VittimeMafia.it

21 Novembre 2004 Napoli. Gelsomina Verde, 22 anni, torturata, uccisa e bruciata all'interno della sua auto. PDF Stampa

Foto da: Inricordo.eu

Tratto da Gomorra di Roberto Saviano

pag. 95 - 99

“I tizi uscirono dal furgoncino con i guanti in lattice, sporchissimi, usati e riusati mille volte, e si misero all'opera. Infilarono il cadavere in una busta, quella nera, i body bag in cui solitamente si chiudono i corpi dei  soldati morti.  Il cadavere sembrava uno di quelli trovati sotto la cenere del Vesuvio dopo che gli archeologi avevano versato il gesso nel vuoto lasciato dal corpo. Le persone intorno all’auto erano diventate decine e decine, ma tutte in silenzio. Sembrava non ci fosse nessuno. Neanche le narici azzardavano a respirare troppo forte. Da quando è scoppiata la guerra di camorra molti hanno smesso di porre limite alla propria sopportazione. E sono lì a vedere cos’altro accadrà. Ogni giorno apprendono cos’altro è possibile, cos’altro dovranno subire. Apprendono, portano a casa, e continuano a campare. I carabinieri iniziano a fare le foto, parte il furgoncino col cadavere. Vado in Questura. Qualcosa diranno su questa morte. In sala stampa ci sono i soliti giornalisti e qualche poliziotto. Dopo un po’ si alzano i commenti: «Si ammazzano tra loro, meglio così!». «Se fai il camorrista, ecco cosa ti accade.» «Ti è piaciuto guadagnare e ora goditi la morte, munnezza.» I soliti commenti, ma sempre più schifati, esasperati. Come se il cadavere fosse stato lì e tutti avessero qualcosa da rinfacciargli, questa notte rovinata, questa guerra che non finisce più, questi presidi militari che gonfiano ogni spigolo di Napoli. I medici abbisognano di lunghe ore per identificare il cadavere. Qualcuno gli trova il nome di un capozona scomparso qualche giorno prima. Uno dei tanti, uno dei corpi accatastati in attesa del peggior nome possibile nelle celle frigo all’ospedale Cardarelli. Poi giunge la smentita.

