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20 Maggio 1914 Piana dei Greci (PA). Assassinati, a pochi giorni dalle elezioni amministrative, Mariano Barbato ed il cognato Giorgio Pecoraro, militanti del Partito Socialista. Mariano era cugino e braccio destro di Nicola, dirigente del partito. PDF Stampa

Tratto da La Sicilia del 17 Gennaio 2010

Il coraggio di Mariano Barbato

di Dino Paternostro

Fu assassinato a Piana dei Greci il 20 maggio 1914, insieme a Giorgio Pecoraro.
Era braccio destro del leader socialista Nicolò Barbato. La mafia di don Ciccio Cuccia, in combutta con la politica, vollero eliminare un ostacolo

 

«Verso le ore 7,30 del 20 andante (20 maggio 1914 - n.d.r.), in contrada Cardona di questo territorio, mentre Barbato Mariano fu Giuseppe, d’anni 66,  possidente pregiudicato, Percoraro Giorgio fu Nicolò, d’anni 60 contadino e Ciulla Vito fu Crisostomo d’anni 54, muri fabbro, tutti da qui, erano intenti alla costruzione di un muro a secco in un fondo del primo, furono avvicinati improvvisamente da tre sconosciuti i quali, dopo averli salutati, esplosero contro di loro simultaneamente vari colpi di fucile, due dei quali rendevano all’istante cadavere il Barbato e il Pecoraro, restando miracolosamente incolume il terzo operaio nella persona del Ciulla suddetto…». Il linguaggio dei Reali Carabinieri della Stazione di Piana dei Greci, che alle 22 del 20 maggio 1914 stesero questo rapporto, è ovviamente burocratico. Ma «comunica» perfettamente il cinismo e il sangue freddo dei killer di mafia, che - di giorno e a viso scoperto - uccisero due contadini, risparmiando il terzo, per poi allontanarsi dal luogo del delitto «a passo regolare», senza fretta. Non uccisero anche il Ciulla perché si trovava lì casualmente e, ovviamente, aveva dato «garanzie» che mai avrebbe fatto i nomi degli assassini. Le due vittime non erano persone sconosciute, ma due militanti del Partito socialista di Piana dei Greci (l’attuale Piana degli Albanesi). In particolare, Mariano Barbato era «braccio destro» e cugino di Nicola Barbato, ormai famoso «apostolo» del socialismo siciliano, conosciuto in tutt’Italia. Il duplice delitto destò grande impressione a

Piana, anche perché ormai erano alle porte le elezioni amministrative, che i socialisti si apprestavano a vincere. Sembrò, quindi, un «messaggio» ai futuri vincitori per condizionarli e al loro leader politico, Nicola Barbato. In effetti,  Mariano rappresentava un po’ la tradizione di lotte contadine a Piana, anche perché il suo impegno politico era iniziato prima ancora dell’avvento dei Fasci. Già nel1882 era stato arrestato con altri lavoratori «per istigazione all’ammutinamento dal lavoro durante uno sciopero contadino », racconta Francesco Petrotta nel volume «Politica e mafia a Piana dei Greci da Giolitti a Mussolini» (La Zisa, Palermo, 2001). E aggiunge: «Subì diversi processi politici: nel 1894 per aver partecipato ai Fasci dei lavoratori e nel 1898 per aver preso parte alla Federazione socialista dei Lavoratori di Piana, che secondo i giudici era diretta ad incitare alla disubbidienza della legge e all’odio fra le varie classi sociali». Per questo i Carabinieri scrissero che era un «pregiudicato», esclusero la matrice locale del delitto ed indirizzarono subito le indagini verso San Giuseppe Jato, dove tre giorni prima, nel corso di un comizio di Nicola Barbato per le elezioni provinciali, Mariano Barbato si era lasciatoandare a questa affermazione offensiva: «Chi non è con noi è un vigliacco! Abbasso la mafia! Abbasso la camorra! ». Un’impostazione non condivisa dal leader socialista Nicola Barbato, che il 26 maggio si recò a Palermo dal giudice istruttore e dichiarò a verbale:«E’ notorio che io sono a capo al movimento di questo locale partito socialista (…) e quei pochi che hanno fin’ora avuto il potere non vedono di buon occhio la loro prossima probabile caduta». Tra quei «pochi» Barbato mette il sindaco Paolo Sirchia, l’assessore Schiadà Luca e l’assessore Fusco Saverio. «Questi tre – spiegò Barbato al giudice – io non l’indico come esecutori dell’assassinio, ma come capaci per la sete di dominio, di andare a suggestionare i delinquenti contro di noi…». In sostanza, Nicola Barbato volle definire un delitto politico-mafioso quello di suo cugino Mariano e del cognato di questi Giorgio Pecoraro. Questa ipotesi di Barbato venne tassativamente (ed imprudentemente) esclusa dal delegato di P.S. di Piana, Andrea Cotugno, che il 7 giugno 1914 scrisse al giudice istruttore: «Conosco… il Sindaco Paolino Sirchia e gli assessori Fusco e Schiadà e conosco pure il loro animo… e perciò non posso ritenere che essi abbiano potuto, non dico determinare, ma neanche ideare semplicemente, un così tenebroso proponimento… ».Come previsto, il 28 giugno 1914 i socialisti vinsero le elezioni a Piana dei Greci ed elessero sindaco l’avv. Giuseppe Camalò, ma l’inchiesta sul duplice omicidio fu archiviata.

