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22 Giugno 1947 Partinico (PA). Restano colpiti a morte Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Jacono, durante un attacco alla locale sezione del Partito Comunista PDF Stampa

Foto dal Blog di Giuseppe Casarrubea Jr.

Fonte: Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato"

22 Giugno 1947
In provincia di Palermo attacchi con armi da fuoco e bombe a mano alle sezioni del Partito Comunista di Partinico, Borgetto e Cinisi, alle sedi delle Camere del lavoro di Carini e San Giuseppe Jato e alla sezione del Partito Socialista di Monreale.

A Partinico vengono colpiti a morte Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Jacono.

Sul posto viene trovato un volantino firmato dal bandito Giuliano che invita i siciliani a lottare "contro la canea dei rossi" e annuncia la costituzione di un quartiere generale di lotta contro il bolscevismo, promettendo sussidi a quanti si sarebbero presentati alla sede della formazione militare, il feudo Sagana nelle vicinanze.
In alcuni centri gli esecutori degli assalti furono i banditi, in altri (come a Cinisi e a Monreale) i mafiosi locali.

Il 22 giugno 1947 può considerarsi una continuazione della strage di Portella del primo maggio.
Nel mirino ci sono sempre i partiti di sinistra alla testa del movimento contadino che hanno vinto alle alezioni regionali del 20 aprile ma già nel corso del mese di maggio sono stati esclusi dal governo nazionale e da quello regionale.
Lo scopo politico è stato raggiunto ma la violenza banditesca e mafiosa ha ancora ampio corso e si svilupperà anche nei mesi e negli anni successivi, colpendo militanti e dirigenti delle lotte contadine e dell'opposizione.

Da "La Voce della Sicilia" del 23 Giugno 1947:
Non sono passati due mesi dall'eccidio di Piano delle Ginestre, che una nuova serie di azioni delittuose viene organizzata dalle stesse forze responsabili della strage le quali, lungi dall'essere perseguitate e fiaccate, rialzano la testa nell'atmosfera a loro favorevole creata dalla nuova situazione politica nazionale e regionale. L'insediamento del governo democristiano, con l'appoggio delle destre a Roma e a Palermo non ha mancato di produrre in tutti i campi quell'effetto che il Blocco del Popolo e gli altri partiti democratici avevano previsto e denunciato.
L'azione della mafia, degli agrari, degli squadristi, degli speculatori d'ogni risma che avevano morso il freno fino ad adesso esprimendosi in fatti più o meno isolati e mascherati, si è adesso scatenata con obiettivi e piani ben precisi, con una simultaneità, con uno spiegamento di forze, una sicurezza d'impunità, un coordinamento tali da non lasciare più alcun dubbio sul pericolo che la democrazia corre: questo è il primo frutto dell'incoraggiamento dato dal governo alle destre.

 

 

 

