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24 Maggio 1991 Lamezia Terme (CZ) Uccisi sul lavoro i netturbini Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte. "L'obiettivo era lanciare un segnale per dire che i rifiuti a Lamezia Terme sono una cosa seria e se una cosa è seria la deve gestire la 'ndrangheta" PDF Stampa

Nelle foto :      Francesco Tramonte                           Pasquale Cristiano     (album di famiglia)

Tratto da "Dimenticati - vittime della 'ndrangheta" di Danilo Chirico e Alessio Magro

Cap. VIII - pag. 185 - 195

I due netturbini

Quella mattina, come ogni mattina, per Francesco la sveglia suona molto presto. Dove per presto significa le tre, minuto più minuto meno. Il tempo di buttarsi un po' d'acqua sulla faccia, sussurrare un bacio a sua moglie per non svegliarla e dare uno sguardo amorevole alle sue tre splendide figlie, e va al lavoro. Fuori è ancora buoio.

Quella mattina, e solo  quella mattina, per Pasquale è una levataccia. Lui di solito a lavorare ci va di giorno e non è proprio abituato a quegli orari infernali. E' una notte difficile.Fatica a prendere sonno, fatica anche di più ad alzarsi. Resta a rotolarsi nel letto fino all'ultimo momento utile, poi si butta qualcosa addosso ed esce di corsa. Fuori è ancora buio.

Francesco e Pasquale sono colleghi di lavoro, un lavoro faticoso, di quelli che nessuno vuole fare. Sono operatori ecologici, assunti al comune di Lamezia Terme. Una città strana, al centro della Calabria, nata sul finire degli anni Settanta dall'unione dei tre comuni di Sambiase, Nicastro e Sant'Eufemia. Un posto difficile, ancora alla ricerca di una identità vera.

Francesco lavora la notte sui camion della nettezza urbana, Pasquale lavora di giorno, fa lo spazzino. Sono amici. Si stimano e hanno un certo affiatamento. Così Pasquale non sa dire di no quando gli chiedono di fare il turno di notte: il compagno di Francesco ha dato forfait e lui ci va volentieri. Anche se sul suo libretto sanitario c'è scritto chiaro che è meglio lavorare di giorno e lontano dai macchinari. "Che sarà mai se lo faccio una volta ... se giro di notte, se vado in camion", pensa.

L'appuntamento è a Palazzo Sacchi, in Piazza San Giovanni. Lì, dove una volta c'era l'hotel Centrale, oggi c'è il centro comunale della nettezza urbana. Arrivano intorno alle quattro. Un saluto ai colleghi, un rapido passaggio nello spogliatoio per indossare gli abiti da lavoro, una tappa fugace in ufficio a prendere le consegne del giorno e giù in cortile dove il camion è pronto. C'è Eugenio alla guida, autista della Sepi, la ditta privata che si occupa della raccolta dei rifiuti. Francesco si siede nel posto di destra perché lui è il più bravo a fare da da navigatore quando c'è da avvicinarsi ai cassonetti. Pasquale, che è l'ultimo arrivato, si mette in mezzo. Un cenno di saluto, le voci e le facce ancora impastate dal sonno. E comincia la giornata di lavoro. Strada dopo strada, cassonetto dopo cassonetto, arrivano nella zona di Miraglia, nell'ex comune di Sambiase. Un posto in periferia piuttosto popolato che unisce la collina e la pianura, poche luci, strade dissestate e la netta sensazione di attraversare il degrado.

Ormai sono quasi le cinque. Eugenio mette la freccia, rallenta, accosta ai bordi della strada. Francesco dà le indicazioni. Un meccanismo perfetto, come un orologio. Ognuno su quel camion sa cosa fare, come farlo, quando farlo. Si preparano a scendere. Poi un'ombra e un luccichio. E tutto cambia, per sempre. [...]

