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17 Maggio 1993 Napoli. Maurizio Estate, 23 anni, ucciso per aver sventato uno scippo nell'autolavaggio dove lavorava. PDF Stampa

Per la foto si ringrazia Giovanni Perna di Dedicato Alle Vittime Delle Mafie

 

Articolo del Corriere della Sera del 18.05.93

Sventa lo scippo, assassinato; la madre: "lavorava, poi e' entrato quello"

l' episodio in un autolavaggio; la vittima, Estate Maurizio, si sarebbe dovuto sposare in giugno.

Tragedia a Napoli: ragazzo di 22 anni mette in fuga 2 rapinatori, uno ritorna e lo uccide; il padre, testimone, strappa la pistola al killer colpendolo con il calcio; caccia all' omicida.

di Fulvio Bufi

NAPOLI . Maurizio Estate aveva 22 anni, una ragazza con la quale si sarebbe sposato fra poco più di due settimane e un lavoro nell'autolavaggio del padre. E non era uno abituato a girare lo sguardo dall'altra parte, se gli capitava davanti qualcosa che non andava. Per questo e' morto, per aver sventato uno scippo, per essere intervenuto a salvare l' orologio di un cliente. Dopo nemmeno mezz' ora si e' trovato una pistola puntata contro, poi un proiettile nel petto. No, non aveva avuto paura, Maurizio, di lanciarsi contro quei due ragazzi su una Vespa bianca che si stavano avvicinando a Francesco Scarcia, il titolare di un' agenzia immobiliare che aveva portato a lavare la "Cinquecento" di sua figlia. E non ha avuto paura di inseguirli: lui a piedi, loro sullo scooter. Eppure soltanto per poco non e' riuscito a raggiungerli e a mettergli le mani addosso. Sono le 16.30, e nel "car wash" di Giuseppe Estate, 62 anni, il padre di Maurizio, la giornata di lavoro va avanti tranquillamente. Intorno c' e' il solito traffico di via dei Mille, una delle strade piu' eleganti di Napoli, nel quartiere Chiaia. Scarcia e' un cliente abituale, e quando lo vede arrivare, Giuseppe lo invita a scendere dall' auto: ci sono altre vetture da spostare per fare spazio alla "Cinquecento" e il titolare dell' autolavaggio e' abituato a destreggiarsi tra mille manovre. Ma quando il cliente e' fuori dalla sua utilitaria, Giuseppe Estate nota l' arrivo dei due ragazzi sulla Vespa. Si accorge subito che non hanno buone intenzioni, e mentre loro si lanciano sull' orologio della "vittima designata", lui comincia a urlare. Maurizio e' a due passi, ha visto tutto, e anche lui e' pronto a intervenire. Padre e figlio sventano la scippo, ma il ragazzo fa di piu' . Mentre i ladri fuggono verso le rampe di Brancaccio, lunghi tornanti in salita che si arrampicano sui quartieri spagnoli, lui mette in moto le gambe. Corre finche' il fiato lo assiste, e cerca di bloccarli. Sicuramente ne vede almeno uno in faccia, e sicuramente almeno uno vede in faccia lui. E quello seduto sul sellino posteriore che si gira e lo insulta: "Bastardo, dovevi farti i fatti tuoi", gli dice prima che la Vespa imbocchi l' ennesima curva e Maurizio deve cedere. Poi il ragazzo torna all' officina e ricomincia a lavorare. Ma passa nemmeno mezz' ora perche' scatti la vendetta. Alle 17 nell' autolavaggio si presenta un giovane con un giubbotto blu. Impugna una pistola, si dirige verso Maurizio e fa fuoco. Un solo colpo, che raggiunge il ragazzo al petto. Giuseppe Estate riesce a intervenire, interviene anche sua moglie, Rita Maraucci. L' assassino per qualche attimo se la vede brutta: l' uomo gli strappa la pistola dalle mani, ma non spara, lo colpisce con il calcio, questo si' . Una, due volte, forse di piu' . Riesce anche a ferirlo. A fermare Giuseppe, pero' , e' la vista di Maurizio che giace a terra col torace insanguinato. L' assassino ne approfitta per fuggire. Maurizio viene portato all' ospedale Loreto Crispi. Ma e' inutile: il proiettile gli ha squarciato il petto. Il resto e' la solita triste routine che segue un fatto di sangue. Tutti i testimoni vengono accompagnati in questura. Giuseppe racconta poco, e' sotto choc. Rita Maraucci riferisce alla polizia quello che ha visto, ma lo fa senza sapere ancora che il figlio e' morto. Anche Scarcia cerca di aiutare gli investigatori. E mentre scattano i posti di blocco e sul centro di Napoli si alza anche un elicottero della polizia, all' autolavaggio arrivano parenti e amici. C' e' anche, in lacrime, Rita Canellaro, la fidanzata di Maurizio. Per le nozze era tutto pronto, gli inviti, la cerimonia. Si sarebbero sposati il 3 giugno.

