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25 Gennaio 1983 Valderice (TP). Ucciso il Magistrato Gian Giacomo Ciaccio Montalto PDF Stampa

Articolo del 25 gennaio 2013 da articolo21.org

Ciaccio Montalto, 30 anni dopo mai più nessun giunco che si pieghi alla mafia

di Rino Giacalone

Si racconta che un giorno di fine 1982, passeggiando in carcere il capo mafia di Mazara Mariano Agate, passando davanti alle celle fece sapere a tutti che “Ciaccinu arrivau a stazione”, qualche settimana ancora e Ciaccio Montalto che non era uno qualsiasi ma era un magistrato della procura di Trapani, fu ucciso davanti casa sua a Valderice. Era il 25 gennaio del 1983. Ecco “Ciaccinu arrivau a stazione” è la frase centrale di questa storia che però per 30 anni è rimasta nascosta, mai pronunciata se non in rare occasioni per poi sparire di nuovo, riemergere e svanire e diventare oggi finalmente famosa. In ritardo! Nonostante una sentenza di condanna all’ergastolo per i capi mafia Riina e Agate quali mandanti del delitto. Anche questa arrivata in ritardo! Roba di mafia insomma quel delitto e invece per anni la città di Trapani ha creduto, ha voluto credere, che Ciaccio Montalto fosse stato ucciso per altro, anche per motivazioni poco nobili ma che la mafia sa sempre fare bene circolare quando è il momento giusto, quando c’è da mascariare qualcuno o qualcosa, un delitto, un avvertimento, anche riuscire a fare spacciare da Roma come normale avvicendamento il trasferimento di un prefetto come Fulvio Sodano o per tentare di riuscire a mandare via da Trapani, questori e capi della mobile soprattutto quanto più questi si sono avvicinati a toccare il terzo livello come era arrivato a fare Ciaccio Montalto che quando fu ucciso si stava per trasferire, ma per sua volontà, alla procura di Firenze per continuare la caccia ai soldi di Cosa nostra, cominciata a Trapani ancora prima che entrasse in vigore la legge Rognoni La Torre. Fu ucciso e poi “mas cariato” Gian Giacomo Ciaccio Montalto e quel “Ciaccinu arrivau a stazione” che doveva essere la frase centrale per spiegare tutto è rimasta sepolta. Oggi la mafia non spara più ma sa mascariare meglio di prima, sa bene inquinare per essersi oltremodo infiltrata nelle istituzioni, nell’impresa, nelle banche, anzi nelle banche c’era già ai tempi di Ciaccio Montalto che era andato a bussare alla porta di alcune di queste. Una mafia oggi potente che sa bene proteggere il suo nuovo capo che si chiama Matteo Messina Denaro e i complici che lo adorano come un dio, che dovrebbero ben conoscere le differenze tra un mafioso e una persona per bene perché sono anche professionisti e uomini delle istituzioni.

La storia di Gian Giacomo Ciaccio Montalto se si vuole è facile da raccontare, basta sfogliare le pagine delle indagini da lui dirette, l’inquinamento del golfo di Cofano, uno dei più belli paesaggi della Sicilia messo a rischio dagli scarichi illegali e anche dal tentativo di costruire qui una raffineria che era sponsorizzata dalle famiglie mafiose locali e al solito da qualche incosciente, e colluso sindaco, i soldi sporchi nelle banche, gli appalti truccati e le speculazioni edilizie, la droga e le raffinerie dell’eroina, i traffici di armi, la regia di tutto questo era di Cosa nostra, ma nel 1983 la mafia a Trapani, ma non solo a Trapani, per i più non esisteva e ci sono voluti 30 anni perché questa storia la si cominciasse a raccontare; c’è stata qualche voce isolata, le commemorazioni di queste 30 anni sono state solo dei giudici, i familiari a Trapani non ci sono più nemmeno stati perché in quel 1983 dopo avere ucciso loro il marito e il padre le minacce continuarono a tal punto da fare andare via la moglie e le figliolette di pochi anni. E oggi siamo felici che Marene e Silvia rimaste con Elena senza anche la loro mamma, siano tornate a Trapani, loro stanno dando a noi tanta speranza e modeste e misurate come sono non ci stanno rimproverando perché ognuno è stato disattento con loro, ma siamo stati noi di questa città disattenti intanto con noi stessi.

Perché è accaduto che la storia del dott. Gian Giacomo Ciaccio Montalto, sostituto procuratore della Repubblica, ucciso dalla mafia, ha scavalcato come un’onda intere generazioni svanendo senza lasciare traccia. Qualcuno l’ha anche raccontata in modo banale, strumentale, perché in qualche momento è stato utile a questo qualcuno infilarsi dentro. Magari c’è chi pensa di poterlo fare ancora adesso. La storia oggi ce la consentono quasi anche di raccontare, perché la mafia, ci vengono a dire, è oramai sconfitta, ma non è così e non lo sanno solo magistrati e giudici eredi in qualche modo di Ciaccio Montalto. Allora a coloro i quali pensano di potere consentire che finalmente oggi si possa parlare di Ciaccio Montalto va data una notizia, Ciaccio Montalto non è morto, è vivo. Perché se restano come restano attuali le sue indagini, e se queste indagini dunque sono vive, e allora il protagonista che le aveva avviate non può essere morto è ancora vivo, vive in altri che seguono il suo lavoro.

Dobbiamo presto riconquistare consapevolezza che a Trapani oggi la mafia pretende di restare inviolabile come pretendeva esserlo in quegli anni ’80, perché gli uomini che la comandano che l’aiutano restano gli stessi di allora, i cognomi si ripetono dall’83 ad oggi, dall’83 ad oggi si ripetono anche nomi e cognomi di responsabili morali se non materiali delle commistioni mafiose. A Trapani la mafia ha dalla sua il silenzio della città, il muro di gomma, l’indifferenza dell’informazione, rispetto al 1983 oggi tanti partecipano come però a delle passerelle, ci raccontano che c’è una antimafia che è peggio della mafia perchè poi tutto deve tornare normale, chi tenta di opporsi al suo strapotere una volta finiva isolato e ucciso, oggi isolato e allontanato, come è accaduto negli ultimi tempi a magistrati e poliziotti troppo pignoli. Una volta c’erano sindaci che negavano l’esistenza della mafia oggi ci sono sindaci che non pronunciano più la parola mafia e nel frattempo alcuni di loro sono condannati per favoreggiamento ad imprenditori mafiosi o ci sono politici corrotti dai mafiosi che vogliono anche farti ascoltare la loro lezione morale.  In questi 30 anni è anche accaduto che investigatori che facevano il loro dovere sono stati rappresentanti ad organi di governo, al ministero dell’Interno come calunniatori, c’è chi ha scritto nero su bianco che qui c’erano investigatori che si erano inventati la mafia mentre finivano in cella i mafosi assieme ai colletti bianchi che però poi agli occhi di tanti benpensanti sono diventati untori quando hanno deciso di ammettere le loro malefatte e collaborare con la magistratura. Non viviamo in una terra normale purtroppo e ce ne accorgiamo ogni giorno di più. Viviamo in una terra dove ogni giorno dovremmo ricordare che la mafia è merda, come faceva a Cinisi Peppino Impastato contando i 100 passi che dividevano la sua casa da quella di don Tano Badalamenti,  o ce lo diceva qui Mauro Rostagno che lavorava da giornalista a Rtc a 5 metri dalla stanza dove il suo editore, facente parte di una delle famiglie che Ciaccio Montalto aveva individuato come colluse, incontrava il ministro dei lavori pubblici di Totò Riina. Oggi sicuramente Impastato e Rostagno verrebbero appellati come professionisti dell’antimafia, si sono risparmiate questa sferzante infamia solo perché per loro prima delle parole sono arrivati il tritolo per uno la lupara per l’altro.

