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31 Dicembre 2015 Forcella (NA). Maikol Giuseppe Russo, 27 anni, è la Vittima innocente di un raid punitivo. PDF Stampa

Foto da napoli.fanpage.it

 

Articolo del 9 Gennaio 2016 da ilfattoquotidiano.it

Napoli, agguato di Capodanno originato via web. E’ la camorra 2.0

di Arnaldo Capezzuto

Un saluto di ammirazione e di congratulazione per una scarcerazione inaspettata seguito da una sorta di appello-auspicio-richiesta affinché tornino a ‘vegliare’ sui vicoli del rione Forcella. E’ bastato questo messaggio, visibile a tutti, inviato via internet da un giovane di Forcella a un personaggio di primo piano o quanto meno accreditato come il reggente dei Mazzarella a scatenare un crescendo di violenza sfociato poi nell’agguato del 31 dicembre in piazza Calenda in cui è rimasto vittima innocente Maikol Giuseppe Russo, 27 anni, ‘colpevole’ di essersi fermato all’esterno di un bar in piazza Calenda ed essere confuso dai killer con il vero obiettivo del raid.

Comincia a diradarsi la nebbia che avvolge l’omicidio di San Silvestro in cui un bravo ragazzo, ‘il gigante buono’ Maikol Giuseppe Russo estraneo alle dinamiche dei clan, lontano dalla cultura della camorra e da frequentazioni compromettenti è stato trucidato senza pietà a poche ore dallo scoccare del nuovo anno. Nessuna ‘stesa’, nessuna guerra di conquista delle attività illegali, nessun regolamento dei conti per il predominio e il controllo dello spaccio della droga nel rione della camorra. Il movente del raid armato in piazza Calenda matura via computer. E’ la camorra 2.0.

Una chat aperta, un ritrovo virtuale frequentato da molti giovani di Forcella e ‘attenzionata’ da esponenti in ascesa dei clan, un augurio spontaneo rivolto a un personaggio di ‘fuori’ che inaspettatamente ritrova la libertà e che sembra apprezzare molto il saluto di benvenuto e l’appello a ritornare. Il messaggio della chat sarebbe stato letto anche e soprattutto da chi, invece, è ritornato e si è ripreso il dedalo dei vicoli all’ombra del Duomo. Un affronto, una provocazione, una lesa maestà di un forcellese che merita un’azione. Il ‘colpevole’ è atteso sotto casa e picchiato selvaggiamente. Una ‘ lezione’ per aver invitato lo storico nemico, l’esponente dei Mazzarella, a ritornare a Forcella.

Nei fatti un inconsapevole o consapevole appello a riprendersi quelle viuzze a discapito della ‘paranza dei bimbi’ che nel nome dell’alleanza Giuliano-Sibillo è tornata a dominare quel pezzo di città. Un cognome i Giuliano riportato al sogno dei fasti di potere di un tempo lontano: quando a ‘governare’ c’erano i padri, gli zii, i cugini e il rione Forcella era l’ombelico del mondo criminale. I nuovi capi o quello che resta intimano lo sfratto esecutivo al giovane e alla sua famiglia dal rione Forcella. L’ordine è perentorio. C’è lo spazio però per una mediazione, un intervento di gente di mezzo alla strada, per riparare alla bravata di un giovane che neppure sapeva o si era reso conto di aver provocato una grave offesa. Evitare tarantelle,  mettere pace, non attirarsi le attenzioni delle forze dell’ordine.

Gli ambasciatori – mancano pochi giorni all’ultimo dell’anno – ottengono un insperato appuntamento per un chiarimento. Il giovane e avventato ‘internauta’ dei vicoli chiede perdono. Sembra una scena di Gomorra. Si scusa, piange. Complice le festività incassa ‘o perdono e il lasciapassare per continuare a vivere nella propria abitazione al rione Forcella con un avvertimento: devi essere invisibile. C’è un ‘però’. In questa storia di guappi e di psichiatria criminale resta qualcuno offeso. Il costringere con la violenza il passo indietro al fan dei Mazzarella viene visto come una grave offesa proprio da questi ultimi.

