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21 Febbraio 1996 Lazzaro (RC). Assassinato Francesco Giorgino, 40 anni, proprietario di una autofficina. Ucciso per un "nulla" da un boss locale. PDF Stampa


Foto e articolo del 14 Marzo 2017 da ildispaccio.it


La Lettera. Mio marito, Francesco Giorgino, ucciso da una mano rimasta impunita

Francesco Giorgino sara' fra le vittime di mafia ricordate nel corso della manifestazione promossa da "Libera" per il prossimo 21 marzo a Locri. La moglie, Domenica Diano, ha scritto ai giornali per ricordare la sua voglia di giustizia.

Riceviamo e pubblichiamo:  

"La memoria richiede cura per sfidare l'assenza e, nel caso di mio marito Francesco Giorgino, anche l'impunità e la giustizia negata. Mi chiamo Domenica Diano e spero possiate dedicare spazio e attenzione alla storia di un conterraneo di adozione, quale mio marito Francesco Giorgino è stato, prima di essere brutalmente ucciso, il 21 febbraio 1996 a Lazzaro da una mano rimasta impunita, davanti ai figli Annamaria di 8 anni e Salvatore Maurizio di 14. Ho imparato a credere nella forza della condivisione e della testimonianza ed è per questo che chiedo anche alla Vostra testata di aiutarmi a rendere il ricordo di mio marito, uomo semplice e onesto, vittima innocente della ndrangheta, patrimonio di tutti.

Sono trascorsi 21 anni da quel drammatico pomeriggio in cui mio marito, il padre dei miei due figli Annamaria e Salvatore Maurizio oggi trentenni, fu freddato a colpi di pistola mentre lavorava nella sua officina a Lazzaro. Morì davanti ai loro occhi giovani, increduli, terrorizzati. Quel delitto attende ancora giustizia. Chi quel pomeriggio ha ucciso il padre dei miei figli, rendendoli orfani di un papà che adoravano, non è mai stato assicurato alla giustizia perché ad oggi ancora latitante. A noi sono rimasti solo il dolore e una feroce assenza che ancora lacerano, a distanza di ventuno anni, come se il tempo non fosse mai passato.

Il dolore non si placa e il senso di impotenza per questa ingiustizia, che continuiamo a subire giorno dopo giorno, certamente non aiuta. La nostra vita non è stata e non è semplice. Ciò è immaginabile ma non è per ispirare pietà che ho voluto condividere il ricordo di mio marito. L'associazione Libera mi ha insegnato che la Memoria è un valore prezioso per ogni comunità in cammino verso il Riscatto e la Speranza. Nonostante le difficoltà quotidiane economiche e non solo, nonostante i sacrifici, le rinunce, i seri problemi di salute, con i miei figli e per i miei figli vado avanti e tengo vivo il ricordo del nonno di tre nipoti e del quarto in arrivo. Guardando a loro, nel buio trovo la luce e il coraggio di non desistere e cerco di indicare anche ai miei figli, segnati per sempre, una strada diversa dalla rassegnazione. Non è semplice.

Sul suo profilo facebook, in occasione dello scorso 21 febbraio (ventunesimo anniversario di quel tragico pomeriggio del 1996), mio figlio Salvatore Maurizio ha scritto di ricordare sempre gli occhi del padre, così violentemente strappatogli quando aveva solo quattordici anni e quando per puro caso quel giorno non si era recato in officina per stare con lui, come faceva sempre. Mio figlio non dimentica gli occhi grandi e affettuosi di mio marito quando lo rassicurava dicendogli che tutto sarebbe andato bene. Quei momenti bui e difficili ci sono anche adesso che mio figlio non ha più un padre che gli possa dare fiducia. Mia figlia Annamaria è in dolce attesa e non passa giorno che il suo cuore non la conduca al passato quando mangiava sempre sulle ginocchia del padre. Il dolore ha il sapore amaro di una felicità ingiustamente e brutalmente negata. La nostalgia è struggente e non concede tregua, neppure solo per un attimo perché neppure un fugace abbraccio è più possibile. Il loro padre non c'è ormai da tanto tempo ma il ricordo non muore e non morirà.

