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9 Febbraio 1981 Alessandria Della Rocca (AG). Uccisi Domenico Francavilla, Mariano Virone e Vincenzo Mulè (12 anni) PDF Stampa

Foto dal libro Cosa Muta di Alfonso Bugea

 

Articolo di La Stampa del 10 febbraio 1981

Mafia a Corleone 4 uccisi a lupara

I carabinieri «avvertiti» per telefono

AGRIGENTO — Esplosione di violenza mafiosa in provincia di Agrigento, con quattro vittime. Hanno sparato un'altra volta i fucili caricati con la micidiale lupara. La strage è avvenuta tra due paesini, Cianciana ed Alessandria della Rocca a nord di Agrigento vicino a Corleone, in un entroterra brullo, poverissimo, dóve l'unica alternativa alla disoccupazione da oltre un secolo è l'emigrazione. Uno degli uccisi aveva appena 16 anni e si chiamava Vincenzo Mulè. Gli altri sono: Liborio Terrasi e Domenico Francavilla, di 47 e 32 anni, di Cattolica Eraclea, un paese sulla riviera meridionale, come Vincenzo Mulè. Il quarto, Mariano Virone, di 47 anni, invece, era di Raffadali in un altro centro agricolo dell'Agrigentino. Una telefonata anonima ha avvertito i carabinieri che in un incidente con un trattore in campagna erano rimaste uccise alcune persone. Giunti sul posto i militari dell'Arma si sono ben presto resi conto invece della verità. Mariano Virone, l'ucciso che era di Raffadali, comunque, costituisce in partenza una valida pista. Infatti Raffadali è insanguinato da una faida mafiosa che si sussegue da tre anni. Le vittime sono finora 12. L'ultimo regolamento di conti risale a pochi giorni fa, al 27 gennaio, con la spietata soppressione di Giuseppe Rancasi, di 30 anni e Giovanni Panarisi, di 35 anni."

 

 

Articolo del 12 Febbraio 1981 da L'Unità

Eccidio di Raffadali: le vecchie cosche guardano oltreoceano

di Vincenzo Vasili

Una lunga catena di sangue sfociata nel massacro di lunedì - Inquietanti legami tra boss e settori politici - Appello del sindaco