Cammina per i corridoi della Questura. E pallida, impaurita. Fa caldo, ma lei sembra volersi proteggere dai brividi che l'assalgono stringendosi addosso un cardigan di lana. Rita Maraucci ha 63 anni e nella mente nient' altro che le immagini di pochi minuti prima. Il tentativo di scippo, l' intervento del figlio. E poi quel colpo di pistola, il sangue. Rita parla, ma non sa la verita' . Nessuno ha ancora avuto il coraggio di dirle che Maurizio, suo figlio, e' morto. Il marito, e' sconvolto. Lei racconta di Maurizio, e dice che "e' il migliore dei miei figli". Si siede, spiega che da poco ha subito un intervento chirurgico. Poi va avanti quasi da sola. E ripete questa storia che gia' la polizia ha ricostruito: "Io stavo seduta. Loro lavoravano e io li guardavo. Quando e' entrato quello con la pistola sono intervenuta anch' io, l'ho afferrato per i capelli". Si ferma, passa una mano tra i capelli grigi, ha un piccolo sussulto che fa vibrare gli orecchini d' oro. Poi quasi tra se' e se' : "L'abbiamo lasciato andare, che potevamo fare?". Gia' , c'era Maurizio a terra. "Povero Maurizio", dice ancora sua mamma. E improvvisamente comincia a parlarne usando il passato, come se avesse capito ogni cosa: "Era il migliore dei miei figli. Doveva sposarsi, avevamo gia' preparato tutto. Chi mi dara' la forza?". Provano a chiederle ancora qualcosa, ma la signora Rita sembra assente. Deve averla presa un brutto presentimento, e lo si capisce da come risponde: "Non so altro, scusatemi. Adesso devo andare via, devo andare in ospedale a vedere come sta Maurizio... ho paura che qualcuno mi dia una brutta notizia".

 

Foto da: chieracostui.com

Articolo dell'11.06.2012 da julienews.it


Napoli: Maurizio Estate un eroe dimenticato

“Maurizio Estate, il giovane ammazzato dagli stessi aggressori per aver difeso un passante nel corso di una rapina avvenuta al largo Ventriera a Chiaia il 17 maggio del 1993, è oramai un eroe dimenticato dalle istituzioni – afferma Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, che negli anni scorsi si era battuto perché, dopo lustri dal voto unanime espresso dal consiglio comunale nel lontano 1994, finalmente l’amministrazione partenopea mantenesse l’impegno di intitolargli una strada o una piazza -. Nei giorni scorsi è caduto il 19esimo anniversario dal grave episodio ma né il Comune né la Municipalità, stando anche a quanto riferito da alcuni familiari, hanno organizzato alcuna iniziativa per ricordare la giovane vittima dell’efferato crimine “.