Era pugliese, originario di Cerignola in provincia di Foggia, e aveva solo quaranta anni. Ci eravamo conosciuti a Milano e ci eravamo subito innamorati. Lui era venuto in Calabria per seguirmi e coronare qui il nostro sogno d'amore. Era la mia terra di origine, la Calabria, ma presto divenne anche la sua, per il mare e per l'amore che qui lo aveva condotto. Questa, tuttavia, fu per lui anche la terra della morte. In pochi minuti per un litro d'olio non consegnato, perché non nella sua disponibilità, la sua vita fu brutalmente interrotta. Un affronto arrecato senza intenzione alcuna, che invece gli costò la vita e distrusse per sempre la nostra famiglia. Un conto che Giovanni Scappatura, per altro all'epoca sorvegliato speciale, ebbe la libertà di regolare di persona e indisturbato. Ma chi e cosa sorvegliavano? Me lo chiedo ancora oggi, dopo tutti questi anni. Mi chiedo come quell'uomo sia riuscito a prendere una pistola nella sua abitazione, accanto all'officina, e sia stato lasciato libero di andare armato nell'officina di mio marito per sparargli, senza che nessuno se ne accorgesse e glielo impedisse. Le domande sono tante ma sono sempre rimaste senza risposta. Una vicenda assurda aggravata dalla persistente e ancora attuale latitanza del responsabile.

Il dramma che si è abbattuto su di noi, ventuno anni fa, ha aperto una voragine nel nostro cuore; nessuno potrà mai guarirci ma in tanti si sono spesi per alleviare la nostra pena e queste righe nascono anche dal desiderio di ringraziare mia nuora Francesca Mallimaci e mio genero Antonino Barreca che ogni giorno sono al fianco dei miei figli privati violentemente del padre da giovanissimi, l'attuale direttore della Caritas e già parroco della chiesa della Madonna delle Grazie di Lazzaro, don Nino Pangallo, le insegnanti Gianna Verduci e Carmelina Albano, i miei amici Angela Vacalebre, Giulia Iracà, Rosetta Romano e Vincenzo Branca, don Luigi Ciotti, Stefania Gurnari, Rosaria Anghelone, Annamaria La Face e gli altri amici di Libera che mi hanno insegnato il valore della memoria come antidoto all'indifferenza.

Da qualche anno pure il nome di mio marito Francesco Giorgino è tra quelli da non dimenticare che Libera ricorderà anche il prossimo 21 marzo a Locri e in altri 4000 luoghi in Italia. Con altri familiari, profanati negli affetti più cari e sacri, marceremo per ricordare i nostri congiunti e per coltivare, anche in assenza di Giustizia come nel caso di mio marito, la Speranza. E' un nostro diritto ed è anche un nostro dovere.

Il più grande dei miei nipoti ha nove anni è ha il nome di suo nonno Francesco, di cui dovrà conoscere la storia ed essere fiero. E' figlio di mio figlio Salvatore Maurizio ed è il fratello maggiore di due gemellini, Christian e Damiano, che compiranno 5 anni a maggio. Mia figlia Annamaria tra qualche mese diverrà mamma. Pensando a loro, desidero ardentemente che ad imporsi non siano l'indifferenza e la morte, con i mezzi beceri della viltà e della violenza, ma la testimonianza e la Vita con tutto l'Amore che è capace di generare giorno per giorno. Nonostante tutto.

Grazie dal profondo del mio cuore, a nome di tutta la mia famiglia, per la Vostra attenzione e per lo spazio che vorrete riservare al ricordo di mio marito Francesco Giorgino.

