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23 Maggio 1975 Courgné (TO). Rapito Mario Ceretto, impresario edile. Sarà trovato morto cinque giorni più tardi con la testa spaccata a pietrate. PDF Stampa

Articolo di La Stampa del 24 maggio 1975

Rapito un industriale di Cuorgnè

Di Ezio Mascarino e Nicola Carruozzo

Non è rincasato l'altra notte, ieri la moglie ha dato l'allarme

E' contitolare di due fornaci per laterizi, di un'azienda di arredamento e di un negozio - In totale una trentina di dipendenti Non è ancora arrivata la richiesta di riscatto: «Ma — dicono i familiari — restano pochi dubbi» - Aveva trascorso la serata con amici - Alle due è giunto fino al cancello della sua villa: qui è stata ritrovata l'auto - Da quel momento è scomparso

Un industriale di Cuorgnè è scomparso dalla scorsa notte: con ogni probabilità, rapito. I banditi lo hanno atteso nell'ombra: quando è sceso dall'auto lo hanno aggredito, forse colpito. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito. La moglie si è insospettita all'alba, quando ha scoperto che non era rincasato. Ha dato l'allarme ai carabinieri. Per il momento non risulta che i rapitori si siano fatti vivi con qualche telefonata. Si chiama Mario Ceretto, ha 46 anni. Sposato, con tre figlie, è contitolare di due fornaci per laterizi, di un'industria che produce materiali per l'arredamento e di un grosso negozio di articoli in plastica e gomma. In tutto circa 30 dipendenti. Dal '52 si interessa attivamente della politica locale, come esponente del partito liberale. Per le prossime elezioni amministrative si è presentato come capolista del gruppo «Indipendenti cuorgnatesi». La moglie, Maria Teresa Falletti, 44 anni, ricorda: «E' uscito giovedì sera verso le 22. Mi ha detto che sarebbe rincasato piuttosto tardi. Doveva incontrare alcuni amici, per discutere dei suoi impegni di politica e per lavoro. Mi sono accorta della sua scomparsa verso le 8 di mattina, quando stavo per accompagnare le figlie a scuola». Mario Ceretto, dicono gli amici, si è fatto «tutto da solo». Il padre, Giuseppe che ha ora 79 anni e vive con il figlio in una lussuosa villa alla periferia del paese, in via Camposanto 4, aveva aperto un negozio di plastica e gomma una trentina di anni fa. L'attività si è ingrandita però con l'apporto determinante del figlio Mario. Il padre da alcuni anni si è ritirato dagli affari, Mario Ceretto si è interessato del settore edilizio, inserendosi come socio in alcune piccole aziende: due fornaci, una a Rivarolo, in strada Torino 56, l'altra a Castellamonte. Una quindicina di operai complessivamente. Ma attualmente — dicono i parenti — le due aziende attraversano un momento difficile, in relazione alla crisi edilizia. Da un anno il Ceretto è anche contitolare dell'«Edilca - edilizia canavesana», un'azienda che produce materiali per l'arredamento. La famiglia ha però mantenuto e ampliato il vecchio negozio paterno, in via Torino 13, a poche decine di metri dalla piazza principale di Cuorgnè. E' un ampio locale dove si vendono articoli sportivi e materiale di plastica e gomma. Sette anni fa si è iniziata la costruzione della villa ove ora abitano i Ceretto: la costruzione è circondata da un ampio parco, con piscina. «Una famiglia felice — dicono un po' tutti in paese — rispettata ed amata». Mario Ceretto è uscito di casa giovedì sera alle 22. Venti minuti dopo ha raggiunto il «Bar Tavernetta», in via Michelangelo 2, all'angolo con via Torino. La titolare, Fernanda Volpini, ricorda che si è seduto ad un tavolo appartato: «C'erano altri due o tre signori. Hanno discusso fino a tardi. Poi è rimasto solo con un