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13 Febbraio 1975 Comerio (VA) Tullio De Micheli, industriale, rapito, un pentito ha raccontato che era morto accidentalmente, soffocato. PDF Stampa

Foto da: 3.varesenews.it

Tullio De Micheli, titolare di una fonderia a Mornago, rapito mentre in auto ritornava alla sua abitazione di Comerio. Seguirono tre telefonate di richiesta di danaro poi silenzio. Un pentito ha raccontato che era morto accidentalmente, soffocato.

 

Articolo di Varese News del 10/06/2008

Grigo: “Diamo la caccia ai sequestratori di De Micheli"

Dopo la svolta sul sequestro Mazzotti, in procura si fa il punto sull'indagine riaperta un anno fa. Scavi in corso.

Sequestro di persona e omicidio volontario aggravato, la procura di Varese continua a indagare sul sequestro e la morte di Tullio De Micheli, l’industriale di Comerio sequestrato nel 1975 a mai tornato a casa. Il geo radar utilizzato nei mesi scorsi, ha indicato un punto di un prato a Rescaldina, di proprietà di un convento, dove ci sarebbero stati dei sommovimenti di terra. Le ricerche sono proseguite in queste settimane. Finora nessun risultato, ma gli inquirenti non mollano. Intanto, dalle cronache giudiziarie c’è un altro elemento nuovo che viene tenuto d’occhio in procura: l’arresto di Demetrio Latella, ex boss legato al clan Epaminonda che avrebbe ammesso, dopo 34 anni, di aver fatto da autista nel sequestro di Cristina Mazzotti, la figlia di un industriale Eupilio (Como) rapita e tenuta segregata a Galliate Novarese. La ragazza morì durante la detenzione in un’angusta cella, ricavata sottoterra in una cascina di Galliate, a causa di una iniezione fatale di sedativi fattale per tenerla buona. Il corpo fu gettato, poi, in una discarica poco distante, e per quella vicenda vi furono otto ergastoli. Ma, quella morte e quel sequestro si intrecciano con altri episodi accaduti durante il terribile periodo dei sequestri di persona (“Il medioevo dei sequestri” li definì il cronista Gianni Spartà) ai danni di industriali del nord che negli anni Settanta gettarono nel panico buona parte del paese. I personaggi implicati in quella vicenda, in qualche modo, sono sembrati spesso intrecciarsi con il caso De Micheli e quello di Emanuele Riboli, figlio di un altro industriale di Buguggiate preso a mai tornato a casa.  Ora, il passato ritorna. L’arresto dell’ex gangster Latella da parte dell’antimafia di Torino per il caso Mazzotti,  secondo il procuratore capo di Varese Maurizio Grigo – che ordinò la riapertura delle indagini su De Micheli -  dimostrerebbe due cose: primo, che a distanza di anni si possono ancora ottenere risultati investigativi. Secondo, che se è vero che Latella ha fatto ammissioni, esistono dei margini, grazie alla legge sui collaboratori di giustizia, per far parlare qualcuno.

«Noi stiamo cercando il corpo di De Micheli, anche perché siamo molto dubbiosi sul fatto che l’uomo morì, come detto da alcune testimonianze, perché ingoiò per sbaglio la dentiera. Vogliamo invece fare luce su che cosa accadde veramente, e su quali siano le vere responsabilità – spiega il procuratore capo – l’inchiesta che abbiamo riaperto l’anno scorso non può prescindere da questo». In questi mesi sono stati ascoltati diversi testimoni e collaboratori, alcuni incontrati personalmente dal procuratore capo. Per certi versi, è come cercare in una vecchia libreria cercando di cavarne qualcosa dalla polvere del tempo. Ma il successo dell’inchiesta di Torino, forse è un segnale: «E’ una bella notizia, che ci dà coraggio, il nostro lavoro continua».

