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21 Luglio 1979 Palermo. Ucciso Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile, con sette colpi di pistola alle spalle. PDF Stampa

Foto da Polizia di Stato

Fonte: Cadutipolizia.it

Giorgio Boris Giuliano (Piazza Armerina, 22 ottobre 1930 – Palermo, 21 luglio 1979) è stato un poliziotto italiano, investigatore della Polizia di Stato e capo della Squadra Mobile di Palermo.
Diresse le indagini con metodi innovativi e determinazione, facendo parte di una cerchia nei fatti isolata di funzionari dello Stato che, a partire dalla fine degli anni settanta, iniziarono un'autentica lotta contro la mafia dopo che, nella deludente stagione degli anni sessanta, troppi processi erano falliti per mancanza di prove.
Venne ucciso dal mafioso Leoluca Bagarella, che gli sparò sette colpi di pistola alle spalle.
Il Vice Questore Giuliano era il Capo della Squadra Mobile di Palermo. Era uno dei principali avversari della mafia siciliana, avendo contribuito all’arresto di numerosi criminali e indagato sul traffico di denaro e sui suoi proventi.
Poco prima di morire aveva appunto avviato un’inchiesta sul riciclaggio del denaro sporco, iniziando a dipanare la ragnatela di complicità finanziarie ed imprenditoriali creata dalla mafia intorno a questi flussi di denaro. Fu questa tenacia a condannarlo a morte.
Mandanti ed esecutori dell’assassinio vennero arrestati negli anni successivi e condannati all’ergastolo.
Boris Giuliano lasciò la moglie ed un figlio il quale, anni dopo, si arruolò nella Polizia di Stato, seguendo le orme del padre.



Tratto da Wikipedia

Le indagini sulla scomparsa di De Mauro

Brillante e determinato investigatore, Giuliano fu nominato capo della Squadra Mobile di Palermo al posto di Bruno Contrada, suo amico fraterno poi accusato di collusione con la mafia. Delle molte vicende delle quali si è occupato, quella intorno alla quale si imperniano tutti gli interrogativi sui motivi della sua uccisione è certamente la misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro.

Improvvisamente, infatti, nel 1970 De Mauro scomparve nel nulla, e del caso furono interessati gli alti comandi palermitani ed i migliori investigatori della Polizia (Boris Giuliano) e dei Carabinieri (Carlo Alberto Dalla Chiesa). Giuliano interpretò l'indagine con molta partecipazione, ben deciso a portarla sino in fondo, incontrando sul suo cammino molti e diversi percorsi, tanti articolati scenari e numerosi possibili moventi.

[...]

Mentre i Carabinieri si indirizzavano su piste legate al traffico di droga, sul quale De Mauro poteva effettivamente aver avuto, ma soprattutto "cercato" informazioni, Giuliano, insieme ai magistrati, approfondì la pista dell'attentato a Mattei e finì con l'indagare l'ambiguo avvocato Vito Guarrasi, uno strano individuo che aveva preso parte in un ruolo mai chiarito anche all'armistizio di Cassibile. Guarrasi, che in vita sua fu indiziato di molte cose, ma mai nulla più che indiziato, pur non volendolo, diede a Giuliano ulteriori spunti che l'accorto investigatore avrebbe approfondito in seguito per altre indagini.

Le indagini sulla droga

Giuliano ebbe infatti ad occuparsi di droga, parallelamente a Dalla Chiesa, sebbene non in relazione al caso De Mauro, ed arrivò a scoprire il nascondiglio (vuoto) del latitante Leoluca Bagarella, in via Pecori Giraldi a Palermo, nel quale si trovava un ingente quantitativo di stupefacenti. Cercando di inseguirlo attraverso i flussi di denaro collegati al traffico, si imbatté in un libretto al portatore contenente qualche centinaio di milioni di lire, che apparteneva a Michele Sindona, il quale sotto falsa identità si trovava in quel periodo in Sicilia avendo inscenato un falso rapimento.

Dopo essersi incontrato con Giorgio Ambrosoli, che stava per liquidare la banca di Sindona (e che fu anch'egli poi ucciso, solo una decina di giorni prima di lui), pare che Giuliano abbia cercato di organizzare un'apposita indagine sul banchiere.

L'assassinio

Nel 1979, Giuliano aveva dunque esperito indagini sulla mafia, sul traffico mafioso degli stupefacenti, sui rapporti fra mafia e politica, sul caso Mattei, sul caso De Mauro, su Sindona e il suo falso rapimento, e forse ancora su altre vicende che a queste dovevano collegarsi.

