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8 Settembre 2005 Canolo (RC). Ucciso Fortunato La Rosa, medico in pensione, che si occupava della coltivazione dei terreni di famiglia. Non permetteva il pascolo abusivo sulle sue proprietà. PDF Stampa


Foto e Articolo del 2 Agosto 2014 da  larivieraonline.com

Chi ha ucciso l’oculista?

Fortunato La Rosa è un medico oculista in pensione, che dopo aver diretto il reparto oculistica dell'ospedale di Locri si è deciso ad occuparsi in prima persona dei terreni di proprietà che rimangono nel territorio del comune di Canolo. Per raggiungere i suoi terreni il dottore La Rosa si sposta con un fuoristrada, passando da Gerace, superando il “quadrivio” dove l'ex statale 111 scende a Cittanova. Quei terreni, incolti per anni, hanno accolto loro malgrado le mandrie delle vacche sacre e di quelle profane che passavano a brucare quello che trovavano. Ma quando il terreno da incolto è diventato coltivato e gestito dall'oculista le vacche, che non comprendono cosa significa proprietà privata sono tornate a pascolare danneggiando le colture. Il medico ha segnalato il fatto ai carabinieri, che sono risaliti al proprietario delle mucche attraverso l'orecchino identificativo.
L'otto settembre 2005 Fortunato La Rosa viene attinto da almeno tre colpi di arma da fuoco e muore. Chi ha ucciso l'oculista? Sono passati nove anni da quel giorno d'estate e quello dell'ex primario è rimasto, almeno per il momento, un delitto senza un colpevole.
Nell'immediatezza gli investigatori hanno puntato l'indice contro possibili interessi sui terreni del medico, che potevano far gola a qualcuno. Non si è parlato, all'epoca, di delitto di 'ndrangheta.
Ma dietro ad ogni delitto “eccellente” o meno che sia la 'ndrangheta è sempre coinvolta, direttamente o indirettamente, quanto meno per via del controllo del territorio che si dice eserciti in tutti i locali in cui è presente. E la montagna tra Gerace, Canolo e Cittanova è un territorio dove gli interessi delle consorterie criminose di più locali convergono cercando di accaparrarsi quantomeno il taglio boschivo e quant'altro, per come riportato un una recente indagine collegata con il processo “Saggezza”.
Il delitto di Fortunato La Rosa, seppur indirettamente, forse avrebbe meritato un immediato coinvolgimento della procura antimafia, alla quale il fascicolo giungerà dopo alcuni anni e che ad oggi lo tiene aperto in attesa di sviluppi investigativi.
Ad oggi si potrebbe scrivere un inizio di romanzo noir, con in testa un oculista ucciso, un turco che non le manda a dire ma che agisce attraverso un avvocato, il quale a sua volta approfitta di un giovane ricciolino che per affrancarsi dalla povertà sarebbe pronto a che ad eseguire un delitto e poi tornare a casa senza battere ciglio. In questa storia, per finire, ci starebbe bene un collaboratore di giustizia, che potrebbe anche solo confermare quale possibile movente il mancato rispetto della vittima verso una vacca, magari di origine turca, sacra o profana che sia.




Articolo del 18 Gennaio 2014 da  ilquotidianoweb.it

Una pista per l'omicidio La Rosa nella Locride
L'oculista si era opposto ai potentati agricoli


Una informativa dei carabinieri punta sulle questioni legate ai pascoli della zona ma anche all'occupazione delle terre nella zona alle pendici dell'Aspromonte. L'uomo è stato ucciso nel 2005 con diversi colpi d'arma da fuoco, ma da allora non sono mai stati individuati i colpevoli

