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Le condanne del processo “Filottete”, l’inchiesta avviata anche grazie alle dichiarazioni di Lea Garofalo - di Marika Demaria PDF Stampa

Articolo del 23 luglio 2015  da narcomafie.it



“Quell’uomo non voleva morire. Aveva il diavolo in corpo”. 1995, viale Montello 6, Milano. È notte fonda quando Giuseppe Cosco rientra in casa e riporta questa frase alla cognata, Lea Garofalo. Una frase che la donna, qualche anno dopo, nel 2002, racconterà ai Carabinieri, quando inizierà il suo tortuoso cammino come testimone di giustizia. Cosco aveva così apostrofato Antonio Comberiati, pluripregiudicato, “socio in affari” dei Cosco per quanto riguardava la piazza di spaccio di quella zona milanese. Un omicidio per il quale non si è mai aperto alcun processo, non si è mai individuato il responsabile. Lea Garofalo sarà uccisa la sera del 24 novembre 2009 a Milano; Giuseppe Cosco, dei sei imputati a vario titolo per aver cagionato la morte della donna e averne occultato e distrutto il cadavere, è l’unico che in secondo grado è stato assolto.

Comberiati. Un cognome che torna, a distanza di anni, insieme a quello di Lea Garofalo. Grazie infatti anche alle sue dichiarazioni rese nel corso degli anni, il 30 ottobre 2013 – a distanza di undici giorni dai funerali della giovane donna – il comando provinciale dei Carabinieri di Crotone coordinati dalla procura antimafia di Catanzaro ha eseguito l’operazione “Filottete”. Un’inchiesta che ha permesso di ricostruire la storia di venti anni di faide tra le cosche della ‘ndrangheta crotonese e di fare piena luce su sette omicidi avvenuti nel periodo compreso tra il 1989 e il 2007.

Oggi il Tribunale di Catanzaro ha emesso la sentenza del processo di primo grado, svoltosi con rito abbreviato, accogliendo in buona parte le richieste del pubblico ministero Domenico Guarascio. Sono quindi stati condannati all’ergastolo Vincenzo Comberiati, Salvatore Comberiati (classe 1959), Salvatore Comberiati (classe 1966), Pietro Comberiati; condannati a trent’anni di reclusione Nicolino Grande Aracri, Giuseppe Grano e Giuseppe Scandale (per il quale il pm aveva chiesto l’ergastolo); sette anni e mezzo di condanna per Salvatore Vona come richiesto nel corso della requisitoria, mentre Giuseppe Pace, Mario Mauro e Giovanni Costagnino sono stati condannati a sei anni di reclusione, contro i 9 chiesti dal pubblico ministero. Infine, sei anni a Salvatore Caria (come da richiesta), mentre Antonio Valerio, per il quale era stata chiesta una condanna di trent’anni, è stato assolto.
Secondo gli inquirenti, i Comberiati di Petilia Policastro – con a capo Vincenzo Comberiati detto “Tummulune” – e i Grande Aracri – aventi per boss Nicolino, a capo della locale di Cutro – avevano stretto un’alleanza.

I sette omicidi commessi avevano come obiettivo l’eliminazione fisica dei vari nemici delle cosche. Furono quindi assassinati Mario Scalise (13 settembre 1989, a Petilia Policastro), Rosario Ruggiero (24 giugno 1992, a Cutro), Carmine Lazzaro (16 agosto 1992, a Steccato d Cutro), Antonio Villirillo (5 gennaio 1993 a Cutro), Romano Scalise (18 luglio 2007, Cutro, fratello di Mario), e, infine, Francesco Bruno (2 dicembre 2007, a Mesoraca).

Le cosche erano dedite al traffico di sostanze stupefacenti (con piazze di spaccio anche nel nord Italia, soprattutto a Milano), e al racket delle estorsioni.




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