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24 Marzo 1966 Tusa (ME) uccisione di Carmelo Battaglia, assessore comunale socialista PDF Stampa

Fonte: C.tro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato"

Carmelo Battaglia
Tusa (Messina) 24 Marzo 1966
Assessore comunale socialista, faceva parte della cooperativa di pascolo "Risveglio alesino".
Nella zona era in atto una "guerra dei pascoli" con molte vittime tra i pastori e abigeatari.
Battaglia con la sua cooperativa era riuscito ad acquistare un feudo e si batteva contro i mafiosi della zona.
Il delitto è rimasto impunito.

 



Tratto da:  terrelibere.org

"Storia del movimento antimafia siciliano - dai Fasci siciliani all'omicidio di Carmelo Battaglia" di Gabriella Scolaro

"Carmelo Battaglia era stato uno dei soci fondatori della cooperativa di Tusa, nata nel 1945 per la concessione delle terre incolte. Nel 1965,i contadini e coltivatori soci di questa cooperativa, insieme a quelli soci della cooperativa di Castel di Lucio, erano riusciti ad acquistare, dalla baronessa Lipari, il feudo Foieri, di 270 ettari. Subito dopo l'immissione nel possesso del fondo, sorsero forti contrasti con il gabelloto comm. Giuseppe Russo - ex vice-sindaco DC di Sant'Agata di Militello - e con il sovrastante Biagio Amata, che avevano avuto in gestione il feudo fino ad allora. Costoro pretesero dai nuovi proprietari la cessione di una parte dell'ex-feudo, per farvi svernare i propri armenti. Fu proprio nei forti contrasti che sorsero tra la cooperativa e questi due personaggi che maturò, quasi sicuramente, il delitto Battaglia.

L'assessore socialista - che aveva difeso con fermezza i diritti dei contadini - fu ucciso all'alba del 24 marzo, proprio mentre si recava sul feudo Foieri. Gli assassini non si limitarono a sparargli addosso. Vollero che il messaggio mafioso di quella esecuzione fosse chiaro a tutti. Così, sistemarono il cadavere in posizione accovacciata, con le mani dietro la schiena e la faccia appoggiata su di una grossa pietra. Il giornalista Felice Chilanti scrisse:

"uno ha sparato, altri hanno compiuto la bieca operazione mafiosa di chinare, in atto di sottomissione, un uomo che in vita non si era arreso (in M. Ovazza, 1993, p. 19)."


Articolo dell'Unità del 25.03.1966

Un assessore socialista ucciso a colpi di lupara

di Giorgio Frasca Polara

Il compagno Carmine Battaglia stava recandosi al lavoro quando è stato assassinato - Inconfondibile firma della mafia - Politici i moventi del delitto - La vittima al centro di aspre lotte contadine nel comune amministrato dalle sinistre

Palermo, 24

Un nuovo crimine è stato confermato in Sicilia: il comp. Carmine Battaglia di 43 anni, assessore socialista a Tusa - un piccolo comune di montagna in provincia di Messina, amministrato dalle forze di sinistra - è stato assassinato all'alba di oggi con due colpi di fucile calibro 12 caricato a lupara mentre si recava al lavoro nei campi. Gli assassini non sono stati ancora identificati: tuttavia il delitto è maturato in un clima di tante e tali intimidazioni anticontadine, passate e recenti, da recare ben chiara la firma della mafia che, giusto nella zona di Tusa (e cioè al di fuori della sua tradizionale area di influenza) ha forti radici e consistenti interessi.

Il delitto è stato compiuto poco dopo le 4 del mattino in contrada Santa Caterina, a tre chilometri e mezzo dal paese, Carmine Battaglia stava percorrendo una impervia "trazzera" quando sono partite due fucilate che lo hanno raggiunto in pieno petto.  Il cadavere martoriato dalla rosa dei micidiali pallettoni della lupara, è stato scoperto soltanto quattro ore più tardi da un gruppo di contadini che percorreva la stessa strada. Da Tusa sono accorsi i carabinieri della locale stazione: identificato l'ucciso nell'assessore Battaglia, i militi hanno trasmesso un preoccupato allarme alla tenenza di Santo Stefano Camastra e poi alla legione di Messina da dove è giunto nella tarda mattinata il colonnello De Franco che ha assunto il comando delle indagini. Per tutta la mattinata, però, si è invano atteso che le indagini imboccassero una pista precisa, ed in particolare quella del movente politico, che viene indicata come la più consistente da tutta l'opinione pubblica e che stasera viene ripresa persino dalla insospettabile stampa di destra.

