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12 Febbraio 1992 - Faiano di Pontecagnano (SA) Uccisi Claudio Pezzuto, 29 anni, e Fortunato Arena, 23 anni, Carabinieri. PDF Stampa

 

Foto da: Carabiniere Claudio PEZZUTO M.O.V.M

ancispettoratosicilia.it

 

Articolo del Corriere della Sera del 13 febbraio 1992

Li hanno massacrati durante un controllo di routine

Pontecagnano, i killer scendono dalla jeep e inseguono il militare ferito per finirlo. Pezzuto Claudio 29 anni e Arena Fortunato 23 anni sono stati massacrati senza pieta' a colpi di mitra dopo aver intimato l'alt a una macchina con targa del Nord. fermato Cavallaro Antonio, un camorrista sospettato di aver fatto parte del commando.

PONTECAGNANO (Salerno) . Come a Medellin. Raffiche di mitra tra la folla, gente che fugge, due carabinieri massacrati. Per cinque minuti ieri sera nella piazza centrale di Faiano, frazione di Pontecagnano, si e' scatenato l' inferno. Quando le armi si sono zittite, per terra c' erano i corpi di due giovani militari crivellati di colpi. Sono le 20. Claudio Pezzuto, 29 anni, e Fortunato Arena, 23, stanno rientrando in auto verso la loro caserma, la stazione di Friano, dopo una serie di controlli di routine. Qualcosa li insospettisce pero' nella centrale piazza Garibaldi. Tra i ragazzi dello struscio serale e i negozi che stanno per chiudere, e' fermo un fuoristrada. Un grande Nissan Patrol bianco, pare targato Firenze. A bordo ci sono due persone, tre secondo altre testimonianze. Poco lontano un altro giovane sta telefonando in una cabina. Pezzuto scende e si avvicina alla jeep. Chiede la patente al guidatore. L' uomo consegna il documento. Pezzuto torna alla Fiat Uno di servizio e da' la patente al collega per controllare i dati via radio. Ed e' di quell' attimo che gli assassini approfittanoo. Quello seduto accanto al guidatore scende e tira fuori un mitra calibro nove. La prima raffica falcia Arena che si accascia nell' auto. Anche un altro dei malviventi apre il fuoco dal fuoristrada. Adesso e' Pezzuto nel mirino. Il militare estrae la sua pistola, spara alcuni proiettili. Ma gli assassini sono piu' precisi. Pezzuto, ferito, cerca di mettersi in salvo nel porticato di un negozio. Il malvivente lo insegue e lo finisce con una sventagliata di mitra. I banditi tornano al Nissan Patrol e fuggono a tutta velocita' . In fretta arrivano i vigili urbani che hanno il comando a pochi metri di distanza. Per terra ci sono decine di bossoli. I due carabinieri sono ancora vivi. Nelle mani di Arena la patente, probabilmente falsa, di uno degli assassini. I militari vengono caricati su un' ambulanza ma quando arrivano all' ospedale San Leonardo di Salerno sono gia' morti. La centrale operativa di Battipaglia ha seguito tutta la strage in diretta. Era collegata con Arena per il controllo del documento. Hanno sentito tutto. La caccia al Nissan Patrol scatta immediatamente. Il veicolo viene recuperato a pochi chilometri da Faiano. A bordo c' e' un mitra. I carabinieri fermano e interrogano senza sosta anche Massimo Cavallaro, fermato in merito al duplice omicidio. La sua posizione non e' chiara: c' e' chi sostiene sia stato bloccato mentre cercava di allontanarsi dal fuoristrada. Invece altre fonti ritengono che sia il proprietario della jeep. In caserma c' e' tanta rabbia e dolore. Claudio Pezzuto, originario di Surbo (Lecce), lascia la moglie e un figlio di due anni. Fortunato Arena invece veniva da San Filippo del Mele (Messina). Si era sposato sette mesi fa e la moglie e' incinta.

