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13 Aprile 1975 Cittanova (RC) Uccisi i fratellini Michele e Domenico Facchineri, di 9 e 12 anni, vittime di faida. PDF Stampa

Tratto da Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta - di Danilo Chirico e Alessio Magro

La faida in assoluto più sanguinosa è quella che ha sconvolto Cittanova, terra di 'ndrangheta dominata dai Facchineri, "le bisce" e dagli acerrimi rivali Raso-Albanese, "i targagni". Una guerra senza esclusione di colpi che conta quarantadue morti e ventotto feriti tra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta. Come non mai, nessuno può chiamarsi fuori dalla logica dello scontro armato scoppiato nel 1964: ci sono solo due possibili scelte, e bisogna parteggiare. Un conflitto armato che la leggenda vuole sia nato da una banale questione di pascoli.

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Il 13 aprile del '75 è il giorno della strage di Via Palermo. Un commando dei Raso-Albanese ha deciso di alzare il tiro. Sono in cinque, col passamontagna calato, imbracciano mitra e fucili. Un commando sterminatore che ha il compito di annientare qualsiasi essere vivente abbia a che fare coi nemici. Agiscono alla luce del giorno e in pieno centro, come in un teatro militare.

 

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Dopo venti minuti il commando sosta al torrente Serro. E' lì che i banditi hanno deciso di abbandonare il mezzo dell'agguato, dandolo alle fiamme. Più avanti c'è un'auto più comoda che li aspetta.

Il destino è crudele quel giorno. Proprio lì passano, per caso, i piccoli Michele e Domenico Facchineri, con una mandria di maiali. Hanno nove e dodici anni e sono i figli di Vincenzo "u zoppu". Si riconoscono. I due scappano e i cinque del commando li inseguono. Un contadino un po' strano assiste alla scena, non visto dagli altri: è Pasquale De Marzo, conosciuto da tutti come "u zorru", per la sua passione di cavalcare le vacche sui monti dello Zomaro. Lo spettacolo a cui deve assistere è agghiacciante. Domenico alza le mani in segno di resa, ma è una speranza vana. Mitra e fucili non fanno prigionieri. Michele si nasconde dietro un cumulo di sabbia. E' lì che lo troveranno sfigurato da un colpo di lupara alla nuca.

La strage è talmente sanguinosa da scalfire perfino il muro dell'omertà. Chi ha visto parla e il cerchio si stringe attorno ai fratelli Francesco e Rocco Albanese.

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Articolo da La Stampa del 14 Aprile 1975

Killer nascosti in un furgone uccidono due fratellini e lo zio

di Enzo Laganà

Una lunga faida tra famiglie di Cittanova in Calabria
La sanguinosa impresa si è svolta in due tempi - Feriti una donna e un altro bambino - Dopo la strage, gli assassini hanno incendiato l'automezzo rubato, poi sono spariti


