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5 Gennaio 1976 Afragola (NA) Ucciso il maresciallo Gerardo D'arminio che stava indagando sui legami della malavita campana-sicula-calabrese. PDF Stampa

Foto : Carabinieri.it

Fonte: fondazionepolis.regione.campania.it

Il 5 gennaio 1976 ad Afragola (Napoli), è assassinato il maresciallo dei carabinieri Gerardo D'Arminio, del Nucleo Investigativo, specializzato nella lotta alla mafia.
D'Arminio stava indagando sui legami della malavita campana-sicula-calabrese legati ai traffici di droga internazionale. Erano gli anni '70, D'Arminio, incaricato di dirigere il nucleo antidroga, scopre il canale attraverso il quale si importa l'eroina.
La sera del 5 gennaio stava accompagnando il figlioletto di 4 anni in un negozio di giocattoli, quando viene giustiziato da un colpo di fucile proveniente da una cinquecento gialla. In quell'auto c'erano degli appartenenti al clan Moccia sul quale stava dirigendo le sue indagini. Dell'omicidio si autodenunciò l'ultimo dei fratelli Moccia, Vincenzo, che scontata una pena di undici anni, appena uscito di galera venne ucciso.
Alla sua memoria verrà assegnata la medaglia d'argento al valor militare.

 

Articolo dell'8 Gennaio 2012 da dallapartedellevittime.blogspot.com

GERARDO D'ARMINIO, UCCISO MENTRE STRINGEVA LA MANO AL SUO BAMBINO

di Raffaele Sardo

Montecorvino Rovella è una cittadina in provincia di Salerno di cui fino a qualche anno fa ne conoscevo vagamente  l’esistenza.  Da qualche anno, invece, so che è il paese di origine di Gerardo D’Arminio, il maresciallo dei carabinieri che fu trucidato  nella piazza di Afragola da esponenti del clan Moccia, la sera prima della Befana, il 5 gennaio del 1976. Aveva per mano il suo figlioletto di 4 anni, Carmine. Cosa accade quella sera, me l’ha raccontato qualche tempo fa una una delle sorelle di Gerardo D’Arminio, Orsola.
La storia è tratta dal mio libro "Al di là della notte" ed. Tullio Pironti
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«“Scendo con Carmine al negozio in piazza. Compro dei giocattoli e torno. Domani è la Befana. A lui voglio comprargli una bicicletta”. Furono le ultime parole di mio fratello. Si avviò con uno dei figli piccoli, Carmine, che allora aveva quattro anni e non l’abbiamo più rivisto». È la sorella Orsola, l’unica ancora vivente, a ricordare quegli ultimi momenti del maresciallo dei carabinieri Gerardo D’Arminio, padre di quattro bambini, ucciso nella piazza principale di Afragola il 5 gennaio del 1976. «Fino a qualche mese prima», racconta Orsola D’Arminio, «aveva comandato la stazione dei carabinieri di Afragola. Poi era stato trasferito al nucleo operativo a Napoli, alla caserma Pastrengo. Aveva dovuto lasciare la sua abitazione in caserma. A Napoli le case erano care. E così rimase ad abitare ad Afragola». Il maresciallo D’Arminio era originario di Montecorvino Rovella, in provincia di Salerno. Vi era nato il 12 dicembre del 1937. Era sposato con Anna Benvenuto, da cui aveva avuto quattro figli: Giusy, Orsola (che lui chiamava Annalina), Carmine e Marco. AMontecorvino aveva la sua famiglia, le sorelle, gli amici d’infanzia. Lì c’erano le sue radici. Le radici di una famiglia nobile e antica, consacrata dagli Aragonesi, con titolo nobiliare e proprietà terriere. Gerardo amava il suo piccolo paese. Amava le sue sterminate piantagioni di ulivo. Amava passeggiare sui vicini monti picentini, che da ragazzo si divertiva a scalare in bicicletta. Faceva lunghe passeggiate sul monte Nebulano che domina il paese. Andava alla scoperta di sorgenti di acque sulfuree, che da quelle parti sono numerose. Si divertiva un sacco e, soprattutto, si rilassava. E ogni volta che poteva, tornava ben volentieri nella sua Montecorvino per ritrovare i luoghi e gli amici della sua infanzia. Partì giovane da Montecorvino. Lasciò le campagne e la vallata per arruolarsi nell’Arma a vent’anni, in cerca del «posto sicuro», come tanti giovani meridionali. A ventidue era già vicebrigadiere. Il suo fascicolo personale è ricco di encomi solenni per aver partecipato a varie operazioni nelle città dove prestava servizio: Chieti, Isernia, i piccoli paesini della Sicilia e Palermo dove venne promosso maresciallo. Poi fu trasferito a Napoli e assegnato alla caserma dei carabinieri di San Giovanni a Teduccio.

