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23 Febbraio 1985 Palermo. Ucciso l'imprenditore Roberto Parisi e Giuseppe Mangano, suo autista. PDF Stampa

Foto di Roberto Parisi da: pianetarosanero.com
Foto di Giuseppe Mangano gentilmente concessa dalla figlia Francy

 

Biografia da it.wikipedia.org

Roberto Parisi era un ingegnere divenuto un noto imprenditore come titolare dell'Icem, società che sin dal 1970 aveva in appalto la manutenzione degli impianti di illuminazione pubblica della città di Palermo, costruendo la sua fortuna. Parisi aveva perso la prima moglie Elvira De Lisi e la figlia Alessandra nella strage di Ustica del 27 giugno 1980.

Parisi fu anche vicepresidente dell'Associazione degli industriali palermitani, e dal giugno 1982 era diventato anche presidente del Palermo calcio, carica che gli aveva attribuito notevole popolarità.

Parisi fu trucidato nel febbraio 1985 da un gruppo di almeno cinque uomini in un agguato di stampo mafioso nella zona di Partanna Mondello. Assieme a lui morì il suo autista Giuseppe Mangano, 38 anni. Secondo la ricostruzione due vetture affiancarono l'auto di Parisi e Mangano crivellandoli di colpi. Alcuni esecutori si allontanarono dal luogo del delitto addirittura in autobus, abbandonando le vetture, che furono ritrovate poco dopo.

Dopo la sua scomparsa, venne reso noto che l'Icem era stata oggetto di indagini del Pool antimafia da almeno un anno. Dieci anni dopo, nel 1995, Emanuele Di Filippo si autoaccusò dell'omicidio, reo confesso, ed in seguito al contributo offerto come collaboratore di giustizia, verrà condannato a soli 15 anni di carcere. La Corte d'Assise di Palermo ha confermato altri ergastoli a Francesco Tagliavia, Lorenzo Tinnirello e Giuseppe Lucchese.

L'omicidio Parisi tornerà alla ribalta alcuni anni dopo allorquando la vedova, Gilda Ziino, depose nel processo contro Bruno Contrada. La signora testimoniò che il giorno del delitto era rientrata da poco nella sua abitazione proveniente dall’ospedale, dove non aveva ancora avuto modo di vedere la salma del marito, e che Contrada si era presentato alla sua porta chiedendole un colloquio riservato. Allorché Contrada, che conosceva Parisi, le avrebbe detto testualmente, con fermezza, che "qualunque cosa io potessi sapere che riguardava la morte di Roberto dovevo stare zitta, non parlarne con nessuno e ricordarmi che avevo una figlia piccola".

Solo successivamente, anni dopo, la signora Ziino, benché ancora “sorpresa e intimorita” riferì l’accaduto al suo avvocato, Alfredo Galasso, il quale a sua volta ebbe modo di riferirlo al giudice Giovanni Falcone col quale avrebbe avuto un incontro, tenutosi un sabato pomeriggio, all’interno del Palazzo di Giustizia.

La Ziino dichiarò che la domenica immediatamente dopo “il dott. Contrada ha suonato al campanello di casa mia, io ho aperto, l’ho fatto accomodare, naturalmente la mia emozione fu tale, mi sono seduta e mi ha chiesto subito, immediatamente, «signora lei ha avuto un incontro con il dottor Falcone?»…Io negai”.

Ancora una volta la signora informò subito l’avvocato Galasso che, non trovando Falcone, pregò Giuseppe Ayala di farlo in sua vece. La Ziino viene interrogata da Falcone nel 1988. Nel 1990 venne riconvocata in Procura dal sostituto Carmelo Carrara, e ritrova Contrada nella stanza del magistrato. Il "senso di angoscia e paura" sarebbe stato tale che la donna, posta a confronto con l'ex funzionario del Sisde, finì con l'avallare la tesi secondo cui quelle parole potevano esser interpretate come «raccomandazioni amichevoli».

La tesi degli accadimenti esposti dalla vedova Parisi venne avvalorata da tutti gli attori della vicenda, mentre quella della difesa di Contrada, che sosteneva che quei termini fossero riconducibili a semplici raccomandazioni, e negava inoltre il secondo incontro, è stata rigettata dalla Corte.