di PASQUALE VIOLI

LOCRI (RC) - C’è una pista per l’omicidio di Fortunato La Rosa. E’ quanto emerge dalle carte di una informativa dell’Arma dei Carabinieri che sta puntando sulle questioni legate ai pascoli e all’occupazione delle terre alle pendici dell’Aspromonte. Intercettazioni e rilevazioni tecniche hanno portato gli investigatori su un indirizzo ben preciso. Il medico della Locride non avrebbe accettato le condizioni di alcuni uomini legati alla criminalità e per questo sarebbe stato punito, avrebbe pagato con la vita la sua rettitudine. Fortunato La Rosa, oculista e persona perbene, è stato assassinato un mese prima di Franco Fortugno, esattamente l’8 settembre del 2005 tra le ore 12.00 e le ore 13.00 in una strada di montagna tra i comuni di Gerace e Canolo.
In quell’occasione La Rosa, alla guida della propria auto, affrontava a bassa velocità un tornante quando un killer gli esplose contro tre colpi di fucile, caricato a pallettoni. Un delitto che fece clamore ma che oggi, a 9 anni di distanza non ha né un colpevole come esecutore materiale, né un mandante, ed è inutile nascondere che nel pieno dell’attività investigativa sull’assassinio dell’oculista l’atroce omicidio di Franco Fortugno ha impegnato tutte le forze in campo nel tentativo, poi riuscito, di trovare i colpevoli di un delitto eccellente. Ma lo Stato, ed i Carabinieri, non hanno smesso di cercare una risposta anche all’omicidio di Fortunato La Rosa e in cinque pagine di attenta ricostruzione e riscontri hanno dato una chiave di lettura ben precisa alla fine del medico galantuomo.
«Fortunato La Rosa – scrivono gli investigatori - uomo di specchiata rettitudine e noto, così come anche i propri familiari, per la propria assoluta intransigenza nei confronti di ogni forma di sopruso, dal 1999 aveva smesso l’attività professionale, per dedicarsi alla passione per l’agricoltura, che esercitava in alcuni possedimenti di famiglia situati nella zona pre aspromontana tra i comuni di Canolo e Gerace, fino a quel momento rimasti in stato di semiabbandono, in preda ad alcuni occupanti abusivi ed a capi di bestiame al pascolo brado».
Secondo quanto ricostruito dagli uomini dell’Arma Fortunato La Rosa con la possibilità di dedicarsi finalmente a tempo pieno alla cura della propria terra era ormai riuscito a diventare un esempio positivo di abilità e correttezza gestionale, essendo stato capace in un così breve lasso di tempo di riportarla florida ed ordinata, e soprattutto con la collaborazione di maestranze locali regolarmente assunte, assicurate e stipendiate. La Rosa non accettava imposizioni da nessuno, neppure dai potentati locali che con metodi pseudo ‘ndranghetistici obbligavano gli agricoltori al noleggio dei mezzi in poche e “certificate” direzioni. Ci sono almeno due persone sospettate di essere coinvolte nel delitto dell’oculista, persone che avevano a che fare con dei pascoli che abusivamente avrebbero occupato le terre di La Rosa e i cui capi di bestiame erano stati segnalati dallo stesso medico poiché avevano danneggiato il raccolto. Il resto dei sospetti ricadrebbe su un soggetto considerato “uomo d’onore” del territorio che anche da accertamenti tecnici sembra potrebbe essere stato vicino al luogo del delitto l’8 settembre del 2005. Ma più di tutti ci sono due intercettazioni in cui gli interlocutori sembra parlino proprio del delitto di Fortunato La Rosa, intercettazioni e discorsi che adesso sono al vaglio degli investigatori che vogliono accertare se quando da loro captato possa trovare riscontro oggettivo nelle indagini.




Articolo del 27 Marzo 2015 da strill.it

‘Ndrangheta, locride: arrestati i presunti mandanti omicidio di Fortunato La Rosa (I NOMI)

