VittimeMafia.it

1 Aprile 1948 Camporeale (PA). Ucciso Calogero Cangelosi, 42 anni, segretario della CGIL PDF Stampa


Articolo di LA SICILIA del 30 Marzo 2008

Il sindacalista che sfidò la mafia

di Dino Paternostro

La sera dell’1 aprile 1948 la piazza del paese pullulava di contadini che discutevano animatamente. Calogero Cangelosi, 42 anni,
segretario della Cgil, venne «freddato» vicino casa con decine di colpi alla testa e al petto.

Era la sera del 1° aprile 1948. Non faceva più freddo e la piazza di Camporeale pullulava di contadini, che discutevano animatamente tra loro. In quei giorni, l’argomento era sempre lo stesso: le elezioni politiche del 18 aprile e la «lezione» che la povera gente avrebbe potuto dare a "lorsignori", i padroni del feudo. Anche alla Camera del lavoro quella sera si era tanto parlato di questo, insieme alle lotte da organizzare per l’applicazione dei decreti Gullo sulla divisione del grano a 60 e 40 e sulla concessione alle cooperative contadine delle terre incolte e malcoltivate degli agrari.Poi, Calogero Cangelosi, quarantunenne segretario della Cgil, guardò l’orologio, si accorse che si era fatto tardi e salutò i presenti per tornare a casa. «Calogero, aspetta che ti accompagniamo noi», gli dissero Vito Di Salvo, Vincenzo Liotta, Giacomo Calandra e Calogero Natoli. Il loro non fu un gesto di cortesia, ma un modo per proteggere il dirigente sindacale, che era nel mirino della mafia. L’offerta di una «scorta», insomma. Tutti e cinque uscirono dalla sede della Camera del lavoro, che si trovava in piazza, e si avviarono verso via Perosi, dove Cangelosi abitava con la moglie, Francesca Serafino di 35 anni, e i suoi quattro figli: Francesca di 11 anni, Giuseppe di 5, Michela di 3 e Vita di appena 2 mesi. Erano quasi arrivati, quando dalla parte alta di via Minghetti, che faceva angolo con via Perosi, si udì un crepitare di mitra. Decine di colpi, sparati in rapida successione e ad altezza d’uomo, si abbatterono sull’intero gruppo. Colpito alla testa e al petto, Cangelosi cadde per terra, spirando all’istante. Anche Liotta e Di Salvo furono colpiti e feriti gravemente. Miracolosamente illesi rimasero, invece, Calandra e Natoli. Erano le 22.30. Il rumore degli spari attirò tanta gente. Qualcuno capì quello che era accaduto ed andò di corsa a chiamare i cognati del sindacalista ucciso e i parenti  dei due feriti. Questi ultimi furono trasportati all’ospedale, mentre Cangelosi fu portato nella casa del suocero. La moglie Francesca stava allattando la piccola Vita, seduta su una seggiola, quando arrivò un fratello a chiamarla. Immediatamente lasciò la neonata ad una vicina di casa e corse a casa del padre. Calogero era stato sdraiato sul letto, col corpo crivellato dai proiettili. Urla, scene di disperazione. Poi arrivarono i carabinieri, fecero le domande di rito e raccomandarono di non toccare il cadavere fino all’arrivo del magistrato per la perizia. Allora Camporeale faceva ancora parte della provincia di Trapani e passarono ben quattro giorni prima che un giudice del capoluogo si degnasse di mettere piede in paese. «Nel mentre mio marito era gonfiato tutto, fino a diventare irriconoscibile », avrebbe poi raccontato la moglie. Finalmente si poterono svolgere i funerali, a cui parteciparono tutti i contadini del paese e dei comuni del circondario. In mezzo a loro e accanto ai familiari di Cangelosi c’era anche il segretario nazionale del Partito Socialista, Pietro Nenni, venuto ad onorare il suo compagno di partito, 36esimo sindacalista assassinato dalla mafia in quegli anni del secondo dopoguerra. Il 35esimo era stato Placido Rizzotto a Corleone (10 marzo) e il 34° Epifanio Li Puma a Petralia Sottana (2 marzo). Disperazione e rabbia si toccavano con mano. Erano palpabili. «La sera del 16 aprile ’48 - racconta Nicola Cipolla, uno dei capi contadini siciliani di quel periodo - al comizio di chiusura della campagna elettorale, i mafiosi scomparvero tutti dalla piazza per paura dei contadini». Ed accadde un «miracolo»: il 18 aprile il «Fronte Democratico Popolare», composto dal Psi e dal Pci, fu sconfitto in tutta la Sicilia, ma non a Camporeale, dove ottenne ancora più voti delle regionali del ’47.
Fu l’ultimo regalo di Calogero Cangelosi ai suoi contadini. Per quell’omicidio, la giustizia «ingiusta» di allora non riuscì nemmeno ad imbastire un processo. Nonostante tutti sapessero che a dare l’ordine di morte era stato il proprietario terriero "don" Serafino Sciortino, mentre a sparare ci avevano pensato il capomafia Vanni Sacco e i suoi «picciotti», si procedette contro «ignoti», che tali rimasero per sempre. Poi sulla vicenda cadde il silenzio.