 

 

 

 

Fotocopertina da: http://www.lazisa.it/Catalogo.html

Tratto dal blog della Fondazione G. Di Vittorio

Prefazione di Claudio Sabattini, segretario generale della Fiom-CGIL della Sicilia
al libro di Francesco Petrotta "Indagine sull'assassinio di Mariano Barbato, socialista"

L’atto terroristico dell’uccisione di Mariano Barbato, importante esponente socialista e figura forte del gruppo dirigente socialista guidato da Nicola Barbato, sorprendentemente si associa ad avvenimenti che hanno attraversato la storia della Sicilia e ne hanno influenzato largamente la vicenda storica.

La campagna elettorale molto conflittuale, lo scontro diretto tra le forze socialiste e quelle del partito dell’ordine, l’intimidazione politica che allude direttamente al personaggio di spicco del partito socialista, e cioè Mariano Barbato, con l’obiettivo di intimidire, di decapitare il partito socialista nella sua veste più rigorosa in una strategia che usa lo strumento mafioso come strumento necessario perché il partito dell’ordine conquisti il potere comunale: stiamo parlando del 1914 e stiamo parlando di importantissime battaglie per la popolazione siciliana per conquistare il potere comunale, condizione questa per poter avere tutela della propria condizione di vita.

Il partito dell’ordine allora non ammette un confronto democratico e quindi la mafia è indispensabile per creare quelle condizioni su cui agire per poter conquistare il potere. I carabinieri e la polizia anche allora non troveranno prove di chi ha ucciso Mariano Barbato e quindi si può aprire la seconda fase, tramite un infinito numero di illazioni, come dirà Nicola Barbato, di menzogne, dì provocazioni, perché addirittura si possa tutto deviare verso conflitti personali che in questo caso vogliono degradare il conflitto politico e la strategia socialista che fronteggia con forza le forze dominanti. Non è singolare pensare che le fasi dominanti siciliane in cui abbiano avuto spesso l’idea che l’unico modo per prevalere fosse proprio la liquidazione fisica dell’avversario. E proprio in quegli anni, prima e dopo la prima e seconda guerra mondiale, che molti sindacalisti sono uccisi non solo perché nemici, cioè socialisti, e poi ancora socialisti e comunisti, e poi ancora persone perbene nell’ambito della stessa classe dirigente; l’idea fondamentale è quella, uccidendo, di sradicare le idee, le strategie e i valori che il movimento operaio e contadino avevano messo in campo in opposizione a tutti i partiti dell’ordine che si succederanno nella storia siciliana.
L’assassinio, quindi, non ha solo rilevanza penale, ma contemporaneamente assoluta rilevanza politica; per liquidare le idee di fondo occorre uccidere coloro che le professano, uccidere e liquidare in definitiva quella alternativa che allora il partito socialista presentò, basata sulla difesa degli interessi popolari che non potevano che essere difesi collettivamente a fronte di chi difendeva i propri interessi privati e di potere e interessato solo a sé, al suo gruppo di interessi sempre contro gli interessi collettivi popolari.

Nicola Barbato che ha sperimentato nella sua esistenza, in tutto ciò che ha fatto come gestire una prassi politica e sociale che difendeva gli interessi del popolo e collettivi, avrebbe trovato, così come trovò, la minaccia e l’iniziativa mafiosa come strumento indispensabile per far mantenere quelle forze dominanti e cioè le forze dominanti della Sicilia al potere.
L’esperienza di quegli anni non è quindi semplicemente un prologo per una storia che si sarebbe poi potuta evolvere in senso progressista, che era l’idea di Nicola Barbato l’esperienza di quegli anni detta le basi, potremo dire in modo moderno, della classe dominante del potere mafioso che in varie forme e in diverse circostanze attraversa ancora la storia della Sicilia.
Come sempre, il conflitto e il terrore, al di fuori delle regole democratiche, venivano decisi dalle forze dominanti a cui come fece Nicola Barbato si poteva rispondere con una forza di rappresentanza popolare che allora era racchiusa nel partito socialista.

Nicola Barbato insisteva molto sulla necessità di avere un atteggiamento intransigente, tanto che perfettamente la strumentazione e le tecniche politiche e sociali dei suoi avversari, che erano per l’appunto quelle che dominavano l’economia e la politica. Sarebbe utile per tutti considerare il fatto che pensare che sia possibile una tregua, una comprensione, un non vedere possa ieri come oggi modificare l’assetto e la linea della classe dominante. In questo sta la grandezza di Nicola Barbato e di tutti coloro che hanno proseguito in questa strada, alcuni e molti dei quali sono stati uccisi.
La mafia va considerata quindi come strumento di ordine, contro di essa si può combattere rappresentando e portando avanti interessi collettivi e popolari. Il resto è pura cronaca giornalistica.

Claudio Sabattini
Segretario generale FIOM CGIL - Sicilia
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