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24 Gennaio 2005 a Napoli ucciso Attilio Romanò, "vittima di un'assurda vendetta trasversale". Non era lui la vittima predestinata. PDF Stampa

Foto da raffaelesardo.blogspot.com

Articolo del 25 gennaio 2005  da  ricerca.repubblica.it

Secondigliano, ucciso un innocente i killer lo scambiano per un rivale

di Irene De Arcangelis

TRAMORTITI dal dolore, affranti ma senza grida né scenate. Silenziosi, in attesa di capire. Hanno in mano un foglio dove è stato ricopiato il testo di un' agenzia: «Ucciso per la faida di camorra». Non può essere il loro familiare, quello. «Era un ragazzo per bene...» Una sofferenza composta, dignitosa, mentre vanno in caserma per venire interrogati. C' è anche la giovane moglie, la vittima si era sposata quattro mesi fa. La realtà supera la loro immaginazione. Il loro familiare - Attilio Romanò, 29 anni - è stato ammazzato per errore. Vittima innocente della faida di camorra di Scampìa. Colpevole soltanto di lavorare in un negozio di telefonia con un socio - bersaglio dell' agguato sfuggito alla morte per miracolo - che è legato alla famiglia dei Pariante, clan un tempo molto vicino ai Di Lauro poi passato con gli scissionisti. Il commerciante scampato alla morte è il nipote del boss Rosario Pariante, proprio ieri in aula per una udienza del processo per droga contro i Di Lauro. C' è anche lui tra gli imputati, anche se oggi è acerrimo nemico dei Di Lauro. Vicenda che non aveva mai interessato il figlio di un tipografo morto quindici anni fa, Attilio Romanò, vittima innocente. La sua sfortuna: avere lineamenti del viso simili a quelli del suo socio, stessi capelli bruni tagliati corti, stessa corporatura. Abbastanza per confondere gli occhi dei due killer ottenebrati dalla cocaina. Inevitabile la deduzione degli investigatori: nonostante l' arresto del boss Cosimo Di Lauro «regista della mattanza», e anche se tutta la famiglia di Ciruzzo 'o milionario è fuggita dal Terzo mondo, la cosca continua a ordinare delitti e a combattere per vincere la sanguinaria guerra contro gli Spagnoli. Una guerra che non è finita e che, oggi, può contare sui sette fratelli liberi di Cosimo. Quarantasette morti ammazzati in dodici mesi per l' egemonia su Napoli Nord. Ma Attilio Romanò, cosa aveva a che fare con la faida? La stessa domanda se l' erano posta i carabinieri il 6 dicembre scorso. Casavatore: i killer sparano contro un ragazzo in motorino, lo ammazzano. è Dario Scherillo 26 anni appena. L' hanno scambiato per uno scissionista. Dario muore perché sta passando vicino al nascondiglio del bersaglio e perché il suo scooter è dello stesso modello della vittima prescelta. E ancora: un' altra vittima innocente anche se uccisa con premeditazione. Gelsomina Verde, accusata di essere amica dei rivali, niente di più. Cinquanta giorni dopo l' atroce errore dei sicari si ripete. Come Dario Scherillo, anche Attilio Romanò si trovava dove invece avrebbe dovuto essere Salvatore Luise, titolare del negozio. Romanò lavorava con lui. Stessa passione per i computer, un negozio di software e telefonia, il «Mediatel». Ieri in tarda mattinata si trovava dietro la scrivania quando sono arrivati i due killer. Solo nel negozio di via Detta Napoli a Capodimonte, a Secondigliano, cento metri dalla caserma del battaglione dei carabinieri, a dieci metri dal gabbiotto dei vigili urbani. Nessuno sente né vede, ma nel negozio due metri per due si consuma la tragedia. Viene confuso per Giovanni Luise, ucciso con cinque colpi di pistola uno dei quali gli trapassa un occhio. Luise è salvo per un caso, perché pochi minuti prima dell' agguato era andato dal padre, titolare di una salumeria poco distante. Ora sa di essere stato condannato a morte dalla famiglia Di Lauro. Eppure lo choc lo rende gelido, di fronte ai carabinieri del colonnello Luigi Sementa. Ripete soltanto: «Mi porterò questo peso sulla coscienza».

