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18 Marzo 1990 Rosarno (RC) Rapito Michele Arcangelo Tripodi, 12 anni. Il corpo ritrovato dopo 7 anni. PDF Stampa

Articolo del Corriere della Sera del 15.07.1997

Vendetta contro il padre, ucciso a 12 anni

di Carlo Macrì

Era stato massacrato e sotterrato dalla ' ndrangheta il ragazzino scomparso nel ' 90 La macabra scoperta in Calabria grazie alle rivelazioni dei pentiti. Il caso era finito anche in tv a " Chi l' ha visto? " . La disperazione della madre alla vista del cadavere.

GIOIA TAURO (Reggio Calabria) - Era scomparso sette anni fa, all'eta' di dodici anni. Di lui non s'era saputo piu' nulla. Ieri i carabinieri di Gioia Tauro hanno scoperto i resti di Michele Arcangelo Tripodi sepolti sotto quattro metri di terra, in un agrumeto alla periferia di Gioia Tauro. E' stata la madre del giovane, Maria Montagna Gangemi, a riconoscere i poveri resti del figlio, attraverso gli indumenti che il ragazzo indossava al momento della scomparsa. A indicare il luogo della sepoltura sarebbe stato un pentito, che ha anche svelato il nome del presunto autore del delitto, un giovane attualmente detenuto e gia' all'epoca indagato. Michele Arcangelo Tripodi, dopo essere stato prelevato da un commando, la sera del 18 marzo 1990, mentre stava facendo un giro con la sua bicicletta, sarebbe stato ucciso a colpi d'arma da fuoco e poi sotterrato. In un primo momento, nel paese di San Ferdinando, un centro della Piana di Gioia Tauro, la sparizione del ragazzo era sembrata un fatto strano. I genitori di Michele si erano rivolti anche alla trasmissione televisiva Chi l'ha visto? per ottenere notizie. Si pensava a una fuga del ragazzo, a una sua precisa volonta' di allontanarsi dalla famiglia. Ma l'enigma della scomparsa di Michele Arcangelo Tripodi duro' poco. Otto mesi dopo, il padre del ragazzo, Rocco Tripodi, legato al clan dei La Malfa di Rosarno, venne ucciso a colpi di lupara. Ecco, allora, che prese corpo fra gli inquirenti l'ipotesi che il giovane potesse essere stato assassinato per vendetta nei confronti del genitore. Le indagini si orientarono dunque su una possibile faida tra cosche, e anche all'interno dello stesso gruppo criminale. Forse Rocco Tripodi non aveva accettato alcune regole imposte dai capi - cosca, o forse avrebbe cercato la scalata al vertice dell'organizzazione. Nonostante gli sforzi degli investigatori, comunque, per sette anni il mistero della scomparsa di Michele Arcangelo Tripodi e' rimasto tale. Cosi' come l'omicidio del padre. Solo in questi ultimi tempi alcuni collaboratori di giustizia hanno iniziato a fare ammissioni e rivelazioni sui moventi di decine di delitti commessi nella Piana di Gioia Tauro e ordinati dai vertici delle cosche reggenti quel territorio. E hanno parlato anche del piccolo Michele. I pentiti hanno anche indicato il luogo di sepoltura di Michele Tripodi. Per giorni, lo scorso dicembre, i carabinieri avevano scavato in diverse zone della periferia di Gioia Tauro, ma le operazioni avevano dato esito negativo. Il racconto dei collaboratori di giustizia sui numerosi fatti di cronaca accaduti sulla fascia tirrenica abbraccia un arco di tempo circoscritto tra il 1988 e il 1991. Soprattutto le dichiarazioni di Annunziato Raso sono state importanti per spiegare le modalita' di alcune esecuzioni di morti decise a tavolino dai vertici della 'ndrangheta tirrenica. Da qui l'operazione "Tirreno", un'indagine che ha portato in carcere centinaia d'esponenti delle cosche della Piana e alcuni tra i capi storici dei sodalizi criminali. Nel corso di quell'operazione e' sfuggito alla cattura Girolamo Mole', detto "Mommo", inserito nel ristretto elenco dei trenta piu' pericolosi latitanti redatto dal ministero dell'Interno. Girolamo Mole' e' figlio di Antonio, uno dei capi storici della 'ndrangheta di Gioia Tauro. Nei giorni scorsi il latitante e' stato arrestato dai carabinieri del Ros dopo un'indagine coordinata personalmente dal colonnello Mario Mori, comandante del reparto speciale. Il giorno dopo la cattura del superlatitante la madre del piccolo Michele Arcangelo Tripodi ha chiesto ai giudici della Corte d'assise di Palmi l'autorizzazione per poter scavare in un determinato terreno alla periferia di Gioia Tauro per cercare il cadavere del figlio. La richiesta inoltrata ai giudici dell'assise e' stata necessaria poiche' al processo "Tirreno" che si sta svolgendo in questi giorni Girolamo Mole' e' accusato dell'assassinio di Rocco Tripodi, padre di Michele. Nella richiesta presentata dalla madre del piccolo assassinato c'era indicato il luogo esatto dove il dodicenne era stato sepolto. Dopo il parere positivo dei giudici, ieri mattina i carabinieri di Gioia Tauro hanno iniziato a scavare sotto lo sguardo attento di Maria Montagna Gangemi. Quando la donna ha visto affiorare lo scheletro del piccolo Michele Arcangelo ha sussurrato: "Figlio mio. Avevi solo 12 anni".

