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16 Maggio 1911 Santo Stefano Quisquina (AG). Uccisione di Lorenzo Panepinto, insegnante, dirigente del movimento contadino e del Partito socialista. Ucciso dalla mafia per la sua attività politica contro lo sfruttamento dei braccianti e dei contadini. PDF Stampa

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Foto da: xoomer.virgilio.it

Fonte: it.wikipedia.org

Lorenzo Panepinto (Santo Stefano Quisquina, 4 gennaio 1865 – Santo Stefano Quisquina, 16 maggio 1911) è stato un insegnante e politico italiano. Fu il fondatore del Fascio siciliano di Santo Stefano Quisquina (AG), direttore del giornale La Plebe e membro del Comitato della Federazione Regionale Socialista.


Biografia
Nato a Santo Stefano Quisquina, comune siciliano in provincia di Agrigento, il 4 gennaio 1865 da Federico ed Angela Susinno, Lorenzo Panepinto fu un maestro elementare ed un artista: una sua grande passione, infatti, era la pittura; l'altra era la politica. La cominciò a praticare dal 1889: in tale anno fu eletto consigliere comunale nel gruppo dei democratici mazziniani, mettendo in minoranza il gruppo fino ad allora predominante dei liberal-moderati. Questi ultimi reagirono con veemenza, facendo sciogliere il consiglio comunale ed insediando il regio commissario Roncourt: tuttavia egli, nonostante la condotta partigiana, non riuscì ad impedire una seconda sconfitta dei conservatori nelle elezioni svoltesi nel mese di agosto 1890. Il governo del marchese Antonio di Rudinì commissariò nuovamente il comune e Lorenzo Panepinto si dimise per protesta, dedicandosi solamente all'insegnamento e alla pittura.
Successivamente si sposò e si trasferì a Napoli; al ritorno in Sicilia (1893), notò lo stato di subbuglio causato dal movimento dei Fasci siciliani. Decise pertanto di fondare il Fascio di Santo Stefano Quisquina, sciolto dopo appena pochi mesi dal governo del riberese Francesco Crispi, che represse tutti i Fasci dell'isola. Negli stessi anni aderisce al Partito Socialista Italiano. In seguito fu licenziato dal comune dal posto di maestro elementare per rappresaglia politica: non si scoraggiò, continuò i suoi studi pedagogici e di metologia didattica e pubblicò due volumi nel 1897. All'inizio del XX secolo, alla ripresa degli scioperi agricoli, Panepinto si affiancò ad alcuni dirigenti, come Bernardino Verro di Corleone e Nicola Alongi di Prizzi, insieme ai quali progettò un cambiamento di strategia politica, puntando a dare ai contadini gli strumenti delle cooperative agricole e delle Casse Agrarie, per emarginare i gabelloti dei feudi. Nel 1907 si trasferì in America, ma ritornò nuovamente al suo paese appena un anno dopo. Il 16 maggio 1911 venne assassinato a Santo Stefano Quisquina, proprio davanti l'ingresso di casa sua, con due colpi di fucile al petto.
La sua fu una figura paradigmatica dei sindacalismo agrario per tutti i comuni dell'area dei monti Sicani.

 

 

Fonte: La Sicilia del 12 Giugno 2005

Omicidio Panepinto, nessun colpevole

di Dino Panepinto

Tutti assolti gli imputati dell'uccisione del leader contadino
La deposizione di una teste oculare non servì a inchiodare i veri responsabili

