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29 Maggio 1982 Cava dei Tirreni. Simonetta Lamberti aveva 10 anni. E' stata uccisa da un killer della camorra nel corso di un attentato il cui obiettivo era il padre, il giudice Alfonso Lamberti, procuratore di Sala Consilina. PDF Stampa
Le foto sono tratte dalla pagina Facebook
Simonetta Lamberti

SIMONETTA LAMBERTI: VITTIMA INNOCENTE DEL TERRORE CAMORRISTICO

 

di Rosanna Gentile.

L'assassinio avvenne nel primo pomeriggio del 29 maggio del 1982

Il 1982 è stato per Salerno e la sua provincia un anno particolarmente violento. Nel giro di pochi mesi sono state decine i morti ammazzati. Tutti per mano di un unico killer: LA CAMORRA. La culla in cui nacquero i moventi di tanti omicidi in quell'anno fu la guerra degli appalti della ricostruzione, infatti a perdere la vita furono perdipiù imprenditori e costruttori impegnati attivamente nella fase di ricostruzione post-sisma (Alfonso Rosanova, Gennaro Schiavo, Gennaro Califano e Nicola Benigno sono solo alcune delle vittime di questa lotta).

Consultando l'elenco delle vittime della camorra, tra i vari nomi di gente uccisa, che aveva direttamente o indirettamente a che fare con i loschi giri della malavita, configurano anche nomi di persone totalmente innocenti.
Si tratta di coloro i quali hanno smesso di vivere per pura fatalità. Nella nostra memoria storica, l'elenco di vittime estranee ai fatti
di camorra lascia davvero senza fiato, soprattutto se si pensa che dietro un nome e una data c'è il racconto di una vita che ha smesso di esistere per puro errore, come quello di Simonetta Lamberti, morta ammazzata nel 1982.
Nella cronaca di quegli anni si è molto parlato e scritto su questo omicidio che fece scalpore più di tanti altri per un motivo ben preciso: Simonetta aveva 11 anni quando fu freddata da un colpo di pistola. La vicenda fece rabbrividire chiunque e ancora oggi continua a far male. Resta doveroso ricordare quel lontano giorno di maggio, affinché la memoria non dimentichi.C'era una volta un giorno di sole. Era sabato 29 maggio, quando il giudice Alfonso Lamberti si era concesso un paio di ore libere da trascorrere in compagnia della sua bambina. Insieme avevano deciso di approfittare della bella giornata primaverile per fare una passeggiata. Così da Cava dei Tirreni, dove abitavano, si erano recati a Vietri sul mare. Nel primissimo pomeriggio però la piccola Simonetta chiese al papà di ritornare a Cava, in quanto aveva appuntamento con la sua compagna di banco. Padre e figlia salirono quindi a bordo della Bmw di Lamberti. Di lì a poco scattò l'agguato ai danni del magistrato.
Il raid. Il piano di morte pensato dagli aguzzini era il seguente: un'autovettura (una Bmw) con a bordo dei complici doveva trovarsi avanti alla Bmw di Lamberti, ai fini di bloccarne il passaggio, mentre una seconda automobile (un'Audi) posta alle spalle del magistrato, doveva materialmente uccidere la vittima designata, affiancandone la vettura e sparando una raffica di proiettili. Così fu: erano le 15,30 quando, sulla SS 18 di Cava, il commando accerchiò l'auto delmagistrato ed esplose una serie di proiettili in direzione della Bmw sulla quale viaggiavano Alfonso Lamberti e la figlia. Qualcosa dovette andare storto (forse il giudice pros
eguiva ad una velocità sostenuta che l'Audi a diesel non riusciva a mantenere) e un primo proiettile partì alle spalle dell'auto di Lamberti,forandone il lunotto posteriore. Ma i killer riuscirono ad accelerare la corsa, arrivando proprio all'altezza della fiancata. Da Questa posizione, per gli esecutori divenne tutto più semplice e nel giro di qualche secondo esplosero altri 6 colpi. Compiuto il piano, gli assassini si diedero alla fuga in direzione Nocera. All'indomani dell'agguato in un bosco a Materdomini di Nocera Superiore, fu rinvenuto lo scheletro di un'Audi bruciata, con ogni probabilità quella utilizzata dai killer, i quali sapevano che a bordo dell'auto del magistrato viaggiava anche la bambina, eppure non esitarono a sparare.
Morire d'innocenza. Dal raid il magistrato uscì solo ferito: due colpi esplosi da una P38 lo ferirono alla spalla e solo di striscio alla testa. Ciononostante il bilancio di quell'attentato fu terribile: un proiettile colpì Simonetta alla tempia, provocandone la morte qualche ora dopo. I colpi dei killer avrebbero dovuto uccidere Lamberti. La piccola era seduta a fianco del padre quando un'Audi scura affiancò l'auto sulla quale viaggiavano per tornare a casa, dopo una spensierata e tranquilla passeggiata. Il cuore di Simonetta smise di lottare dopo le ore 20 di quel triste sabato di primavera.

Nelle ore che seguirono l'agguato, la ragazzina venne prima portata all'ospedale di Cava dei Tirreni e poi, vista la criticità della situazione, al Cardarelli di Napoli. Qui fu ricoverata presso il centro di rianimazione, con un delicato quadro clinico.
Il proiettile che la raggiunse, perforò la tempia sinistra, attraversandole diametralmente la testa, uscendo dall'altra tempia. Questo causò una grave emorragia e dei danni irreversibili al cervello. La piccola cadde in coma profondo e, dopo disperati tentativi (tra cui trasfusioni di sangue e un intervento chirurgico), si spense a casa. Infatti la famiglia, appreso che lo staff medico del Cardarelli non avrebbe potuto far nient'altro per salvare Simonetta, chiese e ottenne di portarla a casa con un'ambulanza, per lasciarle trascorrere gli ultimi attimi della sua breve vita tra le pareti della cameretta
in cui sognava, studiava e giocava.

Il mestiere della giustizia. Alfonso Lamberti, all'epoca del tragico agguato, aveva 45 anni ed era procuratore della Repubblica presso il tribunale di Sala Consilina e docente di Storia del Diritto Penale presso l'università di Salerno. In quegli anni svolgeva il suo lavoro con determinazione e forza. Indagare per lui era una vera e propria vocazione, ma sapeva che infilare il bastone tra le ruote ai pesci grossi della camorra, immpegnata nelle estorsioni e ad allungare le mani sulla grossa torta della ricostruzione post terremoto dell'Irpinia, avrebbe potuto mettere la propria vita in pericolo. Soprattutto in seguito all'esecuzione di stampo camorristico del collega magistrato Nicola Giacumbi. Dopo l'omicidio di Giacumbi, ad Alfonso Lamberti venne assegnata un'alfetta blindata, che però proprio quel sabato di maggio non aveva ritenuto opportuno utilizzare. Lamberti, infatti, nel trascorrere una mattinata al mare con la figlia, non aveva fiutato alcun pericolo e scelse di prendere la propria automobile. Evidentemente questo abbaglio, solo all'apparenza irrilevante, dovette essere stato chiaro ai killer,  che con ogni probabilità controllavano il magistrato.

Alfonso Lamberti nel corso dell'agguato fu ferito alla spalla sinistra e alla nuca. Fu dunque operato, ma lasciò l'ospedale appena seppe della tragica fine della figlia.

Per non dimenticare. Per conservare la memoria della piccola Simonetta, strappata alla vita e all'amore della famiglia, sono state organizzate diverse iniziative che la ricordano come la prima della lunga serie di baby-v

ittime della camorra. All'indomani dell'agguato, in suo onore, fu eretto un monumento (un cippo marmoreo spezzato realizzato grazie ad una spontanea sottoscrizione della cittadinanza), in seguito rimosso a causa dei lavori per alcune opere pubbliche e solo dopo circa 10 anni fu possibile ripristinarlo. Il 2 aprile del 1983 lo stadio di Cava dei Tirreni fu battezzato con il nome di Simonetta Lamberti.

Ad o
ggi è attiva su un famoso social network una pagina web nata per serbare memoria alla piccola Simonetta [...?] viene chiesta giustizia per un atroce delitto di cui, a distanza di anni, ancora si ignorano il nome e il volto dell'esecutore.


Pubblicato da "Il Dirigibile"

A ME PIACEVANO LE NUVOLE

di Roberto Cupo

Vietri sembra una bomboniera di porcellana vista dal mare. Un piccolo carnevale di colori posato sulle colline della Costiera Amalfitana. Giù, ai piedi della scogliera, un grappolo di case bianche veglia sulle piccole barche ormeggiate nel porto. Ancora oggi quelle case sono usate dai pescatori del posto, che da secoli le ereditano dai loro padri. A fine maggio è già possibile farsi il bagno in mare, ed è allora che i vietresi ne approfittano prima che venga l’estate piena di turisti e di caos. In quei giorni un gran bel sole fa pensare già all’estate. Coi suoi occhietti vispi rivolti verso il mare, Simonetta insieme al suo papà si godeva quel bel sole che si specchiava nei suoi capelli biondi e lunghi.

