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22 Marzo 1997 Niscemi (CL). Agata Azzolina, morta suicida per mafia. Il 16 ottobre 1996 le erano stati uccisi, sotto i suoi occhi, il marito, Salvatore Frazzetto, e il figlio Giacomo. PDF Stampa

Foto da giornalecittadinopress.it   

Fonte: Centro Siciliano di documentazione G. Impastato

Trovata morta suicida, nella sua casa a Niscemi (Cl), Agata Azzolina, proprietaria di una gioielleria. Il 16 ottobre 1996 nel negozio erano stati uccisi sotto i suoi occhi il marito, Salvatore Frazzetto, e il figlio Giacomo da due pregiudicati che, come era avvenuto altre volte, pretendevano di avere a credito dei gioielli. La signora, che aveva avuto come protezione due soldati alla porta di casa, era stata oggetto di altri tentativi di estorsione e aveva ricevuto minacce di morte, rivolte anche alla figlia ventenne. Il 21 marzo non aveva voluto partecipare alla manifestazione di Libera. I nomi del marito e del figlio non erano stati inclusi tra quelli delle vittime della mafia ricordati durante la manifestazione.

 

 

Articoli da L'Unità del 24 Marzo 1997

Familiari uccisi e la morsa del racket Commerciante s’impicca a Niscemi

di Ruggero Farkas

Dramma della disperazione in Sicilia: il marito e il figlio erano morti 5 mesi fa tentando di sventare una rapina.
Agata Azzolina era titolare di una gioielleria-pellicceria. La sera del 31 dicembre fu aggredita e picchiata da un altro rapinatore che le intimò: «Devi pagare». Il corpo trovato in casa dalla figlia. Il vescovo: «Celebrerò io i funerali».



NISCEMI (Caltanissetta.) Agata non ha resistito. Agata non ne poteva più dei ricordi che la tormentavano, delle sagome dei soldati lì, fuori dal suo negozio-casa, per proteggerla, della paura che ogni giorno dall’ultimo 16 ottobre accompagnava i suoi gesti svogliati nell’aprire la saracinesca della pellicceria-gioielleria. Agata aveva capito di essere sola nonostante fosse stata invitata ufficialmente non era andata a disperdere il suo volto tra quello di migliaia di altri nella piazza centrale di Niscemi l’altro giorno quando Prodi,  Violante, don Ciotti erano scesi in questo pezzo di Sicilia sperduto per onorare le vittime di mafia ricordandole.
Agata Azzolina sola nel suo paese che sembra lontano dalla provincia madre, Caltanissetta, come da Ragusa e da Catania, a 43 anni non ha resistito e ha deciso. Ha preso una corda, è salita in mansarda, ha fatto un nodo alla trave portante del tetto e si è impiccata.
Era sola in casa. La figlia Chiara, 20 anni, che frequenta l’università a Catania, è tornata tardi l’altro ieri notte. Alle 2,30 ha trovato il corpo magro della madre ciondolante.
Ha gridato, ha tentato ciò che tutti tenterebbero. Poi si è arresa e ha hiamato i carabinieri.
Possiamo chiamarla pressione del racket, possiamo definirla persecuzione mafiosa o criminale, possiamo ipotizzare quello che gli investigatori scopriranno. È facile dire che Agata si è uccisa perchè non le davano tregua. Ma in verità questa donna sconosciuta, fragile, che il 16 ottobre si chinava in lacrime fin dentro le casse dov’erano i corpi senza vita del marito e del figlio per baciarli un’ultima volta si è uccisa perchè era sola, profondamente sola.
Quel giorno di autunno entrarono in due nel negozio: «Dobbiamo comprare una fede» - dissero.
Agata con gentilezza mostrò gli anelli. I due cambiarono tono ed espressione. Non volevano pagare, volevano i gioielli. Lei reagì, gridò. I balordi la presero a schiaffi. Salvatore Frazzetto, il marito di Agata, arrivò richiamato dalla confusione. E con lui Domenico, il figlio di 22 anni. Le cronache del giorno dopo dicono che il giovane prese una pistola e che i banditi gliela levarono uccidendo lui e il padre. Agata rimase gelata prima dagli spari poi dai cadaveri dei suoi cari in terra. Ebbe la forza, ancora sconvolta, di riconoscere nelle foto segnaletiche gli assassini. Ed il giorno dopo Salvatore e Maurizio Infuso, fratelli di 26 e 23anni,furono arrestati in un casolare di campagna nella contrada “Rasia” di Mazzarino. Avevano con loro la 357 magnum strappata a Domenico.
La notizia venne metabolizzata subito. Agata rimase sola.

