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27 Aprile 1983 Palermo. Ucciso Gioacchino Crisafulli, appuntato dei Carabinieri in pensione. "Aveva dedicato 40 anni della sua vita a combattere la mafia e la malavita organizzata" PDF Stampa

Foto concessa dalla famiglia da: Dedicato Alle Vittime Delle Mafie

Articolo del Corriere della Sera del 4.07.1998

Il codice di morte dei corleonesi

Uccidevano anche per punire un furto a casa del boss o la pedofilia

di Giorgio Petta

PALERMO - Luce su un quarto di secolo di storia della mafia palermitana. Scandita da cinquanta omicidi, commessi tra il 1974 ed il 1990, che solo adesso gli inquirenti sono riusciti a chiarire grazie alle deposizioni dei collaboratori di giustizia, individuando esecutori e mandanti. Tutti colpiti da 45 ordinanze di custodia cautelare della Direzione distrettuale antimafia. Ma e' soprattutto sui moventi che e' stato aperto uno squarcio illuminante. + come se i magistrati avessero decifrato il codice di morte dei corleonesi: le regole introdotte da Toto' Riina per decidere la pena capitale. Sentenze stabilite per punire uno sgarro minimo nei confronti degli uomini di rispetto, ma anche la rottura di un fidanzamento o un sospetto di pedofilia. Senza escludere i delitti preventivi per difendere il volto dei nuovi dominatori di Cosa nostra. + il caso dell'agguato in cui, il 13 giugno dell'83, a Palermo, furono assassinati il capitano dell'Arma Mario D'Aleo, l'appuntato Giuseppe Bomarito e il carabiniere Pietro Morici. Una strage voluta da Toto' Riina perche' l'ufficiale aveva trovato elementi che provavano il ruolo di preminenza assunto in quegli anni dai corleonesi ai vertici di Cosa nostra. E questo segreto doveva essere tutelato a qualunque costo. D'Aleo al comando della compagnia di Monreale aveva raccolto l'eredita' di Emanuele Basile: il capitano ammazzato sotto gli occhi della moglie e della figlia nell'80. Sempre per impedire che venissero ricostruiti i nuovi assetti di potere all'interno della Cupola. Delitti preventivi, come quello in cui restò vittima, sempre nell'83, l'appuntato dei carabinieri in congedo Gioacchino Crisafulli, "colpevole" di essersi insospettito per le manovre di un camion guidato da un "picciotto" e che trasportava cassaforti piene di soldi provenienti dal traffico di droga.

Ma poi ci sono gli omicidi ordinati e commessi per uno "sgarro", per semplici offese o "mancanza di rispetto", per alleanze con le famiglie dello schieramento perdente, per richieste di "pizzo" o spaccio di droga non autorizzato. Salvatore ed Eduardo Parisi, padre e figlio, scomparsi nel nulla, furono strangolati e i corpi sciolti nell'acido per uno sgarro a boss americani, cosi' come i fratelli Girolamo e Antonino Scardino, anche loro vittime della lupara bianca. Oppure Pietro Pipitone, ucciso nell'87 perche' aveva osato ricettare i quadri e i mobili rubati nella villa - rifugio di Riina a Borgo Molara. E che dire del cantante napoletano Pino Marchese, il cui cadavere "incaprettato" con i genitali in bocca fu trovato nell'82 nel bagagliaio di una utilitaria posteggiata in Piazza Indipendenza? Doveva essere - e lo fu - un omicidio esemplare per punire uno "sciupafemmine" che tra le sue conquiste annoverava anche la sorella, sposata, del capomafia di Ciaculli, Giuseppe Lucchese "Lucchiseddu". Il cantante fu attirato in un tranello, quindi torturato, evirato e infine strangolato. E a proposito di donne e adulterio, quest'ultimo non e' proibito ai boss, purche' non abbandonino moglie e figli. Buscetta era disprezzato perche' si era sposato tre volte. Ma la rottura del fidanzamento puo' costare la vita, come capito', nel settembre dell'82, ai fratelli Carmelo e Filippo Pedone. Il secondo aveva troncato una relazione con una cugina del capo decina, Antonino Porcelli, e fu ucciso. Con lui il fratello Carmelo per evitare "rogne" future. La "pena di morte" e' stata comminata anche in un caso di presunta pedofilia. Una bambina di 11 anni, parente di un "uomo d'onore" della Noce, sarebbe stata molestata da Vincenzo Anzelmo, suocero di Calogero Ganci, il killer pentito autore di un centinaio di assassinii. Sarebbe stato lo stesso Riina ad ordinare l'omicidio che fu eseguito dai "picciotti" della stessa cosca. Giorgio Petta

 

 

 

 

Articolo dall'Unità del 28 Aprile 1983:

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