Articolo da L'Unità del 24 Giugno 1947

LE FORZE DEL DISORDINE
di Pietro Ingrao

Ad un mese e mezzo dalla strage di Piana de' Greci, la reazioneN siciliana ha scatenato nell'isola un'altra tragica giornata di lutti e di sangue. Sei località hanno visto criminali attentati contro gli uomini e l e sedi delle organizzazioni democratiche.
I mitra hanno sgranato il loro sinistro messaggio accompagnati dalle bottiglie incendiarie. Un ordigno esplosivo ha minacciato di far saltare in aria la più grande centrale elettrica della zona di Palermo.
Colpiti a tradimento sette lavoratori son caduti nelle strade di Partinico, di San Giuseppe Iato, di Monreale. Uno ha cessato di vivere, cinque versano in pericolo di vita.
La commozione del popolo italiano dinanzi a fatti cosi truci e gravi è grande. Più grande ancora è la collera. Al popolo italiano non può bastare oggi la protesta o la manifestazione di cordoglio: non possono bastare parole e promesse. Il popolo questa volta vuole pronta giustizia, vuole sapere presto che i responsabili sono stati acciuffati e che presto seguirè la condanna. E non ci vuole molto perchè al popolo sia data questa legittima soddisfazione.
Il foglio che rappresenta gli interessi della reazione isolana, il , 20 ore prima degli attentati, aveva lanciato la clamorosa , secondo cui l'autore della strage di Piana de' Greci sarebbe stato il bandito Giuliano. Nella notte degli attentati le v i e di Palermo sono state tappezzate di manifestini che portavano la firma di Giuliano e che dichiaravano la guerra al comunismo. I giornali reazionari della Capitale, ieri, hanno ripetuto in un sol coro che la responsabilità dei fatti risalivasenza dubbio al bandito Giuliano.
La manovra di masceratura è così maldestra da fissare senza equivoci il carattere della strage e le responsabilità dei complici e favoreggiatori. Chi ha lanciato 20 ore prima la cortina fumogena intitolata a Giuliano evidentemente doveva sapere qualcosa dei fatti che ci sarebbero stati nella notte. Chi ha organizzato la puerile messa in scena dei manifestini a firma Giuliano ha fornito un'altra prova che i fatti siciliani di domenica avevano dietro una organizzazione ampia e ramificata. Chi ha accreditato la nella stampa della Capitale, e perfino in altissimi ambienti dell'apparato statale, ha indicato in modo preciso la rete dei favoreggiamenti e delle complicità.
Del resto, importa gran che sapere se sia stato o no Giuliano l'esecutore materiale dei crimini?
Sappiamo bene che la reazione siciliana ha influenza e danaro per disporre di quanti Giuliano essa vuole, piccoli o grandi. Sappiamo che non basta più oggi individuare gli esecutori materiali dei delitti, se non si colpiscono i mandanti e i favoreggiatori, se non si spazza via il clima di omertà e di intimidazione in cui i delitti si sviluppano.
La realtà che importa è un'altra. La realtà è che gli eccidi e gli attentati di domenica in Sicilia rispondono ad un piano; e il piano ha uno scopo politico palese, dichiarato: colpire al cuore l e organizzazioni democratiche e il popolo siciliano, arrestarne la pacifica avanzata, creare nell'Isola le basi per una controffensiva di tipo fascista. Battute sul terreno della libera consultazione elettorale, le forze reazionarie siciliane, si pongono chiaramente sul terreno delle aggressio squadriste, scatenano gli elementi più loschi della malavita locale, passano a veri e propri tentativi in grande stile di provocazione e di intimidazione.
Questo ha un solo nome: fascismo. Questo ha un solo marchio: la testa di morto delle squadre d'azione.
E' nel  diritto del popolo italiano di esigere che il germe sia soffocato prima. E' nel diritto del popolo italiano di chiedere che i responsabili siano messi con le spalle al
muro.
Le aggressioni fasciste di Sicilia sono cadute in un momento particolarmente significativo: appena un giorno dopo che era stato varato alla Costituente, sulla base di una equivoca e torbida maggioranza, il quarto governo De Gasperi. Non è dubbio che i gruppi, più retrivi della nazione hanno mostrato di intender subito le speranze che loro apriva il cancellierato. Non vi è dubbio che esse hanno ritenuto possibile, per loro, una volta varato un governo che escludeva i lavoratori, di alzare la testa. E sono venuti i primi frutti: i fatti sanguinosi di Sicilia.
Sabato l'on. De Gasperi si era vantato di aver posto una barriera fra le forze dell'ordine e quelle del disordine. Ebbene sono queste le forze dell'ordine di cui egli parlarlava? I criminali della mafia, gli specialisti delle aggressioni a tradimento, gli assassini delle donne e dei bambini? E'questo che egli promette all'Italia: l'ordìne dei mitra, delle bombe a mano, degli ordigni esplosivi? La verità è che l'on De Gasperi con il suo colpo di mano antidemocratico non ha opposto nessuna barriera, ma ha aperto un varco alle forze del disordine. La verità è che la responsabilità dei fatti di Sicilia non può oggi più limitarsi ai baroni, ai latifondisti, ai capi mafia, ma investe coloro che fino ad oggi ai baroni e ai latifondisti hanno fatto scudo, e ai capi mafia hanno assicurato l'impunità.
L'on. Scelba per esempio. Il quale può vantare il triste titolo di aver fatto morire l'inchiesta di Piana de' Greci, di aver occultato le responsabilità dell'eccidio accreditando la tesi che Piana de' Greci fosse un normale fatto di cronaca nera (più o meno la Noi denunciamo alla nazione la parte di responsabilità che dell'offensiva fascista siciliana questo governo e questi uomini portano sulle loro spalle. I fatti di Partinico, di S. Giuseppe Iato, dì Monreale li accusano. E' tempo che essi facciano l'esame di coscienza, se vogliono risparmiare nuove sciagure all'Italia. Ed è tempo che i pericoli di una tale situazione siano pesati in tutta la loro serietà dalle forze democratiche e repubblicane.
La questione aperta dai fatti siciliani non finisce allo Stretto, ma investe tutta l'Italia.
Siano vigilanti i lavoratori, i democratici, i cittadini onesti di tutto il Paese; siano vigilanti e più che mai uniti. Nessuno si faccia illusioni: attraverso la breccia siciliana si tenta di portare il colpo alla democrazia nel suo complesso; dietro le salme dei lavoratori siciliani assassinati c'è una minaccia per tutti gli italiani amanti della libertà, comunisti e repubblicani, socialisti e democratici cristiani.
L'interesse della nazione e della democrazia vuole che l'offensiva fascista in Sicilia sia stroncata in modo esemplare e decisivo. Se così non fosse, se il governo cancellieresco volesse aggravare le sue responsabilità già pesanti, se De Gasperi o Scelba scegliessero ancora il compromesso o la connivenza con le forze organizzatrici delle stragi fasciste, non vi è dubbio che dinanzi alle forze sane del paese si aprirebbe un nuovo e grave problema politico.