 

 

 

Articolo del 15 luglio 1992  - Corriere della Sera

Salerno, presi i killer dei carabinieri

di Enzo D'Errico

Il boss De Feo Carmine, arrestato con D' Alessio Carmine: " chiamate il giudice, se no ci ammazzano per vendetta "
erano nascosti a Calvanico i 2 camorristi ricercati dal 12 febbraio per avere ucciso 2 militari nella piazza di Faiano


SALERNO . Li avevano cercati ovunque, passando al setaccio persino le campagne astigiane, distanti centinaia di chilometri da quell' entroterra salernitano che aveva fatto da scenario alle imprese dei due killer. Ma Carmine De Feo e Carmine D' Alessio, i camorristi che la sera del 12 febbraio uccisero nella piazza di Faiano i carabinieri Fortunato Arena e Claudio Pezzuto, non si erano mai allontanati dalla loro terra. Per cinque mesi hanno aggirato l' assedio utilizzando una radio ricetrasmittente sintonizzata sulle frequenze dell' Arma: appena i militari si avvicinavano a uno dei loro covi, i malviventi scappavano facendo perdere ogni traccia. E la caccia all' uomo ricominciava da zero. Ma poi, inseguiti dalle forze dell' ordine e dagli sgherri dei clan rivali, ridotti allo stremo da una fuga senza fine, gli assassini sono stati stanati ieri all' alba. Si nascondevano in un piccolo appartamento di Calvanico, un paesino della Valle dell' Irno a circa 15 chilometri da Salerno, dove gli studenti universitari del vicino ateneo si mischiano ai pochi villeggianti in cerca di fresco in collina. Dopo un breve conflitto a fuoco con i carabinieri, si sono barricati in una stanza: temevano che i militari li ammazzassero per vendetta e hanno deciso di arrendersi solo quando e' giunto il sostituto procuratore Alfredo Greco, che conduce l' inchiesta. "Non c' era bisogno del mio intervento . ha poi detto Greco .. I carabinieri hanno agito con grande professionalita' , scongiurando un epilogo drammatico. La forza della legalita' , alla fine, paga sempre. E lo dico pensando con rammarico al mancato apporto offerto, in questi mesi, dalla cittadinanza. E' vero, c' e' l' omerta' da paura. Ma mi sembra che ci sia soprattutto la cultura della non collaborazione". Del resto, fra quelli sospettati di aver offerto rifugio a Carmine De Feo e al suo luogotenente c' e' persino un poliziotto, Giorgio Rossomando, 45 anni, recentemente rinviato a giudizio per favoreggiamento. Secondo gli investigatori, l' agente (in servizio presso la questura salernitana ma da tempo tenuto sotto controllo dai vertici locali dell' ordine pubblico) avrebbe ospitato i due latitanti nella sua casa di Bellizzi, a 20 chilometri da Salerno, pochi giorni dopo il delitto. Col passare dei mesi, pero' , il terreno e' via via franato sotto i piedi dei killer. Il colpo decisivo, probabilmente, e' stato assestato alcuni giorni fa con l' arresto di Rita De Feo, sorella del boss in fuga: era lei a mantenere i contatti con i due assassini, lei a tessere i fili di una latitanza sempre piu' difficile dopo la dura sconfitta subita a opera della cosca rivale . quella dei Maiale . nella guerra per il controllo del territorio. La cattura della donna, insomma, e' stata il preludio al blitz scattato ieri alle 4.45. I carabinieri hanno prima circondato Calvanico e poi fatto irruzione nell' appartamento al piano rialzato di una villetta. L' abitazione era stata presa in affitto per il mese di luglio da Francesco Greco, 28 anni, un imprenditore edile di Baronissi successivamente ammanettato dagli inquirenti con l' accusa di aver fatto da "vivandiere" per i due banditi. I militari entrano in azione quando le prime luci dell' alba si levano sul paesino di collina. Carmine De Feo e Carmine D' Alessio fanno appena in tempo ad accorgersi che la loro fuga e' giunta al capolinea: impugnano le pistole, sparano qualche colpo, ma la risposta dei carabinieri e' immediata. Ai due non resta che barricarsi nella camera da letto. "Vogliamo parlare col magistrato . urla De Feo . altrimenti non usciamo da qui. Voi ci ammazzate, non aspettate altro". Ma i timori del boss, naturalmente, si rivelano infondati. E l' arrivo del giudice scioglie anche l' ultimo nodo di questa brutta storia. Nell' appartamento viene trovato un arsenale: due fucili automatici con canne mozze; una pistola Beretta calibro 7,65; due mitragliette di fabbricazione israeliana, una delle quali sarebbe stata usata per uccidere i due carabinieri; due pistole calibro 9 parabellum, del tipo in dotazione alle forze dell' ordine, entrambe con matricola abrasa. Una di esse sarebbe stata sottratta, la mattina del 12 febbraio, a un carabiniere in borghese e poi utilizzata durante la sparatoria nella piazza di Faiano.

