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27 Ottobre 1972 Ragusa. Assassinato Giovanni Spampinato, giornalista de L'Ora, di Palermo, e de l'Unità. PDF Stampa

Fonte: Wikipedia

Giovanni Spampinato (Ragusa, 1948 – 27 ottobre 1972) è stato un giornalista italiano, vittima della mafia.

Fu a partire dagli ultimi anni sessanta corrispondente dalla sua città del giornale L'Ora, di Palermo, e de l'Unità.

Venne assassinato il 27 ottobre 1972 da Roberto Campria, figlio dell'allora presidente del tribunale di Ragusa, in un contesto che all'epoca non venne adeguatamente investigato in sede giudiziaria. Spampinato indagava sull'uccisione di un facoltoso ingegnere-imprenditore, Angelo Tumino, che era avvenuta a Ragusa il 25 febbraio dello stesso anno.

Era altresì impegnato in una inchiesta sulle attività del neofascismo in Sicilia, in relazione pure a situazioni di contrabbando e di affari illeciti con la mafia che avevano luogo lungo le aree orientali dell'isola.

 

Articolo da: Noi e Giovanni Associazione Giovanni Spampinato

Un ragazzo un cronista


“Chi è Giovanni Spampinato”? Oggi è ancora difficile rispondere a questa domanda per chi non lo ha conosciuto direttamente. Ma si sono fatti molti passi avanti, se si pensa che fino a pochi anni fa Giovanni era un perfetto sconosciuto. A Ragusa se ne parlava una volta l’anno con commemorazioni retoriche e rituali che spesso illuminavano più i commemoratori che la figura del commemorato. “Povero ragazzo!” dicevano di lui. Lo descrivevano come uno sprovveduto, uno studentello che si era fatto male da solo. A chi cercava di saperne di più, si diceva che era un ragazzo di 25 anni che nel 1972 aveva avuto la disgrazia di essere assassinato all’età di 25 anni, a Ragusa, da un tizio che Giovanni aveva provocato e che uccidendolo si era rovinato la vita. Insomma bisognava compiangere soprattutto l’assassino che aveva reagito a una “provocazione” con sei colpi di pistola. Manco nel leggendario Far West le cose andavano così. Ma molti accettavano quella versione. Solo qualcuno si spingeva a chiedere come aveva fatto Giovanni a provocare il suo assassino. “Scriveva sul giornale che era sospettato di omicidio”, era la risposta. Non si diceva che si trattava di articoli di cronaca scritti da un giornalista, e non di provocazioni. L’immancabile commento era: “Ma chi glielo faceva fare?”. Già, chi glielo faceva fare? Era chiaro fin dall’inizio perché Giovanni scriveva quelle cose. Era evidente. Ma nessuno era disposto ad ammetterlo. Neppure i giudici che condannarono l’assassino vollero ammetterlo.

Soltanto 35 anni dopo, nel 2007 si è cominciato a dire, com’è giusto, che Giovanni non era “un povero ragazzo” che faceva insinuazioni sul conto di qualcuno; che era un bravo giornalista che faceva il suo lavoro con onore, con più professionalità e con più coraggio di altri cronisti; e le cose che scriveva non erano “provocazioni” ma notizie vere, notizie la cui rilevanza e fondatezza ha resistito alla prova del tempo. Quelle notizie però davano fastidio a personaggi violenti, ad ambienti potenti, ostacolavano carriere, traffici, disegni eversivi, oscuri scambi fra settori pubblici compiacenti e criminalità. Che Giovanni era un giornalista che ha fatto onore alla sua professione lo ha detto nel 2007 la giuria del Premio Saint Vincent di Giornalismo, uno dei più prestigiosi del settore, che ha concesso un premio speciale alla memoria di Giovanni riconoscendo nella sua storia la vicenda di tutti i giornalisti vittime di mafie e terrorismo. Lo ha detto nel 2007 anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Così la bistrattata immagine del “povero ragazzo” è stata riabilitata. Da allora convegni, libri, articoli, interviste, inchieste, tesi di laurea hanno illuminato di nuova luce la figura del cronista di Ragusa, che ha ispirato nuove iniziative, fra le quali “Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e dell’Ordine dei Giornalisti sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate

Ma ancora non si è fatto abbastanza per conoscere Giovanni. Ad esempio, per conoscere gli articoli che scriveva e le idee che professava. Non si è fatto ancora abbastanza neppure per descrivere e comprendere quelle torbide trame eversive, malavitose e politiche che si intrecciavano nella Sicilia “babba” di quegli anni, le trame che Giovanni aveva messo allo scoperto con le sue inchieste e che probabilmente portano al vero movente del suo assassinio. Non si è fatto abbastanza, infine, per promuovere, sulla tragica morte di Giovanni, le riflessioni che una società sana, libera, giusta deve fare ogni volta che viene ucciso un innocente, deve fare a maggior ragione se rimane vittima chi ricopre una funzione di pubblico interesse. E’ l’unico modo con cui una comunità può onorare le vittime innocenti. E’ l’unico modo con cui una comunità può elaborare il lutto collettivo.

Non si è fatto abbastanza, rimane un vuoto da colmare. Perciò noi familiari e vecchi amici di Giovanni abbiamo costituito l’Associazione culturale Giovanni Spampinato (Gio.Spa): per contribuire a colmare questo vuoto. Abbiamo creato questo sito per sostenere il progetto di un centro di documentazione su Giovanni Spampinato, sulla sua vicenda su Ragusa e sulla Sicilia di quegli anni.