Non si può dire che fu la giustizia a trionfare quel 7 aprile 1914, nell'aula del Tribunale di Catania dove si era riunita la Corte d'Assise. Infatti, dopo un dibattimento durato appena 11 giorni, venne letta una sentenza, che lasciò con l'amaro in bocca i contadini di S. Stefano Quisquina.
«Avendo i giurati dato risposta negativa alle domande se l'imputato abbia ucciso Lorenzo Panepinto ed abbia tentato di uccidere Antonio Picone e Ignazio Reina - disse il presidente, cavalier Sgroi - l'imputato Giuseppe Anzalone deve essere dichiarato assolto per non aver commesso i fatti a lui attribuiti e pertanto si ordina la di lui scarcerazione». Una sentenza "scandalosa", che lasciò impunito l'assassinio di uno dei più amati dirigenti socialisti del movimento contadino isolano. Ma, per certi versi, una sentenza obbligata. Il vero scandalo, infatti, era accaduto qualche ora prima, quando la parte civile si era ritirata inaspettatamente dal processo. A darne  comunicazione era stato l'avv. Luigi Macchi. «Poiché non esclusa la possibilità di un equivoco di identificazione, per mandato delle nostre costituenti, ci ritiriamo dalla causa», disse il legale, che era un noto esponente del socialismo catanese. Con lui, si erano ritirati anche gli altri avvocati di parte civile, Gaspare Nicotri e Francesco Alessi, componenti della direzione regionale del Partito Socialista. Incredibilmente, la motivazione del ritiro stava tutta in quella «possibilità di equivoco di identificazione», esclusa con fermezza dalla teste Provvidenza Rumore, che aveva visto in faccia l'assassino e che, coraggiosamente, confermò la circostanza davanti alla Corte. Tra l'altro, nemmeno gli avvocati difensori erano riusciti a smontarne la testimonianza con circostanze oggettive. Essi, infatti, poterono solamente fare delle insinuazioni sulla sua condotta morale, che lo stesso codice di procedura penale di allora vietava.
Le udienze processuali si erano aperte il 28 marzo 1914, con la lettura dei capi d'accusa contro Giuseppe Anzalone, 26 anni, originario di Lercara Friddi, campiere dell'ex feudo "Melia" di cui erano gabelloti i fratelli Petta. Grazie alla testimonianza della Rumore e di tanti contadini stefanesi, tutto lasciava presagire che si potesse arrivare almeno alla condanna di uno degli esecutori materiali del delitto. Allora perché quella scelta di ritirarsi, avallata dalla moglie e dei figli del Panepinto? È lecito pensare che intervennero fatti nuovi. Probabilmente, pressioni e minacce talmente forti, da indurre i familiari della vittima e i loro avvocati a ritirarsi. Il processo, infatti, si era svolto a Catania per legittima suspicione chiesta dagli avvocati di parte civile per ben due volte. E fu concessa con la motivazione che l'Anzalone era "figlioccio" del Ministro di Grazia e Giustizia on. Camillo Finocchiaro Aprile, anche lui di Lercara Friddi.
Ma dietro il killer dovevano esserci i mandanti. Alcuni di essi erano stati individuati e denunciati dalla polizia e dai carabinieri di S. Stefano Quisquina, tanto che il 2 giugno 1911 il prefetto di Agrigento aveva scritto al Ministero degli interni, comunicandone i nomi: Rosario Ferlita, Domenico Ferlita, Giuseppe Ferlita, Ignazio Scolaro e Giovanni Battista Scolaro, tutti grossi gabelloti degli ex feudi di S. Stefano Quisquina. Ma, tre anni dopo, il processo venne istruito solo a carico dell'Anzalone, perché tutti gli individui denunciati come mandanti furono prosciolti in sede istruttoria. Il delitto Panepinto rimase, dunque, senza colpevoli. Il coraggioso maestro elementare di questo paese dell'agrigentino, uno dei più noti dirigenti contadini fin dal tempo dei Fasci, era stato assassinato la sera del 16 maggio 1911, con due colpi di fucile al petto. Gli spararono davanti la porta della sua abitazione, in via Madre Chiesa n. 21, vicina alla centralissima piazza principale, a quell'ora frequentata da molta gente, mentre stava conversando con le signorine Cannella. Era accompagnato da due amici - il cav. Picone e il signor Ignazio Reina - che rimasero feriti nell'agguato. Panepinto lasciò la moglie Maria Sala e tre piccoli figli nella più completa povertà.

 

 

 

 

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