Anche di Francesco Pepi non si parlò molto. Era un imprenditore di Niscemi.
Aveva aperto una fabbrica per la trasformazione del carciofo. Pagava 70 operai ogni mese. Gli chiesero la tangente. Lui denunciò tutto e lo uccisero, otto anni fa.

Rimase una semplice curiosità la notizia del 31 dicembre scorso: «Rapinata moglie di pellicciaio ucciso con il figlio a Niscemi». Sì, Agata ebbe una nuova visita proprio la sera di San Silvestro. Un rapinatore entrò nella gioielleria ”Papillon”. Chiese soldi e gioielli.
Picchiò Agata ferendola sul viso e in testa, la spinse contro la vetrina che si frantumò e poi andò via.
Sembra impossibile che dopo la tragedia di ottobre possa essere accaduto questo. Invece è andata proprio così.
Poi il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di Caltanissetta decise che Agata andava tutelata e fece sistemare una postazione di soldati dell’operazione “Vespri siciliani” davanti alla casa-negozio.
Troppi segnali per non ipotizzare che quella gioielleria-pellicceria era entrata nel mirino di qualche banda criminale. Qui non c’è lavoro, non c’è svago. C’è polvere, miseria, giovani disoccupati che vogliono dimenticare il giorno appena trascorso e cominciarne un altro con la speranza di ottenere un posto anche per poche settimane. Altri che invece si organizzano pistole in pugno.

Nell’ultima intervista, rilasciata i primi giorni dell’anno, dopol’ennesima aggressione, Agata Azzolina aveva risposto così: «Chiudere il negozio? Non lo farò mai, con mia figlia continuerò a portare avanti l’attività che abbiamo messo su con tanti sacrifici e anni di duro lavoro. Anche se la mia famiglia è stata distrutta, io non cedo».
Il sindaco di Niscemi, Salvatore Liardo, ha proclamato il lutto cittadino per la morte di Agata: «Si sentiva sola e noi non siamo riusciti a coprire quel vuoto immenso col nostro affetto e la nostra solidarietà». Monsignor Vincenzo Cirrincione, vescovo di Piazza Armerina, diocesi che comprende Niscemi, in serata si è dichiarato disposto a celebrare i funerali: «La Chiesa oggi» ha affermato «ritiene il suicida come un malato e ha comprensione verso di lui».





Agata, sola contro il racket

di Gianfranco Bettin

Dramma della disperazione in Sicilia: il marito e il figlio erano morti 5 mesi fa tentando di sventare una rapina.