Siamo armati di buona volontà e ricchi di buone intenzioni. Puntiamo sul contributo volontario di chi crede in questo progetto che richiederà ore ed ore di lavoro e le più varie competenze. Confidiamo anche nella collaborazione delle istituzioni. Ecco, siamo partiti. Auguriamo buon viaggio a noi stessi e a quanti vorranno unirsi a noi lungo la strada. 15 gen 2010

 

Fonte: Girodivite.it

32 anni dal delitto Spampinato

Il 27 ottobre del 1972 viene ucciso a Ragusa Giovanni Spampinato, cronista del quotidiano "L’Ora". Aveva appena condotto un’inchiesta sui rapporti tra mafia e gruppi eversivi neofascisti. L’esecutore del delitto fu individuato e condannato. Ma a distanza di oltre 30 anni diversi aspetti della vicenda permangono oscuri. Ricordiamo Spampinato con un articolo di Carlo Ruta, redatto in occasione del trentesimo anniversario della morte del giornalista.

"Il delitto Spampinato oggi" di Carlo Ruta

tratto da www.accadeinsicilia.net/Caso-Spampinato-Ruta.htm*

Ragusa ha rimosso, al più commemora, ma il caso rimane aperto. Restano impuniti gli istigatori di quella uccisione e gli organizzatori del delitto Tumino, che ne fu la premessa. L’affare coinvolse a vario titolo uomini delle istituzioni, fra cui l’attuale procuratore della Repubblica Agostino Fera

Sono passati trent’anni dall’uccisione di Giovanni Spampinato, giornalista del quotidiano di Palermo "L’Ora". Ma di là dall’epilogo giudiziario, il caso non può dirsi chiuso, benché risulti sigillato dal silenzio dei protagonisti viventi e dai deficit di memoria della città. Spampinato venne ucciso da Roberto Campria, figlio del presidente del tribunale di Ragusa, il 27 ottobre 1972, su istigazione di ignoti. Fu un omicidio studiato, bene organizzato, per il quale alcune settimane prima l’esecutore aveva acquistato a Caltagirone una pistola a tamburo e una rivoltella, perché fosse certo l’esito voluto. Campria era un instabile. Era appassionato di armi, con cui spesso circolava in città e fuori. Nelle settimane che precedettero il delitto bruciava di tensione. Ma quella notte operò con cognizione.

Diretto antecedente fu l’assassinio dell’ingegnere Angelo Tumino: antiquario, amante della bella vita, con un passato di costruttore e una parentesi di consigliere comunale del Msi. L’omicidio maturò in una frontiera mossa, che accordava in modo inconsueto eversione nera e affari, di cui Giovanni Spampinato fu cronista attento. In tale frontiera, rappresentativa del moto di avventura che in quella stagione colpì in particolare il sud, convenivano e si compromisero esponenti della Ragusa influente. Si consumava cocaina, si giocava d’azzardo, si coltivava il mito della forza, si preparava lo "scontro fisico", si attrezzavano palestre e poligoni di tiro, ma più celatamente si faceva altro: si commerciavano reperti archeologici, si colludeva con i contrabbandieri e i ricettatori, si tessevano accordi con i palermitani e i trapanesi, sempre più interessati ai terreni e ai forzieri del sud est.

L’ucciso era stato in stretto contatto con il figlio del presidente del Tribunale, Roberto Campria, vocato ai torbidi e, come detto, fanatico di armi. E per più ragioni su costui si addensarono dei sospetti, di cui si fece portavoce, dalle colonne de "L’Ora", Giovanni Spampinato. Il Campria, che godeva della fiducia di Tumino fino a tenerne le chiavi di casa, non poté partecipare beninteso all’assassinio. L’alibi offertogli dalla famiglia della fidanzata resse dopo la rottura del vincolo e addirittura dopo l’omicidio del cronista. Ma dopo l’uccisione di Tumino, prima comunque che la cosa divenisse pubblica, commise degli errori: fece delle telefonate sospette, si recò a casa dell’antiquario, verosimilmente per sottrarre documenti. Di certo era al corrente della trama. Con buona probabilità vi aveva partecipato obliquamente. Incalzato da Spampinato, finì con l’aprire allora una lesione, che si cercò di sanare in tutti i modi, con il concorso del braccio giudiziario.

Dopo il ritrovamento del corpo di Tumino in contrada Ciarberi, il 26 febbraio 1972, l’istruttoria venne assunta dal sostituto Angelo Ventura, sotto la supervisione del procuratore Francesco Puglisi e con l’ausilio del sostituto Agostino Fera. E dalla visuale degli assassini di Tumino, erano le persone che servivano. Per tradizione, il Palazzo di giustizia ragusano si ergeva sugli affari, che facevano capo proprio alla Procura, dove la concussione costituiva uno stile di lavoro. Era normale, per esempio, che i politici governativi del tempo, i Giummarra, i Lupis, altri, lasciassero nell’ufficio del Puglisi delle buste sigillate, specie nelle prospettive di elezioni, perché tutto scorresse liscio sotto il profilo giudiziario. Ed era ugualmente normale che il procuratore utilizzasse dei detenuti del carcere ragusano per lavori privati, nella sua tenuta agricola di Santa Croce Camerina, in accordo con il direttore della casa circondariale Carmelo Mauro: complice dei capimafia Rimi di Trapani, quando costoro furono "detenuti" presso il carcere in spregio ai regolamenti dell’epoca, e uno dei più importanti agganci iblei degli esattori Salvo di Salemi e di Michelangelo Aiello di Bagheria. Una Procura di tal fatta si ritrovò dunque l’onere di indagare sull’omicidio Tumino, con esiti da scandalo.