I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Locri hanno arrestato ad Antonimina (Rc), su richiesta dellla Dda di Reggio Calabria i presunti mandanti del dell’oculista Fortunato La Rosa, ucciso a Gerace l’8 settembre 2005. I militari hanno tratto in arresto due soggetti, ritenuti appartenenti e contigui alla ‘ndrangheta della “locale di Canolo”, individuati quali mandanti dell’omicidio. Gli arresti sono stati eseguiti nei confronti di Giuseppe Raso (già detenuto in regime di arresti domiciliari per altra causa) e del cognato  Domenico Filippone, entrambi residenti in c.da S. Nicola.
In particolare, i due sono ritenuti responsabili di avere, in concorso fra loro con altri soggetti non identificati, deciso, organizzato ed eseguito l’omicidio del dottor La Rosa, con l’aggravante di cui all’art. 7 l. n. 203/91 per aver commesso il fatto con modalità intimidatorie di tipo mafioso ed allo scopo di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa denominata ‘ndrangheta, nella propria articolazione territoriale denominata “Locale di Canolo”, e precisamente al fine di punire il La Rosa per non aver tollerato la sistematica invasione dei propri terreni da parte di bestiame di proprietà del nucleo familiare Filippone/Raso, e così ribadire la propria egemonia mafiosa sul territorio, nonché  al fine di favorire l’attività di allevamento e commercializzazione di bovini, di interesse per i vertici del sodalizio e condotta anche attraverso atti di violenza o minaccia e con la pretesa del pascolo abusivo su terreni altrui, da tollerarsi in virtù del potere di intimidazione derivante dall’appartenenza del Raso alla ‘ndrangheta.
Contestati, inoltre, anche l’aggravante di aver commesso il delitto con premeditazione e l’illecita detenzione ed il porto abusivo di armi da fuoco.
Le attività d’indagine, condotte con metodologie tradizionali e con il supporto di attività tecniche dal Nucleo Investigativo del Gruppo di Locri, sotto la direzione della Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, mirate a far luce sul barbaro assassinio del dottor Fortunato La Rosa, hanno consentito di acquisire nel tempo univoci e convergenti indizi di reità a carico dei due prevenuti, su cui grava il contenuto delle sommarie informazioni testimoniali assunte non solo nell’immediatezza del grave fatto delittuoso, nonostante il diffuso clima di assoggettamento ed omertà, ma anche in forza dei progressivi riscontri acquisiti mediante intercettazioni telefoniche ed ambientali, in particolare quelle effettuate e successivamente sviluppate nel corso dell’impegno investigativo c.d. “SAGGEZZA”, che nel novembre 2012 ha portato a far luce sugli organigrammi e le attività illecite dell’associazione di tipo mafioso armata denominata ‘ndrangheta, accertando l’esistenza ed operatività di cinque “locali” riferibili alle municipalità di Antonimina, Ardore, Canolo, Ciminà e Cirella di Platì, individuandone altresì le figure apicali, tra cui proprio  Raso Giuseppe cl.1941.


Articolo del 27 marzo 2015 da corriere.it

Delitto La Rosa: l’oculista fu ucciso per una parola di troppo

di Carlo Macrì

Scoperto il movente: aveva protestato perché delle mucche appartenenti ai capi delle ‘ndrine avevano invaso i suoi terreni
L’indagine sull’omicidio di canolo (reggio calabria) avvenuto nel 2005

CANOLO(Reggio Calabria) – Una parola di troppo rivolta ai capi delle ‘ndrine gli è costata la vita. Il medico oculista Fortunato La Rosa assassinato l’8 settembre del 2005 a Canolo (Reggio Calabria), ha pagato con la vita il «rimprovero» ai proprietari delle cosiddette «vacche sacre» che abusivamente occupavano i sui poderi, distruggendo il raccolto. Conclusioni A questa conclusione sono arrivati i carabinieri di Locri che venerdì mattina hanno arrestato Giuseppe Raso, 74 anni, già ai domiciliari per altri reati e il cognato Domenico Filippone considerati i mandanti dell’omicidio. Il professionista ha pagato con la vita la sua intransigenza all’illegalità. La Rosa fu ucciso con tre colpi di fucile caricato a pallettoni mentre a bordo della sua auto si stava dirigendo a Canolo, piccolo centro aspromontano, dove aveva i suoi possedimenti. I killer lo attesero in prossimità di una curva e mirarono alla testa. Un omicidio preparato nei dettagli, senza testimoni. Ci sono voluti dieci anni per capire il movente dietro il quale è maturato il delitto. Anche se la moglie dell’oculista Viviana Balletta,medico in pensione, sin da subito aveva individuato la matrice dell’omicidio nel pascolo delle «vacche sacre». Animali «intoccabili», che rappresentano il simbolo dell’occupazione. Le invasioni degli animali di proprietà di Raso e Filippone, nei terreni del medico La Rosa, erano diventate continue e a nulla sono servite le raccomandazioni dell’oculista che, dopo aver svolto la sua attività all’ospedale di Locri, aveva deciso di dedicarsi all’agricoltura.

Conclusioni

A questa conclusione sono arrivati i carabinieri di Locri che venerdì mattina hanno arrestato Giuseppe Raso, 74 anni, già ai domiciliari per altri reati e il cognato Domenico Filippone considerati i mandanti dell’omicidio. Il professionista ha pagato con la vita la sua intransigenza all’illegalità. La Rosa fu ucciso con tre colpi di fucile caricato a pallettoni mentre a bordo della sua auto si stava dirigendo a Canolo, piccolo centro aspromontano, dove aveva i suoi possedimenti. I killer lo attesero in prossimità di una curva e mirarono alla testa. Un omicidio preparato nei dettagli, senza testimoni. Ci sono voluti dieci anni per capire il movente dietro il quale è maturato il delitto. Anche se la moglie dell’oculista Viviana Balletta,medico in pensione, sin da subito aveva individuato la matrice dell’omicidio nel pascolo delle «vacche sacre». Animali «intoccabili», che rappresentano il simbolo dell’occupazione. Le invasioni degli animali di proprietà di Raso e Filippone, nei terreni del medico La Rosa, erano diventate continue e a nulla sono servite le raccomandazioni dell’oculista che, dopo aver svolto la sua attività all’ospedale di Locri, aveva deciso di dedicarsi all’agricoltura.

