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19 Giugno 1991 Capaci (PA). I fratelli Giuseppe e Salvatore Sceusa, piccoli impreditori Edili, uccisi e sciolti nell'acido PDF Stampa

Articolo di La Repubblica sez. Palermo dell'8 Aprile 2001

Sciolti nell' acido per gli appalti

di Enrico Bellavia

Sparirono nel nulla un pomeriggio di giugno di dieci anni fa. Attirati in un tranello, uccisi e sciolti nell' acido. A due anni e mezzo dalla prima udienza, un verdetto nel cuore della notte racconta che a volere quel duplice omicidio fu il boss di Caccamo, Nino Giuffrè. Le vittime, i fratelli Giuseppe e Salvatore Sceusa, piccoli imprenditori edili di Cerda, smaniosi di compiere il salto di qualità nel mondo degli appalti, furono consegnati ai loro carnefici da un mafioso in doppiopetto. Fu Giuseppe Biondolillo, già sindaco di Cerda e garante dell' ascesa dei due fratelli, a consegnarli ai carnefici. Li accompagnò in una villetta di Carini e li lasciò in balia dei boia di Resuttana. Questo ha stabilito la corte d' assise presieduta da Roberto Murgia, giudice a latere Maria Letizia Barone, che ha accolto dieci delle undici richieste di ergastolo del pm Giuseppe Fici. I giudici mandano assolto Rosolino Rizzo, mediatore finanziario, indicato come componente del commando omicida dal pentito Onorato. Rizzo (difeso dall' avvocato Luigi Mattei) era già in libertà come Biondolillo, che è stato arrestato nella sua casa di Termini un quarto d' ora dopo la lettura del verdetto. Per lui, arrestato come gli altri nel 1996, era arrivato il proscioglimento del gip all' udienza preliminare. L' accusa aveva fatto ricorso in appello e il 29 giugno del 1999 era stato rinviato a giudizio. Gli altri nove ergastoli sono stati inflitti, oltre che a Giuffrè, a Salvatore Biondino, Michelangelo Pedone, Antonino Troia, Antonino Erasmo Troia, Giovanni Battaglia, Simone Scalici, Salvatore Biondo "il lungo" e "Salvatore Biondo "il corto". Il padre dei fratelli Sceusa, le mogli, anche nell' interesse dei figli di uno dei due, si erano costituiti parte civile, assistiti dall' avvocato Massimo Motisi. La corte ha riconosciuto loro una provvisionale immediatamente esecutiva di cento milioni ciascuno. Le indagini sugli imprenditori, spariti dopo un viaggio a Palermo il pomeriggio del 19 giugno del 1991, avevano avuto un iter travagliato. Le ricerche dei due fratelli, iniziate dal padre e proseguite dalla polizia, avevano portato solo alla scoperta delle due auto. Quella di Giuseppe, un' Alfa 164, fu trovata a Buonfornello quasi subito. L' altra, identica alla prima, di proprietà di Salvatore, fu ritrovata in piazza Mandorle a Tommaso Natale, il 15 luglio del 1991. I testimoni raccontarono di averla notata parcheggiata lì almeno da una ventina di giorni. Ricostruendo gli appuntamenti degli Sceusa, si accertò che erano stati presso lo studio dell' ingegnere Salvatore Lanzalaco, grand commis degli appalti spartiti in provincia. Con loro, ma si scoprirà dopo, c' era anche Giuseppe Biondolillo. Le indagini puntarono sulla responsabilità di Lanzalaco e di Pietro La Chiusa, entrambi poi divenuti collaboratori di giustizia. Ma nel 1996 Giovambattista Ferrante e Francesco Onorato, raccontarono di avere partecipato direttamente all' eliminazione degli Sceusa. Su richiesta dell' accusa gli indiziati furono scagionati e si aprì l' inchiesta che ha portato alle condanne. Ferrante e Onorato poco sapevano del perché i due dovessero morire. A entrambi fu dato l' ordine da Biondino. Si trattava di una cortesia da fare agli amici di Caccamo. E infatti ad attendere i due c' era Nino Giuffrè. Uno degli Sceusa fu strangolato nella villa di un professore universitario che era stata affittata fino a essere nella disponibilità di Erasmo Troia, catturato a Toronto, nel dicembre del 1998. L' altro fu ucciso in giardino. Biondolillo glieli aveva portati dopo aver discusso con loro nello studio di Lanzalaco. Li aveva attirati in trappola sostenendo di dovergli mostrare un lotto di terreno dove potevano essere fatti degli investimenti. Lo squadrone della morte attendeva da giorni l' appuntamento per la consegna dei due fratelli. Appena giunti nella casa di contrada Giampaolo, Biondolillo, si allontanò rapidamente, preoccupandosi di costituirsi un alibi. Prima una sosta al distributore di benzina di Caracoli, poi un incontro fino a tarda sera con alcuni bancari di Cerda. Dallo studio di Lanzalaco era andato via alle 16, congedandosi e lasciando lì gli Sceusa. Intorno alle 17.30 era già a Caracoli. A riempire quel buco di un' ora e mezza c' è il racconto dei collaboratori di giustizia che lo videro arrivare davanti alla villa con i due da uccidere e andarsene via con Nino Giuffrè. Delle vittime i pentiti non sanno neppure i nomi, ma ricordano che uno dei due portava al polso un Cartier Santos.