Una cosa dobbiamo dircela. Nessuno deve più abbassare gli occhi, nessun giunco deve più piegarsi dinanzi alla piena, dovrà resistere, battagliare, si dovrà vivere mai più sopravvivere. Sennò non avrebbe senso tutto quello che oggi stanno facendo, stiamo facendo, non solo la magistratura e le forze dell’ordine per combattere la mafia. Non avrebbe senso questa giornata con l’arte oggi pomeriggio, con l’arte, la scuola e i giovani, oggi a Trapani, impegnati in un grande sforzo con il progetto Ferus. Oggi stiamo vivendo il primo vero grande evento di questa città dal 1983 ad oggi. Questo è un grande evento perché è sano, vero, autentico, è un grande evento perché libero, perché ci fa respirare il profumo di libertà, non ha su di se le mani che la mafia ha messo invece su altri falsi grandi eventi e forse sarebbe ora di togliere il nome grande evento a quella via che si trova al porto che avrebbe dovuto celebrare magnificenze e invece quell’evento fu la celebrazione della nuova mafia. Oggi dobbiamo dirci che non è normale quello che è accaduto e che è stato anormale quello che la mafia ha voluto farci vivere.

Parafrasando Alessandro Baricco per concludere. C’è gente che muore e, con tutto il rispetto, non ci si perde niente. Ma lui, Ciaccio Montalto, era uno di quelli che quando non ci sono più lo senti. Come se il mondo intero diventasse, da un giorno all’altro, un po’ più pesante, senza che in giro non ci sia più chi ci pensa a tenerlo su. Con quella loro leggerezza. Senza aver la faccia da eroi, ma intanto tengono su la baracca. Sono fatti così. Era fatto così, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, tanti come lui sono fatti per fortuna ancora così.

 

 

Articolo del 25 Gennaio 2012 da malitalia.it

Ciaccio Montalto

di Rino Giacalone

“Giacomo era figlio di siciliani, ma non era nato in Sicilia ma a Milano dove allora suo padre Enrico, pure Lui magistrato di grande spessore tecnico e di eccezionale rettitudine, che fu presidente di sezione della cassazione, al tempo della nascita di Giacomo lavorava, ed era siciliano nell’anima e in tutto il suo essere.

Amava profondamente questa terra e tutto ciò che di positivo vi si trova pur avendo piena consapevolezza che senza l’affrancazione dal giogo della mafia e dalle incrostazioni di tanti poteri più o meno occulti non sarebbe stata mai possibile una vera rinascita.
Ebbe rapporti molto stretti con Giovanni Falcone, nati negli anni del comune lavoro a Trapani sino al 1978, e ne fu ispiratore perché, almeno nel primo periodo di attività professionale, Giovanni, che a Trapani negli anni conclusivi della sua permanenza aveva svolto soprattutto funzioni civili, riconoscendo la specializzazione penalistica di Giacomo, ricorreva frequentemente ai suoi consigli.

Giacomo era molto stimato dai Colleghi, che tuttavia spesso non percepirono, almeno sino in fondo, la esattezza delle sue intuizioni, ritenute al tempo solo ipotesi possibili di ricostruzione dei fatti e ora divenute certe acquisizioni:
-la spiegazione dell’interesse di cosa nostra, in un determinato momento storico, a mantenere in un certo ambito territoriale -a Trapani- la c.d. pax mafiosa per potervi porre il porto di accesso degli stupefacenti in Italia e nei paesi occidentali ;
-la necessità di scalfire gli interessi economici della mafia per poterne minare la forza;
-la rilevanza delle indagini bancarie e sulle banche talvolta portate a chiudere gli occhi sull’origine del denaro ricevuto o sulla destinazione di quello impiegato;
-la intuizione della struttura unitaria di cosa nostra sino a quel periodo ritenuta una costellazione di sistemi in competizione, pur accomunati da modelli operativi comuni;
-l’intuizione, precedente alle rivelazioni di Buscetta , Contorno e dei primi collaboratori, della macroscopica divergenza della logica della mafia rispetto ad ordinari criteri di razionalità;
-la comprensione della necessità di fare breccia nel muro di omertà, cominciando dai mafiosi ed inducendo proprio loro a collaborare: è noto che Giacomo riuscì a far parlare un affiliato alla mafia e non ottenne grandi risultati solo per il non rilevante spessore del personaggio , a conoscenza perciò solo di certe e poche verità, e perché le innovazioni epocali , anche quelle di strategia processuale, richiedono tempi lunghi di maturazione.

Giacomo Ciaccio non si occupò solo di mafia, ma operò a 360° :si occupò di indagini su reati ambientali quando i discorsi sul tema erano ancora ristretti a pochi precursori e, in particolare, operò per fermare la cementificazione dei fondali marini vicini alle nostre coste, che dissennate discariche in mare dei sottoprodotti della lavorazione del marmo stavano provocando, come con le sue escursioni subacquee nei nostri mari, aveva constatato: gli bastava scorgere da Valderice, dove spesso soggiornava, le chiazze che lo scarico in mare delle polveri di marmo provocano, per interrompere altre occupazioni, anche i momenti di riposo per lasciare gli amici, e piombare lancia in resta a fermare gli inquinatori.
Si trattava di problemi di cui negli anni 70 non veniva avvertita l’incidenza distruttiva sulla vita dei cittadini e delle stesse generazioni future , perché solo ora percepiamo quale devastazione del nostro patrimonio naturale abbiano apportato e quanti problemi irrisolti del vivere civile siano ancora ad essi collegati.
Operò senza timori di alcun genere contro la corruzione nell’ambito degli amministratori e funzionari pubblici , realizzando anche in questo caso indagini di rilevante impatto nella nostra area che gli attirarono, come è intuibile, molte inimicizie.

Non si può ricordare Giacomo senza far cenno ai molti suoi interessi culturali, che con tanta forza manifestava avendo una speciale capacità di coinvolgimento e di trasmettere agli altri i suoi entusiasmi: la passione per certi scrittori, da Eco, allora poco famoso, a Tomasi di Lampedusa, a Marquez ; la sua venerazione per Beethoven, l’amore per la lirica , per Bellini, quello affettuoso per Verdi insolitamente collegato ad un notevole apprezzamento per Wagner, le predilezioni per alcuni interpreti da quelli famosi quali Toscanini, Cortot, Richter, Ghilels, la amatissima Callas, ad altri quali Pollini e Daniel Rivera, percepiti subito come grandi da Giacomo con straordinaria sensibilità e consacrati tali negli anni successivi alla sua morte , le passioni più popolari per la canzone napoletana d’autore, per le nostre tradizioni gastronomiche, per il mare che con il candido coraggio che lo distingueva, solcò facendo viaggi ardimentosi pur quando all’inizio della sua esperienza nautica, aveva una pratica limitata.

