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Corleone (PA): 28 Gennaio 1995 Giuseppe Giammona, 23 anni - 25 Febbraio 1995 Giovanna Giammona e suo marito Francesco Saporito PDF Stampa

Corleone (PA): 28 Gennaio 1995 Giuseppe Giammona, 23 anni - 25 Febbraio 1995 Giovanna Giammona e suo marito Francesco Saporito

Articolo del 16 Febbraio 2010 da LiveSicilia

Niente benefici per la vittima di mafia

di Giovanni Franco (ANSA)

Si costituì parte civile contro i boss che le uccisero nel 1995 a Corleone due figli e il genero. Ma ora Caterina Somellini, 68 anni, è amareggiata. A distanza di 15 anni il ministero dell’Interno ha rigettato la sua richiesta, per ottenere i benefici previsti per i familiari delle vittime della criminalità di tipo mafioso, presentata anche nella qualità di tutrice dei suoi due nipoti, rimasti orfani. “Non me lo aspettavo, non credevo che respingessero la mia pratica”, dice. Ma il Viminale ha ritenuto che non sarebbe stata raggiunta la “prova obiettiva della sussistenza dei requisiti oggettivi per l’ottenimento dei benefici e cioé della totale estraneità della vittima e del beneficiario ad ambienti e rapporti delinquenziali”. Il figlio della Somellini, Giuseppe Giammona fu assassinato il 25 gennaio nel proprio negozio di abbigliamento, la sorella Giovanna il 28 febbraio mentre era in auto assieme al marito, Francesco Saporito. La donna protesse col proprio corpo il figlio che teneva in braccio, sul sedile anteriore. Il bambino, che allora aveva un anno e mezzo, rimase miracolosamente illeso, così come il fratellino, di quattro anni, che dormiva sul sedile posteriore. Il processo agli esecutori e ai mandanti dell’uccisione è stato celebrato tra la fine degli anni ‘90 e i primi anni del 2000, davanti alla Corte di Assise di Palermo.
Imputati erano Leoluca Bagarella, Leonardo e Vito Vitale, Giovanni Brusca considerati gli autori materiali degli omicidi e Giovanni Riina, allora incensurato, figlio del capomafia Salvatore Riina. Per i boss il sospetto era che i Giammona fossero coinvolti in un fantomatico progetto, ispirato dalle cosche perdenti, per rapire il figlio del capomafia. La Corte di Assise ha condannato tutti gli imputati e sancito che ”non emerge alcun minimo elemento che conforti l’ipotesi di legami o contatti di qualsiasi genere stabiliti tra Giuseppe Giammona e persone o comunque a gruppi o ambienti della criminalità organizzata”. Ma afferma il capo della polizia, Antonio Manganelli: “la legge impone che ci sia la prova certa che il beneficiario o la vittima richiedenti siano totalmente estranei a contesti criminali. La commissione ministeriale ha preso questa decisione perché la totale estraneità dei due Giammona alla criminalità non è stata provata”. I legali della Somellini, gli avvocati Mario Milone e Carmelo Franco, hanno anticipato che proporranno ricorso alla decisione del Ministero. “E se il caso ci rivolgeremo anche al Presidente della Repubblica perché riteniamo ingiusto questo rifiuto”. Caterina Somellini in questi anni ha scelto di stare in silenzio. E di condurre una vita ritirata. Ma ora intende farsi ascoltare: “Nessun potrà ridarmi i miei figli ma vorrei ottenere quello che mi spetta dalla legge – afferma – per aiutare e dare un futuro migliore ai miei nipoti rimasti orfani e che sono ancora minorenni”. E aggiunge: “In questi anni sono rimasta a Corleone, da dove non mi sono mai mossa. Ho continuato a vivere facendo tanti sacrifici e guardando avanti con dignità. Credo però che lo Stato debba sostenere chi lo aiuta a combattere la mafia”. A sostenere la sua domanda è stato anche l’ex sindaco di Corleone Pippo Cipriani, anche lui costituitosi parte civile per il Comune.