Reggio Cal., 13 aprile.
Nuovo assurdo delitto a Cittanova, un centro agricolo di circa 10 mila abitanti, distante 70 chilometri da Reggio Calabria. Sotto i colpi di ignoti killers, sono stati trucidati un giovane di 34 anni e, pochi minuti dopo, due bambini. E' un altro anello della faida tra alcune famiglie della città. Le tre vittime sono Giuseppe Facchineri e i suoi nipoti, Domenico e Michele, di 12 e 9 anni. I killer hanno ferito, nella prima fase della strage, la moglie del Facchineri, Carmela Guerrisi, 24 anni,"un altro nipote, Vincenzo, di 6 anni. La donna ne avrà per una sessantina di giorni; il bambino per dieci. E' rimasto illeso un altro appartenente al clan dei Facchineri: Michele, 38 anni, fratello della vittima. I fatti, secondo le prime ricostruzioni, si sono svolti intorno alle 9,15, in via Palermo di Cittanova, davanti all'abitazione dì Giuseppe Facchineri. Il giovane era da poco uscito di casa con la moglie, il nipote e il fratello. E' giunto un furgone dal quale sono scese quattro persone mascherate. Armate di mitra e fucili a canne mozze, hanno aperto il fuoco contro i Facchineri. Si sono allontanate quando hanno visto stesi a terra Giuseppe, la donna e il ragazzo. Il quarto Facchineri invece è riuscito a salvarsi perché è fuggito appena ha visto gli sconosciuti. Giuseppe Facchineri è morto prima di giungere all'ospedale. I killer si erano intanto allontanati verso la periferia del paese. Su una strada di campagna, a circa 3 chilometri dal centro abitato, si è svolta la seconda parte della drammatica impresa. Gli assassini hanno notato i piccoli Domenico e Michele Facchineri che portavano in campagna una mandria di porci. Altre raffiche di mitra contro i bimbi, morti sul colpo. I killer a questo punto hanno dato alle fiamme il furgone (è risultato rubato a Catanzaro) e sono spariti. Sull'identità degli assassini gl'inquirenti non vogliono pronunciarsi, anche se sono in molti a credere che la strage di stamane sia un anello della faida tra i Facchineri e gli Albanese-Raso: una nuova sanguinosa puntata, dopo l'uccisióne di Giuseppe Raso, 32 anni, avvenuta la notte del 31 marzo scorso, nelle carceri di Reggio Calabria. Quella notte le celle erano rimaste aperte per una protesta dei detenuti. L'assassino ne approfittò per entrare nella cella del Raso e massacrarlo. La faida incominciò il 19 marzo del '71, quando fu assassinato, per motivi che non sono mai stati chiariti, Antonio Albanese. A sparare fu, a quanto pare, Luigi Facchineri.




Articolo di Mediterraneonline.it del 4 Agosto 2009

Cittanova, quella “famiglia” di ‘ndrangheta dei Facchineri già nota nel XIX° secolo che esportò la mafia in Italia ed all’estero

di Domenico Salvatore

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La faida quasi quarantennale, fra i Facchineri da una parte, insieme agli alleati Marvaso e Monteleone, federati con gli Avignone; ed i Raso, gli Albanese, i Gullace e i De Raco, federati con i Ligato, Pesce e Piromalli, dall’altra.  In Fratelli di sangue di Antonio Nicaso e Nicola Gratteri vengono descritti come una storica ‘ndrina che opera a Cittanova sin dalla fine dell’ottocento. Sono ramificati in alcune regioni come Puglia, Umbria e Lazio ed anche all’estero. Nel 1916 vengono processate 20 persone appartenenti al gruppo di Giuseppe Facchineri alla Gran Corte delle Calabrie: Alcuni fanno risalire l’inizio della faida al 23 marzo 1964 con l’omicidio di Domenico Geraci, vicino ai Facchineri, mandante il capobastone di Cittanova, Rocco Ligato.Circa un centinaio i morti ammazzati; compresi donne, bambini ed anziani.I colleghi Giuseppe Parrello e  Pino Mazzaferro negli anni scorsi, si sono occupati delle faide in Calabria, con alcuni lavori editoriali; offrendo un contributo letterario e culturale di notevole spessore. Un lavoro prezioso, profondo e dettagliato che ha aperto uno squarcio nel mistero calabrese. Uno strumento di facile e comoda consultazione che ognuno dovrebbe ritrovarsi nei propri scaffali. Era pericoloso addirittura pronunziare semplicemente la parola “mafia”. A parte che moltissimi addetti ai lavori, insistevano nel dire che la mafia non esistesse; e che fosse soltanto un’invenzione dei giornalisti. Opere che ci hanno fatto capire una cosa lapalissiana quanto si voglia ma bisognosa di verifiche necessarie. Le faide scoppiano apparentemente per ragioni stupide, banali, fatue. In realtà c’è sotto, sempre uno scopo, una finalità: la supremazia mafiosa. I clan si affrontano apertamente con tutte le armi a disposizione, compreso l’inganno ed il tradimento; tramandata  di generazione in generazione. Non sono mai “figghiolate” Dopo le prime “paloriate”, i primi diverbi, divergenze, alterchi, battibecchi, spintoni, calci, pugni e botte da orbi, la parola passa alla lupara, alla pistola 9X21, al kalashnikov, al bazooka, al lanciagranate.