Vorremmo che il ricordo di Giacomo Ciaccio Montalto non sia soltanto aria fritta con espressione che lui spesso usava, ma rappresenti tensione continua verso il perseguimento della meta che lui sempre ebbe presente, verso comportamenti che ci consentano di non vergognarci, nascondendole, delle nostre radici.
Giacomo nella sua breve vita ebbe la capacità di suscitare un profluvio di sentimenti, di influenze, di spinte etiche, pur senza espliciti suggerimenti, nei Colleghi, che hanno raccolto il testimone raccogliendo e diffondendo le idee e le tensioni morali di Giacomo.
Esperienze di vita come quella di Giacomo, nell’attuale momento in cui la fiducia dei cittadini nelle istituzioni giudiziarie, a volte non ingiustificatamente, viene meno, in cui spesso non si comprende che quella del magistrato non è una professione come le altre e deve essere esercitata avvertendo in ogni momento quanto grande deve essere il proprio impegno a tutela della legalità che comincia dalla scrupolosa osservanza della legge e dei diritti dei cittadini proprio da parte dei giudici, condotte di magistrati come Giacomo, che mai sentendosi eroi lo sono stati, sono un paradigma insostituibile da imitare e un esempio da non dimenticare”.

Mario D’Angelo, già presidente dei Tribunali di Trapani e Marsala

 

 

Articolo di Rino Giacalone del 24 Gennaio 2011

Pubblicato su Antimafia Duemila

Un giudice dal candido coraggio, Ciaccio Montalto

Valderice, provincia di Trapani, via Carollo, ore 7,15 del 25 gennaio 1983. La storia da raccontare comincia da questo luogo e da quell’ora. Poi come usando le manopole di un «rvm» per un filmato da montare, c’è da far muovere delle immagini in indietro e avanti, per comporre quella che è una parte consistente della storia criminale della provincia di Trapani.

Via Carollo è una stradina, appena fuori Valderice, dove la mattina di 28 anni addietro una pattuglia dei carabinieri trovò ferma all’altezza del civico 2 un’auto, obliqua rispetto alla sede stradale: era una Golf, col lunotto infranto, anche il vetro del lato guida è in frantumi, era evidente che il vetro era esploso a causa di colpi di arma da fuoco; steso tra i due sedili anteriori, con la testa reclinata sul bracciolo del lato passeggero, cera un corpo senza vita, un braccio disteso, a penzoloni, l’altro piegato sul torace. Un morto ammazzato, crivellato di colpi d’arma da fuoco sparati da diverse armi. Era un uomo. Aveva 41 anni l’ucciso ed era un magistrato, sostituto procuratore della Repubblica di Trapani, il suo nome Gian Giacomo Ciaccio Montalto. Quando fu ammazzato era in procinto, pochi giorni ancora, di lasciare la Procura di Trapani per andare a quella di Firenze. Ecco la storia è questa. Gli anni, metà del 1980, erano quelli in cui in giro a Trapani si andavasostenendo che la mafia non esisteva, e invece Ciaccio Montalto era uno di quelli che ne aveva registrato la presenza in tanti faldoni d’indagine, a cominciare da quelli che riguardavano l’inquinamento del golfo di Monte Cofano, tra Erice e Custonaci, una conca tra terra e mare ricca di bellezze naturali, fili d’inchiesta che portavano al riciclaggio del denaro dentro le imprese, società, le banche. Lui da magistrato attento avvertì la «puzza» della mafia corleonese, colse la scalata a Trapani dei “viddani” di Riina, sentì il «tanfo» della morte lasciato per le strade e colse le infiltrazioni dentro gli uffici della giustizia, delle istituzioni, perché quella mafia era già riuscita a incunearsi dentro lo Stato per diventare poco tempo dopo ancora essa stessa Stato. Trapani è la provincia dove lo Stato che ha comandato è quello di Cosa Nostra, dove per costruire il nuovo Palazzo di Giustizia ci sono voluti decenni, dove anche i fidanzamenti e i matrimoni sono stati regolati dalle regole dell’onorata società, dove potrebbe anche non essere necessario leggere atti giudiziari, intercettazioni, relazioni della Commissione antimafia, saggi e articoli di stampa per farsi un’idea di cosa si intende per mafia: basterebbe vedere il numero delle estorsioni denunciate per capire quante non lo saranno mai; basterebbe sapere delle decine, centinaia di milioni di euro che ogni anno arrivano dalla Comunità europea e poi andare negli uffici di collocamento, nelle agenzie interinali, nei luoghi dove si affolla quel umanità dolente e rassegnata e capire che qui, nella «Gomorra» di Cosa Nostra, tutto parla di mafia. Tutto è povertà che produce ricchezza che riproduce altra povertà. Qui da sempre Cosa Nostra ha saputo sintetizzare passato e futuro, tradizione e modernità, violenza ancestrale e bestiale imprenditoria, a Trapani e nella sua provincia questo accade da decenni, praticamente da sempre. Perché qui è nata l’associazione Cosa Nostra, qui ha costruito le sue vocazioni, da qui è partita per «colonizzare» gli States, qui si è sempre sentita al riparo, protetta, qui ha messo a punto militarmente, nelle mani dei Messina Denaro di Castelvetrano, capaci anche di intessere rapporti politici, l’attacco stragista di Milano, Firenze e Roma. È qui dopo tanta violenza e morte, che è nata la nuova mafia: che contratta quando è ora di contrattare, che spara quando è ora di sparare, che vota bene quando è ora di votare bene, lo «zoccolo» duro di Cosa Nostra dove il controllo del territorio è totale, dove il rapporto con le istituzioni e con la massoneria è tradizionale. Cosa Nostra da queste parti ottiene quello che vuole oramai senza sparare, fa affari con gli appalti e si siede nei salotti che contano. L’obiettivo della nuova mafia, quella di Matteo Messina Denaro, è stato raggiunto, ammazzando però dapprima giudici come Gian Giacomo Ciaccio Montalto, la mafia si è istituzionalizzata, si è data una veste legale, oggi la mafia investe e controlla quasi l’intero tessuto produttivo della provincia e questo è riuscito a fare grazie ai rapporti con la politica e con il mondo delle professioni, che in questi anni hanno sempre negato l’esistenza della mafia ed oggi, sulla spinta della cattura dei latitanti, tanti ci dicono che la mafia è battuta. Il pensiero che attraversa gli ultimi 30 anni è sempre lo stesso, «la mafia non c’è, non esiste».

Dovranno passare anni dalla morte di Gian Giacomo Ciaccio Montalto per scoprire che già da quel 1983 a Trapani c’era un tavolino dove sedevano politici, imprenditori e mafiosi, c’erano le stanze di un tempio massonico, quello della Iside 2, dove mafiosi, burocrati, politici e giudici si mettevano d’accordo, dove molti affari venivano e lo saranno ancora per molto tempo ancora, regolati dalla corruzione e dove l’acquisto di voti sfruttando il bisogno della gente era la regola, mentre i mafiosi diventavano imprenditori per gestire importanti business, come quello dei rifiuti, o si occupavano di sanità e poi di appalti pubblici. Come oggi si continua a fare e nei sporchi affari che ancora oggi vengono scoperti c’è un filo che ripercorso a ritroso finisce con il raggiungere quegli anni, e i faldoni sui quali Gian Giacomo Ciaccio Montalto aveva lavorato.

