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14 Ottobre 1920 Palermo . Assassinato Giovanni Orcel, segretario degli operai metallurgici della Cgil PDF Stampa

Fonte: Centro Siciliano di Dopcumentazione Giuseppe Impastato


Giovanni Orcel: una nota biografica

di Umberto Santino


Giovanni Orcel nacque a Palermo il 25 dicembre 1887 da Luigi, impiegato, e da Concetta Marsicano, casalinga. Il cognome Orcel avrebbe origine francese o catalana. Dai registri anagrafici risultano altri cinque fratelli, nati dopo Giovanni, ma forse il maggiore dei fratelli era Ernesto, che fonti di polizia indicano come promotore del Fascio dei lavoratori di Cefalù.
Il giovane Giovanni, date le modeste condizioni della famiglia, dopo la licenza elementare non potè frequentare le scuole superiori e imparò il mestiere di tipografo compositore.
Giovanissimo comincia a frequentare la Camera del lavoro di via Montevergini, inaugurata il 1° settembre 1901, dove la linea dominante era quella riformistica e moderata, e ben presto si dedica all'attività sindacale e politica.
A Palermo dal 1896 c'era un circolo del Partito socialista, d'ispirazione riformista, guidato da Alessandro Tasca e Aurelio Drago. Successivamente si era costituita la Federazione socialista palermitana guidata dal dirigente dei Fasci Rosario Garibaldi Bosco, che dapprima si riconosceva nella corrente rivoluzionaria ma poi passerà su posizioni moderate. Orcel organizza la Lega dei Lavoratori del libro e aderisce al gruppo formatosi attorno ai giornali "La Fiaccola" e "Il germe", di ispirazione rivoluzionaria e antimilitarista. I socialisti che si opponevano al riformismo erano denominati "intransigenti", e tra essi c'erano Nicola Barbato e Nicolò Alongi.