Siamo nel 1970, proprio nel periodo in cui c’è la lotta tra i siciliani e i marsigliesi per il controllo delle «vie del tabacco» dove passa anche la droga. Il maresciallo D’Arminio viene incaricato di dirigere il nucleo antidroga. Sequestra ingenti quantitativi di droga. Scopre il canale attraverso il quale si importa eroina dal Perù passando per Francoforte e Milano. Arresta Antonio Ammaturo, a capo della holding criminale che traffica in droga. Era anche la memoria storica delle vicende di criminalità. Si ricordava degli atti giudiziari di ogni delinquente. Delle sue alleanze, dei suoi crimini, delle inchieste in corso. Il maresciallo D’Arminio era un investigatore di razza, destinato ad una carriera importante all’interno dell’Arma. «Erano da poco passate le nove di sera», riprende a raccontare Orsola. «Io e l’altra mia sorella eravamo a casa di Gerardo ad Afragola. Ci passavamo le festività natalizie. E spesso stavamo a casa sua per aiutare la moglie con i quattro figli piccoli. Con i bambini da accudire non era facile andare avanti. Quella sera mio fratello tornò tardi dal servizio, ma volle uscire comunque.
Faceva di tutto per essere un buon padre, nonostante avesse un lavoro così impegnativo. Non erano ancora le nove e il negozio dove aveva scelto di andare, nella piazza principale del paese, era poco distante dalla casa in cui abitava. I negozi erano ancora aperti e affollati, come accade sempre il giorno prima della Befana. Verso le ventuno e quindici mentre stava facendo vedere la bicicletta al figlioletto, da una cinquecento gialla gli spararono con un fucile a canne mozze. Fu raggiunto da una scarica di otto pallettoni che gli si conficcarono tra il collo e la spalla. Il bambino era con lui, vide tutto. Vide il padre cadere con il corpo insanguinato. Vide la gente urlare e scappare. Carmine non capì subito cosa stava accadendo. Si sentì lasciare dalla mano del padre. Ebbe solo la forza di gridare: “Papà, papà, non mi lasciare!”.

Mio fratello fu trasportato al Loreto Mare, ma vi giunse cadavere. In quella cinquecento c’erano tre giovani, appartenenti ai Moccia, Luigi, Antonio e Vincenzo»: il clan sul quale il maresciallo D’Arminio aveva condotto indagini. Investigava da tempo sui rapporti tra clan siciliani e boss napoletani legati ai traffici internazionali di droga. «Eravamo in pena, perché alle undici di sera mio fratello non era ancora ritornato. La moglie cominciava a preoccuparsi. Mi chiedeva continuamente: “Ma quando torna? Ha con sé anche il bambino. Cosa sarà accaduto?”. Nessuno ci avvertì.

La notizia della morte di mio fratello la sentimmo dalla televisione. Gerardo aveva condotto tante indagini delicate», dice ancora Orsola. «Era diventato maresciallo maggiore non per anzianità, ma per meriti acquisiti sul campo. Aveva avuto undici encomi. Mio fratello era uno che lottava contro la criminalità e che a detta di tutti quando c’era lui a comandare la stazione di Afragola i crimini erano diminuiti di parecchio. Era considerato un esperto di mafia perché era stato quattro anni a Palermo. Del delitto di mio fratello Gerardo alla fine si autoaccusò il più piccolo dei tre fratelli Moccia, Vincenzo, che all’epoca era minorenne e credo che lo chiamassero “Angioletto”. Al processo venne condannato a diciassette anni, ma, dopo abbuoni vari e buona condotta, è stato in carcere solo undici anni». Vincenzo Moccia, appena uscito dal carcere, fu assassinato da un commando, nell’ambito di una guerra di camorra. «Da allora c’è una famiglia distrutta. La primogenita di mio fratello, Giusy, è morta il 25 luglio del 2003. Aveva un male incurabile. La moglie Anna è deceduta a maggio del 2009.