Un guanto di sfida, una mancanza di rispetto, un atto di guerra, un grave affronto. Sarebbe stato questo lo scenario entro il quale è maturato l’ordine da ambienti vicini al clan Mazzarella di dare una lezione agli storici nemici e ordinare un raid armato. E veniamo a quel maledetto 31 dicembre pomeriggio. C’è sicuramente uno specchiettista in piazza Calenda, uno di cui nessuno sospetta che non appena avvista soggetti orbitanti o meglio un esponente della ‘paranza dei bimbi’ o quanto meno un giovanissimo erede emergente della nota dinastia dei Giuliano avvisa chi deve avvisare. Parte il gruppo di fuoco. Pochi minuti e si consuma il raid armato. Nel frattempo il personaggio da colpire non c’è più è andato via. Mai restare per più di 5 minuti  in uno stesso posto a Forcella. E’ una regola che si tramanda. Neppure il designato obiettivo dell’agguato immagina di essere finito nel mirino. In piazza davanti a una siepe del bar e in attesa che il fratello finisca il turno di lavoro c’è Maikol Giuseppe Russo che rimane a terra in una pozza di sangue. “Verità e giustizia per Maikol e per tutte le vittime innocenti” è lo striscione posto dai familiari e gli amici del ‘gigante buono’ nel corso della manifestazione al rione Forcella contro la camorra. Verità e giustizia passano attraverso la collaborazione con lo Stato.

Occorre non avere paura e denunciare. Se davvero ed è vero che c’è rabbia, dolore, esasperazione per la morte di Maikol, allora si rompano gli indugi e si collabori con gli inquirenti fino in fondo. Lo strapotere criminale lo si contrasta rompendo il muro di omertà. Scegliendo da che parte stare come aveva fatto Mikol Giuseppe Russo.  Il ‘gigante buono’ merita giustizia come giustizia ha meritato Annalisa Durante, un’altra vittima innocente, un’altra delle tante vite spezzate di un rione che sembra un eterno fronte di guerra.







Articolo da napoli.fanpage.it

Vittime di camorra, chi era veramente Maikol Giuseppe Russo

Maikol Giuseppe Russo è stato ucciso per errore la sera del 31 dicembre 2015 in piazza Calenda a Forcella, nel cuore di Napoli, in un agguato

Il suo nome è Babi, è un bimbo di etnia rom di 7 anni cresciuto nei vicoli di Forcella, a Napoli. Ha lo sguardo intelligente e profondo, grandi occhi cerulei, i capelli chiari. È un bimbo sfortunato, Babi: entrambi i genitori sono finiti in carcere per piccoli reati e di lui non si prende cura nessuno, a parte i nonni, che però non riescono a stargli dietro. Sfortunato, non tanto perché lontano dai genitori, che presto o tardi rivedrà e neanche perché vive ai margini di una società che non riesce e non sa prendersi cura di lui, ma perché dal 31 dicembre scorso è orfano. L’unica persona che lo aveva cresciuto, tra stenti e mille difficoltà, se n’è andata via per sempre.

Era Maikol Giuseppe Russo, 27 anni, due figli di 5 e 2 anni, a occuparsi di lui. Lo aveva tenuto lontano dall’accattonaggio, gli comprava da mangiare, lo accudiva, gli procurava vestiti e scarpe. Babi pesava tutto il giorno con lui o nell’internet point dove giocava ai videogame, a pochi passi dal teatro Trianon, nel cuore di Forcella. È Weezy, cittadino ghanese amico di Maikol a gestire l’esercizio commerciale. Toccherà a lui, probabilmente, dire al piccolo che Maikol non c’è più e che da oggi è solo. Come farà a spiegargli che l’unico, padre, amico, fratello, che abbia avuto finora se n’è andato senza un perché, vittima di un attentato i cui contorni non sono ancora chiari, ma rispetto al quale c’è una sola certezza: non era destinato a uccidere Maikol. Come spiegare a Babi che si può morire giovanissimi, a 27 anni, per la sola colpa di trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato, uccidi a sangue freddo dai killer di quelli che, più che clan sembrano bande rivali?