 

 

 

Articolo del 12 Febbraio 2010 da  lecobollettino.it

ARENA E PEZZUTO: EROI DIMENTICATI

di Tiziana Troisi

Venerdì 12 febbraio. Pontecagnano ha ricordato il sacrificio dei carabinieri Claudio Pezzuto e Fortunato Arena, uccisi nel pieno centro abitato di Faiano durante un servizio di pattugliamento diciotto anni fa. “Come a Medellin. Raffiche di mitra tra la folla,
gente che fugge, due carabinieri massacrati. Per cinque minuti ieri sera nella piazza centrale di Faiano si é scatenato l’inferno. Quando le armi si sono zittite , per terra c’erano i corpi di due giovani militari crivellati di colpi.” Così scriveva il giorno dopo “Il Corriere della Sera”. Claudio Pezzuto, 29 anni, e Fortunato Arena, 23, stavano rientrando in auto verso la loro caserma dopo una serie di controlli di routine, quando qualcosa attirò la loro attenzione: la targa di cartone del Nissan Patrol bianco fermo in piazza Garibaldi. Pezzuto scese e si avvicinò alla jeep per chiedere la patente al guidatore, fu a quel punto, appena il carabiniere consegnò il documento al collega Fortunato, che gli assassini fecero fuoco. La prima raffica falciò Arena nell’ auto, Pezzuto riuscì ad estrarre la sua pistola e a sparare alcuni proiettili. “Ma gli assassini sono più precisi -scrisse allora il Corsera- Pezzuto, ferito, cerca di mettersi in salvo nel porticato di un negozio. Il malvivente lo insegue e lo finisce con una sventagliata di mitra”. Mesi dopo, il 14 luglio, vengono catturati i due killers, sono due camorristi, Carmine De Feo e Carmine D’Alessio, che saranno condannati all’ergastolo.
Storie simili quelle dei due commilitoni: Claudio Pezzuto era originario di Surbo in provincia di Lecce, restò da piccolo orfano di padre e si arruolò all’età di 17 anni. Arrivò a Pontecagnano nell’87, l’anno dopo sposò Tania Pisani e il 7 gennaio del 1989 nacque il loro primogenito Alessio, anche lui come il padre resterà presto orfano, all’epoca dei fatti aveva solo 3 anni.
Gentilmente la vedova Pezzuto ha voluto lasciarci una testimonianza: «Claudio era un marito e un padre meraviglioso. Prima
di me aveva sposato la benemerita. Per lui l’Arma era lo Stato».
Fortunato Arena, invece, veniva da San Filippo del Mela (Me). Anche egli perde da piccolo un genitore, la madre. Si era sposato sette mesi prima con Angela Lampasona che nel ’92 era incinta. Nel ricordarlo la vedova ha detto: «Quel giorno ho perso mio marito e mio figlio, avevo scoperto quel pomeriggio di essere incinta, ma ho perso il bambino in seguito allo choc».
La cerimonia di venerdì scorso, organizzata insieme al Comando Provinciale dei Carabinieri di Salerno, guidato dal Colonnello
Gregorio De Marco, è iniziata con una santa Messa nella Chiesa di S.Benedetto ed è proseguita con la consueta deposizione
delle corone al monumento dedicato ai due caduti. Le mogli dei carabinieri, che portano ancora avanti il ricordo dei loro cari,
hanno costatato con dolore l’assenza delle scuole ma soprattutto della gente comune. La fiaccolata pensata proprio per rendere partecipe i cittadini, non ha avuto luogo.
«Sono del parere che il dolore è di chi ce l’ha- afferma la vedova Pezzuto- chiedo solo che ogni tanto si ricordino questi servitori dello Stato». Le fa eco Angela Arena: «Ci siamo sentite sole. Arena e Pezzuto non vanno dimenticati, non esistono eroi di serie A e di serie B. Gli eroi sono eroi».