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 9 Ottobre 2002

Prima udienza del collaboratore di giustizia più importante degli ultimi anni. «Ho assassinato quei fratelli perché non avevano pagato la tangente»

«Con Provenzano dovevo ristrutturare la mafia»

di Giovanni Bianconi

Esordisce in aula il «pentito» Giuffrè: «In cella ho rivisto il film della mia vita e ho deciso di parlare»

PALERMO - L' uomo chiamato «Manuzza» dai mafiosi e «nuovo Buscetta» dagli inquirenti che stanno raccogliendo le sue confessioni, è seduto davanti a un microfono e due portacenere. La telecamera piazzata nel «sito riservato» da cui parla lo riprende di spalle mentre declina le proprie generalità di imputato e di numero due di Cosa Nostra: «Sono Giuffrè Antonino, nato a Caccamo il 21/7/1945, professione perito agrario. Ho collaborato con Bernardo Provenzano per più di vent' anni. Diciamo che ero il suo principale collaboratore, e da lui avevo ricevuto incarico di ristrutturare Cosa Nostra su vasta scala». Il biglietto da visita del primo pentito della seconda Repubblica viene recapitato in video-conferenza nell' aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo dove si celebra il processo per l' assassinio dei fratelli Giuseppe e Salvatore Sceusa, due imprenditori strangolati nel giugno 1991. Giuffrè è già stato condannato in primo grado all' ergastolo, e adesso, davanti ai giudici d' appello, dice: «Ho partecipato manualmente a quell' omicidio. Ogni omicidio è un errore, e io ne ho commessi anche altri... C' è quello che colpisce di più e quello che colpisce di meno. Questi due imprenditori non avevano chiesto la dovuta autorizzazione e non avevano pagato la dovuta tangente per effettuare dei lavori in una certa zona. Oggi non mi sembra un motivo valido per eliminare due vite umane». Oggi no, ma allora sì. Allora e anche più tardi, per il mafioso Giuffrè c' erano validi motivi per commettere tanti altri crimini. Un anno dopo quel duplice omicidio ci furono le stragi del 1992, e da lunedì il «nuovo Buscetta» ha cominciato a rispondere ai magistrati di Caltanissetta che indagano sugli eccidi in cui morirono Falcone e Borsellino. Interrogatori dai quali filtra l' indiscrezione sul ruolo preminente affibbiato da Giuffrè a Totò Riina in quella stagione di terrore. Il neo-pentito coinvolge Riina anche nella punizione inflitta dalla mafia ai fratelli Sceusa, ma al di là di quei due morti strangolati «Manuzza» ci tiene a utilizzare la prima uscita pubblica per accreditarsi come uno che può davvero aiutare lo Stato nella lotta a Cosa Nostra. Ormai ha riempito e riletto talmente tanti verbali che quando parla sembra dettare le risposte a un cancelliere: «Molteplici sono i motivi che mi hanno spinto a collaborare con la giustizia, dopo un non breve periodo in cui mi sono trovato detenuto nel carcere di Novara e ho potuto rivedere il film della mia vita... Alcuni sono prettamente intimi e personali». E gli altri? «Tra gli altri c' è che ho tentato di salvare la vita a diverse persone. Perché finché io ero libero, con la mia influenza ho cercato il più possibile di salvaguardare le possibili vittime di fatti delittuosi. Ma dopo il mio arresto ho capito che per queste persone stava arrivando la loro ora». Il pubblico ministero chiede chi sono queste persone, ma il presidente della corte lo blocca: «Atteniamoci ai fatti del processo». Del progettato attentato al deputato diessino Giuseppe Lumia s' è già saputo, altri nomi di persone che dovevano essere uccise - quasi tutti mafiosi - sono scritti nei verbali ancora segreti. Il «nuovo Buscetta» racconta di essere stato «combinato» nel 1980, e di essere diventato capomandamento di Caccamo «ufficiosamente nell' 85 e ufficialmente nell' 87». Da allora «il mio ruolo personale si è molto esteso non solo nella provincia di Palermo, ma anche altrove». Dunque di fatti ne può svelare tanti Nino Giuffrè, che al riparo del segreto istruttorio ha cominciato a parlare anche di mafia e politica. Ma poi sembra quasi mettere le mani avanti quando spiega che «siccome tra me e Provenzano i rapporti erano ottimi, poteva anche succedere che per qualche omicidio la responsabilità se la prendeva lui direttamente», superando la regola mafiosa che per ogni cosa che avveniva nel proprio territorio serviva il suo assenso. Per le esecuzioni e forse anche per qualche altra scelta strategica di Cosa Nostra? La domanda non può essere posta nel processo per lo strangolamento dei poveri imprenditori Sceusa, sul quale il neo-pentito si dilunga con dovizia di particolari. Dopo averli uccisi perquisì personalmente i cadaveri «per leggere i bigliettini che avevano addosso e togliere gli orologi e gli oggetti d' oro». Al momento di scioglierli nell' acido l' uomo mandato da Riina gli disse che poteva andare: «A me sembrava poco bello per una questione di principio, ma lui ha insistito e io me ne sono andato». Un altro pentito ha raccontato che Giuffrè si accanì contro le vittime «sputando contro di loro e maltrattandoli». Ma questo, il «nuovo Buscetta» che s' è pentito anche perché «in Cosa Nostra c' è stata una caduta di valori», non lo dice nemmeno ora che è diventato collega di quel collaboratore. Giovanni Bianconi IL «PENTITO» CHI E' Nino Giuffrè (nella foto), 57 anni, è considerato il vice del boss Bernardo Provenzano. Arrestato il 16 aprile scorso, è pentito dal 16 giugno GLI ARRESTI Le sue dichiarazioni hanno fatto arrestare 29 fiancheggiatori e favoreggiatori della mafia nel mondo politico e imprenditoriale