AGATA AZZOLINA non aveva voluto, qualche giorno fa, partecipare alla grande manifestazione antimafia tenutasi proprio nella sua città, Niscemi (Caltanissetta). Qualcosa non doveva averla convinta in quei buoni propositi contro il crimine e l’intimidazione, malgrado la caratura di alcuni partecipanti, come il presidente del Consiglio Prodi e il presidente della Camera Violante e comel’instancabile, straordinario animatore di «Libera», l’associazione che aveva promosso quella «giornata della memoria e dell’impegno», don Luigi Ciotti. Agata, qualche mese fa, ha visto cadere sotto i colpi di due delinquenti, il figlio e il marito, che avevano tentato di impedire una rapina nella loro pellicceria.
Poco dopo, la sera di San Silvestro, era stata aggredita lei stessa. Si trovava nel negozio, che ormai doveva condurre da sola, e verso l’ora di chiusura aveva subìto un assalto da parte del racket che pretendeva il pizzo dai commercianti della zona. Era stata brutalmente picchiata e infine ammonita: «Paga, o te ne pentirai». Da allora era sotto tutela. Lo Stato cercava di farla sentire meno sola, protetta.
La manifestazione di qualche giorno fa aveva certo anche questo scopo, dire a lei e a tutti coloro che si trovano in pericolo di fronte all’arroganza e alle pretese del racket, della mafia, di ogni delinquente, che si sta reagendo, che lo Stato è presente, che le più alte  cariche vengono fin nel fondo di una provincia difficile, nel cuore del Mezzogiorno tesissimo, a ribadire valori e principi non ignorabili da nessuno.
Ma Agata non è scesa in piazza, non ha aggiunto la propria presenza e la propria voce alle altre. Standosene in disparte intendeva forse rimarcare un’insoddisfazione civile diffusa,
aspra, oltre che un dolore personale immedicabile. Forse intendeva, anche, enunciare una paura e una solitudine che, ora lo sappiamo, avevano ormai sconfinato nella disperazione.
L’altra notte Agata Azzolina si è impiccata nella cucina della propria casa. L’ha trovata, quando ormai era troppo tardi, la figlia minore. Non è bastata la protezione della polizia, la scorta. Non è bastata la promessa, il solenne impegno, delle maggiori autorità, promessa e impegno reiterati sulla piazza di Niscemi, a riaccendere in lei la fiducia e a voglia di vivere stessa. Perché? Perché tutto questo non è bastato?
Al di là di quanto deve aver pesato il dolore per la perdita del marito e del figlio - comunque moltissimo, naturalmente, anche se la cura della famiglia rimasta doveva averne fin qui motivata la resistenza sul lavoro, la tenuta psicologica - proprio la dimensione civile e pubblica della disperazione, per così dire, deve aver giocato un ruolo determinante.
Questa storia tragicissima, affinché la morte di Agata non sia del tutto vana, deve  mostrarci che non bastano le ricorrenze, gli impegni solennemente assunti. Violante, don Ciotti, Prodi sono i primi a saperlo, sicuramente.
Ma il clima generale, col rilancio potente di iniziative deligittimanti contro magistrati (conto il procuratore Caselli in primo luogo) e contro investigatori, con la ricorrente minimizzazione del perdurante pericolo mafioso, non favorisce quel salto di qualità e quella generalizzazione dell’impegno contro la criminalità che oggi è più che mai necessario.
È nella sua vita quotidiana, e in quella della sua città, durante il lavoro di tutti i giorni, dentro la sua concreta esperienza corrente, che Agata Azzolina ha continuato a sentirsi sola, malgrado la scorta, malgrado le pubbliche e istituzionali assicurazioni.
È lì, dunque, nella dimensione reale in cui ogni vita chiede di essere rispettata che occorre presidiare le garanzie che fondano la possibilità stessa di un ordine condiviso, di un comune, accettabile destino. La rinuncia alla vita da parte di Agata rappresenta, per questo, una ferita bruciante nella nostra coscienza democratica.

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 25.03.1997

" Ora sono figlia dello Stato, ma di qui voglio andarmene "

di Felice Cavallaro

Parla la figlia di Agata Azzolina, impiccatasi nella notte tra venerdi' e sabato: 21 anni, ha deciso di non riaprire il negozio di famiglia.