“ Negli anni passati, in occasione della commemorazione, erano stati presenti anche gli alunni di una scuola media statale che ha assunto Maurizio Estate come simbolo di eroismo, realizzando tra l’altro un filmato dove viene descritta la vita della giovane vittima della criminalità con i momenti che ne precedettero la morte, mentre si spegneva tra le braccia del padre – continua Capodanno -. E pensare che, in occasione della commemorazione del 17 maggio 2005, il sindaco Iervolino, nel ricordare il giovane, che, quando fu ucciso, aveva appena 23 anni e stava per sposarsi, all’atto dell’intitolazione di una piazza a Scampia, lo paragono a Nicola Calipari, il funzionario del Sismi che si gettò su Giuliana Sgrena per difenderla “.

“ Nel luogo ove avvenne il crimine è stata posta, anni addietro una lapide ed è stata realizzata un’aiuola intitolata “ Il giardino di Maurizio “ che in questi giorni versa in condizioni di estrema precarietà, priva di manutenzione e sommersa da rifiuti di ogni genere, anche per l’allocazione lungo il marciapiede antistante di alcuni contenitori per i rifiuti solidi urbani ( foto allegate ) – conclude Capodanno -. Leggendo la lapide dedicata a Maurizio vengono in mente le parole del fratello: “ Spero che questa lapide sia di monito per i giovani, altrimenti ci piegheremo alla barbarie. Ricordare è importante, una città senza memoria non ha futuro. È facile andare via, il difficile è vivere qui a Napoli. Ma non possiamo andarcene. Dobbiamo sperare ed essere sempre di più a farlo “. Parole che avrebbero dovuto far riflettere quei pubblici amministratori che quest’anno hanno deciso di non ricordare l’evento con alcuna cerimonia, generando, tra l’altro, tanta delusione tra i ragazzi che, ispirandosi alla figura di Maurizio Estate, ancora credono in valori come l’altruismo ed l’amore per il prossimo “.

 

Post del 17 Maggio 2015 di Bruno De Stefano

MAURIZIO ESTATE, ASSASSINATO PER AVER SVENTATO UNO SCIPPO

di Bruno De Stefano

IL 17 MAGGIO DEL 1993 MORIVA MAURIZIO ESTATE. QUESTO BRANO E' TRATTO DAL MIO LIBRO "NAPOLI CRIMINALE" (2006, NEWTON COMPTON).

Vivere la sopraffazione come inevitabile e la ribellione come inutile o pericolosa: Napoli è una città unica anche per questo. C’è una minoranza che minaccia, spara e uccide, e una maggioranza che subisce in silenzio.

Luigi Ragosta, 17 anni, e il suo amico Giacomo Bendinelli, di 19, fanno parte del primo gruppo: di quelli che vanno in giro armati a spaventare, aggredire e derubare chi si è rassegnato all’idea di soccombere e che evita di reagire perché teme di fare una brutta fine. Del resto le cronache dei giornali ne hanno raccontate tante di rapine, scippi e aggressioni finite male, con il poveraccio di turno che si ritrova su un tavolo di marmo dell’obitorio solo perché si è rifiutato di cedere una collanina d’oro o il portafogli.

Ragosta e Bendinelli sono solo due dei tanti balordi che avvelenano le strade della città, contribuendo a diffondere paura e insicurezza. La loro forza è tutta in una pistola, sanno che basta sventolare la canna sotto il naso della vittima per ottenere ciò che vogliono: i soldi, il telefonino, un paio di orecchini.

Maurizio Estate, 23 anni, è uno dei tanti ragazzi tranquilli che pensano solo a lavorare per mettere su famiglia. E fa parte di quella schiera di napoletani, sempre meno folta, che non accetta l’idea di sottomettersi a qualche fesso che si sente invulnerabile soltanto perché porta una pistola nella cintola dei pantaloni. È la primavera del 1993. Maurizio sta per sposarsi con Rita Cancellaro, che di anni ne ha 22. Per Ragosta e Bendinelli è assolutamente normale girovagare per la città a fare i bulli contro gli indifesi; per Maurizio Estate è normale lavorare per costruirsi una casa dove andare ad abitare con la moglie e i figli. Sono due diverse concezioni della vita che risulterebbero dei puri esercizi teorici se non venissero pericolosamente a contatto. Invece, la filosofia della coppia Ragosta-Bendinelli e quella di Estate si scontrano nel pomeriggio del 17 maggio del 1993.

