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22 Gennaio 1992 a Randazzo (Catania) uccisi il pastore Antonino Spartà e i figli Vincenzo e Salvatore PDF Stampa

Foto dal TG2 delle 20,30 del 1 Agosto 2015 serv. 10

La Sicilia,  22 Luglio 1999

Articolo riportato da "Emeroteca Associazione Messinese antiusura onlus"

Non si piegarono alla "famiglia", massacrati

di Carmen Greco

Catania. Un triplice omicidio rimasto per sei anni in un "limbo". Da quando la cassazione aveva decretato che i fratelli Sangani, dovessero essere arrestati soltanto per il reato di associazione mafiosa e non per la strage di contrada Statella. Per quei tre morti, Antonino, Pietro Vincenzo e Salvatore Spartà, uccisi all'interno del loro ovile il 22 gennaio del '93 sembrava non dovesse pagare nessuno. E invece, adesso, i killer hanno un nome e un volto, quelli di Oliviero e Salvatore Sangani, fratelli sanguinari di una famiglia mafiosa "storica" di Randazzo. In carcere hanno ricevuto la notifica dell'ordinanza di custodia cautelare per il triplice omicidio. A puntare il dito contro di loro sono stati i nuovi pentiti di Randazzo, gente che a pochi mesi ha raccontato ai magistrati vita morte e miracoli del gruppo che sull'intimidazione, la paura, la ferocia aveva costruito il suo potere.

Adesso si sa che gli Spartà morirono per aver detto no. Non tanto al pagamento del pizzo  per rientrare in possesso di un fuoristrada che i Sangani avevano loro rubato, quanto per essersi rifiutati di accettare le regole, di piegarsi alla famiglia più potente del paese. Per questo denunciarono con una lettere anonima ai carabinieri i ladri-estortori.

Per questo, Antonio Spartà, 57 anni, Pietro Vincenzo, di 27 e Salvatore, di 20, furono uccisi.

La conclusione delle indagini dei carabinieri di Randazzo ha portato all'emissione dei due provvedimenti restrittivi emessi dai giudici per le indagini preliminari, Alfredo Gari, su richiesta dei pubblici ministeri Francesco Puleio, Giovanni Cariolo e Flavia Panzano.

C'è da dire che per il triplice omicidio, oltre ai fratelli Sangani, sono indagate altre due persone la cui richiesta di arrresto, avanzata dalla Procura di Catania, è stata però respinta dal gip.

L'inchiesta del triplice omicidio degli Spartà divenne un caso nazionale quando il 16 aprile 1997, Rita Spartà, figlia e sorella delle vittime, intervenendo al "Maurizio Costanzo Show" rivelò di aver denunciato ai carabinieri gli assassini dei suoi cari e disse che la magistratura nn si impegna abbastanza per scoprire la verità sulla loro morte, la morte di cittadini qualunque.

"Non abbiamo mai abbandonato quest'inchiesta - ha dichiarato iei il sostituo procuratore Francesco Puleio - e abbiamo lavorato con impegno per raccogliere elementi che ci permettessero di sostenere le accuse contro i Sangani".

L'inchiesta che ha portato alle accuse contro i due fratelli Sangani è incardinata sulle dichiarazioni di più collaboratori di giustizia che, sostengono i magistrati, "hanno trovato ampi riscontri". Uno dei pentiti, Alfio Fornito, avrebbe partecipato ad un sopralluogo compiuto nell'ovile degli Spartà prima della strage. Il triplice omicidio, sostiene l'accusa doveva essere nelle intenzioni della cosca Sangani "un segnale forte per fare capire che chi osava ribellarsi al suo potere sarebbe stato eliminato".

Tra le cause scatenanti, la denuncia di un anonimo con una telefonata al "112" che fece arrestare i fratelli Sangani mentre smantellavano automobili rubate in una campagna vicino all'ovile degli Spartà.

Inoltre il capo della cosca Oliviero Sangani, aveva subito l' "onta" di essere stato picchiato nella piazza centrale di Randazzo da Vincenzo Spartà, che si rifiutava di pagare una tangente per la restituzione di un autocarro che gli era stato rubato.