NISCEMI (Caltanissetta) - "E adesso sono "figlia dello Stato". Lo stesso Stato che ha praticamente ucciso mia madre. Tutto in cinque mesi. Prima hanno ammazzato mio padre e mio fratello perche' non volevano pagare il "pizzo". E sabato ho trovato impiccata in questo salone la mamma perche' lo Stato, anziche' aiutarla, ha preferito sfilare alle parate. Come l'altra sera, con Prodi e Violante qui a Niscemi, in piazza, con i giochi d'artificio alla fine. Io e mia madre sentivamo i botti. Facevano festa. Deprimente". A tratti appare implacabile e forte. A tratti tenera e impotente. Chiara Frazzetto, lunghi capelli neri come gli occhi lucidi, esile come la madre Agata Azzolina, fino a cinque mesi fa aveva una famiglia. Adesso si ritrova sola nell'attico simile a una baita di montagna, il camino al centro, il tetto dogato e le travi di legno sostenute da cinque tronchi levigati. Era il salone delle feste. Ma all'ultimo di quei tronchi, accanto a una giara con il collo ricoperto da fiori finti, Chiara, sabato notte, tornando a casa dopo una pizza con gli amici, ha visto quel che non dimentichera' mai piu' nella vita. E lei a ventun anni vaga in una casa troppo grande, incerta sul da farsi. Restare, partire? "Me ne voglio andare da questo paese che ha voltato le spalle alla mia famiglia, assente, rassegnato, indolente, pronto ad accettare il quieto vivere con i mafiosi e i "picciotti" del racket...". Attenzione, pero': nello sfogo di Chiara "il paese" spesso diventa "il Paese". E allora, oltre alle responsabilita' del Far West siciliano, spiccano quelle dello Stato. Soprattutto quando sente in tv commenti di questori e prefetti convinti d'avere fatto "tutto il possibile" contro "l'imprevedibile": "Non e' vero. Dovevano assegnarle una scorta negata. In Questura le consigliavano di mettersi il cuore in pace, perche' non avevano personale: "Forse, se abitasse a Caltanissetta...". Doveva cambiare citta' per essere scortata? Adesso ha il cuore in pace... Si' che si poteva fare di piu'. Lo Stato ha mia madre sulla coscienza. Se ce l'ha una coscienza". E s'arrabbia quando in tv ascolta il commento del superprocuratore Vigna sulla "solitudine" di Agata Azzolina: "Quello di mia madre non e' stato un dramma frutto di una disperazione "personale". Non e' una tragedia privata. E' una catastrofe collettiva. Debbono capirlo tutti, anche Prodi e Violante, hanno colpa anche loro per quello che e' accaduto". Il dolore sembra renderla ingenerosa, visto che l'altra sera i presidenti del Consiglio e della Camera hanno comunque contribuito ad accendere i riflettori proprio su Niscemi. Ma per Chiara era solo "una parata". Piaccia o non piaccia, la pensa cosi'. E lo dice senza mezzi termini: "Mia madre non c'e' voluta andare perche' gli organizzatori avevano deciso che non si potevano inserire i nomi di mio padre e mio fratello fra le vittime della violenza mafiosa. Gia', manca il bollo dello Stato che deve decidere se sono morti per rapina, pizzo o mafia. E quindi si possono commemorare i 360 morti, ma non due in piu'. Questo vorrei raccontare a tanti politici che non sanno... Brutta quella sera. Soprattutto quando son cominciati i giochi di fuoco: botti e ombrelli colorati sul paese, come se fosse stata la festa del patrono. E noi con la morte dentro il cuore. La morte che prende soprattutto quando non puoi nemmeno onorare i tuoi morti, perche' gli altri, appunto lo Stato, non te li fa onorare". Chissa' cosa accadra' oggi pomeriggio ai funerali. Ci saranno uomini politici? Il quesito aleggia sotto quel tronco dove Chiara si piazza, accucciata su un divano a fiori: "Non c'e' bisogno che vengano ai funerali. Basta che si facciano vivi fra dieci giorni. Perche' in questo Paese anche i funerali diventano parata. E sarebbe meglio evitare...". Domanda cose concrete Chiara. Di essere aiutata ad andar via: "Visto che lo Stato adesso dovra' adottarmi, si prenda quanto c'e' in questa stradina di Niscemi. Io mi tengo la casa, perche' qui, fra questi legni, ogni tanto vorro' tornare. Lo Stato si compri il negozio, con tutta la merce. Sono pronta ad andare ovunque ci sia un lavoro". Dei quattrocento metri quadrati con abiti da sposa, pellicce e gioielli in esposizione non vuole occuparsi. "Papillon" e' chiuso. E non riaprira', al contrario di quanto ha lasciato scritto mamma Agatina. Chissa', potra' anche cambiare idea, Chiara, ma adesso le sembra di vivere la beffa della sua vita. Si affaccia dal balcone del quinto piano e, accanto all'insegna del negozio sprangato, vede due auto dei carabinieri e quattro soldati dei Vespri siciliani. "Noi lo sapevamo e lo dicevamo che i soldatini non bastano. Che cosa volete che facciano? Hanno la consegna di non muoversi. Non potevano accompagnare mia madre nemmeno al cimitero. E, infatti, al cimitero, unica sua uscita mattutina negli ultimi due mesi, davanti alle tombe di mio padre e di mio fratello, si presento' uno di quei maledetti: "I morti non possono pagare, i vivi debbono pagare. I morti si piangono, ma il "pizzo" i vivi lo pagano". Quel giorno torno' a casa stravolta. E passo' dal commissariato per gridare quanto era successo... Ma che cos'hanno fatto? Niente. Non era una pazza che si sentiva perseguitata. Quei mascalzoni li ha visti in faccia. Come i due assassini che, dicono, potrebbero uscire dal carcere. No, quest'altro delitto lo Stato non puo' consumarlo".