Per forza di cose, vennero incaricati delle indagini sul terreno i carabinieri del comando ragusano, i quali si mostrarono solleciti. Dopo pochi giorni, infatti, trasmisero agli inquirenti un rapporto nel quale si chiariva lo sfondo dell’assassinio e le persone che potettero organizzarlo, legati a vario titolo ai commerci d’arte e di antiquariato. Nel rapporto, venivano fatti in particolare i nomi di Roberto Campria e di altri quattro individui, di cui qualcuno, si disse allora, di rilievo eccezionale. Si trattava di firmare allora cinque mandati di arresto, che non vennero tuttavia spiccati, mentre si provvide a fare sparire il rapporto, di cui non si sarebbe saputo nulla se di quella omissione non avesse detto in un memoriale il presidente del tribunale, a tutela sua e del figlio, dopo l’assassinio di Giovanni Spampinato. Scriveva il magistrato: "Durante l’istruttoria sul delitto Tumino (...) mio figlio si è fatto ricevere dal sostituto procuratore Fera (...). Continuando a conversare, lo stesso sostituto ha detto a mio figlio che, in un certo momento, era stato disposto un provvedimento di fermo per lui e per altre quattro persone: provvedimento che era stato ritirato per riguardo a me".

Il sostituto naturalmente negò quell’episodio. Ma non è pensabile che il presidente l’avesse tirato in causa per arbitrio. All’acme della carriera e con l’alterigia da status che si ritrovava, Campria non aveva ragioni per comprendere fra i nemici personali il Fera, che, appena trentaquattrenne, recava dietro solo il tirocinio di uditore giudiziario, a Gela prima che a Ragusa. Del resto, nel suo memoriale non ebbe remore a indicare in un presidente di tribunale in servizio nel Nisseno il magistrato che ordiva a suo danno, mentre erano noti, nella città influente, i suoi dissapori con Puglisi, pure lui al culmine della carriera. Quanto dichiarò sul Fera e sui cinque mandati di fermo "ritirati" è perciò attendibile. E dovette certo far riflettere i magistrati catanesi che indagarono, senza esito, sul delitto Spampinato.

L’alt a indagini autentiche era corroborato verosimilmente dal ricatto e da altre ragioni intrinseche. Timorosi degli effetti di uno scandalo, di sicuro gli inquirenti cercarono di coprirsi, di non arroventare le tensioni con il presidente del tribunale Campria, notoriamente vendicativo e votato pure lui all’intrigo, se in accordo con alcuni politici dc aveva fatto carte false ed esercitato pressioni inaudite perché il figlio Roberto lavorasse alla Provincia. Assunte come veritiere le dichiarazioni dell’alto magistrato, il gioco dovette essere però più complesso di quanto il sostituto Fera non avesse fatto credere al giovane "sospettato".

La terna inquirente, Puglisi-Ventura-Fera, non si allontanò comunque dal canovaccio prescelto, con omissioni e interventi ad hoc là dove l’affare presentava scoperture. Qualche esempio ne dà la misura. Il 26 febbraio, giorno successivo al delitto di contrada Ciarberi, due finanzieri segnalarono, autonomamente l’uno dall’altro, due individui sospetti dentro un’automobile, di cui annotarono la targa. Entrambi riconobbero in una delle due persone il romano Vittorio Quintavalle, legato al golpista Junio Valerio Borghese, e l’auto risultò essere di Tumino. Ma arrivò rapida la sconfessione degli inquirenti. L’automobile non era di Tumino e fra gli occupanti non c’era l’uomo del principe nero. Presente da qualche anno a Ragusa e "amico" di Tumino, Quintavalle era in realtà fra i maggiori sospettabili del delitto, con il pregiudicato Giovanni Cutrone, legato pure lui alla destra estrema. Ma di fatto venne permesso a entrambi di sparire dalla città, dopo essere stati blandamente interrogati. Nessuno ovviamente cercò di rintracciarli.

Tale logica, complice e omissiva, seguitò a valere del resto con Roberto Campria, fino all’epilogo d’autunno. Benché privo del porto d’armi e sospettabile del delitto Tumino, costui poté continuare a tenere in casa un’autentica armeria, poté insistere a circolare armato, potè addirittura ampliare la sua "collezione". Il 7 ottobre denunziò alla questura l’acquisto, a Caltagirone, di una pistola Herma Luger e una rivoltella Smith &Wesson. Gli scopi potevano essere intuibili, ma nessuno provvide a disarmarlo. Altro atteggiamento valse ovviamente per Giovanni Spampinato, che costituì per gli organizzatori del delitto e i complici il maggiore inconveniente. Il cronista finì sotto controllo, con l’ovvia autorizzazione della Procura, che avrebbe dovuto condividere con lui la ricerca della verità. Scoprì che le sue telefonate venivano intercettate. In più occasioni, in città e fuori, addirittura a Siracusa, scorse di essere pedinato da agenti di PS ragusani. Intanto veniva minacciato impunemente dal Campria. In definitiva, le omissioni e le scelte di campo della Procura ragusana fecero sì che l’omicidio si compiesse.

Il tempo non ha mutato i giochi. Come si diceva nell’incipit, a onta dei decenni, il caso è aperto, in tutti i sensi. Il silenzio ostinato di Roberto Campria testimonia una minaccia che persiste, fino a soverchiare il bisogno di risarcimento, che pure il medesimo mostra di avvertire. Francesco Puglisi e Saverio Campria sono scomparsi, portandosi dietro il loro bagaglio di segreti. Ma altri protagonisti sono presenti e restano scandalosamente in auge. Angelo Ventura è procuratore unico a Gela. Agostino Fera lo è a Ragusa, dove ha elaborato in maniera autonoma una certa tradizione, di affare in affare, senza soluzione.