 

 

 

Articolo dell'11 Febbraio 2011 da  ilquotidianodisalerno.it

La strage di Faiano

“Quando non prevale più la forza del diritto ma il diritto della forza”

di Aldo Bianchini

PONTECAGNANO – La storia, quella scritta, fissa una data: 17 febbraio 1992, giorno in cui parte la tangentopoli nazionale, mani pulite, che i posteri ricorderanno come il passaggio storico-politico dalla prima alla seconda repubblica, e di questa data, forse, non ricorderanno più nulla. Una semplice ed insignificante dazione di danaro (mazzetta) dall’imprenditore Luigi Magni nelle mani di Mario Chiesa (presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano) sconvolgerà gli assetti politici ed istituzionali di un intero Paese. Al centro dell’attenzione mediatica planetaria un giovane PM, Antonio Di Pietro, coadiuvato da un capitano dei carabinieri, Roberto Zuliani, che rientrerà subito nell’anonimato della sua missione istituzionale. Al contrario di Di Pietro che da quel momento, anche attraverso controverse vicende, è rimasto sulla scena giudiziaria, politica e mediatica del nostro Paese fino ai nostri giorni.
Ma se la storia scritta della tangentopoli nazionale è datata 17 febbraio 1992, quella campana e salernitana nasce almeno cinque giorni prima: 12 febbraio 1992.
Quella nostrana non ha la sua genesi in uno studio elegante, ben arredato e molto ovattato come quello dell’ingegnere milanese Mario Chiesa; la nostra tangentopoli nasce, al contrario, nel sangue di Fortunato Arena e Claudio Pezzuto, due carabinieri innocenti, barbaramente trucidati da due spietati killer: Carmine De Feo e Carmine D’Alessio.
Sul freddo selciato stradale di Faiano non cadono soltanto due corpi martoriati, cadono le ultime illusioni della gente onesta, che ancora non vuol credere agli intrecci tra politica, giustizia, affari e malavita organizzata. Per capire meglio le possibili motivazioni di quell’orrenda strage bisogna fare un passo indietro rispetto alla data del 12 febbraio 1992 ed allungare lo sguardo alla spaventosa guerra di camorra in atto da tempo tra clan malavitosi avversari dalla “piana del Sele” alla “piana dell’agro nocerino-sarnese”. Sul punto è illuminante il libro sulla camorra scritto dall’ex procuratore della repubblica ed ex giudice istruttore Domenico Santacroce. In pratica negli anni ’80 in quelle zone sta avvenendo il ricambio generazionale ai vertici delle organizzazioni delle “grandi famiglie” che determina la fine, per carcerazione o per assassinio, di terribili e potentissimi personaggi come: Raffaele Cutolo, Salvatore Serra (detto Cartuccia), Salvatore Di Maio (detto Tore ‘o guaglione), Enzo Casillo, Virgilio Colangelo (killer spietato) e lo stesso assassinio del giornalista de “Il Mattino” Giancarlo Siani. Le grandi famiglie in guerra (Alfieri-Galasso-Pepe-De Feo-D’Andrea-Romano e Maiale) si contendono il potere e si ritrovano tra le mani un “giocattolo rotto”, tutto sembra perduto. Vale la pena, quindi, di tentare in extremis una riconciliazione, una ricomposizione pacifica, una ripartizione “politica” delle rispettive zone d’influenza. Viene deciso un summit, meglio se itinerante e poco individuabile, da tenere su per i Monti Picentini il 12 febbraio 1992, dopo le ore 19.00=.
I partecipanti: assolutamente misteriosi, ora come allora !!
Viene organizzata anche la scorta armata fino ai denti e vengono scelti Carmine De Feo e Carmine D’Alessio, due noti malviventi di medio calibro che qualcuno voleva far passare anche come tossicodipendenti. La scorta, questa scorta, aveva verosimilmente il compito di “apripista”, cioè di verificare la praticabilità del territorio prima dell’arrivo del convoglio predisposto per il “summit politico-malavitoso”. Forse sul fuoristrada apripista (una Nissan Patrol di colore bianco) si era seduto anche un notissimo personaggio della zona.
Vengono organizzati, ovviamente, anche i depistaggi. Vari piccoli reati nella Piana del Sele, sufficienti a richiamare in zona un grosso spiegamento di Forze dell’Ordine, tanto da far pensare ad uno stato d’assedio dell’intera Piana, proprio quel giorno ed a quell’ora.