E' l'alba del 24 maggio 1991 e Lamezia Terme si sveglia con un massacro che puzza di 'ndrangheta e ha il tanfo insopportabile dei rifiuti. Si squarcia il velo su una verità: la spazzatura è il nuovo affare dei clan. E cade un tabù: non è più vero che le vittime della 'ndrangheta sono mirate, che i calabresi non fanno gesti dimostrativi. Non è stato così per Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte. Le cosche hanno compiuto un agguato terroristico. Poteva esserci chiunque quel giorno, su quel camion, a quell'ora: l'obiettivo era lanciare un segnale per dire che i rifiuti a Lamezia Terme sono una cosa seria. E se una cosa è seria la deve gestire la 'ndrangheta.  [...]

Foto da Il Gazzellino della Calabria    

 

 

 

 

 

 

Dal sito Indymedia Calabria

In memoria di Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte

Il 24 maggio del 1991 la città di Lamezia Terme si svegliò con la tragica notizia dell’agguato che costò la vita agli operatori ecologici Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte.

A distanza di 20 anni, abbiamo voluto ricordare il sacrificio di questi due uomini uccisi sul lavoro, attraverso l’affissione di manifesti in loro memoria sui muri della città.

Quel 24 maggio molti di noi erano poco più che bambini, tanti altri non erano nemmeno nati, non vogliamo avere quindi nessuna presunzione, semplicemente vogliamo tenere vivo il ricordo di questi due lavoratori che aspettano ancora giustizia.

 

 

 

 

 

Articolo da L'Unità del 25 Maggio 1991

La 'ndrangheta come i terroristi - Fuoco su 3 netturbini al lavoro: è un avvertimento

di Aldo Varano

Strage simbolica contro innocenti lontani dai giri malavitosi e di 'ndrangheta. I clan cambiano strategia
e fanno come i terroristi: uccidono a caso per seminare paura tra eventuali concorrenti nella corsa agli appalti. A sventagliate di mitra 7,62, l'arma micidiale della Nato, sono stati ammazzati ieri mattina  all'alba mentre lavoravano i netturbini Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano. Incensurati.