 

 

Articolo da L'Unità del 15 Luglio 1997

Gioia Tauro, il piccolo era scomparso nel ‘90. È stata la madre, scavando in un agrumeto, a trovare il cadavere
La ’ndrangheta uccise bimbo di 12 anni - Una vendetta per punire il padre


di Aldo Varano

Michele Tripodi venne ucciso per dare una lezione al padre che dava fastidio alle famiglie della zona. Cadde in un tranello seguendo un amichetto che lo portò dai killer. Il ritrovamento del bambino usato dai pentiti per screditare altri  pentiti.


GIOIA TAURO. Mancavano pochi minuti alle tre del pomeriggio di sabato quando la pala ha urtato contro qualcosa. La  ricerca è diventata più affannosa. Mamma Maria inginocchiata accanto alla fossa ha aiutato con le unghie e le mani spostando con rabbia emozione furia e tenerezza la terra umida che lentamente ha cominciato a restituire i poveri resti del suo bambino.Sono stati momenti terribili, arrivati dopo sette ore dal momento in cui la donna, i suoi parenti e un operaio avevano iniziato a scavare nell’agrumeto; sette anni dopo l’angoscia e il dolore del 18 marzo del 1990, quando Michelangelo Tripodi, Michele per gli amici, dodici anni appena, sparì inghiottito da un mistero.
«E’ lui,è lui.Sangue mio»,ha urlato piangendo disperata mamma Mariamentre gli altri, sotto il sole infuocato, cercavano di tenerla. Solo le scarpe Di Michele restano le scarpe (una tranciata di netto a metà, particolare rilevante in questa tragica storia), una felpa, i capelli, un cinturone. Gli oggetti che la madre Maria Gangemi non ha mai dimenticato in questi lunghissimi anni in cui ha continuato a cercare il figlio, o almeno il suo corpo, girovagando tra ”Telefono giallo” e “Chi l’ha visto?”, carabinieri e magistrati, esibendo la foto di Michele in posa sul banco di scuola. Una ricerca inutile perchè Michele, avrebbe poi raccontato il pentito, era stato  amazzato quella sera stessa.
Una vicenda di ordinaria ferocia nella ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro (siamo a un tiro di schioppo da uno dei porti più moderni del mondo) dove sono state accertate storie di boss che hanno fatto falciare i mariti delle amanti per averle più libere. Dove una giovane coppia è stata fatta cancellare dai fratelli di lei: la donna, perchè di costumi tanto “facili” da compromettere l’onore del clan; il marito, per non aver avuto il coraggio di ucciderla, come volevano i suoi fratelli, per lavare quell’onta. In questo quadro di barbarie, la giovane vita di Michele è servita per mandare un messaggio al padre Rocco,commerciante di agrumi in odor di ‘ndrangheta, il  cui emergere come affarista in braccia umane (oltre a fare il “caporale” segnava ai braccianti giornate fittizie per poi dividersi i soldi dell’indennità di disoccupazione) stava cominciando a dar fastidio alle “famiglie” che controllano la zona. Michele venne invitato da un suo coetaneo in motorino, una domenica subito dopo il derby tra il San Ferdinando e il Laureana, portato in campagna, chissà con quale scusa, e lì ucciso a pallettoni di lupara sparatigli addosso a bruciapelo.
Qualche minuto dopo la scomparsa telefonarono alla madre: «Michele è stato rapito. Preparate i soldi e che siano tanti». Lei pensò a uno scherzo. A mezzanotte venne lanciato l’allarme e nei giorni successivi vi furono battute con centinaia di uomini, cani, elicotteri.Naturalmente fu tutto inutile. Il ragazzino visto con Michele quel pomeriggio venne fermato, accusato, discolpato.