Nel settembre 1910 sposa civilmente Rosaria Accomando, che dopo l'assassinio del marito indicherà i probabili responsabili del delitto.
Lo scontro tra i socialisti riformisti e rivoluzionari era destinato ad aggravarsi e Orcel è uno dei protagonisti delle polemiche che in occasione delle elezioni contrappongono i candidati del "socialismo ufficiale" a quelli dei seguaci di Tasca.
Prima della guerra dirige il settimanale "La riscossa socialista", su posizioni pacifiste, è impegnato nel tentativo di affermare una linea classista nella Camera del lavoro, di cui faceva parte la Lega dei tipografi, nonostante le posizioni moderate della CGdL (Confederazione generale del lavoro), a cui la Cdl palermitana aderiva. Nel 1914 parte per partecipare come rappresentante dei tipografi a un convegno socialista che si svolge a Lipsia, ma non riesce ad arrivarvi a causa dello scoppio della guerra e si ferma a Torino, dove prende contatti con esponenti sindacali e politici. Nel 1917 viene chiamato alle armi e inviato prima a Taranto e poi a Roma.
Nel marzo del 1919 viene eletto all'unanimità nella segreteria della Fiom, il sindacato che raccoglieva gli operai metallurgici e affini, prima come vicesegretario e poi come segretario generale.
La Fiom durante la guerra era diventata l'avanguardia del movimento sindacale palermitano, per la resistenza contro il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, e contava 2000 iscritti, una cifra altissima se si tiene conto dei livelli di sindacalizzazione di allora.
Nel dopoguerra la Fiom, con la guida di Orcel, è impegnata nella lotta contro il carovita, per gli aumenti salariali, agganciati al costo della vita, per le otto ore, per il riconoscimento del ruolo del sindacato in fabbrica con la costituzione delle commissioni interne.
Nel 1919, con la nuova legge elettorale, proporzionale con collegio provinciale, Orcel, che ha sempre coniugato attività sindacale e impegno politico, è particolarmente attivo nella battaglia interna al mondo socialista, che, sull'onda della rivoluzione russa, si sposta in gran parte su posizioni massimaliste, anche se a Palermo l'influenza di Tasca e Drago è sempre fortissima. Nelle liste elettorali dei "socialisti ufficiali" c'era una massiccia presenza di operai e contadini, accanto a Nicola Barbato. I risultati elettorali furono deludenti (nessuno dei candidati fu eletto) e la controffensiva degli agrari e dei mafiosi fece ricorso alla violenza. Nel 1919 furono uccisi Giovanni Zangara, dirigente contadino e assessore della giunta socialista a Corleone (31 gennaio), Giuseppe Rumore, segretario della Lega contadina di Prizzi (22 settembre), mentre a Riesi l'8 ottobre le forze dell'ordine, per ordine del commissario Messana, spararono sui contadini in lotta per la riforma agraria, uccidendone 11.
Il 1° marzo 1920 viene ucciso a Prizzi Nicolò Alongi, dirigente del movimento contadino. Il 7 luglio a Randazzo le forze dell'ordine sparano ancora sui contadini: 9 morti e vari feriti. Accanto alle forze dell'ordine operano gruppi nazionalfascisti e l'8 luglio a Catania ci sono 6 morti tra i partecipanti a un comizio dei dirigenti socialisti Maria Giudice e Giuseppe Sapienza. A settembre nella frazione Raffo di Petralia Soprana sono uccisi i contadini Paolo Li Puma e Croce Di Gangi, consiglieri comunali socialisti. Il 3 ottobre a Noto è ucciso il sindacalista socialista Paolo Mirmina.
Nel 1919 esce un foglio della Fiom, diretto da Orcel, intitolato prima "La dittatura operaia", poi "La dittatura del proletariato" e infine "Dittatura proletaria". Le posizioni sono nettamente protocomuniste, facendo esplicito riferimento all'esperienza sovietica.
Nel 1920 il conflitto tra operai e industriali si acuisce. A maggio nel congresso nazionale di Genova la Fiom definisce la sua piattaforma ma ci sono diversità di vedute con gli altri sindacati anche se nel confronto con il padronato c'è una certa unità sui punti di fondo: miglioramenti salariali, collegamento del salario reale con il carovita, periodo di ferie retribuito, sistema di retribuzione unico per tutto il paese (in Sicilia i salari erano molto più bassi che nel Nord), messa in discussione del cottimo, abolizione del lavoro straordinario.
I sindacati ricorsero all'ostruzionismo, cioè al rallentamento delle attività produttive. In Sicilia si sperimentano, grazie alla collaborazione tra Alongi e Orcel, le prime forme di unità tra lotte contadine e lotte operaie. Nel febbraio del '19 al Congresso regionale dei contadini si erano gettate le basi per un'azione comune e nei congressi regionali socialisti Orcel ribadì la necessità di un fronte comune.
Nell'estate del 1920 una raffica di licenziamenti e sospensioni (300 "ribaditori" al Cantiere navale, 200 operai della ferriera Ercta), in particolare degli aderenti alla Fiom, rende ancora più duro lo scontro tra padronato e lavoratori.
Nei primi giorni di settembre gli operai occupano il Cantiere navale, presidiato dalle forze dell'ordine, e avviano l'autogestione. Gli operai continuano la produzione per fare fronte alle commesse e a una delle navi in allestimento si dà il nome di Nicolò Alongi. Si costituisce la Commissione interna e si organizza un servizio d'ordine ("le guardie rosse"). La prospettiva rivoluzionaria si coniuga con la concretezza dell'azione e questa è stata per tutto il corso della sua attività una costante dell'operato di Orcel.
All'occupazione del Cantiere segue quella della ferriera Ercta, dove si replica l'esperienza di autogestione operaia. In fabbrica entrano i familiari degli operai per portare gli alimenti e ci sono anche momenti di relax al suono di strumenti musicali. Si organizza una cooperativa di consumo per le famiglie degli operai. L'impegno di Orcel è eccezionale, cerca di opporsi all'accordo nazionale della Fiom con cui si mette fine alle occupazioni, ma il 29 settembre anche gli operai palermitani lasciano il Cantiere. Come Orcel aveva previsto, i padroni non rispettano gli accordi e si batte per la loro applicazione ma viene isolato all'interno del sindacato: i riformisti lo accusano di avere portato gli operai allo sbaraglio, mentre sono stati proprio loro ad avere tentato con tutti i mezzi di fiaccarne la resistenza. Orcel comunque non demorde e propone la sua candidatura alle prossime elezioni provinciali. Ma il 14 ottobre lo attendeva il pugnale del sicario. Muore nella notte tra il 14 e il 15, anche per la mancata assistenza all'Ospedale San Saverio dove viene ricoverato: i primari non si trovano e l'infermiere che era andato a cercare uno di essi sostiene di essere stato aggredito.
Gli assassini di Orcel sono rimasti ignoti. L'inchiesta calca varie piste, compresa quella interna e quella passionale, e nonostante le denunce della moglie e dei compagni di militanza che indicano come responsabili dell'assassinio di Orcel gli stessi che hanno ucciso Alongi, non percorre adeguatamente la pista politico-mafiosa. Il mandante del delitto sarebbe stato Sisì Gristina, capomafia di Prizzi, che verrà ucciso successivamente. L'esecutore, a quanto pare ignaro della personalità della vittima, avrebbe rivelato il nome del mandante a un fratello militante comunista e sarebbe stato eliminato dalla mafia.
Che la linea Alongi-Orcel dell'unità contadini-operai preoccupasse la mafia risulta da una lettera anonima indirizzata nel novembre del 1920 a un sindacalista trapanese, Pietro Grammatico, in cui si dice: "farete la fine di Orcel".
Su Orcel successivamente, a parte qualche articolo e qualche sporadica commemorazione, cadrà l'oblio. Il suo nome non figura nei testi più diffusi di storia della Sicilia contemporanea. A Orcel è stata intitolata una storica sezione del Partito comunista che ha aderito a Rifondazione comunista.

