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28 settembre 1990 Gela. Giuseppe Tallarita, pensionato di 66 anni, fu ucciso per vendetta per essersi rifiutato di far pascolare sul suo terreno le pecore appartenenti ad un pastore poi divenuto killer della malavita PDF Stampa

Foto da peacelink.it

Fonte liberanet.org

Giuseppe Tallarita (Butera, 15 gennaio 1924 – 28 settembre del 1990).  Morto  a soli 66 anni, è stato ucciso mentre lavorava davanti al cancello della sua casa di campagna in contrada Desusino.

Padre di cinque figli, tre maschi e due femmine, e marito di Rosina, dalla quale non si separava quasi mai.  Giuseppe Tallarita viveva per la sua Rosina, per i suoi cinque figli e per quella tenuta, che era diventata l’unico interesse extrafamiliare, trasformandola, da quando era andato in pensione, in un vero e proprio giardino con terrazza sul mare.

Il delitto. La tragedia di Tallarita e della sua famiglia ha un inizio lontano di oltre un decennio: in un giorno di primavera, quando, dopo aver terminato di lavorare all’Enichem di Gela, si recò nel proprio terreno, che all’epoca era seminato a grano. Giunto sul posto, vide un gregge che vi pascolava abusivamente e rimproverò il pastore, il quale, anziché scusarsi ed allontanare le pecore, reiterò il pascolo abusivo negli anni seguenti, anche quando nel terreno fu impiantato l’attuale uliveto. Col pastore vi fu un solo altro contatto, quando Giuseppe andò a trovarlo pregandolo di evitare di danneggiare le giovani piante d’ulivo. Né Giuseppe sporse mai denuncia nei confronti del pastore, pregato in tal senso da uno zio, che rimproverò aspramente il giovane. Dieci anni dopo, purtroppo, il giovane pastore diventa uno dei killer più spietati della malavita organizzata e capo degli stiddari del comprensorio di Gela e si dà alla latitanza. Un giorno, il 28 settembre 1990, ricostruito dalla sentenza definitiva di condanna dei colpevoli, durante lo spostamento da un covo all’altro, il pastore-killer si trova a passare dalla strada che costeggia la tenuta di Giuseppe, lo vede intento al lavoro al limite della strada e – ricordandosi dei rimproveri ricevuti  dà ordine a due sicari, che lo scortano, di ucciderlo.

( Tratto da: Libera.it/newsletter)



Articolo del 5 Agosto 2013 da redattoresociale.it

Mafia, la nipote di Giuseppe Tallarita: "Non rendere vano il suo sacrificio"

Da anni Rosy Tallarita porta avanti la sua battaglia contro la criminalità organizzata. La sua adolescenza è stata segnata dall'omicidio del nonno per mano di due uomini della Stidda, una costola della mafia siciliana

MILANO – "Non ho mai capito la prepotenza. Come si può ammazzare un uomo con sette colpi di pistola, di cui due in faccia? Come puoi vederlo morire, sentirlo chiedere 'perché lo state facendo'?". Rosy Tallarita ha sempre vissuto a Milano. La Sicilia la conosceva come luogo di villeggiatura: ci ha sempre trascorso tutte le vacanze da maggio a settembre, ogni anno. Non immaginava di poter vivere sulla propria pelle lo strapotere della mafia, nella provincia di Caltanissetta. Invece è accaduto, in un tragico 26 settembre 1990. Il nonno di Rosy Tallarita, Giuseppe, si ritrova in casa due uomini della Stidda, una costola della mafia siciliana. Lo uccidono, in quel modo tanto cruento da costare, ai due sicari e al mandante, tre ergastoli. Omicidio aggravato da crudeltà e futili motivi. Erano gli anni in cui ci si contendeva la zona attorno a Gela.

"A quel punto entri in quel vortice di domande senza senso. Quella che mi fa più arrabbiare è 'avrà visto qualcosa?'. Come se questo fosse un motivo valido per uccidere". Il giorno dopo l'assassinio, la famiglia Tallarita è scossa da un'altra notizia: il giornale La Sicilia appioppa a Giuseppe Tallarita il titolo di "don". E il paese comincia a mormorare, i sospetti serpeggiano anche tra gli amici. "Sarà uno di loro – mormorano – non potrà essere innocente, sapeva qualcosa di troppo". Giuseppe Tallarita non aveva visto un bel niente. Aveva solo avuto il torto di impedire che le pecore degli stiddari gli calpestassero il raccolto, mandandolo in malora. "Lo fanno una, due, tre volte, finché l'agricoltore non cede". Lo stesso concetto dell'attentato incendiario: ti rovino l'attività finché non me la cedi, in modo da non avere più problemi. Giuseppe Tallarita non ha voluto cedere e ha pagato con la vita. "Pensavamo che la sua morte fosse la parola fine. Invece è stato solo un inizio". Traumatico, visto che 4 anni dopo l'omicidio gli stiddari si presentano al terreno dei Tallarita. "Mio padre ha detto loro di andarsene e non tornare mai più", racconta Rosy. E così è stato, fino ad oggi. "In quegli anni io volevo andarmene a Rimini con gli amici, ma mio papà mi teneva in Sicilia. Ho capito dopo perché": non voleva rendere vano il sacrificio di nonno Giuseppe.

"All'inizio non riesci a parlare di storie così, c'è come un senso di pudore. Poi ti apri e inizi a capire il significato profondo della testimonianza". Per Rosy Tallarita ogni scuola è un'esperienza, ogni volta una conquista. Ci crede a tal punto da aver fondato nel febbraio 2013 il Coordinamento dei familiari delle vittime di mafia in Lombardia. Perché al Nord il problema è proprio ricostruire le storie, rispolverarle dopo anni di oblio. Se quella di Giuseppe Tallarita ha almeno una sua verità giudiziaria, magra consolazione, ce ne sono altre che non hanno mai nemmeno avuto un processo. "Eventi come quello che è capitato a me ti segnano nel profondo – spiega Rosy Tallarita -. Ho deciso di studiare giurisprudenza e a febbraio inizio la scuola di magistratura per quanto è successo a mio nonno". Quella vicenda le aperto gli occhi sulla "zona grigia" con cui ha a che fare tutti i giorni. "Se dai soldi al parcheggiatore abusivo stai finanziando un sistema: ne devi essere consapevole". E così Rosy Tallarita ha cominciato a fare antimafia, tutti i giorni.

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