove si sarebbe potuta trovare la chiave di questo giallo.

Qualcuno dovrebbe spiegare perché i Manca – dopo essere stati esclusi dall’autopsia e dall’esame tricologico – sono stati esclusi come parte civile nel processo “per droga” in corso a Viterbo, con una motivazione a dir poco surreale: la morte di Attilio non ha cagionato danno ai congiunti. I quali, adesso, non potranno dire la loro neanche in un dibattimento in cui la parola “mafia” è stata sostituita dalla parola “droga”. Una sottilissima strategia che ha visto impegnato in prima persona il sostituto Renzo Petroselli, titolare delle indagini, che, invece di stare dalla parte della vittima – come succede in casi del genere – ha imbastito un kafkiano processo alla vittima.

Adesso l’inchiesta – dopo le rivelazioni di Lo Verso – è nelle mani del capo della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Giuseppe Pignatone. Che dovrà dirci se Attilio Manca è morto davvero per “inoculazione volontaria di eroina” o se è stato ucciso, ed eventualmente da chi e perché. Nell’uno o nell’altro caso l’opinione pubblica reclama prove serie e concrete.

 

 

 

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