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6 Settembre 2015 Napoli. Gennaro - Genny - Cesarano, un ragazzo di 17 anni, ucciso mentre si attardava con gli amici sotto casa. PDF Stampa

Foto da facebook.com/popolo.cammino

Articolo del 7 Settembre 2015 da  identitainsorgenti.com

OMICIDI MEDIATICI / Gennaro Cesarano, ucciso due volte da giornalisti irresponsabili

di Lorenzo Pierleoni

Da una settimana a questa parte Napoli sta vivendo un momento difficile. Scontri allo stadio, voci di faide tra clan, omicidi che non lasciano presagire niente di buono. La città respira odore di sangue e lacrime a causa di gente che crede di poterla mettere a ferro e fuoco per capriccio. E tanto per cambiare chi paga il prezzo più alto sono gli innocenti, la cui unica colpa è trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. È accaduto questo anche a Gennaro Cesarano, morto poco più di 24 ore fa per un agguato della camorra. Un agguato non destinato a lui, che non c’entrava niente. Ma questo poco importava a chi doveva fare il titolone e vendere il proprio giornale, anche a costo di diffondere notizie sbagliate.

Perché Gennaro Cesarano, ammazzato dalla camorra, è stato ucciso una seconda volta da chi non ha esitato un istante a definirlo un pregiudicato e a diffondere i suoi precedenti senza documentarsi un minimo, senza chiedersi se c’entrasse qualcosa in quell’agguato, se per caso non fosse stato una vittima collaterale di una scorribanda che non lo riguardava, di una guerra che non era la sua. No, la cosa importante è presentare l’immagine di una Napoli che affoga nel sangue delle proprie lotte intestine. Senza pensare a quello versato dagli innocenti che si trovavano lì solo per caso.

Infatti, come volevasi dimostrare, ieri la verità sull’omicidio di Gennaro è finalmente emersa. Gennaro non era un pregiudicato, né tantomeno la vittima predestinata dell’agguato: è stato ucciso da una pallottola vagante. Era un ragazzo che aveva commesso qualche errore, ma che aveva voltato pagina e che stava affrontando la sua vita. Frequentava l’istituto alberghiero, il suo sogno era di diventare un pizzaiolo. Nel tempo libero faceva volontariato in un doposcuola per i più piccoli. Aveva solo 17 anni. Ma tutto questo non era abbastanza importante, a quanto pare. Era necessario prima diffondere menzogne. Altrimenti come si fa il titolone?

Napoli è la perenne città dei due pesi e delle due misure. Gennaro è stato ucciso nel bel mezzo del Rione Sanità. Per i giornali e per chiunque voglia lucrare sull’ennesima tragedia, tanto basta per bollarlo come un pregiudicato. Tanto basta per cercare di far passare Napoli come preda inerme dei giochetti della camorra. Tanto basta per mettere a tacere ancora una volta la parte sana della città, che cerca di ribellarsi a tutto questo. Come il movimento dei Disoccupati, di cui fa parte anche Antonio Cesarano, il papà di Genny. Che non ha perso tempo e ha indetto per oggi alle 17 un’assemblea nel centro sociale Carlo Giuliani per “rimettere al centro il riscatto e la dignità dei quartieri popolari”.

La verità è che la gente è stanca. La verità è che la gente vuole trovare una soluzione a tutto questo ed è pronto a fare qualsiasi cosa pur di trovarla. La verità è che a Napoli esiste da sempre chi combatte una guerra senza quartiere contro la camorra. Ma ogni battaglia diventa vana fin quando è uno solo a lanciarsi contro i mulini a vento, fin quando non è la città intera a ribellarsi contro il suo maggior cancro. E soprattutto ogni battaglia diventa vana se le vittime innocenti vengono fatte passare per colpevoli tanto alla leggera e fatte morire così due volte. L’unico modo per risolvere il problema è una reazione unitaria da parte di tutta la comunità. Ma questo chi deve fare il titolone non lo capisce.