 

 

 

 

Articolo da La Stampa del 24 Novembre 2001

E' carcere a vita per il figlio di Riina

di Lirio Abbate

E' carcere a vita per il figlio di Riina Giovanni, 25 anni, primogenito del boss di Corleone, è colpevole di 4 omicidi. Il pm: «Non è condannato perché porta quel nome» Il giallo di un giudice popolare che prima della sentenza dà forfait

PALERMO La famiglia Riina ha atteso l'esito della sentenza della III sezione della Corte d'assise nella propria abitazione di Corleone. Ninetta Bagarella ha voluto attorno i tre figli ed il genero, Tony, fresco sposino di Concetta. Tutti si sono tenuti lontani dall'aula giudiziaria in cui veniva inflitto l'ergastolo a Giovanni Riina, 25 anni. Una condanna che pesa, un fardello pesante per lui e per l'intera famiglia del boss Totò che ha appreso la notizia nella sua cella del carcere di Ascoli. I giudici (uno dei giudici popolari della Terza sezione della Corte di Assise di Palermo ha rinunciato all'incarico all'ultimo momento ed è stato sostituito prima che la Corte entrasse in camera di consiglio) hanno riconosciuto il figlio maggiore del capomafia corleonese colpevole di quattro delitti compiuti nel '95, in particolare per quello di Antonio Di Caro, un laureato in Agraria, strangolato a mani nude dal rampollo di casa Riina che allora aveva 19 anni. Per questo «battesimo del fuoco», racconta Giovanni Brusca, «il ragazzo era gasato, non stava nella pelle per la gioia di aver ucciso» e lo zio Leoluca Bagarella «ne andava fiero». Lo ha fatto, hanno detto i pm Vittorio Teresi e Alessandra Serra (quest'ultima trasferita a Forlì) durante la requisitoria con la quale hanno chiesto la condanna all'ergastolo, per «provare agli altri boss della cosca la freddezza e la capacità di sopprimere una vita umana». «Questo non era il processo al figlio del boss - ha spiegato il pm Teresi -, Giovanni Riina non è stato condannato per il cognome che porta. Qui era imputato per omicidio e noi siamo riusciti a produrre ai giudici le prove della sua colpevolezza». Nella cella dell'aula bunker del carcere di Pagliarelli, il giovane Riina (rispetto ad alcuni anni fa ha cambiato completamente look, vestendo alla moda) ha atteso la lettura del dispositivo di sentenza passeggiando nervosamente. Quando la corte è uscita, Giovanni si è ritirato in un angolo ed è rimasto immobile fino a quando il presidente Angelo Monteleone ha dichiarato chiusa l'udienza. Lui ha fatto cenno all'avvocato di parlargli e i due hanno scambiato poche parole, poi si è sistemato in fondo alla cella dando le spalle al banco della Corte e con la testa chinata in avanti ha atteso gli agenti della polizia penitenziaria per la traduzione in carcere. I quattro figli di Totò Riina, nati tutti in clandestinità durante la latitanza del padre in una delle migliori cliniche della città, sono cresciuti nel lusso e vivendo in grandi ville di Palermo a causa della latitanza del boss durata quasi trent'anni. La loro ultima abitazione, fino al 15 gennaio 1993, giorno dell'arresto del capo di Cosa nostra, è stata una sfarzosa villa in via Bernini alla periferia di Palermo, con tanto di piscina e bagni con vasca idromassaggio. A Corleone i figli di Riina e la madre, Ninetta Bagarella, arrivano il pomeriggio del 13 gennaio di otto anni fa, subito dopo l'arresto del padre. Giovanni si fa subito notare, scorrazzando in paese con la sua moto enduro, rimanendo coinvolto anche in qualche rissa davanti a una discoteca. In breve tempo i ragazzi si creano le loro amicizie, Giovanni ha la sua comitiva di ragazzi; il fratello Salvo frequenta altri coetanei e la sorella Concetta conosce Tony, che ha poi sposato nei mesi scorsi. Il dubbio che componenti di una cosca rivale possano sequestrare qualcuno della sua famiglia, si insinua alla fine del '94 nella mente di Giovanni Riina che inizia a sospettare di alcuni compaesani, in particolare dei fratelli Giammona. Ipotesi poi smentita dagli investigatori: non vi era alcun pericolo per i Riina. La paura però per Giovanni si fa sempre più forte e per questo ne parla con lo zio Leoluca Bagarella. Il boss non perde tempo, dopo una serie di «accertamenti» individua i Giammona e decide di passare all'azione con la complicità di Giovanni Brusca (condannato a 12 anni) e Leonardo Vitale (condannato all'ergastolo). Quello che accade nel gennaio del '95 lo raccontano i pentiti. Ed è con le loro dichiarazioni che si fa luce sugli omicidi: Giuseppe Giammona muore con una scarica di proiettili nel suo negozio di abbigliamento a Corleone. Un mese dopo vengono uccisi in macchina, con fucili a pallettoni e pistole a tamburo, anche Giovanna Giammona (la sorella di Giuseppe) e suo marito Francesco Saporito, si salva il figlio di un anno, rimasto incolume e adesso parte civile attraverso la nonna, Caterina Somellini con l'avvocato Canneto Franco. La donna ha assistito alla lettura del dispositivo accanto al suo legale e con lei anche il sindaco di Corleone, Giuseppe Cipriani, che si era costituito parte civile. «Le tesi accusatorie della Procura - questo il primo commento del procuratore capo di Palenno, Piero Grasso - sono state accolte dai giudici».