LAMEZIA TERME. Di Una cosa soltanto sono tutti sicuri qui a Lamezia Terme: i due netturbini ammazzati a colpi di mitra ieri mattina all'alba sono vittime innocenti di una nuova guerra di mafia che s'è aperta con modalità terribili e inedite, perfino rispetto alla barbarie a cui la 'ndrangheta ha abituato la Calabria. La trappola aveva per obiettivo la strage, il massacro esemplare, la mattanza di incolpevoli che aggiunge alla morte delle povere vittime il messaggio di terrore e paura per tutti gli altri.
Il mitra 7,62, la versione americana del kalashnikov, un'arma micidiale in dotazione esclusiva delle forze Nato, ha iniziato a vomitare pallottole all'alba, quando da pochi minuti era cominciato il giro per lo svuotamento dei cassonetti della spazzatura. Le lamiere della portiera del grosso camion-compattatore bianco e verde sono state attraversate come fossero di burro: 18 grossi buchi, che hanno ucciso all'istante
Francesco Tramonte, 40 anni, e Pasquale Cristiano, 28, entrambi dipendenti del Comune. Più svelto di loro Eugenio Bonaddio, 36 anni, dipendente della ditta privata che ha in gestione l'appalto per lo svuotamento dei cassonetti, è saltato giù dal mezzo correndo a perdifiato. Una reazione che gli ha salvato la vita: Bonadio, ferito in più parti, secondo i medici dovrebbe cavarsela. Teatro della strage, la periferia di Sambiase, uno dei tre comuni che venti anni fa sono stati unificati per costruire al centro geografico della Calabria una grande metropoli, Lamezia Terme.
Tramonta, che aveva tre Tigli, e Cristiano, contentissimo perchè finalmente tre mesi fa era stato assunto, erano incensurati. Bonadio anche, se si esclude l'inezia di una querela per questioni connesse al proprio condominio. Perchè proprio contro loro tre un agguato così feroce e spettacolare con lo schieramento di armi sofisticate e difficilmente reperibili per chi non è dentro il giro grosso del malaffare o delle cosche? L'ipotesi più accreditata è che abbiano colpito un simbolo per fare intendere all'intera città, ma soprattutto al "Palazzo" della politica e del potere lametino, che sugli appalti finanziati con quattrini pubblici ci sono pretese nuove da parte di gruppi in grado di colpire ed uccidere senza pietà. Una svolta, quindi. L'antica logica terroristica dell'assalto emblematico, sommata al potere violento e diffuso dei clan.
Non è certo un caso che l'onda terroristica sia arrivata a soli 10 giorni dal 15 maggio, data in cui l'amministrazione comunale ha messo insieme la documentazione per appaltare la nettezza urbana. Un affare da 2 miliardi l'anno, ma soprattutto il passpartout per allungare le mani su decine di servizi di nettezza urbana che si prevede verranno privatizzati in futuro. Un business per il quale la 'ndrangheta si sta attrezzando.
A Lamezia attorno all'affare spazzatura c'è sempre stata tensione e la pressione di gruppi non sempre trasparenti.
Da pochi mesi l'appalto per lo svuotamento dei cassonetti era in mano alla Sepi, una piccola ditta lontana dal chiacchiericcio e dalle mormorazioni. L'accordo era stato stipulato per 60 giorni lo scorso agosto e da allora tacitamente rinnovato di volta in volta. La Sepi di Serafino Piacente mette un compattatore a caldo, l'autista e gli operai che devono caricare la spazzatura. Inoltre, la stessa Sepi ha affittato un altro compattatore, a freddo, che il Comune utilizza con proprio personale.
Ieri all'assemblea dei dipendenti comunali ci sono state tensioni, lacrime e rabbia. A tutti era chiaro che Tramonte e Cristiano sono stati falciati per dare un avvertimento. Che il potere delle cosche fosse cresciuto in città è testimoniato dai 22 morti ammazzati che hanno preceduto il massacro di ieri mattina. La sensazione che progetti e patti di potere abbiano spinto i partiti di Lamezia ad abbassare la guardia rispetto al pericolo mafioso è diffusa. Dc e Psi, che alle elezioni della scorsa settimana hanno trionfato raggiungendo quasi il 70 per cento dei voti, hanno a lungo negato che a Lamezia ci fosse un problema mafia. Ancora nei giorni scorsi, quando a Costantino Fittante, capolista della Quercia alle elezioni, erano arrivate minacce di morte dopo la sua richiesta a Sica di indagare sulle liste elettorali presentate a Lamezia, in molti avevano preferito sdrammatizzare la gravità della situazione.
Ma proprio poche ore prima che i colpi di mitra riportassero tutti alla realtà, lo stesso ministro Scotti, in un teso botta e risposta con l'on. Ciconte, intervenuto alla Camera sul dramma della Calabria, era stato costretto a riconoscere esplicitamente che le liste elettorali di Lamezia avevano violato il codice di autoregolamentazione proposto dalla Commissione parlamentare antimafia e che tutti i partiti, a parole, avevano dichiarato di voler far proprio.

 

 

 

Articolo del 25 Maggio 2011 da calabrianotizie.it

Due omicidi, nessun colpevole – Ricordati i netturbini Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano a 20 anni dalla loro esecuzione mafiosa – I parenti: siamo indignati e amareggiati, si riaprano le indagini su questo delitto

di Giuseppe Maviglia (da gazzettadelsud.it)