Qualcuno si mette le mani sulle labbra, i giornalisti deglutiscono tutta la saliva fino al punto da seccare la bocca. I poliziotti scuotono la testa guardandosi la punta delle scarpe. I commenti s’interrompono colpevoli. Quel corpo era di Gelsomina Verde, una ragazza di ventidue anni. Sequestrata, torturata, ammazzata con un colpo alla nuca sparato da vicino che le era uscito dalla fronte. Poi l’avevano gettata in una macchina, la sua macchina, e l’avevano bruciata. Aveva frequentato un ragazzo, Gennaro Notturno, che aveva scelto di stare con i clan e poi si era avvicinato agli Spagnoli. Era stata con lui qualche mese, tempo prima. Ma qualcuno li aveva visti abbracciati, magari sulla stessa Vespa. In auto assieme. Gennaro era stato condannato a morte, ma era riuscito a imboscarsi, chissà dove, magari in qualche garage vicino alla strada dove hanno ammazzato Gelsomina. Non ha sentito la necessità di proteggerla perché non aveva più rapporti con lei. Ma i clan devono colpire e gli individui, attraverso le loro conoscenze, parentele, persino gli affetti, divengono mappe. Mappe su cui iscrivere un messaggio. Il peggiore dei messaggi. Bisogna punire. Se qualcuno rimane impunito è un rischio troppo grande che legittima la possibilità di tradimento, nuove ipotesi di scissioni. Colpire e nel modo più duro. Questo è l’ordine. Il resto vale zero. Allora i fedelissimi di Di Lauro vanno da Gelsomina, la incontrano con una scusa. La sequestrano, la picchiano a sangue, la torturano, le chiedono dov’è Gennaro. Lei non risponde. Forse non sa dove si trova, o preferisce subire lei quello che avrebbero fatto a lui. E così la massacrano. I camorristi mandati a fare il “servizio” forse erano carichi di coca o forse dovevano essere sobri per cercare di intuire il più microscopico dettaglio. Ma è risaputo quali metodi usano per eliminare ogni sorta di resistenza, per annullare il più minuscolo afflato di umanità. Il fatto che il corpo fosse bruciato mi è sembrato un modo per cancellare le torture. Il corpo di una ragazza seviziata avrebbe generato una rabbia cupa in tutti, e dal quartiere non si pretende consenso, ma certamente non ostilità. E allora bruciare, bruciare tutto. Le prove della morte non sono gravi. Non più gravi di qualsiasi altra morte in guerra. Ma non è sostenibile immaginare come è avvenuta quella morte, come è stata compiuta quella tortura. Così tirando con il naso il muco dal petto e sputando riuscii a bloccare le immagini nella mia mente.
Gelsomina Verde, Mina: il diminutivo con cui veniva chiamata nel quartiere. La chiamano così anche i giornali quando cominciano a vezzeggiarla col senso di colpa del giorno dopo. Sarebbe stato facile non distiguerla dalla carne di quelli che si ammazzano fra di loro. O, se fosse stata viva, continuare a considerarla la ragazza di un camorrista, una delle tante che accettano per i soldi o per il senso di importanza che ti dà. Nulla più che l’ennesima “signora” che gode della ricchezza del marito camorrista. Ma il “Saracino”, come chiamano Gennaro Notturno, è agli inizi. Poi se diventa capozona e controlla gli spacciatori, arriva a mille-duemila euro. Ma è una carriera lunga. Duemilacinquecento euro pare sia il prezzo per l’indennizzo di un omicidio. E poi se hai bisogno di togliere le tende perché i carabinieri ti stanno beccando, il clan ti paga un mese al nord Italia o all’estero. Anche lui forse sognava di diventare boss, di dominare su mezza Napoli e di investire in tutt’Europa.
Se mi fermo e prendo fiato riesco facilmente a immaginare il loro incontro, anche se non conosco neanche il tratto dei visi. Si saranno conosciuti nel solito bar. I maledetti bar meridionali di periferia intorno a cui circola come un vortice l’esistenza di tutti, ragazzini e vecchi novantenni catarrosi. O forse si saranno incontrati in qualche discoteca. Un giro a piazza Plebiscito, un bacio prima di tornare a casa. Poi i sabati trascorsi assieme, qualche pizza in compagnia, la porta della stanza chiusa a chiave la domenica dopo pranzo quando gli altri si addormentano sfiniti dalla mangiata. E così via. Come si fa sempre, come accade per tutti e per fortuna. Poi Gennaro entra nel Sistema. Sarà andato da qualche amico camorrista, si sarà fatto presentare e poi avrà iniziato a faticare per Di Lauro. Immagino che forse la ragazza avrà saputo, avrà tentato di cercargli qualcos’altro da fare, come spesso accade a molte ragazze di queste parti, di sbattersi per i propri fidanzati. Ma forse alla fine si sarà dimenticata del mestiere di Gennaro. Insomma, è un lavoro come un altro. Guidare un’auto, trasportare qualche pacco, si inizia con piccole cose. Da niente. Ma che ti fanno vivere, ti fanno lavorare e a volte provare anche la sensazione di essere realizzato, stimato, gratificato. Poi la storia tra loro è finita.
Quei pochi mesi però sono bastati. Sono bastati per associare Gelsomina alla persona di Gennaro. Renderla “tracciata” dalla sua persona, appartenente ai suoi affetti. Anche se la loro relazione era terminata, forse mai realmente nata. Non importa. Sono solo congetture e immaginazioni. Ciò che resta è che una ragazza è stata torturata e uccisa perché l’hanno vista mentre dava una carezza e un bacio a qualcuno, qualche mese prima, in qualche parte di Napoli. Mi sembra impossibile crederci. Gelsomina sgobbava molto, come tutti da queste parti. Spesso le ragazze, le mogli devono da sole mantenere le famiglie perché moltissimi uomini cadono in depressione per anni. Anche chi vive a Secondigliano, anche chi vive nel “Terzo Mondo”, riesce ad avere una psiche. Non lavorare per anni ti trasforma, essere trattati come mezze merde dai propri superiori, niente contratto, niente rispetto, niente danaro, ti uccide. O divieni un animale, o sei sull’orlo della fine. Gelsomina quindi faticava come tutti quelli che devono fare almeno tre lavori per riuscire ad accaparrarsi uno stipendio che passava per metà alla famiglia. Faceva anche del volontariato con gli anziani di queste parti, cosa su cui si sono sprecate le lodi dei giornali che parevano fare a gara per riabilitarla.”