Il giovane Maurizio è al lavoro nel suo autolavaggio a largo Vetriera, nell’elegante quartiere di Chiaia, alle spalle di via dei Mille, una delle strade più esclusive di Napoli, dove negozi di lusso popolati da commesse tirate a lucido vendono merce a prezzi non sempre accessibili. Rispetto ad altre zone della città, quella di Chiaia è relativamente tranquilla, poco bazzicata da scippatori e ladri. E poi basta fare poche decine di metri per arrivare sul lungomare, affollato di bar e ristoranti sempre pieni zeppi di turisti incantati dal panorama. A due passi c’è anche il cinema Delle Palme.

Maurizio, però, non ha molto tempo da dedicare alle passeggiate romantiche con la sua Rita perché l’officina assorbe parecchie energie. A dargli una mano è il padre Giuseppe: è stato lui a mettere in piedi l’attività, ma ora ha 61 anni e si limita solo alle incombenze meno faticose. Il babbo è sempre presente perché l’abitazione degli Estate è proprio sopra l’autolavaggio. Maurizio, comunque, tra un po’ andrà via. A giugno si sposa perché Rita finalmente ha trovato un lavoro in un istituto religioso, e la certezza di poter contare su un altro stipendio li ha incoraggiati a compiere il grande passo.

L’organizzazione del matrimonio è nei pensieri di Maurizio anche il 17 maggio del ’93, una giornata particolarmente calda. Il calendario dice che è primavera, ma le temperature sono decisamente estive. Verso le 15,30 Maurizio è alle prese con la berlina di un agente immobiliare, Francesco Scarcia, 50 anni. La carrozzeria luccica, c’è solo da dare una passata al parabrezza e poi Scarcia potrà salire a bordo di un’auto che sembra appena uscita dalla fabbrica. All’improvviso si sente il rumore di uno scooter che si avvicina a tutta velocità. Maurizio si gira e vede che due ragazzi in sella ad una Vespa sono entrati nell’autolavaggio. Hanno una pistola e l’aria di chi va di fretta. Infatti, uno dei due è sveltissimo nell’avvicinarsi all’agente immobiliare per tentare di sfilargli l’orologio che ha al polso. Scarcia cerca di divincolarsi, ha paura ed è quasi pronto a cedere. Maurizio non se ne sta impalato ad aspettare che il cliente venga derubato davanti ai suoi occhi e nel suo autolavaggio. Così, senza pensarci troppo, interviene. Si avventa sul rapinatore e lo aggredisce. Il balordo a caccia dell’orologio resta più sorpreso che impaurito dalla reazione di Maurizio, non riesce a capire come sia stato possibile che quel ragazzo non si sia fatto gli affari suoi. Il rapinatore è spiazzato perché fino ad un attimo prima, oltre che sulla pistola brandita dal suo compare, era convinto che nessuno sarebbe mai intervenuto per impedirgli di portare a termine la sua “missione”. Invece, ora deve fare i conti con quel ragazzo che evidentemente sente il dovere di aiutare chi si trova in difficoltà, senza girare la faccia dall’altra parte.

Il blitz si conclude in pochi secondi, perché l’intervento di Maurizio è decisivo. L’orologio resta al polso di Scarcia, mentre la coppia di rapinatori è costretta a scappare. Però, prima di dileguarsi velocemente, a rapina mancata, uno dei balordi si rivolge minacciosamente a Maurizio e gli grida: «Bastardo, fatti i fatti tuoi!». E via, a tutto gas. L’agente di commercio è bianco come un cencio e anche il papà di Maurizio, che ha assi-stito alla scena, è spaventato. Ma il pericolo è passato, sicuramente hanno capito che dalle parti di via Vetriera è meglio che non si facciano più vedere.

Scarcia, ancora scosso, paga e se ne va. Maurizio si rimette al lavoro, sotto gli occhi del babbo che si siede su una panca di legno, è turbato pure lui. Ma ci sono altre auto da rimettere a nuovo. Come una vecchia A112, è un mezzo catorcio ma il proprietario ci tiene affinché sembri fiammeggiante come quando l’ha comprata, moltissimi anni prima.