Appena finimmo di mangiare papà mi disse di prepararmi, che mi portava a fare una bella passeggiata. Io ne fui molto contenta. Non ci stava quasi mai a casa, era sempre impegnato per lavoro. La mattina se ne andava che noi ancora dormivamo, e quando tornava la sera era sempre molto stanco e pensieroso. Ma quel giorno era rilassato, sorridente. Era tornato prima dal lavoro, e non c’erano neanche quelli della scorta che stavano sempre appiccicati addosso. Così andai subito a prepararmi. Mi misi il vestito rosa, quello mio preferito che piaceva tanto anche a lui. Mamma mi aveva comprato pure un paio di ballerine dello stesso colore; erano bellissime! Misi anche quelle. In dieci minuti ero già pronta. Presi pure un costumino giallo, quello vecchio, il nuovo me lo sarei messo per le vacanze a Praiano. Papà chiese pure a Francesco se voleva venire, ma lui si scocciava, così rimase a casa con mamma.

Era bello forte, il sole, ma una leggera brezza lo rinfrescava quel tanto che si stava bene in spiaggia. Simonetta parlava tanto, come sempre, e Alfonso l’ascoltava divertito. Ma nella testa i pensieri non si fermavano un attimo. Non si sentiva al sicuro. Negli ultimi mesi brigatisti e camorristi avevano fatto carne da macello tra Salerno e l’Agro – Nocerino. E più di qualche minaccia era arrivata anche a lui. Conosceva bene sia la Camorra che il terrorismo rosso. Erano anni che li studiava, che li combatteva, che li faceva tremare. Ma ultimamente ne avevano ammazzati di poliziotti, di giudici, di avvocati, e lo Stato si era dimostrato debole, vulnerabile, facendo sentire loro ancora più forti. E in effetti stava cedendo eccome, lo Stato. La corruzione e la paura di avere il pugno duro stavano facendo vincere quelli là. E neanche la scorta volevano mandare da Roma. Avevano aspettato che le B.R. ammazzassero il giudice Macumbi a Salerno, prima di decidersi di darla a lui. Che poi, dopo aver fatto tanto per ottenerla, la macchina blindata non poteva che essere guidata dall’autista; l’autista non si trovava e la macchina là era rimasta nel garage dei Carabinieri di Sala. Un’altra stronzata era che solo per motivi e in orario di lavoro poteva essere usata, come se poi i camorristi dopo le cinque di sera timbravano il cartellino e non ammazzano più la gente. C’erano anche altre cose che lo inquietavano, che lo tormentavano. Cose che sapeva solo lui, e che solo lui doveva sapere. Cose per cui adesso si chiedeva chi gliel’aveva fatto fare di mettersi in mezzo.

Dopo un’oretta dissi a Papà se ce ne volevamo andare. L’acqua era tutta sporca e fredda . Arrivammo alla macchina e ce ne tornammo verso Cava. Mi piaceva così tanto la BMW di Papà. Era così bella grande, nera, mi sentivo una regina quando ci stavo dentro. Specialmente quando stavo seduta davanti. Se fosse venuto pure Francesco sicuramente si sarebbe voluto mettere lui davanti. Ogni volta litigavamo per questo. Mi dispiaceva che non era venuto pure lui a Vietri con me e Papà. Però così avevo avuto Papà tutto per me. E non avevo dovuto litigare per mettermi davanti! Quel giorno a Papà gli dissi un sacco di cose su quella spiaggia, gli parlai delle mie compagne, dei miei sogni, di quello che mi piaceva fare. Gli dissi che avevo scritto sul diario di Olimpia: “Ciao, sono Simona, una nuvola che si perde tra le nuvole”. Papà si mise a ridere. Ma era così. A me piacevano le nuvole. E fare la maestra anche, mi piaceva. Da Vietri a Cava de’ Tirreni sono giusto tre o quattro kilometri, non ci vuole tanto. Poi com’era Papà che correva arrivammo in un momento. Per strada sorpassammo tutti. Solo una macchina superò noi, un’Audi. Ma a Papà non ci volle molto per riprenderla e sorpassarla di nuovo. Fu quando eravamo quasi arrivati dentro Cava che uno scemo ci sorpassò e poi, non so come gli venne, frenò di colpo. Papà dovette inchiodare con la macchina per non andare a finirgli addosso, e io per poco non sbattevo con la testa nel vetro. Mi presi un bello spavento.

Poi da dietro sentii un’altra macchina frenare. Si fermò affianco a noi, e la riconobbi. Era l’Audi che prima ci aveva sorpassato. Quello che stava vicino all’uomo che guidava allungò il braccio verso di noi e in mano aveva una pistola. Sentii il cuore fermarsi in petto. Fu un attimo che non finiva più. Rimasi lì irrigidita, come una pietra. Non riuscivo a capire. Non mi sembrava vero. Il rumore secco e sordo mi ricordava quello dei petardi, i vetri che si rompevano, il sangue di Papà che mi schizzò sulla faccia, sul mio vestitino rosa. Mi venne un urlo, poi sentii un colpo fortissimo, una luce bianca mi passò per un attimo davanti agli occhi e poi il buio, i lamenti, le urla, le voci, le sirene. Poi, poco a poco, il silenzio.

Sono più o meno le tre del pomeriggio. Il citofono dei Lamberti suona un solo trillo, lungo, nervoso. Angela in salotto sta preparando dei regali, mentre il figlio è in camera sua che legge. Si alza stranita, si chiede chi può essere che suona in quella maniera. E’ Eva, una sua collega. Una cara amica, prima che collega. “Angela, posso salire un attimo?”. Eva ha una voce strana, agitata.

“Ch’è successo?” le chiede Angela. Eva non risponde, si è già precipitata in ascensore. La aspetta sul pianerottolo, davanti al portone. Una volta salita, Eva dice e non dice. Ha la voce affannata, è in pieno stato d’agitazione. “Non so bene ch’è successo. Ma vieni con me, fai subito!” Dalla voce di Eva si capisce che non è niente di buono. Si precipita giù, prima di uscire raccomanda a Francesco di non muoversi da casa.

Angela è in strada. Vogliono prendere la macchina ma la strada è bloccata. Eva ha la faccia sconvolta, terrorizzata. Prende per mano Angela e la porta dietro di sé, come fosse una bambina. Il cuore di Angela comincia a battere forte, fortissimo, corre con tutte le sue forze eppure le sembra di andare maledettamente piano. Si chiede cosa sia potuto accadere. L’istinto di madre combatte contro la ragione. Dopo non più di trecento metri sente un brusio di folla, pianti, lamenti; scorge un nugolo di gente, in mezzo alla scena, come un mostro ferito, domina la figura della BMW del marito, un’auto che aveva sempre odiato. Madonna Santa, è vero che quando la paura è forte ti senti i capelli che si rizzano in testa. Si avvicina ancora e oltre ai vetri rotti vede tanto sangue risaltare sul nero della macchina e dell’asfalto. E niente più, non c’è nessuno in macchina. Si guarda intorno confusa e dopo un po’ vede, a terra tra il sangue, una scarpetta di Simona.

Venne portata all’Ospedale Civile di Cava de’ Tirreni. Nel tragitto si chiedeva chissà come s’era spaventata la povera Simonetta, voleva trovarla subito per tranquillizzarla, per dirle che c’era la mamma con lei, di non aver paura. All’ospedale trovò prima Alfonso. Era stato colpito alla spalla e alla nuca, ma di striscio. Non era in pericolo. I medici dissero che in serata avrebbero estratto il proiettile dalla spalla e forse l’indomani sarebbe già stato dimesso. Non aveva mai perso coscienza, ma era in stato confusionale. Ripeteva in continuazione: “Simonetta, dov’è Simonetta? Vai a cercare Simonetta”. Angela s’incamminò lungo i reparti, ma due Carabinieri le dissero che Simonetta era stata portata a Napoli, l’avrebbero accompagnata loro dalla bambina.