Foto da identitainsorgenti.com


Articolo del 8 settembre 2015 da  napoli.fanpage.it

Non era un criminale, non era un martire: Genny aveva solo 17 anni

Genny Cesarano, 17enne incensurato, è morto lo scorso 6 settembre in piazza Sanità a Napoli trucidato dai proiettili della camorra. La polizia indaga per scoprire se l'assassinio sia stato un errore. Prima che le indagini stabiliscano se era coinvolto è Napoli che deve decidere: un ragazzo di 17 anni è o non è responsabile di una simile morte? Nella risposta c'è la salvezza della città.

di Angela Marino

Nella dialettica sulla camorra vige la distinzione, che ha anche peso giuridico, sullo status delle vittime. Si dividono tra innocenti e non innocenti. Le prime sono quelle uccise o ferite per errore in un agguato il cui vero obiettivo era una o più figure legate a una cosca. Le seconde, sono quelle legate ai clan e trucidate dai killer dei clan. Che vittima sarà Gennaro Cesarano, ucciso in piazza Sanità la mattina di domenica 6 settembre alle 4 e 30? Non rispondete ora. Genny è morto, direte voi, non diventerà mai adulto, che differenza fa se è successo per errore o per il disegno di qualcuno? La sua vita si è fermata all’ultima serata in piazza con gli amici. Qualcuno è sbucato da uno dei vicoli che si innestano nella piazza, il rumore sordo degli spari ha squarciato il silenzio della notte e Genny è caduto. E allora? La distinzione, in questo caso, deve essere ideale e non giuridica. Genny deve essere innocente, altrimenti la coscienza di queste città sarà come i basoli della piazza dove si è accasciato: sporca.

La condanna della colpa per un ragazzo che ha pagato con la vita qualsiasi sconsideratezza puerile, è un marchio che Napoli non si può più permettere di imprimere sui suoi figli. Dire che Genny era colpevole – senza che peraltro sulla sua fedina pesassero precedenti penali – significa ammettere e giustificare una condanna a morte. “Tanto poi diventano criminali”, si sente spesso dire, come a sottolineare che molto meglio è che non crescano mai, i ragazzi difficili. “Uno in meno”, insomma. Alla manifestazione nel rione organizzata dopo la sua morte si leggeva lo striscione: “Genny vive”. Come vivrà nella coscienza collettiva è davvero una questione decisiva per le sorti della città, molto più del contingente di poliziotti e carabinieri che il Ministro dell’Interno Angelino Alfano ha deviato su Napoli per fronteggiare l’escalation di violenza. Cinquanta uomini delle forze armate distribuiti su un territorio vastissimo, in effetti, sono una una formalità istituzionale, un gesto simbolico, quasi. Gli scettici già pensano che non cambierà nulla. Il sangue di Gennaro, però, può cambiare qualcosa. Liberarsi dalla dittatura della camorra potrebbe iniziare da qui. Decidiamolo ora, senza aspettare la fine delle indagini: Genny è colpevole?

La risposta può davvero cambiare qualcosa, perché quello che cinquanta poliziotti non faranno mai è proprio questo, sovvertire le coscienze, cambiare l’humus del terreno in cui la gramigna della camorra si ramifica. Possiamo militarizzare il territorio, istituire il coprifuoco, blindare le piazze, ma non basterà. Dobbiamo “sventrare Napoli”. Un’altra volta. E dal ventre dobbiamo strappare proprio questo: la colpa degli innocenti. Solo così Genny vivrà come vuole lo striscione. Era colpevole? Adesso potete rispondere.




Articolo del 18 Luglio 2016 da  internapoli.it

Vittima innocente di camorra. A 17 anni ammazzato per sbaglio, Lo Russo svela i nomi dei killer

Cesarano fu ammazzato nel centro storico. Il boss pentito può far luce su un delitto rimasto privo di responsabili

NAPOLI. Ci sono le lettere dal carcere, al centro dell'ultimo filone di indagine sul clan Lo Russo. Lettere spedite da Giuseppe Lo Russo, ormai unico boss della famiglia dei cosiddetti «capitoni», al fratello Carlo che, dal canto suo, ha invece deciso di collaborare con la giustizia. Dopo Mario Lo Russo, dunque, ecco la svolta di Carlo, da qualche mese in cella con l'accusa di essere il mandante dell'omicidio di Pasquale Izzi. Un terremoto nel sistema criminale alle porte di Napoli, il pentimento di Carlo Lo Russo potrebbe spiegare tante cose: a cominciare dalla politica delle stese criminali, quelle continue irruzioni armate messe a segno tra l'area nord (Miano, Capodimonte, via Ianfolla) e il centro storico cittadino dove, meno di un anno fa venne ucciso per errore il 17enne Genny Cesarano. Un omicidio rimasto privo di responsabili, su cui è molto probabile che Carlo Lo Russo abbia le idee chiare. Era libero quando partì la stesa in cui venne centrato il minorenne, che si attardava sotto casa, all'esterno di un pub di piazza Sanità. Ora più che mai potrebbe prendere quota la pista di un agguato voluto dai Lo Russo, anzi - per essere precisi - proprio da Carlo Lo Russo, all'epoca libero e saldamente in sella al proprio potere camorristico. Pagine di omissis, siamo solo all'inizio dei sei mesi che la legge assegna a chi collabora con la giustizia, decisivo il vaglio degli inquirenti, sotto il coordinamento dell'aggiunto Filippo Beatrice e del pm Enrica Parascandolo.