Maurizio è chinato nell’abitacolo della A112, e con l’aspirapolvere sta pulendo i sediolini. A pochi metri di distanza ci sono il padre Giuseppe e la madre Rita Maraucci, 62 anni, che è scesa da casa dopo aver saputo quanto è successo poco prima. Mentre i tre chiacchierano, si sente di nuovo il rumore di uno scooter che si avvicina sempre di più. Maurizio sta ancora armeggiando con l’aspirapolvere quando alza la testa e vede che i due della rapina mancata sono di nuovo lì, davanti a lui. Sono venuti apposta, per vendicarsi dell’affronto subito mezz’ora prima. Stavolta, però, non c’è il tempo di dire nemmeno una parola né di prendere qualsiasi iniziativa. Quello seduto sul sellino posteriore scende dalla Vespa e dalla tasca del suo giubbotto nero estrae la pistola, poi spara contro Maurizio bucandogli il petto. Il «bastardo» che non si è fatto gli affaracci suoi ha avuto quello che si meritava. L’assassino risale sulla Vespa e sparisce con il complice. All’esecuzione del giovane, perché è stata un vera e propria esecuzione, hanno assistito la mamma e il papà, che ora urlano con tutta la voce che hanno in gola, implorano i vicini di chiamare un’ambulanza. Maurizio è a terra, accanto alla A112, è ancora vivo. Ma lo resterà ancora per poco, morirà all’ospedale Loreto Crispi qualche ora più tardi.

Il cadavere di Maurizio Estate è ancora caldo quando la città lo ha già elevato ad eroe civile. E non potrebbe essere altrimenti in una Napoli abituata a girarsi dall’altra parte, dove si fa finta di non vedere e non sentire, e non solo per vigliaccheria, dove intervenire per impedire uno scippo è un atto di grandissimo coraggio, non è una cosa “normale” come credeva Maurizio. Invece il suo gesto ha tragicamente confermato che a Napoli una delle cose più difficili è fare la persona perbene. Che agli occhi della città quel ragazzo sia un eroe, lo si capisce dalla marea di gente che partecipa ai funerali nella chiesa del Carmine: arrivano cinquemila persone, la maggior parte resta fuori. Mai vista una folla così. La funzione religiosa è una tortura, sembra interminabile. Davanti alla bara coperta di fiori bianchi c’è Rita Cancellaro, è un monumento alla disperazione: a giugno avrebbe fatto il suo ingresso in quella chiesa da sposina, ma lì è arrivata due settimane prima, da vedova. Alla funzione avrebbe dovuto partecipare anche il cardinale Michele Giordano, ma non c’è. Però ha affidato al parroco don Luigi Nasta, che celebra la messa, un messaggio nel quale sottolinea “il gesto più unico che raro di Maurizio, che gli è costato la vita. Episodi di scippi – è scritto nel documento inviato da Giordano – anche nei confronti di persone anziane, si verificano in quantità, ogni giorno, evidenziando appunto la cinica perfidia con cui giovani e giovanissimi, privi di ogni educazione morale attentano non solo ai beni materiali altrui, ma anche alla loro fisica incolumità. Il gesto dell’assassino potrebbe avere riflessi profondamente negativi sui comportamenti di quanti saranno ancora spettatori di scippi ed altri soprusi. Anche questo dovrà pesare sulla coscienza del giovane assassino”

Il messaggio del cardinale si chiude con due frasi accolte dagli applausi: «Il gesto di Maurizio deve essere l’antidoto all’indifferenza, alla passività, alla vigliaccheria. La città non può più tollerare la crescita di questa piaga e invoca a buon diritto interventi efficaci dei pubblici poteri».

Fuori dalla chiesa c’è una folla furibonda. C’è un gruppo di anziani che non ha dubbi su come risolvere il problema di una delinquenza dilagante: «Ci vorrebbe un patibolo in ogni piazza» («Il Giornale di Napoli», 20 maggio 1993).

