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11 ottobre 1983 Ucciso in un agguato Franco Imposimato. Una vendetta trasversale nei confronti del fratello, l´allora giudice istruttore Ferdinando che stava indagando su Cosa nostra e Banda della Magliana. PDF Stampa

Foto e articolo da 19luglio1992.com

Imposimato, vittima di una vendetta trasversale

di Veronica Sammaritano

Non sono solo giudici, magistrati, commissari di polizia a venir uccisi dalla mafia a causa del loro “ruolo scomodo”. A volte, ad essere vittime sono persone la cui unica colpa è quella di avere un legame familiare “che minaccia le personalità mafiose”. Un gesto vile, un attimo ed ecco che viene sparso altro sangue innocente.

Franco Imposimato nasce a Maddaloni, comune in provincia di Caserta, il 19 dicembre del 1939. Trascorre parte della sua adolescenza in Africa, dove frequenta una scuola artistica e si specializza in cartellonistica. Successivamente ritorna in Italia e si stabilisce nuovamente a Maddaloni. Una vita normalissima la sua, divisa tra il lavoro, come impiegato della CGIL alla FACE Standard e la vita familiare: Franco è sposato, ha una moglie e due figli, il maggiore Giuseppe e il più piccolo Filiberto. Suo fratello è Ferdinando Imposimato, giudice che conduceva delicate indagini riguardanti la Banda della Magliana. Questo la Camorra non l’ha perdonato. Franco è stato vittima di un attentato trasversale, portato a termine da una connection tra Mafia e Camorra. Lo scopo era quello di intimidire suo fratello, il giudice.L’uccisione avvenne l’11 ottobre del 1983, mentre era in macchina con la moglie e il cane. L’auto venne affiancata da tre sicari a bordo di una Ritmo 105, furono sparati diversi colpi: Franco morì subito, con undici proiettili. La moglie venne invece ricoverata d’urgenza in ospedale: colpita da due proiettili, riuscì a sopravvivere. Una telefonata ricevuta dall’ANSA, il giorno dopo l’omicidio, smentì l’ipotesi che la colpa fosse da attribuire alle Brigate Rosse. Una voce anonima, infatti, disse: “è stato ucciso il fratello del giudice boia”.

 

Indagini successive scoprirono il mandante dell’omicidio, Pippo Calò, che ordinò l'uccisione di Imposimato chiedendo aiuto ai "cugini" del clan dei Casalesi. Il nome dello stesso Imposimato compare infatti nel processo Spartacus, che condannò Calò all’ergastolo in via definitiva.

A ventiquattro anni dall’omicidio, parlano i due figli di Franco: “ Nessun odio e nessun perdono per gli assassini di nostro padre ma anche la società civile ha fatto fatica a starci vicino”. Una dichiarazione che sembra accomunare molti dei familiari delle vittime delle mafie che, forse per paura, forse per convenienza, vengono spesso isolate dai loro stessi concittadini. Gli Imposimato non sono stati un'eccezione purtroppo: dopo la morte di Franco, infatti, la famiglia è stata allontanata dalla gente del paese, guardata con diffidenza. In una frase, è stata lasciata sola.

Amava dipingere, Franco. La sua città soprattutto. Ed oggi, guardando al quadro della sua vita, non possiamo fare a meno di pensare che è stato macchiato, ingiustamente, crudelmente, non soltanto con la sua morte prematura, ma anche con la colpevole indifferenza che ha fatto da cornice a quel dolore.

E noi non possiamo fare a meno di sperare, anzi, di chiedere con forza, che non accada mai più una simile tragedia

 

Articolo di  La Repubblica del 11 ottobre 2007

I figli di Franco Imposimato: "Nessun perdono"

A 24 anni dall'omicidio del sindacalista, ucciso in un agguato da una connection mafia-camorra, parlano i familiari: "Ho maledetto quei sicari hanno rovinato la vita della mia famiglia. Da piccolo mi chiedevo: ma sono mostri?"

di Raffaele Sardo

«Nessun odio e nessun perdono per gli assassini di nostro padre, ma anche la società civile ha fatto fatica a starci vicino». Giuseppe e Filiberto Imposimato, figli di Franco, oggi sono poco più che trentenni. Quando venne ucciso il papà in un agguato, l´11 ottobre di 24 anni fa, a Maddaloni, Giuseppe aveva solo 9 anni e Filiberto 7. Sono due persone molto riservate, laureate in giurisprudenza, da qualche anno lavorano come funzionari alla Corte dei Conti a Napoli. Non hanno mai voluto parlare con nessuno della loro tragedia. Oggi rompono il loro silenzio. Il loro genitore venne eliminato da una connection mafia-camorra, in una sorta di vendetta trasversale nei confronti del fratello, l´allora giudice istruttore Ferdinando che stava indagando su Cosa nostra e Banda della Magliana.