All’Ospedale Cardarelli al reparto di Chirurgia c’erano il professor Troisi e il suo vice, il dottor Eugenio Procaccini. Nel reparto era una giornata come tante, solito via vai, solita routine. Intorno alle quattro del pomeriggio dalla sala rianimazione arrivò l’avviso che bisognava operare con estrema urgenza una dodicenne coinvolta in una sparatoria. La cosa scosse tutto il reparto. Da anni la guerra tra i clan mieteva vittime a Napoli, ma mai erano state coinvolte anche le creature. Mentre i collaboratori preparavano la sala operatoria, il dottor Procaccini pensava a come la mala vita stesse distruggendo quella terra, sempre più immersa nel degrado. Come l’avrebbero lasciata ai loro figli, ai loro nipoti? Pensò al cognato, al rischio che correva con tutta la sua famiglia. Gli arrivò il referto dalla rianimazione. La situazione era disperata. Un proiettile aveva colpito il cranio della bambina trapassandolo, facendole perdere molto sangue e provocando anche l’uscita di materia cerebrale. Era in coma profondo. C’era da sperare più in un miracolo che nell’intervento. La bambina fu portata in sala operatoria. Quando la videro, ai dottori Troisi e Procaccini gelò il sangue nelle vene. Entrambi conoscevano bene quella bambina: era Simonetta, la nipote di Eugenio, figlia di sua sorella Angela.

Da Cava de’ Tirreni a Napoli non è molto. Una mezz’ora d’autostrada e sei arrivato. Per Angela quel viaggio non finiva più. Aveva voglia, bisogno di vedere la sua bambina, di abbracciarla, stringerla, di baciarla. Chiedeva in continuazione che ore fossero, dov’erano. Eppure quella strada l’aveva fatta mille volte. Vicino a lei c’era sempre Eva, che cercava di calmarla. Ma non serviva a molto. All’altezza di Pompei dall’autostrada vide il Santuario della Beata Vergine. Guardandolo Angela giurò alla Madonna che avrebbe fatto qualsiasi cosa, purché alla figlia non fosse successo niente di brutto. Quando arrivò in ospedale però capì che quel qualcosa di brutto era successo. Al reparto i medici la guardavano in silenzio. Le dissero solo che bisognava aspettare e sperare. Angela non era in più in sé. Per calmarla le somministrarono del Valium. L’effetto mandò via un po’ l’ansia, ma il dolore e il pensiero rimanevano fissi come chiodi al muro. Come avevano potuto? Come s’erano permessi di coinvolgere una bambina non ancora dodicenne in una barbarie simile? Per i bambini non era mai stata preoccupata più di tanto. La camorra li aveva sempre tenuti fuori. Anche Alfonso aveva sempre lasciato intendere che il pericolo era più per lui. Per stare più sicuro la famiglia l’aveva lasciata a Cava, che era un posto tranquillo, non l’aveva fatta spostare a Sala Consilina, dove adesso lavorava. Perché avevano sparato su Simonetta? Non potevano non averla vista la bambina. Gente del genere non erano uomini. Non si potevano definire esseri umani. Davanti alla sala operatoria il tempo era interminabile. Sentì dentro un tragico presentimento dilaniarle l’anima. “Eva, Simonetta è morta. Me lo sento”, disse piangendo. “Ma che dici – cercava di calmarla Eva – dentro c’è tuo fratello, c’è il professor Troisi. Simonetta è in buone mani”. Angela rimase in silenzio, stordita dal Valium. Pensò a Simonetta, a quella bambina sicura e decisa come il padre, ma anche tanto dolce. Quella bambina che stava per sbocciare, che si preparava a diventare donna. Pensò ai momenti vissuti con lei. La pensò in quel vestitino di carnevale fatto dalla nonna raccogliendo un po’ di pezzi di stoffa di qua e di là, come Arlecchino. “E cosa rappresenta questo costume?” aveva chiesto Simonetta. “Boh, non so – disse la nonna – potremmo chiamarlo La Primavera!” Simonetta era tanto attaccata ai nonni. Ogni volta che andavano da loro, a Napoli, voleva sempre portargli un regalino. Il giorno della prima comunione non vedendoli arrivare si era preoccupata, e quando scorse l’auto da lontano gli corse incontro, felicissima. Vide i suoi sorrisi, i suoi sguardi, la sua consapevolezza di essere una bambina speciale. La rivide in quel giorno che andarono all’Abbazia dei Benedettini, lei con un mazzetto di primule e il fratellino Francesco che la inseguiva con in mano un lungo verme, la rivide alla festa del suo ultimo compleanno, in quella foto con gli occhi un po’ chiusi, che sembrava quasi si stesse addormentando. La vide com’era, sempre allegra, riflessiva, la vide in classe tra i compagni di scuola, giocare nel parco correre ridere con quella sua risata particolare e poi finalmente in un suono di campane a festa la vide uscire dalla sala operatoria, andarle incontro e abbracciarla forte, un po’ spaventata, ma come sempre sorridente! Si sentì prendere per mano, alzò gli occhi e vide Alfredo, il fratello di Alfonso. Era in lacrime. Non ci fu bisogno di parlare. Da quella sala operatoria Simonetta non sarebbe mai uscita per abbracciarla. Angela si strinse in sé e pianse, mentre le campane dell’ospedale continuavano a suonare a festa per la messa delle sette.

Simonetta Lamberti fu uccisa il 29 Maggio 1982 durante un attentato il cui bersaglio era il padre, il giudice Alfonso Lamberti, “Manetta”, com’era chiamato negli ambienti giudiziari e camorristici per i suoi ferrei modi nella lotta alla malavita e al terrorismo campani che in quegli anni insanguinavano la regione. Il caso sconvolse l’Italia intera. Prima d’allora la Camorra non aveva mai colpito bambini. Stando alle ricostruzioni degli inquirenti Simonetta fu sicuramente vista, ma l’ordine dall’alto evidentemente fu intransigente come lo era Alfonso Lamberti. Nessuna pietà. Otto colpi di P38 furono scaricati ugualmente in nella BMW nera del giudice, uno dei quali (forse proprio l’ultimo) colpì la testa della piccola Simonetta, uccidendola.

“Quello che so di quel 29 maggio l’ho letto dal libro che scrisse mia mamma pochi mesi dopo la morte di mia sorella, una sorta di diario che si chiama “Simonetta come farfalla di maggio”; diario in cui mia madre descrive i suoi stati d’animo […] l’unica ricostruzione a cui posso rifarmi è quella dal punto di vista soggettivo di mia mamma e ogni volta che leggo questo brano – oramai lo so a memoria – mi immedesimo ed ogni volta è come se rivivessi anch’io la scena…naturalmente non c’ero, quindi non posso rivivere le scene di quel pomeriggio così come sono andate…faccio una sorta di ricostruzione nella mia mente, e ogni volta fa male. Fa male sempre…”

Il processo per l’omicidio di Simonetta si apre l’11 Novembre 1986, oltre quattro anni dopo quel caldo pomeriggio di fine maggio. Nel rinvio a giudizio, come mandante dell’agguato viene indicato Salvatore Di Maio, ventotto anni, detto “Tore ‘o Guaglione”, capo - zona nell’Agro Nocerino per conto della Nuova Camorra Organizzata che fa capo al boss Raffaele Cutolo. Gli esecutori – secondo l’accusa – sarebbero Carmine di Girolamo, trentadue anni, e Francesco Apicella, di trenta. Quest’ultimo sarebbe stato riconosciuto da un testimone come l’autista della macchina da cui furono sparati i colpi. Due giorni dopo, alla seconda udienza, è predisposto l’interrogatorio per il giudice Lamberti, che non si presenta. L’ex Procuratore Capo di Sala Consilina manda una lettera al presidente. Sta male, dice, a causa di problemi di salute e familiari. Nella lettera conferma la testimonianza fatta durante l’istruttoria senza avere particolari da aggiungere. L’atteggiamento di Alfonso Lamberti durante il processo è strano: alla prima udienza decide di non costituirsi parte civile, alla seconda non si presenta. Il dottor Lamberti è cambiato. Molte cose sono cambiate per lui e per la sua famiglia dopo quel 29 Maggio.

Un anno dopo l’attentato, il 24 Maggio 1983, Angela Procaccini dà alla luce un’altra bambina, Simonetta Serena. Quella nascita, che sembra essere un nuovo punto di partenza per i coniugi Lamberti, non attenua le conseguenze della tragedia. Il proiettile che colpì di striscio la nuca di Alfonso Lamberti provocò la frattura dei tavolati cranici e l’uscita di materia cerebrale. Le conseguenze non si fanno attendere molto. I postumi di quella ferita provocano al giudice frequenti e lancinanti dolori alla testa, convulsioni, stati di panico e nevrosi depressive. Il 27 Settembre 1983 è ricoverato all’ospedale di Polla per un’ischemia cerebrale che quasi lo uccide. Alfonso diventa morboso, paranoico, sempre più possessivo verso i figli e soprattutto verso la moglie, da cui si convince di essere tradito. Le sue paranoie, la sua diffidenza, lo spingono a chiedere, ottenendolo senza troppe esitazioni, il divorzio. Nell’ambiente lavorativo, tenta di scavalcare i colleghi che indagano sulla morte di Simonetta, li accusa di non voler fare il loro mestiere, di non voler aiutare un loro collega perso nel dolore. Si fa sempre più nemici. Alfonso “Manetta” Lamberti, giudice integerrimo nella lotta alla camorra e al terrorismo, brillante saggista e docente universitario, fiore all’occhiello della magistratura campana, è un uomo in declino. E sempre più solo.