Ma torniamo alle lettere dal carcere. Sono piene di parole in codice - secondo quanto ha raccontato Carlo Lo Russo - di espressioni convenzionali con cui Giuseppe Lo Russo impartiva gli ordini all'esterno. Ma non è tutto. Nel corso dei primi verbali depositati venerdì mattina dalla Dda di Napoli dinanzi al Riesame, l'ex boss di via Miano parla dell'omicidio di Pasquale Izzi, ammazzato sotto casa alla fine dello scorso marzo. Ricorda la sua abitudine a fare footing, nei pressi della casa di Izzi, ma anche una lettera che gli venne spedita da un suo giovane affiliato che lo avvertiva proprio della possibilità che Izzi potesse «filare» un delitto per conto del giovane Valter Mallo. Spiega Carlo Lo Russo: «Mi resi conto che andavo a fare footing in una piazza dove abitava Izzi e capivo che quel ragazzo mi aveva avvertito su una cosa concreta, fu così che diedi ordine di fare l'omicidio: ci sono anche altri nomi da inserire tra i responsabili, oltre quelli che avete arrestato». Particolari pulp legati invece al fallito attentato a carico di Valter Mallo, a sua volta braccio destro di Antonio Genidoni, boss scissionista dei Vastarella della Sanità. Stando alla ricostruzione fatta in presa diretta, Lo Russo ordinò a un suo affiliato di uccidere Mallo, di ficcarne la testa in un water comprato ad hoc». Sappiamo tutti come è invece andata, con Mallo che scampa all'attentato per un soffio, sopravvivendo a circa trenta colpi, prima di essere arrestato. Ma c'è anche un altro pentito nelle fila del clan Lo Russo: si chiama Claudio Esposito, è lo zio di Annalisa, moglie Antonio Lo Russo. È stato condannato a dieci anni di reclusione, portava le «imbasciate» al giovane boss nel corso della sua lunga latitanza in giro per l'Europa. La sua collaborazione viene ritenuta comunque strategica per indebolire l'ultima ala del clan dei capitoni, che fa capo proprio ad Antonio Lo Russo, al figlio di Salvatore da mesi alle prese con il rigore del carcere duro.

FONTE: Il Mattino

 

 

Articolo del 20 gennaio 2017 da  napoli.repubblica.it

Genny, vittima innocente di camorra: dopo 16 mesi identificati mandanti e killer

di Dario Del Porto

Quattro arresti e le indagini confermano: il 17enne ucciso in piazza Sanità nel settembre 2015 nel corso di una sparatoria tra bande rivali. Il procuratore Colangelo: "Lo Stato c'è, ma quanti silenzi". De Magistris: "Il Comune parte civile"

Svolta nell'inchiesta sull'omicidio di Gennaro Cesarano, il ragazzo di 17 anni ucciso per errore il 6 settembre 2015 durante una sparatoria in piazza Sanità. Quattro persone sono stare raggiunte da un'ordinanza cautelare chiesta dai Pm Celeste Carrano, Enrica Parascandolo ed Henry John Woodcock, che con il procuratore aggiunto Filippo Beatrice coordinano le indagini condotte dalla squadra mobile diretta da Fausto Lamparelli.

L'inchiesta ha confermato che il ragazzo fu la vittima innocente di una sparatoria all' impazzata scatenata nell'ambito di uno scontro fra bande rivali della camorra. Determinante, ai fini della ricostruzione della vicenda, la collaborazione con la giustizia dell'ex boss Carlo Lo Russo, esponente della famiglia malavitosa dei Capitoni di Miano.