RAFFADALI (Agrigento) Contadini, minatori, intellettuali, rivolte per il «pane e il lavoro». Poi le zolfatare smantellate, l'emigrazione, l'assalto all'impiego, il paese che si rigonfia di impiegati,  mentre molti, tanti, emigrano.
Cianciana, in provincia di Agrigento, dove sono morti in quattro l'altra sera per un agguato mafioso, è tradizionale e tipica « terra di rapina», per questo le indagini sulla nuova strage mafiosa  rischiano, come sembra, di arenarsi sull'alternativa (probabilmente fasulla) tra «vecchie» e «nuove» cosche.
Ad Altofonte, vicino Palermo, un paese molto simile a Cianciana, per anni la polizia, per spiegarsi una faida analoga a questa, andò invano appresso alla pista della vecchia mafia rurale e delle vendette di famiglia. Per scoprire, alla fine, che anche su quelle montagne la posta in gioco era la droga.
Accanto a Raffadali, neanche venti chilometri di strada, ci sono altri paesi come Aragona, S. Elisabetta, dove sino a qualche anno fa si ammazzavano per un pascolo, e adesso — la faida locale ha ormai gettato nel lutto una ventina di famiglie — ci si scanna con eguale e spietata ferocia per gli appalti e il traffico di droga.
Una delle quattro vtittime, sorprese dai killers sulla sponda del fiume Platani — Mario Virone. 46 anni, incensurato — veniva, appunto, da Raffadali. Quest'ultimo è un paese di contadini, dove proprio qualche giorno fa, sull'onda dell'emozione per un altro, duplice, omicidio, il sindaco comunista, Salvatore Di Benedetto (protagonista delta lotta antifascista e della costruzione nella clandestinità del PCI) ha voluto lanciare alla popolazione e alle autorità dello Stato e della Regione un drammatico SOS, nella forma, singolare, di un manifesto contro la mafia, affisso a tutti gli angoli.
Stato e Regione  — dice l'amministrazione democratica di Raffadali devono ancora fare fino in fondo tutto il loro dovere per stroncare una violenza e un  imbarbarimento che ormai rischia di mettere in crisi la convivenza civile dei lavoratori, dei cittadini, degli onesti.
L'inchiesta sulla lunga catena di sangue che sconvolge Raffadali punta, infatti, sull'intreccio nuovo che si è stabilito tra vecchie e recenti cosche criminali, passate dai conflitti tipici della mafia rurale ai grossi «business» della droga e del cemento.
Troppi nomi, infatti, emersi  nella inchiesta di Palermo sui clan, che, in combutta con «Cosa nostra» hanno realizzato, nell'alveo del vecchio sistema di potere dc, la scalata ai grandi affari e ai delitti «politici» e «preventivi», coincidono con questa, solo geograficamente periferica, sequenza di dodici omicidi in tre anni.
La chiamano «la mafia delle province interne». Ma essa ha legami con le famiglie siculo-americane. Dentro c'è gente da sempre in odor dì mafia. Ma anche insospettabili professionisti, assessori comunali dc, commercianti.
Nel 1977 i carabinieri dì Agrigento e di Caltanisetta stilano un dossier inquietante, colgono alcune delle connessioni che stringono le organizzazioni mafiose d'Aragona e di Riesi con settori del potere politico: sono tutti capi elettori dc, don Totò Tuttolomondo — la prima vittima — i quattro della famiglia Di Giacomo (padre e tre figli), sterminata nel giro dei primi mesi del 1977.
E, l'anno dopo, quando in aperta campagna, in un altro tipico agguato mafioso, viene ucciso appena di ritorno dagli Stati Uniti, Pasquale Fretto, carico di dollari e con una storia da chili e chili di eroina venduta negli States, si comincia a vedere chiaro sulla vera origine del fiume di denaro sul quale scorre, con un ritmo impressionante, la sequenza, non ancora terminata, di attentati, agguati, intimidazioni. Suo fratello, Alfonso — il nuovo boss di Raffadali— lo scorso luglio diventa cosi uno dei capi lista dell'inchiesta sul «terminale» della Sicilia interna del traffico di eroina pilotato dalla mafia palermitana.
E che metodi gangsteristici si siano aperti una breccia anche nel cuore della Sicilia, nel luglio del '78 lo dimostrerà ancora un delitto clamoroso: tre killers travestiti da agenti di PS bussano alla porta di Salvatore Lattuca (rintanato a casa da un anno, dopo un altro agguato) e l'uccidono, crivellandolo con 16 pistolettate. Il 27 gennaio scorso, due altri morti in piazza a Raffadali: Giovanni Panarisi, 30 anni, titolare di un'impresa di calcestruzzo, il fratello di un suo socio d'affari, Giuseppe Randisia.
Ora la macchia di sangue si allarga sino a Cianciana. Tremila e 770 ettari di territorio comunale. 168 improduttivi, delimitati da quattro corsi d'acqua. Fosso Cavalieri, Vallone Introiata, Vallone Ciniè, asciutti di estate, pieni e tremendamente rovinosi, lasciati senza argini, di inverno. Popolazione all'anagrafe: 7.779 unità. 6.038 residenti, 1.076 «assenti», vale a dire emigrati, ma la maggior parte dell'esodo composta da ventenni e trentenni e la statistica tarda a registrarlo. Si coltiva fave e grano, il vigneto stenta ad affermarsi: l'ultima storia «nera» di Cianciana (emblema di tanta parte della Sicilia interna) era, fino all'altro ieri, il sequestro nell'ottobre del '55, in una grotta, del barone palermitano Francesco Agnello, musicologo, durato 55 giorni per la vittima, scontato in dieci anni di galera da un contano siciliano, Giuseppe Di Maria, un «morto di fame» che diventò bandito.
La mafia, a quei tempi, si occupava d'altro. Presidiava altrettanto sanguinosamente i confini dei feudi contro le lotte contadine: ora anche a Cianciana ha scoperto i «grandi affari». E torna a sparare e ad ammazzare.

 

 

Articolo di Rainews24.it dell'8.11.2002

Mafia. Ergastolo a boss Madonia per quadruplice omicidio

La pena dell'ergastolo e stata inflitta dai giudici della corte d'assise di Agrigento al palermitano Salvatore Madonia, 47 anni, accusato di avere fatto parte del commando che il 21 febbraio del 1981 uccise quattro persone, nella guerra di mafia tra le cosche mafiose agrigentine.