 

 

Articolo del 27 Gennaio 2005 da  repubblica.it

Omicidio Romanò in tv sul video i 20 testimoni

di Irene De Arcangelis

TRE telecamere di fronte al negozio di telefonia dove è stato ucciso per errore Attilio Romanò, vittima innocente della faida di camorra di Scampìa. Tre occhi elettronici che registrano tutto, lungo via Napoli a Capodimonte. Ma quei filmati impressi su dvd svelano due sorprese choc. La prima: i tre obiettivi sono puntati, in tre diverse direzioni, ai margini del negozio dove, lunedì scorso, sono piombati i sicari. Che sbagliano clamorosamente bersaglio e hanno pure la fortuna di non venire ripresi. La seconda: i tre filmati inquadrano venti testimoni dell' omicidio. Tutti guardano verso il negozio nel minuto della sparatoria. Attirati dai cinque colpi di pistola, vedono i killer passare sotto i loro occhi, fuggire in sella a uno scooter. Nessuno grida, nessuno prende il telefonino per avvertire carabinieri o polizia. Tutti identificati, ieri sono stati interrogati i primi tre di quei venti, che però hanno dato la stessa versione dei fatti: «Non ho visto nulla, non ci ho fatto caso, non ricordo. Ero distratto dai miei pensieri». Paura, omertà, eppure il coraggio di negare l' evidenza, per i primi dei venti testimoni. "Traditi" dalle telecamere che li immortalano mentre assistono al delitto, qualcuno sorpreso, qualcun altro con una espressione di orrore dipinta sul volto: nessuna aria distratta, sono tutti concentrati su quanto sta accadendo nel negozio. Mentre sono esclusi dalle indagini gli impiegati della banca - l' agenzia del San Paolo - che vengono ripresi solo in seguito. Quando, attirati dagli spari, ritardano ad uscire in strada per vedere cosa è accaduto.Gli altri, i testimoni poco collaborativi, ora rischiano una denuncia per favoreggiamento. Eppure i pm dell' Antimafia sperano ancora di convincere qualcuno di quei venti a parlare. Un dettaglio - come il tipo del motorino dei killer oppure una targa parziale - un segno particolare degli assassini. Dopo il sopralluogo nella banca - durato parecchie ore - i filmati sono stati sequestrati per essere rivisti con attenzione, si lavora adesso sull' orario esatto dell' omicidio, anche quello registrato dalle telecamere, per controllare gli alibi di alcuni sospetti. Dunque anche in questo caso indagine pura, senza la collaborazione dei testimoni. Immagini riprese con un grandangolo verso la caserma del battaglione dei carabinieri, sul marciapiedi opposto a quello del negozio di Attilio Romanò e, nel terzo caso, con l' occhio puntato troppo in basso rispetto all' entrata. Proprio da dove, sabato prossimo, partirà alle ore 17.30 la fiaccolata in memoria di Attilio organizzata dai colleghi della vittima dipendenti della Wind Telecomunicazioni. Il corteo raggiungerà la chiesa della Madonna dell' Arco a Miano.

 

 

 

Articolo del 24 Gennaio 2012 da dallapartedellevittime.blogspot.com

ATTILIO ROMANO', AMMAZZATO PERCHE' SCAMBIATO PER UN'ALTRA PERSONA

di Raffaele Sardo

Attilio Romanò non c’è più dal 24 gennaio 2005. Fu ammazzato senza pietà perché scambiato un’altra persona. Oggi pomeriggio alle 18,30, gli amici di Attilio e i familiari lo ricordano con una messa  nella parrocchia SS. Maria dell’Arco a Miano (NA).

