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"9, 10 e 11 maggio 2013: cronaca di tre giornate dimenticate dalla stampa" di Salvo Vitale PDF Stampa E-mail

Foto da Facebook

Nota di Salvo Vitale dell'11 Maggio 2013

Come al solito la stampa, sia locale che nazionale, di tutto si occupa, tranne che di quello che succede nel mondo dell’antimafia, e soprattutto, di quello che succede a Cinisi in questi giorni, in cui si sta ricordando la figura di Peppino Impastato attraverso le sue lotte, ma anche attraverso un’attenta riflessione su quanto succede, sia in Italia che in altre parti del pianeta, nel tempo della crisi. Per quel che riguarda le iniziative del 9 maggio, si è fatto un gran parlare della passerella dei sindaci, poco meno di una decina, ma non si è minimamente parlato della lapide lignea che i compagni di Peppino sono andati a piantare sul muro del casolare e del lavoro di pulizia dello stesso, che, quantomeno, ha reso visitabile il posto, ancora oggi affidato a un vaccaro che vi porta a pascolare i suoi animali. Doveva intervenire il Presidente della Regione Crocetta, il quale, ancora una volta ha dato forfait, dimostrando che, a parte le presenze del passato, Cinisi e Peppino Impastato, in questo momento cedono il passo a vicende, si presume, più gravi. Da Crocetta si sperava anche in un impegno per l’acquisizione del casolare e per l’apposizione di un vincolo quale bene culturale da valorizzare all’interno di un percorso di turismo civile che comprenda visite alla casa di Peppino, a quella che fu la casa di Don Tano Badalamenti e, per l’appunto, al casolare. In tal senso, per iniziativa di Radio Cento Passi, sono state raccolte online 30.000 firme che, al più presto, saranno inviate agli organi competenti.
Anche la casa di Badalamenti, attualmente suddivisa in tre parti, una del Comune di Cinisi, una dell’Associazione Impastato, una di Casamemoria, versa in uno stato di degrado e avrebbe bisogno di una ristrutturazione, ma al momento le richieste di finanziamento per il recupero del bene confiscato, sono tutte bloccate. E comunque, le varie realtà che compongono il Forum Sociale Antimafia, anche quest’anno ne hanno fatto il centro propulsore e organizzativo delle varie iniziative. Al piano superiore è stato installato un media-center, visitatissimo, che trasmette in diretta tutte le iniziative e vi associa commenti, interviste, testimonianze, musica.

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LAVORARE CON LA PISTOLA ALLA TEMPIA di Antonio Calabrò PDF Stampa E-mail

Articolo del 31 agosto 1991 da  ricerca.repubblica.it


PALERMO - "Città maledetta. E oramai quasi senza più speranza". Si stringe nelle spalle, come se un brivido lo scuotesse a dispetto del gran caldo d' estate. E gira intorno gli occhi inquieti, come a cercare una risposta che non c' è: che fare, adesso che un altro imprenditore palermitano è stato assassinato per aver osato ribellarsi alle famiglie mafiose? Poi sbotta, con rabbia: "La tentazione è mollare tutto e andare via. Chiudere la fabbrica, prendere moglie e bambini e ricominciare daccapo. Ma altrove. Lontani da questa città, dalla sua violenza, dal nostro stesso dolore". Poi si calma, accenna ad un sorriso: "E invece non posso proprio chiuderla, questa fabbrica. L' ha costruita mio padre. E ne dipendono i salari e la vita di più di cinquanta operai: alcuni, li conosco da quand' ero bambino. Così ancora una volta resteremo. Ma, lo confesso, la fatica è ogni volta più grande, più insopportabile". E' pomeriggio. Periferia di Palermo. Una strada dissestata e polverosa corre tra i capannoni, in un quartiere che solo per definizione burocratica si chiama "zona industriale". E qui, in un ufficio ingombro di carte e disegni, l' uomo confida tutta la sua angoscia d' imprenditore siciliano. Ha poco più di quarant' anni, una laurea in ingegneria e metà della vita spesa per far funzionare l' azienda, in quest' inferno meridionale in cui tenere in piedi un' impresa è un azzardo molto più rischioso che altrove.

Già, il rischio. Che l' impresa sia una combinazione di rischio e innovazione lo dicono tutti i manuali di economia. Ma nessuna regola imprenditoriale prescrive che si metta in gioco la propria incolumità, come è successo due giorni fa a Libero Grassi e prima di lui ad alcuni altri industriali, costruttori, commercianti. Eccola qui, dunque, la peculiarità tutta meridionale del rischio d' impresa: un gioco di vita e di morte, che accompagna e stravolge - a Palermo come a Catania, a Reggio Calabria come in Campania - tutti gli altri parametri del giudizio imprenditoriale: la qualità dei prodotti, il costo del denaro, l' innovazione dei processi produttivi, le quote di mercato. E, qui, la morte. "In queste condizioni - racconta il nostro industriale - come si fa a pensare seriamente allo sviluppo delle aziende, come si fa a lavorare bene e ad essere competitivi? A Parma, a Ravenna, ad Ancona o a Prato, non c' è nessuno che spari agli industriali, non c' è nessuno che li minacci di morte". Le voci della crisi Sono tante, in queste ore a Palermo, le voci della crisi. Impossibile raccogliere una testimonianza che possa essere accompagnata da un nome e un cognome. Paura, ma soprattutto un grande sconforto. Dietro la sicurezza dell' anonimato, si raccolgono comunque molti pareri. Che dicono tre cose.