“Io di quegli anni non ho nessun ricordo, ero piccolissima […], quindi non posso ricordare queste cose, cose di cui non so niente perché mio padre non me ne ha mai parlato, non si è mai aperto più di tanto […] Mia madre si è salvata grazie al suo amore per i giovani, per la poesia, per il suo lavoro. Ha trasformato il suo profondo in modo positivo e si è salvata nel ricordo e nell’amore per mia sorella: tante volte ha detto ‘che per lei il ricordo di Simonetta deve essere un ricordo d’amore…’”

E’ una donna forte Angela Procaccini. Nonostante quel dolore, che lei credeva avrebbe segnato la sua fine, riesce a riprendere in mano la propria vita in maniera più o meno stabile. Angela ricomincia a sorridere alla vita, ma il sorriso non sembra essere ricambiato. Per diversi anni centinaia di lettere anonime vengono indirizzate ai suoi studenti, al suo collega Carmine Montefusco, al preside della scuola dove lei lavora, al provveditore di Salerno e alla Guardia di Finanza. Le lettere parlano della dubbia condotta morale di Angela, di una sua relazione col collega Carmine, delle irregolarità fiscali del fratello Eugenio, medico al Cardarelli di Napoli. E poi le telefonate anonime, e l’ex marito che nonostante la separazione si fa sempre più ossessivo…

Il 18 Novembre intanto, c’è la terza udienza del processo: vengono ascoltati i pentiti Giovanni Pandico, Michelangelo D’Agostino e Francesco Leonardo, i quali confermano le accuse contro i tre imputati. 27 Gennaio 1987: il Pubblico Ministero Leonida Primicerio richiede l’ergastolo per tutti e tre gli accusati: per Salvatore Di Maio in qualità di mandante, Francesco Apicella e Carmine Di Girolamo quali esecutori. Secondo l’accurata ricostruzione del P.M., basata sulle confessioni dei pentiti e sull’incrocio di indagini di altri processi, il movente dell’attentato contro il giudice avrebbe riguardato i diversi casi di sequestri di persona avvenuti intorno al 1977, di cui Lamberti si occupava. Primicerio fa riferimento in particolare al sequestro e all’uccisione dell’industriale Michelangelo Ambrosio, nel Marzo 1977. Durante quel processo, grazie al lavoro svolto dall’allora Sostituto Procuratore di Salerno, si ebbe il primo caso di pentimento nella storia della Camorra. Il collaboratore si chiamava Biagio Garzione, partecipe del sequestro Ambrosio. La confessione si ebbe anche grazie all’avvocato difensore di Garzione, Dino Gassani. Tra i nomi fatti dal pentito c’era quello di Raffaele Catapano, che dei sequestri di quegli anni fu il principale organizzatore. Il giudice Lamberti ne ordinò l’arresto. Catapano, stizzito per l’affronto, decise di farsi giustizia a modo suo. Dopo aver fatto eliminare l’avvocato Gassani (27 Marzo ‘81), si sarebbe rivolto a Di Maio per l’esecuzione di Lamberti. Oltre ai tre ergastoli, il Pubblico Ministero Leonida Primicerio chiede l’avviamento di procedura penale nei confronti di Raffaele Catapano.

Passano otto lunghi giorni. Il 3 Febbraio, dopo dieci ore di consiglio, la Corte d’Assise di Salerno emette la sentenza: accolta la richiesta d’ergastolo per Francesco Apicella, l’autista del commando. Assolti, per insufficienza di prove, Salvatore Di Maio e Carmine Di Girolamo, rampolli della frangia camorristica cutoliana dell’Agro Nocerino - Sarnese. Almeno in parte, Simonetta ha ottenuto giustizia. Ma questo non può lenire il dolore.

Tra le vittime di questa storia, ce n’è una più piccola e silenziosa di tutte. E’ Serena, la bambina nata un anno dopo la tragedia, che si trova direttamente proiettata in quel dolore, che vive la mancanza di Simonetta senza neanche averla mai avuta:

“I miei genitori non me ne hanno mai parlato apertamente, nel senso che la presenza di questa bambina, e dell'enorme vuoto e del profondo dolore per la sua perdita,  era molto forte. Però contemporaneamente era una presenza indiretta, nel senso che c’era, ma non se ne parlava. Io ero consapevole di aver perso una sorella già da piccola, però per sensibilità e per rispetto nei riguardi dei miei genitori non ho mai insistito tanto nel chiedere, perché so quanto fa male parlarne, è una ferita che non si può, non si potra' MAI rimarginare. Però purtroppo questo ha danneggiato me in prima persona, perché forse sarebbe stato meglio affrontare tutto parlandone …”

Serena cresce vedendo intorno a sé solo tanta tristezza, confusione, silenzi:

“La mia infanzia:.... è un po’ difficile parlarne; è finita molto presto, a nove anni si può dire, per le tante vicende che sono accadute dopo. Purtroppo la mia famiglia – sempre a causa di quel maledetto pomeriggio, perché quel pomeriggio è stato un terremoto che ha sconvolto e distrutto totalmente la mia famiglia. Questi eventi, quando capitano, o uniscono di più o distruggono definitivamente i legami di una famiglia. I miei si sono separati, ci sono state tante altre vicende successive che hanno complicato tutta questa situazione che ancora non è ben chiara…”

Si sente vivere una vita non sua:

“…ovviamente non me l’ha mai fatta pesare la perdita di mia sorella, ma ho sempre sentito questa specie di dovere, di obbligo di essere all’altezza, come fosse stato un rimpiazzo essere nata dopo, una sorta di clone. E’ brutto da dire così, però è quello che sento da sempre. Mia mamma non mi ha mai fatto assolutamente pesare questa cosa, anzi, lei si arrabbia, dice che non devo assolutamente pensarla una cosa del genere. Razionalmente so che è così, però con i sentimenti è diverso… il confronto con questa bambina che ormai è un angelo, è un confronto con la perfezione, e non riesci a sostenerlo.”

Il 29 Marzo e il 6 Aprile 1988 si svolgono le due udienze del processo d’Appello. Al termine della requisitoria, il Sostituto Procuratore Generale Vincenzo Verderose chiede la conferma di quanto emesso in primo grado.

18 Aprile 1988, giorno della sentenza. Basandosi sulla non credibilità dei pentiti interrogati in primo grado, la Corte d’Appello di Salerno presieduta da Mario Consolazio proscioglie Salvatore Di Maio e Carmine Di Girolamo per non aver commesso il fatto. Stesso principio viene applicato anche riguardo alla testimonianza oculare - in seguito smentita – che incastrava Francesco Apicella. Sono passati sei anni dall’omicidio di Simonetta, e gli assassini ancora non hanno un nome. La Giustizia ha perso. E quando è la Giustizia a perdere, perdono tutti. Perde l’onestà, la voglia di combattere il male, quella di avere la verità. Perde la fiducia. Perde una madre anche se riesce a rialzarsi, perdono i bambini che non ottengono giustizia, destinati a crescere nell’insicurezza, perdono i giudici impotenti ad individuare gli assassini protetti dall’omertà. E perde un padre, divorato dalla rabbia, dai sensi di colpa, dal peso della perdita. E le reazioni di chi perde non le puoi prevedere.