Il testo che segue è tratto dal mio libro “La Bestia”, ed. Melampo

(...) Quel lunedì 24 gennaio 2005, i sogni di una giovane moglie morirono dietro un bancone di un negozio di telefonia, poco lontano dal quartiere di Scampìa, dove la vita negli ultimi anni vale quanto  poche dosi di cocaina. Erano quasi le 13,00 quando un killer del “clan Di Lauro” entrò nel negozio, che Attilio aveva voluto aprire con un suo amico, in via Napoli Capodimonte, a Secondigliano. Zona calda in quel periodo per una guerra di camorra in atto tra le bande dei “Di Lauro” e gli avversari, i cosiddetti “Scissionisti”, ex appartenenti al clan Di Lauro, che avevano abbandonato l’organizzazione camorristica, dando vita ad un altro clan. Alcuni di essi dopo la “scissione” si erano rifugiati in Spagna per evitare le ritorsioni minacciate dai figli dei Di Lauro, che li avevano accusati di essersi impossessati di somme di danaro dell’organizzazione. Perciò venivano chiamati anche “gli Spagnoli”. I due gruppi si contendevano il controllo delle piazze di spaccio della droga, all’interno del medesimo territorio, tra Secondigliano e Scampìa. Le roccaforti degli scissionisti erano concentrate alla "Vele" e presso lo "Chalet Baku" di Scampia. Mentre i Di Lauro controllavano il cosiddetto "Rione Terzo Mondo", sempre a Scampìa. L’ordine che i Di Lauro avevano dato ai loro sicari era quello di sparare a vista. Ammazzare senza pietà. Gli scissionisti si  nascondevano e colpivano alla prima occasione, con la stessa determinazione e ferocia.
Quando entrò il killer, Attilio era al computer dietro la scrivania. Si alzò per chiedere al cliente cosa volesse. La risposta furono quattro colpi sparati a bruciapelo con una pistola, da una distanza di non più di mezzo metro. Tre colpi mirati al capo. Il quarto, mentre cadeva, entrò nella spalla destra. Attilio sgranò gli occhi. Non ebbe nemmeno il tempo di rendersi conto di cosa gli stesse accadendo. Si piegò prima su se stesso e poi stramazzò al suolo. Un rivolo di sangue cominciò a scorrere per terra. La morte fu immediata.
Era stato scambiato per il suo socio che aveva una lontana parentela, ma nessun legame affaristico, con  Rosario Pariante,  esponente del clan degli "scissionisti" di Scampìa. Attilio, che era anche “team leader” della Wind, era rimasto vittima di un’assurda vendetta trasversale. Senza una ragione, senza uno scopo, senza un motivo plausibile. Il killer sparì immediatamente, così com’era arrivato. Forse aveva un complice che lo aspettava in auto. Forse era arrivato con una motocicletta di grossa cilindrata. Nessun testimone. Nessuno vede niente. Nessuno ode niente. Il killer è inghiottito dal traffico caotico che in via Napoli Capodimonte scorre sempre intenso, come l’acqua di un fiume in piena.
“Quando mi telefonò mia cognata Maria per avvertirmi di quello che era accaduto – racconta la moglie, Natalia -  io ero al lavoro ad Orta di Atella, dove insegno in una scuola elementare. I bambini erano in mensa perché era orario di pranzo. Pensai  subito ad una rapina. C’erano già stati episodi violenti in quella zona. Erano state uccise diverse persone, ma  non avrei mai potuto pensare ad una cosa del genere, perché Attilio non aveva nulla a che spartire con queste storie di camorra. L’avranno ferito. Fu la cosa più grave che riuscii a immaginare in quel momento. Tornai in classe, chiamai una collega e le dissi che era successo qualcosa a mio marito e dovevo andare via. Telefonai a mio padre che non sapeva niente. “Papà è successo qualcosa ad Attilio”. “Cosa”? “Non lo so. Mi devi accompagnare, perché io non so se ce la faccio a guidare”. “Va bene. Ma stai calma. Stai tranquilla per strada che ci sarò io ad aspettarti  appena arrivi a casa”. Mentre ero per strada, mi telefonarono i miei padrini di nozze. Mi chiesero: “Nata, ma cosa è successo ad Attilio?”. “Non lo so, non lo so. Sto andando là”. Ma ebbi l’impressione che loro sapessero e non me lo volessero dire.” Poi ancora una telefonata. Era un altro amico che cercò di dirmi la verità, ma non ci riuscì. Io gli domandavo: “Ma Attilio dove sta?” E lui farfugliava solo: “Eeeeh..., Nata..., Nata…” Ma sta in ospedale? “No..., No..., non sta in ospedale...”. E allora cominciai a gridare, perché temevo il peggio: “Ma mi volete dire dove sta?” Strillavo forte al telefono. Ma quel mio amico altro non riuscì a dire o, forse, non ebbe il coraggio di comunicarmi quella terribile notizia. Mio padre mi stava aspettando sotto casa, a Lusciano, alla periferia sud di Aversa, in uno dei quartieri residenziali sorti negli ultimi anni. Grandi spazi, ma senz’anima.  Anche se sono costruzioni nuove, danno al paesaggio un senso di desolazione e di tristezza. Da lontano assomigliano a padiglioni di carceri. Abitavamo lì perché avevamo trovato una soluzione sia logistica che economica che faceva al caso nostro. Arrivai presto, perché per strada correvo più che potevo. Posai la mia macchina e salii su quella di mio padre. Eravamo quasi fuori al negozio di mio marito, al termine della superstrada dove si sale anche al Cardarelli, quando mi telefonò nuovamente mia cognata Maria. “Nata, noi siamo arrivati al Cardarelli. Ma qui non c’è.” “E dove sta?” “Sta al negozio”. In quel momento mi si gelò il sangue nelle vene. Capìi che non era stato ferito, ma che poteva essere stato ucciso, perché se fosse stato ferito lo avrebbero portato sicuramente in  ospedale.  Poco dopo arrivammo al negozio e da lontano vidi un sacco di gente. Una folla enorme. Ma nonostante tanta gente, c’era un silenzio impressionante. Tutto il traffico fermo. Le auto non potevano circolare. La gente era in silenzio. Le serrande del negozio erano abbassate. Tutto intorno transennato. C’erano già i carabinieri che avevano bloccato l’accesso. Scesi di corsa dalla macchina e mi precipitai verso il negozio. In quel momento mi sentivo le gambe tremare. Il cuore mi batteva forte. Erano solo pochi metri,  e ci volevano pochi attimi per percorrerli di corsa. Ma mi  balenarono tante di quelle cose nella testa che speravo ancora di vedere quello che oramai era impossibile vedere. Tra me e me dicevo solo: “Non è vero, non può essere vero, magari non è Attilio. Magari avranno capito male tutti quanti”. Fui bloccata dai carabinieri. Mi dimenavo con tutte le mie forze,  come una forsennata, perché volevo entrare. Piangevo, urlavo: “Lasciatemi vedere il mio Attilio, lo voglio abbracciare” Me lo volevo baciare, stringere a me, sporcarmi del suo sangue. Non mi fregava niente. Ma mi impedirono di vederlo. Non vollero farmi entrare. Riuscii a scorgere solo le sue gambe da fuori.”