Il 21 luglio 1979, mentre pagava il caffè in un bar di via Di Blasi, a Palermo, Leoluca Bagarella gli sparò a distanza ravvicinata sette colpi di pistola alle spalle, uccidendolo.

Probabilmente dalla maggioranza degli osservatori, è stato posto in relazione l'assassinio del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, ucciso a Monreale pochi mesi dopo, alle indagini che stava svolgendo in ordine all'attentato di cui era stato vittima Giuliano. Ciò, va detto, contrasta con alcune risultanze processuali, o perlomeno con talune asserzioni incidentalmente considerate attendibili in procedimenti di altra materia, per le quali si vorrebbe che entrambi siano stati uccisi per aver indagato su alcuni piccoli esponenti della mafia rurale. Secondo la versione giudizialmente accreditata - par di desumere - nonostante Giuliano si sia occupato di alcuni fra i misteri più intricati e gravi della storia repubblicana, sarebbe morto per il fastidio arrecato ai piccoli capizona di Altofonte, paesino dei dintorni di Monreale.

Secondo molti osservatori, con Giuliano si spense un grande talento investigativo, un onesto funzionario di polizia che nel suo ruolo fu una grande personalità delle istituzioni, il cui ricordo, come accade anche per altri suoi colleghi di analogo destino, non è adeguatamente onorato, ed anzi particolarmente lasciato all'oblio. Gli interrogativi sul reale movente del suo assassinio restano tuttora aperti, non considerandosi in genere altro che una coincidenza la sua perpetrazione ad opera di un mafioso da lui indagato. Né vi sono verità giudiziarie capaci di stabilirne senza alimentare dubbi.

Pare assai probabile che Giuliano stesse per scoprire qualcosa di importante, ed è forse in quella scoperta ormai perduta che cadde per servizio.

Successore di Boris Giuliano, come capo della squadra mobile, sarà Giuseppe Impallomeni (tessera P2 n. 2213), precedentemente allontanato dalla mobile di Firenze per un giro di tangenti, e inopinatamente, dal 309º posto della graduatoria dei vicequestori aggiunti, era passato al 13º posto, fatto che gli consente di prendere il comando della Mobile di Palermo. Questore del capoluogo palermitano diventa Giuseppe Nicolicchia, di cui verrà rinvenuta, tra le carte di Castiglion Fibocchi, la domanda di affiliazione alla Loggia di Gelli.

 

 

 

Foto di Rossella Noviello

Sezione Catturandi della Questura di Palermo

Foto di Rossella Noviello

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo del 29 novembre 2007 da archiviostorico.corriere.it

«Mio marito Boris Giuliano tradito dalla fiction su Riina»

Egregio direttore, sono la moglie del dottor Giorgio Boris Giuliano. Ho seguito, almeno in parte, la fiction «Il capo dei capi» trasmessa in tv e, pur apprezzando il risalto dato alla figura di mio marito, deploro che gli autori o gli sceneggiatori non abbiano pensato di rivolgersi alla famiglia o alle persone più vicine per delinearne meglio la personalità. Mio marito era infatti molto diverso sin dai caratteri esteriori. Emerge dalla fiction un personaggio che segue lo stereotipo del siciliano: scuro, con folti baffi neri, che parla in dialetto e che usa il turpiloquio, un uomo dal temperamento passivo. Mio marito non era per nulla così. Non era un uomo di mezza età, non parlava in dialetto stretto (non ci sarebbe stato nulla di male, ma semplicemente non era così). Inoltre non usava abitualmente il turpiloquio e non fumava. Era un uomo giovane (nel 1969 aveva 38 anni). Era un uomo colto, determinato, coraggioso e pieno di entusiasmo; credeva nel suo lavoro; parlava perfettamente l' inglese e, da poliziotto moderno, fu un pioniere della cooperazione internazionale tra Polizie in funzione antimafia; ma soprattutto non aveva bisogno, come appare nel lavoro televisivo, di un inesistente «Schirò» che lo spronasse a combattere la mafia, indicandogli le decisioni da prendere. Ben altro, se si fosse voluto rendere giustizia alla sua figura, poteva essere raccontato nella fiction: si poteva far riferimento all' isolamento in cui fu lasciato, o ai rapporti che presentava e che restavano lettera morta nei cassetti della Procura (tanto che dopo la sua morte ne riferii al Consiglio Superiore della Magistratura). Apparve in tal modo (lui, non «Schirò») l' unico ad opporsi alle cosche, divenendo così un facile bersaglio. Pur comprendendo che si tratta di una fiction, e pertanto non necessariamente fedele alla realtà, penso che nel trattare un argomento così delicato andrebbe fatta una scelta: o utilizzare nomi e situazioni di pura fantasia, oppure, se si decide di riferirsi a personaggi realmente esistiti (usando il loro nome) e che, come in questo caso, hanno perduto la vita per lo Stato, ci si dovrebbe attenere alla realtà dei fatti sottoponendo la sceneggiatura ai familiari. Non mi sembra di chiedere troppo.