 

 

 

Articolo del Giornale di Sicilia del 10 Marzo 2004 tratto dall'Emeroteca Associazione Messinese Antiusura onlus

Omicidi a Cerda, annullati otti ergastoli

La cassazione conferma  15 anni al "pentito"

di Riccardo Arena

Palermo. Otto condanne all'ergastolo annullate con rinvio dalla Cassazione, per il duplice omicidio dei fratelli di Cerda Giuseppe e Salvatore Sceusa, fatti sparire nel giugno del 1991 col metodo della lupara bianca. I due imprenditori si erano ribellati al controllo mafioso degli appalti e alla ferrea legge del pizzo.

Il processo dovrà essere rifatto, in grado di appello, per un boss come Salvatore Biondino, ma anche per l'ex sindaco di Cerda Giuseppe Biondolillo e per Rosolino Rizzo , indicato come il capomafia del paese: l'unico imputato per il quale la condanna (a 15 anni) è diventata definitiva è Nino Giuffré, l'ex boss di Caccamo, che nel dibattimento di secondo grado aveva fatto il proprio esordio come collaboratore di giustizia, deponendo e accusando i coimputati.

Il dispositivo della sentenza apre una serie di interrogativi sui motivi degli annullamenti, che saranno noti solo tra qualche settimana, nella migliore delle ipotesi. Potrebbe trattarsi di ragioni tecniche, ma queste non spiegherebbero la conferma della sentenza per il solo Giufffré: le questioni formali, infatti, di regola si estendono a tutti gli imputati. Se si trattasse di ragioni di merito, invece, si tratterebbe di una bocciatura non solo del contributo di "Manuzza" (già severamente criticato, per la sua genericità, dal gup Piergiorgio Morosini), ma anche di altri collaboratori ritenuti di spessore, come Giovan Battista Ferrante e Francesco Onorato.