Valderice, 25 gennaio 1983. Via Carollo. L’auto venne trovata dai carabinieri ferma davanti all’ingresso dell’abitazione del magistrato. Quella sera era stato a cena con degli amici, a Buseto Palizzolo, paese poco distante. Con se aveva la borsa di lavoro e alcuni fascicoli. Non fece in tempo a scendere dalla vettura. Non lo fecero scendere e nemmeno riuscì a provare ad aprire lo sportello. I killer lo fulminarono. Lo trovarono, scriverà il medico legale, riverso sui sedili anteriori della sua automobile, l’orologio della plancia dell’auto era fermo all’1,12 l’ora in cui i killer lo hanno freddato. Fuori dall’auto per terra vennero raccolti 10 bossoli calibro 30/luger, dall’altra parte otto bossoli stesso calibro e cinque 7,65 parabellum. Una pistola che sparò risultò provenire dalla mafia catanese, a conferma dell’alleanza tra le cosche trapanesi e quelle di Catania, emersa anche nel delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari (agosto 1980). I colpi mortali lo raggiunsero in rapidissima successione al torace e alla testa. Quella notte dovette esserci una incredibile tempesta di fuoco, quelle da far tremare mura e finestre, ma nessuno sentì nulla nonostante la via Carollo sia una strada stretta, è come è oggi. Niente è cambiato. La mafia fa chiasso ma nessuno la denuncia. E chi lo fa è indicato come un untore. Questo accade a Trapani 28 anni dopo l’assassinio del giudice Ciaccio Montalto. Deve esserci stato parecchio chiasso quella notte, ma non se ne accorse nessuno. Il cadavere fu scoperto sei ore dopo quando qualcuno si decise di avvertire i carabinieri. Chi era Ciaccio Montalto? Quarantenne sposato, lasciò la moglie e tre figlie di 12, 9 e 4 anni. Tre giorni prima del suo delitto a Palermo l’Anm si era riunita a congresso ed aveva chiesto al governo (ministro della Giustizia Clelio Darida) maggiore impegno nella lotta alla mafia. Erano stati uccisi Pio La Torre, Rosario Di Salvo, Lenin Mancuso, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Dalla Chiesa e sua moglie, Boris Giuliano. Come sostituto procuratore Ciaccio Montalto a Trapani aveva svolto le indagini sui clan dediti al traffico di eroina, al commercio di armi, alla sofisticazione di vini, alle frodi comunitarie e agli appalti per la ricostruzione del Belice dopo il terremoto del 1968. Per primo aveva intuito la centralità di Trapani nella mappa mafiosa. La sua inchiesta sul traffico delle armi verrà ripresa da Carlo Palermo, a sua volta vittima di un attentato (2 aprile 1985). Scampò al tritolo mafioso, che fece strazio invece di una donna, Barbara Rizzo, e dei suoi figlioletti di sei anni, i gemellini Giuseppe e Salvatore Asta. Ciaccio Montalto si ritrovò giovane ad essere la memoria storica della procura di Trapani dove lavorava dal 1971. Questa, più della vendetta per le indagini, è la ragione per cui la mafia ritenne necessario ucciderlo. Il magistrato aveva colpito gli interessi delle cosche applicando senza attendismi la legge sul sequestro dei beni "la Rognoni-La Torre" approvata nel settembre 1982 ed aveva individuato sin da allora il ruolo di Riina, Provenzano, Messina Denaro, Bagarella, e dei boss locali, dei Milazzo di Alcamo, del clan locale dei Minore, aveva portato davanti alla Corte di Assise alcuni esponenti di queste cosche. Poco prima di essere ucciso il magistrato aveva rivelato che durante il processo un imputato gli aveva fatto un segno che nel linguaggio mafioso significa condanna a morte. Aveva chiesto di essere trasferito, ma nel frattempo aveva proseguito senza sosta il suo impegno, sino alla sera che precedette la sua uccisione, trascorsa nei preparativi della requisitoria che avrebbe dovuto pronunciare l’indomani.

Il processo a Caltanissetta sulla sua morte, molti anni dopo, registrò alla perfezione la realtà trapanese. La società di benpensanti, le collusioni con Cosa Nostra. Negli anni ’80 la provincia di Trapani era divenuta terreno per la scalata al potere dei corleonesi. L’apice nel novembre del 1982 quando venne fatto sparire durante una cena di boss nel palermitano, a Partanna Mondello, a casa di don Saro Riccobono, il capo dei capi della mafia latifondista trapanese, Totò Minore. Pochi giorni dopo quella cena di morte la pax voluta da Minore cominciò a frantumarsi. Cominciarono a morire gli avversari interni ed esterni delle cosche, coloro i quali per i corleonesi di Totò Riina erano dei nemici. E il giudice Ciaccio Montalto fu tra i primi a finire nel mirino, perché Cosa Nostra aveva più di una ragione per avere paura per quel magistrato. «Ciaccinu arrivau a stazione» disse un giorno in carcere il capo mafia di Mazara Mariano Agate, «era arrivato alla stazione, al capolinea»: Agate aveva capito che Ciaccio Montalto aveva individuato una serie di canali dove dentro scorreva denaro, per questo fu ucciso. Aveva individuato una cosca di siciliani in Toscana, alcamesi, palermitani e massoni. Era a Firenze, nella città dove nel frattempo gli esattori Salvo di Salemi avevano trasferito le sedi delle loro società di riscossione, che stava andando a lavorare, per questo fu ucciso. All’ergastolo perché mandanti dell’omicidio del sostituto procuratore Gian Giacomo Ciaccio Montalto sono stati condannati gli alleati di sempre di Cosa Nostra siciliana, Totò Riina e Mariano Agate.

Ciaccio Montalto fu un «uomo dal candido coraggio», si imbatté nella mafia che cominciava a cambiare pelle, quella che oggi chiamiamo «sommersa» e allora si cominciava ad interessare di appalti (1550 banditi e assegnati nel solo biennio 83/85 a Trapani, quasi tutti finiti intercettati da Cosa Nostra). Era la mafia che cercava di arrivare dentro il Palazzo di Giustizia, oggi è la stessa mafia che influenzando la società ha messo la sordina ad una serie di pronunce di colpevolezza, processi e condanne hanno incrinato le commistioni, ma non le hanno del tutto indebolite per colpa di una società silente e disponibile dove settori della politica continuano a frequentare i mafiosi.

Chi più di tutti rimpiange di non avere fatto il suo dovere, di giornalista, è lo scrittore Vincenzo Consolo. Da giornalista, raccolse una sera lo sfogo di Ciaccio Montalto che si sentiva isolato: «Rimpiango di non avere disubbidito al suo volere e di non avere scritto subito quella intervista». Lo scrittore aveva vissuto Trapani per due mesi, nell’estate del 1975, quando seguiva per il giornale "L’Ora " il processo al mostro di Marsala, Michele Vinci. Pubblica accusa di quel processo era il giudice Ciaccio Montalto. Consolo ricorda: «Un giorno Ciaccio mi chiamò e mi disse che mi voleva incontrare a Valderice, nella sua casa, da solo. Una sera andai e mi accolse con la moglie, una donna che negli occhi aveva tutte le preoccupazioni per il marito. Mi rivelò che aveva ricevuto delle minacce. Non scriva nulla, lo faccia solo se dovesse succedermi qualcosa, disse". Otto anni dopo, quella confessione divenne profezia. Allora scrisse sulla Stampa e sul Messaggero (a cui seguì una interrogazione alla Camera dei Deputati di Leonardo Sciascia) e rivelò ciò che Ciaccio Montalto gli aveva detto quella sera. Di quelle minacce condite con l’oblio che continua ad essere caratteristica di questa città che in tutti i modi cerca di far dimenticare il suo passato, cancellandolo con la negazione dei fatti, dove «normalizzare» resta la parola d’ordine. I magistrati di oggi rispondono che qui non sarà tutto mafia quando corrisponderanno le azioni concrete, gli atti trasparenti, quando si cancellerà l’area grigia, quando la si smetterà di confinare la legalità nel lavoro di magistrati, giudici, investigatori.