 

* Il Blog di Carlo Ruta "AccadeinSicilia.net" è stato oscurato dalla magistratura ed il giornalista accusato di "Stampa Clandestina"
per i particolari: http://www.giovannispampinato.it/index.php/component/content/article/35-news/174-condanna-bis-a-blogger-ruta-per-stampa-clandestina


Bibliografia:

  • Alberto Spampinato, Il giorno che assassinarono mio fratello, in “Vite Ribelli”, Sperling & Kupfer, 2007.
  • Carlo Ruta, Morte a Ragusa. Il delitto Tumino, Giovanni Spampinato e le macchinazioni della legge, Edi.bi.si., 2004.
  • Luciano Mirone, Giovanni Spampinato, in “Gli insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza”, Castelvecchi, 1997.

 

 

 

Articolo del 26 Settembre 2009 da casarrubea.wordpress.com

Giovanni Spampinato: nel tunnel

di Giuseppe Casarrubea

La notte del 27 ottobre 1972, un giovane della Ragusa che conta, uccide con parecchi colpi di pistola, Giovanni Spampinato, giornalista del quotidiano della sera “L’Ora”. L’assassino si chiama Roberto Campria, 31 anni, “rampollo debole e viziato” di un magistrato. Ha alle spalle una vita tutt’altro che tranquilla. E’ sospettato, di avere freddato, il 25 febbraio di quell’anno, con un colpo di pistola alla fronte, un suo amico, l’ingegnere Angelo Tumino.

Giovanni ha 26 anni e appartiene ad una famiglia di onesti lavoratori. Il padre, Giuseppe, era stato un partigiano nella Jugoslavia del maresciallo Tito e aveva combattuto contro l’invasione nazifascista, dalla stessa parte dell’Osvobodilna Fronta, meritandosi il riconoscimento di “eroe della rivoluzione” da parte di quella Repubblica socialista.

Il delitto Tumino segna una svolta nella vita professionale e nella vicenda personale di Giovanni. L’ingegnere non è quell’uomo normale, magari troppo intraprendente come imprenditore e uomo di destra, che tutti immaginano. E’ un personaggio multiforme. La scoperta delle sue passioni per l’attività del commercio in oggetti di antiquariato ne fa un uomo molto ricercato da certi autorevoli personaggi. Non solo nostrani. La sua morte segna a Ragusa la rottura di una lunga pax sociale che dura da un quarto di secolo e suscita interrogativi, specialmente in riferimento a certi ambienti del neofascismo, a strani traffici di armi e droga, a non meglio precisate manovre “di agenti del regime fascista greco dei colonnelli”, alla segnalazione della presenza di campi di addestramento paramilitare “mascherati da corsi per appassionati di archeologia”.

Giovanni si era già occupato di neofascismo nella sua provincia, che tutti ritenevano una città capoluogo tra le più ‘babbe’ (senza mafia) della Sicilia. Torna ad occuparsene il 6 marzo ’72, sull’onda di quel delitto che gli pone grossi interrogativi. La sua attenzione si fa scrupolosa, certosina. Nulla può essere ovvio in quella realtà che sembra assopita. Giovanni registra così la presenza a Ragusa di Stefano Delle Chiaie; pubblica un ampio rapporto sullo squadrismo in questa città e a Siracusa. L’8 marzo sul “L’Ora” scrive:

“Come ricercato Stefano Delle Chiaie dovrebbe essere un nome scritto a chiare lettere nel ‘calepino’ dei poliziotti – in specie di quelli della ‘politica’ – e la sua foto segnaletica dovrebbe campeggiare in tutte le questure del territorio nazionale; invece a Ragusa il maresciallo Minniti non sapeva nemmeno chi fosse e, per istinto, ha chiesto se si trattasse di un anarchico. […] Negli ultimi due mesi, al Mediterraneo, a più riprese, ha preso alloggio il signor Quintavalle (con moglie e figli): romano, ex X Mas, conosciuto come fascista e fedelissimo del golpista mancato, principe Junio Valerio Borghese […] Secondo le dichiarazioni fatteci, è lui che avrebbe preso il caffè con Stefano Delle Chiaie […]“.

E’ questo il clima che si respira nella Sicilia orientale nelle settimane che precedono e nei mesi che seguono l’uccisione di Tumino, la sua “esecuzione capitale”. O meglio questa è la realtà che si presenta a chi ha un occhio allenato all’osservazione, un orecchio affinato all’ascolto, un fiuto adatto a imboccare la pista giusta.

Ne parla il fratello Alberto che ha mandato alle stampe un libro autobiografico in cui é puntigliosamente ricostruita la storia professionale di questo precoce giornalista (Alberto Spampinato, C’erano bei cani ma molto seri, Milano, Ponte alle Grazie, 2009, pp. 294, euro 15,50). Un libro che offre molti spunti alla riflessione, ricostruisce il filo logico di una battaglia ancora tutta da comprendere e si muove nei labirinti del patto scellerato tra quelli che possiamo definire elementi della “santissima trinità” (mondo eversivo e criminale, mafia e potere politico-istituzionale), già denunciato dal bandito Gaspare Pisciotta all’indomani della strage di Portella della Ginestra (1947).