Ed è proprio questa sconcertante cautela "ufficiale" - che non solo in questo, ma in decine di crimini di analoga natura che sono costati al movimento contadino siciliano uno spaventoso tributo di sangue - che ha regalato sempre agli assassini un buon margine di vantaggio, talora addirittura la sicurezza dell'impunità. Eppure, come si è detto, il nuovo crimine è maturato in un clima che non può lasciare adito a dubbi di sorta.

A Tusa - un paesino nascosto tra i monti Nebrodi, a mille metri di altezza, economia silvo-pastorale poverissima, poco più di cinquemila anime - la maggioranza degli elettori con le amministrative dell'inverno '64, aveva sottratto il comnune alla DC e alle destre, affidandone la gestione a uno schieramento unitario che comprendeva i comunisti (tre assessori), i socialisti (due assessori) e i democristiani dissidenti di sinistra (il sindaco e un assessore.

Sull'onda di questo successo - che aveva spezzato una lunga e soffocante ipoteca delle forze conservatrici della zona - era nato e si era sviluppato a Tusa un movimento organizzato dei contadini che aveva portato, l'anno scorso, alla costituzione di una cooperativa democratica. Questa cooperativa - di cui era dirigente, con altri, il compagno Battaglia -  aveva condotto insieme a una consorella del vicino centro di Castewl di Lucio una forte iniziativa che aveva portato a un primo e consistente successo: l'assunzione in gestione diretta del feudo Foieri, 270 ettari di terra, adatto alle trasformazioni progettate dagli 80 cooperatori.

Il passaggio della terra ai contadini aveva provocato una serie di gravi scontri tra i partecipanti alle due cooperative e il gabbellotto della feudataria, baronessa Lipari: di tali intimidazioni le cooperative avevano interessato, denunciandole energicamente, polizia e carabinieri. Ma nessuno intervenne, sicché i mafiosi avevano potuto portare avanti, indisturbati, l'offensiva anticontadina, non esitando tre mesi fa a organizzare persino una sparatoria che aveva il preciso senso di un "avvertimento".

Se questa vicenda della cooperativa non bastasse, il compagno Battaglia giocava un ruolo diretto, personale, in affari pubblici che potevano interessare la mafia.

Come assessore al Patrimonio, egli aveva infatti una specifica competenza nell'attuale taglio di bosco, nelle selve del demanio comunale, un settore di tradizionale forte interesse per l'intermediazione parassitaria. Risulta che il compagno Battaglia stesse proprio per indire la tradizionale gara di appalto per il taglio.

C'è quanto basta, insomma, per comprendere da che parte sia potuta venire, all'alba, la scarica che ha ucciso ancora una amministratore popolare siciliano. Che dunque proprio questa direzione debbano orientarsi subito le indagini, lo sostine questa sera, a Palermo, persino un foglio di estrema destra che, pressato dalla evidenza dei fatti è costretto ad ammettere a tutte lettere che, la spartizione di feudi e di proprietà comunali turba un equilibrio istaurato da anni e da gabellotti e "personaggi autorevoli" provocando il loro risentimento per il fatto che vengano meno illeciti introiti.

Il clima, insomma, è lo stesso che la coscineza contadina siciliana conosce molto bene ormai da venti anni: quello stesso clima che segnò la morte del compagno Placido Rizzotto a Corleone, del compagno Accursio Miraglia a Sciacca, del compagno Paolono Bongiorno, del compagno Salvatore Carnevale a Sciara, e degli altri 60 dirigenti popolari capolega e contadini trucidati dalla mafia nel dopoguerra. Un clima che, purtroppo, e malgrado la Commissione parlamentare antimafia e le talora vistose operazioni di polizia, non è stato diradato.

A Tusa, frattanto, sono giunti numerosi dirigenti provinciali del partito socialista, del partito comunista, del movimento cooperativo, della CGIL e dell'Alleanza per testimoniare, con la loro presenza, della decisa volontà di non tollerare una ennesima archiviazione per delitto "ad opera di ignoti".