giovane». Era il geometra Gianni Berta, 28 anni, Salassa, via Chiaventone 19, che racconta: «Prima si è parlato di politica. Con noi c'erano altri amici, l'ingegner Beltramo e il dottor Seren Rosso, di Cuorgnè. Poi siamo rimasti solo noi due. Era quasi l’una. Siamo usciti poco dopo. Il locale stava chiudendo. Ci siamo attardati in strada, per quasi un'ora. Noi due soli. Il Ceretto mi ha parlato di alcuni suoi impegni di lavoro. Abbiamo chiacchierato un po', poi lui mi ha salutato, per rincasare» il geometra Berta ricorda che erano quasi le due. Dal «Bar Tavernetta» a via Camposanto 4 ci sono circa tre chilometri. Si attraversa la piazza principale, poi si sale verso l'esterno. Mario Ceretto deve avere i raggiunto la sua abitazione verso le 2 e 10, al volante della «Citroen Ami 8» della moglie. Ha posteggiato la vettura un metro oltre il cancello bianco della villa. Non ha neppure avuto il tempo per richiudere la vettura. I carabinieri avanzano due ipotesi: i banditi lo hanno aggredito mentre scendeva, forse mentre era chino sulla serratura, oppure hanno affiancato la vettura con un'altra auto, bloccandola, e costringendo l'industriale a scendere. In entrambi i casi probabilmente non ha potuto opporre resistenza: nessuno ha sentito gridare, invocare aiuto. Alcuni vicini: hanno ricordato ieri di avere udito il latrare di un cane di una villa lì vicina. «Erano le 2,20 circa», hanno precisato ai carabinieri. Da quel momento non si sa più nulla dell'industriale. La moglie si è alzata verso le 7. «Ho svegliato le tre figlie, Luisa, Anna e Lucia, di 10, 14 e 18 anni. Mi sono subito accorta che mio  marito non era rincasato. Non mi sono allarmata, ho pensato avesse avuto degli impegni urgenti di lavoro. Certamente, mi sono detta, ha avvisato qualcuno». La donna è uscita con le tre ragazze, per portarle a scuola. La più piccina frequenta la quarta elementare, le altre due l'istituto per ragionieri. I primi sospetti — ammette la donna — li ha avuti quando ha trovato la sua auto (sapeva che il marito l'aveva usata la sera prima), con le portiere aperte. Spiega: «Di solito chiude la vettura e lascia le chiavi sul tavolo, nell'Ingresso. Questa volta non c'erano».  Per non impressionare le tre ragazze ha preso dal garage l'altra vettura, quella dell'industriale, una Bmw, e con questa ha raggiunto la scuola. «Poi sono rincasata, ho fatto alcune telefonate agli amici. Il geometra Berta mi ha detto di avere lasciato mio marito verso le 2, pochi minuti prima che rincasasse. Allora ho avuto un presentimento. E sono andata dai carabinieri». E’ stato dato l’allarme. Mobile e carabinieri hanno iniziato le indagini. Mentre le ore passavano si  è fatta sempre più consistente l'ipotesi del sequestro. Anche se Maria Teresa Falletti, la moglie, non vuole crederci: «Non può essere, non abbiamo mai fatto male a nessuno, perché ci hanno colpiti così duramente?». I parenti si sono messi in contatto ieri pomeriggio con due legali: l'avvocato Alcide Dogliotti,  di Torino e Roberto Cotellero di Cuorgnè. Dicono: «Per ora nessuna telefonata, quindi non possiamo confermare l'ipotesi del sequestro, anche se restano pochi dubbi. Le indagini di polizia e carabinieri sono in questo senso. Le condizioni dei Ceretto, sotto l'aspetto economico-finanziario, escludono particolari elementi  di ricchezza. Mario Ceretto è un piccolo industriale, a livello locale. Non dimentichiamoci che è socio e contitolare nella misura del 20 per cento delle due fornaci. Per quanto riguarda l'azienda di Cuorgnè, la Edilca, si tratta di un'iniziativa recentissima, Iniziata circa 1 anno fa e ancora in fase organizzativa e di sviluppo».

