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4 Aprile 1992 Agrigento. Assassinato il Maresciallo dei Carabinieri Giuliano Guazzelli, l'Investigatore Puro. PDF Stampa

Foto da:vittimedimafia.blogspot.com

Fonte: Wikipedia

(Gallicano, 6 aprile 1933 – Agrigento, 4 aprile 1992) è stato un militare italiano, vittima della mafia. Era soprannominato il mastino

Giuliano Guazzelli fu assassinato il 4 aprile 1992 sulla strada Agrigento-Menfi sulla sua auto Fiat Ritmo, gli assassini a bordo di un Fiat Fiorino, lo sorpassarono su un viadotto, spalancarono il portellone posteriore e lo uccisero a colpi di mitra e fucili a pompa. A Menfi, cittadina d'adozione del maresciallo, fu proclamato il lutto cittadino.
Guazzelli all'epoca dell'omicidio aveva già maturato l'età pensionabile, ma aveva deciso di restare in servizio, nonostante avesse subito numerosi intimidazioni ed era già riuscito a sfuggire ad un altro agguato.
Inizialmente il delitto fu attribuito alla Stidda, così nel dicembre 1992 vennero arrestati in Germania dei presunti killer.
Processati e condannati all'ergastolo dal Tribunale di Agrigento, vennero successivamente assolti dalla Corte d'Assise d'Appello di Palermo per insufficienza di prove.
Passati alla pista Cosa Nostra, per l'omicidio sono state inflitte sei condanne definitive al carcere a vita. All'ergastolo sono finiti Salvatore Fragapane, Joseph Focoso, Simone Capizzi, Salvatore Castronovo, Giuseppe Fanara e al latitante Gerlandino Messina.
Nel maxi-processo denominato "Akragas" sono stati inflitti anche 18 anni di carcere al pentito Alfonso Falzone che ha aiutato i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ad incastrare mandanti e sicari

 

 

Articolo di La Stampa del 7 Aprile 1992

«Questo funerale è una sconfitta dello Stato»

di Pierangelo Sapegno

Trovato il furgone usato dai killer, i clan di Racalmuto avrebbero ordinato di ammazzare il sottufficiale - Addio con rabbia al maresciallo di Agrigento vittima della mafia

