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16 Giugno 1982 Palermo. "Strage della Circonvallazione" in cui perirono i carabinieri Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca, e Giuseppe di Lavore, autista del furgone. PDF Stampa

Fonte Wikipedia

È definito strage della circonvallazione l'attentato mafioso che venne messo in atto il 16 giugno 1982 sulla circonvallazione di Palermo.

L'attentato era diretto contro il il boss catanese Alfio Ferlito, che veniva trasferito da Enna al carcere di Trapani e che morì nell'agguato insieme ai tre carabinieri della scorta, Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca, e al ventisettenne Giuseppe Di Lavore, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti, il quale aveva sostituito il padre. Di Lavore ebbe la medaglia d'oro al valor civile.

Il mandante di questa strage era Nitto Santapaola, che da anni combatteva contro Ferlito una guerra per il predominio sul territorio etneo.

 

 

Fonte: Sito Ufficiale dell'Associazione Nazionale Carabinieri Sicilia


CARABINIERE SALVATORE RAITI

Nato a Siracusa il 6 agosto 1962.

Il 7 marzo 1981 venne arruolato nell’Arma dei Carabinieri quale Allievo Carabiniere ed ammesso a frequentare il corso  d’istruzione presso   la Scuola Allievi Carabinieri di Iglesias (CA). Al termine del ciclo formativo fu promosso Carabiniere  il 19 settembre 1981 e destinato, l’11 ottobre successivo, alla Stazione Carabinieri di Enna dove restò fino al  tragico 16 giugno 1982, data in cui compì l’atto di valore per il quale venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Civile “alla memoria”.

 

 

 

APPUNTATO  SILVANO FRANZOLIN

Nato a Pettorazza Grimani (RO) il 3 aprile 1941. Il 18 novembre 1959 venne arruolato nell’Arma dei Carabinieri quale Allievo Carabiniere a piedi ed ammesso a frequentare il corso d’istruzione presso la Scuola Allievi Carabinieri di Torino. Al termine del ciclo formativo, integrato presso la Scuola Allievi Carabinieri di Roma per il passaggio nell’Arma a cavallo, fu promosso Carabiniere il 31 agosto 1960 e destinato, il 30 novembre successivo, al Gruppo Squadroni Carabinieri a Cavallo in Roma. Successivamente prestò servizio presso le Stazioni Carabinieri di Brescia dal 30 giugno 1961, Butera (CL) dall’8 marzo 1964, Calatafimi (TP) dal 17 ottobre 1964, Aidone (EN) dal 7 settembre 1967, Tortorici (ME) dal 21 marzo 1968, Maniace (CT) dal 15 aprile 1970 e ad Enna dal 4 maggio 1979, dove restò fino al tragico 16 giugno 1982, data in cui compì l’atto di valor. Medaglia d’Oro al Valor Civile “alla memoria”.

 

CARABINIERE SCELTO LUIGI DI BARCA
Nato a Valguarnera (EN) il 10 aprile 1957. Si arruolò nell’Arma dei Carabinieri il 14 settembre 1974 e, dopo aver frequentato il previsto corso d’istruzione presso la Scuola Allievi Carabinieri di Roma, venne promosso Carabiniere il 15 aprile 1975 e trasferitoal Reparto Comando della Legione Carabinieri di Catanzaro. Presso questo Reparto prestò servizio fino al 20 maggio 1976, data sotto la quale venne trasferito alla Stazione Carabinieri di Riace (CZ), ove restò fino al 2 dicembre 1980,quando venne assegnato alla Stazione Carabinieri Catanzaro Principale. In data 15 aprile 1981 ottenne la promozione a Carabiniere Scelto.Restò al citato Comando fino al 30 novembre 1981 quando fu destinato prima alla Legione Carabinieri Messina ed il successivo 4 dicembre al Nucleo Operativo e Radiomobile di Enna dove prestò servizio fino al tragico 16 giugno 1982,data sotto la quale perse la vita a seguito di agguato mafioso. Per il valore dimostrato nel corso del citato agguato, venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Civile “alla memoria”.

 

Giuseppe Di Lavore 27 anni, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti, il quale aveva sostituito il padre. Di Lavore ebbe la medaglia d'oro al valor civile.

 

Foto da  sites.google.com
Ringraziamo Giovanni Perna di Dedicato Alle Vittime Delle Mafie

 

 

 

 

Articolo da L'Unità del 17 giugno 1982

La strage di Palermo poteva essere prevenuta: bastava servirsi di una macchina blindata
Il boss di Catania Alfio Ferlito era ormai un «bersaglio vivente»


di Vincenzo Vasile

Un patto strettissimo lega la mala della città etnea con le cosche mafiose di tutta l'isola - Il rachet della droga e quello delle armii - Un giro di miliardi - In Sicilia in questi ultimi sei mesi ci sono stati oltre 100 morti