Passano gli anni. Magistratura e giornali non parlano più di Simonetta. Sono gli anni in cui Alfonso Lamberti decide di dedicare il proprio genio al male. Nel 1990 il Tribunale di Salerno lo vede imputato per diversi reati: calunnia continuata, falso e abuso in atti di ufficio. Ad accusarlo è l’ex moglie Angela Procaccini, che vede in lui l’autore di quelle lettere, di quelle telefonate e delle relative minacce. La Corte le dà ragione. Il giudice “Manetta” viene interdetto dal Consiglio Superiore della Magistratura da ogni suo incarico. E’ il gennaio del ’92. In seguito il giudice Lamberti accumula sulla propria fedina penale un curriculum da far invidia ai maggiori boss che un tempo contrastava. A seguito delle confessioni del pentito Pasquale Galasso, contro Lamberti vengono avviate procedure per corruzione pluriaggravata, concorso in associazione per delinquere di stampo camorristico, estorsione pluriaggravata e ancora una volta abusi in atto d’ufficio. Stando alle confessioni del pentito, tra il 1985 e il 1991 il giudice Lamberti avrebbe lavorato a favore del clan di Carmine Alfieri, aggiustando decine di sentenze, ridimensionando condanne, dissequestrando beni tolti ai camorristi. In cambio avrebbe ricevuto versamenti in banca per centinaia di milioni, gioielli, un appartamento estorto dalla Camorra a un costruttore, orologi d’oro. In più, altri due favori: due attentati dinamitardi – entrambi falliti - contro il professor Carmine Montefusco, reo, nella mente di Lamberti, di aver intrapreso una relazione con la sua ex moglie. Quest’ultimo episodio, archiviato per mancanza di prove qualche anno prima, viene confermato dalla deposizione di Galasso. Il 18 Maggio 1993 viene arrestato e rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Bellizzi Irpino. E’ il tramonto del dottor Lamberti. Qualche mese più tardi viene scarcerato per infermità mentale. Da allora, abbandonato anche da se stesso, si lascia vivere da una vita che non lo abbandona per dispetto, una vita fatta di barbiturici e solitudine che lo costringe quotidianamente a fare i conti con le sue colpe, i suoi rimorsi, le verità e i segreti dei suoi gesti che con lui moriranno.

Questa, come tante altre, è una storia dove ognuno è vittima a suo modo, vittima di nessun carnefice, almeno secondo la legge… Simonetta è stata la prima di una lunga serie di vittime innocenti che si è protratta fino ai giorni nostri, con l’omicidio di Ciro Gallotta, il 29 giugno 2007, ucciso per errore dai casalesi. Con Ciro sono quasi trenta le vittime per “errori” della Camorra. Vittime che si son trovate per caso sulla scia di sangue del crimine e spesso, troppo spesso, si è trattato di giovani ancora minorenni. Questa, come tante altre, è una storia dove chi viene ucciso muore una volta sola, mentre chi resta si vede morire un po’ ogni giorno. Di queste vittime ce n’è una che dopo anni di sofferenze e silenzi decide di alzare la testa per trovare, anche col rischio di rimanere accecata, la verità, sempre più evanescente e indefinibile, per conservare il ricordo di una morte così assurda affinché non si dimentichi, affinché si rifletta:

“Almeno questo! Io non posso permettere che mia sorella non venga ricordata, per me è diventata una cosa fondamentale. Se non posso riaverla, se non posso sapere nemmeno chi è stato, almeno ricordarla è un dovere non solo mio, ma penso di tutti.”

 

 

Tratto da  "SIMONETTA: COME FARFALLA DI MAGGIO" di A. Procaccini

Prefazione di Alberto Bevilacqua

Simonetta, da bambina vittima di una cronaca spietata, diventa, attraverso il dolore semplice raccontato dai genitori, una di quelle piccole divinità, che, nei secoli, hanno sempre incarnato la disumana antinomia tra affetto e vita, fra le due grandi fatalità: il generare e il morire. Anche questa antinomia nel libro assume i contorni di un luogo mitico, e di una prigione esistenziale da cui evadere è impossibile. E' come se il grembo materno raccontasse se stesso, contrapponendo, alla sua capacità di collaborare alla gran macchina dei viventi, l'ossessivo dramma delle amputazioni a cui il destino lo sottoppone. Contrasto insolubile, che va al di là della pur straziante vicenda. Il grembo da cui  Simonetta uscì, creatura netta e minuziosamente registrata nei suoi atti e momenti, dopo l'amorevole distacco dal cordone ombelicale, è come se si attaccasse di nuovo a quel cordone in fondo al quale sta un teschio inerte, per aggrovigliarlo, attorcigliarlo negli spasimi viscerali della perdita.

Sono casi questi, in cui il compito del commentatore è difficile e ingrato. Ogni parola rischia di stridere, di apparire superflua e retorica. Vale la testimonianza, certo, simile al gesto che potrei passare, con silenzio e pudore, sul capo della madre di Simonetta; ma è inevitabile la sensazione di correre sul filo del rasoio [..........]

I genitori di Simonetta, raccontando l'atroce episodio o mettendo a nudo tutto ciò che forma un essere umano (memoria, affettività, sentimento, fino alle fibre microscopiche che il dolore rende visibili sul fondo impietoso del proprio stagno) disarmano la pagina dalla sia pur minima intenzione interpretativa o espressiva; affidano la loro confessione al grado elementare dello scrivere. Incidono un'epigrafe, esattamente come quei genitori padani sulle maestà messe a ricordare i figli perduti. Non ha calcolo, il loro scrivere, nemmeno persegue il conforto effimero che le parole messe su carta possono dare. Questo enorme potere di semplificazione può nascere soltanto dalla penna di chi tutto ha perduto, anche la confidenza con la più banale illusione.

Scrittura disarmata, disarmante, forse per contrapporla, inconsciamente, alla mano armata dell'assassino, o degli assassini: di chi uccise Simonetta. Perciò la pagina acquista una sua terribile potenza e, spesso, un non voluto spessore di poesia.

Righe che sembrano attraversate dalla frase di Borges: "Ho l'impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato".

La madre narrante non si rende conto di esprimere in modo mirabile, l'idea che noi abitiamo sempre oltre i termini della vita, e una parvenza di eternità sempre ci accompagna.

Simonetta è la certezza, remota, offuscata dai tormenti conseguenti alla sua perdita, che la Storia, per quanto sontuosa, è sempre un lampo: è quel lampo ad attraversare noi, o non siamo noi piuttosto ad attraversarlo, continuando ad esistere anche quando usciamo dalla sua accecante luce e ci inoltriamo nelle ombre che conservano lo strepito del tuono?

Siamo di fronte ad un salmo scritto con la prepotenza abissale delle forze primigenie che ancora ci abitano.

L'assassino di Simonetta - è probabile - leggerà queste pagine. Sarà la sua condanna insostenibile: non so immaginare condanna peggiore, davvero.

D'accordo, il nostro non è più il tempo in cui i giuda si impiccano (essi impiccano noi), ma ugualmente ritengo che l'assassino, con questo libro stretto nelle mani, non potrà non desiderare la propria morte: anche lui, si, con tutto ciò che forma un essere umano (forse sarà privo di affettività e sentimento, ma non di memoria; e la memoria, quando è sola come una lancia insanguinata e conficcata in un terreno desolato, acquista una crudeltà micidiale).

[......]

e uno scrittore, ai genitori di Simonetta, ha solo l'obbligo di dire: alla parola scritta spesso tanto inutile e inerte in un mondo che comunica sempre meno, Voi avete dato una forza e una nobiltà che hanno pochi in termini di paragone. Anche questo significa saper generare.

E, a chi come noi, continua testardamente a credere nelle parole, appare certo che, nelle vostre, Simonetta possa davvero continuare una sua esistenza.

Anche Dio è parola, verbo. E' stato prima verbo e poi si è fatto carne.

Per Simonetta è avvenuto il contrario. Ma è lo stesso, e voi lo sapete. Voi che siete stati portati dal dolore a capire le cose ben oltre le loro apparenze.

Alberto Bevilacqua.

 

 

 

 

Foto e Articolo del 28 Maggio 2012 da dallapartedellevittime.blogspot.it

UNA FARFALLA DI MAGGIO. SIMONETTA LAMBERTI, UCCISA 30 ANNI FA

di Raffaele Sardo

Esattamente trent'anni fa, la piccola Simonetta Lamberti fu uccisa in un agguato camorristico. L'obiettivo era il padre, il magistrato Alfonso Lamberti. Gli assassini ancora non si conoscono, anche se c'è un collaboratore di giustizia che sta rivelando nuove notizie su questa vicenda. Inutile dire quanto è mancata e quanto manca ai suoi cari la piccola Simonetta. Ma manca anche a tutti coloro che l'hanno conosciuta nel tempo attraverso gli scritti della sorella Serena; della mamma Angela e del padre, Alfonso. Stamani si intitola una strada a Simonetta nel Comune di Marano, con una manifestazione pubblica dove, tra gli altri, interviene anche don Luigi Ciotti, presidente di Libera.

Noi la vogliamo ricordare raccontando la sua storia, tratta dal mio libro: "Al di là della notte" (ed. Tullio Pironti)

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Faceva caldo. Faceva davvero caldo quel 29 maggio del 1982. Il sole cocente annunciava che l’estate era vicina. La natura completava il suo ciclo e portava bellezza e vigore ai fiori della Costiera. Simonetta aveva chiesto tante volte a suo padre di portarla al mare. Ma era sempre indaffarato con il suo lavoro di magistrato. Alfonso Lamberti all’epoca era procuratore capo a Sala Consilina e aveva sempre poco tempo per lei. Quel giorno, invece, tornò prima dal lavoro. E al mare il papà ce la portò per davvero. Simonetta aveva ancora i compiti da fare. Guardò la mamma con uno sguardo interrogativo. Come per dire: «Posso andarci anche senza aver fatto i compiti?».