Sette anni sono troppo pochi per capire cos’è la morte e lo sono ancor di più per una terribile verità: la morte è iniqua. La morte porta via i padri di famiglia che vivono onestamente vendendo calzini per strada, strappandoli alle persone care, ai genitori, ai figli e a chi hanno amato e protetto per semplice istinto, per umanità, per generosità. Un giorno Babi capirà cos’è successo e dovrà scegliere se lasciare spazio alla rabbia o a un sentimento di orgoglio e fierezza per aver avuto, sebbene solo per una manciata di anni, una persona speciale a preservare la sua innocenza. Su quella scelta non potrà non pesare come un macigno il valore che Napoli avrà dato a questa morte – l’ennesima – per un delitto di camorra. E le riposte che le istituzioni, la politica e la società civile avranno dato all’egemonia criminale.




Articolo del 18 Dicembre 2016 da cronachedellacampania.it

Camorra, i killer del gruppo Barile uccisero l’ innocente Maikol Russo

La svolta potrebbe arrivare a breve: ad uccidere la sera del 31 dicembre dello scorso anno Maikol Giuseppe Russo, ennesima vittima ìnnocente della barbarie camorristica, secondo le forze dell’ordine sarebbe stato il gruppo di Salvatore Barile, il boss di Poggioreale e reggente del clan Mazzarella arrestato tre sere fa a Pietrelcina.Gli investigatori avrebbero già individuato il gruppo di fuoco del clan Mazzarella al cui interno cercare gli autori del delitto. Nonostante le immagini delle telecamere del bar non permettono, a causa dell’oscurità, di vederli bene in viso. Il 31 dicembre scorso l’azione dimostrativa del clan Mazzarella, come ricorda Il Roma, mirava a colpire qualcuno dei Giuliano-Sibillo, in particolare uno dei tre giovani ras che all’epoca uniti controllavano gli affari illeciti di Forcella- Decumani. Pensavano di trovarli in piazza Calenda. Erano le 19 e 15 quando a Forcella arrivarono in sei su tre motociclette e vedendo il gruppetto di persone dietro gli alberi nei pressi del bar  cominciarono a sparare a raffica nel mucchio, seminando il terrore. Terrore che si materializzò colpendo l’uomo sbagliato, un giovane lavoratore che tutte le mattine si svegliava alle 5 per portare i soldi a casa. Giuseppe Maikol Russo, 30 anni rimase ucciso da un proiettile vagante mentre il commando di sicari si allontanò soddisfatto dell’azione dimostrativa. Ma i loro obiettivi erano altri. Quella sstesa in cui rimase vittima Maikol doveva essere  la risposta alla stesa contro la casa del boss Salvatore Barile. Il 15 dicembre infatti un commando misto Giuliano-Sibillo- Contini sarebbe entrato in azione in via Miccoli, nel quartiere Poggioreale, per intimidire Salvatore Barile con una raffica di proiettili sul portone del palazzo in cui abita. Il raid secondo gli investigatori serviva a dare un messagio ben preciso al 32enne ritenuto un personaggio di primo piano nello scacchiere malavitoso napoletano e non soltanto perché è il nipote del boss Vincenzo Mazzarella “’o pazzo”. Prima di essere arrestato, il 9 maggio 2010, era il numero uno proprio a Forcella e il messaggio lanciatogli a colpi di pistola significava  solo una cosa: “la situazione è cambiata. Ora comandiamo noi”. Salvatore Barile, tornato libero, non era andato nella vecchia abitazione di via delle Zite, stabilendosi nella parte del quartiere orientale sotto il controllo dei Mazzarella. Ma i Giuliano- Sibillo, a scanso di equivoci e ritenendo di poter continuare a gestire gli affari illeciti del centro storico di Napoli mostrarono subito i muscoli. Poi l’immediato risposta due settimana dopo e la morte innocente di Maikol che attende di trovare i colpevoli.

 

 

 

 

 

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