La famiglia, in pratica, non c’è più. I figli non vogliono conservare niente che ricordi la morte del padre. Gli è mancato tanto e non riescono a colmare il vuoto che ha lasciato. E ora sembra che nessuno più se ne ricorda di quel maresciallo così attivo e così dedito all’Arma dei Carabinieri», dice Orsola con una vena di amarezza nella voce. «Per lui la divisa che indossava era tutto. Prima della divisa c’era la famiglia. Che ora è come se fosse morta con lui. E dopo tanti anni dalla sua morte, mio fratello è come scomparso dalla vita collettiva, nessuno più ne ha memoria. Per ricordarlo gli facciamo dire una messa tutti gli anni. È venuta una mia cugina a casa proprio il giorno dell’anniversario della sua morte e ha portato un articolo di giornale che lo ricordava. S’è messa a piangere solo parlandone. E con lei anche tutta la famiglia. Qui è come se ci fosse perennemente il lutto. Ora che sono passati trentaquattro anni, al solo parlarne, il dolore che portiamo dentro è come se si riacutizzasse. Si aprono tutte le ferite». La voce di Orsola è rotta dall’emozione. «Non esistono più feste, non esistono più giornate di sole. Non esiste più niente. È tutto spento. Si va avanti per inerzia. La nostra vita s’è fermata a quel 5 di gennaio del 1976».
La famiglia D’Arminio ora vive a Montecorvino Rovella, cercando di sopravvivere alla tragedia. È ritornata dove aveva le radici. Dove ci sono i monti che circondano il paese, pieni di sorgenti sulfuree. Ma quel carabiniere che non aveva paura di niente, non c’è più. C’è solo il dolore e una lapide nella piazza principale di Afragola che lo ricorda. Alla sua memoria è stata assegnata la medaglia d’argento al valor militare.

 

 

 

Articolo da La Stampa del  7 Gennaio 1976

Sono scomparsi tre fratelli di Afragola sospettati d'aver ucciso il maresciallo

di  Adriaco Luise Napoli.

Il brutale omicidio è avvenuto l'altra sera presso Napoli
Hanno 17, 18 e 19 anni - Lo scorso anno la vittima aveva denunciato loro padre per il possesso di una pistola - Trovata la "500" con cui gli assassini sono fuggiti: sul sedile posteriore c'era un fucile a canne mozze - L'autovettura appartiene a uno zio dei ricercati


Napoli, 6 gennaio. Caccia agli spietati assassini che ieri sera, ad Afragola, nella piazza principale del paese, hanno ucciso a colpi di lupara, sotto gli occhi del figlioletto, Carmine, di 4 anni e di numerosi testimoni, il maresciallo dei carabinieri Gerardo D'Arminio, 38 anni, sparandogli da un'auto in corsa una micidiale scarici di pailettoni. Sono state effettuate perquisizioni domiciliari, controllati gli alibi di decine e decine di persone, operati diversi fermi. Le indagini, condotte a ritmo serrato, sembrano aver dato buoni frutti. Stamane all'alba è stata trovata l'utilitaria — una «500» di color aragosta, targata Napoli 990220 — usata dai «killers». Sul sedile posteriore c'era l'arma del delitto, un fucile a canne mozze con la matricola cancellata e alcune cartucce. Tre fratelli, nipoti del proprietario dell'auto, di cui non era stata denunciata la scomparsa, sono fortemente indiziati. Si tratta di Vincenzo, Luigi e Angelo Moccia, di 19, 18 e 17 anni, che sono scomparsi. Nei loro confronti il sostituto procuratore, Franco Martusciello ha emesso ordini di cattura. Figli di un temibile «boss  locale, Gennaro Moccia, 47 anni, hanno fatto perdere le loro tracce. Gli inquirenti avrebbero raccolto elementi che l'accusano dell'omicidio. Luigi ed Angelo Moccia sono sospettati di essere gli autori materiali del delitto, mentre Vincenzo sarebbe coinvolto, ma non direttamente. Chi sono i fratelli Moccia? Luigi ha precedenti per rissa, gli altri risultano incensurati. Il padre, Gennaro, era stato denunciato per il possesso di una pistola proprio dal maresciallo D'Arminio che lo scorso maggio si era recato nella sua abitazione per cercare una partita di pellicce di visone rubate e aveva trovato in un cassetto l'arma. In quell'occasione il figlio Vincenzo, aveva tentato di addossarsi la proprietà della pistola per scagionare il padre, ma il sottufficiale non si era lasciato ingannare. Gennaro Moccia era rimasto in carcere soltanto un mese, poi aveva ottenuto la libertà provvisoria perché malato. Il maresciallo D'Arminio aveva un curriculum eccezionale. Entrato giovanissimo nell'Arma, aveva conquistato i diversi gradi per meriti speciali, con anni di lotta prima alla mafia siciliana, poi alla delinquenza organizzata in Campania e soprattutto a quella di Afragola. Nato a Montecorvino Rovella (Salerno), dopo un lungo periodo di servizio a Palermo, nel 1970 era stato inviato a dirigere la stazione di S. Giovanni a Teduccio. Era stato poi trasferito al Nucleo investigativo della Legione carabinieri di Napoli e nel dicembre del '74 era passato a comandare la stazione di Afragola. Da sei mesi era ritornato nuovamente presso il Nucleo investigativo. Ieri sera, il mortale agguato. Poco dopo le 21,30, quando ancora i negozi erano aperti, il maresciallo D'Arminio era uscito dalla sua abitazione, in corso Garibaldi 116, con il figlioletto, Carmine. Si era fermato a parlare con Luigi Giuliano, 48 anni, fratello del boss Giovanni, assassinato nel settembre del 1973. Gl'inquirenti hanno escluso l'ipotesi, avanzata in un primo momento, che la vittima designata fosse Luigi Giuliano. I killers, a bordo dell'utilitaria, sono piombati proprio alle spalle del maresciallo e hanno mirato da breve distanza. La scarica a lupara ha raggiunto D'Arminio alla nuca. Il maresciallo è stato soccorso da due giovani, adagiato su di un'auto e trasportato all'ospedale. Ma è giunto cadavere: uno dei pallettoni lo aveva centrato fra la nuca e il collo recidendo la carotide. La morte è avvenuta per dissanguamento.