 

 

Articolo da L'Unità del 24 Febbraio 1985

Mitra e pistole per uccidere il «presidente»

Sei killer per l'esecuzione  - C'è una pista: l'appalto-luce

di Saverio Lodato

Morto anche l'autista, Giuseppe Mangano, nell'agguato a Roberto Parisi - Il commando ha seguito e affìancato l'auto nella borgata di Partanna - L'ingegnere era vicepresidente degli industriali dell'isola

PALERMO - Il terrore non è finito, e ciò che è accaduto è molto più che un ritorno di fiamma. Con l'agguato di ieri la mafia fa sapere che è viva e vegeta, che il suo tribunale è in seduta permanente. A Palermo è lo Stato ad essere latitante. È stato assassinato Roberto Parisi, 54 anni un uomo n vista del potere economico, un protagonista dei grandi appalti, a filo diretto con gli affari di certa politica. Il presidente della «Palermo Calcio». L'amministratore unico dell'Icem, l'azienda che gestisce l'illuminazione stradale, li vicepresidente degli industriali siciliani.
Un democristiano influente, e con ottime coperture: Salvo Lima, Andreotti. Infine, uomo ricchissimo, in cima alla classifica dei contribuenti dell'isola. Perfino filantropo: aveva donato un asilo nido e un padiglione di emodialisi al Comune e all'Università, in ricordo della prima moglie e della figlia Alessandra morta nella sciagura del DC-9 Itavia che si disintegrò — nell'80 — sui cieli di Ustica. Ore 8,30 di ieri mattina. Circonvallazione di Palermo poco dopo viale Lazio, dove abita l'ingegner Parisi. Il quale esce da casa, sale su una «131» , con alla guida l'autista, Giuseppe Mangano, 37 anni, dipendente dell'azienda. Entrambi — inconsapevolmente — stanno aprendo la strada al commando. Cinque chilometri, il tragitto da compiere sino agli uffici dell'impresa. All'altezza della borgata di Tommaso Natale, c'è una vecchia strada che svolta a gomito verso la zona di Partanna, poco frequentata, l'ideale per i sicari. I uali ne percorrono ancora un buon tratto prima di passare all'azione vera e propria. Quando ormai mancano meno di cinquecento metri ai grandi capannoni dell'Icem, le prime sventagliate di mitra, in corsa. Muore sul colpo l'autista (lascia moglie e tre figli). La macchina va ad insaccarsi in una stretta piazzuola, travolge cassonetti di immondizia, si schianta contro un albero d'ulivo. L'ingegner Parisi è ancora vivo. Per lui, dopo avere aperto lo sportello, i killer riservano l'ultima gragnuola di colpi. Arsenale: almeno due «457 Magnum», una mitraglietta. Parco macchine: una Panda, una Renault, una Fiat Ritmo (le troverà qualche ora dopo, nei pressi, un elicottero dei carabinieri). Gli assassini: a conti fatti, almeno sei. Volatilizzati. E dire che questa volta si è trattato quasi di una esecuzione in diretta.
Le vetture dell'Icem sono collegate via radio alla centrale dell'azienda, e, automaticamente, alla sala operativa della questura. Si registrano due versioni contrastanti: è stato l'autista, vistosi circondato, a dare il primo allarme; no, è stato un altro dipendente Icem, uditi gli spari, a far funzionare la ricetrasmittente dagli uffici dell'impresa. Comunque sia andata, il tempo per la fuga si è ridotto al minimo indispensabile.
Prime considerazioni a caldo degli investigatori. Parisi non portava armi, l'autista era disarmato, la macchina non era blindata. E Parisi — presidente della squadra di calcio — era popolare quanto un sindaco. Hanno adoperato armi modernissime quando potevano servirsi di un fucile a pallini. Perchè? Semplice: per far sapere che tutt'ora ne sono ben forniti. Gli squadroni della morte non risentono di alcuna crisi vocazionale; tutto a è come prima. Dove sono stati assassinati Parisi e Mangano c'è un palazzone a dieci piani, centinaia di finestre si affacciano, osservatorio privilegiato. Ma i testimoni non parlano: ecco l'altra sicurezza ostentata dai killer. Infine, il luogo: Partanna, Tommaso Natale. Borgate che per la mafia rivestono lo stesso interesse strategico di Ciaculli. E il «manuale Buscetta» insegna: per uccidere sulla circonvallazione, proprio all'altezza di Tommaso Natale, il boss Alfio Ferlito, i catanesi n trasferta dovettero chiedere il visto di soggiorno al «rappresentante» di zona, Rosario Riccobono. Riccobono non c'è più, scomparso, vittima della lupara bianca. Chi ne ha preso il posto? Quali sono i nuovi organigrammi decisi all'indomani delle maxi-retate degli ultimi mesi? Nessuno lo sa.
A Villa Sofia, al pronto soccorso, si consuma l'ultima agonia di Parisi, già clinicamente morto. C'è Salvatore Matta, il vice-presidente della Palermo Calcio, ma anche fratello del defunto Giovanni, onorevole democristiano. Gli chiediamo una impressione, se la vittima è caduta sul fronte degli appalti.
«Vuol scherzare? Questa non è una partita di calcio, non rilascio dichiarazioni. Sono letteralmente annichilito». Dice una signora, presidente del ventinove club, anima della tifoseria rosanero: «Non ci sono parole». Tifosi e lavoratori dell'Icem  si mescolano fra loro accomunati da un tremendo colpo che si abbatte sul lavoro e sullo sport palermitani.
Il sostituto procuratore Giuseppe Ayala, uomo di primo piano nel «team» antimafia, capisce che è anche il tenace sforzo investigativo in Sicilia ad essere colpito. Ripete: «È uno del delitti 'peggiori' di questi ultimi anni».
L'addetto stampa di Parisi ricorda: «Qualche giorno fa siamo andati a cena e mi ero portato dietro la pistola. Lui mi ha preso in giro per l'intera serata: che te la porti a fare, se è destino le armi non servono». Anche con lui azzardiamo: gli appalti? «E perché? Proprio la settimana scorsa con il prefetto  Gianfranco Vitocolonna (commissario al Comune di Palermo, ndr) era stata decisa l'ultima proroga di sei mesi all'Icem. La vicenda aveva imboccato la dirittura finale». Pianti e scene strazianti del familiari, i chirurghi che tentano l'impossibile, malati che imprecano perché nessuno si occupa di loro, sirene che ululano all'esterno della cittadella ospedaliera.
Qualcuno ricorda: a Natale, due telefonate anonime (a un giornale locale e all'Icem) annunciarono che Parisi era stato assassinato. Lui si limitò a prendere precauzioni di pochissimo conto. Alle 11, l'annuncio, questa volta drammaticamente vero: Parisi è morto.
Perché è stato assassinato? Anche le fantasie meno fervide non avranno che l'imbarazzo della scelta. Viene ucciso per spianare la strada a qualche ditta concorrente che magari sostituirà l'Icem nell'illuminazione stradale; no, l'hanno ucciso perché l'Icem aveva imboccato il viale del tramonto; oppure esattamente il contrario: perché Parisi si preparava a mutar pelle per ottenere una rivincita. O magari l'hanno ucciso per dare un segnale molto più in alto, assolutamente politico. Non manca — sin da ora — chi «scava» nei dissidi della Palermo Calcio, magari sospettando un gruppo di ultras irriducibili. Le notizie certe sono due. Primo: è stato assassinato un alto esponente del sistema di potere affaristico democristiano a Palermo. E non certo perché gli si era rivoltato contro. Secondo: venerdì sera, un documento sindacale dei dipendenti della Squadra Mobile ha chiaramente denunciato che è già stata abbassata la guardia. Il ministro che non rispetta l'impegno di adeguare organici e mezzi, ha, in compenso, proibito gli straordinari.