 

Articolo da L'Unità del 24 Giugno 1947

Sanguinosa offensiva del fascismo siciliano

In sei paesi della provincia di Palermo sicari, con mitra e bombe a mano, hanno distrutto le sedi dei partiti di sinistra - Due i morti e sei feriti gravi - Mozione di protesta a Roma di tutti i partiti di sinistra - A Genova oggi sciopero promosso anche dai democristiani - A Torino i lavoratori manifesteranno la loro indignazione oggi al comizio di piazza San Carlo

Palermo, 23 Giugno. Dopo l'orrendo eccidio di Portella della Ginestra, la mafia al soldo degli agrari e dei latifondisti siciliani non ha disarmato. Stimolata dalla colpevole inerzia di chi dall'alto avrebbe dovuto stroncare con inesorabile celerità simili conati di criminalità politica, incoraggiata dai giornali finanziati dal capitalismo i quali si sono scompisciati a definire il tragico fatto come «atto di banditismo» allo scopo di celare i veri responsabili, essa è tornata alla ribalta con nuovi efferati crimini contro i contadini e gli operai di Sicilia.
Alle 23,30 infatti una bomba ed una bottiglia di benzina venivano lanciate in perfetto stile fascista contro i locali della Sezione comunista di Carini. I carabinieri, accorsi sul posto, riuscivano a stento a domare le fiamme.
Contemporaneamente, ed anzi proprio alla stessa ora, un pugno di canaglie attaccava con armi automatiche e bombe a mano la Sezione comunista di Partinico.
Due lavoratori, umili contadini, cadevano assassinati dal piombo e altri sei rimanevano feriti. Ricoverati subito dopo all'ospedale di Palermo, vi versano in gravi condizioni. Contemporanemaente attacchi analoghi venivano portati alle sedi socialiste; anche le sedi comuniste e socialiste e le Camere del Lavoro di S. Giuseppe Jato, Cinisi, Porgeto e Monreale sono state aggredite.
Forze di polizia e carabinieri in gran numero sono stati inviati sui luoghi dei delitti per compiere un'azione di rastrellamento in grande stile. Essa è tutt'ora in corso.
Oggi alle 14, all'Assemblea regionale siciliana, il compagno Colajanni, il popolarissimo Barbato, già comandante garibaldino in Piemonte, ha presentato con carattere di urgenza un'interpellanza «per conoscere il pensiero e l'azione della polizia e del governo regionale in merito all'aggressione contro le sedi del Partito Comunista Italiano e della Camera del Lavoro a Carini, Cinisi, Partinico e San Giuseppe Jato. Poiché dette manifestazioni - prosegue la mozione - trovano riscontro nella campagna diffamatoria e provocatoria di certa stampa, nonché nell'azione svolta in Palermo dal cosiddetto fronte antibolscevico, si vuol conoscere la posizione del governo nei riguardi del grave problema della ma fia e di quello del neofascismo».
L'on. Colajanni, salito alla tribuna e bollati i fatti delittuosi, ha detto: «Poiché in questa sorta di dichiarazioni di guerra anticomunista redatta nei termini abituali si nascondono loschi interessi politici, i crimini commessi contro i lavoratori e i loro rappresentanti costituiscono un attacco aperto non solo contro il comunismo ma contro tutta la democrazia.
«Non c'è bisogno di trovare Giuliano: I fatti si legano e sono evidenti: il fronte antibolscevico ha dato in questi giorni manifestazioni della sua attività recondite; esso non vuole più limitarsi alla città e alla provincia di Palermo, ma comprendere tutta la Sicilia ed eventualmente estendersi al continente».
«Da questa tribuna avevo denunciato la collusione di alcuni elementi della polizia a Partinico con le forze del delitto. Il mio avvertimento era un grido di dolore e oggi devo denunciare dei fatti sui quali è necessario richiamare la precisa attenzione del governo perché vengano recise alle radici le manifestazioni torbide e sotterranee in contrasto con la forza della democrazia».
Ha preso quindi la parola il presidente della regione Alessi il quale ha informato l'Assemblea che pur essendo pervenute  nella nottata alla presidenza della regione le notizie dei sanguinosi fatti avvenuti in provincia di Palermo i relativi fonogrammi sono stati comunicati solo questa mattina alle ore 9. Ha dichiarato di aver disposto per l'immediato licenziamento dei telefonisti responsabili.
All'ultima ora si apprende che il ministero dell'interno ha emesso un comunicato, in cui si deplorano i fatti accaduti e si promette e predispone una vasta azione di polizia contro i colpevoli di tanto crimine.
Dei provvedimenti è stato messo al corrente il presidente della regione siciliana.



 

Dal Blog di Giuseppe Casarrubea jr.

22 giugno 1947: il Rapporto dei CC sulle stragi

Legione Carabinieri

Palermo

Gruppo Interno

Palermo 26.6.1947

-All’Ispettorato generale di PS per la Sicilia- Palermo

-Alla Procura della Repubblica del

Tribunale di Palermo

Oggetto: Azione terroristica contro le sedi dei partiti di sinistra di Partinico, Carini, Borgetto, S.Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi.

Alle ore 1,10’ del 23 corrente, dall’ufficiale di picchetto della caserma ‘Bonsignore’, capoluogo della Legione Carabinieri, mi veniva comunicato che alle ore 23,35 del 22 detto, a San Giuseppe Jato, sconosciuti in numero imprecisato, avevano provocato vivo panico sparando contro la sede comunista del luogo numerose raffiche di mitra, seguite da lancio di bombe a mano. Una donna era rimasta colpita non gravemente dai proiettili di mitra. Recatomi subito in ufficio apprendevo che alcuni feriti erano stati trasportati d’urgenza da Partinico all’ospedale della Feliciuzza ed in cliniche di questa sede, ed avute le prime sommarie notizie, chieste per telefono, mentre si approntavano i mezzi perché io potessi recarmi subito sul posto (una sezione autoblinde- 4 motociclisti e 50 militari del locale battaglione mobile carabinieri), redigevo e facevo trasmettere subito -per telefono- al Ministero dell’interno, ai comandi gerarchici dell’Arma ed alle Autorità locali, il seguente preavviso telefonico:

“Ventidue corrente, poco dopo ore 22 in Partinico et San Giuseppe Jato (Palermo), ignoti numero imprecisato, provocavano vivo panico predetti centri esplodendo direzione sedi comuniste raffiche mitra seguite lancio bombe a mano punto

At Partinico tentavano provocare incendio sede comunista mezzo carburante punto

Partinico segnalati finora un morto et cinque feriti punto virgola San Giuseppe Jato un ferito punto Recomi luogo con adeguati rinforzi fine”

Giungevano nel frattempo il signor tenente colonnello Sellitto, comandante interinale della Sezione Carabinieri di Palermo, il signor questore Giammorcaro ed il Capo di gabinetto dell’Ispettorato generale di PS, recatisi subito a conferire con l’Ispettore comm. Messana.

Alle ore 2,40 -con i rinforzi di cui avanti è cenno- in unione ad un funzionario di PS ed agenti, partivo per Partinico, ove giungevo alle ore 4,20.

Resomi conto di quanto dolorosamente erasi verificato, avendo avuto comunicazione che azioni terroristiche del genere si erano avute pure in altri centri della giurisdizione del gruppo, a seguito del preavviso telefonico, facevo trasmettere agli stessi enti e comandi le seguenti segnalazioni:

“ Fa seguito preavviso telefonico n. 616/1 ventitrè corrente punto

Carini ore 23 ieri 22 andante numero imprecisato sconosciuti lanciavano bottiglia benzina et bombe mano contro porte sede partito comunista et si allontanavano spargendo vie adiacenti manifestini at firma Giuliano Salvatore annunzianti inizio crociata antibolscevica di cui bandito proclamasi promotore punto Incendio subito domato militari Arma punto

Borgetto ore 23,30 detto sede comunista fatta segno completa scarica mitra quarantina colpi che danneggiavano insegna Camera del Lavoro cui predetta sede est abbinata punto

Accertamenti comandante stazione risultava che due sconosciuti vestiti carabinieri avevano fatto fuoco dileguandosi subito punto

Cinisi ore 3 oggi sconosciuti numero imprecisato provocavano esplosione ordigno sede unica socialcomunista et incendio bidone benzina punto Lievi danni porta ingresso punto

Prime indagini episodio Partinico valse stabilire che sconosciuti numero imprecisato da via laterale corso principale cui habet sede sezione comunista sparate scariche mitra lanciavano fiasco benzina et cinque bombe di cui tre esplose provocando incendio esterno locale ove trovavansi sei iscritti partito di cui uno ucciso et quattro feriti punto Rimasto pure ferito altro elemento luogo che trovavasi casualmente pressi sezione comunista punto.

Perdite causate essenzialmente colpi mitra perchè esplosione bomba scopo incendio et distruzione locale verificatasi quando colpiti avevano cercato riparo interno sezione et immediate adiacenze punto Bossoli mitra rinvenuti strada 46 punto Anche qui rinvenuti manifestini stampa crociata antibolscevica punto Stampati macchia recano solo dattiloscritti firma “Giuliano” et località suo quartiere generale “Sagana” punto

Spirito popolare scosso et allarmato punto virgola Ordine pubblico normale punto

Proseguo per San Giuseppe Jato fine”.

Le azioni terroristiche di cui avanti è cenno, sono state caratterizzate dalla rapidità e la sorpresa è stata tale che neanche i colpiti hanno potuto rendersi conto; i presenti, in preda a vivo panico, hanno avuto la sola preoccupazione di fuggire e mettersi al sicuro.

Salvo il travisamento con divise da carabinieri dei due fuorilegge che hanno agito a Borgetto, negli altri centri i malfattori hanno operato a viso scoperto, ma nessuno di essi è stato riconosciuto.

A Partinico è corsa la voce che un autocarro di tinta rossa abbia attraversato il corso dei Mille e che la prima scarica di mitra sia avvenuta subito dopo che l’automezzo è transitato all’altezza della sede comunista; A Carini ed a Cinisi che i delinquenti siano andati in macchina (jeep a Cinisi).

Nessun particolare attendibile si è potuto avere: il terrore che si è diffuso nei paesi è tale da indurre anche chi sa qualcosa a tacere. Tutti gli accorgimenti sono stati escogitati per indurre qualcuno a parlare, ma la risposta è stata sempre una: “ho udito gli spari, le esplosioni delle bombe e sono scappato”, oppure “ho chiuso il balcone e non ho visto più nulla”.

Espongo qui di seguito, i particolari delle azioni terroristiche:


Partinico

Giuseppe Casarrubea senior (1899-1947)

Alle ore 22 del 22 andante, mentre la musica suonava in piazza Garibaldi, alcuni sconosciuti, ritiensi in numero di quattro, appostatisi all’angolo di via Pozzo del Grillo, altezza Corso dei Mille, quasi dirimpetto alla sede comunista, esplodevano alcune raffiche di mitra e lanciavano un fiasco di liquido infiammabile e alcune bombe a mano contro la sede del partito predetto, sita al n. 313 del Corso.