Mentre Maurizio Estate è stato seppellito da qualche ora, la polizia riesce a dare un nome e un cognome agli assassini. Il primo a finire in manette è Luigi Ragosta, è lui che ha sparato. «Volevo solo spaventarlo», spiegherà agli investigatori, mentre il padre Tommaso, tassista, è sconvolto: «So che ha fatto una cosa gravissima ma aiutatemi a non rovinarlo. Non chiamatelo killer». Il giorno dopo, nelle Marche, gli investigatori fermano anche il suo complice: è Giacomo Bendinelli, ha 19 anni, c’era lui alla guida della Vespa che aveva fatto per due volte irruzione dell’autolavaggio.

La cattura delle belve che hanno ucciso un ragazzo armato solo di coraggio attenua solo di poco il dolore dei familiari. Mario, il fratello di Maurizio, 40 anni, due figli, dal 1978 su una sedia a rotelle dopo che una frana lo aveva investito mentre faceva il bagno a Castelforte, nel Lazio, sfoga tutta la sua amarezza contro una città nella quale non c’è spazio per chi cerca di vivere onestamente. «Questa città scippa tutto. Non so- lo la borsa», spiega Mario, «ma i responsabili esistono. Hanno nomi e cognomi. Smettiamola di dire che è colpa di tutti. Il proiettile che ha ammazzato Maurizio è tale e quale ad una bomba, ha le stesse origini, gli stessi effetti. Mio fratello non era un eroe. Ha fatto quello che avrebbe fatto chiunque per difendere un amico. Ora Napoli ha una consapevolezza: prima ognuno diceva “basta che non tocchi a me”. Invece può toccare a chiunque» («la Repubblica», 29 maggio 1993).

Quasi un anno dopo il delitto, Luigi Ragosta viene condannato a 21 anni di reclusione e a 3 di sorveglianza speciale dal Tribunale per i Minori, presieduto da Paolo Giannino. I giudici hanno riconosciuto il figlio del tassista colpevole di omicidio premeditato aggravato, accogliendo in parte la richiesta del pubblico ministero, Paola Brunese, che aveva chiesto 24 anni di carcere. In appello la pena scenderà a 20 anni e sei mesi. Va peggio, invece, a Giacomo Bendinelli: il 7 luglio del ’94 la seconda sezione della Corte di Assise, presieduta da Pietro Lignola, lo condanna a 24 anni di galera. La pena sarà confermata in Appello e dalla Cassazione.

La consuetudine di nascondere la polvere sotto al tappeto non risparmia neppure Maurizio Estate, che viene dimenticato molto presto. Il 17 maggio del 2003, a dieci anni dalla morte, il sindaco Rosa Russo Iervolino nel commemorarlo ricorda che «tutta la città condivide il dolore dei genitori di Maurizio Estate, l’obiettivo è di agire sempre più sul fronte della cultura alla legalità. Ricordare un testimone della lotta alla criminalità vale più di 500 corsi e lezioni sull’argomento. Oggi nessuno mai direbbe di Maurizio Estate “chi glielo ha fatto fare”. La camorra esiste, ma non c’è più l’acquiescenza di una volta».

Il nome di Maurizio ritorna sui giornali in altre due tragiche occasioni: agli inizi di dicembre del 2003, in piazza Nicola Amore, durante una rapina un altro balordo ammazza con un colpo di pistola al petto il diciannovenne Claudio Taglialatela; nel febbraio del 2004, un ragazzo di 19 anni, Francesco Estatico, viene ucciso a coltellate a Mergellina, mentre passeggiava per il lungomare, per aver dato un’occhiata di troppo alla fidanzatina di un sedicenne. All’indomani dell’assassinio di Estatico, si scatena un dibattito sulla città indifferente rispetto all’arroganza della criminalità. Il prefetto Renato Profili ha denunciato l’omertà che caratterizzerebbe il vivere di molti napoletani, mentre il sindaco Rosa Russo Iervolino ha ammesso che «la guerra ce l’abbiamo in casa e tutti dobbiamo collaborare di più». Nella discussione interviene, con una intervista al quotidiano «Il Mattino», Giuseppe Estate, il papà di Maurizio.