CATANIA - Lui, Alfio Ferlito, 36 anni, metà della vita passata nel cuore del racket malavitoso del quartiere S. Cristoforo di Catania, quando stava a Milano — e venne catturato il 26 settembre dell'anno scorso con un carico di un miliardo di hashish — viaggiava in Alfetta blindata. Al suo amico, Francesco Ferrera, 46 anni, detto t'u
cavadduzzui, avevano cercato di fargli la pelle proprio l'altro pomerìggio. La strage di Palermo, che con Ferlito ha fatto altre quattro vittime innocenti, era quindi prevedibile, prevista.
Ma non c'è banca dei dati; non c'è coordinamento, ripetevano anche ieri a Catania gli investigatori. «Un coordinamento che metta assieme, diciamo, quanto meno i ritagli dei giornali delle diverse citta d'Italia, ormai base della grande organizzazione, quel Corrado Manfredi (stessa banda) ucciso l'anno scorso alla stazione di Milano; e, nell'agosto, quel Franco Romeo trucidato in un bar di Catania; e i sei morti della grande strage di via degli Iris, in aprile: una sequenza che portava dritto a lui».
Così, nessuno ha pensato a destinare per la «traduzione» di questo «bersaglio vivente» dal carcere di Enna a quello di Favignana una macchina blindata. O comunque qualcosa di più e di meglio della Mercedes crivellata di colpi, di proprietà di Calogero Di Lavore, che ha in appalto questo lavoro al carcere di Enna, e che ieri si era fatto sostituire dal figlio Giuseppe, aiutante giudiziario a Caltanisetta, che lì aveva ottenuto un giorno libero e dove — poveretto — lavorava. Eppure, con le stesse modalità ed assieme ad altri tre carabinieri trucidati, un altro boss catanese, Angelo Pavone, detto «faccia d'angelo», venne rapito ed eliminato al casello autostradale di S. Gregorio soltanto un anno fa.
Ieri, a Palermo, sul luogo dell'agguato il procuratore capo del capoluogo siciliano, Vincenzo Pajno, diceva: «È un delitto tutto catanese». Ma a Catania fanno notare, invece, come un agguato come questo si programma, si prepara, si concorda, se lo si vuol fare «in trasferta», in pieno giorno, e nel cuore di una città come Palermo, dominata dalle cosche mafiose. E il discorso così torna all'altro capo dell'isola. O, meglio, alle connessioni e ai legami ormai strettissimi — all'insegna del traffico delle droghe — che si intuisce esistano tra una «mala» come quella della città etnea, per tanto tempo considerata «corpo separato» dalle cosche, e Palermo.
Ancora sangue, dunque. Un filo di sangue che — in mancanza di indagini approfondite — unisce palesemente il grande «racket». A Catania, in una grande palestra, in viale Africa, la notizia della strage di Palermo rimbalzava ieri tra i cronisti e gli avvocati di un processone contro 62 imputati d'un traffico di quintali di cocaina dal Perù a Catania, a Palermo. Anche qui propaggini a Palermo: il catanese Salvatore Bellascrima vi aveva installato una base di distribuzione, per conto del «capo» Salvatore Leone.
E intanto a Catania si scannavano tra loro. a un lato il clan Ferlito divenuto più «debole» dopo l'arresto di Alfio a Milano, ma ancora sostenuto in «alto loco». Un cugino dell'ucciso, suo omonimo, è assessore democristiano ai lavori pubblici della città etnea. I parenti di Alfio lavorano negli assessorati del Comune. Dall'alto lato il clan dei  Santapaola, cui si attribuisce il progetto di impossessarsi della base catanese del traffico. Quest'ultimo gruppo, secondo vecchi rapporti di polizia, risulterebbe legato alle cosche mafiose palermitane della borgata di S. Lorenzo , il luogo dove è avvenuto ieri mattina l'agguato contro la Mercedes che trasportava Ferlito a Favignana.
E i racket «si tengono» tra loro: quello della droga chiama quello delle armi. Così Nino Santapaola lo catturano sette mesi fa, presso Lentini — in provincia di Siracusa, altra zona sinora ritenuta al di fuori dalle logiche di mafia — armato di un fucile Kalaschnikov, capace di forare anche le auto blindate.
È lo stesso tipo d'arma usata ieri a Palermo. E che nel capoluogo siciliano aveva già fatto due vittime «illustri»: Stefano Bontade, boss e figlio di boss, e Salvatore Inzerillo, neo capomafia di Passo Rigano e grande trafficante del gruppo siculo-americano.
Ed anche le statistiche luttuose ora trovano le due principali città siciliane quasi appaiate nei record della violenza: 57 morti ammazzati dall'inizio dell'anno a Palermo, 48 a Catania.

 

 


Articolo da L'Unità del 12 Ottobre 1982


Avrebbe fornito notizie sulla banda del latitante Benedetto Santapaola
Boss trovato ucciso in Piemonte - Killer pentito di Dalla Chiesa?