 

 

Fotocopertina e nota di Digirolamoeditore.com


Giovanni Orcel
Vita e morte per mafia
di un sindacalista siciliano. 1887 - 1920

Autore: Giovanni Abbagnato
Di Girolamo Editore
Trapani 2007
Prefazione di Umberto Santino

Il nome di Giovanni Orcel non figura nei libri di storia della Sicilia più noti e diffusi. Eppure fu un dirigente sindacale (segretario dei metalmeccanici di Palermo) e politico di primo piano, impegnato nello scontro interno al movimento operaio con opportunisti e pseudosocialisti, aperto al dibattito che porterà alla nascita del partito comunista (1921), protagonista dell'azione di affrancamento dei lavoratori e degli strati popolari dal dominio mafioso e attore di esperienze unitarie tra città e campagna, condotte assieme a Nicolò Alongi, altro dirigente dimenticato, e come lui caduto per mano mafiosa nel 1920, quando già si profilava la minaccia fascista. Il libro delinea il contesto socio-politico e ricostruisce la vicenda umana e politica di Orcel con una documentazione inedita, basata sulla stampa dell'epoca e su atti d'archivio che ci offrono un'immagine sconvolgente ma prevedibile dell'inchiesta sull'assassinio, più intesa ad assicurare l'impunità agli assassini che a svelarne e perseguirne le responsabilità, con un armamentario già collaudato e destinato a replicarsi, all'insegna delle omissioni colpevoli e del despistaggio garantito. Come scrive Umberto Santino nel saggio introduttivo, questo lavoro si inserisce pienamente nel quadro dell'attività trentennale del Centro Impastato di Palermo, volta a dare un'immagine adeguata della realtà siciliana, ancora oggi mortificata da rappresentazioni dominate da generalizzazioni e stereotipi.

 

 

Articolo da La Sicilia del 25 ottobre 2009

Chi assassinò Giovanni Orcel?

di Dino Paternostro

A 89 anni dal delitto del segretario degli operai metallurgici della Cgil, ripercorriamo le tappe delle indagini fatte dalla Questura per tentare di identificare l’uomo «basso, tarchiato e vestito di scuro», che lo ha pugnalato.