AGRIGENTO C'era tutto un paese dietro quel feretro avvolto nella bandiera. Menfi ha seguito in un silenzio irreale, nel vento che scuoteva le fronde, fra gli slogan elettorali scritti sui muri, i cartelloni pubblicitari strappati, l'ultimo viaggio di Giuliano Guazzelli, dietro la vedova chiusa nell'abito nero, stretta tra i figli, accanto agli sguardi di pietra delle autorità. «Non hanno ucciso un uomo qualunque», ammonisce monsignor Carmelo Ferraro, il vescovo di Agrigento, «ma un servitore dello Stato che ha dato la vita per la causa della giustizia». La folla che si è radunata dietro al feretro è così grande che la messa deve essere celebrata sul sagrato della chiesa. La gente invade lo slargo, si perde sulle stradine attorno. E' il solito mesto, dolente corteo per salutare l'ultima vittima di una guerra che sembra a volte quasi senza speranza, per rendere omaggio a «un fratello che ha servito in trincea la società civile, la nostra tranquillità, i nostri diritti», come lo definisce mons. Ferraro. E' un funerale che celebra ancora una volta, con tragica amarezza, la sconfitta dello Stato. «Fino a quando non si risponderà agli uomini della malasocietà», ammonisce il presule, la qualità della convivenza civile non sarà accettabile e neppure ammissibile. Ascoltano con sguardo severo il ministro Calogero Mannino, il vice segretario della de Sergio Mattarella, il comandante dell'Arma dei carabinieri Antonio Viesti, alti magistrati, autorità civili e militari. Monsignor Ferraro denuncia le tombe violate, come quelle del sovrintendente di polizia Aversa e del giudice Livatino, tuona contro l'incapacità di reagire con i fatti alle uccisioni di uomini giusti, contro l'impunità e l'impunibilità dei delitti: «Sostituite al silenzio e alla paura la responsabilità di tutti». ' Ora Menfi torna alla vita di tutti i giorni. E' stata sepolta l'ultima vittima della mafia, l'ultimo martire che lo Stato ha abbandonato alla violenza della malasocietà, si sono chiuse le elezioni più difficili dell'isola. Si contano i voti, e si scopre che solo in parte il paese del maresciallo Guazzelli ha risposto all'appello di Cossiga. Ha votato l'80,6 per cento della gente al Senato, e il 77,6 alla Camera, un po' meno dell'87 quando si presentarono alle urne l'81 per cento degli elettori, e un po' di più delle regionali del '91 (75,5). L'afflusso, però, si è davvero intensificato ieri sera dopo il discorso del Capo dello Stato davanti alla folla assiepata in Municipio, tanto che il sindaco Paolo Gallaci può ripetere che «un segnale è stato dato, i nostri cittadini hanno raccolto l'invito del Presidente». Certo è che la salma del povero maresciallo, di questo servitore dello Stato trucidato dai sicari incappucciati sulla strada che lo riportava a casa, sembra ora quasi travolta dalla confusione del dopo elezioni. Anche se le indagini cominciano a muovere i primi passi in direzioni più concrete. Così, ieri è stato ritrovato il furgoncino che i killer avevano adoperato per compiere l'agguato vicino a Villaseta. E' un Renault 9, molto simile al Fiorino che alcuni testimoni avevano indicato come il mezzo che aveva affiancato la vecchia Ritmo del sottufficiale. Dentro, c'era un passamontagna. L'hanno trovato a Sanleone, una stazione balneare di Agrigento, appena 6 chilometri più a Sud del posto dov'era morto Giuliano Guazzelli. Un piccolo mistero, perché resta da spiegare come abbiano fatto i sicari a sfuggire così da vicino all'elicottero della polizia che s'era alzato in volo proprio in quella zona per dare la caccia ai due banditi che avevano rapinato le Poste di Montallegro. Ma fra i misteri e le ombre, appare adesso anche qualche sprazzo di luce. E se da una parte il procuratore distrettuale Pietro Giammanco smentisce una presunta collaborazione con le autorità mquirenti di Pietro Ribisi, uno dei «fratelli terribili» di Palma di Montechiaro, scolorando la pista che voleva il maresciallo ucciso perché aveva aiutato un pentito a tradire i segreti di Cosa Nostra, dall'altra prende sempre più corpo l'idea che il sottufficiale sia stato eliminato per una delle ultime inchieste di cui si stava occupando, quella sulla mafia di Racalmuto. L'anno scorso, a settembre, Giuliano Guazzelli aveva seguito le indagini su una strage, 4 morti e due feriti, che aveva rivoluzionato il volto delle famiglia padroni di quelle terre.

 

 

 

Articolo da L'Unità del 5 Aprile 1992

Fuoco sul maresciallo antimafia

di Saverio Lodato

Eliminato ad Agrigento l'uomo che sapeva tutto delle cosche
Giuliano Guazzelli, 58 anni, capo del nucleo dei carabinieri della Procuraa della Repubblica, crivellato di colpi mentre tornava da solo a casa sulla sua vecchia «Ritmo». Era la «memoria storica» delle indagini sui boss.
La mafia torna ad alzare il tiro e lo fa alla vigilia del voto. Stato ancora una volta in ginocchio: ucciso Giuliano Guazzelli, marescialo dei carabinieri. Era uno dei pilastri dell'apparato investigativo ad Agrigento contro le cosche, era l'uomo che le combatteva da trent'anni. Era la memoria storica degli investigatori. In serata, ad Agrigento, è arrivato il ministro dell'interno Vincenzo Scotti.