Parlare di Ciaccio Montalto oggi. Usando le parole dell’ex procuratore di Bologna, Enrico De Nicola, «il ricordo è la traccia da seguire per il futuro». E poi ce lo ha detto il presidente Sandro Pertini proprio ai funerali di Ciaccio Montalto, «per combattere la mafia c’è solo da rispettare fino in fondo la Costituzione». Ciaccio Montalto non ha potuto concludere il suo lavoro, con quel perfezionismo che lo distingueva: non è riuscito a sconfiggere la mafia, perché la mafia glielo ha impedito. «Ulisse era il mito di Ciaccio Montalto» ha svelato un suo amico, il pediatra Benedetto Mirto, ma a lui non è riuscito ciò che riuscì a Ulisse, battere i proci e riconquistare la sua Itaca. Il compito oggi è di altri dentro e fuori i Palazzi di Giustizia. Governo e parlamento permettendo, riconoscendo come eroe davvero chi lo merita e chi lo fu e non mafiosi e corrotti.

 

 

 

">Video Youtube

tratto dal programma Blu Notte

Giangiacomo Ciaccio Montalto

 

 

 

Articolo da La Repubblica del 13 maggio 1987

'SAPEVA CHI ERA CORROTTO IN PROCURA PER QUESTO CIACCIO MONTALTO FU UCCISO

di Franco Coppola

CALTANISSETTA Il giudice Gian Giacomo Ciaccio Montalto venne ucciso anche e soprattutto perché era venuto a conoscenza della corruzione del suo collega Antonio Costa ad opera del clan dei Minore: una considerazione pesante che compare addirittura sottolineata nell'ordinanza di rinvio a giudizio con cui il giudice istruttore di Caltanissetta Claudio Lo Curto ha chiuso l'istruttoria durata più di quattro anni ed ha trasmesso alla corte d'Assise un processo di diecimila pagine (425 sono solo quelle del documento finale depositato nei giorni scorsi) con 13 imputati, 5 dei quali accusati del feroce attentato. Nell'elenco manca il nome dell' ex sostituto procuratore di Trapani Antonio Costa, collega d'ufficio di Ciaccio Montalto ucciso il 25 gennaio 1983 sotto il fuoco incrociato di tre assassini che spararono con due revolver e una mitraglietta crivellandolo di colpi. Costa verrà giudicato per vari episodi di corruzione (15O milioni in cambio di una assoluzione, altri 40 probabilmente per gli stessi motivi) a Messina perché tempo fa la Cassazione ha accolto la sua richiesta ed ha tolto il processo a Lo Curto. Ma il magistrato nella sua ordinanza non ha potuto fare a meno di sottolineare il ruolo avuto da Costa nella battaglia solitaria contro le cosche mafiose condotta a Trapani da Ciaccio Montalto. Scrive Lo Curto che così come hanno inequivocabilmente dimostrato le indagini, uno degli episodi di corruzione contestato a Costa si pone quale causale ultima e preponderante dell' omicidio. La sorte a cui è andato incontro Ciaccio Montalto viene poi accumunata a quella di un altro magistrato coraggioso, Carlo Palermo, che il 25 aprile 1985 - pochi mesi dopo essere stato trasferito da Trento a Trapani a sua richiesta - sfuggì miracolosamente ad un attentato simile a quello che due anni prima era costato la vita al consigliere istruttore palermitano Rocco Chinnici. L' esplosione di un' auto-bomba provocò solo il ferimento di Palermo, ma una donna e i due figlioletti che passavano per caso nella zona prescelta dagli assassini rimasero dilaniati dall' esplosione. Il giudice istruttore di Caltanissetta ne parla addirittura nella prima pagina della sua ordinanza: Come quello per l' attentato al giudice Palermo, anche il procedimento per l' omicidio di Ciaccio Montalto risulta animato da personaggi appartenenti a quell' articolata e ramificata struttura verticisticamente operante in territorio nazionale e oltreoceano con il nome di Cosa Nostra. E, come nel primo, si vedrà anche qui emergere prepotentemente la cinica e pervicace finalità di impedire ad ogni costo il corretto funzionamento dell' ufficio del Pm nella provincia di Trapani, concretatasi dapprima nell' eliminazione di Ciaccio Montalto allorché lo stesso venne a conoscenza della subdola realizzazione di tale intento e successivamente nell' attentato a Carlo Palermo eseguito in forma preventiva per tutelare gli enormi profitti intimamente collegati alla gestione del laboratorio clandestino allestito ad Alcamo per la raffinazione dell' eroina. C' è la prova, sottolinea Lo Curto, che Ciaccio Montalto, pochi giorni prima di essere ucciso, era venuto a conoscenza della sistemazione del Pm Costa e dell' analogo tentativo di corruzione operato nei confronti di un altro magistrato, Dino Cerami, il quale aveva sdegnosamente rifiutato le offerte dei mafiosi. Il sostituto procuratore assassinato, inoltre, era da tempo convinto- e l' ordinanza osserva che i fatti gli avrebbero continuato a dare ragione anche dopo la sua morte - che a decidere la sua eliminazione fossero stati i capi indiscussi dell' aggregato mafioso trapanese, titolari degli enormi interessi collegati alla produzione e al traffico degli stupefacenti. Ciaccio Montalto era un magistrato isolato. La sua affannosa ricerca di prove contro i fratelli Antonio e Calogero Minore, condotta con estrema professionalità e costante fermezza al punto da apparire all' esterno esasperata e personalistica, avrebbe portato al suo triste isolamento. Della solitudine di Ciaccio Montalto parlano la madre (Tante volte mio figlio ebbe a dirmi, negli ultimi tempi, che si sentiva solo nel senso che all' interno del suo ufficio soltanto pochissime persone lo comprendevano e lo aiutavano nel suo lavoro), la moglie (Mi disse che aveva la sensazione che quanti lo circondavano cercavano di creare il vuoto attorno a lui), la collega milanese Livia Pomodoro (Aveva problemi di solitudine all' interno del mondo giudiziario trapanese). Cardine dell' inchiesta di Lo Curto sono sei bobine inizialmente dimenticate in un armadio della questura di Trapani: contengono le intercettazioni telefoniche delle conversazioni di quanti riuscirono a corrompere Costa e tentarono di fare altrettanto con Cerami. Conversazioni che inchiodano i fratelli Minore. Due viaggi negli Stati Uniti convinsero Lo Curto di avere imboccato la pista giusta: dai Minore, mandanti dell' attentato, agli esecutori materiali, i commercianti di eroina Ambrogio e Salvatore Farina, padre e figlio, il killer professionista Natale Evola, il corriere della droga Calogero Di Maria, a sua volta assassinato a Brooklyn. Ora, la parola è alla corte d' Assise. Ma a Caltanissetta ce n' è una sola, impegnata fino al luglio ' 88. Il Consiglio superiore della magistratura deve affrettarsi ad istituirne un' altra. Se gli imputati dell' omicidio Ciaccio Montalto non verranno processati entro ottobre ' 88, saranno scarcerati per decorrenza dei termini.