 

Articolo del 18 dicembre 1994 da  archiviostorico.corriere.it

Sequestro De Micheli, due rinvii a giudizio dopo vent' anni.

di  Anna Maria Gandini

VARESE . Tredici febbraio 1975 sedici maggio 1995. A vent' anni dal sequestro senza ritorno dell' industriale di Comerio Tullio De Micheli, sara' celebrato finalmente il processo a carico di due delle persone ritenute responsabili del tragico episodio: Giuseppe Milan, 63 anni, di Cadrezzate, e Domenico Comincio, 50 anni, di Castaneo (Messina), per i quali il gip Ottavio D' Agostino ha chiesto ieri, fissando la data appunto al 16 maggio, il rinvio a giudizio al termine dell' udienza preliminare che ha visto entrambi gli imputati in aula: il primo in stato di detenzione, il secondo a piede libero. Nonostante i due continuino a respingere ogni accusa, l' inchiesta . riaperta l' anno scorso dal procuratore capo della Repubblica di Varese Giovanni Pierantozzi . sta facendo il suo corso. Il gip D' Agostino ha respinto anche la richiesta di remissione in liberta' del Milan che, come si ricordera' , venne arrestato il 23 dicembre 1993 mentre si trovava nella sua abitazione di via Rimembranze a Cadrezzate in regime di semiliberta' . Stava infatti scontando una condanna per un altro sequestro: quello della giovane Cristina Mazzotti, rapita nel luglio del ' 75. Le manette ai polsi di Comincio sono scattate invece il mese scorso, il giorno 16, ma dopo neppure un mese di detenzione il siciliano e' stato scarcerato su decisione del Tribunale della liberta' che non ha ritenuto sufficientemente attendibili le dichiarazioni di un pentito, lo stesso, pare, che ha permesso di riaprire le indagini sul caso dell' industriale titolare di una fonderia a Mornago dopo quasi vent' anni. A sua volta inquisito per altri rapimenti, il pentito ha cominciato a vuotare il sacco, fornendo particolari indicazioni, chiamando cosi' in causa il Comincio. Molto probabilmente anche all' arresto del Milan si era arrivati grazie alle confidenze dello stesso uomo. L' industriale De Micheli quella gelida sera di febbraio di vent' anni orsono stava rientrando nella sua abitazione di Comerio dalla ditta di Mornago, dove, particolare da non sottovalutare, era stato per un po' di tempo suo dipendente Giuseppe Milan. Percorreva la Nord Lacuale a bordo della sua Peugeot quando in localita' Oltrona al Lago si vide sbarrare la strada da una Mini rossa. In breve venne circondato da alcune persone (quattro o cinque) che, spaccato il finestrino della vettura, lo caricarono su un' altra macchina. Seguirono tre telefonate di richiesta di danaro ai familiari di De Micheli: tre miliardi. Poi silenzio. E l' imprenditore non torno' mai a casa, come un altro ostaggio, il giovane diciassettenne Emanuele Riboli, di Buguggiate, figlio del titolare di una carrozzeria del paese, rapito qualche mese prima, il 14 ottobre 1974, mentre rincasava dai corsi serali. Il pentito che ha permesso di riaprire le indagini aveva raccontato di aver saputo che De Micheli era morto accidentalmente, soffocato.

 

 

Articolo dell'8 marzo 2012 da  laprovinciadivarese.it

37 anni fa il sequestro De Micheli
"Il dolore è ancora cocente"

di Mario Chiodetti

VARESE «Ricordare mio padre Tullio dopo trentasette anni dal suo rapimento non cambia certo la situazione, né diminuisce un dolore che è ancora cocente». Giacomina De Micheli, 76 anni, ne aveva 40 quando il 13 febbraio 1975 suo padre, piccolo industriale titolare di una fonderia a Mornago con 17 operai, venne rapito sulla salita che da Oltrona al Lago porta a Comerio, mentre a bordo della sua Peugeot stava ritornando a casa.