Leotta Giuliano Ines Maria

 


Fonte: alibertieditore.it

BORIS GIULIANO – La squadra dei giusti
di Daniele Billitteri

Per la prima volta parlano i famliari del poliziotto che in soli tre anni mise a nudo Cosa Nostra,
fino a diventarne il nemico numero uno.

Con un inedito inserto fotografico.

Giorgio Boris Giuliano arrivò a Palermo alla fine degli anni Sessanta.
Ci sarebbe rimasto per più di dieci anni fino al giorno in cui vi morì, ucciso mentre pagava un caffè al bar, il 21 luglio 1979.
Era il capo della squadra mobile solo da tre anni. Ma era già il nemico numero uno di Cosa Nostra. Da commissario era arrivato a Palermo mentre la mafia stava attraversando una delle sue frequenti fasi di cambiamento e di adattamento ai tempi. Tempi d’oro. Era l’epoca del “sacco di Palermo”, delle migliaia di licenze edilizie firmate in una notte. Agli investigatori mancava una visione d’insieme. E arrivò lui. Nuovi metodi, nuove strategie. Duro, intelligente, capace di scavare nell’omertà, di riannodare i fili di una struttura allora magmatica e per molti versi sconosciuta, Cosa Nostra, che solo sei anni prima un pentito, Leonardo Vitale, aveva denunciato finendo in manicomio. Perché nessuno ci credeva. Ma la storia di Giuliano non è solo quella di un uomo, di un poliziotto, di un servitore dello Stato. È anche la stroria della nascita di un approccio nuovo alla lotta alla mafia. Giuliano era entrato relativamente tardi in Polizia.
Aveva avuto altre esperienze di lavoro; aveva compiuto anche scelte allora considerate coraggiose. A Palermo Giuliano costituì una squadra di giovani funzionari che la pensavano come lui. Che volevano cambiare la Sicilia. Fu una rivoluzione che diede clamorosi risultati. Fu, infatti, Giuliano a individuare nei rapporti tra la mafia siciliana e quella americana uno dei pilastri di Cosa Nostra, costruendo un solido rapporto di collaborazione con l’FBI.
E per questo era diventato un nemico da eliminare. E qui c’è tutto. L’uomo Giuliano: così lo raccontano il figlio Alessandro, adesso anche lui poliziotto, la moglie Maria, il fratello Nello. E ne ricordano la tenerezza, l’ironia, la passione. Ma c’è anche il poliziotto Giuliano: così lo raccontano gli uomini che erano con lui e hanno continuato il suo lavoro a Palermo, in Italia e in mezzo mondo. E c’è pure l’eroe Giuliano: quello cui i bimbi di Palermo ancora guardano, ogni volta che gli viene intitolata una scuola o una strada, come il primo simbolo della lotta alla mafia. Perché se è vero che fu presto ucciso, è altrettanto vero che il seme era stato gettato.

 

 

 

Foto e Articoli da La Sicilia del 21 Luglio 2013

Il sacrificio di Boris Giuliano

Il 21 luglio di 34 anni fa, Leoluca Bagarella, il più feroce killer della Cosa Nostra “corleonese”, assassinò il capo della Squadra mobile con sette colpi di pistola alle spalle. Un terribile delitto di mafia, «firmato» Riina e Provenzano