 

 

 

 

Articolo del 30 Aprile 2011  da  corleoneinforma.blogspot.com

Risarcimento al Comune di Corleone per il danno all'immagine arrecato dalla mafia

I boss Leoluca Biagio Bagarella ed Enzo Salvatore Brusca fratello di Giovanni, dovranno risarcire il comune di Corleone con 300mila euro per il danno all’immagine subito in relazione: agli omicidi di: Giuseppe Giammona avvenuto in città il 28.01.1995 ed a quello dei coniugi Anna Giammona e Francesco Saporito avvenuti il 25 febbraio dello stesso anno. Anna Giammona, sorella di Giuseppe, al momento del suo assassinio teneva in braccio il figlioletto Antonino Saporito che allora aveva solo un anno e mezzo. Il piccolo rimase miracolosamente illeso perché protetto dall’abbraccio della madre. Il comune di Corleone, è stato assistito dall’avvocato Carmelo Franco: “Questo provvedimento completa un importante percorso iniziato con Pippo Cipriani, che per la prima volta ha ritenuto di costituirsi parte civile in un processo per omicidi di mafia, impegno continuato dal sindaco Nino Iannazzo - dice l’avvocato Carmelo Franco – Una scelta storica che oggi sancisce: che gli enti locali hanno diritto ad un risarcimento dei danni subiti a seguito di delitti di mafia avvenuti sui loro territori”. I due boss sono stati condannati anche al pagamento delle spese legali per complessivi 6.103 euro. Il dispositivo della sentenza, porta la firma del giudice monocratico di Corleone dottor Francesco Antonino Cancilla del Tribunale di Termini Imerese ed è stata notificata ai tutori dei due boss. Come si ricorderà le indagini su quegli omicidi mafiosi del 1995, furono condotte anche con l’ausilio di alcuni collaboratori di giustizia e portarono al rinvio a giudizio di Leoluca Bagarella e di Enzo Salvatore Brusca. Il comune di Corleone con il sindaco del tempo Pippo Cipriani si costituì parte civile. “ Allora – ricorda Cipriani – la città visse un momento di terrore. Il capo della Polizia Ferdinando Masone ci telefonò per incoraggiarci ed il prefetto Achille Serra convocò a Corleone il comitato per l’ordine e la sicurezza. Il procuratore Giancarlo Caselli in quella occasione garantì ogni sforzo possibile per assicurare alla giustizia gli autori degli omicidi. Sarebbe bello concedere a queste personalità - conclude Cipriani- un riconoscimento per il loro impegno a fianco della città”. Brusca e Bagarella furono condannati all’ergastolo in tutti e tre i gradi di giudizio. Al comune di Corleone fu riconosciuta una provvisionale di 150 milioni (77.468,53 euro). Nella vicenda, si legge nella sentenza (…gli efferati crimini commessi dai mafiosi corleonesi, ampiamente divulgati dai mezzi di comunicazione, hanno leso gravemente la reputazione della città di Corleone nell’opinione pubblica nazionale ed internazionale, violando l’identità della città, finendo per creare un clima di pesante intimidazione mafiosa e di paura…. .., che ha reso la cittadina poco attrattiva per qualsiasi investimento idoneo alla crescita economica e sociale della città, vista come luogo emblematico del dominio esercitato dalla criminalità organizzata”, “ La sentenza ha un doppio valore morale e giuridico - ha dichiarato il sindaco Nino Iannazzo – in quanto ha riconosciuto la sofferenza della nostra comunità nel vivere con la criminalità mafiosa organizzata, riconoscendo un risarcimento economico per ripagare la violazione dell’ordinata vita civile dei corleonesi. “ Ciò ripaga” questa comunità che , anche quando i riflettori si sono spenti, ha continuato a percorrere la strada del cambiamento e della legalità. Peccato che questo risarcimento economico oggi è vanificato dalla nuova disciplina del fondo di solidarietà cui gli enti pubblici non possono accedere”.