LAMEZIA TERME – Aspettano giustizia. Da vent’anni. I familiari di Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano, i due giovani netturbini caduti mentre lavoravano in un agguato mafioso nel ’91 in Via Miraglia di cui non si conoscono né i mandanti, né gli esecutori, partecipano con dolore composto, con una grande dignità e sete di chiarezza, alla commemorazione dei loro cari nella sala consiliare di Corso Numistrano. Drammatiche le parole di Francesco Cristiano, fratello di Pasquale, che non nasconde la forte commozione: «Sono indignato e amareggiato. Sono passati vent’anni e nulla si è mosso. L’immobilismo più totale. Allora l’unico indiziato venne scagionato. Dopodiché, il niente. È una ferita aperta, come se fosse ieri. Chiediamo al procuratore della Repubblica Salvatore Vitello di riaprire il caso», è l’istanza del parente affranto, «con indagini più accurate e di rompere il silenzio che lo circonda. Bisognerebbe rispolverare i faldoni e rileggerli con maggiore attenzione».

Continua Cristiano: «Non è giusto nei confronti delle nostre famiglie e dell’intera città. Vogliamo che sia fatta luce perché viviamo in un continuo tormento. E poi, oltre al danno la beffa: abbiamo perso la causa civile per ottenere un risarcimento. Hanno attaccato la classe più debole con un gesto vile. Ringrazio l’amministrazione comunale per la sua volontà di tenere viva la memoria di questi due ragazzi».

Il fratello di una delle vittime conclude con un interrogativo: «È legale che due operai comunali siano mandati a lavorare sui camion di una ditta cha ha un subappalto? Penso proprio di no».

Vivo e lancinante è anche il dolore di Angelina Vallone, moglie di Francesco Tramonte: «Mio marito era un onesto lavoratore. Non si doveva trovare su quel camion. Nonostante il lungo periodo di tempo di vent’anni, il dispiacere è insopportabile. Mi sono trovata a crescere tre figli da sola. L’ultimo ha conosciuto suo padre praticamente al cimitero. Non abbiamo avuto niente da nessuno. Ci è mancato qualsiasi supporto sia morale che economico».

Ha passato l’intera giornata con le famiglie, alle quali si sente legato da «un rapporto di grande affetto» il sindaco Gianni Speranza. «Ogni 24 maggio le famiglie ed il Comune ricorderanno il significato di un fatto tragico e cinico. È un dovere spazzare via l’oblio che lo circonda. Tutti devono capire cosa è successo» dice il primo cittadino.

Trasuda molto sdegno l’intervento del procuratore della Repubblica Salvatore Vitello che parla in un’aula in cui ci sono solo rappresentati dell’amministrazione e parenti delle vittime: «Dov’è la città stasera? La mia è una rabbia indicibile. La città subisce e non reagisce. Ognuno dovrebbe chiedere scusa per questa ingiustizia. Anche Lamezia ha i suoi Falcone e Borsellino, che credevano nel lavoro e nella famiglia. Ma l’arroganza dei criminali ha tolto loro questi valori, senza un motivo. Solo reagendo con consapevolezza la collettività dimostrerà alla malavita di essere la più forte».

Don Pasquale Luzzo, vicario della diocesi, ha rispolverato le preghiere recitate in quel terribile momento. Luzzo è certo che «unicamente con lo stesso silenzio che caratterizzò la marcia organizzata il giorno successivo all’assassinio riusciremo a scavare dentro di noi e capire meglio la storia. Le coscienze di tutti devono pretendere chiarezza e pulizia».

Il duplice omicidio di Tramonte e Cristiano è raccontato nel libro “Vittime dell’oblio” di Mario De Grazia. Per l’avvocato è necessario «recuperare il senso della commemorazione, mai rassegnandosi all’oblio. I due giovani si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. È questa la risposta? No. C’è un enorme senso di incompiutezza. Attendiamo risposte vere».