Domenica Diano




Foto e Articolo del 24 febbraio 2016  strill.it

Memorie – Francesco Giorgino, una vita per la famiglia e per il lavoro

di Anna Foti

Annamaria mangiava sempre sulle sue ginocchia mentre Salvatore Maurizio ogni pomeriggio andava in officina per aiutarlo, con il suo piccolo panno puliva pezzi meccanici ed era per lui un appuntamento a cui teneva moltissimo, al quale non rinunciava mai. Tranne quel pomeriggio, in cui ci andò più tardi perchè aveva tanti compiti da fare. E se ci fosse andato, se fosse stato lì anche lui, quella tragedia sarebbe stata ancora più grande. Francesco Giorgino era un padre affettuoso e presente, un marito di cui tessere le lodi non risulta, ancora oggi, affatto difficile. Sarà per questo che Domenica Diano, vedova da vent’anni, si commuove continuamente, mentre generosamente racconta la sua quotidianità sconvolta da alcuni colpi di pistola calibro 7.65 esplosi contro suo marito nel pomeriggio del 21 febbraio 1996 mentre riparava un’auto dentro la sua officina a Lazzaro. Era pugliese, originario di Cerignola in provincia di Foggia e aveva quaranta anni di cui gli ultimi quindici vissuti in Calabria, terra di cui amava il mare e che lo aveva accolto quando, dopo avere conosciuto a Milano Domenica, se ne era innamorato al punto da seguirla fino a qui e con lei farsi una famiglia. Un terra che amava, dove lui arrivò per seguire il suo cuore e dove andò incontro ad una morte assurda, ad un destino avverso.
Per la famiglia la sua morte è una ferita sempre aperta nel petto, lì dove il Francesco fu colpito a morte. Era stato già  trafitto alle spalle da alcuni proiettili, prima di essere girato con il piede e colpito mortalmente al petto. Come spesso accadeva Domenica stava andando in officina a trovare il marito. Quel pomeriggio con lei non c’era solo Annamaria ma anche Salvatore Maurizio. Erano da poco trascorse le ore 18 quando in prossimità dell’officina, notarono confusione. “I miei bambini videro il padre a terra che ancora tremava. Da lì a qualche istante avrebbe esalato l’ultimo respiro.  Mio figlio di soli dodici anni credeva che si fosse trattato di un corto circuito e si precipitò a spegnere la corrente, mia figlia Annamaria, di soli nove anni, rimase con lo sguardo fisso sul padre rapita dal modo in cui lui stesse guardando il cielo. Io capì e mi gettai su di lui che poggiare le mie labbra sulle sue. Non dimenticherò mai quel momento”, racconta Domenica ancora colta da una nostalgia che le rende gli occhi lucidi, che le spezza il cuore in frantumi. In pochi minuti per un litro d’olio non consegnato al boss del momento, Giovanni Scappatura, che abitava a qualche centinaio di metri rispetto all’officina, la sua vita è stata stravolta per sempre.
Quel litro d’olio Francesco Giorgino non lo aveva. Ma non contava questo. Contava l’affronto al boss della zona. Scappatura indignato per il rifiuto, impugnò la pistola e andò personalmente ad affermare la sua autorità e a riscattare l’offesa subita con la violenza, spargendo sangue. A nulla servirono i tentativi del suo aiutante, Vincenzo Benedetto, che venne scaraventato contro i cassonetti e che una settimana dopo, nonostante le minacce subite per non farlo,  fornì gli elementi per ricostruire la vicenda; anche la sua vita è cambiata e oggi vive lontano, forse in un altro continente. Giovanni Scappatura, per altro sorvegliato speciale, stava lavorando con una motosega presso la sua abitazione, in prossimità dell’officina, quando si rese necessario un po’ di olio per lubrificarla. Mandò Benedetto per due volte a chiederla a Francesco Giorgino che però, non avendola, non poté soddisfare la sua richiesta. Un rifiuto obbligato che però costò la vita allo stesso Giorgino. “Ma cosa sorvegliavano – si chiede ancora dopo venti anni Domenica – se