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30 Aprile 2014 Perugia. Muore in ospedale il Commissario Roberto Mancini per un linfoma non-Hodgkin causato dal contatto ravvicinato con rifiuti tossici e radioattivi durante la sua attività investigativa in Campania. PDF Stampa

Articolo del 30 Aprile 2014 da repubblica.it

Morto il poliziotto che ha combattuto le ecomafie Ucciso dalla leucemia dovuta ai veleni che ha respirato

di Luca Ferrari

LA GUERRA di Roberto Mancini è finita. È morto a 53 anni dopo una battaglia lunga 12 anni. Lascia una moglie e una figlia. Ha combattuto fino alla fine, “come un leone”, dicono gli amici, ma non ce l’ha fatta. Il poliziotto che con le sue indagini ha anticipato di 15 anni ciò che poi è stato il disastro della Terra dei Fuochi è morto questa mattina all’ospedale di Perugia. Lo ha ucciso un linfoma non-Hodgkin, un cancro al sangue, conseguenza dei veleni respirati durante anni di lavoro tra rifiuti tossici e radioattivi. "Se qualcuno avesse preso in considerazione la mia indagine – raccontava a Re Le inchieste – forse non ci sarebbe stata Gomorra. Da 11 anni lotto contro il cancro e ho fatto causa alla Camera dei deputati dopo aver ricevuto un indennizzo di soli 5mila euro".

Il Movimento 5 Stelle ha chiesto i funerali di Stato per lui. In serata è arrivato l'annuncio di Alfano. Il commissario - morto per cause di servizio - avrà funerali solenni. "Si tratta di un grande esempio di poliziotto sul modello di decine di migliaia di suoi colleghi che ogni giorno si battono per affermare la democrazia e l'ordine delle nostre città - ha detto Alfano - e con onore indossano la divisa e alimentano il prestigio della Polizia di Stato". La famiglia annuncia che la cerimonia si svolgerà sabato 3 maggio alla Basilica San Lorenzo al Verano.

Roberto Mancini era sostituto commissario di Polizia a Roma. È morto all’ospedale di Perugia a causa di un’infezione polmonare, complicanza di un trapianto di midollo osseo, unica cura per combattere la sua leucemia.

Nei primi anni ’90 inizia a lavorare sul traffico illecito di rifiuti in Campania. Nel 1996, dieci anni prima dell’uscita del libro “Gomorra” di Roberto Saviano, consegna un’informativa alla Procura di Napoli che verrà presa in considerazione soltanto nel 2011. Le carte consegnate da Mancini svelavano nel dettaglio attraverso intercettazioni, pedinamenti, dichiarazioni di pentiti, i nomi delle aziende del Nord coinvolte nel traffico: come l’Indesit e la Q8. Descrivevano i rapporti tra camorra, massoneria e politica. Anticipavano quel sistema che ha portato al biocidio della Terra dei fuochi.

L’informativa rimane in un cassetto per 15 anni. Fin quando nel 2011 il pubblico ministero Alessandro Milita la trova e la mette agli atti del processo per disastro ambientale e inquinamento delle falde acquifere. Tra gli imputati anche Cipriano Chianese, broker dei rifiuti del clan dei casalesi, che gestiva tutto il sistema criminale.

Negli anni successivi alle indagini, tra 1997 e il 2001, Mancini lavora come consulente per la Commissione rifiuti della Camera dei deputati. Il presidente è Massimo Scalia. Esegue decine d’ispezioni e sopralluoghi in discariche di rifiuti tossici nocivi e in siti di stoccaggio di materiali radioattivi. È proprio in questo periodo che Mancini si ammala di Linfoma non-Hodgkin.

La diagnosi arriva nel 2002. Il ministero degli Interni certifica il suo cancro del sangue come “causa di servizio” e gli riconosce un indennizzo di 5000 euro. A Roberto Mancini non bastano: “È un’ingiustizia”, dice. Così inizia la sua guerra contro lo Stato. Nel luglio 2013 la Camera gli nega un ulteriore indennizzo. La battaglia continua. Il 6 Aprile 2014 vengono consegnate a Montecitorio oltre 20mila firme in calce a un appello che chiede che a Mancini sia riconosciuto il giusto risarcimento. La Camera promette l’apertura di un’istruttoria. A oggi la petizione di change.org è stata
sottoscritta da più di 50mila persone.

È proprio da sito di change.org che la moglie Monika si appella allo Stato: “Spero che le sofferenze che Roberto ha dovuto sopportare per aver servito lo Stato contro le ecomafie in Campania non cadano nell'indifferenza delle istituzioni e dell'opinione pubblica e mi auguro che il suo ricordo possa servire da esempio per tutti coloro che non vogliono arrendersi a chi vuole avvelenare le nostre terre, le nostre vite''.

 

Articolo dell'11 Febbraio 2016 da huffingtonpost.it

"Io, morto per dovere", il libro-verità su Roberto Mancini, un uomo e un poliziotto lasciato solo dallo Stato


"Il nostro dovere non è arrestare qualcuno e mettergli le manette per fare bella figura con i superiori e magari prendersi un encomio. Noi siamo pagati per garantire i diritti, per migliorare, nel nostro piccolo, il mondo che ci circonda, la vita delle persone".


Roberto Mancini sapeva benissimo che non tutto ciò che è legale corrisponde al termine giustizia. "A volte, diceva, l'illegalità è l'unico modo per affermare un diritto e talvolta la legalità è solo uno strumento di sopraffazione". Sapeva che non era semplice mantenere l'equilibrio, soprattutto quando indossava la sua divisa da poliziotto (lavorava alla oramai scomparsa Criminalpol), ma lui ci riusciva perfettamente e grazie a quella divisa, la legalità divenne l'alleata che nella sua vita gli servì ad esercitare e a praticare la giustizia sociale fino all'ultimo, divenendone un simbolo che pochi conoscono.

Mancini era ligio al dovere ma insofferente al potere: è stato uno sbirro controcorrente, un comunista convinto (era, tra l'altro, anche un grande lettore de Il Manifesto), un uomo coraggioso che si è ammalato perché portò avanti le sue indagini in quella che poi venne chiamata la Terra dei Fuochi, tra Napoli e Caserta, andando a scavare nelle aree contaminate dai trafficanti di veleni armato solo di guanti di lattice e mascherina. Fu lui a scoprire tutte le tracce dell'interramento dei rifiuti tossici nei terreni, in mezzo a mille intralci e sabotaggi che poi portarono all'insabbiamento delle sue informative già nel 1996.

La sua storia ci viene raccontata in "Io, morto per dovere", un libro-verità scritto a quattro mani dai giornalisti Luca Ferrari (già autore dell'inchiesta che ha raccontato per la prima volta la storia di Mancini, pubblicata su Repubblica, ma anche fotografo e regista, autore dei documentari Pezzi del 2012 e Showbiz del 2015) e Nello Trocchia (autore di molte inchieste giornalistiche e libri, come Federalismo criminale, La peste e Roma come Napoli), in uscita l'11 febbraio per Chiarelettere.

"Aveva scoperto qualcosa che non si poteva dire, qualcosa che dava noia a troppe persone, per questo è stato lasciato solo. Diceva la verità, per questo è morto", scrive Giuseppe Fiorello nella prefazione al libro e sarà proprio l'attore siciliano a interpretare Mancini nella fiction "Io non mi arrendo", una coproduzione Rai Fiction-Picomedia per la regia di Enzo Monteleone che andrà in onda su Rai Uno in prima serata il 15 e il 16 febbraio prossimi.


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