Da quel giorno di lui non si seppe più nulla, il corpo non è mai stato ritrovato, nonostante l'allora procuratore capo di Varese, Maurizio Grigo, anni dopo avesse riaperto le indagini sulla base della confessione di un pentito, che indicò l'area tra Cerro Maggiore e Canegrate come il presunto luogo di sepoltura di De Micheli, probabilmente morto soffocato dalla sua dentiera durante un maltrattamento.

«Le uniche persone che dobbiamo ringraziare sono Grigo e Giovanni Pierantozzi, che riaprì l'inchiesta nel 1993 per poi processare Giuseppe Milan, basista ed ex operaio di mio padre, e Domenico Comincio, accusati di far parte della banda che sequestrò papà», ricorda Giacomina De Micheli, che all'epoca dei fatti lavorava come farmacista a Gemonio ed era legatissima al padre. «All'inizio lui, che era arrivato a Milano da Genova, città d'origine della famiglia, dove il nonno possedeva una piccola officina meccanica di precisione, entrò in società con Giovanni Borghi, ma presto vendette la sua quota e rilevò la fonderia di uno zio, a Mornago. Si era benestanti, ma non ricchi. A Comerio c'erano diverse famiglie più abbienti della nostra. Ma evidentemente il Milan aveva supposto ricchezze che non c'erano».

La richiesta dei rapitori fu di tre miliardi, una cifra esorbitante per quegli anni. «La nostra famiglia subì uno tsunami, andò in pezzi. Mia madre non volle più vivere, mio fratello Giorgio quasi impazzì, la ditta velocemente fu chiusa, solo dopo cinque anni dal rapimento arrivò la notifica di morte presunta per mio padre. Per fortuna io avevo due figli e la consolazione di mio marito. La cosa più squallida fu il comportamento dello Stato: vista la richiesta di riscatto dei rapitori, la Finanza compì diversi sopralluoghi in ditta presumendo l'esistenza di chissà quali beni nascosti. Subimmo di tutto, dallo sciacallaggio alle calunnie».

Tullio De Micheli aveva subito, l'anno precedente, un tentativo di rapimento, ma la polizia non fece nulla per proteggerlo. «Nei primi giorni del sequestro, il capo della polizia di Varese insinuò addirittura che papà si fosse allontanato di sua spontanea volontà e io lo affrontai violentemente. Mio padre era legatissimo alla sua famiglia e non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Era lui a tenerci tutti uniti, aveva una forza straordinaria», dice Giacomina De Micheli. Come di Emanuele Riboli, il ragazzo di Buguggiate rapito a 17 anni il 14 ottobre 1974 mentre ritornava a casa dopo aver frequentato la scuola serale, anche di De Micheli non si parlò più per anni, fino allo sforzo, purtroppo vano, del pm Grigo di restituire alla famiglia almeno i resti. E fino a oggi, quando si torna a parlare di confino dopo la decisione del tribunale di Palermo di autorizzare la sorveglianza speciale di Salvatore Riina, terzogenito del boss Totò Riina, nella città di Padova. Polemico il gruppo della Lega al Senato, che ha presentato una mozione in cui si impegna il Governo a «rendere vincolate il parere degli amministratori locali nei casi di trasferimento di esponenti mafiosi e di loro familiari in località diverse da quelle di residenza».

«Di mio papà ho ricordi bellissimi, che mi aiutano a vivere. Mi sembra ancora di vederlo nel terrazzo della sua casa discutere con mio figlio della Juventus, della quale erano entrambi tifosissimi. Era un uomo dedito al lavoro e alla famiglia, le sue passioni erano il calcio e la vela. Ora leggo che vorrebbero riportare al Nord in soggiorno obbligato addirittura il figlio di Totò Riina e sono sconcertata. Questa gente, una volta insediata, non si mette certo a coltivare l'orto».

 

 

 

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