"Finalmente, giustizia è fatta". Piange per l'emozione Antonio Cesarano, il padre di Genny, quando ha saputo che i killer di suo figlio erano stati arrestati. A dargli la notizia il suo avvocato Marco Campora.
Il padre di Genny: "Nessuna omertà nel quartiere, la gente ha avuto coraggio"

Il procuratore di Napoli, Giovanni Colangelo, ha parlato di "particolare commozione" per la svolta nelle indagini. "È l'occasione per ribadire che, al di là di quello che si è detto, in questo mesi non ci siamo mai fermati. È un fatto che ha scosso le coscienze di tanti. Se ci consentite anche le nostre coscienze. Esprimo il mio doveroso ringraziamento ai colleghi che si sono impegnati allo stremo e alle forze di polizia che non hanno smesso di indagare impiegando tutte le sue risorse". Colangelo ha replicato alle accuse di ritardi o inerzie che avevano accompagnato le indagini. "È il caso di puntualizzare che una cosa sono le sensazioni, cosa diversa è la raccolta dei gravi indizi".

"Nessuno di noi potrà ridare la vita a Gennaro Cesarano - sottolinea Colangelo - questo è soltanto il tentativo, da parte nostra, di fare giustizia e dare alle vittime la riparazione di una giustizia di tipo processuale. Spero  che questo convinca tutti, anche quelli che sono rimasti in silenzio, che noi lavoriamo in maniera incessante e che le forze dell'ordine e la magistratura sono al loro fianco. Quando leggiamo di persone che si sentono abbandonate e dicono di non vedere segni di cambiamento, rispondiamo che non dipende da noi, perché noi facciamo la nostra parte. E che occorrono interventi di altro tipo e ci dovrebbe essere una presa di coscienza anche da parte dei cittadini, da parte delle famiglie e delle mamme di questi giovani. Sapendo che la strada porta al carcere o alla morte".

Gli arrestati. Le persone raggiunte dall'ordinanza cautelare sono Antonio Buono, Ciro Perfetto, Mariano Torre e Luigi Cutarelli. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l'incolpevole Genny si ritrovò nel mezzo di una raffica di 24 colpi esplosi da tre pistole. Solo per una fortunata serie di circostanze, almeno altri tre giovani che si trovavano in piazza in quel momento sfuggirono alla morte. Determinante, ai fini della ricostruzione della vicenda, la collaborazione con la giustizia dell'ex boss Carlo Lo Russo. L'azione del commando del clan Lo Russo, otto persone a bordo di quattro moto, sarebbe scattata per vendicare un affronto compiuto solo poche ore prima dal capo clan rivale Pietro Esposito, poi a sua volta ucciso in un agguato due mesi dopo, nella roccaforte dei Lo Russo a Miano.

Colangelo: "Lo Stato c'è, i cittadini devono fidarsi". Il procuratore ha rimarcato come nessuno abbia contribuito alle indagini. "Mi duole doverlo dire, ma la verità va detta anche se fa male", ha sottolineato Colangelo. Alla conferenza stampa ha preso parte anche il questore Guido Marino, che ha detto: "Non c'è niente da celebrare, ma anche questo risultato conferma che è una spudorata menzogna dire che lo Stato è assente nel territorio di Napoli, questo è poco serio e poco corretto anche nei confronti di cittadini. Di questa polizia e di questa magistratura i cittadini si devono fidare. La cosa spregevole è che i ragazzi che erano con lui quella notte li abbiamo dovuti snidare".

Il commando, sottolinea Colangelo, "ha sparato nel mucchio".  Del gruppo di fuoco faceva parte anche un altro giovane, Vincenzo Di Napoli, successivamente assassinato in un altro agguato.

De Magistris: "Il Comune parte civile". "Grande soddisfazione per l'operazione in corso da parte della Dda della Procura di Napoli e della squadra mobile della Questura di Napoli" viene spressa dal sindaco Luigi de Magistris. "Da sempre abbiamo apprezzato - prosegue
il sindaco - la grande partecipazione popolare del quartiere sanità contro la camorra e l'impegno attivo nei movimenti anticamorra di Antonio, padre di Genny".  I risultati di questa indagine, sottolinea de Magistris, "evidenziano che in città forze dell'ordine e magistratura stanno facendo un ottimo lavoro e che la città ha reagito e sta reagendo.  Quando ci sarà il processo, il Comune di Napoli si costituirà parte civile".

 

 

 

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