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TUTTI I TRENTENNI NAPOLETANI HANNO GLI OCCHI DI PASQUALE ROMANO di Amedeo Zeni PDF Stampa E-mail

Foto e Articolo del 22 Ottobre 2012 da ilmediano.it


Camminare, uscire con la fidanzata, correre, morire. La camorra è il simbolo della libertà negata e delle opportunità contro la fame. Riflessione sui provvedimenti e su un ragazzo che non sorriderà più.

Napoli è segmentata in differenti realtà culturali. Differenti contesti in cui la somministrazione dei beni è diversa per ogni tipologia sociale.

Il famoso dualismo, che Amato Lamberti identificò, suddividendo Napoli in gente per bene e delinquenti, in bassi e piani alti, in onesti e sleali, in politici impegnati e in politici del “bla bla bla”, si ripresenta oggi a ricordarci che Napoli ha bisogno di riflettori puntati addosso; come una bambina dolorante che grida attirando l’attenzione del padre Stato, troppo impegnato a risolvere i casini dei fratelli maggiori. Napoli è una bimba inascoltata e allo stesso tempo abbastanza tenace da poter crescere anche con le proprie forze, ma nessuno cresce senza speranza. Pasquale Romano (foto), avrà trent’anni per sempre, sarà giovane per sempre, sarà sognatore per sempre, sarà napoletano per sempre.

Tra qualche settimana, sarà dimenticato da quella parte di Napoli che non ha voglia di crescere. Il rischio più atroce, quello più insopportabile, è che venga dimenticato, che venga aggiunto a quella lista lunghissima delle vittime dimenticate. In verità, tutte le vittime di camorra devono essere il motore, lo spirito, l’energia per fare in modo che la condizione di sudditanza agli atteggiamenti criminali siano un vincolo da annientare. Molte mentalità negli anni stanno cambiando, bisogna cambiarne ancora tante. Quella parte buona deve inondare la parte negativa lasciando affogare impietosamente tutti coloro che declassano la dignità e la felicità di una città, di una regione, di una nazione intera.

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Vittime di Mafia di serie B – Lettera aperta al Presidente Crocetta di Giuseppe Ciminnisi PDF Stampa E-mail

Foto e fonte  lavalledeitempli.net - ringraziamo il blog senzamemoria.it

A scrivere al Presidente della Regione Siciliana, Giuseppe Ciminnisi, figlio di Michele, ucciso per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato una delle tante vittime innocenti di quel cancro che si chiama Mafia.



Egregio Sig. Presidente,

mi rivolgo a lei a nome mio e di tantissimi familiari delle vittime innocenti di mafia. Tempo fa ci siamo incontrati a Sciacca, ma sicuramente lei non si ricorda. Oggi  che lei è Governatore della Sicilia, noi familiari di vittime innocenti di mafia, chiediamo a lei di volere intervenire e fare sentire la sua voce affinchè si arrivi all’equiparazione delle vittime di mafia a quelle del terrorismo mafioso. Come lei ben sa, da anni lottiamo per un nostro sacrosanto diritto, in uno Stato che dovrebbe dare pieno sostegno a chi la mafia ha distrutto la famiglia, a chi ogni giorno si trova ad affrontare la vita con difficoltà, a chi ha passato una vita come la mia ad inseguire i responsabili per farli processare e condannare. Ho speso 32 anni della mia vita per arrivare a questo,  impegnando anche l’anima per dare giustizia a mio padre morto da innocente, senza un perchè, solo per trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato. Oggi rifletto pensando a chi come me ha sofferto le pene dell’inferno, a chi ha lottato per avere un po’ di giustizia, a chi tutt’oggi giustizia non ne ha avuta, gridando al vento per chi costretto a vivere in uno Stato che oggi ti fa sentire cittadino di serie B, creando differenze e discriminazioni tra vittime.

Forse se i nostri cari fossero nati a Firenze,  Roma o altrove, purchè non in Sicilia, sarebbero stati riconosciuti vittime del terrorismo mafioso. I nostri cari politici in passato si sono sempre sottratti ai nostri incontri, alle nostre richieste. Forse perchè noi siamo quelli dove organizziamo manifestazioni antimafia e di principi di legalità. È per loro un problema fare capire che sono con noi? È un problema per molti politici siciliani stare dalla parte delle vittime?  Mi creda, si prova tanto dolore per uno Stato che non ti riconosce… Anche lei ha conosciuto il volto della mafia. L’ha visto in faccia e dovrebbe dunque capire, forse come noi, cosa vuol dire…

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«L’omicidio politico» del generale Carlo Alberto dalla Chiesa di Marika Demaria PDF Stampa E-mail

 

Articolo e foto da NARCOMAFIE - Settembre 2012

Il 3 settembre 1982 alle 21.10, la mafia uccideva il prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, il piemontese di Saluzzo tornato in Sicilia per  combattere Cosa nostra ma con i poteri “del prefetto di Forlì”. Quattro mesi di insidie, veleni, isolamento che preannunciarono il tragico epilogo.
A distanza di trent’anni, il ricordo del figlio Nando