Articolo di Libera Informazione del 13/04/2010

Il delitto dell'imprenditore Roberto Parisi

di Rino Giacalone

Non erano soltanto i boss di Palermo a chiedere «favori» ai mafiosi trapanesi per far commettere, in provincia delitti che come matrice appartenevano a «vendette» o a strategie «palermitane». Il rapporto sarebbe stato vicendevole. E c'è il delitto che lo proverebbe.  L'omicidio sarebbe quello dell'imprenditore Roberto Parisi, l'ex presidente del Palermo Calcio, ucciso a Mondello nel 1985. Il racconto è tra i verbali di interrogatorio Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, ed è ripreso tra le pagine del libro «Don Vito» scritto da Ciancimino e dal giornalista Francesco La Licata.

Quando fu ucciso Parisi, uno dei suoi soci, Pierluigi Matta, si rivolse a Ciancimino (che era in carcere) attraverso i figli per sapere se il delitto avesse a che vedere con l'appalto da loro gestito per la pubblica illuminazione di Palermo. Vito Ciancimino fece sapere che la matrice era altra, portava in provincia di Trapani, a Marsala, ad un impianto di itticoltura che «Icemare», società dove c'entrava Parisi, gestiva sull'«Isola Grande» dello Stagnone.  Diversità di opinioni sulla gestione della società avevano portato ad armare contro Roberto Parisi la mano dei killer. E la richiesta poteva essere arrivata a Palermo da Vincenzo Virga e dai Messina Denaro, dai capi mafia di Trapani e Castelvetrano.  Roberto Parisi in questa società che gestiva l'impianto di acquacoltura nello Stagnone era socio con un altro imprenditore «importante» del palermitano, Mario Niceta. Parisi, pare, avrebbe dovuto cedere a questi tutte le sue quote, ma avrebbe chiesto un prezzo più alto di quello concordato, almeno così raccontano La Licata e Ciancimino ne loro libro: «Era come non rispettare la parola d'onore che aveva dato», scrivono ricostruendo l'episodio Ciancimino e La Licata nel libro edito da Feltrinelli, «poteva avere anche ragione Parisi ma con questa gente non ci sono ragioni che reggono».

La Procura di Palermo sul delitto di Roberto Parisi sta nuovamente indagando, a riscontro ha già il «filo» che unisce la famiglia dei Niceta di Palermo con i Messina Denaro, capi mafia del Belice. Un collegamento che sarebbe ancora attuale, possibile dunque l'interessamento: il nome dei Niceta infatti emerge dall'operazione «Golem», quella sui favoreggiatori del boss belicino latitante dal 1993. I Niceta sono stati indagati infatti per essere sospettati come prestanome dei Messina Denaro.

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