quest’uomo è stato libero di prendere in casa una pistola e andare a sparare indisturbato a pochi metri da casa sua; se poi sempre indisturbato ha lasciato il luogo del delitto, si è liberato della pistola, continuando a possedere un fucile in casa. Se ancora, dopo il fatto di sangue, prima dell’emissione del fermo, ci impauriva con appostamenti e telefonate di notte”. Nonostante si conosca l’identità del colpevole in questa vicenda di dolore e violenza, la storia di Francesco Giorgino, dallo scorso anno tra i nomi da non dimenticare di Libera, non riserva un epilogo giudiziario compiuto. Il responsabile è infatti ancora oggi latitante e con lui anche la madre, Angelina Iaria, che ne avrebbe favorito la fuga e la latitanza. Solo nel 2010 è stato arrestato il pescatore Marco Bruno De Salvo, con l’accusa di avere favorito queste latitanze, gestendo il conto corrente della madre, anche lei datasi alla clandestinità con il figlio, ad oggi condannato all’ergastolo ma tra i cento latitanti più pericolosi d’Italia.
Nessuna giustizia, dunque, e invece da quel giorno, per questa famiglia così duramente colpita, solitudine, senso di abbandono, difficoltà, rinunce, ristrettezze economiche. La presenza ingombrante di un vuoto dentro il cuore e dentro quella casa che non sarebbe mai stato colmato. Ad alleviare questa condizione non lo Stato, che non ha riconosciuto Francesco Giorgino vittima del crimine organizzato di stampo mafioso, ma persone che sono state vicine a Domenica e ai suoi figli. “Ringrazio di cuore la guida della parrocchia della Madonna della Grazie di Lazzaro, attuale direttore della Caritas, don Nino Pangallo, che ogni sera veniva a trovarci, Angela Vacalebre che a lungo ha pagato bus e mensa per i miei figli, le insegnanti Gianna Verduci e Carmelina Albano, le mie amiche Giulia Iracà e Rosetta Romano, Stefania Gurnari e gli altri volontari di Libera molto presenti e che nel giorno del ventesimo anniversario hanno curato un ricordo di mio marito durante la messa officiata a Lazzaro da don Mimmo Cartella, alla quale ha voluto essere presente anche il sindaco di Motta San Giovanni, Paolo Laganà”.
Anni difficili, carichi di dolore durante i quali il ricordo di Francesco, padre e marito premuroso, è rimasto sempre vivo negli occhi chiari e luminosi, ereditati dal padre, di Annamaria, in quel gesto di estrema tenerezza che compiva Salvatore Maurizio quando indossava gli abiti del padre, metteva il suo profumo e si avvinava alla madre per combattere contro quell’assenza così prematura, feroce e ingiusta.
Tanti i sacrifici compiuti da Domenica che ha fatto tanti lavori fino a poco tempo fa; poi per lei è cominciata un’altra lotta, quella per sopravvivere al più terribile dei mali. Vive con la pensione del marito e con questa in questi venti anni è andata avanti. I suoi figli si sono diplomati e si sono sposati, ma sono state tante le rinunce. Annamaria vive a Reggio con il marito Antonino e Salvatore Maurizio a Lazzaro con la moglie Francesca; qui fa l’autotrasportatore e continua a scrivere lettere al padre perché quegli otto anni in cui l’ha avuto nella sua vita evidentemente sono stati troppo pochi. Annamaria cerca un lavoro dopo essere cresciuta senza padre, come suo fratello, e dopo aver rinunciato al sogno di danzare. “I suoi occhi sono tristi”, dice mamma Domenica. Conserva come la cosa più sacra, in una busta, alcune lire ancora sporche di sangue che il padre aveva in tasca quando è stato ucciso. Le conserva come Domenica conserva la tuta da lavoro che il marito indossava quel giorno in cui la loro vita cambiò per sempre. Come se quelle ‘cose’, le ultime che Francesco Giorgino ebbe con sé,  potessero avere il dono, in qualche modo, di farlo rimanere più vicino.

 

 

 

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