 

 

Articolo di LA SICILIA del 15 Aprile 2007

«Non perdono gli assassini»

di Dino Paternostro

Francesca Serafino, 94 anni, ricorda nei dettagli l’uccisione del marito, il segretario della Camera del Lavoro di Camporeale, Calogero Cangelosi, il 1° aprile del 1948. Conserva ancora per ricordo la cravatta crivellata dai buchi dei proiettili.

«Il sangue di mio marito, le ferite, guarda quanti buchi! Quando è morto gli cambiavamo le camice e lui buttava sempre sangue… le ferite le baciavamo tutte io e mia suocera, il sangue usciva, usciva, passava a fiumi il sangue… Questa cravatta la portava il giorno che morì: guarda quanti buchi! Uno, due, tre, quattro, cinque!». Ha rievocato così Francesca Serafino le ore drammatiche, immediatamente successive alla morte del marito, Calogero Cangelosi, segretario della Camera del lavoro di Camporeale, che la feroce mafia del feudo assassinò la sera del 1° aprile 1948. Era il 24 maggio 2003, quando Gabriella Ebano l’ha intervistata a Grosseto, in Toscana, dove ormai vive da anni con i figli e i nipoti. Allora aveva 90 anni. Oggi di anni ne ha 94, ma è ancora molto lucida e determinata. Non ha mai dimenticato quei momenti, non ha mai dimenticato il suo Calogero, con cui si era sposata il 19 settembre del ’35. Non ha dimenticato che tennero in casa il corpo del marito morto per ben quattro giorni, fino a quando il magistrato non si decise a recarsi da Trapani a Camporeale il sopralluogo di rito. E non riesce a dimenticare che il parroco del paese non voleva nemmeno autorizzare la celebrazione dei funerali in chiesa. «Ma mio marito era socialista, non era comunista!», dovette dirgli Francesca per convincerlo. Conserva ancora la sua cravatta piena dei buchi dei proiettili. E non è disposta a perdonare. «Come si può perdonare… forse il Signore può perdonare», ha detto alla scrittrice, che ha inserito l’intervista nel volume «Felicia e le sue sorelle»  (Ediesse, Roma, 2005). Ma attingiamo ancora ad altri "fotogrammi" dei ricordi di Francesca. «Legge non ne hanno fatta.
Il processo per mio marito non l’hanno fatto! Io sono andata al mio paese, dalla legge, e ci ho detto così: "A mio marito lo hanno ucciso e io voglio giustizia!". Mi rispose il maresciallo: "Signora, se ne vada a casa, a noi non si comanda! Comanda la mafia! A chi ha ucciso suo marito gli hanno dato quattro tumuli di frumento». Quattro tumuli di frumento per ammazzare una persona! Allora io, non contenta, con i miei fratelli… andai ad Alcamo a ripetere la stessa cosa: "Voglio la legge, che a mio marito l’hanno ucciso!". La stessa cosa che a Camporeale: "Signora, a noi si comanda. Comandano loro, la mafia! Suo marito l’hanno ucciso per quattro tumuli di frumento". Come mi dissero al mio paese, mi dissero ad Alcamo». Non c’era legge e non c’era giustizia, allora, nei paesi del feudo, dominati dagli agrari e dalla mafia. E nessuno pagò per il delitto Cangelosi. Né il capomafia di Camporeale, Vanni Sacco, né il grosso proprietario terriero don Serafino Sciortino, di cui Cangelosi era mezzadro. «Un giorno – ha raccontato ancora a Gabriella Ebano – lo chiama uno - io ero davanti la porta, seduta al sole con mio marito - e gli dice: "Calogero, ti vuole parlare don Serafino, ma non passare nella strada principale, vieni dalla campagna». Ed io ho detto a mio marito: "Ma che cosa vuole questo?". Io allattavo la bambina piccola, che aveva tre mesi. Mio marito avvisò tutti i compagni del Partito socialista, della sezione. (Forza Signore, forza per raccontare…) Mio marito tardava e i compagni stavano in pensiero. Allora tutti armati di scopette [fucili] andarono in questa casa di campagna a cercare mio marito e arrivati bussarono: "Noi vogliamo Cangelosi!". E quelli risposero che Cangelosi non c’era. "Non c’è? Chissà cosa succederà!?". E mentre i compagni aspettavano, lì, sotto il portone, dentro le stanze c’erano i mafiosi... "Se tu ti levi dal partito ti mandiamo in America, l’America Argentina, o se vuoi ti facciamo la cavalla, se tu abbandoni la politica". Ma mio marito rinunciò a questa offerta… Erano tutti dentro le stanze, i mafiosi, e chiamarono don Serafino. Mio marito me lo raccontò dopo. Intanto i compagni della sezione lo aspettavano. "Mandate Cangelosi, altrimenti succederanno cose brutte stasera!". Il proprietario di questo appartamento fece uscire la moglie. Chissà che
dovevano fare! Ma quando lui capì, fece chiamare la moglie che era da una parente e fecero andare fuori mio marito, nella campagna. Ma se non usciva, avevano pronta una macchina per portarlo via come Rizzotto…». «Questo è avvenuto quattro giorni prima che l’uccidessero», ricorda Francesca.