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E' morta Agnese Borsellino. PDF Stampa E-mail

Foto e Articolo del 5 Maggio 2013 da  ilsitodipalermo.it

E' morta Agnese Borsellino. Stamattina il funerale a S. Luisa di Marillac

di Antonella Folgheretti

La vedova del giudice Paolo era ammalata da tanto tempo. Si ricorderanno i suoi "j'accuse" verso chi coprì le stragi

E' morta, a Palermo, Agnese Piraino Leto. Vedova del giudice Paolo Borsellino, era malata da tempo. Aveva 71 anni. Indimenticabile il suo sfogo pubblico l'anno scorso in occasione della inaugurazione del nuovo centro operativo della Dia a Palermo: ''Questa città deve resuscitare. Deve ancora resuscitare''. La  vedova del magistrato ucciso in via D'Amelio era per la prima volta davanti ad una telecamera dopo una lunga malattia che l'aveva tenuta lontana dagli eventi pubblici in occasione del ventesimo anniversario delle stragi. E poi aveva ripetuto con un sorriso "Palermo deve cambiare...deve cambiare". Il primo commento stamattina è stato quello di Salvatore Borsellino sul suo profilo Facebook: "E' morta Agnese. E' andata a raggiungere Paolo. Adesso saprà la verità sulla sua morte. Salvatore". La notizia della sua morte ci è giunta così.

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SE LA VITTIMA E' COLPEVOLE DI ESISTERE di Francesca Chirico PDF Stampa E-mail

Foto da  scirocconews.it

Articolo del 1 Novembre 2012 da  stopndrangheta.it

REGGIO CALABRIA - Giovanni Gabriele di avere portato Dodò a giocare a calcetto continua a sentirsi colpevole. Ma Dodò aveva undici anni e la scuola era finita: come convincerlo a non tirare quattro calci ad un pallone? I genitori di Celestino Fava, invece, ripassano da dodici anni le poche battute che hanno segnato la loro vita: l'amico del figlio che bussa alla porta in cerca di compagnia per andare in campagna, e Celestino che grida, dal letto in cui si è appena svegliato, che lo accompagnerà lui. Se solo avesse continuato a dormire, si macera la madre strofinando la foto nella medaglietta d'oro al collo. E invece Dodò Gabriele, il pomeriggio del 25 agosto 2009 a Crotone, è andato a giocare a calcetto, beccandosi in testa il proiettile vagante di un agguato di 'ndrangheta. E Celestino Fava, la mattina del 29 novembre 1996 a Palizzi, si è alzato dal letto, finendo ucciso perché testimone dell'omicidio dell'amico.  Danni collaterali. Come Fazio Cirolla, ammazzato il 27 luglio 2009 a Cassano davanti al figlio di 7 anni, perché scambiato per il vero obiettivo dei killer. Come il professore del Magistrale di Polistena, Pino Rechichi, raggiunto da una pallottola mortale destinata ad un'altra persona la mattina del 4 marzo 1987, mentre andava a scuola.

In un fatalismo che equipara la lupara a un vaso caduto in testa dal balcone, sono le vittime del "posto sbagliato al momento sbagliato". Calabresi colpevoli di mala sorte. Che quando tocca a te c'è poco da fare, e se nasci in Calabria lo devi mettere in conto che il tuo destino lo possa decidere la 'ndrangheta. La sera del 25 ottobre 2012, a Soriano Calabro, Filippo Ceravolo aveva messo in conto solo di doversi alzare presto la mattina dopo, per occupare il suo posto di ambulante al mercato a Vibo Valentia. Ma ha 19 anni e vuole vedere la fidanzata. Come tenerlo a casa? Sale sull'auto di un conoscente. Sulla via del ritorno, al primo colpo di fucile sparato contro il finestrino, non ha certo pensato di aver chiesto un passaggio alla persona sbagliata, non ha pensato di essere stato scambiato per un altro. Se c'è stato il tempo per un pensiero forse è stato di paura, prima dei quattro proiettili in testa e dell'inutile viaggio in ospedale dove, di lì a qualche ora, sarebbe diventato l'ultimo innocente "colpevole" di sfortuna. Colpevole di aver sbagliato a trovarsi sulla traiettoria dei killer. Che invece, se stavano lì, una ragione c'era, chessenò non sparavano.  

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"Togliere la scorta ai testimoni di giustizia in pericolo di vita è un gesto che non riusciamo a spiegarci e che come familiari ci da tanta amarezza e rabbia" Lettera aperta alle istituzioni. PDF Stampa E-mail

Fonte: facebook.com

Lettera aperta al Ministro dell’interno, all’Ill.mo Sig. Prefetto di Palermo, al Questore di Palermo, al Presidente del Tribunale di Palermo, al Presidente della Provincia di Palermo e al Sindaco di Palermo.



Chi vi scrive sono i figli di un avvocato penalista catanese, Serafino Famà, morto per mano mafiosa il 9 novembre del 1995, di cui alcuni di voi forse non conoscono nulla, ma che per noi è non solo  un nome dell’elenco di quei 900 morti ammazzati per la democrazia di questo Paese, ma un padre che ci è stato strappato quando eravamo ancora adolescenti.

Non siamo qui per raccontarvi di lui e non vi scriviamo in un giorno qualsiasi.

Oggi è il 21 marzo, il primo giorno di primavera in cui si celebra la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo di tutte le vittime delle mafie.

Oggi in tutte le piazze d’Italia quel lunghissimo elenco di nomi sarà letto da noi familiari, da esponenti di associazioni e da rappresentanti delle Istituzioni.

Oggi a Palermo due testimoni di giustizia Piera Aiello e Giuseppe Carini chiedono di essere ascoltati e chiedono protezione a quelle stesse Istituzioni che sono presenti nel ricordo delle vittime.

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