A chiamare in causa Madonia e stato il collaboratore Giovanni Brusca che ha rivelato di avere fatto parte anche lui del gruppo di fuoco. L'agguato avvenne lungo il fiume Platani, in territorio di Alessandria della Rocca nell' Agrigentino.

Le vittime che si trovavano su un trattore quando i killer entrarono in azione,  furono Liborio Terrasi, Domenico Francavilla, Mariano Virone e Vincenzo Mulé. Quest'ultimo, appena dodicenne, si trovò per caso in compagnia delle altre tre vittime, alle quali aveva chiesto un passaggio sul trattore per attraversare il fiume.

Obiettivo dei killer era Liborio Terrasi, ritenuto il capo mafia di Cattolica  Eraclea, entrato in conflitto con il boss di Ribera Carmelo Colletti, poi anche lui assassinato. Per il quadruplice omicidio e stato già condannato al carcere a  vita Toto Riina, che diede il proprio assenso al delitto.

 

 

 

Tratto dal libro Senza Storia di Alfonso Bugea e Elio Di Bella - Ed. Concordia

Imputato Brusca Giovanni: (...) Dunque un giorno dopo una riunione, che è venuto Carmelo Colletti a San Giuseppe Jato, incontrandosi con Salvatore Riina e mio padre. Dopodiché mi dissero di recarmi a Ribera per mettermi a disposizione di Carmelino Colletti. Dovevamo commettere uno, due ... Perché veramente eravamo andati là per commettere diversi fatti criminosi. E allora ci siamo recati a Ribera nella concessionaria Fiat. Carmelo Colletti, dopo averci salutato e cose varie, che arrivammo nel tardo pomeriggio, ci accompagnò nella zona di Raffadali da una persona che poi con il tempo ho saputo che si chiamava Lillo, era Calogero Lauria. Lì abbiamo trovato, oltre a questo, pure delle persone palermitane che non facevano parte di Cosa nostra, però erano vicino a Carmelino Colletti, che l'adoperava per fare commettere omicidi a Ribera e dintorni. Dopodiché eravamo là a disposizione di questo Calogero Lauria, ad un dato punto ci porta in una casa di campagna, c'era una macchina rubata, armi. Ci attrezziamo e, dopo avere fatto il punto della situazione, dovevamo colpire non so se fratelli, o cugini, tali Vella. Abbiamo fatto dei tentativi andati a vuoto, perché non avevamo, come si suol dire, la battura precisa. Dopodiché abbiamo aspettato pure qualche altro giorno, si doveva commettere un altro fatto e non si andava in porto. A un dato punto questo Lauria ci indica, dice:"Ci sono altre persone, questi qua hanno l'abitudine di camminare su un trattore. Tutti quelli che sono su questo trattore li eliminate tutti, che non ci sono problemi, sono tutti parenti, tutti responsabili". Ci indicò il posto, ci guidò, perché io in quella zona ci sono andato solo quella volta, quindi non so chiamarla. Eravamo vicino a un fiume, o torrente, comunque zona di campagna. E ci dice: "Passa solo questo trattore a tale ora, non ci sono problemi, potete fare quello che dovete fare". Al che ci siamo messi lì ad aspettare, abbiamo atteso un quarto d'ora, venti minuti, il tempo che queste persone passassero. Appena questi con il trattore hanno attraversato il fiume, noi eravamo a bordo di una Fiat 128 di colore bianco, io e un certo Tanuzzo - poi scomparso per lupara bianca - era alla guida della macchina, a bordo di questa 128. Appena abbiamo avvistato il trattore, che ha attraversato il fiume, siamo scesi e subito ci siamo andati incontro. Abbiamo cominciato a sparare. Erano in tre, quattro le persone sul trattore e li abbiamo eliminati tutti senza, però, che sapessimo chi erano, chi non erano. Non sapevamo nulla. Dopodiché il trattore si è fermato, si è messo su una scarpata, si è messo un po' di traverso, che si spaventavano pure che si stava ribaltando, c'erano queste persone. Poi io ho sparato con il fucile, altri con la pistola. Abbiamo completato l'operazione e ce ne siamo tornati a San Giuseppe Jato.

 

 

 

 

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