Casa Imposimato, in cucina c´è la mamma, Maria Luisa Rossi. 68 anni. Riposa in una sedia sdraio. Fu colpita due volte. Negli ultimi anni ha avuto seri problemi di salute. Arrivano i suoi due figli. «Li ho incontrati in aula gli assassini di mio padre - racconta Giuseppe - Vincenzo Lubrano mi è venuto vicino quando capì chi ero. "Voi mi dovete credere - mi diceva - io non c´entro niente. Sul bene che voglio a mio figlio." Mi fece vedere la foto del figlio morto. Poi ho incontrato anche l´altro che scappò in Germania, che si presentò a Santa Maria Capua Vetere sulla sedia a rotelle, Raffaele Ligato. Non ho provato odio per questi due. Perché non ho mai augurato il male a nessuno. Successivamente, ho pensato che in quell´occasione avrei potuto dire loro che nonostante si fossero arricchiti e avessero esercitato violenza su tutto e tutti non valeva la pena vivere così. Perché non è vita se devi uscire sempre con la paura che qualcuno ti possa ammazzare; non è vita se quando vai a dormire non sai se domani ci sei ancora. Non è vita morire a quarant´anni o passare il resto della vita in una cella di un carcere. Il crimine, alla fine, non paga. E´ questo che avrei voluto dire».
«Io, invece, le ho maledette quelle persone - interviene Filiberto - perché alla mia famiglia hanno rovinato la vita. Quando sei piccolo, tante cose non le riesci a capire. Mi chiedevo sempre ma chi può essere? Sono mostri? Che faccia ha questa gente? Com´è possibile che si possa ammazzare una persona dall´animo così gentile da non far male ad una mosca? E poi, quando penso alla sofferenza di mia madre, proprio non li perdono».
Ci sono state anche prove difficili da superare. «Qualcuno magari non ci voleva frequentare perché aveva paura - dice ancora Giuseppe mentre Filiberto annuisce - Frequentare i figli di Franco Imposimato poteva essere pericoloso. E c´era chi non faceva giocare i propri figli con noi, togliendoci anche il saluto. Però di questo ti rendi conto solo dopo, con gli anni che passano. E quando lo capisci ti fa male. E´ capitato anche a mamma: le hanno tolto il saluto perché avevano paura a frequentarla. Non sto nemmeno qui a giudicare questa cosa. Ognuno nella vita fa le scelte che crede più opportune. Poi ne risponderà alla propria coscienza».


L´appartamento è tappezzato di quadri. In bianco e nero ad inchiostro di china. Era la tecnica con cui amava dipingere Franco Imposimato. Dipingeva soprattutto la sua città: Maddaloni. Faceva anche parte del Gruppo Archeologico Calatino. Amava l´arte in tutte le sue forme. C´è anche il quadro di un barboncino. «E´ Puffi - dice Giuseppe - il caro vecchio Puffi. Stava sempre con papà. C´era anche il giorno in cui lo hanno ucciso. Mamma e papà nell´auto davanti e lui dietro. Non voleva restare a casa. Papà se lo portava al lavoro. Lo lasciava in auto e poi scendeva per farlo mangiare. Era come un altro figlio per lui. Quando spararono a mamma e papà, Puffi uscì dalla macchina e andò sotto la portineria della Face Standard, la fabbrica dove i miei genitori erano impiegati. Distava circa trecento metri dal luogo dell´attentato. E allora la gente cominciò a capire che qualcosa non andava. Accorsero molti suoi compagni di lavoro, chiamati proprio da Puffi. Io e mio fratello quel giorno eravamo, come sempre, a scuola al Convitto Nazionale di Maddaloni. Papà e mamma ci venivano a prendere alle 17,30. L´11 ottobre, invece, non arrivarono. Venne un collega dei miei genitori e ci portò a casa sua. Restammo alcuni mesi dai miei zii. Finché mamma non tornò dopo esser stata ricoverata a lungo. Era dicembre. Fu lei a dirci che papà era morto. Poi fu ricoverata nuovamente per una emorragia al polmone. Mamma ha sofferto molto. Ha riconosciuto uno dei killer, Antonio Abbate. Fu lui a spararle. Stava sul lato destro della macchina e sparò due colpi. Mamma si salvò perché passò una camionetta di militari che la portò in ospedale. Mio padre fu colpito da undici proiettili. Morì subito. Aveva solo 44 anni».