 

 

 

Articolo da L'Unità del 29 Gennaio 1983

La giustizia, la mafia, lo Stato

Dopo l'ultimo delitto in Sicilia scrive la vedova del magistrato Costa

Caro giudice, non si è ancora spenta, a Palermo, l'eco  dell'ultimo convegno, indetto dall'Associazione nazionale magistrati, quando da Trapani rimbalza in tutta la sua agghiacciante crudezza, la notizia che un altro magistrato impegnato, coraggioso, dichiaratamente di sinistra, è caduto riverso nel suo sangue, sotto i colpi spietati di feroci assassini della mafia.
A Palermo, appresa la notizia, a Palazzo di giustizia si sospendono le udienze; poi voi magistrati vi riunite in assemblea e ha inizio il solito rituale, ormai scontato, delle parole che ogni volta fanno da coro al macabro esito di "un grande delitto".
Si ritorna a parlare di sdegno, di riprovazione; si rinnova il solito impegno per una lotta ferma che porti alla sconfitta di questa mostruosa piovra, che continua a dissanguare la Sicilia con un ritmo sempre più incalzante. Si lamenta mancanza di mezzi e strumenti, ma nessuno si accorge che il sangue di Gian Giacomo Ciaccio Montalto e quello di coloro che lo hanno preceduto, merita una più approfondita riflessione.
A Palermo, in Sicilia, oggi è evidente che se si è 'diversi' (particolarmente impegnati, democratici) si resta soli, e, prima o poi, si finisce con l'esser «cancellati come corpi estranei» dalla mafia.
È bene che tu, mio caro giudice, prenda coscienza che per una efficace lotta alla mafia e per la tutela di quelli di voi che sono onestamente e concretamente impegnati in questa difficile lotta, hai bisogno più che di macchine blindate o della creazione di altri, se pur indispensabili, strumenti richiesti e non dati, della crescita, di una forte tensione ideale tra tutti i magistrati: una forte tensione che di voi tutti faccia un blocco, un argine sicuro, tale che vi renda omogenei dinanzi alla società e dinanzi alla mafia: così che a nessuno si possa guardare da altre angolazioni come un giudice 'solo'; come un giudice «diverso».
È indispensabile avere tutti uguale impegno sulla stessa linea; procedere a righe serrate e che sia smessa da qualcuno l'abitudine di celare con eleganti argomentazioni giuridiche e suggestive ipotesi di garantismo,un certo, sostanziale disimpegno.
Un magistrato, in Sicilia più che altrove, non può non avere consapevolezza del proprio ruolo e deve pur sapere che la dignità di esercitarlo può e deve essere portata fino alle estreme conseguenze.
Ecco perché non serve più il rituale delle solite parole di sdegno: serve anche onorare i propri morti; serve non farli dimenticare; serve non tentare di sminuire l'opera con elementari, maldestri mezzucci; serve non dimenticare che a Palazzo di giustizia i morti devono essere presentì quanto i vivi: e deve essere valorizzato il patrimonio di giustizia e democrazia che hanno lasciato.
È necessario far quadrato attorno ai propri morti, leggendo con attenzione tra le loro carte, operando tenacemente, concretamente, con entusiasmo direi, senza timori "riverenziali", nell'intento nobile e indispensabile di dar loro giustizia.
Io, caro, giudice, ti seguo, sempre, con rispetto, con ansia qualche volta, altre con ammirazione: ma queste cose non potevo tacerle per il tuo stesso destino, per il destino di altri tuoi colleghi. Non potevo tacertele perché è tutta una giornata che mi sento vicina ai figli adolescenti di Gian Giacomo Ciaccio Montalto e so quanto e come e per tutta una vita brucerà sulla loro pelle il sangue del loro papà, morto assassinato per aver servito la giustizia.
Se tu, caro giudice, rifletterai sulle cose che non sono state fatte, su quelle che sono state fatte con tanta approssimazione; se rifletterai sul danno prodotto da chi i rami secchi non sa tagliare e si rifiuta di leggere con passione e intelligenza i fatti, così che finisce con l'essere l'operatore del non fare o del fare appena, allora questa nostra bella e tormentata terra avrà speranza di sopravvivenza. E tu o il tuo collega non lascerete soli i giovani figli a piangere lacrime che col passare degli anni diventano sempre più amare.
Scusa la crudezza, a volte, delle mie parole: ma questa è l'ora della verità e, quindi, delle scelte. Io come donna, le mie le ho già fatte. Continuerò a chiedere ai paese che il sangue di Giacomo Ciaccio Montalto e di chi lo ha preceduto lungo questo triste sentiero di morte, non sia stato inutilmente versato, ma serva a proteggere anche te, caro "giudice solo".
Ma chiederò pure che pulizia ovunque sia fatta: bene, in ogni angolo; anche negli angoli oscuri e mai spolverati dei palazzi di giustizia.

Rita Bartoli Costa

 

 

 

Articolo da La Stampa del 28 Gennaio 1983

PORTA IN TOSCANA LA PISTA SUL MAGISTRATO ASSASSINATO

di Antonio Ravidà

Il giudice Ciaccio Montalto, ucciso dalla mafia a Trapani, aveva chiesto di essere trasferito a Firenze - Voleva indagare sulle cosche trapiantate al Nord - Aveva firmato ordini di cattura

TRAPANI — C'è una pista che porta a 1300 chilometri da Palermo, dritta dritta, in Toscana. Forse l'assassinio del procuratore Ciaccio Montalto, l'ennesimo orrendo crimine mafioso, è stato ordito tra i preziosi gioielli rinascimentali di Firenze e la fertile campagna toscana, dove più di una «famiglia» siciliana si è trapiantata. E' di pochi giorni fa il sequestro di ottanta chilogrammi di eroina a Prato, seguito dall'arresto dei com ponenti di un clan che inviava gli stupefacenti negli Stati Uniti dopo averli nascosti in scatole di scarpe. E a Firenze, Gian giacomo Ciaccio Montalto, il coraggio so giudice trapanese massacrato nell'agguato di Valderi ce là notte tra lunedì e martedi. aveva chiesto di essere tra sferito come giudice istruttore: c'erano tre posti vacanti in organico. Lo stesso Adolfo Beria D'Argentine, segretario generale dell'Associazione nazionale magistrati, ha riferito che il sostituto procuratore della Repubblica ucciso pen sava di poter riuscire ad esse re utile anche a Firenze nella lotta contro la mafia, come lo era stato nei dodici anni di servizio a Trapani in tantissime inchieste sulla droga e sul vino sofisticato, sulle truffe e le «bustarelle» negli appalti pubblici per la ricostruzione della Valle del Belice terremotata e sul riciclaggio in varie attività apparentemente legali dei soldi «sporchi» proventi del crimine organizzato. Ma questa è soltanto una Venerdì 28 delle tante piste. Altre ne vengono battute dai carabinieri, dalla polizia, dalla Guardia di Finanza. E' stato un ufficiale delle Fiamme Gialle a confidare, mercoledì, uscendo dalla camera ardente sistemata nel Palazzo di Giustizia poco prima dell'arrivo di Pertini a Trapani, che pochi giorni fa Ciaccio Montalto aveva stretto i tempi per l'emissione di ordini di cattura a carico di mafiosi o presunti tali. Forse otto.provvedimenti restrittivi. «Mia nessuno sapeva — ha riflettuto l'Ufficiale —, quindi il delitto non può essere partito da lì». Marisa La Torre; 40 anni come il marito ucciso e dal quale da quattro mesi era separata di fatto (la signora continuava a stare con le tre figlie, di 12, 8 e 4 anni,, il giudice sì era stabilito nella villa di campagna a Valderice, a otto chilometri dalla città, dove è caduto nell'agguato), intanto è stata interrogata dai magistrati inquirenti. Non sembra che Marisa La Torre abbia aggiunto qualcosa d'importante a ciò che si sapeva già. Piuttosto, colpisce il fatto che fin dall'indomani delle commosse e sferzanti espres sioni del capo dello Stato Gennaio 1983 («Sradicheremo questo tumore della mafia») e dopo l'impegno unanime del Consiglio superiore della magistratura, già il procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Sebastiano Patanè, incaricato dalla Cassazione d'indagare, abbia lasciato Trapani tornando nel suo ufficio.a 150 chilometri da qui. n dottor Patanè, che peraltro è considerato un magistrato di valore, ieri a Caltanissetta ha detto di avere ulti mato le «indagini urgenti» e che in seguito, a Trapani, potrà tornare egli personalmente ovvero potrà andarvi uno dei suoi sostituti. Indagini per telefono? Certo, non è quanto ci si aspettava scorgendo il dolore e lo sbalordimento della vedova, delle figlie, di Pertini, dell'immensa folla nel duomo di San Lorenzo mercoledì pomeriggio alla solenne messa per i funerali. Si pensava che stavolta si sarebbe fatto decisamente molto di più che non le solite battute e le perquisizioni, consueti controlli sui movimenti dei pregiudicati e sorvegliati speciali, potenzialmente indiziati.