E’ l’inestricabile percorso nel quale, consapevolmente, anche l’autore si incammina. Partendo dalla sua personale biografia e forse anche dai suoi sensi di colpa. Quelli che accomunano quasi tutti i familiari delle vittime. Doppiamente vittime: una prima volta per avere perduto i loro cari, una seconda volta per portarsi dietro il fardello degli interrogativi su quanto ritengono istintivamente di aver dovuto fare e che non hanno fatto. Un primo senso di colpa è la loro stessa appartenenza. Nel caso di Giovanni e Alberto Spampinato, quello di essere stati marchiati dalle loro stesse convinzioni politiche, dal loro essere comunisti, o di sinistra. Fatto che denota quanto in Sicilia l’appartenenza a un’ideologia progressista sia socialmente vissuta come un additamento. Segna infatti la linea di demarcazione con l’ideologia del perbenismo, un tempo filo agraria e padronale. Discriminante lungo la quale rimangono impuniti gli autori delle stragi e dell’eversione nera, fatte passare come normali epurazioni della “canea rossa” ostile alla democrazia. Da questo atteggiamento anche i familiari delle vittime sono stati profondamente segnati. La loro condizione è stata l’isolamento prima, l’abbandono dopo.

A pilotare tutto, secondo un manuale da guerra psicologica, vecchio di oltre sessant’anni, una grande sintonia tra palazzi. Nel caso di Giovanni Spampinato ci troviamo di fronte alla consapevolezza della dimensione storica di questo problema e al tentativo, avanzatissimo rispetto ai tempi, di costruire un’esperienza di ricerca che supera di gran lunga la semplice denuncia gridata sia del fenomeno mafioso, sia delle connessioni di Cosa nostra col potere eversivo e istituzionale. Il suo osservatorio diventa, ad un certo punto, troppo pericoloso più che per quanto era accaduto per quello che sarebbe ancora successo. Sul delitto Tumino, infatti, i sospetti di Spampinato si erano addensati sul Campria. Ma questi poteva godere di una certa condizione di privilegio, che gli avrebbe consentito, tutto sommato, di gestire quel fatto in modo tradizionale, per le vie legali, date le tutele di cui beneficiava all’interno del tribunale. Il delitto Tumino, quindi, doveva essere considerato una spia, una punta di iceberg, rispetto alla massa dei fenomeni sommersi in virtù dei quali qualcosa di grosso, di meno gestibile, si stava preparando. Quale poteva essere questo evento tanto grave? E ancora, questo evento era già accaduto e doveva essere coperto, o doveva ancora accadere?

Non è facile, allo stato delle conoscenze, dare una risposta. Si possono solo formulare delle piste di lavoro.

Il delitto Tumino come evento sporadico

E’ vero che l’uccisione di Giovanni Spampinato non sarebbe forse avvenuta senza il delitto Tumino. Un delitto che lo spinge a saperne di più sulla presenza del fascismo in Sicilia, a meglio coglierne la geografia politica, i caratteri e l’estensione oltre i confini di un presunto autoctono insularismo. Quello di Giovanni è perciò un progetto ambizioso, che parte da piazza Fontana e approda a una prima sintesi nel suo articolo pubblicato il 10 marzo 1971 sul “L’Ora”, tre mesi dopo il tentato golpe Borghese, la fatidica notte dell’Immacolata. Prosegue dopo con una metodologia tutta calata su uomini e cose, fino alla composizione di un mosaico molto vasto. Si potrebbe, a questo punto, essere tentati di pensare che sì, il giornalista aveva colto il quadro generale della pericolosità eversiva in Italia, ma, tutto sommato, si era fermato al campo di osservazione locale. Senza questa appassionata ricerca della verità, senza il suo giornalismo di inchiesta, la sua formazione ideale all’interno di una famiglia che ha la sua bussola di riferimento nei valori insostituibili della Resistenza antifascista, ben altra sarebbe stata la sorte di Giovanni Spampinato. Figura molto simile a quella di Peppino Impastato. Ma mentre il primo ha come cemento ideale la lotta per la democrazia e contro l’eversione nera (e su questo fronte solitario cade), l’altro fa della denuncia della mafia, a cominciare da quella operante all’interno della sua famiglia, il vero motivo della sua battaglia. Entrambi cadono combattendo, su un fronte locale. Ma Giovanni anticipa Peppino di sei anni.

Il delitto Tumino espressione di un livello eversivo-istituzionale

Gli investigatori e i magistrati avrebbero dovuto seguire diverse piste. Infatti la scena del delitto offre subito un quadro barbarico, che non ha però, i connotati del classico delitto di mafia.

Ce ne parla Alberto Spampinato: “Giovanni diffidava del giovane Campria, nel suo intimo era convinto che c’entrasse con il delitto Tumino, che nascondesse qualcosa, ma non aveva elementi di prova […]. Diffidava di quel tipo che notoriamente girava armato, gli faceva paura, ma non voleva darlo a vedere e non voleva fare nulla che indicasse un suo cedimento. Perciò aveva deciso di non rifiutare gli incontri e di resistere alle sue richieste. Era convinto che le sue obiezioni, approvate dai colleghi della redazione di Palermo, fossero ineccepibili […] Nessuno sa cosa successe veramente quella notte. Le uniche cose certe sono che Giovanni rientrò da Catania dopo le dieci di sera, che a casa nostra non c’era nessuno e che, un’ora e mezza dopo, crivellato di proiettili, fu portato all’Ospedale civile di Ragusa, dove giunse senza vita”.

Dunque, su come siano andati realmente i fatti non c’è alcuna certezza. Ma a una analisi attenta si può condividere l’ipotesi di Carlo Ruta (Segreto di mafia) che i mandanti di questo omicidio si debbano ricercare oltre la persona dello stesso assassino. E questo perché, in assenza di elementi di raffronto per la ricostruzione della dinamica dei fatti, come avviene con tutti i delitti “misteriosi”, è doveroso avanzare più di una ipotesi. L’unica versione dei fatti è quella dello stesso assassino che, in quanto parte interessata, non può essere preso in considerazione. Soprattutto se, dopo essersi costituito nel vicino carcere, appena commesso il delitto, si trova, come egli stesso dichiara, sotto l’effetto dei “tranquillanti”. Ma nessuno può giurare sul contenuto di queste pasticche. Del resto, la versione dell’assassino è per molti versi incomprensibile.