 

Articolo del 26 Maggio 2013 da lamezianuova.it

Lamezia chiede giustizia per Tramonte e Cristiano

Scritto da Pasquale Allegro. Postato in Società    

La notizia sta tutta intera in una data: 24 maggio. Tanto basta per riavvolgere un nastro lungo ventidue anni, da quel 24 maggio del 1991 in cui un brutale assassinio strappò alla vita l’innocenza di due concittadini, Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano, netturbini trucidati nel mezzo di una sequela di irrazionale brutalità.
Eppure in questo 24 maggio 2013 la notizia non è tanto legata agli omaggi della commemorazione, al come gestirne il ricordo, al come riannodarne la narrazione perché la storia s’infranga sul desiderio che non accada mai più.
Altri momenti hanno, infatti, tracciato il profilo della giornata: quello della protesta e, ancor più, quello di una risposta a questa protesta. Sì, perché questo 24 maggio è stato diverso: il ricordo si è sollevato impetuoso, svegliandosi dal torpore delle corone precariamente aggrappate alle iscrizioni commemorative, e ha voluto risposte, le ha pretese, e subito.
È stato il giorno in cui i familiari di Tramonte e Cristiano hanno appeso uno striscione sotto il colonnato che sostiene gli uffici del Tribunale di Lamezia Terme, come fosse una preghiera composta, alle cui estremità i ritratti di Francesco e Pasquale - così giovani da far accapponare la pelle - se ne stavano tra i caratteri cubitali delle parole di Maria Tramonte: “Due colombe innocenti che ancora gridano in volo sete di giustizia”. E quanto quella scritta fosse un urlo straziante, è stato recepito dal procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Giuseppe Borrelli, che ha voluto incontrare nel pomeriggio i familiari delle vittime.
Francesco Cristiano, fratello di Pasquale, ha spiegato le ragioni che lo hanno spinto ad organizzare il sit-in: “Sono passati ventidue anni da quando sono stati uccisi due innocenti, e ancora non abbiamo ottenuto giustizia”, è il suo accorato appello.
Chi ha abbracciato un kalashnikov per sterminare la purezza del dovere senza colpe?  Ma soprattutto, chi ha armato quelle braccia insolenti della verità, esaltate dall’ingordigia del male? Queste le domande di Francesco, questi gli interrogativi che spingono ancora il cuore a crepitare in fondo alle viscere. “Noi siamo qui, in un posto simbolico come il Tribunale, per sensibilizzare gli addetti ai lavori e tutti i cittadini -  continua Francesco, con le lacrime che gli girano negli occhi striati di rosso – nei confronti della verità e della giustizia”.
Ma il punto è uno, e uno soltanto: “A quanto pare un pentito avrebbe rilasciato delle dichiarazioni importanti in merito alla nostra vicenda – incalza Cristiano –, noi vogliamo sapere se gli inquirenti stanno proseguendo con le indagini”. E dall’incontro con i referenti catanzaresi della Dda in effetti è venuto fuori, che sì, si sta lavorando sul caso del duplice omicidio dei netturbini uccisi in un agguato di tipo mafioso.
Ci sono strette di mano, gesti di solidarietà. Rocco Mangiardi sorride, sostiene la battaglia; la stampa, tutta, accorre e dispone gli obiettivi delle telecamere. Concorrere a dare voce a quell’eco irrefrenabile, una missione comune. Gli avvocati vanno e vengono, l’ingresso è affollato: alcuni spulciano quella scritta - che pare sempre più una preghiera quando il vento la scuote e la fa brillare di riflesso - altri non sollevano mai l’orecchio dal telefonino e l’occhio dalla valigetta traboccante di faldoni.
E lo striscione sventola su quelle teste, con le immagini di Francesco e Pasquale che pare vogliano dire: perché vi siete dimenticati di noi? Sì, perché le modalità dell’omicidio le conosciamo, sanguinarie, come si fosse in guerra, come quando la guerra non fa prigionieri. Ma in una guerra combattuta dalle organizzazioni criminali per accaparrarsi gli appalti della nettezza urbana, complice una connivente amministrazione comunale, cosa c’entrano due colombe, un ramoscello, una briciola di pane, e un nido senza ritorno?

 

 

Tratto da overtimefestival.it - Commemorazione del 9 Febbraio 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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