I numerosi colpi di arma da fuoco, tre distinti scoppi di bombe ed il liquido andato in fiamme sul marciapiedi, impressionavano vivamente quanti stavano in quei pressi, i musicanti smettevano di suonare ed il pubblico, ancora numeroso in piazza, e nel corso, si allontanava di corsa. Due carabinieri che stavano in piazza, accorrevano prontamente, mentre altri giungevano poco dopo, unitamente ad agenti, al commissario capo di PS Agnello Pietro, e al sottotenente dei Carabinieri Tomaselli Domenico, comandante della locale tenenza.

Penetrati nella sede della sezione comunista rinvenivano bocconi sul pavimento, in una pozza di sangue, il cadavere di un uomo identificato per Casarrubea Giuseppe, di anni 47, da Partinico, ebanista, iscritto al Partito Comunista. Presentava ferite di mitra e di schegge di bombe all’emitorace posteriore sinistro, alla regione sottomascellare destra ed alla fronte.

Altre cinque persone erano rimaste colpite, riportando ferite varie:

Lo Iacono Vincenzo, di anni 38, dichiarato in pericolo di vita e riconosciuto abbisognevole di intervento che non ha avuto luogo; le sue condizioni vanno migliorando;

Addamo Leonardo, di anni 42, mediatore;

Patti Salvatore di anni 39, calzolaio;

Salvia Giuseppe, di anni 42, agricoltore;

tutti da Partinico, comunisti;

Ofria Gaspare, di anni 53, impiegato privato pure da Partinico, ma non iscritto al partito. Egli, alle prime detonazioni, aveva affrettato il passo per ripararsi, venendo nel frattempo colpito.

Vincenzo Lo Iacono

Un testimone oculare, tale Mazzurco Andrea, di anni 28, contadino, non aderente al partito stesso, ma che al momento degli spari stava davanti alla sede, insieme al ferito Lo Iacono,  ha dichiarato di avere riportato l’impressione che le prime raffiche di mitra siano state esplose in aria per intimidire e fare allontanare la gente, ciò che non appare attendibile dal momento che delle sei persone che stavano davanti alla sezione, solo Mancuso Salvatore di anni 28, da Palermo, insegnante elementare, è rimasto miracolosamente illeso, per essersi, ai primi spari, buttato a terra, mettendosi, subito dopo al riparo nell’interno del locale. Il ferito Addamo Leonardo è stato trovato con la rivoltella in pugno per avere cercato difendersi, senza riuscire, però, ad esplodere alcun colpo perchè l’arma era ancora carica all’atto in cui gli è stata sequestrata.

Sul posto sono evidenti le tracce dell’esplosione di tre bombe a mano; altre due non sono esplose. Rinvenuti: 41 bossoli di cartucce per fucile mitra cal. 9; n. 8 pallottole di piombo schiacciate, n. 3 cappe di bombe a mano ed altrettante linguette di sicurezza; pezzi di vetro e paglia di rivestimento del fiasco che conteneva il liquido infiammabile.

Rinvenuti due manifestini in via Pozzo del Grillo, diretti ai “Siciliani”, e annuncianti che l’ora decisiva è già scoccata per la lotta antibolscevica, e che coloro che vogliono parteciparvi, per evitare che la Sicilia possa cadere preda dei rossi, accorrano al feudo “Sagana”, quartiere generale di Giuliano, annunciatosi promotore della crociata. Stampati alla macchia recano solo dattiloscritti la firma “Giuliano” e la località “Sagana”.

Allegato 1- originale per l’autorità giudiziaria; copia per gli altri enti e comandi in indirizzo.

 

Carini

Verso le ore 23 del giorno 22 venivano lanciate due bottiglie di benzina ed una bomba a mano, che determinavano un principio di incendio contro la porta della sede del Partito Comunista, provocando molto panico fra le persone degli stabili vicini e tra il pubblico che, a quell’ora, gremiva ancora la vicina piazza Duomo.

I malfattori, compiuto l’attentato, si dileguavano per la campagna, non senza prima avere esploso alcuni colpi di mitra contro la stessa sede. Attratti dalla detonazione e dalle grida accorrevano immediatamente sul posto i carabinieri della locale stazione, alcuni dei quali -con l’aiuto di volenterosi- si prodigavano per spegnere il fuoco, che aveva invaso la porta della sede comunista, mentre altri militari tentavano inutilmente l’inseguimento dei responsabili, prontamente dileguatisi.

Iniziate le indagini si poteva accertare che una decina di individui, forniti di armi militari e di tascapani, entrati in paese provenienti dalle campagne adiacenti allo stradale Carini-Montelepre, si erano diretti in via Roma, e, mentre due di essi distaccatisi avevano raggiunto via Rosalino Pilo, a poca distanza dalla sede del Partito Comunista, gli altri erano rimasti fermi. Quindi ad un cenno fatto da uno degli appartenenti al gruppo più numeroso, i primi lanciavano le due bottiglie di benzina e una bomba a mano.

Nessun danno alle persone.

Raccolte all’alba notizie più attendibili sulla direzione presa dagli autori dell’azione terroristica, venivano disposti servizi perlustrativi sullo stradale di Montelepre, senza migliore esito.