Se tutto ciò è vero, se cioè le forze dell’ordine accorrono in massa nella Piana del Sele, perché qualcuno comunque si preoccupa di stendere una fitta, ma quasi invisibile rete di controlli e posti di blocco in vari punti strategici dei Monti Picentini? Forse qualcuno sapeva dell’eventuale summit e voleva bloccarlo? O forse qualcuno sapeva e voleva garantirgli la buona riuscita? Non lo sapremo mai.
Non lo sapremo mai perché probabilmente barano in due. Da un lato la malavita organizzata cerca di attirare le Forze dell’Ordine nella Piana del Sele per depistare e dall’altro lato, lo Stato, finge di abboccare all’amo e si schiera in modo tale da poter bloccare i partecipanti al summit itinerante.
Naturale l’interrogativo sul perché della missione di pochi giovani, impreparati ed ignari carabinieri contro un nemico molto più attento e senza scrupoli, nella consapevolezza del sicuro svantaggio dovuto a posti di blocco organizzati all’ultima ora. Forse qualcuno era fiducioso nella buona riuscita dell’impresa ed attendeva soltanto l’ordine dall’alto per fermare il summit ed arrestare i partecipanti? Se si, allora c’era qualcuno in alto che sapeva e non è intervenuto o non è potuto intervenire?
La ridda di opinioni, di convincimenti più o meno attendibili, di inchieste giudiziarie più o meno agguerrite, lascia il posto ad un’unica irreparabile realtà: poco dopo le ore 19.00 del 12 febbraio 1992, i due carabinieri Arena e Pezzuto fermano l’autovettura fuoristrada sulla quale viaggiano ufficialmente “due persone” alle quali vengono ritualmente richiesti in esibizione i documenti anagrafici. Tutto sembra tranquillo ed il controllo, puramente formale prosegue. Claudio Pezzuto scende dall’auto, si avvicina ignaro al fuoristrada e chiede i documenti. Carmine D’Alessio scende dall’auto e si allontana. Ad un tratto lo sguardo di Pezzuto incrocia quello di De Feo, gli sguardi si incrociano.  Forse viene riconosciuto chi non può e non deve essere identificato? Carmine De Feo non ci pensa neppure un attimo. Imbraccia una mitraglietta israeliana. Fulminea la sparatoria, senza pietà, orribile la strage. Un uomo viene avvistato mentre concitatamente parla da un posto telefonico fisso, a poche decine di metri dal luogo della strage: è la conferma dell’orribile eccidio o l’avvertimento per una strage non pianificata nelle strategie dei vertici malavitosi? Impossibile avere risposte perché il presunto possibile basista telefonico viene letteralmente ingoiato dal buio della sera e dal nulla. Qualcuno, in seguito, dirà che quell’uomo era Carmine D’Alessio, circostanza questa mai realmente provata. E’ provato, invece, il fatto che Carmine D’Alessio, uditi gli spari, corre verso l’autovettura dei carabinieri e fa fuoco su Fortunato Arena che risponde al fuoco mentre tenta di scendere dall’auto, soccombe inesorabilmente. La pistola di D’Alessio appartiene al carabiniere Elia Sansone che poche ore prima è stato rapinato nella Piana del Sele Il conducente e proprietario del fuoristrada, tale Antonio Massimo Cavallaro smentisce sempre decisamente ogni illazione sull’esistenza dell’eventuale basista sostenendo la tesi del sequestro a suo carico, viene fermato e subito rilasciato. I due malviventi De Feo e D’Alessio si chiuderanno, poi, nell’assoluto mutismo ed accetteranno l’ergastolo senza battere ciglio. Il magistrato inquirente, Alfredo Greco, metodicamente e con fermezza negherà la pur minima praticabilità di un’ipotesi del genere e si rimetterà sempre alle carte processuali che rigettano qualsiasi altra presenza a bordo del fuoristrada, oltre quella dei tre prima citati. Dopo la sparatoria i due assassini fuggono con il fuoristrada, abbandonano l’ostaggio su una mulattiera e raggiungono il deposito della ditta Orcellet di Fuorni. Qui prendono in ostaggio il capo-cantiere (che lasceranno dopo qualche minuto) e si fanno consegnare dal dipendente Angelo Riviello le chiavi della sua Audi/80. Salgono a bordo e, sgommando, svaniscono nel buio e nel nulla per 152 giorni.