Una carriera esemplare Palermo, 6 gennaio.
Gerardo D'Arminio diventò maresciallo capo a Palermo. La sua carriera è da portare ad esempio: sette encomi solenni e due promozioni per « meriti eccezionali ». La notizia della sua uccisione, fra i carabinieri di Palermo, è giunta come una mazzata. « Era tra i migliori dì noi », hanno commentato.  Per tre anni fu in forza al Nucleo di polizia giudiziaria, incaricato dalla Procura della Repubblica di arrestare malviventi e mafiosi colpiti da mandato di cattura. Poi, nel 1966, istituito il Nucleo investigativo comandato dal ten. col. Giuseppe Russo, Gerardo D'Arminio affiancò l'ufficiale in numerose azioni antimafia. Nell'agosto del 1963, il maresciallo D'Arminio era stato fra quelli che avevano catturato il pericoloso boss mafioso Michele Cavataio che sei anni dopo, il 10 dicembre 1969, sarebbe stato soppresso nella strage di viale Lazio. Il sottufficiale si calò nella botola che portava nel nascondiglio del boss e lo bloccò prima che l'altro potesse far fuoco con la « CobraColt » che aveva in pugno. a. r.

 

 

Articolo da La Stampa dell'8 Gennaio 1976

Napoli: arrestati due fratelli uno confessa: "Ho sparato,,

Il vile agguato al maresciallo dei carabinieri
Ha 16 anni e mezzo - Aggiunge: "Non volevo uccidere il sottufficiale. E' stata una disgrazia" - Il terzo ricercato dovrebbe costituirsi nelle prossime ore