 

 

Articolo da La Repubblica del 22 Novembre 2004

Gelsomina vittima dei clan carbonizzata dopo l'esecuzione

Bassolino:"Più uomini e più mezzi". Pisanu domani in Parlamento

NAPOLI - Gelsomina Verde è stata 'punita' perché frequentava un uomo che apparteneva ad uno dei due clan in guerra a Napoli. Aveva 22 anni: l'hanno trovata ieri notte a Secondigliano, carbonizzata nella sua auto con un colpo di pistola in testa.

E' la vittima numero 114 della camorra a Napoli dall'inizio dell'anno. Negli ultimi due giorni sono state uccise sei persone nella provincia campana.

Antonio Bassolino, il presidente della Regione Campania, chiede più agenti. A margine del convegno 'La camorra oggi' che si è appena concluso nel capoluogo, Bassolino ha detto: "Servono più uomini, più risorse, più mezzi. Bisogna andare nei quartieri e riportare lo Stato". Ma poi aggiunge: "Bisogna pure contrastare la povertà, la debolezza del tessuto economico e sociale; combattere modelli culturali sbagliati. Il ruolo della scuola è fondamentale".

Domani, il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu riferirà in commissione parlamentare sul problema criminale a Napoli. Pochi giorni fa, in Senato, il ministro affermò che non è sua intenzione 'militarizzare' la città di Napoli. Puntò invece l'indice sulla scarsa severità delle pene: "Penso che ci si possa confrontare con realismo sulla durata della custodia cautelare, sul ripristino dell'arresto obbligatorio per determinati reati e su una maggiore severità nei confronti della recidiva. Quando assisto a certe inopinate scarcerazioni, non posso non interrogarmi sull'adeguatezza delle norme".

La guerra che si combatte a Secondigliano in queste settimane, è scoppiata tra due diverse fazioni che prima facevano parte di un unico clan specializzato nello spaccio della droga. Da una parte alcuni ex fedelissimi di Paolo Di Lauro, 53 anni, detto Ciruzzo 'o milionario', latitante da due anni, ritenuto il capo incontrastato dell'organizzazione dedita allo spaccio di droga, deciso a mettersi in proprio. Dall'altra un gruppo di 'scissionisti' che vuole intercettare il cospicuo flusso di denaro raccolto ogni giorno dai pusher che spacciano lungo le strade di Scampia.

L'Osservatore Romano, intervenendo sull'emergenza-Napoli, ha scritto: "Mentre da più parti si invocano interventi speciali contro la spirale di violenza, i parroci delle zone più insanguinate invitano a non rassegnarsi". Monsignor Antonio Riboldi, il 'vescovo anticamorra' di Acerra, chiede la mobilitazione della città sana: "Napoli è la capitale del cuore buono, bisogna che riprenda coraggio. Scendiamo in piazza mano nella mano per stanare i camorristi". Per il vescovo, l'unica arma contro la camorra è la mobilitazione generale: "La situazione va presa di petto, con coraggio. E' inutile chiedere sicurezza. E' ora che Napoli ritrovi il coraggio".

