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20 Marzo 1999 Castel Volturno (CE). Francesco Salvo, cameriere in un bar, bruciato vivo in un raid punitivo contro il titolare. PDF Stampa

Fonte: http://www.liberanet.org/?p=1443

Articolo da: http://www.internapoli.it/articolo_stampa.asp?id=5813

Bruciato vivo dal racket: assassini in cella

di Rosaria Capacchione da Il Mattino, Caserta 1 Febbraio 2006

Castelvolturno, identificati gli autori del raid al bar Tropical nel quale morì Francesco Salvo

CASTELVOLTURNO. «Appicciate o’ bar con tutto il proprietario», aveva ordinato Salvatore Cantiello alla squadra addetta alle rappresaglie. Punitelo, aveva detto, perché nel bar ha messo le macchinette per i videopoker gestite da Bidognetti, e così ha oltraggiato il gruppo di Schiavone. Cantiello aveva ordinato la rappresaglia, l’incendio del Tropical - locale molto frequentato, dalle parti di Ischitella - e la punizione del proprietario, Salvatore Brancaccio. Ma quella notte il commando si fece prendere la mano. Arrivarono in quattro, pistola in pugno e taniche di benzina in mano. Salvatore Brancaccio era alla cassa, il fratello Mario dietro il banco assieme al barman Francesco Salvo; ai tavolini, quattro clienti che avevano tirato fin dopo mezzanotte. Uno stordì il cassiere con il calcio della pistola e prese i guadagni della serata, 700 mila lire. L’altro cosparse di benzina il pavimento e ne lanciò a fiotti contro Mario Brancaccio, Francesco Salvo, gli avventori che, per qualche attimo, sperarono che fosse un modo per coprirsi le spalle, per spaventarli e ritardare l’allarme. Invece i quattro appiccarono il fuoco. Le fiamme corsero rapide dal pavimento al bancone, avvolsero Francesco Salvo, lambirono Mario Brancaccio e due clienti (Andrea Fusco, commerciante di auto di Casandrino, e Antonio Di Spirito, di Sant’Antimo), s’infilarono lungo le scale della palazzina e invasero anche l’appartamento di Brancaccio, dove stavano dormendo la moglie e i due bambini. Che si salvarono grazie alla scala di corda lanciata dai vicini. I quattro componenti del commando sparirono nel nulla, infilandosi nelle stradine della Domiziana che portano nell’entroterra, a Villa Literno e Casal di Principe. Era la notte tra il 19 e il 20 marzo del 1999. Dieci giorni dopo Francesco Salvo, che aveva 38 anni, moglie e due figli piccoli, pendolare tra la sua casa di Marano e il bar di Castelvolturno, morì in ospedale. Troppo estese e troppo gravi le ustioni provocate dalle fiamme. Fece in tempo a raccontare alla polizia cosa era successo, ma non riconobbe nessuno. Il nipote Giuseppe Mastrocinque, all’epoca studente universitario, ne raccolse le ultime lacrime e, a suo nome, chiese giustizia: «Ho raccontato i fatti, - scrisse in una lettera - ora ognuno, secondo la sua coscienza, rifletta su tanta gratuita brutalità. Speriamo che la morte di mio zio Francesco dia vigore ai magistrati inquirenti affinché gli assassini non restino impuniti». Sette anni dopo la giustizia è arrivata. Ieri mattina i carabinieri del Reparto operativo di Caserta hanno notificato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere al mandante e a due degli esecutori di quell’omicidio. Si tratta di Salvatore Cantiello, 36 anni, di Casal di Principe; di Luigi De Vito, 38 anni, di Casal di Principe; di Sergio Ferraro, 29 anni, di Villa Literno. Sono accusati di omicidio volontario pluriaggravato, incendio, rapina e porto abusivo di armi da fuoco. All’identificazione dei responsabili i carabinieri sono arrivati dopo una lunga attività d’indagine, coordinata dalla Dda di Napoli (i pm Raffaele Cantone, Giovanni Conzo e Raffaele Marino). Notevole il contributo fornito dai collaboratori di giustizia: Luigi Diana, Cesare Tavoletta, Cuono Lettiero. Racconta Diana: «Mio cognato Luigi De Vito fu incaricato da Salvatore Cantiello di organizzare una squadretta composta da gente di Villa Literno perché venisse dato fuoco al bar Tropical. Cantiello mi disse che, nella foga, aveva detto a Luigi che bisognava dare fuoco al bar con tutto il proprietario, ma che era un’esagerazione perché se avesse voluto la sua morte avrebbe chiesto di andare a sparare. Quando seppe che cosa era successo, si arrabbiò e commentò: ”Quelli del Vico (Villa Literno, ndr) sono una banda di pazzi”». Aggiunge Cesare Tavoletta, che era il capo dei liternesi: «Mi chiamò De Vito e mi disse che il proprietario del bar Tropical aveva mancato di rispetto a Salvatore Cantiello e che quindi doveva essere punito, che bisogna bruciargli il bar. Dopo, De Vito si complimentò per l’incendio ma non voleva che il cameriere morisse».

Free River, operazione in due atti

Il contesto in cui era maturato il raid al bar Tropica di Ischitella era emerso nel primo filone dell’inchiesta, battezzata Free River, che la scorsa settimana aveva portato a 38 arresti eseguiti dalla Squadra mobile. Negli atti dell’indagine, coordinata dagli stessi pm che hanno chiesto e ottenuto l’arresto degli assassini del barman di Marano, le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia che avevano confessato di aver sottoposto ad estorsione il titolare del locale.

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