di Dino Paternostro

Boris Giuliano era temuto da mafiosi e trafficanti di droga. Era temuto da rapinatori di piccolo cabotaggio e da malavitosi di spicco. Era temuto da
riciclatori ma anche da imprenditori in odor di mafia e da banchieri invischiati con la mala pianta di Cosa nostra. Lo hanno ucciso. Il poliziotto tanto temuto, e rispettato, è stato ucciso in piena estate. I killer “corleonesi” non gli hanno dato il tempo di rispondere al fuoco perchè sapevano che era un ottimo tiratore.
Oggi, in via Francesco Paolo Di Blasi, il questore Nicola Zito e le altre autorità deporranno corone di fiori sul luogo dell’agguato. Ci saranno i familiari, a cominciare dalla vedova, signora Maria Ines Leotta.
Adesso, a 34 anni dal delitto, ricostruiamo cosa accadde quella mattina del 21 luglio 1979. Mancavano cinque minuti alle otto, quando Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile della Questura di Palermo, uscì dal portone di casa. In attesa che arrivasse il poliziotto con la Giulietta che di solito l’accompagnava in Questura, sotto il sole splendido di luglio, il poliziotto si fermò a parlare col portiere, a cui diede una busta con i soldi dell’affitto di casa. Poi decise di andare a prendere un caffè in un bar “Lux” poco distante, in via Di Blasi. Con passo svelto e deciso Giuliano entrò e al banconista ordinò un caffè, ma non
fece in tempo a berlo quel caffè: un killer a viso scoperto gli sparò da distanza ravvicinata sette colpi di pistola alle spalle. Nonostante fosse un abile tiratore, Giuliano non fece neanche il tempo a reagire, cadde fulminato a terra, mentre il killer si allontanò indisturbato. Quel killer che gli sparò a bruciapelo era il “corleonese” Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, il “capo dei capi” di Cosa nostra. La mafia per eliminare il capo della mobile aveva utilizzato il killer più esperto e più feroce della cosca. Non doveva sbagliare. Boris Giuliano, un poliziotto dal fiuto eccezionale, era soprannominato “lo sceriffo” dai suoi stessi collaboratori. E certamente aveva una grande abilità nell’uso della pistola, ma era soprattutto padrone delle moderne tecniche di indagine patrimoniale, a quel tempo ancora praticamente ignorate dagli inquirenti. Sapeva muoversi tra i vicoli e i segreti del centro storico di Palermo, ma conosceva perfettamente l’inglese, e grazie ad un lungo periodo di lavoro negli Stati Uniti, aveva imparato a fare il poliziotto in maniera diversa, sviluppando un formidabile intuito e nuovi strumenti investigativi. Non a caso da Palermo andava avanti e indietro da New York e manteneva contatti telefonici quotidiani con i colleghi americani della Dea e dell’Fbi. Giuliano aveva intuito che non bastava indagare solo sugli uomini d’onore, ma occorreva farlo anche nel groviglio dei
movimenti di capitale e di assegni bancari. Insieme a tante altre indagini che stava portando avanti, furono tre gli episodi dell’estate 1979, che determinarono il suo tragico destino.
All’aeroporto di Punta Raisi, a Palermo, vennero “dimenticate” sui nastri trasportatori due valigette piene di banconote, mezzo milione di dollari. Qualche giorno dopo, all ́aeroporto Kennedy di New York, arrivarono da Palermo altre valige zeppe di eroina.
Infine, in una catapecchia sul lungomare di Romagnolo, un gruppo di poliziotti coordinati da Giuliano trovò quattro chili di eroina purissima pronta per essere commercializzata: proprietario di quella “roba” era proprio “Luchino” Bagarella. Con il blitz di Romagnolo lo “sceriffo” aveva colpito nel segno, ma la sua sorte fu segnata.
«Giuliano morirà», dissero al 113 degli anonimi telefonisti. Il capo della mobile intuì il pericolo. Ma pensò solo alla moglie e ai suoi figli, che accompagnò in un paese alle falde dell ́Etna. Promise che sarebbe tornato a riprenderli, ma non poté più farlo. Ai funerali di Boris Giuliano il cardinale Pappalardo denunciò: «Faccia lo Stato il suo dovere». Il cardinale invocò giustizia con le parole del profeta Ezechiele: «troppi mandanti, troppi vili esecutori variamente protetti, circolano per le nostre strade. Il paese è pieno di assassini».