 

 

Fonte: internapoli.it
IL ROMA 4 APRILE 2006

Omicidio Verde, ergastolo ad Ugo De Lucia

di Fabio Postiglione

Prima ammazzò e poi bruciò il suo cadavere senza alcuna pietà, solo perché non aveva rivelato il nascondiglio del suo amico, uno degli scissionisti al clan Di Lauro. Ma ieri è arrivata la sentenza che ha messo il primo masso (si intende che però è una sentenza non definitiva ma solo di primo grado) per assodare le colpe per il truce omicidio di Gelsomina Verde, la 21enne di San Pietro a Patierno, punita come un boss, trattata come un animale. Fu quello, uno dei momenti più tristi della faida di Secondigliano e anche il più duro, quella stessa giornata, il 21 novembre del 2004 si contarono quattro morti nel giro di meno di 24 ore. In una tabaccheria di Melito furono massacrati di proiettili Domenico Riccio e Salvatore Gagliardi, ritenuti affiliati agli scissionisti perché secondo la Procura e gli investigatori erano coloro i quali cambiavano gli assegni ai boss del clan dei ribelli. Anche per questo duplice omicidio il responsabile, secondo i giudici del trentanovesimo gup del tribunale di Napoli, è Ugo De Lucia. «Ergastolo», ha pronunciato il giudice Scandone. Carcere a vita per il presunto braccio armato del clan Di Lauro colui che si è macchiato di uno dei crimini più atroci della faida dell'area Nord. L'ergastolo era poi la pena chiesta dal pubblico ministero della Dda Luigi Frunzio. Storia diversa per il collaboratore di giustizia Pietro Esposito anche lui coinvolto nell'atroce delitto. "'O kojac" ha incassato sette anni e otto mesi perché rispondeva della violazione all'articolo 116 ovvero " di reato diverso da quello voluto dai suoi concorrenti". Fu lui a rintracciare Mina Verde e a portarla al cospetto dei suoi aguzzini. Secondo le sue dichiarazioni, che hanno poi incastrato Ugo De Lucia, lui non sapeva che l'avrebbero ammazzata. «Mi era stato detto che volessero picchiarla», poi si è allontanato

 

 

Articolo di La Repubblica Napoli del 17 Dicembre 2010

Omicidio Gelsomina Verde assolto boss Cosimo Di Lauro

In primo grado era stato condannato all'ergastolo. La ragazza, 22 anni, fu sequestrata, torturata, uccisa e bruciata durante la faida di Scampia, il 22 novembre 2004

Il boss della camorra Cosimo Di Lauro è stato assolto dall'accusa di essere il mandante dell'omicidio di Gelsomina Verde, la giovane 22enne che fu torturata, uccisa e bruciata il 22 novembre 2004 nella macchina del padre, nel corso della cosiddetta faida di Scampia.

La sentenza è stata emessa dalla prima sezione della Corte d'Assise di Appello di Napoli, che ha accolto le richieste dei legali dell'imputato, gli avvocati Saverio Senese e Vittorio Giaquinto. Di Lauro, in primo grado, era stato condannato all'ergastolo.

L'accusa si reggeva, in particolare, sulle dichiarazioni di diversi collaboratori
di giustizia. Gelsomina Verde fu sequestrata nel corso della faida di Scampia, che vedeva contrapposti il clan Di Lauro e quello degli Scissionisti. I rapitori uccisero la giovane dopo averla brutalmente torturata, al fine di farsi dire il luogo dove si nascondeva un suo ex fidanzato, ritenuto legato agli Scissionisti.

 

 

 

Video Youtube

Wrong : Francesco Verde ricorda sua sorella Gelsomina Verde ( vittima innocente di criminalita' )


Francesco Verde : " ..ma da questa terra dove nascono tante spine qualche volta nasce anche qualche buona rosa..."
Gelsomina Verde (Napoli, 1982 -- Napoli, 21 novembre 2004) fu una vittima della camorra, torturata e uccisa a 22 anni nel pieno della cosiddetta faida di Scampia; il corpo venne poi dato alle fiamme all'interno della sua auto. Era il 21 novembre 2004[1].

 

 

 

Share/Save/Bookmark
 

Menu

Sei  : Home Vittime 21 Novembre 2004 Napoli. Gelsomina Verde, 22 anni, torturata, uccisa e bruciata all'interno della sua auto.