Chi assassinò Giovanni Orcel la sera del 14 ottobre 1920? Chi fu a volere la morte del segretario degli operai metallurgici della Cgil di Palermo? Cerchiamo oggi, a 89 anni dal delitto, di ripercorrere le tappe delle indagini fatte dalla Questura di Palermo. La stessa notte del 15 ottobre, per tentare di identificarel’uomo «basso, tarchiato e vestito di scuro con cappello a cencio», che l’aveva ferito con un colpo di pugnale al fianco, gli inquirenti interrogarono alcuni residenti di Via Giusino (Provvidenza Sorrentino,Antonia Milazzo, Laura Mancuso e Filippo Militano), ma questi si chiusero «nel più assoluto mutismo», si legge nel rapporto del 26.10.1920 che la Questura di Palermo fece al Procuratore del Re. Chi, invece, dimostrando grande coraggio, riuscì a vincere l’omertà e la paura, fu Rosaria Accomando, la ventisettenne moglie del sindacalista. Fu lei a dare agli inquirenti elementi utili per tentare di risalire agli autori del feroce delitto. Riferì, infatti, la vedova che, due mesi prima, il 21 agosto 1920, il marito erastato sfidato a duello da un legionario fiumano, ma fatti alcuni riscontri, gli inquirenti lasciarono cadere la pista perché inconsistente. Nella sua testimonianza, la vedova Orcel aveva offerto anche un altro spunto d’indagine molto più interessante. Aveva riferito, infatti, che il marito «potrebbe essere stato vittimadelle gravi rivelazioni fatte a carico dei responsabili dell’omicidio di Nicolò Alongi di Prizzi». Alongi, coraggioso dirigente contadino della zona del Corleonese ed intimo amico di Orcel, era stato assassinato la sera del 29 febbraio 1920 a Prizzi. «Se ne volete saperne di più - aggiunse la vedova - provate a chiedere a due amici di mio marito, Luigi Chantrez e Pasquale Amico». Chantrez, per la verità, non seppe fornire nessun elemento particolarmente utile. Amico, invece, che nel mentre si era trasferito a Siena, interrogato già il 18 ottobre 1920 dal commissario di P.S. del comune toscano, confermò che effettivamente «la causale a delinquere dell’omicidio Orcel deve ricercarsi nell’assassinio di Nicolò Alongi, visto che Orcel in quella occasione ebbe a fare all’autorità giudiziaria gravi segnalazioni contro gli autori». E, fatti i dovuti riscontri, gli inquirenti accertarono che, in un esposto all’autorità giudiziaria, il sindacalista palermitano aveva denunciato come più volte il suo amico Alongi gli avesse confidato che sentiva la morte ormai prossima. «E che colui che l’avrebbe fatto assassinare sarebbe stato tal don Sisì Gristina, fratello del sindaco di Prizzi». Si può dire che la Questura di Palermo, a quel punto, avesse in mano più di semplici indizi. Invece, liquidò gli elementi raccolti con un burocratico «si continueranno le indagini per stabilire quale attività abbia potuto spingere la delinquenza di Prizzi sul delitto di che trattasi». Tra l’altro, don Sisì Gristina era tutt’altro che un uomo al di sopra di ogni sospetto. Di mestiere faceva il gabelloto, era molto ricco e veniva indicato come il capomafia di Prizzi. Un identikit che avrebbe dovuto allarmare gli inquirenti, che invece sembrarono rassicurati. Non si spiega altrimenti il fatto che non sentirono neanche il dovere di interrogarlo, per approfondire le indagini. Si buttarono a capofitto, invece, su un’altra pista, la classica "pista passionale", la pista del "delitto d’onore". Da fonti confidenziali, avevano appreso che probabilmente Orcel aveva avuto una relazione con Giovanna Ingoglia, una donna di 38 anni, sposata con Pasquale Torregrossa, abitante in Via Lungarini. Immediatamente perquisirono il suo domicilio, sequestrando "nelle mani di costei, nell’atto in cui tentava di nasconderla in una calza, una fotografia dell’Orcel portante nella fronte la dedica "a colei che tanto amo" e nel dietro la data della morte scritta di pugno dall’Ingoglia", scrive ancora la Questura. Messa alle strette, la donna ammise la relazione, "aggiungendo di non aver avuto mai con l’Orcel rapporti carnali". Ma quella "comoda" pista passionale, che avrebbe consentito di risolvere immediatamente il caso, senza "scomodare" la mafia, gli agrari e gli industriali, ben presto si rivelò infruttuosa. «Il marito di costei - furono costretti ad ammettere gli inquirenti - dalle informazioni assunte risulta di buona moralità, e di quanto fuori è risultato, sembra che non sapesse nulla della detta tresca».