L'annullamento con rinvio riguarda, oltre a Biondino, Biondolillo e Rizzo, i due cugini che si chiamano entrambi Salvatore Biondino (e che vengono definiti "il lungo" e "il corto", per distinguerli), Antonino Troia, Giovanni Battaglia e Antonino Erasmo Troia. Erano difesi dagli avvocati Franco Inserillo, Valerio Vianello, Michele Giovinco, Luigi Mattei, Alfredo Gaito, Giuseppe Oddo, Filippo Giacalone. I familiari degli Sceusa sono parte civile, con l'assistenza dell'avvocato Massimo Motisi.

Rosolino Rizzo, in primo grado, il 7 Aprile del 2001, era stato assolto. Poi arrivarono le dichiarazioni di Giuffré e la sentenza nei suoi confronti, l'11 dicembre 2002, venne ribaltata. Con il rinvio in Cassazione occorrerà poi valutare se qualcuno degli imputati possa fruire dei nuovi limiti della custodia cautelare (tre anni dalla sentenza di primo grado, per arrivare a una decisione definitiva), stabiliti dal tribunale del riesame di Palermo.

E' una sentenza altamente problematica, dunque, quella di ieri pomeriggio. La Procura di Palermo aspettava la prima conferma, in una sentenza definitiva, della attendibilità di Giuffré, e invece la decisione della Corte d'Assise d'appello non è passata in giudicato. alla base dell'annullamento potrebbero esserci due questioni formali: una riguarda la sostituzione di un giudice, in primo grado; un'altra l'aver riunito due giudizi formalmente separati, riguardanti imputati che avevano chiesto il giudizio ordinario e l'abbreviato.

Gli Sceusa furono uccisi nel 1991, perché si erano aggiudicati "senza autorizzazione" lavori sull'autostrada Palermo-Messina, senza pagare il pizzo alla cosca di San Mauro Castelverde. Secondo l'accusa, Giuseppe Biondolillo, ex sindaco di Cerda, non affiliato a Cosa Nostra, avrebbe attirato le vittime in un tranello. Per non creare problemi nel territorio madonita, fu scelta come luogo dell'esecuzione una villa di Capaci, procurata da Antonino Troia. Biondolillo avrebbe "dato la battuta" con tre squilli sul telefonino di Nabuzza, avvertendo dell'arrivo dei due fratelli. Erano le tre del pomeriggio del 19 Giugno 1991. Gli Sceusa furono strangolati e poi sciolti nell'accido.

 

Articolo del 19 Aprile 2005 da repubblica.it

Ergastolo per omicidio all' ex sindaco di Cerda

Ha passeggiato per tutta la mattina avanti e indietro nell' atrio del palazzo di giustizia per dimostrare che era lì e non aveva alcuna intenzione di fuggire, cercando di evitare un nuovo ordine di arresto che i giudici della Corte d' assise d' appello avrebbero potuto emettere in caso di condanna se avessero ritenuto valido il pericolo di fuga. L' ergastolo per Giuseppe Biondolillo, ex sindaco di Cerda tornato libero da pochi giorni dopo la scadenza dei termini di custodia cautelare, è arrivato nel pomeriggio. Insieme con altre sei condanne a vita: i giudici della Corte d' assise d' appello hanno infatti ritenuto colpevoli per l' omicidio dei fratelli Giuseppe e Salvatore Sceusa anche il boss Salvatore Biondino, Rosolino Rizzo, Salvatore Biondo (detto "il corto"), Antonino Troia e Giovanni Battaglia. Sono stati assolti invece Antonino Erasmo Troia e Salvatore Biondo. Gli Sceusa, imprenditori di Cerda, vennero uccisi e poi sciolti nell' acido nel 1991 perché si erano ribellati al pagamento del pizzo che gli veniva imposto dalla cosca mafiosa di Nino Giuffrè, già condannato con pena definitiva a 15 anni. In aula, alla lettura della sentenza, erano presenti i familiari, difesi dall' avvocato Massimo Motisi.

 

 

 

 

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