Ecco come Alberto la riassume: “Campria riceve una telefonata di Giovanni e va insieme a lui verso un bar della periferia di Ragusa, che di solito è aperto fino a tardi. Vanno con la vecchia Cinquecento di mio fratello. Trovano il bar chiuso e decidono di dirigersi verso il centro, per trovare un altro locale. Intanto discutono della solita faccenda. Davanti all’ingresso del carcere, in una strada poco illuminata, mentre la macchina è incolonnata nel traffico, Campria chiede a Giovanni di fermarsi perché accusa un malore, si sente svenire. La Cinquecento si ferma dietro una Ottocentocinquanta che inaspettatamente ha superato e si è fermata davanti all’ingresso del carcere. A questo punto il figlio del giudice apre il fuoco contro Giovanni a due mani, con una rivoltella automatica e una pistola a tamburo che ha tirato fuori dal borsello. Esplode sei colpi a bruciapelo. La Cinquecento rimasta senza controllo, scivola sulla discesa e si arresta sul ciglio della strada col motore acceso. Il figlio del giudice scende dall’auto, attraversa la strada, ingerisce delle pasticche di tranquillante che ha portato con sé, poi bussa alla porta del carcere e si costituisce. Giovanni giace accasciato sul sedile della macchina, in un lago di sangue. Non è ancora morto quando alcuni automobilisti di passaggio accorrono per soccorrerlo. Non se la sentono di aspettare l’ambulanza. Pietosamente, lo caricano sulla loro auto e lo portano di corsa al vicino Pronto Soccorso, dove giunge senza vita”.

Gli elementi incomprensibili del racconto di Campria sono diversi: – è possibile che questi decida di eliminare la sua vittima dentro un incolonnamento nel traffico, quando potrebbero esserci diversi testimoni dell’omicidio? – È possibile che un assassino decida di utilizzare due diverse pistole per compiere il suo delitto?  Ed è possibile che si venga a determinare la straordinaria coincidenza tra la Ottocentocinquanta che supera la Cinquecento per fermarsi proprio sul punto dell’omicidio e la decisione di Campria di costituirsi in quell’edificio davanti al quale si era manifestata l’azione di sangue? Le condizioni di oscurità della scena del delitto non aiutano a dare risposte in merito. Anzi, sollevano ulteriori interrogativi. La consegna del Campria dopo il delitto, e cioè la sua autoaccusa, non favorisce forse l’ipotesi che ad uccidere Giovanni Spampinato siano stati più soggetti, collocati ben più in alto nella gerarchia dei killer dello stesso figlio del magistrato, e che questi sia stato costretto ad accusare solo se stesso per chiudere la partita? Tutta l’attività di ricerca e di scoperta sul neofascismo della Sicilia orientale condotta dal giornalista del “L’Ora” induce a ritenere che egli sia stato vittima di un vero e proprio complotto, tramato con alte coperture del mondo politico e paramilitare interessato a progetti eversivi, e a impedire che quella voce libera e tragicamente solitaria, potesse condurre a scoperchiare fatti che dovevano rimanere sotto silenzio. Come su uno sfondo impercettibile. E questo sfondo non riguardava quanto doveva accadere, bensì quanto era accaduto fino al delitto Tumino, all’inizio di quel tragico 1972.

L’episodio, di cui Campria era una figura preminente, con la rete delle complicità eversive che portavano a Junio Valerio Borghese, alle Sam, e persino alla Grecia dei colonnelli, era soltanto la punta di iceberg di un mondo sommerso e di eventi che si erano manifestati in Italia dalla data del 12 dicembre 1969, e cioè da Piazza Fontana in poi. Ma se questa era la pista, scientificamente fondata, su cui si muoveva in modo sistematico Giovanni Spampinato, quali erano i fatti che dovevano rimanere sottaciuti e che continuavano ad avere la loro efficacia operativa e strategica dentro un progetto di natura eversiva? Dopo la strage della Banca dell’Agricoltura si ha il tentativo di golpe dell’Immacolata (dicembre 1970) che segue di qualche mese la scomparsa di Mauro De Mauro, l’altro giornalista del “L’Ora” che anticipa di circa due anni e illumina meglio l’uccisione del suo giovane collega. De Mauro conosce bene certi ambienti sia per il suo mestiere di giornalista, sia anche per essere stato un elemento di spicco del nazifascismo negli anni di Salò. Conosce bene anche Borghese e lo incontra nel luglio ’70 a Palermo, durante una manifestazione pubblica in un cinema. Probabilmente sa le stesse verità che ad un certo punto Spampinato riesce ad agganciare, muovendosi con frenesia per arrivare alla costruzione del mosaico. E lo fa in un’area ritenuta immune da infiltrazioni mafiose o di natura terroristica, con un apporto certamente originale e straordinario nel panorama delle conoscenze storiche di quei fenomeni in quell’area. Non è da escludere che i due muoiano per una verità esplosiva: la scoperta delle trame che dovevano portare ad un colpo di Stato. Quello fallito di dicembre (De Mauro), e l’altro che doveva essere messo in piedi dopo (Spampinato). Questa seconda ipotesi dà continuità alla prima. Ma mentre i fatti del ’70 sono più o meno conosciuti, quelli del ’72 sono ancora ignoti. In Italia forse non si sapranno mai.