Armando Di Natale era ricercato anche per la strage della Circonvallazione di Palermo

ROMA — Armando Di Natale, 41 anni, pregiudicato, nato a Siracusa, residente a Milano, ammazzato l'altra notte a colpi di pistola sull'autostrada Serravalle-Genova. Era lui, probabilmente, uno del «superpentiti», o se si preferisce uno dei «superdelatori», che avrebbero parlato e permesso di individuare il commando assassino che il 3 settembre ha freddato in via Carini a Palermo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emmanuela, l'agente Domenico Russo . L'uomo è stato trovato in fin di vita verso le undici dell'altra notte riverso a terra in una piazzuola dell'autostrada vicino ad Arquata Scrivia. Un automobilista ha avvisato una pattuglia della polizia stradale di Genova che ha provveduto a far ricoverare Armando Di Natale all'ospedale di Novi Ligure dove però è morto due ore dopo. L'avevano ferito con due colpi di pistola calibro 7,65 sparati a bruciapelo che hanno trapassato il torace e l'addome.
Armando i Natale avrebbe pagato così lo sgarro, anzi il più grosso «sgarr » fatto mai alle cosche mafiose. Grazie a lui, infatti, secondo indiscrezioni, la magistratura palermitana ha potuto spiccare gli ordini di cattura per il delitto Dalla Chiesa e per la strage della circonvallazione del 16 giugno scorso quando furono assassinati il boss catanese Alfio Ferlito, tre carabinieri di scorta e un'autista.
E ieri i sostituti procuratori della Repubblica di Palermo, Consoli e Signorino, titolari dell'inchiesta sul triplice omicidio di via Carini, hanno emesso altri tre mandati di
cattura. Riguardano Nunzio Salafia, Salvatore Genovese e Antonio Ragona. I tre erano stati già catturati dalla squadra mobile di Palermo, la settimana scorsa nelle campagne di Siracusa, dove la polizia sarebbe andata su precisa imbeccata. Subito dopo il giudice istruttore Giovanni Falcone li incriminò per la strage della circonvallazione, assieme al boss catanese Benedetto («Nitto») Santapaola e al killer calabrese Nicola Alvaro. Insomma lo stesso commando che, dopo aver assassinato il nemico del clan Santapaola, Alfio Ferlito, ha atteso la sera del 3 settembre nella penombra di via Carini l'auto del prefetto di Palermo. Stessa tecnica «operativa», identico uso del micidiale mitra, quel fucile mitragliatore di fabbricazione sovietica «Kalashnokov» arrivato in Sicilia — faceva parte di un'intera partita — via mare da Beirut, «importato» dal commerciante insospettabile di Siracusa Carmine Tarascio. Anche Armando Di Natale faceva parte del gruppo di killer che aveva fatto tuonare i kalashnikov sulla circonvallazione di Palermo. E non è da escludere che avesse pure partecipato all'agguato di via Carini.
Contro di lui, infatti, il giudice Falcone nei giorni scorsa aveva emesso ordine di cattura in concorso con Santa paola, Alvaro Salafia, Genovese e Antonino Mura (quest'ultimo  arrestato nei giorni scorsi a Torino dove sembra che anche lui abbia cominciato a parlare e a fornire una «collaborazione determinante») quale esecutore materiale della strage del 16 giugno. Dove si nascondeva Armando Di Natale? E in che modo era riuscito, colpito com'era da mandato di cattura, a far arrivare le preziose informazioni ai giudici di Palermo? Sono domande per il momento senza risposta.
Di lui si sa solo che era «schedato» come contrabbandiere di sigarette e che nell'80 venne denunciato dalla squadra mobile di Siracusa per traffico d'eroina e per estorsioni compiute ai danni di un supermercato di Augusta, città dove abitava. Poi, improvvisamente, fece perdere le tracce. E dev'essere di quel periodo l'incontro col potente «clan» catenese e il successivo «arruolamento» nell'esercito privato di «Nitto Santapaola. «Era certamente un uomo che sapeva molte cose » ha dichiarato ieri sera il procuratore-capo della Repubblica di Siracusa. E' certo comunque che le due inchieste parallele (sul delitto a Chiesa e la strage della  circonvallazione) hanno fatto decisivi passi in avanti quando gli inquirenti hanno avuto a disposizione le informazioni di Armando Di Natale e forse di altri.
In queste ore si cerca di ricostruire nei dettagli la nuova mappa del potere. Ieri s'è saputo, per esempio, che punto di congiunzione tra Catania e Palermo sarebbe stato sino all'anno scorso il «boss» di Mazzarino (Caltanissetta) Francesco Cinardo che venne poi rapito, ucciso e dato in pasto ai cani. l ruolo di Cinardo venne poi coperto, secondo i magistrati, dal catanese Benedetto Santapaola. E i giudici intendono ora ricostruire tutto l'arco delle amicizie catenesi di Santapaola e quindi degli interessi che il presunto «superkiller» intendeva proteggere dalle interferenze dell'ex prefetto di Palermo.
C'è, infine, da segnalare l'ennesimo omicidio avvenuto nel capoluogo siciliano. Salvatore Rampulla, 36 anni, pregiudicato, è stato ucciso ieri mattina a colpi di pistola nel quartiere della «Zisa», e gli assassini, giovani e a viso scoperto, fuggiti dopo il delitto su una «Renault».

 

 

 

 

 

 

 

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