Fin qui la ricostruzione, fantasiosa se volete, di quella terribile serata, anche se rimane da fissare lo spartiacque tra la fantasia e la realtà. Una cosa è certa: per mesi e mesi chiacchiere, indiscrezioni, mistificazioni, fanno, comunque, il giro della Città; addirittura per molto tempo circola la voce secondo cui quella sera, su quel fuoristrada, ci sono altri due uomini oltre l’autista e i due assassini. Il summit, insomma, non si doveva tenere tra i clan De Feo e D’Alessio, ben poca roba per un duplice omicidio, ma tra i vertici della ”cupola camorristica” di due potentissime famiglie campane.
Però i fatti accaduti dopo quella fatidica sera sembrano confermare le fantasiose teorie. Sulle “famiglie”, sui “clan” sempre più divisi dopo i tragici fatti del 12 febbraio 1992 si avventa lo Stato: settecento carabinieri, poliziotti e finanzieri setacciano per mesi e mesi tutta la Campania alla ricerca dei killer di Faiano. Cadono in rapida successione gli Alfieri, i Galasso, i Maiale e i Pepe.
Due giorni dopo l’eccidio, il 14 febbraio 1992, nel Duomo di Salerno si celebrano i solenni funerali di Stato per i due Carabinieri uccisi. Flavio Bufi su “Il Corriere della Sera” così descrive le fasi concitate delle esequie: .
Dopo mesi e mesi di ricerche, di perquisizioni, di delusioni, vengono alla fine catturati Carmine De Feo e Carmine D’Alessio. Accerchiati in una casa di Calvanico, grazie ad una soffiata di un comune cittadino che aveva notato strani movimenti in quella casa da tempo disabitata, non si arrendono e cercano di resistere all’irruzione del capitano Domenico Martucci e di tre suoi uomini (Armentano, Tiberio e Capparrone). I killer dettano le condizioni della resa che avviene nelle mani del pm Alfredo Greco senza spargimento di sangue. E’ il 14 luglio 1992.  Il giornalista Antonello Velardi su “La Repubblica” così descrive la cattura: .
Molto probabilmente, però, è stata la cattura di Rita De Feo (sorella del camorrista in fuga), avvenuta qualche giorno prima del 14 luglio, che manteneva i collegamenti con i due fuggiaschi a portare i catturandi sulle piste dei due fuggiaschi. Hanno inciso anche i pedinamenti a carico del poliziotto Giorgio Rossomando (poi rinviato a giudizio per favoreggiamento) che probabilmente ha ospitato i due killer in una sua casa di Bellizzi a poca distanza dal luogo della strage. Encomiabile, comunque, l’azione rapida, tempestiva e coraggiosa del giovane capitano Martucci e dei suoi tre assistenti, i primi a mettere piede nell’appartamento di Via Tasso di Calvanico.
Il processo di primo grado è velocissimo, inizia la mattina del 1° ottobre 1992 e si conclude la sera del 9 ottobre 1992, durissima la sentenza: ergastolo per entrambi gli assassini. La legge, almeno quella degli uomini, vince. I due imputati non battono ciglio, neppure una smorfia sui loro volti, accettano misteriosamente ed in silenzio la condanna che viene confermata in tutti i gradi di giudizio.
Come molti altri assassini prima di lui, anche per Carmine D’Alessio arriva in carcere il momento della poesia che sembra mettere in evidenza l’esistenza di un’anima e di una coscienza. Nel carcere scrive “Passato” una poesia di pochi versi che per dovere di cronaca riportiamo qui di seguito:
Passato
Passato sofferente,
Ed a volte violento.
Passato pesante come una catena
Che imprigiona il corpo e la mente
Passato da ricordare
Per ricominciare
Perdonare e farsi perdonare
La vita non gli darà, però, la possibilità di ricordare, di ricominciare, di perdonare e di farsi perdonare. Un tumore lo aggredisce e lo spedisce al creatore la mattina del 24 giugno 2008.
Sono passati vent’anni da quell’orribile strage e l’Arma, ovviamente, non dimentica i suoi eroi. Le famiglie ancora oggi sono tristemente travolte dal dolore anche perché a distanza di tanti anni non hanno ancora avuto una spiegazione logica sul perché di quella strage. Al di là delle condanne e della verità processuale.
C’è una sola certezza, quel giorno, quel maledetto 12 febbraio 1992, su un anonimo marciapiede di Faiano di Pontecagnano cessò la vita dei due eroi Fortunato Arena e Claudio Pezzuto per mano di due ignobili delinquenti fino a quel momento quasi sconosciuti:  Carmine il mancino e Carmine il tossico.