Anche qui sono stati lanciati manifestini di inizio della crociata antibolscevica, come quelli di Partinico.

 

Borgetto

Verso le ore 23,30 del 22 detto, una raffica di mitra, sparata a circa 20 metri dalla caserma dell’Arma richiamava l’attenzione di quei militari, i quali riportavano l’impressione che si trattasse di attacco alla caserma stessa.

Ne seguiva per le vie un fuggi fuggi di persone terrorizzate che imprecavano contro i carabinieri ai quali attribuivano gli spari. Immediatamente quel comandante di stazione usciva con altri militari, accertando che due individui, indossanti la divisa grigio-verde da carabiniere, ed armati di mitra, avevano esploso una raffica in direzione della sede unica del Partito Comunista e della Camera del Lavoro, in via Roma, n.1, e si erano dileguati imboccando una strada laterale. Sottufficiale, comandante e militari disponibili, messisi all’inseguimento, non riuscivano, per l’oscurità della notte, ad avvistarli.

Nelle prime ore del mattino si poteva meglio accertare che i colpi avevano raggiunto le insegne del Partito stesso e della Camera del Lavoro, nonchè un’attigua abitazione privata.-

Nessun danno alle persone.

 

San Giuseppe Jato

Alle ore 23,35 del 22 detto quattro individui in abito civile, muniti di armi militari e di tascapani si portavano in via Trapani - angolo della via principale Umberto I° -  Immediatamente due di essi si distaccavano, dirigendosi verso la sede unica Partito Comunista-Camera del Lavoro e cooperativa agricola “Arciprete Natale Migliore”, ove appena giunti e dopo aver fatto cenno alle persone che sostavano di allontanarsi - iniziavano fuoco ininterrotto di mitra con lancio di bombe a mano contro l’edificio stesso posto al primo piano.

Compiuto l’atto terroristico i quattro si dileguavano, continuando di tanto in tanto a sparare fino in prossimità della campagna-.

In via Vittorio Emanuele un proiettile colpiva certa Rizzo Benedetta, di anni 37, che riportava ferita giudicata guaribile in giorni quindici.

Carabinieri della stazione e del nucleo mobile, attratti dalle detonazioni e avvertiti dal sindaco, accorso in caserma, intervenivano prontamente e sulla base delle indicazioni raccolte battevano infruttuosamente la strada presumibilmente seguiti dai malfattori.-

L’edificio ha riportato danni alle persiane ed al balcone con la rottura di tutti i vetri.-

Sul posto dal quale i malfattori avevano aperto il fuoco si rinvenivano sette cartucce di mitra non esplose e 83 bossoli della stessa arma.-

Tre bombe a mano venivano rinvenute inesplose nel corso Umberto sotto la sede comunista.-

Monreale

Verso le ore 2,15 del 23 andante la stazione dei Carabinieri di Monreale veniva informata che si era sviluppato un incendio nella locale sede del partito socialista e che mercè l’opera di volenterosi era stato prontamente domato.-

Intervenuti immediatamente sul posto il Comandante della Compagnia dei Carabinieri in unione a sottufficiali e militari dipendenti, iniziava pronte indagini sulle causali dell’incendio, venendo così a sapere che il fuoco era stato appiccato da ignoti, che avevano cosparso di petrolio la porta esterna del locale.-

Si procedeva subito dopo al fermo di due individui, il cui comportamento era apparso equivoco, ma esclusa nel fatto la loro responsabilità, venivano subito dopo rilasciati.-

Proseguendo, tuttavia, alacremente nelle indagini, l’Arma veniva a sapere che verso le ore 1,50’ della notte, proveniente dallo stradale di Pioppo, era giunto a Monreale un camioncino con una quindicina di persone a bordo e che giunto a circa 20 metri dalla sede socialista aveva girato per ritornare verso Pioppo, sostando poi a un centinaio di metri di distanza, nei pressi dell’ufficio postale, dove pare fossero discesi alcuni della comitiva.-

Questa circostanza, messa in relazione all’attentato commesso poco dopo, ha fatto ritenere che i responsabili siano giunti effettivamente con l’automezzo.-

Cinisi

Alle ore 3,45 circa del 23 corrente alla locale stazione carabinieri veniva comunicato che poco prima era scoppiato un ordigno esplosivo davanti la porta della sede del partito social-comunista, rimasta danneggiata.

I militari dell’Arma, prontamente intervenuti, rinvenivano sul posto un ordigno esplosivo costruito rudimentalmente con un barattolo di lamiera, chiuso da una parte con una copia del settimanale politico “L’Uomo Qualunque” e collegato con una miccia, già consumata.-

L’ordigno scoppiando aveva provocato l’accensione del carburante contenuto in un bidone, così che il liquido si era sparso sul terreno senza provocare danni.- La porta d’ingresso della sede socialcomunista era stata aperta dallo scoppio dell’ordigno e dentro si notava del disordine.-

Esperite pronte indagini si poteva conoscere, stando alle dichiarazioni più attendibili, che l’attentato era avvenuto verso le ore 3 ad opera di numero imprecisato di malfattori allontanatisi a bordo di automezzo col quale erano giunti.-