 

 

Foto e Articolo dell'11 Ottobre 2011 da: raffaelesardo.blogspot.com

L'11 OTTOBRE 1983 LA CAMORRA UCCIDE FRANCESCO IMPOSIMATO E FERISCE LA MOGLIE MARIA LUISA ROSSI

L’11 ottobre del 1983, la camorra legata alla mafia siciliana, il clan Nuvoletta-Lubrano per intenderci, uccideva Francesco Imposimato e feriva gravemente sua moglie, Maria Luisa Rossi. Fu una vendetta trasversale contro il giudice Ferdinando Imposimato, fratello di Franco, che indagava,  a Roma, nei confronti della banda della Magliana e della mafia siciliana. Il magistrato era troppo protetto per ammazzarlo. Così scelsero un parente. Una vittima ignara ed indifesa. Franco Imposimato e la moglie, Maria Luisa, erano impiegati di una fabbrica di Maddaloni, la Face Standard. L’agguato avvenne appena finito il turno di lavoro.

Qui di seguito il racconto dell’agguato tratto dal mio libro “Al di là della notte” – Ed. Tullio Pironti

“…L’agguato avvenne di martedì, un giorno lavorativo come tanti altri. Franco e Maria Luisa stavano uscendo dalla fabbrica. Il tempo di timbrare il cartellino e di arrivare all’auto, una Ford Escort verde, e poi si sarebbero diretti verso la scuola dei propri figli. Erano oramai le diciassette e trenta e i bambini stavano già aspettando. Dopo aver percorso pochi metri dall’uscita, arrivarono in via Campolongo, all’incrocio tra via Sauda e via Montevergine. C’era un’auto ferma quasi nella curva. Franco, nel fare la manovra di sorpasso, rallentò. La macchina, una Fiat Ritmo, non aveva alcuna intenzione di muoversi da lì. Fu a quel punto che si materializzarono due uomini. Arrivarono quasi di corsa. Uno si avvicinò a Franco, dal lato del guidatore e l’altro a fianco della moglie. Impugnavano una 357 Magnum e una 38 Special. I due coniugi non ebbero il tempo di rendersi conto di cosa stesse accadendo. Forse solo Puffi, il barboncino che era in auto con loro e che portavano ogni giorno al lavoro per non lasciarlo solo a casa, ebbe la percezione del pericolo. Puffi cominciò ad abbaiare sempre più forte. «Che hai, Puffi?», chiese Franco. Maria Luisa, invece, si girò per accarezzarlo e farlo calmare.
Fu in quell’attimo che i due sicari della camorra cominciarono a sparare. Gli sguardi di Franco e Maria Luisa si incrociarono. Fu anche l’ultima volta. Non ebbero il tempo di dirsi niente. Franco Imposimato venne colpito da undici colpi di pistola. Morì quasi subito «per shock emorragico e traumatico», fu accertato. Maria Luisa, invece, fu colpita al petto. Il killer le sparò due colpi diretti al torace. Uno le bucò tutti e due i polmoni. Fuoriuscì dalla schiena fratturandole una costola e sfiorandole il cuore di qualche centimetro. L’altro, invece, rimase conficcato nel braccio sinistro. Nonostante il dolore forte, la moglie di Franco riuscì ad aprire lo sportello. Fece qualche passo, ma cadde a terra svenuta. Si salvò dopo essere stata ricoverata in ospedale per più di un mese in gravi condizioni. Tra i primi a chiedere aiuto ci fu anche Puffi, il barboncino. Scese dalla macchina senza un graffio e ritornò di corsa in fabbrica. Si fece capire. Portò sul luogo dell’agguato i primi soccorritori.