 

 

Articolo da La Stampa del 27 Gennaio 1983

LA SICILIA NON RESTERÀ SOLA PERTINI DA FIDUCIA A TRAPANI

di Antonio Ravidà

Un eccezionale spiegamento di forze dopo l'assassinio del giudice Ciaccio Montalto - Ma le forze di polizia non sono ancora sufficienti per un'azione di vasta portata

TRAPANI — Con un eccezionale spiegamento di forze carabinieri, polizia e Guardia di Finanza tengono da 48 ore in una morsa Trapani e dintorni. Riesce difficile però credere che in tempo brevi si verrà a capo di qualche cosa. Questa affermazione che è sulla bocca di tutti non è dettata da scetticismo ma dall'amara consapevolezza che al 99 per cento i delitti di mafia rimangono impuniti. E l'uccisione del sostituto procuratore Gian giacomo Ciaccio Montalto è un classico delitto di mafia. Adolfo Beria d'Argentine, segretario generale dell'Associazione nazionale magistrati, ha detto che il Ciaccio Montalto si sentiva a gravemente minacciato» e che dopo avere chiesto il trasferimento a Firenze quale giudice istruttore egli pensava che in Toscana avrebbe potuto prò seguire ugualmente alcune indagini antimafia. I commenti sono i più disparati qui a Trapani per la presenza di Sandro Pertini, ieri, nel Duomo di S. Lorenzo ai funerali del magistrato assassinato, presenti l'anziana madre, la vedova da cui il giudice viveva separato da quattro mesi e le due figliole maggiori di 12 e 8 anni; la piccola di appena 3 anni è rimasta in casa di parenti. Il capo dello Stato s'è trattenuto a Trapani giusto il tempo necessario per la cerimonia. Commosso come rare altre volte è subito ripartito lasciandosi dietro una città dove dolore e rancore si mescolano alle sollecitazioni che finalmente sia innestata una marcia in più nella lotta contro la mafia. Sarà sconfitta la mafia dal forte popolo siciliano» ha affermato con solenne timbro di voce Pertini parlando in serata nell'aula magna della corte d'assise di Palermo. Qui ha presieduto una riunione straordinaria ed urgente del Consiglio superiore della ma gistratura. Era la prima volta che il massimo organo giudiziario si univa al di fuori di Palazzo dei Marescialli, la sede romana. «Questo tumore — ha aggiunto Pertini — sarà sradicato dal corpo sano della Sicilia. Il popolo siciliano non può essere identificato con il terrorismo ed il popolo siciliano non può essere confuso con la mafia»; ha anche detto Pertini che a Trapani e Palermo è stato salutato da una, calorosa accoglienza dei cittadini. Giancarlo De Carolis, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura ha annunciato che «contro la sfida della mafia compiremo tutti il nostro dovere» e ha ribadito che «dietro a ogni giudice assassinato ci saranno sempre altri giudici pronti a continuarne l'opera». Già a Trapani, nella città attonita per l'ennesimo crimine mafioso il vescovo Emanuele Romano ieri aveva ammonito nell'omelia in Duomo, dinnanzi ad una folla strabocchevole, che «davanti al sangue versato da tanti nostri fratelli vittime della violenza occorre mobilitarci». Monsignor Romano aveva anche rilevato come «la parola di Dio inviti al mutamento» riferendosi fin troppo palesemente alla situazione esplosiva che, per effetto della violenza mafiosa, fa della Sicilia una terra dove s'avverte certamente un assoluto bisogno di cambiare. In-un lungo documento approvato ieri dall'assemblea dei magistrati di Trapani e del circondario, tra l'altro si chiede al governo di «rendere noto come sono stati spesi gli oltre 600 miliardi di investi menti per la giustizia approvati dal Parlamento per il triennio 1980-1982». I giudici inoltre parlano" di «continua inerzia del potere esecutivo-legislativo» e negano che Ciaccio Montalto fosse stato lasciato solo sostenendo al contrario di aver tutti parte cipato con slancio alle inchie ste antimàfia. L'eco suscitata dall'assassi nio di Ciaccio Montalto, giù dice di punta a Trapani per la grinta e l'imparzialità delle sue indagini, ha pochi precedenti. Anche Umberto di Sa vola ha fatto sentire la sua voce e ha voluto manifestare la sua partecipazione al lutto facendosi rappresentare ai funerali dall'aw. Paolo Camassa, presidente del locale Ordine degli avvocati e procuratori legali. Da ogni parte politica, da ogni forza sociale del resto non si registrano dissensi. Il delitto ha suscitato un'u nanìme deplorazione, un comune sentimento di sdegno Tra i commenti degli uomini politici quello di Calogero Lo Giudice, democristiano, presidente della Regione che intervenuto ai funerali ha det to: «Bisogna intensificare la repressione mafiosa, la Sicilia continuerà ad opporsi ad ogni violenza». Ed il sindaco di Trapani Erasmo Garuccìo anch'egli della de, ha affer mato: «Lo Stato deve reagire energicamente a questo stile» Luigi Colajanni subentrato nella segreteria regionale del pei all'onorevole Pio La Tor re, assassinato lo scorso aprile a Palermo in un altro ag guato mafioso, da parte sua ha rilevato: «Dopo il delitto Dalla Chiesa non si è per nul la interrotta la volontà dei gruppi mafiosi più forti di contrastare con l'assassinio la presenza dello Stato denteerà tico a qualunque livello essa si manifesti al meglio». Ma con pochi uomini senza mezzi — tutti concordano — c'è ben poco da fare. La mafia non può essere sconfitta solo con le parole e con le buone intenzioni. Cosi Paolo Camas sa ha rivelato che il computer in dotazione al tribunale di Trapani è installato nella stanza di un giudice é funzio na solo quando il magistrato in questione non lavora, altri menti nessuno può entrare nell'ufficio. Cosi Carmelo Carreca, capo dell'ufficio istruzione del tri bunale ha detto sconsolato «Siamo tre giudici soli, una segretaria e una dattilografa alle soglie della pensione».