 

 

Articolo del Corriere del Mezzogiorno del 24 febbraio 2012

La mafia le uccise figli e genero nel 1995, Napolitano la riconosce vittima di mafia

di Simona Licandro

Lo status le era stato negato dal ministero dell'Interno nel 2010, ora otterrà i benefici previsti dalla legge

PALERMO - La mafia le ha ucciso i figli e il genero nel 1995 a Corleone. Uno dei nipotini si salvò per miracolo dall'agguato perché la madre lo coprì con il suo corpo proteggendolo dalle pallottole. A Caterina Somellini, madre delle vittime e nonna di due bambini rimasti orfani, è stato riconosciuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo status di vittima di mafia che le era stato negato dal ministero dell’Interno nel 2010. Caterina Somellini, assistita dagli avvocati Carmelo Franco e Mario Milione, ha vinto la sua battaglia. Dopo essersi costituita parte civile nel processo, la donna, che ha presentato il ricorso anche nella qualità di tutrice dei propri nipoti, otterrà i benefici previsti per le vittime della criminalità di tipo mafioso.

«Potevamo fare ricorso al Tar – ha spiegato l’avvocato Carmelo Franco - oppure rivolgerci a presidente della Repubblica. Abbiamo scelto questa seconda strada ed è stata fatta giustizia. Adesso il provvedimento è irrevocabile». Il figlio di Caterina Somellini, Giuseppe Giammona fu assassinato il 25 gennaio nel proprio negozio di abbigliamento, la sorella Giovanna il 28 febbraio mentre era in auto assieme al marito, Francesco Saporito. La donna protesse col proprio corpo il figlio che teneva in braccio, sul sedile anteriore. Il bambino, che allora aveva un anno e mezzo, rimase miracolosamente illeso, così come il fratellino di quattro anni che dormiva sul sedile posteriore. Il processo agli esecutori e ai mandanti dell'uccisione è stato celebrato tra la fine degli anni '90 e i primi anni del 2000, davanti alla Corte di Assise di Palermo. Imputati erano Leoluca Bagarella, Leonardo e Vito Vitale, Giovanni Brusca considerati gli autori materiali degli omicidi e Giovanni Riina, allora incensurato, figlio del capomafia Salvatore Riina. Per i boss il sospetto era che i Giammona fossero coinvolti in un fantomatico progetto, ispirato dalle cosche perdenti, per rapire il figlio del capomafia. La Corte di Assise ha condannato tutti gli imputati e sancito che «non emerge alcun minimo elemento che conforti l'ipotesi di legami o contatti di qualsiasi genere stabiliti tra Giuseppe Giammona e persone o comunque a gruppi o ambienti della criminalità organizzata».