Raccomandazioni

Per i due arrestati quelle raccomandazioni sono sembrate «fuori luogo» perché nessuno avrebbe potuto impedire alle loro mandrie di circolare liberamente nella zona. E soprattutto nessuno avrebbe dovuto rinfacciare loro, capi ‘ndrine in quel territorio, di limitare le scorribande delle loro bestie. Le «vacche sacre», soprattutto nella Piana di Gioia Tauro, sono state un problema da sempre. Nel 1986 la procura della Repubblica di Palmi ne aveva decretato l’abbattimento perché costituivano pericolo per l’incolumità dei cittadini. Nel 1995 i carabinieri ne avevano abbattuti 268 capi vaccini donando le loro carni a ospizi e orfanatrofi. Le «vacche sacre» furono protagoniste anche di un deragliamento del treno e di numerosi incidenti stradali: una ragazza perse un occhio e un giovane rimase paralizzato. Nessuno ha mai avuto un risarcimento per queste tragedie. In compenso, però, un contadino che ha aiutato a partorire una vacca, il giorno dopo si è trovato, dietro l’uscio di casa, uno scatolone pieno di vino, salame, zucchero e caffè.

La vicenda

La storia delle «vacche sacre» ha avuto origine dallo scontro di due famiglie mafiose i Facchineri e i Raso-Albanese. Una guerra di ‘ndrangheta originata dal furto di un maiale, che ha causato un centinaio di morti. Le famiglie impegnate in questa mattanza, non avendo il tempo per accudire alle loro bestie, le hanno abbandonate allo stato brado. E questo è stato sempre un problema, perché dopo il loro passaggio non resta nulla. Un giorno l’allora procuratore di Palmi Agostino Cordova non potendo contare sulla gente del posto, fece arrivare un gruppo di butteri dalla Maremma per radunare le mandrie sacre. Prima ancora di affidare l’incarico a questi guardiani, Cordova ha dovuto però pensare alla loro sicurezza e a quella dei cavalli. Le poche decine di capi che furono catturati non furono mai vendute all’asta, andata deserta. Il procuratore di Palmi contattò allora la «Simmenthal». Ci fu il problema del trasporto. Nessuno era disposto a caricare quelle bestie sui propri camion. E così fu necessario far giungere in Calabria un autotrasportatore dell’Umbria.





Articolo del 16 aprile 2015 da approdonews.it

Omicidio oculista La Rosa, tornano in libertà Raso e Filippone

Scarcerati quelli che per l'accusa erano i mandanti dell'omicidio di Fortunato La Rosa, il medico oculista ucciso per essersi opposto al pascolo nelle sue terre delle "vacche sacre"

REGGIO CALABRIA – Erano stati arrestati lo scorso 27 marzo ma ora il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria «ha riconosciuto l’infondatezza delle accuse contro Giuseppe Raso e Domenico Filippone ed ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare che il gip distrettuale, su richiesta della Procura, aveva emesso il 27 marzo scorso» per l’omicidio del medico oculista Fortunato La Rosa, ucciso in un agguato di ‘ndrangheta l’8 settembre del 2005 nella Locride.

A dare la notizia dell’annullamento dell’ordinanza di custodia è stato l’avv. Giuseppe Milicia che, insieme all’avv. Armando Veneto, difende i due indagati. Nel dettaglio il legale chiarische che «l’annullamento è stato determinato dalla mancanza di gravità indiziaria che la difesa aveva messo in luce, in particolare sottolineando come le tesi della Procura Distrettuale fossero in contraddizione con numerosi degli atti acquisiti nel corso di ben 9 anni d’indagine. Da rilevare che gli imputati nel corso dell’interrogatorio al quale erano stati sottoposti, rispondendo alle domande rivolte dal Giudice, avevano respinto con decisione le accuse».

La Rosa, secondo l’accusa, era stato ucciso per «punizione» per avere reagito, anche con denunce alla magistratura, all’invasione dei suoi terreni agricoli da parte delle «vacche sacre».

 

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