 

 

 

 

Foto e articolo del 3 Giugno 2011 da  suddegenere.wordpress.com

” Agata Azzolina

di Danila Cotroneo.

Niscemi , quasi 30 mila abitanti, carciofeti a perdita d’occhio, e serre per la coltura delle primizie: pomodori e melanzane, peperoni e insalata. Cento chilometri da Catania. Due ore e mezza di treno, con la strada provinciale per Gela, quasi sempre interrotta per frane .

Un incendio ogni due giorni: macchina o portone, per sgarri o vendette, roghi assicurati, perché i pompieri qui non esistono. Bisogna aspettare che salgano da Gela, mezz’ora quando va bene. E naturalmente nella denuncia si mette la parola “autocombustione”. Il sud si sa è caldo, così l’ assicurazione paga, così non si è costretti a fare i nomi di nessun nemico.

Dall’ 89 al ’91 sono 30 i morti ammazzati. Si è nel mezzo di una guerra tanto feroce quanto sconosciuta. Dalla piana premono quelli di Gela, da Catania quelli di Nitto Santapaola, il vero padrone della città. Le cosche locali scelgono da che parte stare con il mitra in mano. E poi incendi, bombe, case bruciate. Non esiste un commissariato di polizia, solo una stazione dei carabinieri che, rigorosamente, al tramonto chiude i battenti. Nei primi anni 90, in metà del paese che è abusivo la luce non arriva, il piano-regolatore non esiste, le strade sono bucate, le abitazioni sono casacce, tirate su senza nemmeno il parere del geometra. L’acqua arriva una volta ogni ventisette giorni e per far fronte al bisogno, ogni tanto gli abitanti si ribellano davanti al Comune, ma intanto si forniscono da autobotti private.

Nel frattempo, nessuno si cura di Niscemi, ma alcune grosse banche sì. La sede del Banco Ambroveneto è la seconda nella classifica italiana per depositi bancari: gestisce quasi 400 miliardi di vecchie lire di risparmi locali. Perché qui si lavora, e in silenzio si mette da parte quasi tutto, nessuno si fida di avviare un’ attività, perché si è lasciati soli come cani Nel 1992 il Comune viene sciolto d’autorità per infiltrazioni mafiose. L’amministrazione viene retta da commissari del governo nazionale fino al giugno 1994, quando si rivota e vince la coalizione progressista.