Nella notte dal 23 al 24 corrente, durante la giornata che ne seguiva ed il successivo 25, a richiesta dell’Ispettorato generale di PS, ufficiali e sottufficiali di questo gruppo, espressamente comandati, hanno fermato i sottonotati elementi, tutti appartenenti alla mafia e ritenuti sostenitori del capo-banda Giuliano Salvatore.-

 

 

Articolo da La Sicilia del 24 Giugno 2012

Terrore contro la sinistra

di Dino Paternostro

Tra il 22 e il 23 giugno 1947 a Partinico, Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi vi furono assalti armati contro i militanti e le sedi della Cgil e del Pci, che provocarono morti e feriti.
Caddero i sindacalisti Casarrubea e Lo Jacono

«Per non perdere la memoria e onorare i compagni che hanno creduto fino all’estremo sacrificio in un nobile ideale - ha sottolineato venerdì  scorso Totò Bono, della Camera del lavoro di Partinico – anche quest’anno la Cgil ha voluto ricordare la strage avvenuta nella notte tra il 22 e il 23 giugno del 1947». Allora, a quasi due mesi dalla terribile strage di Portella della Ginestra, infatti, a Partinico, Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi si verificarono delle azioni terroristiche armate contro i militanti e le sedi della Cgil e del Pci, che provocarono morti, feriti e terrore. Gli autori furono esponenti della banda Giuliano, mafiosi e neofascisti, che continuarono così l’offensiva contro il movimento contadino e le forze della sinistra, che lottavano per il diritto al lavoro e per la riforma agraria. Il raid più grave si svolse a Partinico, dove furono uccisi Giuseppe Casarrubea Sr. (padre dello storico, Giuseppe Jr.) e Vincenzo Lo Jacono e ferite altre persone. Ecco come il Maggiore Comandante del Gruppo Carabinieri di Palermo, Antonino Denti di Forlì, raccontò le azioni armate all’Ispettorato generale di P. S. e alla Procura della Repubblica di Palermo. «A Partinico – scrisse il militare nel suo rapporto - alle ore 22 del 22 andante, mentre la musica suonava in piazza Garibaldi, alcuni sconosciuti, ritiensi in numero di quattro, appostatisi all’angolo di via Pozzo del Grillo, altezza di Corso dei Mille, quasi dirimpetto alla sede comunista, esplodevano alcune raffiche di mitra e lanciavano un fiasco di liquido infiammabile e alcune bombe a mano contro la sede del partito predetto, sita al n. 313 del Corso. I numerosi colpi di arma da fuoco, tre distinti scoppi di bombe ed il liquido andato in fiamme sul marciapiedi, impressionavano vivamente quanti stavano in quei pressi, i musicanti smettevano di suonare ed il pubblico, ancora numeroso in piazza, e nel corso, si allontanava di corsa. Due carabinieri che stavano in piazza, accorrevano prontamente, mentre
altri giungevano poco dopo, unitamente ad agenti, al commissario capo di PS Agnello Pietro, e al sottotenente dei Carabinieri Tomaselli Domenico, comandante della locale tenenza. Penetrati nella sede della sezione comunista rinvenivano bocconi sul pavimento, in una pozza di sangue, il cadavere di un uomo identificato per Casarrubea Giuseppe, di anni 47, da Partinico, ebanista, iscritto al Partito Comunista. Presentava ferite di mitra e di schegge di bombe all’emitorace posteriore sinistro, alla regione sottomascellare destra ed alla fronte. Altre cinque persone erano rimaste colpite, riportando ferite varie: Lo Iacono Vincenzo, di anni 38, dichiarato in pericolo di vita e riconosciuto abbisognevole di intervento che non ha avuto luogo (poi sarebbe morto – ndr); Addamo Leonardo, di anni 42, mediatore; Patti Salvatore di anni 39, calzolaio; Salvia Giuseppe, di anni 42, agricoltore; tutti da Partinico, comunisti; Ofria Gaspare, di anni 53, impiegato privato, pure da Partinico, ma non iscritto al partito». In seguito, si sarebbe accertato che Ofria era stato uno del commando degli aggressori. A colpirlo, nonostante fosse ferito, fu Leonardo Addamo, che estrasse la sua rivoltella, di cui era legittimamente in possesso, e sparò un colpo contro gli aggressori per difendere se stesso e i suoi compagni. Un certo Andrea Mazzurco avrebbe poi raccontato ai carabinieri di avere avuto l’impressione che le prime raffiche di mitra fossero state sparate in aria per fare allontanare la gente. Ma «ciò che non appare attendibile – scrisse il comandante dei CC nel suo rapporto - dal momento che delle sei persone che stavano davanti alla sezione, solo Mancuso Salvatore di anni 28, da Palermo, insegnante elementare, è rimasto miracolosamente illeso, per essersi, ai primi spari, buttato a terra, mettendosi, subito dopo al riparo nell’interno del locale». Sul posto, furono «rinvenuti 41 bossoli di cartucce per fucile mitra cal. 9; n. 8 pallottole di piombo schiacciate, n. 3 cappe di bombe a mano ed altrettante linguette di sicurezza; pezzi di vetro e paglia di rivestimento del fiasco che conteneva il liquido infiammabile». Una vera azione di guerra contro il movimento contadino, con l’obiettivo di fermare il “vento del nord”, l’avanzata delle forze democratiche e di sinistra.