 

 

Articolo da L'Unità del 26 Gennaio 1983

Giudice coraggioso ucciso dal terrorismo mafioso

di Saverio lodato

Il sostituto procuratore di Trapani, Giangiacomo Ciaccio Montalto, massacrato in un agguato - Si era occupato di alcune delle inchieste più delicate - Oggi Pertini ai funerali, a Palermo seduta straordinaria del CSM

TRAPANI - Giangiacomo Ciaccio Montalto, 42 anni, sostituto procuratore a Trapani, è lì zuppo di sangue, riverso in quella «Golf» bianca, massacrato da 17 colpi di mitraglietta calibro 7,65 e 30 Luger. Ucciso senza lo straccio di una scorta, ritrovato per caso da un passante. Eppure apparteneva a quella schiera di magistrati italiani onesti che stringono i denti e se ne stanno in prima fila.
Qui, a Trapani, il suo scrupolo e la sua tenacia erano diventati proverbiali, scomodi. E come tutti funzionari fedeli a uno Stato latitante, la sua fedeltà ha potuto dimostrarla solo pagando il prezzo della vita. POrima di lui, in Sicilia, i Dalla Chiesa, i La Torre, i Terranova, i Mattarella, i Costa, i Giuliano, i Basile, e quanti altri ancora. Qualche metro ancora e aavrebbe raggiunto l'uscio di casa. Agguato troppo facile per un bersaglio conosciutissimo in città, una citta piccola, questa, dove ogni movimento, basta volerlo, può essere tenuto sotto controllo. Chissà in quanti lo tenevano d'occhio questo giudice sgobbone che non sì piegava al compromessi, si sfoga qualcuno. Ma Ciaccio Montalto, non badava a depistare probabili assassini.
Nella notte di lunedi, finito di lavorare, andato a cena con due avvocati amici di vecchia data, si dirigeva verso la sua abitazione. Da questo momento in poi gli ultimi attimi di vita appartengono alla difficile ricostruzione della dinamica di un delitto avvenuto — come sempre, purtroppo — in assenza di testimoni disposti a collaborare.
È da poco trascorsa l'una di notte. L'auto di Montalto risale lentamente per l tornanti ripidi che conducono a Valderlce, ad appena otto chilometri dalla città, con i suoi tredicimila abitanti che dominano dall'alto le saline del Trapanese. Un breve tragitto si compie in via Antonio Carollo, un budello stretto che taglia la statale che conduce a Palermo. I killer sanno che il giudice dovrà fermarsi. Attendono pazientemente, accovacciati su una scaletta che s'affaccia proprio di fronte alla casa di  Ciaccio Montalto. Questi non fa in tempo a scendere dall'auto. Un fuoco incrociato, i proiettili che infrangono il lunotto posteriore e il parabrezza anteriore: tutti a segno, tranne due conficcati nel portone. Muore stringendo tra le mani un pìccolo thermos pieno di caffè caldo che gli avrebbe dato conforto durante la notte: non aveva ancora smontato, ieri mattina avrebbe letto la sua requisitoria in corte d'assise, in un processo «minore» per un omicidio compiuto da una banda feroce, legata al sottobosco di racket ed estorsioni.
A che ora è morto? All'1,12, ma la risposta, terribilmente meccanica, la forniranno le lancette della «Golf» bloccate, non le decine di famiglie che vivono a pochi metri dal luogo dell'imboscata. Si sono barricati tutti in casa, quando i mitra hanno cominciato a crepitare, terrorizzati tanto da non riuscire a dare l'allarme.
Avete sentito nulla? Solo qualcuno ha ammesso: «Ci sembravano gli spari di cacciatori».
Il corpo dilaniato di Ciaccio Montalto verrà ritrovato alle 6,30 da un contadino che attraversava via Carollo per raggiungere la campagna. Mezzora dopo, schieramento di polizia, carabinieri, magistrati. Troppo tardi per improvvisare qualche battuta, in orarlo invece per espletare le solite formalità di rito, anche se 11 medicoò legale verrà da Palermo con ben tre ore di ritardo.
Il magistrato, che lascia la moglie Marisa La Torre, 40 anni, professoressa all'istituto tecnico commerciale Calvino di Trapani, e tre bambine, di 4, 8 e 12 anni, è vissuto ed è morto in magistratura.
Suo padre Enrico,Trapanese, pensionato, vive a Roma dopo avere raggiunto il grado di presidente di sezione in cassazione. Giangiacomo, nato a Milano, s'era laureato in giurisprudenza a Roma, aveva scelto Trapani per iniziare la carriera — nel '70 — come uditore al tribunale. Dal '71 ad oggi, per dieci lunghi anni, da sostituto si era occupato dello scandalo del Belice, delle più delicate inchieste di mafia, droga e sofisticazione. Era di quelli — il suo curriculum professionale parla chiaro — che non arretrano di fronte al mostruoso intreccio di mafia e potere politico.
Eppure s'era deciso a lasciare Trapani: lo attendevano già all'ufficio istruzione di Firenze. La delibera di  trasferimento, approvata da una commissione del Consiglio superiore della magistratura, sarebbe stata ratificata proprio in questi giorni. Perché Montalto andava via?
L'interrogatorio è formulato di fronte al portone socchiuso di palazzo Montalto, un edificio liberty nel centro di Trapani (qui da quattro mesi vive la moglie, dalla quale si era separato). Confida un conoscente di famiglia, anch'egli affranto, ma con il compito amaro di ricevere i cronisti: «Non certo per cambiare aria, non era nel suo stile di vita».
Perché senza scorta?
«L'aveva avuta in passato, l'anno scorso — ricorda —, all'indomani di alcune strane telefonate. Ma da qualche tempo in qua si sentiva sicuro». Dentro i genitori e la moglie di Montalto, anche loro avvertiti della tragedia soltanto all'alba. Il dolore e le lacrime si consumano tutte qui, in quelle stanze in penombra, dove si intravede il salotto buono e la biblioteca di famiglia.
In Prefettura, invece, l'atmosfera fredda dell'ufficialità. Giunge Darida, Il ministro di Grazia e Giustizia che qualche giorno prima a Palermo ha minimizzato la gravità dell'emergenza mafiosa. Viene — si limita a dire — per  «rendersi conto personalmente della situazione». la sua impressione — ma è un'impressione che qui hanno anche le pietre — è che si «tratti di un delitto di mafia». E ancora una volta, come dalle parole di tanti altri ministri che lo hanno preceduto in circostanze analoghe, L'impegno a «ripristinare l'ordine e la legalità democratici».
Ben altro tono, tutt'altre analisi, veri ragionamenti seppure a caldo, dalle parole dei colleghi di Ciaccio Montalto. Il procuratore capo Giovanni Lumia: «Ha pagato il suo impegno alla lotta contro il potere mafioso, nei processi più delicati». Carmelo Carrara, consigliere istruttore: «Inutile che ci promettano 1 cervelloni elettronici quando non ci danno uomini e mezzi per farli funzionare».
Ma l'eco invade le aule di giustizia di tutta la Sicilia. Si sospendono le udienze. Da Palermo una mozione dell'assemblea del distretto giudiziario: «L'impegno nella lotta alla mafia è patrimonio comune dell'intéra magistratura: dietro ogni collega assassinato vi saranno altri pronti a prendere il suo posto». Al Comune indicono il lutto cittadino.

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