I magistrati hanno sottolineato anche la coincidenza temporale: "la strage - osservano - è avvenuta quattro giorni dopo il ritorno in libertà dei Sangani che avevano scontato un brevissimo periodo di carcerazione per il furto di automobili, per il quale erano stati arrestati dopo la telefonata al 112 che imputavano agli Spartà".

 

 

Articolo di Dicembre 2012 da  antiracket.info

IL NUOVO ANNO INIZIA IL 22 GENNAIO A RANDAZZO

C’è chi dice che il tempo sani tutto ma non è così. Non è così per Rita Spartà che il 22 gennaio del 1992,  vide suo padre Antonio e i suoi due fratelli Enzo e Salvo morti ammazzati nell’ovile delle campagne di Randazzo. Il 22 gennaio sarà l’anniversario di quella tragedia che non ha ancora avuto giustizia. Di 10 indagati - spiega Franco Pizzuto, dell’ufficio legale FAI- sono arrivati al processo solo in tre ed uno solo è stato condannato all’ergastolo. Ad aprile però comincerà la revisione del processo chiesta ed ottenuta”. Per Rita Spartà la primogenita della famiglia “è una delle cose peggiori che sarebbe potuta accadere. Dovremo ricominciare tutto riaprendo una ferita sanguinante che non si è mai rimarginata”.

Un lutto che non ha mai rielaborato?

E come potrei, non ci sono ancora i colpevoli. Sento ancora addosso tutto il peso di quanto è accaduto. Avrei forse, trovato pace, mio padre e i miei fratelli l’avrebbero trovata, se fosse stata fatta giustizia ma di noi lo Stato non si è mai interessato ed anche ora continua a prestare attenzione solo a chi ci ha fatto così tanto male.

Si riferisce alla revisione?

Mi riferisco alla revisione e non solo. Mai nessuno ci è stato vicino. Solo Tano Grasso ed i ragazzi dell’ACIO, li chiamo così perché è come se fossero un po’ i miei fratelli. Tutti quelli che ho conosciuto dell’antiracket mi hanno sempre sostenuta. Anche quando facevo qualche colpo di testa

In che senso?

Mi sono spesso arrabbiata contro la polizia o i carabinieri, contro gli apparati dello Stato che dovrebbe assicurare giustizia e mai nessuno mi ha ripreso pregandomi di tornare sui binari.

Oggi come si sente?

Dilaniata, umiliata da tanti anni di disinteresse. Quando sento in televisione e leggo sui giornali che c’è chi si preoccupa di protestare per concedere l’amnistia ai detenuti perché le carceri sono troppo piene, mi sale l’angoscia. Un anno fa ho letto un articolo su Repubblica nel quale ci si preoccupava dei familiari di coloro che sono al 41bis. Parlava della sofferenza dei parenti quando vanno a trovarli in carcere separati da una lastra. Ma al cimitero questi signori ci sono mai stati? Si sono mai interrogati come si sentono i familiari delle vittime e quanto fa male vedere quei 15 centimetri di marmo che eternamente ci separano dai nostri cari, innocenti?

Il 22 gennaio saranno 20 anni

Avevo solo 27 anni, oggi sono una donna adulta di 47 e ancora non riesco a spiegarmi perché si è arrivati a questo punto. Fummo noi, mia mamma, io ed un amico di mio fratello a scoprire i corpi in quell’ovile. Dovemmo pregare i carabinieri di ascoltarci. Io stessa rimasi fino alle 6 del mattino a dare i nomi e ad informare gli inquirenti su fatti e circostanze. Dopo il triplice omicidio attorno a noi si creò il vuoto. Gli amici che avevano frequentato la nostra casa si volatilizzarono e tornarono solo dopo la mia intervista in televisione, della quale avrei voluto farne volentieri a meno.

Servì?

Servì a far ammettere delle colpe e a farci prestare attenzione ma con il senno di poi..