 

 

 

Articolo del 14 Ottobre 2012 da  cittanuove-corleone.it

Indagini per «non disturbare»

di Dino Paternostro

BERIO: «Con quello bisogna romperla!». Disse così il dirigente dei Cantieri navali

Stupisce che gli inquirenti non provarono ad approfondire le indagini su un’altra consistente “pista esterna”, quella riguardante due dirigenti del Cantiere Navale di Palermo, Berio e Consiglio. Lo spunto era stato offerto da un altro operaio, Giuseppe Giardelli. Interrogato, questi dichiarò che la sera del 14 ottobre, passeggiando per Corso Vittorio Emanuele, aveva notato l’ing. Consiglio e l’amministratore Berio che parlavano con altri impiegati del Cantiere. Sentì pronunciare da Berio la parola «Orcel» e da Consiglio l’espressione «Bisogna romperla!». L’operaio provò a seguire il gruppo in tutti i suoi spostamenti, fino alla casa di Consiglio in via Maqueda. Ma proprio qui venne scoperto. Non sapendo come giustificarsi, provò a dare delle risposte evasive, ma il Berio, con fare minaccioso, troncò la discussione con un «Va bene, per te ci penso io!». Preoccupato, il Giardelli si confidò con un compagno di lavoro di nome Moschitta, che gli consigliò di riferire l’accaduto ad Orcel, che a quell’ora avrebbe trovato alla Federazione dei metallurgici. Giardelli non gli riferì né che Berio aveva pronunciato il suo nome, né che Consiglio si era lasciato scappare la frase «Bisogna romperla! ». «Stavo seguendo una ragazza, ma hanno pensato che stessi seguendo loro. Mi hanno frainteso», spiegò. Tanto che questi, ridendo, lo rassicurò, dicendogli che per questa vicenda di sicuro non avrebbe rischiato il licenziamento.
Il 15 ottobre, saputo dell’assassinio di Orcel, Giardelli pensò che, dato il loro contegno sospettoso della sera precedente, Berio e Consiglio «non dovessero essere estranei al delitto». Un’affermazione sicuramente grave, che però contrasta con tutto il comportamento precedente del Giardelli, che allo stesso Orcel aveva taciuto le frasi minacciose al suo indirizzo. Tanto che gli investigatori ebbero non poche perplessità sulla veridicità di tutto il racconto. Comunque, interrogarono il commendator
Giuseppe Paratore, che la sera del 14 ottobre era nel gruppo dei due dirigenti del Cantiere. Questi confermò «in massima parte la dichiarazione fatta dal Giardelli», precisando però che «Berio e Consiglio, che furono insieme a lui, partirono con la massima calma e non hanno mai avuto contegno tale da destare sospetto alcuno». Berio e Consiglio non furono interrogati. «Essendosi allontanati da qui dritto a Roma per ragioni di servizio – scrissero gli inquirenti - finora (26 ottobre, cioè – ndr) non è stato possibile sentirli». E non approfondirono neanche la vicenda dello strano sequestro della carrozza e del cocchiere, che la sera del 14 ottobre si stava recando a casa del prof. Costa, insieme all’infermiere Campisi, per portarlo all’ospedale e soccorrere Orcel ferito. Senza carrozza, Costa si rifiutò di andare a piedi in ospedale. Gli inquirenti non indagarono sul sequestro e non interrogarono il medico.

 

 

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