AGRIGENTO. Massacrato come un cane. Una sventagliata di kalasnicov per zittire una volta per tutte un uomo-memoria-storia. L'Investigatore Puro, come lo chiamavano con affetto e deferenza i suoi colleghi. Il maresciallo che conosceva a menadito 30 anni di storia delle cosche agrigentine. L'uomo che le aveva braccate, studiate da vicino, e spesso inchiodate alle loro responsabilità. Tremendo giro di vite a ventiquattro ore dalla apertura dei seggi elettorali. Le previsioni più terribili - ancora una volta - si sono avverate in Sicilia.
La mafia mantiene sino in fondo la sua parola: insanguina la vigilia del voto. Lo fa alla sua maniera, spettacolare, con geometrica precisione, individuando ancora una volta l'anello giusto, l'anello forte della catena dello Stato in questa provincia. Giuliano Guazzelli non era un carabiniere qualunque. A 56 anni era diventato il capo della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Agrigento. A 58 è stato assassinato. Non aveva mai scaldato la sedia, già da tempo avrebbe potuto andare tranquillamente in pensione, ma aveva preferito restare al suo costo. Né faceva mistero di volere restare in prima linea perché viveva il suo lavoro come una passione alla quale non sapeva davvero cedere.
E in prima linea rimase anche dopo un attentato dal quale uscì fortunatamente solo con qualche scalfitura: i sicari lo aspettavano lungo la provinciale agrigentina e spararono raffiche di lupara contro la sua auto (la macchina riparata, fu poi distrutta qualche tempo dopo, con una carica esplosiva). Ora eccolo li. Mezza faccia è andata via. Nella sua Ritmo verde, targata Agrigento 254378, si mescolano pozze di sangue, pezzi di calotta cranica, schegge di vetro. C'è una copia del Giornale di Sicilia. Un libro dal titolo tranquillizzante e che sembra fuori posto: «Letture interdisciplinari sull'ambiente. Alla ricerca di un'eco perduta».
Viadotto Morandi, bretella di collegamento Agrigento-Porto empedocle-Menfi. È questa la strada che il maresciallo percorreva ogni giorno per tornarsene a casa - a Menfi - dal Palazzo di Giustizia di Agrigento. Erano le 13.15 di ieri. L'Investigatore Puro, l'uomo-memoria storica, tornava in famiglia a bordo della sua auto un po' vecchiotta, ad andatura molto lenta, ignaro della morte in agguato, sereno, come più tardi dirà di averlo incontrato Beppe Arnone, presidente della Lega per l'ambiente che é stato uno degli ultimi ad averlo incontrato. Il maresciallo ha già percorso quasi 6 chilometri. Sulla sua destra i fatiscenti quartieri di Villaseta e Monserrato, quartieri dormitorio, emblemi di un abusivismo diffuso che ha sfregiato irrimediabilmente la città dei templi. Ecco un Fiorino bianco, un furgone che i killer hanno scelto per seguire e sbarrare la strada al maresciallo. Tutto funziona a meraviglia. Gli tagliano la strada. Lo costringono a sterzare a sinistra, dalla parte opposta del guardrail. Si spalancano i portelloni del Fiorino. Kalashicov e lupara vomitano una prima rosa di proiettili che falciano il cofano e il vetro anteriore. Un killer a questo punto scende per esplodere dal finestrino a accanto al posto di guida la raffica di grazia. Lì il maresciallo si piega sul sedile affianco. I macellai se ne vanno indisturbati. Indisturbati, sebbene proprio da quelle parti, un'ora prima dell'agguato, una rapina messa a segno nel comune di Montallegro, a 15 chilometri dalla città, aveva fatto scattare il rituale dei posti di blocco, dell'elicottero che sorvegliava la zona dall'alto, degli allarmi smistati via radio. Come hanno fatto non si sa. Fatto sta che sono riusciti a passare indenni dagli sbarramenti, sebbene il Fiorino fosse stato rubato venerdì nel quartiere Monserrato, a pochi passi dal luogo dell'ennesima mattanza. Decine di persone che si sono affacciate dalle palazzine circostanti hanno potuto vedere tutto. E un testimone, che ha avuto la prontezza di spirito di  rilevare il numero di targa del furgone, ha consentito agli investigatori di scoprire - appunto - che il mezzo era stato rubato.
Due ore dopo, il cadavere del maresciallo è ancora lì. La strada è stata chiusa. Si precipitano da Palermo il procuratore capo Pietro Giammanco, il procuratore aggiunto Paolo Borsellino. C'è - distrutto dal dolore - il giudice per le indagini preliminari Fabio Salamone che conosceva Guazzelli da una vita. C'è Beppe Cucchiara, giovane capo della Squadra mobile di Agrigento. C'è Gaetano Fiducia, il questore. C'è Giorgio Cancellieri, il generale dei carabinieri che è a capo del Comando siciliano. Scuotono il capo inespressivi. Gli agenti sono nervosi. Mormorano a bassa voce: «Bastardi, lo hanno massacrato». Sfoderano i soliti inutili pistoloni. Contano i bossoli lasciati sul selciato dal nemico mafioso. Qualche bossolo non si trova, e i conti non tornano con la trentina di buchi che hanno reso la Ritmoo simile ad una gruviera «Gli altri bossoli sono là» dice un giovane poliziotto in divisa «fra quelle margherite gialle». E' una giornata calda, da primavera molto avanzata. Le mosche ronzano attorno alla vettura.