La voce di Rita si spezza, tenta di controllare l’emozione e anche le lagrime ma non ce la fa. Due anni fa è nato Fabio, il figlio di sua sorella, lei ha scelto di non sposarsi. Una settimana fa, Fabio guardando le foto di Antonio,Enzo e Salvo le ha chiesto chi fossero. Rita ha risposto “mio padre ed i miei fratelli”, ha temuto e teme per il futuro le sue domande perché ha paura di trasmettere anche la sua sfiducia nella giustizia.“Mi auguro che quando sarà grande la mafia non ci sia più” dice, Rita, a fatica. Il suo augurio è anche il nostro. Il 22 gennaio 2013 saremo al suo fianco.

 

 

 

Fonte:  spazioinwind.libero.it

Sono Rità Spartà e vengo da Randazzo. Il 22 gennaio 1993 la mia vita cambiò: uccisero mio padre e i miei due fratelli. Fu un clan mafioso delle pendici dell’Etna. Da quel giorno la nostra vita è cambiata: non solo avevamo perso i nostri cari, ma anche le persone che erano state vicine alla nostra vita, che erano entrate nella nostra casa come amici ci avevano abbandonato. Dopo qualche mese gli assassini furono scarcerati, per carenza di prove, seminando di nuovo il terrore nel paese.

Restammo sole a combattere contro tutti, nessuno ha dato un po’ di spazio a noi per dire che eravamo vittime. All’inizio della nostra vicenda la nostra testimonianza non venne creduta da nessuno, ma io sapevo chi erano gli assassini, i mandanti e gli esecutori ed il motivo per cui erano stati uccisi: perché si erano rifiutati di pagare il “pizzo” e per questo erano morti, fucilati per mano mafiosa. Non sapevo cosa fare perché tutti mi avevano chiuso la porta in faccia ed allora un giorno, ascoltando in televisione una trasmissione, conobbi Tano Grasso e lo contattai, andai a Capo d’Orlando, all’associazione antiracket. Tano parlò per più di un’ora con me, gli raccontai tutta la mia vita, 27 anni, le notizie che avevo sentito.

Dopo quel colloquio riuscii a ritrovare la fiducia in me stessa, perché finalmente qualcuno mi aveva ascoltata e creduta. L’associazione si era fidata di me, delle mie parole, dopo non mi sono più ritrovata da sola, perché ogni volta, in ogni difficoltà, ho sempre avuto qualcuno di loro presente, perché siamo tutti figli di un dio minore, figli di vittime.

Le associazioni antiracket sono state presenti dimostrando solidarietà verso la mia famiglia, infondendomi fiducia e coraggio. Dopo molti anni sono riuscita ad ottenere il riconoscimento come familiare di vittime innocenti di mafia; un pentito infatti confermò la mia tesi, le mie parole ed anche il motivo dell’omicidio: non volevano pagare il “pizzo”.

Se tornassi indietro nel tempo rifarei le stesse cose che ho fatto perché mio padre e i mie fratelli meritano tutto il mio amore anche a costo della mia vita e ne sono fiera.

Associarsi significa per me combattere uniti, senza creare altri eroi soli, quelli che fanno riempire di parole le cronache dei giornali per non più di una settimana. Le associazioni servono a non far sentire sole persone come me che non hanno voce; denunciare serve a distinguerci dai mafiosi, perché noi siamo pieni di onestà e dignità e sappiamo affrontare la vita con una forza ben diversa. Il mio sogno è che un giorno nessuno possa più temere per la propria incolumità e che la paura venga cancellata e che a noi vittime, condannate dalla mafia all’ergastolo ed alla perdita della nostra libertà, ci venga restituita per la scomparsa di tutte le mafie che hanno portato dolore nella nostra vita.


Rita Spartà

 

 

Fonte  teanews.eu

Articolo del 23 Gennaio 2013 da La Sicilia

Randazzo – «Vent’anni dopo, strage senza colpevoli»

di Gaetano Guidotto

Sono passati 20 anni dall’omicidio di Antonino, Vincenzo e Salvatore Spartà, ma non sono bastati a fare piena luce sulla vicenda». Questa la considerazione, pesante come un macigno, che ha caratterizzato la manifestazione organizzata dalla Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura (Fai), in occasione del ventennale della morte dei tre pastori che non si sono voluti inchinare alle decisioni del clan.