La mamma, Angela, capì e annuì. «I compiti puoi farli anche al ritorno», le rispose. La bambina lasciò i quaderni ancora aperti sul suo banchetto e indossò il costumino giallo dell’anno precedente, mentre la mamma preparava la borsa per il mare. Poco dopo Simonetta era già nella Bmw col padre, alla volta di Vietri sul mare. Da Cava de’ Tirreni a Vietri sono solo cinque chilometri. Con l’auto al massimo ci si mette quindici minuti. A quell’ora, poi, subito dopo pranzo, non c’era proprio nessuno per strada. Simonetta Lamberti aveva dieci anni. Non sapeva che quel giorno sarebbe stato anche l’ultimo della sua vita. Sulla spiaggia c’era poca gente. L’ideale per divertirsi insieme al suo papà come da tempo non faceva. Giocava a fare i tuffi in acqua e si rincorrevano proprio come due bambini. Poi, distesi sugli asciugamani sotto il sole di fine maggio, come a rinfrancarsi del tempo spensierato passato insieme. E quando il sole cominciò ad allontanarsi, ripartirono verso casa. Sarebbero arrivati davvero in pochi minuti. Simonetta si era stancata. Col braccino fuori dal finestrino, provò a chiudere gli occhi, come per dormire nonostante il tragitto da fare fosse breve.

Arrivarono a Cava che erano circa le sedici e trenta. Fu allora che si materializzò la morte. Qualcuno li stava seguendo. Qualcuno che teneva d’occhio il papà magistrato a Sala Consilina. Qualcuno che probabilmente li aveva spiati anche sulla spiaggia di Vietri. Ma né il papà, né Simonetta si erano accorti di niente. All’incrocio tra via Libertà e via della Repubblica un’Audi affianca la Bmw del magistrato. È un attimo. Dalla macchina sparano otto colpi con una pistola P38. Due arrivano a segno. Colpiscono Alfonso Lamberti alla spalla destra e alla testa. Ma uno dei proiettili rimbalza e colpisce Simonetta proprio alla testa. La bambina è ancora appisolata e non s’accorge di cosa accade in quei momenti attorno alla Bmw. L’Audi sgomma e sparisce a tutta velocità. La Bmw è ferma. Accorre gente. La macchina è piena di sangue. È il sangue di Simonetta e del suo papà. Alfonso urla: «Simonetta, Simonetta, svegliati! Piccina mia... Cosa ti hanno fatto!?». Impreca, chiama tante volte per nome la figlia come per svegliarla. Il dramma si consuma sotto i suoi occhi. È incredulo. Poco dopo vengono soccorsi e portati in ospedale a Cava. I medici si renderanno subito conto che la bambina è grave. È stata colpita al cervello. Viene trasferita al Cardarelli a Napoli. Verrà operata d’urgenza. Un tentativo disperato che faranno i medici per cercare di recuperarla alla vita. Ma risulterà vano. Dopo alcune ore trascorse in sala operatoria, Simonetta muore.

Alla mamma, che nel frattempo era arrivata a Napoli per starle vicino, lo faranno capire a poco a poco che la bambina non ce l’ha fatta. Angela Procaccini è disperata. Piange. Soffoca dentro di sé la sua rabbia. Il dolore non ce la fa ad uscire. Resta dentro, come a divorare tutta la sua anima. Un pezzo di sé è andato via. Rischia di portarsi anche lei dietro. I familiari che sono con Angela in ospedale le si stringono intorno. La mamma non vuole crederci. Non può crederci che la sua Simonetta non tornerà più a casa. Che non vedrà più il mare. Che quello è stato il suo ultimo giorno di vita. Aveva tanto tempo davanti a sé per spiccare il volo. Aveva ancora tanti giorni per andare al mare col papà e giocare a fare i tuffi. Ma come una farfalla nel mese di maggio, il destino ha voluto che vivesse solo un giorno di gioia e spensieratezza in quell’estate che si annunciava col sole cocente. Ora non si divertirà più. Non correrà più. Non danzerà più, non riderà più, non ci sarà più. Simonetta sarà solo un ricordo che vivrà attraverso le cose che ha posseduto.
La notizia dell’agguato al giudice Alfonso Lamberti e della morte della sua bambina si diffonde in un baleno. Si parla di un attentato della camorra per uccidere il magistrato. Quella è la pista che seguono gli inquirenti anche se sanno che il giudice era già finito nel mirino delle Brigate Rosse. C’è un testimone che si fa avanti. Era sul luogo dell’attentato e collaborerà con gli inquirenti. Dice di aver riconosciuto l’autista del commando. Ma le indagini non sono semplici. Saranno tre gli indagati rinviati a giudizio. Il quotidiano «la Repubblica» del 17 gennaio 1986 scrive: «Tre presunti camorristi – Francesco Apicella, di 30 anni, di Tramonti (Salerno), Carmine Di Girolamo, di 32, di Aversa (Caserta) e Salvatore Di Maio, di 28, di Nocera Inferiore (Salerno) – sono stati rinviati a giudizio dall’ufficio istruzione del tribunale di Salerno, con l’accusa di essere i responsabili dell’agguato al sostituto procuratore della Repubblica di Sala Consilina, Alfonso Lamberti, nel quale fu uccisa la figlioletta del magistrato, Simonetta, di 10 anni. [...]. Dall’udienza di rinvio a giudizio è emerso che subito dopo il delitto, mentre gli assassini fuggivano, l’Audi a bordo della quale viaggiavano fu “incrociata” da una automobile sulla quale si trovavano tre persone, una delle quali riconobbe Apicella. La responsabilità dei tre sarebbe provata anche dalle dichiarazioni di alcuni camorristi».

Sul quotidiano «la Repubblica» del 4 febbraio ’87 c’è anche la cronaca del processo: «Il pubblico ministero, Leonida Martusciello, aveva chiesto la condanna all’ergastolo di De Maio, indicandolo quale mandante dell’assassinio, di Apicella e di Di Girolamo, ritenuti gli esecutori materiali. Il pm aveva indicato il movente nella vendetta da parte di Raffaele Catapano nei confronti del dottor Lamberti, che nel corso delle indagini sul sequestro del banchiere Mario Amabile, avvenuto a Vietri sul Mare il 2 novembre del 1977, indusse uno dei sequestratori, Biagio Garzione, alla confessione». Ma la sentenza sarà di condanna solo per uno di essi. La corte emette il verdetto dopo quasi dieci ore di camera di consiglio. Condannerà all’ergastolo Francesco Apicella, riconosciuto da un testimone alla guida dell’auto che attentò al magistrato e a sua figlia Simonetta. Mentre sono assolti per insufficienza di prove Salvatore Di Maio e Carmine Di Girolamo, ritenuti due esponenti della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. In Cassazione non ci sarà più nessun colpevole.

Il papà di Simonetta, Alfonso Lamberti, non sa darsi pace. I sensi di colpa lo assalgono. Si sente responsabile della morte della figlia. Alfonso Lamberti negli anni successivi verrà coinvolto in un blitz anticamorra. Viene arrestato il 18 maggio del 1993, in seguito alle rivelazioni di alcuni pentiti. È accusato di aver favorito i camorristi quando dirigeva la sezione misure di prevenzione della Corte di Appello di Napoli. In carcere tentò anche il suicidio. Voleva portarsi dentro la tomba tutto il suo dolore. Finanche quel senso di colpa per la morte della figlia che non l’ha mai abbandonato. Ora scrive libri su quel tragico evento, come per darsi pace. Forse per elaborare un lutto che non ha mai superato. Nei suoi libri Alfonso Lamberti continua a parlare con Simonetta come se fosse ancora viva. Le racconta di tutto attraverso «prosa e poesia, sogno e memoria», come scrive Gore Vidal nella prefazione del suo ultimo libro. Ma traspare in tutti i suoi scritti il senso di angoscia che si porta dentro e che gli fa chiedere continuamente perdono per quella vita spezzata da altri, e di cui si sente il solo responsabile, fino ad autodefinirsi «il boia» della figlia. Il papà di Simonetta è come se avesse avuto una condanna a vivere senza la sua bambina. Una condanna che probabilmente lo accompagnerà fin dentro la tomba.
E non c’è condanna peggiore di quella di sentirsi responsabile della morte dei propri figli. «[...] raccogli nelle tue mani il mio perdono per essermi comportato da padre negletto!», scrive Alfonso Lamberti nel libro Camorra, mafia, brigate rosse? L’omicidio di Simonetta Lamberti, edizioni Graus. «Dovevo nasconderti agli occhi degli assassini, dovevo sapere che, anche tu, eri vittima predestinata all’olocausto. Non avrei dovuto ignorare che vicino a me, con me, andavi contro la fatalità, nel momento stesso in cui ti avevo invitato a “scendere” al mare, a salire sulla mia auto non blindata, quando ti avevo lasciata sola sul lido deserto della marina, quando… quando… quando…». Il papà le chiede anche di più: «Non cercare di rialzarmi dalla polvere in cui mi prostro, non sollevare la mia pesante croce; ascolta, senza lacrime, le mie urla, si perdono nelle notti angoscianti; raccogli, con un benevolo sorriso, con uno sguardo ammiccante, a piene mani, senza respingerlo, il mio strazio, le mie turbolenze psichiche. Ti chiedo, ancora una volta: “perdono”, perdona un padre sciagurato, perdona il tuo boia; andrò più sereno incontro alla morte, mi farò accompagnare dal prete, mio confessore, il quale ripeterà l’ultimo mio desiderio: “Abbi pietà, Signore, di questo carnefice”».