 

 

 

Fonte: Omicron 39 "Osservatorio Milanese sulla Criminalità Organizzata al Nord"

Sarà trovato morto cinque giorni più tardi, in una cascina a Orbassano, con la testa spaccata a pietrate.

Per l’omicidio vengono imputati, insieme ad altri, Giovanni Cageggi (padre di Matteo Cageggi, militante del gruppo terroristico Prima linea, che morirà nel 1979 in uno scontro a fuoco con la polizia) e Rocco Lo Presti, già allora indicato come “presunto boss mafioso della Valle di Susa”. Il processo di primo grado si conclude nel 1978 con il proscioglimento, mentre in appello Lo Presti viene riconosciuto colpevole e condannato a 26 anni di reclusione. La Cassazione però rinvia, per irregolarità, gli atti alla Corte d’appello di Genova e il giudizio si conclude con un’assoluzione per insufficienza di prove nel dicembre 1982.

 

 

Tratto da La Repubblica del 24 Luglio 1984

Articolo dal titolo "Droga, sequestri e terrorismo, il dramma di una famiglia"

[...] Il padre, nell' estate del 1975, quando i giornalisti arrivano in una cascina alla periferia di Orbassano, a pochi chilometri da Torino, dove qualche ora prima era stato scoperto il corpo di Mario Ceretto, un costruttore di Cuorgnè sequestrato settimane prima, trovarono un uomo piccolo, mite, disponibile, che parlava un dialetto stretto ed incomprensibile, ma che mostrava a tutti senza pudore dove era stato trovato il cadavere di Ceretto. Due giorni dopo l' uomo, Giovanni Caggegi, veniva arrestato ed accusato dell' omicidio. Caggegi era giunto a Torino dalla provincia di Catania per fare il muratore. E lo fece, per alcuni anni, in quella terra di conquista dominata dal racket dei calabresi che fu la Valle di Susa degli anni Sessanta, dove tutto faceva capo al boss Rocco Lo Presti. Il giro aveva anche contatti in Valle d' Aosta, in particolare nel Casinò di Saint Vincent nel cui ambiente, tra prestasoldi e giocatori, nacque il sequestro Ceretto. L' inchiesta però chiarì pochissimo. Caggegi venne condannato all' ergastolo, Lo Presti e altri prestasoldi di Saint Vincent furono assolti. Silenzioso e omertoso, il muratore siciliano tacque. [...].

 

 

Articolo da L'Unità del 2 Marzo 1985


Calabria: 353 anni inflitti a cosca di rapinatori


CATANZARO — Pene per complessivi 353 anni di carcere sono state inflitte ieri pomeriggio dal tribunale di locri  contro la cosca Ruga-Musitano-Acquilino, considerata la più agguerrita cosca operante in Italia nel settore dei sequestri di persona. La sentenza è stata letta ieri pomeriggio verso le cinque, dopo ben 53 ore di camera di consiglio e oltre quattro mesi di processo, un dibattimento durissimo e caratterizzato dalla forte ostilità e contrapposizione fra imputati, «pentiti», corte. La pena più dura è stata inflotta al capo indiscusso della cosca, Cosimo Ruga, con 16 anni di carcere. Poi al fratello Andrea,con 15 anni e quindi a Paolo Acqullino, 14
anni di carcere, Rocco Pipicella, 12 anni e Agazio Gallace e Francesco Musitano, 10 anni di carcere ciascuno. La cosca operava nel triangolo compreso fra Monasterace Marina, Bovalino e Reggio Calabria città e i collegamenti accertati dagli inquirenti sono arrivati a colpire 11 famoso prete di Africo Don Giovanni Stilo, la cui posizione è stata però stralciata nel processo conclusosi ieri. Sui 79 imputati 56 sono stati condannati e 23 assolti (di cui 21 per insufficienza di prove e due con formula piena. Al «pentito» principale, che con le sue accuse ha dato il via al processo, il rapinatore piemontese Francesco Brunero la corte ha inflitto sei anni
mentre l'altro «pentito», Antonio Lancellotti, è stato assolto.
Il PM Ezio Arcadi aveva chiesto 470 anni di reclusione. La cosca Rug-mUSITANO-Aquilino è considerata responsabile di decine e decine di sequestri di persona operati in Calabria e in tutta Italia. Nel processo conclusosi ieri doveva rispondere in maniera particolare dei sequestri del re delle pellicce di Pavia, Ravizza, dell'imprenditore pavese Bortolotti e dell'imprenditore piemontese Mario Ceretto, sequestrato e ucciso
quattro anni fa. f.v.

 

 

 

Articolo del 23 Maggio 2012 da lastampa.it

Mafia in Piemonte, le tappe di un cammino iniziato con il sangue

L'evoluzione dall'omicidio dell'imprenditore Ceretto nel 1975 a oggi


di Lodovico Poletto

All’inizio fu il rapimento di Mario Ceretto, l’industriale di Cuorgnè, sequestrato e trovato ucciso cinque giorni dopo. Era il 1975. Mafia e ’ndrangheta, allora, erano poco più che parole che connotavano luoghi lontani, sullo stivale. Erano poco più che battute da bar, sfottò.