All’incontro, tenutosi nella sala consiliare «Falcone e Borsellino», hanno partecipato il sindaco, Ernesto Del Campo, il prefetto di Catania, Francesca Cannizzo, e Rita, la figlia di Antonino Spartà, che quella brutta sera insieme con la madre lancio l’allarme. Con loro, per non dimenticare quanto accaduto, Tano Grasso, presidente nazionale della Fai, Giovanni Salvi, procuratore capo di Catania, ed Elisabetta Belgiorno, commissario straordinario antiracket. Numerose le autorità presenti, fra cui il senatore Pino Firrarello e i rappresentanti della forze dell’ordine e del clero. Forti, come sempre, le considerazioni di Rita Spartà: «Dalle carte processuali – ha affermato – si evince chiaramente che il commando che ha massacrato mio padre e i miei fratelli era composto almeno da 5 uomini. Ma forse a sparare sono stati anche in 9 o addirittura 10. Finora, però, solo due persone sono state processate. Uno è stato completamente assolto e l’altro condannato all’ergastolo, ma in questi giorni ha chiesto e ottenuto la revisione del processo». Rita Spartà si riferisce ad Olivero Sangani, che si processa innocente, e oggi a sua difesa ha chiesto che vengano ascoltati dal giudice tre nuovi testimoni «Non vendetta, ma giustizia – ha ribadito Tano Grasso – Altri assassini che hanno partecipato all’agguato sono liberi e girano tranquillamente per il paese. Antonino Spartà – ha concluso – ha avuto il coraggio di sfidare apertamente i suoi aguzzini, pagando con la vita». Sentite le parole pronunciate dal sindaco Del Campo e dal prefetto Cannizzo, con l’avvocato Franco Pizzuto della Fai che ha riassunto la storia di un processo ancora non terminato. Il procuratore Salvi, invece, ha sottolineato l’importanza di accorciare i tempi della Giustizia. Infine, le parole del prefetto Elisabetta Belgiorno, commissario nazionale Antiracket: «Sono qui – ha concluso rivolgendosi a Rita Spartà – a testimoniare la grande combattività di una donna che 20 anni fa era solo una ragazza che è stata brutalmente privata degli affetti più cari».





Articolo del 13 Luglio 2015 da corriere.it

Quell’omicidio di mafia 22 anni fa riaperto dal Dna (e da una donna)

di Giovanni Bianconi

La battaglia di Rita Spartà. Il padre e i due fratelli uccisi perché si opposero al racket. All’opera gli uomini del Ris. Saranno analizzate vecchie tracce di sangue e terriccio

Nel 1993 perse il padre e due fratelli, pastori morti ammazzati a fucilate nell’ovile in cui lavoravano, una sera d’inverno, nella campagna di Randazzo, landa catanese di mafia rurale e misconosciuta. Oggi, 22 anni dopo, è ancora in campo nella battaglia giudiziaria per far condannare gli assassini, moderna Antigone che nel XXI secolo vuole restituire diritti e dignità ai propri familiari, attraverso la giustizia che ancora non hanno avuto. Affidandosi al progresso scientifico e a indagini di laboratorio inimmaginabili al tempo del triplice omicidio, che oggi possono fornire indizi nuovi e forse decisivi; un «caso freddo» riaperto dalla Procura antimafia di Catania, nel tentativo di inchiodare i killer che uccisero Antonio Spartà, 57 anni, e due suoi figli, Pietro Vincenzo e Salvatore, 27 e vent’anni d’età.