 

 

 

 

Gruppi commemorativi su Facebook:

 

 

Carabiniere Claudio PEZZUTO M.O.V.M

Notizie dal Gruppo:

Claudio Pezzuto nasce a Surbo (LE) il 07/07/1963.
Resta da piccolo orfano di padre.
Si arruola nell'arma dei carabinieri il 28/05/1982 all'età di 19 anni, svolge il corso di allievo carabiniere presso la scuola allievi carabinieri di Chieti.
Servizi svolti: Stazione Carabinieri di Paolo VI (TA),Stazione Carabinieri di Irsina (MT),Comando Tenenza Carabinieri di Chiaromonte (PZ), Comando Compagnia di Senise (PZ), Stazione Carabinieri San Severino Lucano (PZ).
trasferito presso la stazione carabinieri di Pontecagnano (SA) in data 17/11/1987.
Il 14/04/1988 si sposa con Tania Pisani e il 07/01/1989 nasce il loro primogenito Alessio (quando è morto il suo papà aveva 3 anni). La sera del 12 Febbraio 1992 a Faiano Pontecagnano (Sa) Carabinieri Arena e Pezzuto vengono trucidati da 2 camorristi.
Il 5 Giugno 1993 in occasione della Festa dell'Arma il Presidente della Repubblica On.Oscar Luigi Scalfaro consegna alla Signora Tania Pisani e al figlio Alessio Pezzuto la Medaglia d'Oro al Valore Militare

 

 

In Onore del Carabiniere Fortunato Arena M.O.V.M.