ASimonetta hanno intitolato lo stadio comunale di Cava de’ Tirreni, un’aula della Pretura, strade, scuole, premi scolastici. La ricordano in tanti quella «farfalla di maggio» che non volerà più.

 

 

 

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L' OMICIDIO DI SIMONETTA LAMBERTI

Il 29 maggio 1982 una bambina di dodici anni Simonetta Lamberti viene uccisa per errore da un killer della camorra, l'obiettivo era suo padre il Giudice Alfonso Lamberti che in questa intervista racconta ad Enzo Biagi il tragico evento.

 

 

 

Articolo del 29 Maggio 2012 da Articolo del 29 Maggio 2012 da lacittadisalerno

• Salerno. E’ un killer cutoliano di Nocera Inferiore l’uomo che potrebbe riscrivere la storia processuale dell’omicidio di Simonetta Lamberti. L’uomo, la cui identitá è custodita nei verbali secretati dei nuovi atti dell’inchiesta della procura di Salerno, ha riaperto la vicenda raccontando la sua versione dei fatti al sostituto procuratore dell’antimafia di Salerno Vincenzo Montemurro. Quell’uomo si è autoaccusato di aver partecipato a quel delitto. Tutto ruota intorno ad una Fiat 127 bianca che avrebbe seguito la vettura del giudice Lamberti fino al momento dell’agguato. Il pentito ha raccontato chi ha fornito quell’auto e chi ha poi partecipato materialmente al delitto.
• La veritá storica accertata dal processo potrebbe essere dunque riscritta. E, soprattutto, potrebbe essere fatta finalmente chiarezza sui mandanti, oltre che sugli esecutori materiali. I giudici, infatti, condannarono all’ergastolo il solo Francesco Apicella, individuato quale autista del commando e riconosciuto da un testimone oculare. Per insufficienza di prove vennero assolti il boss Salvatore Di Maio, alias "Tore o’ Guaglione", e Carmine Di Girolamo, esponenti della Nco di Raffaele Cutolo. Il pubblico ministero di quel processo chiese la condanna all’ergastolo di Di Maio, quale mandante, di Apicella e di Di Girolamo considerati gli esecutori materiali. Il prossimo passo delle indagini sará un nuovo interrogatorio del giudice Lamberti, fino ad ora rinviato le sue precarie condizioni di salute. Il pentito ha fatto i nomi di altri personaggi della malavita dell’epoca, tutti legati a Raffaele Cutolo, o’ professore, capo della Nuova Camorra Organizzata, anche lui più volte evocato come un’ombra per quell’assassinio. «Voi ricorderete la storia di Lamberti -raccontò il superpentito Pasquale Galasso al giornalista Gigi Di Fiore - era un magistrato che dava davvero fastidio a Cutolo e alla Nco a Salerno. Non si metteva paura di nulla ma cercarono di ucciderlo. Fu un attentato terribile, proprio alla maniera di Cutolo che non guardava in faccia a nessuno». Ma il boss della Nco ha sempre smentito. «Nella mia vita ho fatto del male a tante persone -disse - Ma accusarmi di aver sparato in faccia ad una bambina è una menzogna che non posso accettare».

 

 

 

Articolo del 13 Marzo 2013 da  ilmattino.it

CONTROSTORIE
di Gigi Di Fiore


Le vittime di camorra, Simonetta Lamberti e la verità sulla sua morte dopo 31 anni

Alla fine, ci vuole sempre un pentito. Qualcuno che parli, ricordi, confessi. Per arrivare ad una verità su omicidi e violenze, quando c'è di mezzo la camorra è quasi sempre così. Lo è stato, purtroppo, per la morte di Giancarlo Siani, unico giornalista campano ucciso dai camorristi senza tante minacce o preavvisi. Lo è stato per tanti omicidi sulle guerre storiche tra clan della camorra, come per i tragici anni della Nco cutoliana contro i gruppi della Nf, o per i sucecssivi sconti tra vincenti del clan Alfieri.

Insomma, dopo la legge del 1992 che ha regolato l'attività dei collaboratori di giustizia, se non c'è un pentito le indagini devono segnare il passo. Hai voglia a intercettare, mettere microspie, pedinare sospettati. Per la maggior parte della indagini della Dda, il pentito è la regola.

E' successo, di recente, anche per l'orrenda morte di Simonetta Lamberti, uccisa dai killer della camorra il 29 maggio del 1982. Sono passati 31 anni e, dopo vergognosi processi senza colpevoli, è comparso un pentito della camorra in carcere, Antonio Pignataro, e ha confessato, assalito da scrupoli di coscienza: "C'ero anche io in quel commando, l'abbiamo uccisa noi per errore".

Già, la piccola Simonetta, come tante vittime innocenti che saranno ricordate tra qualche giorno a Firenze nell'annuale manifestazione organizzata dall'associazione "LIbera contro le mafie" di don Luigi Ciotti, uccisa perché il vero bersaglio venne mancato.

Era Alfonso Lamberti, il padre della ragazzina allora procuratore capo a Sala Consilina, la vittima designata. Era nella sua auto con la figlia. I killer ferirono lui e uccisero la figlia. Un delitto orrendo. Pignataro ha raccontato, spiegato che doveva essere una vendetta per le indagini di Lamberti. E allora non c'erano tanti riflettori, tante scorte dopo velate minacce di camorra, tante cautele. Lamberti era solo, con la sua piccola in auto. Erano gli anni tremendi dei colpi di coda cutoliani.

Quella morte fece impazzire il magistrato, per vendicarsi scese a patti con camorristi, cercò di farsi scudo con le loro amicizie. Fu arrestato, tentò di uccidersi in carcere, fu condannato. Destino tremendo.

La Procura di Salerno, gestita con grande professionalità da Franco Roberti, ha riaperto l'indagine affidata al pm Vincenzo Montemurro. Cinque i coinvolti tra mandanti ed esecutori. Uno solo è ancora vivo: il reo confesso Pignataro. La giustizia ci ha messo 31 anni per arrivare ad una conclusione dimezzata. Accadde lo stesso, sempre nella stessa zona - l'agro nocerino-sarnese - e con gli stessi gruppi criminali, per il delitto del sindaco di Pagani, Marcello Torre. Zone dagli affievoliti riflettori nazionali, ma con esperienze di sangue incise nel Dna di tanti. Che si faccia luce, anche tardi. Anche se, ancora una volta, bisogerà dire grazie ad un pentito.


 

Articolo del 4 Luglio 2014 da ilmattino.it

Simonetta Lamberti, condanna a 30 anni all'ultimo superstite del commando che uccise la piccola

di Angela Trocini

SALERNO - Condannato a trent'anni Antonio Pignataro che si è autoaccusato dell'omicidio di Simonetta Lamberti.

Dopo trentadue anni dall’efferato delitto si è quasi giunti alla parola fine. Il 55enne cutoliano, oltre ad autoaccusarsi, ha fatto i nomi di Gerardo Della Mura, Claudio Masturzo e Gaetano De Cesare come partecipanti al delitto. Solo lui, però, è rimasto ancora in vita.

A riscontro delle dichiarazioni di Pignataro, ci sono i racconti di Giovanni Gaudio e Angelo Moccia, esponente del clan omonimo di Afragola e per molto tempo detenuto nella stessa cella di Pignataro. Sarebbe stato proprio Moccia a raccogliere le prime confidenze sull’omicidio di Simonetta, spingendo e consigliando Pignataro a parlarne con gli inquirenti. Nei primi verbali il dissociato di camorra ha dichiarato, al pm Montemurro, di non poter vivere con quel peso sulla coscienza.