È quello che spera Rita Spartà, figlia e sorella delle vittime, all’epoca ventottenne, che insieme alla madre e alla sorella denunciò subito ai carabinieri i boss locali che avevano minacciato e taglieggiato la sua famiglia; e che avevano un ottimo movente per sterminarla dopo che gli Spartà avevano cominciato ad alzare la testa e ribellarsi. Come aveva fatto Pietro Vincenzo, che durante una lite in pubblico era venuto alle mani con un esponente del clan egemone nella zona, quello dei Sangani; e in una telefonata anonima segnalò ai carabinieri i soprusi dei boss. Per difendersi in caso di vendetta Pietro Vincenzo si procurò pure una pistola, ma quando arrivò il momento non fece in tempo a usarla.

Alla denuncia di Rita - che faticò a farsi ascoltare, avvertendo un senso di isolamento intorno ai resti della propria famiglia - si aggiunsero le dichiarazioni di alcuni pentiti, che parlarono proprio dei Sangani e dei Ragaglia, l’altro clan che comanda nel paese alle pendici dell’Etna. «Ricordo che sentii dire, a proposito dell’omicidio degli Spartà, “abbiamo ammazzato questi pezzi di merda così imparano e si rendono conto che contro di noi non ci può fare niente nessuno”», disse un collaboratore di giustizia; aggiungendo che il capo dei Ragaglia diede ordine agli esattori del «pizzo» di avvertire i commercianti: «Chi non paga farà la fine degli Spartà».
Sulla scorta di questi e altri elementi, le indagini portarono ad alcuni arresti, ma secondo i giudici era troppo poco per aprire un processo: gli indagati vennero scarcerati, l’inchiesta andò in archivio. E Rita Spartà decise di andare in televisione, al Maurizio Costanzo Show, per raccontare in pubblico lo sconcerto di veder girare in paese, a piede libero, quelli che lei considera gli assassini dei suoi familiari. Se la prese con gli inquirenti che a suo giudizio avevano fatto poco nella ricerca della verità, e spiegò che non avrebbe avuto pace finché non l’avessero avuta suo padre e i fratelli, con l’identificazione e la condanna degli assassini.

Insieme alla Federazione antiracket di Tano Grasso (suo il paragone con la ribellione di Antigone al potere, in questo caso rappresentato dalla mafia di Randazzo, ma anche da uno Stato che non riesce a fare giustizia), Rita non smise di spingere per la riapertura delle indagini che nel 1999 portarono a due nuovi arresti: i fratelli Oliviero e Salvatore Sangani. Condannati entrambi all’ergastolo in primo grado, in appello il primo venne assolto, finché la Cassazione confermò il verdetto finale: un solo colpevole per una strage che tra autisti e sparatori ha visto protagonisti almeno sei persone, oltre a eventuali, ulteriori mandanti.
Troppo poco per Rita che non s’è arresa nella ricerca di nuovi elementi. Arrivati, paradossalmente, dalla richiesta di revisione della condanna avanzata da Salvatore Mangani. La corte d’appello di Messina l’ha bocciata lasciandolo in carcere, ma la possibilità di consultare gli atti ha permesso al legale degli Spartà - l’avvocato Franco Pizzuto - di chiedere la riapertura di nuove indagini contro 5 persone a suo tempo inquisite, ma mai processate: quelle denunciate da Rita subito dopo la strage. Confidando nella possibilità che su uno dei fucili nascosti a suo tempo vicino a un rifugio dei Sangani siano rimaste tracce biologiche di uno degli assassini. E così su una pietra sporca di sangue trovata sul luogo del delitto, e su un asciugamani sequestrato a uno degli indagati, quello che litigò in pubblico con Pietro Vincenzo Spartà. C’è poi da analizzare il terriccio rimasto sotto un paio di scarpe dello stesso sospettato, per verificare se coincide con quello dell’ovile in cui si consumò la strage. Tutti accertamenti svolti superficialmente o per niente, all’epoca dei fatti, che oggi possono dare nuovi frutti grazie ai progressi scientifici nella ricerca del Dna e nelle analisi chimiche. La scorsa settimana il pm ha convocato inquisiti e parti civili per affidare l’incarico ai carabinieri del Ris, gli avvocati difensori hanno chiesto un incidente probatorio. L’appuntamento in laboratorio che potrebbe dare giustizia ad Antigone è rinviato a dopo l’estate.

 

 

 

 

 

 


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