Fu lasciato solo dallo Stato

LA VEDOVA. «I rapporti restavano lettera morta nei cassetti della Procura. E lo dissi al Csm»

di Dino Paternostro

«Era un uomo colto, determinato, coraggioso e pieno di entusiasmo; credeva nel suo lavoro; parlava perfettamente l’inglese e, da poliziotto moderno, fu un pioniere della cooperazione internazionale tra Polizie in funzione antimafia (...) ». Così ha ricordato il marito, in una lettera sul Corriere della Sera del 29 novembre 2007, la vedova del poliziotto assassinato, Ines Maria Leotta, che denunciò «l’isolamento in cui fu lasciato, o i rapporti che presentava e che restavano lettera morta nei cassetti della Procura, tanto che dopo la sua morte ne riferì al Consiglio Superiore della Magistratura». Nel 1995, a 16 anni dal delitto, nel processo per l’omicidio Giuliano, vennero condannati allo ergastolo come mandanti del delitto Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco detto il “papa”, Francesco Madonia, Pippo Calò, Bernardo Brusca, Nenè Geraci e Francesco Spadaro.
Come esecutore, invece, venne condannato alla stessa pena Leoluca Bagarella. Lo scorso 14 gennaio, alla vigilia del 20° anniversario dell’arresto di Totò Riina, il comune di Corleone ha intitolato una strada in memoria di Boris Giuliano, alla presenza della vedova Ines Maria Leotta.
Boris Giuliano arrivò alla Questura di Palermo nel 1963. Qualche settimana prima, aveva scritto al capo della Squadra mobile Umberto Madia: «Vorrei venire a Palermo ed occuparmi della sezione omicidi». Fu accontentato. E subito si dimostrò un poliziotto che non mollava mai, che aveva una marcia in più. Al “mestiere” di poliziotto era arrivato con qualche anno in più sulle spalle rispetto ai suoi colleghi. Prima aveva fatto tanti altri mestieri: il lavapiatti a Londra, durante gli studi universitari a Messina; venditore di cravatte a Milano; il manager in un’industria lombarda. Da ragazzo aveva vissuto nelle colonie italiane d’Africa, a seguito del padre, sottoufficiale della marina regia. Nel 1973 divenne vice di Bruno Contrada, che aveva creato la sezione antimafia. Subito li chiamarono «B&B», Bruno e Boris. Insieme, cambiarono radicalmente le regole di lavoro: due riunioni al giorno con tutti i funzionari per fare il punto sulle indagini, per mettere le notizie in comune, per incrociare i dati. In questo modo cominciarono a capire meglio Cosa nostra. Capirono come avvenivano il reclutamento e la cooptazione all’interno della mafia; individuarono i canali di collegamento tra Cosa nostra siciliana e Cosa nostra americana; capirono la Sicilia stava diventando il crocevia del traffico internazionale di droga. Capirono, infine, che tutte le “famiglie” mafiose erano coordinate in maniera molto rigide, in quella che sarebbe stata definita la Commissione, allo scopo di dare un indirizzo univoco all’azione di Cosa nostra.
E quando, nel 1976, Boris Giuliano divenne capo della Squadra mobile, la Cosa nostra di Riina e Provenzano capì subito che bisognava fermarlo.

 

 

Articolo del 21 Luglio 2014 da artspecialday.com

Giorgio Boris Giuliano. Un uomo fra uomini di Stato

di Francesco Trotta per 9ArtCorsoComo9

Quello che era giusto fare. Questo faceva il poliziotto Boris Giuliano. Non credeva di fare nulla di eccezionale. Per questo era bravo. Nonostante la mafia ammazzasse a volto scoperto. E puntasse il grilletto al cuore dello Stato. Era nato in provincia di Enna, in un altro cuore, quello della Sicilia. E da onesto siciliano aveva scelto subito da che parte stare.

Arrivò a Palermo, dopo la strage di Ciaculli, nel 1963. Aveva deciso così. Fu nominato capo della squadra Mobile. Era un “segugio”, con un fiuto particolare per i fatti di mafia. Era soprannominato “lo sceriffo”. Uomo colto, aveva un’ottima conoscenza dell’inglese e fu l’unico poliziotto italiano scelto per la scuola dell’FBI a Quantico, in Virginia. Aveva dei baffoni neri spioventi che lo rendevano riconoscibilissimo e gli davano quell’aria familiare tipica di un uomo buono. Lo era veramente. Racconta suo figlio Alessandro al giornalista Saverio Lodato: “Mio padre, prima che essere poliziotto, fu un uomo. Ricordo che quando l’equipaggio di qualche volante di pattuglia nei quartieri diseredati di Palermo si imbatteva in un bambino che si era perduto, mio padre, mentre erano in corso le ricerche, spesso assai difficoltose, dei genitori, anziché tenerlo in un ufficio di polizia, lo portava a casa nostra e lo faceva giocare con noi che eravamo suoi coetanei”.Boris-Giuliano-300x300 Casi eccellenti avevano occupato la sua scrivania: dall’uccisione del procuratore Pietro Scaglione fino ai cugini Nino e Ignazio Salvo, passando per la scomparsa del giornalista de “L’Ora” Mauro De Mauro, l’uccisione del giornalista Mario Francese, l’assassinio del carabiniere Ninni Russo o dell’esponente Dc Michele Reina. Poi l’indagine su alcuni assegni ritrovati nelle tasche del cadavere del capomafia Di Cristina, collegati a Michele Sindona, il banchiere criminale che si divideva fra Italia e Stati Uniti. Giuliano aveva deciso allora di incontrare Giorgio Ambrosoli, il liquidatore che stava seguendo il caso Sindona e della sua banca. Pochi giorni dopo, l’11 luglio del 1979, Ambrosoli veniva ucciso.