 

Altre fonti:

http://archiviostorico.corriere.it/1995/dicembre/07/Volevano_rapire_Gianni_Riina_uccisi_co_0_9512079485.shtml

http://archiviostorico.corriere.it/2001/novembre/09/sentenza_processo_Giovanni_Riina_figlio_co_0_0111096881.shtml

http://www.repubblica.it/online/cronaca/riinadue/figlio/figlio.html

 

Fonte:  corleonedialogos.it

Corleone: Il Capo dello Stato riconosce che Giuseppe, Giovanna e Francesco sono vittime innocenti di mafia.

di Giuseppe Crapisi

Venerdì 24 Febbraio 2012

Era il 28 Gennaio del 1995 in una Corleone che stava vivendo la sua primavera contro la mafia del dopo stragi un omicidio riscaldò quel freddo pomeriggio. Infatti, nel suo negozio di Via Bentivegna venne freddato il giovane Giuseppe Giammona che era con la sua fidanzata. Ricordo ancora che quella sera mi recai in quel luogo per piangere quell'amico conosciuto nella Banda Musicale di Corleone, ero incredule e con il sangue gelato.

Quella è stata la prima volta che ho toccato con mano cosa fosse la mafia, quella mafia che strappa l'essenza ad un giovane che era pieno di vita. Non lo potrò mai dimenticare. Quello fu proprio un omicidio di mafia come lo è stato quello che vide la morte, circa un mese dopo, della sorella Giovanna Giammona e del cognato Francesco Saporito. Nella macchina con loro c'erano i loro due figli che rimasero fortunatamente illesi. Per l'omicidio furono condannati, tra gli altri, Brusca e Gianni Riina, figlio maggiore di Totò.

Il Comune di Corleone e la signora Caterina Somellini, mamma di Giuseppe e Giovanna Giammona, si costituirono parte civile. La signora, tutrice dei nipotini rimasti senza genitori, chiese il riconoscimento di vittime innocenti di mafia. Tale riconoscimento un anno fa non arrivò, infatti per il ministero dell'interno non c'era la prova oggettiva della sussistenza dei requisiti. La signora Somellini già durante il processo dichiarò al Corriere della Sera che: "Non abbiamo mai avuto contatti con la mafia... ma non mi fido di voi giornalisti, non so come stanno le cose. Credo nella giustizia divina, in Gesu', che sa cosa deve fare...".I legali e i familiari non si sono dati per vinti ed hanno fatto ricorso al Capo dello Stato. Finalmente ad un anno di distanza il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha riconosciuto loro lo status di vittima della mafia. Il Sindaco di allora Pippo Cipriani ha affermato che "allora quegli omicidi scossero la Città, ma per la prima volta i familiari si sono costituiti parti civile nel processo per ottenere il riconoscimento di vittime innocenti di mafia. Questo di oggi è un fatto importante per la memoria collettiva, specie perché è un riconoscimento del Capo dello Stato". L'attuale Sindaco di Corleone Antonino Iannazzo ha continuato dicendo che questo "è l'ultimo tassello mancante per la definizione processuale di questa bruttissima vicenda. Oltre al risarcimento economico finalmente c'è il riconoscimento di status giuridico di vittime innocenti di mafia. Ciò mette la parola fine al calvario dei giovani Saporito e della famiglia Giammona, i quali anche se non riavranno l'affetto dei loro cari hanno la dimostrazione che lo Stato è presente e che vuole garantire loro giustizia. Assisteremo, come Comune di Corleone, la famiglia per l'accesso ai benefici previsti da tale riconoscimento.". Un'altra bella pagina è stata scritta per la Città di Corleone e credo che dovremo fare il possibile affinché il 17 Marzo per la giornata della Memoria e dell'impegno, che si terrà a Genova, siano ricordati anche Francesco Saporito e Giuseppe e Giovanna Giammona.

 

 

 

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