Qualche mese dopo sparì per sempre Salvatore Romano, 20 anni, il cugino di Michele che s’era messo in testa di chiarire il mistero. A novembre dello stesso anno papà Rocco venne falciato con 18 scariche di lupara mentre viaggiava verso Palmi sulla sua 164. Qualche minuto dopo arrivò Ferdinando Barbalace, che si fermò pensando a un incidente: falciato anche lui.
Quanto vale la vita di un adolescente come Michele? Per gli uomini d’onore della ‘ndrangheta, un messaggio di violenza al padre. Forse ancor meno se perfino il povero corpo di Michele - questo l’atroce sospetto - ora viene utilizzato nella speranza di togliere dai guai e dalla galera proprio quelli che ne hanno decretato o autorizzato la morte. Ma procediamo con ordine.
Usato dai pentiti Annunziato Raso, feroce killer dei Piromalli, 49 omicidi confessati, quando si pentì raccontò anche della barbarie di Michele,non ammazzato da lui ma in cui lui «aveva avuto parte». Indicò l’agrumeto in contrada Bosco (meno di 200 metri da dove furono uccisi Rocco e Barbalace) in cui il ragazzino era stato sepolto: «Cercate lì, è sicuro là sotto». La procura antimafia mobilitò squadre di operai e ruspe e il punto venne setacciato con strumenti sofisticati. Del cadavere nessuna traccia. Un mistero nel mistero. Tempo fa Salvatore Raso, che dal pentimento del fratello Annunziato ha preso nettamente le distanze, lo ha accusato di aver volontariamente depistato i magistrati imbrogliandoli sul punto in cui Michele era stato seppellito.
Un’accusa che, se dimostrata, toglierebbe credibilità ad Annunziato Raso sulla cui testimonianza è impiantato il processo contro decine di boss e sottopancia dei più potenti clan mafiosi della Piana di Gioia Tauro. Salvatore per dimostrare che il fratello è bugiardo ha rivelato in un’udienza dove trovare Michele, un po’ più in là dal punto indicato da Annunziato. Nei giorni scorsi la madre di Michele ha avanzato un’istanza perchè si frugasse in quella zona. Intanto ha chiesto ai proprietari dell’agrumeto il permesso per scavare a sue spese alla ricerca dei figlio.
Sabato scorso alle sette del mattino è iniziata la ricerca che s’è conclusa tra le lacrime alle 14 e 25. Ora i magistrati temono che il ritrovamento porti a una pausa nel processo per accertare se quei resti sono veramente di Michele. Accertarlo è importante per stabilire la credibilità del pentito. Ci vorranno probabilmente mesi.
La scarpa di Michele tranciata di netto, trapela in procura, dimostra che il corpo del bambino è stato riesumato una prima volta - con una zappa o un grosso mezzo meccanico - per spostarlo dal luogo indicato da Annunziato Raso a chissà dove.
Quella scarpa o è stata tagliata in quell’occasione, oppure in quella successiva quando da chissà dove il bambino potrebbe essere stato rimesso nel punto indicato da Salvatore Raso nell’ambito della strategia per togliere credibilità al fratello che ha rinnegato.
Per Michele le perizie, in ogni caso, riusciranno a domostrare quel che è veramente accaduto. Ma servirà tanto tempo, forse troppo.

 

 

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