Boris Giuliano viene spesso descritto come l’ultimo dei poliziotti all’antica, duro con i più forti, giusto con i più deboli. Ma al tempo stesso, un funzionario di Stato moderno. Erano ancora lontani i tempi del pool antimafia, delle indagini bancarie e dei pentiti. Eppure Giuliano comprese come stesse cambiando Cosa Nostra e quali fossero i suoi affari. Palermo alla fine degli anni ’70 stava diventando punto nevralgico nello scacchiere del narcotraffico. Cosa Nostra faceva i miliardi con l’eroina. L’oppio arrivava dalla Thailandia, dal Laos e dalla Birmania, e veniva raffinato proprio nel capoluogo siciliano per poi prendere il volo verso gli States. Era questo il “Teorema Giuliano”. Teorema che fu confermato dai fatti. Prima il ritrovamento di due valigette contenti mezzo milione di dollari all’aeroporto di Palermo. Poi, lavorando in sinergia con la DEA, il sequestro di una partita di eroina all’aeroporto J.F. Kennedy di New York. Denaro e droga che facevano parte dello stesso disegno criminale di Cosa Nostra. Infine la scoperta sul lungomare di Romagnolo, in via Pecori Giradi, di un appartamento in cui c’erano quattro chili di eroina, un arsenale militare e la patente contraffatta con la foto di Leoluca Bagarella.

La strada di Boris Giuliano aveva appena incrociato quella di uno dei più pericolosi capi e killer di Cosa Nostra, nonché cognato di Totò Riina. Dopo quell’episodio al 113 arrivarono numerose telefonate anonime: “Giuliano morirà”. Non serviva avere chissà quale tipo di intelligenza per intuire che il poliziotto aveva intralciato i piani di Cosa Nostra. Eppure fu lasciato solo. In quella situazione di solitudine tipica degli uomini bravi, coraggiosi e destinati ad essere eliminati. Giuliano lo capì, come lo capirono o lo avrebbero capito gli altri condannati a morte dalla mafia. Portò la sua famiglia ad Enna, dicendo che l’avrebbe raggiunta una settimana dopo.giuliano3_300bord

La mattina del 21 luglio 1979 Giuliano uscì dal portone di casa qualche minuto prima delle otto. Si recò al bar dove ordinò un caffè. Le comunicazioni registrate alla centrale di Polizia raccontano: “Attenzione, sparatoria in Via Di Blasi, Bar Lux”. “Trattasi di un omicidio, la vittima è un avventore”. Poi la volante 25 conferma: “Centrale, la vittima era armata. Un attimo, un attimo… Pronto centrale… è il dottor Giuliano. Ripeto: hanno ammazzato Boris Giuliano”.

Sette colpi di pistola. Tutti sparati mentre era di spalle. Solo così si poteva colpire un bravo poliziotto abile con la pistola. Un atto di codardia da parte di Leoluca Bagarella, che verrà condannato come esecutore materiale dell’omicidio Giuliano.

Nell’ordinanza di rinvio a giudizio per il maxiprocesso, il giudice Paolo Borsellino scrisse: “Senza che ciò voglia suonare come critica ad alcuno, se altri organismi dello Stato avessero assecondato l’intelligente opera investigativa di Boris Giuliano […] l’organizzazione criminale mafiosa non si sarebbe sviluppata sino a questo punto, e molti omicidi, compreso quello dello stesso Giuliano non sarebbero stati commessi”.

Se tutti avessero fatto quello che era giusto fare…

 

 

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