Intanto voglio dire che a più di dieci anni di distanza il dolore per Maurizio è uguale a quello del primo giorno, per questo sono vicino ai genitori di Francesco, debbono avere forza per sopportare una simile sciagura. Io provo lo stesso dolore loro, indescrivibile... Da quando è morto Maurizio mia moglie è cambiata, si è ammalata, adesso rilascio questa intervista con la porta chiusa, non posso farle sentire che sto parlando di Maurizio. Per lei sarebbe l’ennesimo colpo. Tuttavia non mi sento nemmeno di dire che Napoli è una città indifferente... Voglio ricordare al signor prefetto, che forse è da troppo poco tempo in città per conoscere la storia di mio figlio, che la morte di Maurizio dice un’altra cosa: Napoli non è città indifferente. Anzi, al signor prefetto mi farebbe piacere raccontargli di persona quanto è successo quel maggio di quasi 11 anni fa, spero di incontrarlo. La colpa non è della polizia, loro fanno quello che possono, è impossibile contrastare questi bulletti che si trasformano in assassini. Non basterebbe mettere un poliziotto dietro ognuno di loro per far cambiare le cose. Lo stesso sindaco s’impegna, lavora, non mi sento di dare colpe nemmeno alla Iervolino... Non si possono colpevolizzare i napoletani, c’è chi ritiene giusto farlo e chi no, la paura credo che determini i diversi comportamenti non altro. Come si fa a dire a uno che non deve avere paura? Mio figlio agì d’istinto, la stessa cosa farei ancora io... A chi gira le spalle di fronte a un crimine voglio dire che l’esempio di Maurizio non deve essere dimenticato: per questo motivo io lo sento ancora vivo”.

Se il padre lo sente ancora vivo, le istituzioni lo hanno già dimenticato. Il 15 giugno del ’93 il consiglio comunale aveva deciso di intitolare al ragazzo l’area antistante l’officina: da largo Vetriera sarebbe diventato largo Maurizio Estate. Ma non era successo un bel niente. La volontà era stata ribadita dal consiglio comunale con un documento datato 27 maggio 1994, firmato dai capigruppo di tutte le forze politiche, nel quale si ricordava che «tenuto conto che il gesto di civiltà compiuto, rappresenta per l’intera città un alto esempio seppure estremo e viene da tutti ricordato oltre che per la sua tragica conclusione anche perché ha contribuito a rendere più forte e viva l’immagine di una città che vuole riscattarsi reagendo contro tutti i crimini, i soprusi, le diseguaglianze, impegna il sindaco e la giunta a convocare al più presto la Commissione Consultiva per la Toponomastica per accelerare le procedure per l’intestazione di una piazza della città di Napoli al nome di Maurizio Estate». Era il 27 maggio del 1994. Una piazza intitolata a Maurizio Estate sarà inaugurata solo nove anni dopo, il 17 maggio del 2005, nel rione a Scampìa, tra via Ghisleri e via Baku. Sulla lapide si legge «Maurizio Estate, assassinato dalla malavita». Qualcuno mugugna, perché la piazza è lontanissima dal luogo in cui avvenne il delitto, ma l’assessore alla Toponomastica, Alfredo Ponticelli, assicura che «ci sarà un omaggio a Maurizio anche a Chiaia. A piazzetta Vetriera i giardini saranno intitolati a lui e sorgerà una lapide» («Il Mattino», 18 maggio 2005).

Alla cerimonia ci sono tutti, mancano solo il papà e la mamma della vittima. A rappresentare la famiglia c’è il fratello Mario: «Non è vero che i nostri genitori non siano qui per polemica. È che ogni volta si rinnova il dolore. Il comune ha fatto tutto il possibile, a partire dall’autorizzazione per la cappella al cimitero di Poggioreale, e così la Regione. Spero che questa lapide sia di monito per i giovani, altrimenti ci pieghe- remo alla barbarie. Ricordare è importante, una città senza memoria non ha futuro. È facile andare via, il difficile è vivere qui a Napoli. Ma non possiamo andarcene. Dobbiamo sperare ed essere sempre di più a farlo» («Il Mattino», 18 maggio 2005).