Cerchi di gesso sull'asfalto. Gli uomini della scientifica si aggirano con gli scatoloni pieni di lettere dell'alfabeto. Ad ogni lettera corrisponderà un proiettile. Ma un intero alfabeto questa volta non è bastato. Alle 16,30, quando ormai tutti i sopralluoghi sono stati ultimati, gli uomini con i guanti prendono di peso il corpo del maresciallo e lo trascinano fuori dall'auto. Una Mercedes nera, il carro funebre, entra a marcia indietro e si affianca alla Ritmo. Un uomo della scientifica, al quale non hanno trovato in tempo i guanti regolamentari, si aggira disgustato con le mani sporche di sangue. Il volto dell'investigatore Puro ormai è irriconoscibile. Il maresciallo indossava un pullover a rombi blu e rossi, pantaloni di velluto, a coste larghe. Se ne va il carro funebre. Se ne va il carro dei carabinieri. L'elicottero continua a ronzare alto. Inutilmente. Anche i giudici se ne vanno in Procura per il consueto vertice. Non hanno una bella cera. Che c'è da indagare, da scoprire? Non è forse vero che otto mesi fa, dalla Procura di Agrigento fu chiamato a Roma, proprio perché si temeva per la sua vita, anche il sostituto Roberto Sayeva? Non è qui che un anno e mezzo fa venne massacrato quel Rosario Livatino, il giudice ragazzino che le cosche canicattinesi si erano stufate di vedere al lavoro? E non è forse proprio qui l'epicentro di una mafia feroce che da tempo - si dice - è diventata tanto spavalda da portare la sua canditatura alla leadership di Cosa Nostra? Abbiamo forse già dimenticato il massacro di un altro giudice, Antonino Saetta, e di suo figlio, ancora una volta da queste parti? Mai che si sia saputo nulla di questi omicidi. Ma si sa oggi che tempra di investigatore fosse Giuliano Guazzelli.
Era stato il carabiniere che aveva consentito l'istruzione del primo processo alla mafia agrigentina. Il cosiddetto «processo di Villaseta», che aveva visto alla sbarra, per la prima volta, una quarantina di nomi di spicco. Processo che si era concluso in primo e secondo grado con pesanti sentenze per associazione mafiosa a capi mafia del calibro di Antonino Ferro, Antonio Guarneri, Vincenzo Colletti e Cesare Lombardozzi. Sentenze che - circostanza da non sottovalutare in tempi come questi - avevano persino retto al vaglio della Cassazione. Il giudice Salamone, che istruì quel processo, ieri mattina ci ricordava che senza Guazzelli quel dibattimento non sarebbe mai iniziato. Si sarebbe forse celebrato il processo alla mafia di Raffadali? Altre cosche sanguinarie alla sbarra, per la prima volta, altre condanne dure, altri clan momentaneamente disarticolati dall'iniziativa repressiva. In quel caso, invece, in Appello fioccarono molte assoluzioni. Ma indipendentemente da come poi andassero le cose, tutto iniziava sempre per colpa sua. Per colpa di questo investigatore che ne sapeva una più del diavolo.
Cucchiara, capo della Squadra mobile: «Era una persona di grandissimo carisma, una fonte insostituibile di notizie.
Correttissimo. Lavorava con tutti i giudici e tutte le procure della Sicilia che per un motivo o per un altro, si imbattevano con il problema della mafia agrigentina». Dice il maresciallo Canoli, che per anni ha lavorato fianco a fianco con Borsellino: «Lo scriva chiaro e tondo: in quella macchina é colato a picco un pezzo consistente, molto consistente, dello Stato in terra di Agrigento». Ma un pezzo di Stato che era anche molto sfiduciato, nonostante la sua grandissima passione lavorativa. Beppe Arnone, presidente della Lega ambiente siciliana, e che dai banchi del Consiglio comunale di Agrigento é stato a protagonista di un durissimo scontro con il Procuratore capo agrigentino Beppe Vayola, conclusosi con la proposta di trasferimento del magistrato da parte del Csm, é stato forse l'ultimo ad incontrare il maresciallo Guazzelli. Ora Arnone ricorda: «C'eravamo incontrati questa mattina, verso le 10.30 proprio di fronte alla caserma dei carabinieri. Fra noi un rapporto di stima. Era sereno come al solito. Toccammo anche l'argomento elettorale, mi disse apertamente che questa volta non sarebbe andato a votare per protesta verso uno Stato che da queste parti non funzionava proprio. Un investigatore come lui, tanto attaccato al dovere da restare al suo posto oltre all'età pensionabile, era certamente colpito e ferito dalla progressiva destrutturazione di quegli uffici giudiziari che in passato avevano anche dimostrato di saper colpire la mafia. Qualche tempo addietro mi aveva manifestato disappunto per il trasferimento di Sayeva. Oggi gli sembrava incredibile che fossero rimasti solo la dottoressa Silvia Romagnoli e il sostituto Stefano Manduzio». Oggi, questo Investigatore Puro lascia tre figli, Riccardo, Giuseppe e Teresa, e la moglie.