I due figli piccoli, Giuseppe e Filiberto, avevano nove e sette anni e quel giorno, l’11 ottobre del 1983, erano andati regolarmente a scuola. Come sempre il papà, Franco, e la mamma, Maria Luisa Rossi, sarebbero passati a prenderli dopo le diciassette e trenta, appena finito il turno di lavoro alla Face Standard. Una fabbrica manifatturiera sorta alla fine degli anni ’60 ubicata appena fuori città, dove lavoravano più di mille persone. Erano impiegati nell’ufficio acquisti. Quel giorno, però, a prendere i due ragazzi a scuola ci andarono alcuni amici di famiglia. «Papà e mamma non sono potuti venire», si sentirono dire Giuseppe e Filiberto, «hanno avuto improvvisamente da fare». Ma non immaginavano minimamente che poco prima c’era stato un agguato nei confronti dei loro genitori. Da quel giorno la loro vita sarebbe stata segnata per sempre. «Come si fa a scordare quei momenti», racconta con un filo di voce Giuseppe, il primogenito, «io e mio fratello eravamo a scuola al convitto nazionale di Maddaloni. Lì era più comodo per la mia famiglia, perché ci tenevano per tutta la giornata. Ci venne a prendere un loro collega di lavoro e ci portò a casa sua. Ci disse che mamma e papà erano fuori per lavoro. Ricordo che stemmo in ansia per tutto il tempo. Sino ad allora non ci avevano mai lasciati soli».

«Mia madre riconobbe in Antonio Abbate uno dei killer che le sparò», riprende a raccontare Giuseppe. «Stava sul lato destro della macchina. Lo descrisse come “un uomo non molto alto, giovane, grassottello, piuttosto scuro di pelle, con due rughe che solcavano le guance, con i capelli di colore nero tirati all’indietro”. Dell’altro, invece, riuscì a vedere solo le gambe. Niente di più». Il primo a parlare dell’assassinio di Franco Imposimato fu il pentito del clan dei Casalesi Carmine Schiavone. Confermò che i due killer di cui aveva parlato Maria Luisa Rossi erano Raffaele Ligato e Antonio Abbate, appartenenti al clan Lubrano-Nuvoletta di Pignataro Maggiore. Un clan affiliato a Cosa nostra siciliana e fedele alleato dei Corleonesi di Totò Riina.
«Sono stato sempre curioso di sapere che faccia avessero gli assassini di mio padre», dice Giuseppe con una vena di rabbia, «li ho sempre immaginati come mostri. Perché solo dei mostri potevano avere il coraggio di uccidere una persona dolce come il mio papà. E quando li ho incontrati, durante il processo, non sono riuscito a provare sentimenti negativi. Sono rimasto indifferente. È stato Vincenzo Lubrano ad avvicinarmi e a ripetere insistentemente: “Mi dovete credere, mi dovete credere, io non c’entro niente”. In lui vedevo solo un uomo anziano. E pur sapendo che era uno dei mandanti dell’omicidio di mio padre, non riuscivo a provare odio nei suoi confronti. Poi ho incontrato anche Raffaele Ligato, uno di quelli che aveva sparato ai miei genitori. E anche lui mi era indifferente». Per Filiberto, invece, è stato diverso. «Sì, lo ammetto. Io li ho odiati», dice con decisione il ragazzo, «hanno rovinato la vita della mia famiglia. Hanno fatto soffrire mia madre fino a farla morire di dolore. Non ci riesco a rimanere indifferente». Giuseppe sta per mettere su un’altra famiglia. Fra qualche mese si sposerà. «La vita va avanti», dice il primo figlio di Franco Imposimato, «anche se il dolore ti resta dentro e non lo puoi mai eliminare. È come una spina che hai dentro la carne. Può restare lì per anni, ma quando la vai a toccare ti fa sempre male. È come una cicatrice mai rimarginata. Tutto questo me lo porterò dentro fino alla morte. Come si fa a dimenticare tutto quello che abbiamo passato? Come si fa a dimenticare che c’era chi non voleva frequentare la famiglia Imposimato perché aveva paura? Come si fa a dimenticare che c’era chi non faceva giocare i propri figli con noi, togliendoci anche il saluto? Ricordo l’espressione triste del volto di mia madre quando ci raccontava che alcune persone non la salutavano e avevano paura a frequentarla. È come se i criminali fossimo stati noi che abbiamo subito la morte di mio padre e non quelli che hanno sparato.
Il processo per l’assassinio di Franco Imposimato e il ferimento della moglie, Maria Luisa Rossi, si è concluso in Cassazione con la condanna all’ergastolo dei mandanti (Pippo Calò eVincenzo Lubrano, morto nel 2007) e degli esecutori materiali (Antonio Abbate e Raffaele Ligato). Uno dei mandanti, Lorenzo Nuvoletta, è morto prima che venissero riaperte le indagini. Franco Imposimato il 19 dicembre di quel 1983 avrebbe compiuto quarantaquattro anni.

 

 

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