Inizia l’epoca che verrà definita “primavera niscemese” Il 21 marzo 1997, Niscemi, per un giorno è la capitale dell’antimafia. Sulla piazza colma di persone parlano il presidente del Consiglio Prodi e il presidente della Camera Violante.Si inagura una scuola elementare, si leggono, dal palco, centinaia di nomi di vittime della mafia

Due giorni dopo, Niscemi è di nuovo sui giornali: la signora Agata Azzolina, titolare di un negozio di gioielli e pellicce, si toglie la vita impiccandosi. Il racket ha ucciso cinque mesi prima il marito Salvatore e il figlio Giacomo Frazzetto, in un raid “mascherato” in un primo momento, come un tentativo di rapina. Era il 16 ottobre del 1996 Maurizio e Salvatore Infuso, due fratelli con qualche precedente penale si presentano a volto scoperto nella gioielleria “Papillon”. Cosi si chiama l’attività della famiglia Frazzetto avviata da qualche anno. Salvatore l’ha costruita con le sue mani dopo aver lavorato 15 anni nell’edilizia.

Li conosce bene Agata, i fratelli Infuso: già in passato hanno preteso di comprare senza pagare .Questa volta vogliono acquistare, “ a credito”, dicono loro, due vere nunziali L’ipotesi è che si tratti di un pizzo “camuffato”, riscosso in beni e non in contanti. Invece del passaggio da una mano all’altra dei soldi, gli emissari della criminalità organizzata si servono direttamente dagli scaffali Quella sera, Agata dice no . La colpiscono con uno schiaffo. Alle sue grida , accorrono il marito ed il figlio . Il ragazzo quando si rende conto della situazione non perde tempo: prende la pistola che il padre custodisce in un cassetto.

Ma Giacomo non ha dimestichezza con le armi e se la fa strappare da uno dei banditi. Seguono, una raffica di pallottole, prima contro Salvatore Frazzetto, 46 anni, poi sul ragazzo, Giacomo 23. Muoiono sul colpo. Muoiono davanti agli occhi atterriti di Agata, madre e moglie, testimone di una strage. I due assassini, vengono fermati cinque ore dopo: in una borsa, hanno ancora la pistola.

Lei si salva a stento, ma da quel giorno comincia a spegnersi. Il dolore si trasforma in rabbia e poi arriva anche la paura. Paura per le aggressioni e le minacce che subisce quotidianamente. Un giorno la seguono fino al cimitero. Sta pregando sulla tomba dei suoi cari quando qualcuno si avvicina :“non finisce qui” si sente dire. Agata prova ad andare avanti, lo fa per la figlia, Chiara, 21 anni. Vuole portare avanti l’attività non vuole cedere. Ma le intimidazioni continuano. : “Devi pagare…devi pagare…”, si sente ripetere. Denuncia tutto alla polizia. Fa nomi e cognomi .Al commissario parla anche di certi traffici di oro, di uomini che si muovono nell’ombra Vuole giustizia e la vuole subito. Vuole provare a far vivere a sua figlia una vita normale. Vuole andare avanti, lo deve a Chiara, ma è sconvolta è terrorizzata. La sera di San Silvestro viene addirittura picchiata da un paio di ragazzi che entrano ancora una volta nella sua gioielleria.

Qualche giorno dopo – a gennaio – le giurano che avrebbe ricevuto un’ altra “visita”. Arriva anche una lettera anonima . Minacciano di uccidere anche la figlia. Non ce la fa più Agata vittima del suo dolore la notte del 22 marzo 1997 si impicca con una corda di nylon nella sua cucina. Lascia un biglietto alla figlia: “perdonami “ le scrive . Il giorno seguente il sindaco Salvatore Liardo proclama il lutto cittadino. “Agata si sentiva sola e noi non siamo riusciti a coprire quel vuoto immenso con il nostro affetto e la nostra solidarieta”, sussurra Liardo mentre gli attacchini del paese cominciano a fare il giro per strade e piazze con i manifesti fatti preparare dal Comune, “Questa vita spezzata cosi’ tragicamente – si legge – richiama si’ la nostra reazione, ma anche una seria riflessione sui valori della vita, della legalita’, dell’amore, della civile convivenza”.

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