 

 

Fonte: fuoririga.com

Articolo dal Giornale di Sicilia del 12 ottobre 2004.

Ergastolo per gli autori del delitto del maresciallo Guazzelli

di Gero Tedesco

ROMA. Ore 21 e 30 di ieri: la Suprema Corte di Cassazione mette il suo sigillo sul più importante processo contro le cosche agrigentine. Diciannove ergastoli, 19 condanne per complessivi 147 anni di carcere e nessuna assoluzione. Questo il verdetto dei giudici che hanno chiuso l’iter giudiziario della maxi inchiesta «Akragas» che colpì duramente le cosche della provincia di Agrigento. Imputati erano 39 tra presunti boss e picciotti delle famiglie di Cosa nostra. Per il presunto capo clan cattolicese Gaetano Amodeo, deceduto nei mesi scorsi, è stato dichiarato il «non doversi procedere». I magistrati con l’ermellino hanno confermato la sentenza emessa il 22 marzo del 2003 dalla Corte d'Assise d’Appello di Palermo, presieduta dal giudice Alfredo Laurino con a latere Biagio Insacco. Nel processo erano compresi venti omicidi commessi tra gli anni '80 e '90.

Il carcere a vita è stato deciso per gli autori del delitto del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli. L'ergastolo per l'assassinio del sottufficiale è stato inflitto all'ex presunto capo della cupola agrigentina Salvatore Fragapane, ai presunti boss Joseph Focoso, Simone Capizzi, Salvatore Castronovo, Giuseppe Fanara e al latitante Gerlandino Messina. Carcere a vita anche per i presunti sicari del brigadiere della polizia penitenziaria Pasquale Di Lorenzo. Il massimo della pena, per aver commesso 7 omicidi, è stato pure deciso per Luigi Putrone, inserito nella lista dei 20 latitanti più pericolosi d'Italia. Ergastolo anche per quattro agrigentini ritenuti carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo. Ecco tutti i verdetti della Cassazione: Calogero Castronovo, ergastolo; Giuseppe Brancato, ergastolo; Alfonso Capraro, ergastolo; Antonino Iacono, 8 anni; Giuseppe Virone, 4 anni; Cesare Lombardozzi, 4 anni, Arturo Messina, ergastolo (tutti di Agrigento). Filippo Alba: 2 anni e 2 mesi, Salvatore Falzone, 4 anni; Pasquale Fanara, 6 anni; Salvatore Lombardo, 2 anni e 4 mesi; Paolo Nobile, 8 anni; Francesco Vella, 5 anni; Alfonso Falzone, 18 anni; Carmelo Gambacorta, 14 anni; Giuseppe Gambacorta, ergastolo; Gerlandino Messina, ergastolo; Giuseppe Messina, ergastolo; Salvatore Messina, ergastolo; Giuseppe Putrone, ergastolo; Luigi Putrone, ergastolo; Pasquale Salemi, 20 anni e sei mesi; Antonino Sanfilippo, 4 anni e 6 mesi (Tutti di Porto Empedocle). Mario Capizzi, ergastolo, Simone Capizzi, ergastolo (Ribera). Luigi Cacciatore, 6 anni (Joppolo). Vincenzo Di Piazza 6 anni (Casteltermini). Joseph Focoso, ergastolo (Realmonte). Giuseppe Falsone, ergastolo (Campobello di Licata). Vincenzo Licata, ergastolo (Grotte). Giuseppe Mormina, 4 anni e 6 mesi; Domenico Terrasi, 5 anni e 6 mesi ( tutti di Cattolica Eraclea). Giuseppe Renna, ergastolo; Filippo Sciara, ergastolo (Tutti di Siculiana). Salvatore Fragapane, ergastolo; Giuseppe Fanara, ergastolo ( Tutti di Santa Elisabetta). Ignazio Gagliardo, 8 anni (Racalmuto). Il processo si è fondato principalmente sulle accuse dei collaboratori di giustizia Pasquale Salemi, Alfonso Falzone e Giulio Albanese.