Da due Archivi di grande rilievo, distanti fra di loro diverse migliaia di chilometri, e contenenti documenti scritti da soggetti appartenenti a schieramenti politici diversi, il Kew Gardens britannico e l’Archivio nazionale dei Servizi di Sicurezza di Budapest, apprendiamo che nella seconda metà degli anni Settanta era in preparazione in Italia un colpo di Stato, voluto dalla Nato che in Sicilia aveva le sue principali basi strategiche e militari. Non c’è dubbio che qualcosa di grosso doveva essere accaduto. Lo dimostra il formicaio dei neofascisti in grande fermento nell’isola. Come aveva capito Giovanni Spampinato non si tratta di elementi isolati. Nel ’72 fascisti locali e fascisti rappresentativi sul piano nazionale tessono le loro saldature. Qualcosa si mette a punto. Il vicequestore Giuseppe Peri indaga per un altro contesto, sul rapporto tra sequestri, furti, rapine e finanziamento di attività neofasciste. Viene arrestato Pierluigi Concutelli, e l’indagine fonda alcune ipotesi su uno strano incidente aereo avvenuto il 5 maggio 1972 a Montagna Longa (Cinisi), territorio di Tano Badalamenti. Strano anche perché vi perdono la vita diverse persone vicine al giornalista ragusano. Ne conoscevano le confidenze più nascoste, e le paure: Alberto Scandone che lo aveva “reclutato” al “L’Ora” nel 1969; Angela Fais, anche lei giornalista e sua coetanea con la quale intratteneva una affettuosa e amichevole corrispondenza. Tra le vittime, guarda caso, c’era anche quel Letterio Maggiore, medico del bandito Giuliano, solito fare la spola tra Montelepre e gli Usa, una delle persone di riferimento alle quali si rivolgevano i banditi per le loro vicende. Che erano soprattutto di lotta anticomunista.

In sostanza, alla fine degli anni Sessanta ricomincia a ripetersi il clichè della seconda metà degli anni Quaranta, quando gli Usa tentano un colpo di Stato nella penisola, per impedire l’avanzata comunista. Il piano strategico doveva essere questo: provocare un incidente per scatenare la reazione popolare e dichiarare lo stato di emergenza con la conquista del potere da parte dei militari. Ma la strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) non sortì il suo effetto. Per la realizzazione di questo progetto i neofascisti avevano fatto i patti d’acciaio con le forze militari e l’Intelligence americana.

Il primo atto di questa intesa può essere considerato il Memorandum consegnato ad Angleton da parte di Nino Buttazzoni, capo degli NP (Nuotatori paracadutisti) per conto di Junio Valerio Borghese, capo della Decima Mas. Anno: 1946. Dopo Portella furono gli stessi dirigenti comunisti a disporre la calma. Negli anni Settanta la situazione è per diversi aspetti analoga. L’incidente di Montagna Longa (115 vittime compresi i sette membri dell’equipaggio) che accade sopra uno spazio aereo militare impenetrabile, ben visibile però dall’autostrada Trapani-Palermo, nel tratto vicino ad Isola delle Femmine, tra Carini e Cinisi, è stato ed è un mistero sul quale la coltre del silenzio è stata stesa troppo in fretta, e che sarebbe bene che qualcuno riprendesse in considerazione. Se non altro per dare una spiegazione ragionevole dei fatti ai familiari delle vittime. Ci si chiede, infatti: è possibile che per dare la precedenza ad un altro velivolo un aereo vada a schiantarsi? Giovanni, militante comunista e corrispondente del giornale di sinistra che Vittorio Nisticò ha orientato verso il giornalismo di inchiesta, é un giovane che ha fatto del suo mestiere una fucina di impegno e di ricerca della verità. Essere giornalisti é per lui un modo per mettersi sulle tracce della conoscenza. Non quella che appare attraverso le immagini e le rappresentazioni oleografiche dei luoghi comuni, o dell’ovvietà, ma quell’altra che se ne sta, chissà da quanto tempo, sommersa e ha una sua vita ipogea, come una malattia maligna pronta a esplodere in qualsiasi momento. Perciò il lavoro di uomini come Giovanni, raramente si può incontrare nella Sicilia di quegli anni. A parte Dolci e Sciascia. E pochi altri. (Giuseppe Casarrubea)

Per ascoltare l’intervista a Concutelli clicca qui sotto:

http://www.montagnalonga.it/La7_intervista_a_Pierluigi_Concutelli.html

Per leggere il Rapporto del vicequestore Peri clicca qui sotto:

http://www.montagnalonga.it/Il%20Rapporto%20Peri/Il%20rapporto%20Peri%201.html

 

P.S.: Mi corre l’obbligo ringraziare Alberto Spampinato per avermi precisato l’identità di Bruno Carbone, giornalista del “L’Ora”, sincera voce democratica, che non ha nulla a che vedere col Carbone della Decima Mas di cui parlo in “Lupara nera” ed erroneamente confuso col primo.