 

 

 

Articolo del 21 Marzo 2012 da casarrubea.wordpress.com

La doppia morte di Calogero Cangelosi

di Giuseppe Casarrubea

Oggi mi fanno ridere quelli che fanno antimafia. Pubblicando un libro al mese, preparando fiction o mostre di pittura o, semplicemente, facendo retorica politica,  allestendo incontri, dibattiti e manifestazioni varie. Certo, per niente e niente è meglio che ci siano tutte queste belle iniziative, ma non è detto che creino coscienza, come potrebbe, invece, avvenire con un lavoro ben fatto a scuola.  A tutta questa massa di gente darei in mano una pala e un pico per spalare la polvere che si è sedimentata sotto i loro piedi e per togliere le incrostazioni cementatesi sulla loro coscienza, nella loro percezione deformata, nella presunzione tronfia di chi predica bene e poi magari razzola male. O, predica soltanto. Il che è quanto ci basta e ci soverchia.

Se penso all’antimafia, cuore e mente vanno ai pionieri che sapevano solo di rimetterci le penne, che si battevano per la gente comune, che avevano il nemico dietro l’angolo, a portata di fucile, di coltelli, di pistole, di bombe. Sindacalisti e uomini di Stato, come La Torre, Falcone e Borsellino, che ci rimettevano sempre di tasca propria, pelle compresa. Che tiravano dritto armati solo dei loro ideali. Come fu Calogero Cangelosi, sindacalista di Camporeale, ammazzato il 1° aprile 1948 da Vanni Sacco che non gradiva che nel suo paese qualcuno se la pigliasse contro i latifondisti e si battesse per portare un paese sperduto ai confini del mondo allo stesso livello dei paesi civili dell’Italia. Applicando le leggi di riforma agraria, lottando perché i contadini poveri avessero riconosciuto il diritto a un’equa ripartizione dei prodotti agricoli, o perché l’intera comunità di quel paese dimenticato da Dio fosse finalmente condotta sotto le regole della legge dello Stato e non della mafia.

La sera del 1° aprile di quell’anno, Calogero usciva dalla Camera del Lavoro dopo una giornata di fatiche e di impegno per la stipula di nuovi contratti di mezzadria. Si era già in piena campagna elettorale e ai signorotti locali non piaceva che quell’uomo deciso, se ne tornasse a casa indisturbato. Dava troppo fastidio e questo, come era accaduto a Epifanio Li Puma il precedente 2 marzo e a Placido Rizzotto, il 10 marzo successivo, non poteva essere perdonato.

I killer di Sacco lo aspettarono per il suo rientro e, quando lo videro, gli scaricarono addosso le loro armi.

Si chiudeva, così, con l’uccisione di questi tre sindacalisti socialisti, la reazione armata contro le punte più in vista del movimento contadino nella Sicilia occidentale. L’ala che non aveva aderito alla scissione, avvenuta nel gennaio dell’anno precedente, di Palazzo Barberini, ma che era stata fedele al Blocco del Popolo che, in Sicilia aveva vinto le elezioni regionali del 20 aprile 1947.

E come non ricordare, assieme a Calogero, sua moglie Francesca Serafino? Fino ad alcuni anni fa mi telefonava di tanto in tanto. Il suo grande desiderio era di tornare in Sicilia e di essere seppellita accanto alla tomba del suo Calogero. Lei, donna indifesa, 94 anni,  dopo oltre sessant’anni da quando era stata costretta ad abbandonare la Sicilia, aveva solo questo desiderio. Era dovuta emigrare a Grosseto con i suoi quattro figli ancora piccoli, ma nessuno era riuscito a togliere dalla sua testa le scene di morte della sua Camporeale. Con i suoi vestiti a lutto le conservava ancora come cimeli di una lacerazione sempre viva, senza rimedio come un male incurabile. La cravatta di suo marito crivellata di colpi di arma da fuoco. La camicia sporca di sangue. Il nero del lutto che da allora l’aveva uccisa, dentro e fuori, assieme al suo Calogero. Un lutto reso ancora più pesante dall’ignoramento costante e maligno dello Stato che ancora non ha profferito una sola parola su un processo mai istruito, su un atto dovuto da sempre rifiutato. Imperdonabili gli assassini, imperdonabile questo Stato.

 

 

 

 

 

Share/Save/Bookmark
 

Menu

Sei  : Home Vittime 1 Aprile 1948 Camporeale (PA). Ucciso Calogero Cangelosi, 42 anni, segretario della CGIL