 

Articolo da La Sicilia del 27.11.2007


Una "strage" lunga 22 anni

di Dino Paternostro

Dal dopoguerra a metà degli Anni 60 fu una vera e propria «mattanza» di dirigenti del movimento contadino. Uno degli ultimi omicidi fu quello dell’assessore socialista Carmelo Battaglia, ucciso a Tusa il 24 marzo del 1966

Dalla metà degli anni ’40 fino alla metà degli anni ’60, furono consumati in Sicilia una serie di delitti in sequenza ai danni del movimento contadino e dei suoi dirigenti. Delitti "firmati" dalla mafia, dagli agrari e da certa politica complice, guardati benevolmente (e qualche volta incoraggiati) da servizi segreti stranieri.
La gran parte di questi delitti ebbe come «teatro» le zone del feudo della provincia di Palermo: il Corleonese, il Partinicese e le Madonie. Si consumò a Portella della Ginestra (tra Piana e S. Giuseppe) la strage del 1° Maggio ’47; Epifanio Li Puma fu assassinato a Patralia il 2 marzo, Placido Rizzotto a Corleone il 10 marzo e Calogero Cangelosi a Camporeale il 1° aprile di quel terribile 1948.
Una «lunga strage», durata oltre vent’anni, il cui ultimo capitolo fu scritto il 24 marzo 1966, a Tusa (Messina), dove venne assassinato Carmelo Battaglia, dirigente sindacale e assessore al patrimonio della giunta di sinistra che amministrava il comune. L’omicidio Battaglia, che avvenne a tre anni dall’insediamento della Commissione parlamentare antimafia, svelò l’esistenza di organizzazioni mafiose anche in una zona ritenuta, fino ad allora, immune da questa forma di criminalità organizzata: la provincia "babba" di Messina. Ma era davvero tale quel lembo occidentale della provincia, confinante con le province di Palermo ed Enna, e comprendente buona parte della catena dei Nebrodi?
Se si tiene conto che già da tempo si erano verificati gravi fenomeni delittuosi tipici delle zone di mafia, quali estorsioni, abigeati, danneggiamenti ed attentati, bisognerebbe dire di no. «Negli ultimi dieci anni (1956-66), si erano registrati ben 12 omicidi, tutti consumati in un territorio compreso tra i comuni di Mistretta, Tusa, Pettineo e Castel di Lucio, che fu soprannominato il "triangolo della morte". Dietro questi delitti vi era la "mafia dei pascoli" e le lotte scatenate al suo interno per il controllo dell’economia allevatoria dei Nebrodi. E l’assassinio di Carmelo Battaglia, rappresentò, quindi, il 13° anello di una lunga catena di sangue. Ma, a differenza delle altre vittime, il sindacalista era stato assassinato perché si era apertamente, e legalmente, ribellato all’ordine costituito, promuovendo, nel suo paese, un movimento organizzato di contadini e pastori», scrive Gabriella Scolaro (Il movimento antimafia siciliano dai Fasci dei lavoratori all’omicidio di Carmelo Battaglia, Ed. terrelibere.org, Aprile 2007).
Carmelo Battaglia era stato tra i soci fondatori della cooperativa agricola «Risveglio Alesino» di Tusa, costituita nel 1945 per partecipare alle lotte per la terra. Nel 1965, i soci di questa cooperativa e quelli della cooperativa «S. Placido » di Castel di Lucio acquistarono il feudo «Foieri» della baronessa Lipari, esteso 270 ettari. Si dovettero scontrare, però, con il gabelloto Giuseppe Russo, ex vice-sindaco Dc di Sant’Agata di Militello, e col suo sovrastante Biagio Amata, che da tempo gestivano quel feudo e non volevano rassegnarsi all’idea di doverlo lasciare. Pretesero, quindi, che ne fosse ceduta a loro almeno una parte per farvi pascolare i propri animali. «Fu proprio nei forti contrasti che sorsero tra la cooperativa "Risveglio Alesino" e questi due personaggi che maturò, quasi sicuramente, il delitto Battaglia», spiega Scolaro. L’assessore socialista - che aveva difeso con fermezza i diritti dei contadini - fu ucciso all’alba del 24 marzo, proprio mentre si recava sul feudo «Foieri». «Gli assassini – racconta ancora Scolaro – non si limitarono a sparargli addosso. Vollero che il messaggio mafioso di quella esecuzione fosse chiaro a tutti. Così, sistemarono il cadavere in posizione accovacciata, con le mani dietro la schiena e la faccia appoggiata su di una grossa pietra». «Uno ha sparato, altri hanno compiuto la bieca operazione mafiosa di far chinare, in atto di sottomissione, un uomo che in vita non si era arreso», scrisse il giornalista Felice Chilanti sul giornale «L’Ora» di Palermo del 25 marzo 1965. «Il delitto – secondo Mario Ovazza – ha chiaro il segno dell’odio secolare contro chi è fermo nel perseguimento di pertinaci obiettivi di giustizia e di rigenerazione sociale; della sanguinaria imprecazione contro colui che partecipa più attivamente alla rivolta organizzata dalle masse contro lo sfruttamento e il privilegio…».

 

 

 

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