 

Notizie dal Gruppo:

Fortunato Arena era nato a San filippo del Mela (ME) il 25 febbraio 1969. Orfano di madre, da quando aveva 8 anni, a 17 anni si arruola nei carabinieri: ha frequentato la scuola allievi a Roma. Prima destinazione Legione Carabinieri Salerno poi destinazione Stazione Pontecagnano. Ha svolto vari servizi provvisori in varie caserme. Nel 1991 sposa Angela Lampasona. Abitavano a Montecorvino Pugliano.

Le sue spoglie sono sepolte nel cimitero di Nocera Superiore.

 

 

 

 

 

 

Articolo del 15 Febbraio da stampacritica.org

Il sacrificio di Fortunato Arena e Claudio Pezzuto


di Lamberto Rinaldi

La sera del 12 febbraio del 1992 Fortunato Arena e Claudio Pezzuto hanno finito i loro controlli a Pontecagnano, in provincia di Salerno, e stanno rientrando in caserma. Quando passano per Piazza Garibaldi c’è qualcosa che attira la loro attenzione. Sono le otto di sera, tra i negozi che chiudono e la gente che rientra a casa notano una grande jeep bianca, un Nissan Patron targato Firenze. A bordo ci sono due persone, forse tre.
I carabinieri si fermano, Pezzuto scende e chiede i documenti al conducente. È titubante, estrae la patente controvoglia. Il carabiniere torna alla Fiat Uno e chiama via radio la stazione per controllare i dati.
Dall’altra parte della ricetrasmittente, alla centrale operativa di Battipaglia, seguiranno la tragedia in diretta. Perché dalla jeep scendono in due e aprono il fuoco contro Pezzuto. Viene ferito al braccio, prova a far scudo verso i passanti prima di essere ferito a morte. Poi i killer si rivolgono verso Arena, una prima sventagliata di mitra, il carabiniere risponde al fuoco provando a mettersi in salvo sotto il porticato di un negozio. Lo raggiungono e lo finiscono.
La jeep prende il via, la ritroveranno nella campagna a pochi chilometri da Pontecagnano. Lì vicino scovano anche Massimo Cavallaro, proprietario della macchina preso in ostaggio. Lo interrogano senza sosta e inizia a delinearsi il percorso dei killer, latitanti, che fuggivano dalle forze dell’ordine e dagli scagnozzi della Nuova Famiglia.
I due assassini scompariranno per 152 giorni, cambiando nascondiglio quasi giornalmente. Ed è qui che si inserisce uno dei tanti fatti inquietanti di questa vicenda. Ogni volta che i carabinieri li individuano, loro riescono a fuggire. Forse sono avvertiti, c’è un agente che li avvisa in anticipo, un informatore in divisa. Ma oltre alle forze dell’ordine li stanno cercando anche i clan rivali. Un po’ per vendetta, un po’ per allentare la pressione nelle loro zone di affari. È una fuga senza sosta ma anche senza speranza, che finisce a Calvanico, in uno dei tanti appartamenti affittati a studenti universitari o a turisti per il fine settimana.
Sono Carmine De Feo, 30 anni, e Carmine D’Alessio, 27, quest’ultimo morto nel 2008 per gravi problemi di salute, condannati entrambi all’ergastolo.
Quello che rimane in una tragedia simile, oltre alle medaglie e alle targhe, è come sempre il dolore di chi resta. Fortunato Arena aveva 23 anni, veniva da Messina, si era sposato da sette mesi e la moglie, Angela Lampasone, era incinta ma per il grande dolore perse il bambino: “Nessuno mi ridarà più mio marito e mio figlio”. Claudio Pezzuto invece, 29 anni, originario di Lecce, un figlio già ce l’aveva. Si chiama Alessio, appena 2 anni quel 12 febbraio. E ora insieme alla madre, Tania Pisani, ha dedicato la vita alla legalità, all’onestà civile, al ricordo di suo padre e di quanti hanno perso la vita facendo il loro dovere.

 

 

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