 

 

Articolo del 21 Ottobre 2011 da  raffaelesardo.blogspot.com

ATTILIO ROMANO': PENTITO CONFERMA CHE FU IL CLAN DI LAURO AD UCCIDERLO

Un articolo pubblicato ieri, 20 ottobre, sul Giornale di Napoli,  conferma che l'assassinio di Attilio Romanò, avvenuto a Miano il 24 gennaio del 2005, fu eseguito da killer del Clan Di Lauro, in guerra con il gruppo degli scissionisti.

Ecco l'articolo pubblicato sul quotidiano napoletano:

«Ho saputo, quando ero nella villa bunker di Varcaturo che i killer che uccisero Romanò erano di “mezzo all’Arco” e quindi del clan Di Lauro». A parlare è Giovanni Piana, il pentito che sta raccontando i retroscena dell’omicidio di Attilio Romanò, massacrato durante la "guerra" di Scampia, e vittima innocente di una assurda faida. Cosimo Di Lauro, Mario Buono e Marco Di Lauro, latitante, furono rinviati a giudizio in Corte d'Assise, così come aveva chiesto la Dda di Napoli, poco meno di un anno fa. Ieri in aula doveva testimoniare Giuseppe Misso che però non si è presentato, mentre l'altro pentito, Giovanni Piana, in aula ha testimoniato: «Quando ero a Varcaturo, seppi che c’era un villa bunker da dove partirono i killer durante la faida. Lì seppi che erano stati quelli di “mezzo all’Arco”».
Sull'omicidio Romanò, a metà novembre, saranno ascoltati Biagio Esposito e Carmine Cerrato. Attilio Romanò, lo ricordiamo, fu vittima innocente delle sanguinosa faida di camorra tra i Di Lauro e gli scissionisti. Il delitto avvenne il 24 gennaio 2005. Nel corso del lavoro investigativo, coordinato dalla Procura Distrettuale Antimafia partenopea, i militari hanno potuto chiarire che l'omicidio avvenne nell'ambito delle vendette trasversali messe in atto durante lo scontro tra il clan camorristico dei Di Lauro e gli scissionisti, capeggiati dai boss Amato- Pagano. Infatti, la vittima designata avrebbe dovuto essere l'altro titolare del negozio di telefonia, Salvatore Luise, nipote del boss Salvatore Pariante, per anni fedelissimo e personaggio di spicco della cosca di "Ciruzzo 'o milionario", nei cui confronti era stata sentenziata una condanna a morte, colpevole di essere passato con gli "scissionisti". L'uomo si era appena allontanato dal negozio. Il killer, identificato nel ventenne, all'epoca, Mario Buono, che entrò in azione intorno alle 13, sparò contro la prima persona che si era trovato di fronte nell'esercizio commerciale di via Napoli a Capodimonte: appunto Attilio Romanò