Giuseppe Casarrubea

 

 

 

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Giovanni Spampinato

 

 

 

 

 

Articolo da L'Unità del 4 Novembre 1972

Erano in molti a temere le inchieste di Spampinato

di Giorgio Frasca Polara

Il suo assassino aveva anche tentato di farselo amico come chi teme per sé o per altri — Indagini coraggiose — Roberto Campria e l'amicizia col segretario missino poi vittima di un delitto

RAGUSA, 3 Ad una settimana esatta dalla barbara esecuzione del compagno Spampinato, l'inchiesta ha compiuto un giro di boa che può rivelarsi decisivo per l'accertamento dei retroscena che l'assassino, Roberto Campria, tenta disperatamente di nascondere con quel suo grottesco tentativo di far passare il delitto per un gesto assolutamente immotivato, del tutto gratuito, forse addirittura compiuto in stato di ipnosi.
Una volta fatta giustizia di questo grossolano espediente mistificatorio (ed il Sostituto procuratore generale di Catania, Auletta, proprio questo ha fatto, contestando al Campria dopo l'interrogatorio, l'aggravante decisiva della premeditazione oltre a quella della minorata difesa della vittima impossibilitata a difendersi dai colpi di ben due pistole) è giocoforza andare infatti alla ricerca di un movente. E non di uno qualunque, ma di un movente che risponda al duplice requisito della logica e della consistenza.
L'originaria, ma poi tutta rimangiata, giustificazione fornita dall'intoccabile rampollo del presidente del tribunale di Ragusa, risponde a questi requisiti? Decisamente no. Al momento di costituirsi, il Campria accennò confusamente ad una sorta di vendetta del «perseguitato» nei confronti del suo «persecutore », cioè del giornalista che sull'Unita e sull'Ora lo aveva insistentemente chiamato in causa per l'assassinio del trafficante (solo di antiquariato clandestino?) missino Angelo Tumino ritenendo cioè che la pista nera risolutrice del fosco delitto di otto mesi fa, passasse in qualche modo proprio per il potente play boy.
Ma bastarono poche ore per liquidare questa tesi, pur suggestiva, anche se tanto riduttiva per il suo meccanicismo. Ciò perché fu facile intanto accertare che il nostro compagno aveva sospeso da quasi quattro mesi la campagna contro Campria per acquisire nuove documentazioni sul pericoloso neofascismo di Ragusa  e di Siracusa nelle cui trame era e resta la chiave del delitto Tumino. Ma anche perché apparve subito chiaro che. nel frattempo, le parti fra
Campria e Spampinato si erano letteralmente capovolte, al punto che il figlio dell'alto magistrato ora assillava il suo accusatore, gli telefonava nei momenti più impensati, sollecitava incontri a ripetizione, tentava addirittura di farselo in ogni modo amico, persino promettendogli confidenze e «rivelazioni».
Questo non è l'atteggiamento di chi cova una vendetta. Semmai, quello di chi teme qualcosa per sé o anche per altri.
Vuol dire allora che Campria aveva scoperto, o creduto di scoprire, che Spampinato sapesse o desse l'impressione di sapere qualche cosa di più, qualche cosa di nuovo, qualche cosa di diverso? Qui sta, probabilmente, la vera, realistica chiave del secondo delitto e probabilmente anche di tutto quanto sta a monte di esso. E qui sta la spiegazione della diffusa impressione — anche a livello di inquirenti — che Roberto Campria non sia neanche protagonista della fosca vicenda, ma un compartecipe che, per più versi (la posizione familiare? L'opportunità di imporre, pur negandolo, il suggestivo movente di una «vendetta»?, un ricatto?), rappresenta l'ideale sacrificabile coperchio di una pentola ribollente di lerci affari in cui la criminalità fascista si intreccia con la delinquenza comune.
D'altra parte, a spingere per un coraggioso approfondimento delle indagini in questa direzione (ciò che è il tema di un atteso discorso che il compagno on. Giorgio Chessari pronuncerà domani sera qui a Ragusa) sta anche un altro elemento oggettivo: la personalità del compagno Spampinato e la caratteristica della sua milizia giornalistica. Questa sera. l'Ora fa, a tal proposito, delle considerazioni molto giuste. Spampinato era un cronista di impegno civile, proteso
non tanto al «colpo» professionale che si esaurisce con la vampata di un titolo a nove colonne, quanto piuttosto al servizio che armonizza l'importanza
della notizia con la necessità e la cura di una informazione complessiva che attenta quindi, in primo luogo, alla prospettiva sociale e politica in cui un fatto si colloca.
Per restare in argomento, a Spampinato importava dunque, fino ad un certo punto (lo ricordano bene anche i suoi compagni di questo giornale) accertare con quale arma l'ingegner Tumino fosse stato eliminato; ma gli urgeva, e con molto problematicismo, capire chi e che cosa potesse star dietro alla liquidazione di questo uomo molto amico di Campria (costui verrà sorpreso a frugare nelle carte della vittima quando ancora la scoperta del cadavere del professionista è conosciuta solo dai carabinieri) ma anche del deputato regionale missino, Salvatore Cilla (che l'Espresso chiama in causa oggi anche «per collegamenti con la malavita e il contrabbando») del repubblichino Vittorio Quintavalle (che da Roma piombava troppo spesso a Ragusaa con pretesti sempre diversi) e di centinaia di altri figuri fortemente sospettati di avere qui fornito protezione al latitante Stefano Delle Chiaie.
Una volta che si fosse, in taluni. insinuato il dubbio su che cosa sapesse esattamente Giovanni Spampinato, ecco  che Roberto Campria assume un ruolo decisivo, o perché cerca di sondare il suo «persecutore» (nessuno come lui è abilitato a farlo senza suscitare soverchi sospetti, anche e proprio nella futura sua vittima) o perché rappresenta, per gli assai più accorti registi della sua ambiguità, il pericolo costante al limite anche opportuno di qualche ammissione.
Nell'uno o nell'altro caso ecco la possibilità di mettere una pietra su tutto, anche sul l'incomodo Campria che al rischio di vedersi o doversi accollare la responsabilità del l'omicidio Tumino è costretto a preferire l'alternativa di un altro e ancor più barbaro delitto con la speranza, però, di poter passare per pazzo.


 

 

 

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