«Tre cose ti avevo promesso dentro di me il pomeriggio di quel 5 settembre a Parma, mentre ti sottraevano per sempre al sole: che avrei gridato al mondo il nome dei tuoi assassini; che avrei difeso la tua memoria dagli assalti degli sciacalli; che avrei cercato di tenere vivi gli ideali per i quali eri caduto. Per quello che potevo, quella promessa l’ho rispettata».
Il destinatario di quelle promesse era il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982 insieme alla moglie Emmanuela Setti Carraro; l’agente di scorta Domenico Russo, che coraggiosamente tentò di salvarli dal fuoco dei kalashnikov con la sua pistola d’ordinanza, entrò in coma e morì dodici giorni dopo. Il figlio Nando si rivolse con quelle parole al padre dalle pagine di Delitto imperfetto, pubblicato nel 1984 dapprima in Francia, poiché in Italia non trovò subito spazio editoriale. La spiegazione di un simile atteggiamento è da ricercarsi nella denuncia che emerge dallo scritto: il delitto Dalla Chiesa fu un omicidio politico.
Un’affermazione che i figli Rita, Nando e Simona hanno urlato per trent’anni e che hanno ribadito proprio il giorno in cui l’Italia si è fermata per ricordare la strage di via Isidoro Carini.

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LA MATTANZA DEGLI INNOCENTI di Sergio Pelaia PDF Stampa E-mail

Foto e articolo da ilvizzarro.it

 

SERRA SAN BRUNO – A 19 anni credi che nulla possa intaccare la tua felicità. Ti senti quasi onnipotente. Sai di avere tutta una vita davanti, e quindi ti godi a pieno la dolcezza di quell’età. E’ giusto che sia così. E Filippo Ceravolo era così. Stava vivendo la sua giovinezza in un angolo di Calabria in cui nascere, purtroppo, è una sfortuna. Si divideva tra il lavoro, che lo portava in ogni angolo della regione a vendere dolciumi insieme al padre, e la fidanzata. Probabilmente proprio da lei stava andando giovedì sera. Era tranquillo, come al solito, perché a 19 anni non pensi di rischiare la vita se chiedi in prestito l’auto ad un conoscente. Ed è giusto che sia così. Invece a Soriano, nell’Alto Mesima, nelle Serre, non è così. Si muore a 19 anni, assassinati, senza nessuna colpa. Filippo è stato scambiato per un altro, e gli hanno sparato a pallettoni, alla testa. L’auto su cui viaggiava è intestata a Danilo Tassone. Pare che gliel’avesse prestata il fratello di Danilo, Domenico, 27 anni. Ancora non è chiaro se Domenico fosse insieme a Filippo al momento dell’agguato, se gli avesse dato un passaggio o se gli avesse solo prestato la macchina, fatto sta che Filippo è stato trovato sul ciglio della strada, l’auto in una scarpata, mentre al 27enne sono state stare riscontrate delle escoriazioni sul corpo. Domenico Tassone è noto alle forze dell’ordine. Tra l’altro è cugino di Giovanni Emanuele (23enne ferito in un agguato l’1 aprile scorso, a sua volta cugino del boss Bruno Emanuele), ed è quasi certo che fosse lui il vero obiettivo dei killer. Forse doveva essere lui il prossimo a cadere nella faida di ‘ndrangheta che sta insanguinando il territorio tra Sorianello e Gerocarne. Filippo non c’entrava nulla, era innocente. Così come innocente era Domenico Macrì, uno studente universitario che aveva vent’anni nel 1997, quando è stato ammazzato, in pieno centro a Soriano. Anche lui non c’entrava niente, ma cadde sotto i colpi di un commando che ha sparato all’impazzata da un’auto in corsa. I responsabili sono finiti in galera, alcuni dopo la latitanza. Ancora non è chiaro se Domenico sia stato ammazzato perché aveva accusato i malavitosi che l’hanno ucciso di aver rubato l’auto della madre, oppure se l’obiettivo dell’agguato fosse un’altra persona, come emerso di recente dal racconto di un pentito.

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LA MAFIA PUO' UCCIDERMI IN OGNI MOMENTO. MA NON MI FERMO di Alina Rizzi PDF Stampa E-mail

Articolo e foto dal settimanale F n. 10 del 15 agosto 2012 pag. 73 e 74

Titolo Donne Coraggiose

LETIZIA MANIACI, 27 anni.

Un padre ridotto in fin di vita. Il lavoro in una piccola emittente televisiva che grida gli orrori di Cosa Nostra. Letizia, giovane giornalista di Palermo, non si piega. Perché con la paura si può convivere. Con Cosa nostra no.

Una sera di gennaio. Il freddo addosso dopo una giornata di lavoro con mio padre. Avevamo fatto un servizio televisivo a Cinisi, provincia di Palermo. L'argomento? Sempre lo stesso: la lotta contro la mafia. Guidavo io per lasciarlo riposare. Eravamo arrivati nei pressi della redazione di Telejato, la piccola emittente televisiva che mio padre, imprenditore edile, aveva rilevato nel 1999.
Parcheggiai in  un vicolo. Mio padre disse che avrebbe fatto un salto in ufficio e che sarebbe tornato per cena. Andai a casa e l'aspettai. Dopo un po' squillò il telefono. Me lo sentivo, quando risposi.
Chiamavano dall'ospedale. Mio padre era stato aggredito, picchiato quasi a morte.
In quel momento capii che il tempo delle minacce era finito. Cosa Nostra cominciava a fare sul serio con noi. La nostra è una battaglia nata dall'orgoglio siciliano.

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