 

 

Fonte:  fuoririga.com

Articolo dal Giornale di Sicilia del 14 luglio 2005.

La cattura di Joseph Focoso, l'assassino di Guazzelli

di Gero Tedesco   

AGRIGENTO. È stato trovato in pantaloncini, seduto sul letto, in un paesino della Germania. In quella regione tedesca della Land-Saar dove ci sono centinaia di ristoranti gestiti da palmesi, empedoclini, realmontini e favaresi. Una «Little Agrigento» in piena regola. Lui, Joseph Focoso di 36 anni, inserito nella lista dei 40 latitanti più pericolosi d’Italia, è rimasto in silenzio. Poi gli agenti del «Bka» tedesco e della Dia italiana gli hanno rivolto la domanda formale: sei tu Joseph Focoso di Realmonte? Un attimo d’esitazione e la risposta: «Sì sono io». È finita così la latitanza di quello che viene definito uno dei sicari più spietati di Cosa Nostra. Sulla sua testa la condanna a otto ergastoli, confermati in Cassazione, per diversi omicidi. Il più efferato è quello del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, portato a termine il 4 aprile del 1992 sul viadotto che collega Agrigento con Porto Empedocle.

L’irruzione è scattata ieri mattina, alle 9,15, nella città di Spiesen-Elsverberg. In tutto sono entrati in azione dieci uomini di una speciale squadra investigativa italo-tedesca: otto agenti del «Bka» e due funzionari della Di». Quest’ultimi arrivati dalle sezione di Agrigento e dal Centro Operativo di Palermo. La casa dove Focoso è stato arrestato è quella dei suoi genitori, da tempo emigrati e presenti al momento dell’operazione. Focoso è nato in Germania ma poi si trasferì in Sicilia: a Realmonte. Nell’Agrigentino, tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, avrebbe commesso ben otto omicidi. Sotto i suoi colpi cadde anche il maresciallo Guazzelli. Inoltre è accusato del tentato omicidio di Gaetano Farruggia e del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo. Il collaboratore di giustizia Alfonso Falzone, lo ha indicato come rappresentante della «famiglia» mafiosa di Realmonte dipendente dal mandamento di Siculiana. Sull'omicidio Guazzelli, il «pentito» ha dichiarato che Focoso sparò contro il sottufficiale con due pistole. In quell’occasione il realmontino inciampò e si ferì ad un ginocchio ma i componenti del clan lo aspettarono e riuscì a fuggire con loro. Per quel delitto Focoso ebbe un compenso di cinque milioni di lire. L’ex super latitante sparì sette anni dopo quando seppe che un suo cugino, Pasquale Salemi, si era pentito. Salemi però non fece il suo nome. A inchiodarlo, con le sue rivelazioni, fu Falzone. Le indagini che hanno portato alla cattura di Focoso, in collaborazione con l’autorità tedesca, sono state coordinate dal procuratore di Palermo Piero Grasso, dall’aggiunto Anna Maria Palma e dai sostituti Ambrogio Cartosio e Gianfranco Scarfò. Un grosso impulso si è avuto negli ultimi dodici mesi con il lavoro di decine di uomini della Dia di Agrigento e Palermo. La richiesta di estradizione in Italia è stata già presentata, tutta la procedura è già definita. L’arrivo del sicario di Cosa Nostra, al momento detenuto nel carcere di Saarbruken, in Italia potrebbe essere questione di pochi giorni. «È un arresto importantissimo - dice il procuratore aggiunto Anna Maria Palma -. Una risposta dello Stato a chi si macchia di reati gravissimi. Un atto dovuto verso la famiglia Guazzelli che non potrà lenire il grande dolore per quel barbaro omicidio ma che può avere nuova fiducia dopo essere stata colpita così duramente negli affetti». Ieri mattina il telefono è squillato in casa Guazzelli, a chiamare gli investigatori: a rispondere è stata la signora Maria Montalbano, vedova del maresciallo ucciso. Un momento di commozione poi la risposta: «Grazie».

 

 

 

 

 

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