E sul terreno rimangono un sacco ed una sporta di morti ammazzati:30, 40, 80, 100 se sono faide secche. Migliaia di morti se sono guerre di mafia. Maiali rubati, uova marce e pomodori, capretti ed agnelli, il bicchiere di vino accettato o rifiutato, il furto di una pistola, di un fucile, di una partita di olive o di ghianda, un carico di sigarette od una partita di droga, non pagata, un sequestro di persona, una mancato saluto o risposta al saluto, una precedenza all’incrocio, un pascolo abusivo, il taglio di un albero, una lite per un confine disputato, il possesso o la rivendicazione di una pianta di ulivo od altro, uno sguardo troppo insistente su una ragazza, la ragazza corteggiata, una richiesta di fidanzamento “impossibile”, una “fuitina”, la partecipazione o mancata partecipazione ad un funerale, ad un matrimonio, ad un battezzo, ad una 1^ Comunione  e via di sèguito, fanno parte della casistica, ma non sono le uniche ragioni, per cui possa scoppiare una faida. Ma i musulmani, per molto meno ammazzano e bruciano vivi i cristiani in Pakistan. Cinesi ed Indiani e talora latino-americani, fanno la stessa cosa.

I più noti dei Facchineri sono: Luigi classe 1947, capobastone storico, coniugato, ammazzato a 44 anni, nel corso di un agguato, nelle campagne di Giffone, a colpi di lupara, il 20 febbraio del 1991;  latitante dal mese di agosto del 1990 scarcerato da poco tempo  presunto capo dell’ omonima famiglia coinvolta da decenni in una sanguinosa faida. Ed ancora Domenico Facchineri, latitante, arrestato. L’altra vittima di Giffone (RC) era Cesare Giovinazzo, trentaquattro anni, di San Giorgio Morgeto, latitante. Forse vittime di un tradimento. Altro esponente di primo piano, era un altro Luigi Facchineri, classe 1966 capobastone, prese parte alla seconda faida di Cittanova. Arrestato, in Costa Azzurra il 1° settembre del 1993. Si nascondeva in un lussuoso appartamento di Cannes con vista sulla Croisette, a 100 metri dal Salone del cinema. È qui che  , poco prima di mezzogiorno era finita, dopo 14 anni, la latitanza di Luigi Facchineri, 36 anni, mammasantissima dell’ omonima “famiglia” di Cittanova. Ad arrestarlo erano stati gli uomini della Questura di Reggio Calabria in collaborazione con la gendarmeria francese. I Facchineri erano parte integrante del famigerato processone alla  “mafia delle tre province”; a carico di novantasette esponenti delle cosche e’ concluso, dopo quattro anni,  di interminabili udienze. La Corte d’ Assise di Palmi, ha condannato all’ ergastolo undici persone e ha inflitto pene complessive per 460 anni di reclusione. Tra i condannati (31 anni di reclusione) anche il “pentito” Giuseppe Scriva.  Ergastolo per Francesco e Rocco Albanese per l’ uccisione di Marcello Marvaso; e per Giuseppe Avignone per l’ omicidio del capobastone Domenico Monteleone; per Francesco Albanese e Tommaso Casentino, per l’ omicidio Varone; i cugini Filippo e Carmine Gerace hanno avuto due ergastoli ciascuno; per Antonino Fedele per il duplice omicidio di Raffaele Albanese e Antonino Raso; per Antonino Fameli, Antonino Pesce e Giuseppe De Marte. Per il sequestro dell’ imprenditore Vincenzo Cannata’ sono stati inflitti venti anni ciascuno a Michele Facchineri, Vincenzo Facchineri e Salvatore Monteleone. Tra gli assolti, i presunti boss Giuseppe Piromalli e Saverio Mammoliti.