 

 

 

Articolo del 23 Aprile 2012 da  raffaelesardo.blogspot.it

CHIESTI TRE ERGASTOLI PER L'ASSASSINIO DI ATTILIO ROMANO'

di Raffaele Sardo

Tre condanne all'ergastolo sono state chieste oggi dal pm Stefania Castaldi per i tre imputati ritenuti responsabili dell'omicidio di Attilio Romanò, vittima innocente della faida di Scampia ucciso nella zona di Capodimonte il 24 gennaio 2005. Il processo è in corso davanti alla III corte d'assise, presidente Carlo Spagna, a latere Salvatore Dovere. Autore materiale dell'omicidio è considerato Mario Buono, mandanti i fratelli Cosimo e Marco Di Lauro. Vittima predestinata dell'agguato era Salvatore Luise, nipote del boss degli scissionisti Rosario Pariante. Il killer però non lo conosceva e sparò a Romanò, l'unica persona presente in quel momento nel negozio di telefonia gestito da Luise. Alla richiesta si sono associati gli avvocati di parte civile, tra cui figurano la regione Campania e il Comune di Napoli. Il 30 aprile discuteranno gli avvocati della difesa, per il 2 maggio è attesa la sentenza. (Fonte ANSA).

 

 

 

Articolo del 2 Maggio 2012 da  dallapartedellevittime.blogspot.it

DUE ERGASTOLI PER L'ASSASSINIO DI ATTILIO ROMANO'

di Raffael Sardo

Poco fa è arrivata la sentenza di primo grado per l'uccisione di Attilio Romanò.  Il giovane di 30 anni assassinato dalla camorra il 24 gennaio del 2005 nel suo negozio di telefonia a Miano, perché scambiato per un'altra persona.   La terza corte di Assisse (presidente Carlo Spagna, a latere Salvatore Dovere) ha  comminatu due ergastoli: per  Marco Di Lauro (mandante) e Mauro Buono, esecutore dell'omicidio. Assolto invece Cosimo di Lauro per non aver commesso il fatto. Per Marco di Lauro anche sei mesi di isolamento diurno.
La vittima predestinata dell'agguato era Salvatore Luise, nipote del boss degli scissionisti Rosario Pariante. Il killer però non lo conosceva e sparò ad Attilio Romanò, l'unica persona presente in quel momento nel negozio di telefonia gestito da Luise.  La famiglia di Attilio (la sorella Maria con la madre, Rita e la moglie Natalia Aprile), si è costituita parte civile. Con loro anche il Comune di Napoli e la regione campania.

 

 

 

Video Youtube

Attilio Romanò Vittima innocente di camorra

Fonte: roadtvitalia.it

 

 

Articolo del 26 Febbraio 2014 da napoli.repubblica.it

Delitto Romanò: ucciso per errore, ergastolo in appello per il boss latitante Marco Di Lauro

Ergastolo. Questa è la pena alla quale è stato condannato in appello Marco Di Lauro, elemento di vertice dell'omonima cosca di Secondigliano, accusato di essere il mandante dell'omicidio costato la vita ad Attilio Romanò, commesso in un negozio di telefoni cellulari, ucciso per errore durante la faida di Scampia tra il clan Di Lauro e gli scissionisti degli Amato-Pagano a Napoli.

La sentenza conferma in pieno quella emessa in Corte d'Assise in primo grado. Carcere a vita anche per Mario Buono, considerato invece l'esecutore materiale del delitto.

L'omicidio avvenne il 24 gennaio del 2005 ai Colli Aminei a Napoli: i killer volevano assassinare Salvatore Luise, nipote del boss degli scissionisti Rosario Pariante, ma nel negozio c'era solo Romanò.

L'inchiesta è nata grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che hanno ricostruito tutte le fasi del delitto.

Buono è detenuto mentre Di Lauro è ricercato da dieci anni ed è inserito nella lista dei trenta latitante più pericolosi d'Italia.

 

 

 

 

 

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