A convincerlo fu la visione di un film con una bambina che faceva una tragica fine. Il rimorso gli ha fatto vuotare il sacco raccontando come l’agguato all’allora procuratore di Sala Consilina, Alfonso Lamberti , fu preparato da Francesco Apicella. Le inchieste condotte dal giudice Lamberti , infatti, lo avevano infastidito e voleva vendicarsi. L’agguato fu preparato in sei mesi, due i mesi per gli appostamenti.

Il commando era formato, oltre che da Antonio Pignataro, da altri tre cutoliani: Gerardo Della Mura, Claudio Masturzo e Gaetano De Cesare mentre le auto erano due. Pignataro era nella 127 bianca d’appoggio, fornita da Giovanni Gaudio, che ha confermato la circostanza. Era il 29 maggio 1982 quando, a soli 11 anni, Simonetta Lamberti fu uccisa da un commando di camorra mentre tornava a casa, a Cava dei Tirreni, in compagnia del padre. All’epoca procuratore a Sala Consilina, era Alfonso Lamberti l’obiettivo.

Ma il magistrato fu solo ferito: i due proiettili, esplosi da una P38, lo colpirono alla spalla sinistra e di striscio alla testa. Un altro proiettile colpì la piccola Simonetta alla tempia, provocandone la morte qualche ora dopo il ferimento. Il colpo che la raggiunse perforò la tempia sinistra attraversandole la testa, causando una grave emorragia e danni irreversibili al cervello.

 

 

Articolo del 4 Luglio 2014 da  corrieredelmezzogiorno.corriere.it

Omicidio Lamberti, 30 anni a Pignataro
Il pm Montemurro: la giustizia trionfa

Dopo 32 anni il verdetto. L'autore fa anche gli altri nomi

di Rosa Coppola

SALERNO - Omicidio Simonetta Lamberti: 30 anni di carcere per Antonio Pignataro. La sentenza stamani, poco prima delle dodici, alla presenza, tra gli altri, di Serena, altra figlia del giudice cavese, visibilmente provata. Così, dopo trentadue anni – era il 29 maggio del 1982 - ecco in parte la parola fine. Pignataro, autoaccusatosi dell’omicidio, è stato condannato a 30 anni di reclusione; non gli è stata riconosciuta nessuna attenuante generica. Dovrà risarcire 50mila euro – i fratelli Stefano e Francesco Lamberti – che si erano costituiti parte civile.

SODDISFATTO IL PM - «Stamani è stata scritta una pagina importante per la storia della camorra nel Salernitano. La giustizia, anche se tarda, arriva sempre» ha chiosato il pm Vincenzo Montemurro. Il 55enne ex cutoliano, oltre ad autoaccusarsi, ha fatto i nomi di Gerardo Della Mura, Claudio Masturzo e Gaetano De Cesare come partecipanti al delitto. Solo lui, però, è rimasto ancora in vita. Trentadue anni fa Simonetta Lamberti fu uccisa da un commando di camorra mentre tornava a casa, a Cava dei Tirreni, in compagnia del padre Alfonso, il vero obiettivo del commando.

 

 

Articolo del 10 Luglio 2014 da ilmattino.it

Omicidio Lamberti, le motivazioni della sentenza: troppi gli omissis di Pignataro


di Petronilla Carillo

SALERNO - Omicidio Lamberti, il gup Sergio De Luca ha depositato la sentenza. Una sentenza ben articolata nella quale il giudice, che ha condannato Antonio Pignataro a trent’anni di carcere, spiega il «perché» della sua decisione. Una sentenza che è stata dettata da una serie di incongruenze che emergerebbero dal racconto di Pignataro. Un racconto al quale il giudice, stando al dispositivo emesso, sembrerebbe non credere. Innanzitutto per alcune contraddizioni con le carte dei processi di quegli anni, quindi con il racconto dei testimoni dell’epoca e anche con la versione dei fatti fornita, trentadue anni fa, dal giudice Alfonso Lamberti, vero obiettivo dei sicari. Ci sarebbe in particolare un dettaglio che stona nel racconto dell’imputato. Pignataro avrebbe detto che il giudice, che solitamente attraversava il centro di Cava de’ Tirreni, quel giorno avrebbe cambiato strada, andando per la Nazionale. E che questo cambiamento avrebbe fatto sì che lui perdesse le tracce dell’auto e non potesse trovarsi al posto prefissato nel piano per bloccare la vettura a bordo della quale viaggiava il magistrato con la piccola Simonetta. Ma quella famosa 127 bianca, a bordo della quale vi era Pignataro, compare negli atti del vecchio processo: ne parla il giudice stesso e ne parlano anche alcuni testimoni oculari dell’epoca. Così come pure, non avrebbe convinto il giudice ciò che Pignataro ha raccontato in merito ai mandanti di quell’omicidio. Ha fatto i nomi soltanto di quelli ormai defunti ma, stando ad alcune ricostruzioni dei fatti, ce ne sarebbero stati altri. Così come, alla fine, l’ex cutoliano, non avrebbe mai approfondito nelle sue dichiarazioni il movente dell’omicidio. Il suo ruolo nell’attentato, stando a quanto da lui stesso raccontato, avrebbe dovuto consentirgli di «passare il test» per l’ammissione nel gruppo camorristico. Fallito l’agguato, Pignataro ha raccontato di essere stato minacciato da Apicella. Mentre, dagli atti dell’epoca, questo dettaglio non emergerebbe essendo stato lo stesso Pignataro a minacciare una donna perché fornisse l’alibi ad Apicella dando così elementi importanti per ritenere che, invece, lui fosse ben inserito in quel gruppo criminale. Secondo quanto raccontato di recente da Pignataro, invece, l’agguato fu preparato da Francesco Apicella, “Franchino ’o pazzo” (sebbene la sentenza del 1988 riteneva quest’ultimo uno degli esecutori materiali) in quanto le inchieste condotte dal giudice Lamberti lo avevano infastidito e voleva vendicarsi. Nel frattempo, però, Apicella è morto.
Considerazioni, queste, che però non inificerebbero il senso di rimorso e il dolore provato nel ricordare quel giorno e il male fatto alla bambina. Sensazioni, queste, che sarebbero secondo il giudice veritiere.
Considerazioni, queste, che andrebbero a coincidere anche con quelle fatte dal sostituto procuratore Vincenzo Montemurro che ha riaperto il caso e che, a margine dell’udienza della settimana scorsa, ha espresso la sua volontà di proseguire con le indagini per «accertare tutto». Come il ruolo svolto in quella vicenda da Salvatore Di Maio, “tore ’o guaglione”, che è tra quei cutoliani che nel 1988 furono assolti per il delitto di Simonetta Lamberti (sentenza passata in giudicato).

 

 

Articolo del 30 Giugno 2015 da narcomafie.it

Omicidio Lamberti, confermata in Appello la condanna di primo grado per il sicario Pignataro  

La Corte d’Assise d’Appello di Salerno, presieduta da Rodolfo Daniele, ha confermato la condanna a trent’anni di reclusione per Antonio Pignataro, il sicario reo confesso dell’omicidio di Simonetta Lamberti (nella foto), la piccola undicenne uccisa a Cava de’ Tirreni il 29 maggio 1982 mentre stava rientrando da una gita al mare in compagnia del padre, il giudice Alfonso Lamberti, vero obiettivo dell’agguato. La Corte di Assise si era pronunciata il 4 luglio dello scorso anno.
«Umanamente – spiega Angela Procaccini, mamma di Simonetta – non posso essere felice. Ho perso una figlia e nessuno me la ridarà. Ancora oggi ci stiamo leccando le ferite per un dolore che non si rimarginerà mai. Simonetta era una creatura meravigliosa che non c’è più e mai più tornerà. Non sono neanche contenta per la sorte di Pignataro, che all’epoca era giovane e probabilmente immaturo, coinvolto da persone senza scrupoli senza, forse, neanche rendersi conto di quello che faceva. A livello sociale, però – aggiunge – mi rendo conto che sia giusto che chi sbagli dia il suo contributo alla giustizia».
Al momento della lettura della sentenza, avvenuta questa mattina,  in aula erano presenti, oltre alla mamma e alla sorella di Simonetta (difese rispettivamente dagli avvocati Gaspare D’Alia ed Elena Coccia, Annamaria Torre in rappresentanza di Libera Memoria e Libera Campania, Tiziana Apicella, responsabile dell’area vittime della Fondazione Polis della Regione Campania, Goffredo Locatelli per Libera Salerno

 

 

 

 

 

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Sei  : Home Vittime 29 Maggio 1982 Cava dei Tirreni. Simonetta Lamberti aveva 10 anni. E' stata uccisa da un killer della camorra nel corso di un attentato il cui obiettivo era il padre, il giudice Alfonso Lamberti, procuratore di Sala Consilina.