Napoli, 7 gennaio. «Non volevo uccidere il maresciallo, ma soltanto dare un avvertimento all'uomo che era con lui... E' stato uno sbaglio». Questa, in sintesi, la confessione resa al sostituto Procuratore Martusciello da Enzo Moccia, di 16 anni e mezzo, il più giovane dei tre fratelli ricercati per il delitto. Stamane alle 11 il ragazzo si è costituito alla Procura di Napoli, accompagnato dall'avvocato Andrea Della Pietra e questa sera, in casa dello zio materno, Umberto Fresa, è stato arrestato a Napoli anche Angelo Moccia, di 18 anni: è probabile che il terzo fratello, Luigi, si costituirà nelle prossime ore. Data la minore età Enzo Moccia è stato rinchiuso nel carcere-scuola «Filangeri»; Angelo è finito invece a Poggioreale. La caccia agli assassini del maresciallo Gerardo D'Arminio, ucciso con una scarica di lupara la sera di lunedì scorso sulla piazza principale di Afragola, sotto gli occhi del figlio Carmine, è così finita. Agli inquirenti rimane il compito di proseguire negli interrogatori dei testi e mettere al vaglio la confessione di Enzo Moccia, che sembra fatta su misura per pagare il meno possibile e del tutto addomesticata. Il ragazzo infatti si è addossata ogni responsabilità, escludendo la complicità dei fratelli e di altre persone. Anche l'arma, che ha i numeri di matricola cancellati, non sarebbe sua; l'avrebbe trovata in una cava di pozzolana durante lavori di sterro. «Ero solo in auto lunedì sera, verso le 21,30 — ha detto —. Dovevo incontrarmi con la mia ragazza. In piazza Gianturco ho notato un mio conoscente. Luigi Giuliano, che mi guardava minaccioso. Ho visto che, accanto a lui, c'era un uomo. Soltanto dopo ho saputo che era il maresciallo che insegnava al figlio ad andare sulla bicicletta. Ho pensato di dare una lezione al Giuliano, un semplice avvertimento... Ho abbassato il finestrino ed ho sparato. In quel momento il maresciallo si è alzato e il colpo è andato diritto a lui».  Come mai aveva l'arma in auto? Anche a questo interrogativo Enzo Moccia ha subito risposto. Ha detto che al mattino, andato a lavorare nella cava del padre, aveva scoperto per caso il fucile e le cartucce. Dapprima l'aveva nascosto in una baracca perché nessun dipendente se ne appropriasse, poi nel pomeriggio l'aveva sistemato sull'auto. «La vettura non è mia; è di Luigi — ha soggiunto — Luigi non era con me e doveva ancora rientrare da Torino, dove domenica aveva assistito con gli amici alla partita Napoli-Juve». In contrasto con quanto aveva dichiarato la zia Giuseppina (che, subito dopo il delitto, riferì agli inquirenti di non aver più visto i nipoti, usciti in auto lunedì pomeriggio), Enzo Moccia ha fatto di tutto per scagionare i fratelli dall'accusa di complicità: «La zia è mezza scema — avrebbe dichiarato —. Quella sera, alle 18,30, sono uscito di casa. Ho incontrato per strada Angelo, mi sono trattenuto al circolo sportivo "Juliano", poi in un bar del paese. Non avevo premeditato il delitto, è stata una disgrazia...». Luigi Giuliano, 48 anni, presunta vittima designata dell'agguato, sarebbe così scampato alla morte. Fratello di un «boss» assassinato nel settembre 1973, appartiene ad una famiglia di Afragola rivale di un altro «clan», quello dei costruttori Magliulo, di cui un esponente, l'assessore de Mario, di 47 anni, venne ucciso a colpi di lupara nel novembre dello stesso anno (a. l.)

 

 

Articolo da La Stampa del 9 Gennaio 1976

Per il maresciallo ucciso un terzo arresto a Napoli

In carcere tutti i fratelli Moccia

Napoli, 8 gennaio. I tre fratelli Moccia sospettati per il mortale agguato al maresciallo dei carabinieri Gerardo D'Arminio, 38 anni, ucciso a colpi di lupara lunedì sera nella piazza principale di Afragola, sono tutti in carcere: poco dopo mezzanotte è stato arrestato in via Duomo, a Napoli, anche Luigi Moccia, 19 anni. La cattura dei tre fratelli ha impresso una svolta decisiva alle indagini. Il sostituto Procuratore Martusciello ha oggi sottoposto, nel carcere di Poggioreale e nella scuola-prigione per minorenni « Filangieri », Luigi, Angelo e Vincenzo Moccia ad una serie di confronti e interrogatori per accertare il ruolo sostenuto da ciascuno di loro nel crimine. Il magistrato ha mantenuto nei loro confronti l'accusa di omicidio volontario premeditato. L'inchiesta, entrata in una fase delicata, è diretta a stabilire quale fondamento possa essere attribuito alla confessione di Vincenzo Moccia il più giovane dei tre, che ha dichiarato di aver ucciso il maresciallo da solo e per errore. La tesi dell'omicida, che non ha ancora 17 anni, è stata accolta con riserva. Le testimonianze rese subito dopo l'omicidio sono in netto contrasto con le dichiarazioni di Vincenzo: a bordo della «500» furono infatti notati due fratelli Moccia e non uno solo; il maresciallo D'Arminio, che indossava abiti civili, fu assassinato da un colpo alla nuca esploso da distanza ravvicinata e, infine, il sottufficiale non era chinato a terra quando si trovava in compagnia di Luigi Giuliano indicato da Vincenzo quale vittima designata. Luigi Giuliano avrebbe negato, inoltre, di aver rivolto minacce e frasi ingiuriose al ragazzo e nell'ambiente degli inquirenti si è propensi a credere che il maresciallo D'Arminio sia stato volontariamente assassinato per bloccare le indagini che egli stava svolgendo sui legami tra la nuova delinquenza locale ed esponenti mafiosi residenti nei soggiorni obbligati della zona (a.l.)

 

 

 

 

 

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