 

 

 

Articolo del 15 Maggio 2015 da ilmattino.it

Napoli ricorda Maurizio Estate, morto a 17 anni per aver detto «no» all'indifferenza

di Celeste Giliberti

17 maggio del 1993, vico Vetriera a Chiaia, autolavaggio a conduzione familiare. Una moto con degli scippatori a bordo si avvicina ad un cliente per strappargli l'orologio. Giuseppe Estate, papà di Maurizio, urla. Il suo giovane figlio corre mettendo in fuga i delinquenti. Li insegue e vede in volto quello seduto sul sellino posteriore che lo insulta.

Dopo qualche ora giungono in vespa i carnefici, inviati dal boss dei Quartieri Spagnoli, cui gli scippatori avevano chiesto protezione o di cui erano emissari. Maurizio cade colpito al petto. Non c'è più niente da fare. Maurizio Estate, 17 anni, paga con l'estremo sacrificio il suo no all'indifferenza e al menefreghismo, il suo senso civico e la sua voglia di giustizia in una città che spesso volge lo sguardo altrove, incurante dei suoi mali e incapace di proteggere i propri figli.

Intanto dopo 15 anni dalla tragica vicenda escono dal carcere anche gli assassini. Nessun beneficio ai familiari del ragazzo perché non è acclarato il legame dei killer con la criminalità organizzata. L'ennesima ingiustizia, questa volta determinata da un quadro normativo che a livello nazionale non contempla la tutela giuridica delle vittime di tutti i reati intenzionali violenti, come invece prescrive l'Europa dall'ormai lontano 2001.

Per non dimenticare e per continuare a tenere accesi i riflettori sui delicati temi delle vittime innocenti della criminalità, oggi alle ore 10.30, proprio a vico Vetriera, il presidio di Libera di Chiaia, Posillipo e San Ferdinando, intitolato a Maurizio Estate e a Fabio De Pandi (il bambino ucciso da un proiettile vagante al Rione Traiano il 21 luglio 1991 a soli 11 anni durante un conflitto a fuoco tra clan rivali), in collaborazione con la Fondazione Polis della Regione Campania, la I Municipalità del Comune di Napoli, il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità e l'associazione antiracket Vomero – Arenella “Maurizio Estate”, promuove l'iniziativa “La bellezza contro le mafie: infioriamo l'aiuola un anno dopo”.

Insieme ad autorità, parrocchie, istituti scolastici (partecipano la scuola Fiorelli con il suo coro composto da circa 80 alunni e la Carlo Levi di Scampia con una delegazione di alunni e insegnanti), ordini professionali, associazioni e tutti i cittadini che hanno a cuore il contrasto alle mafie e ad ogni forma di criminalità, vogliamo fare memoria del giovane Maurizio e del suo sacrificio, ma anche e soprattutto mostrare il volto di una città che, seppur ferita, reagisce e si ribella. Vogliamo farlo attraverso l'impegno di Giovanni Estate, fratello di Maurizio e fioraio del “Chioschetto” di Piazza Vanvitelli, che con passione e tenacia ha “adottato” i giardini e gli spazi verdi della città (al riguardo, la cooperativa Ottavia ha collaborato alla sistemazione degli spazi attigui all'aiuola data in adozione al presidio di Libera).

Vogliamo farlo ribadendo l'esigenza di dare seguito alla proposta di legge per la tutela delle vittime della criminalità comune che la Fondazione Polis e il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità hanno presentato alle Camere del Parlamento. Vogliamo farlo ribadendo che Maurizio e tutte le 335 vittime innocenti della criminalità della Campania sono state uccise #NONINVANO, come ci ricordano i volti, gli sguardi e i sorrisi esposti a Palazzo Reale e all'esterno delle quattro facciate di Palazzo Santa Lucia.

 

 

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