Trentasette anni dopo è tutto cambiato. La ’ndrangheta è qualcosa di reale, palpabile, che fa paura. A Cuorgnè come nel resto del Torinese. Da Orbassano a Settimo, passando per Leini, Bardonecchia (entrambi Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose) e Rivarolo. ’ndrangheta e mafia. E nomi che si inseguono, famiglie, contatti, affari.

Per capire come è cambiata la mafia nel torinese bisogna partire da qui, da Cuorgnè, terra di immigrazione calabrese, di muratori, gente che fatica, venuta dal Sud a cercare fortuna. Bisogna partire da Giovanni Iaria, arrivato giovanissimo da Condufuri e diventato in breve personaggio discusso e ammirato. Passione politica e affari guidano tutta la sua vita. È assessore comunale, poi vicesegretario provinciale del Psi quando ancora i socialisti non erano stati travolti dallo scandalo tangenti. E poi gli affari. Iaria finisce travolto da un’inchiesta. Condannato: associazione mafiosa. Ma la sentenza viene cassata e lui è libero. Torna ad essere il brillante affabulatore di sempre ben lontano dagli schemi del mafioso. Più un uomo a cui hanno appiccicato un’etichetta che uno che fa affari sporchi.

In quegli anni ciò che spaventa di più sono gli affari criminali. Il racket e lo spaccio, per capirci. Gli omicidi. Le vendette. I Comuni di Volpiano, Settimo Torinese, in parte Chivasso finiscono nelle relazioni dell’antimafia. I nomi delle famiglie Marando, Agresta, Trimboli vengono associati alle cosche che operano in Calabria, in particolare a quella di Barbaro «U castanu» di Platì, con a capo Francesco Barbaro. E ancora Calabria e Torinese che si incrociano. Ma è tutto molto lontano, soffuso. Poi nel 1995 la Commissione antimafia manda a casa tutto il Consiglio comunale di Bardonecchia. Infiltrazioni. I nome di Rocco Lo Presti, arrivato quassù giovanissimo da Marina di Gioiosa Ionica identifica per la prima volta in modo chiaro e inequivocabile che cos’è la ’ndrangheta. È affari. Appalti ed estorsioni. Minacce e conquista del territorio. Spuntano nomi di famiglie fino a ieri sconosciute ai più. Tutto questo lo scopre la gente normale, quelli che non riuscivano a capire tutti quei titoloni sui giornali. Magistratura e inquirenti invece già sapevano e lavoravano da tempo. Un dato per tutti: tra il 1970 ed il 1983, la Procura della Repubblica di Torino registra 44 omicidi di mafia. Ma la gente ancora non comprende: guarda, scrolla le spalle e se ne va.

In mezzo a tutta questa indifferenza la geografia criminale nel torinese cambia pelle. Il Clan dei Cursoti, i catanesi che per dieci anni sono stati padroni incontrastati della Torino nera, viene decimato da pentiti e blitz. E lo scettro del comando passa in mano ai calabresi. Che gestiscono i traffici. La famiglia Ilacqua, ad esempio, colonizza Chivasso. Quattro fratelli approdati in Piemonte da Seminara Calabra, e che godono della protezione di Rocco Gioffrè, uno dei padrini allora più potenti, maschera il traffico di droga dentro un’autofficina. Le ’ndrine locali, intanto, si spartiscono il territorio, rispettano confini decisi nelle riunioni che si fanno al sud. E nel torinese ormai semi conquistato, vengono a svernare personaggi troppo pericolosi in Calabria. Come Rosario Zappavigna o come Rocco Occhiuto, che fece parte del commando dei tagliatori di teste di Platì, arrestato dai carabinieri nel Canavese. Viveva a Rivarolo. Da solo, in un alloggio in periferia. Tutto questo accadeva vent’anni fa, o giù di lì. Da allora la ’ndrangheta ha sparato, e tanto, conquistato territori nuovi, fatto soldi. Ha allungato le mani sugli appalti. S’è infilata nella politica. Bisogna arrivare all’operazione «Crimine» a Milano, due anni fa per avere ben chiare le dimensioni del fenomeno. In carcere, allora, finisce tra gli altri Giuseppe Catalano, il boss dei boss della ’ndrangheta nel Torinese. È di Orbassano. Ha un nipote Consigliere comunale che cade dalle nuvole quando arrestano lo zio e il padre. Poi arriva l’operazione «Minotauro». Politica e affari, adesso è chiaro sono legati in modo potente. ’ndrangheta e voti. È la pagina più recente della storia della criminalità calabrese. Ma non è l’ultima.

 

 

 

Fonte: linkiesta.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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