Fece scalpore lo sceneggiato televisivo “Un bambino in fuga”, sul tema dell’ infanzia e della violenza sui bambini Si rivedeva Domenico Facchineri. Lo stesso Pippo Baudo aveva affermato che gli sceneggiatori si erano ispirati alla sua storia. Domenico  aveva sedici anni e in pochi, anche qui a Cittanova, paese aspromontano teatro della sua storia, sapevano dove si trovasse e con chi.  Era in grembo alla madre, che rimase ferita, ma lui non venne colpito per un soffio dai pallettoni.  Era lunedì di Pasqua del 1975.  Due bambini Domenico e Michele Facchineri, 11 anni il primo e otto il secondo, guardiani di porci,  innocenti vittime, venivano uccise a colpi di lupara sul greto di un torrente da un quintetto di sicari senza volto, che avevano già ucciso poco prima un loro zio, ferito il cuginetto Michele di appena sei anni, colpita pure la zia Carmela Guerrisi, moglie di Giuseppe Facchineri, incinta di sette mesi Di Domenico. Carmela Guerrisi ha cercato di sottrarre il suo bambino alla regola che affida alle donne, sacerdotesse della faida, la pedagogia della vendetta; l’ “educazione” dei figli all’ odio e alla vendetta. Pippo Baudo fece insorgere l’ avvocato Angelo Bruzzese, apprezzato penalista del foro di Palmi, originario di Cittanova, difensore da sempre dei Facchineri, che  chiese alla Rai il blocco delle puntate: “Mi preoccupo della sicurezza del bambino in quanto il film riattira l’ attenzione nei suoi confronti proprio in un momento tranquillo. Citerò tutti in tribunale per diffamazione, disse Bruzzese e chiederò i danni . C’ è in ballo,  la sicurezza di Domenico e di sua madre che ha avuto il coraggio di spezzare le catene di una cultura di morte”.

L’appello di una maestra servì per salvare la vita di alcuni bambini della faida trasferiti nottetempo dai Carabinieri. Pochi qui a Cittanova hanno visto il vero volto di Domenico ma tutti ricordano la sua storia, simile a quella dei fratelli Rocco e Vincenzo più grandi di lui. Il 30 marzo 1993 venne arrestato un” altro” Domenico Facchineri 24 anni appartenente alla cosca di Cittanova (in provincia di Reggio Calabria), famosa per la faida che da anni la oppone a quelle dei Raso, degli Albanese, dei Gullace. Una faida fatta di incubi notturni, insonnia, inappetenza, depressione, panico, agguati, tranelli, trappole, imboscate e trabocchetti. Come l’ agguato è avvenuto al passo dello Zomaro, a pochi chilometri da Cittanova, sulla statale che unisce lo Ionio al Tirreno. Quel giorno ben quattro o cinque sicari aspettavano al varco la famiglia Lombardo, titolare di un negozio di abbigliamento a Cittanova (vendeva merceria e abbigliamento nei mercati di diversi paesi del Reggino). Antonio Lombardo, 50 anni, pregiudicato, ed i suoi tre figli Domenico, Angelo, e Massimo, rispettivamente di 21, 17 e 12 anni, legami di parentela con i Facchineri, stavano rientrando a casa con un camion Tigrotto  da Bovalino, centro del versante ionico reggino e   stavano risalendo la montagna per tornare a casa. Sulla statale 111, al quadrivio dello Zomaro, in pieno territorio nemico dunque, i killer  incappucciati sbarrarono la strada e cominciarono a sparare.  Antonio Lombardo venne ferito ma riuscì a balzare fuori dal veicolo ed a nascondersi. In attesa che i sicari, scaricassero le loro armi. Tornò poco dopo  e rimessosi alla guida , giunse a Cittanova  Per Angelo  non c’ era più  nulla da fare. Domenico e Massimo  ricoverati all’ ospedale di Reggio Calabria e lo stesso Antonio, la situazione era assai migliore. In via Cosenza, via Palermo, via Nervi, via Alessio, dove ci sono i quartieri generali delle famiglie contendenti, regnava ed ancora oggi regna, un silenzio spettrale.In alcune zone Cittanova, antico splendore della sterminata Piana di Gioia Tauro, sembra una ghost-town.

 

 

 

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