 

 

 


di Raffaele Losardo

Vorrei cogliere l'occasione della coincidenza tra questa nona edizione del Premio Losardo e le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, celebrazioni che hanno avuto uno dei momenti più importanti nella festa della Repubblica dell'altro ieri, per dirvi del mio incontro con l'idea (con il concetto) di patria. Vorrei approfittare di questa occasione, perché la parola patria (e quindi anche il concetto di patria) – come è a tutti noto – ha la radice, il suo etimo nella parola pater, padre: patria è la terra dei padri; in un'accezione ancora più ristretta, indica la terra bagnata dal sangue dei padri, quella fondata, difesa e riscattata dal sacrificio dei padri.
Papà scrisse a suo tempo un articolo su questo tema: lui, che era stato in gioventù un cronista dell'Unità della Calabria, amava molto - come non ha mancato di ricordare Annalisa Ramundo nella sua bella tesi di laurea – scrivere articoli di varia cultura. L'articolo credo fu pubblicato sulla rivista “Chiarezza”, e (spero di non sbagliare) il titolo dovrebbe essere I comunisti, la patria, le guerre.  
Avrei voluto citarvene qualche brano, ma purtroppo non l'ho ritrovato nelle sue carte.
Vi dirò comunque qualcosa della sua concezione di patria, perché ho per fortuna un ricordo preciso di un aneddoto, che lui ha raccontato più di una volta, con il chiaro proposito di mettere in guardia da una troppo facile e ricorrente retorica dell'amor di patria; e di tenere a bada i falsi sentimenti, traendo ispirazione dai sentimenti più veri, profondi ed autenticamente popolari.
Egli narrava di una cerimonia accaduta durante il fascismo: un contadino era stato convocato (credo proprio a Cetraro) da autorità militari e politiche dell'epoca; presentatosi a queste autorità era stato messo al corrente del fatto che il figlio – che era partito per fare il soldato in  periodo di guerra – era stato ucciso. Le autorità avevano pensato bene di tentare di mitigare a quel padre sconsolato lo strazio della notizia, ma poi avevano incominciato a parlargli con enfasi della gloria imperitura conquistata dal giovane, del supremo sacrificio compiuto per amore e per il bene della patria, del suo eroico esempio che sarebbe stato ricordato dalla patria riconoscente, ecc.. L'anziano contadino, che per rispetto alle autorità era rimasto fino a quel momento con il cappello in mano, a quelle parole aveva stretto tra le due mani il cappello e, dopo averlo appallottolato, lo aveva scagliato per terra e aveva replicato:.
Si tratta di un episodio vero e non vi è nulla di inventato in quello che vi ho raccontato.
Una prima considerazione.
La patria è, come dicevo prima, la terra dei padri, la terra che trae fondamento dal sacrificio, dalle opere, dall'esempio e dal sudore dei padri. Ma bisogna evitare ogni equivoco, e gli italiani hanno vissuto purtroppo anche esperienze equivoche, ossia esperienze in cui le classi dirigenti (da ultimo, come dicevo prima, la dittatura fascista), hanno ingannato il popolo con la retorica dell'amor di patria, mandandolo ad immolare i suoi figli in guerre senza speranze e senza senso.
Per avere un riscontro chiaro e tangibile di questo concetto, consiglio a tutti di andare una volta – se dovesse capitarvene l'opportunità – a visitare uno dei tanti cimiteri militari, nei quali si trovano le spoglie dei nostri soldati: quando osserverete le file interminabili di croci e lapidi, ponete attenzione all'indicazione degli anni di nascita e di morte dei caduti: una lunga serie di alfa ed omega contrassegnano ogni stele, tutte inesorabilmente uguali, con intervalli di tempo brevissimi tra nascita e morte, di 18, 19, massimo 20 anni, a segnare lo spegnersi non dei padri, ma di intere generazioni di figli.
Patria, patriottismo sono quindi espressioni delicate, da usare con cautela, perché l'esperienza ci dice che non mancano certo mascalzoni pronti a strumentalizzare i sentimenti e le vicende della storia di un popolo, ossia di una patria, per deteriori fini di conquista o conservazione personale del potere.
La strumentalizzazione arriva talvolta ad operazioni di vera e propria manipolazione della storia, con la proposizione di riletture inaccettabili di vicende patrie, sulle quali da tempo la storia ha pronunciato verdetti inequivocabili.
Faccio un'apparente e breve digressione: è capitato ad esempio, proprio nel corso della recente campagna elettorale, che si sia tentato di rimettere in discussione finanche il dato storico rappresentato dalla liberazione dal nazifascismo a Milano ad opera del CLNAI, tentandone di ascrivere il merito non si sa bene a chi, salvo paventare poi la necessità di promuovere oggi una nuova liberazione della capitale del nord dal presunto pericolo di una dittatura comunista.
Alla base di questi tentativi c'è sempre qualcosa di losco, oltre ad una notevole dose di rozza ignoranza. Però c'è sempre il rischio che si crei disorientamento e perciò occorre rintuzzare ogni volta con decisione queste manipolazioni: basterebbe, per ritornare alla questione della lotta di liberazione a Milano, far studiare i documenti, spiegando ad esempio che quella fotografia famosissima, in cui si vedono i dirigenti partigiani Riccardo Bauer, Sandro Pertini ed altri che marciano con passo marziale insieme al partigiano comunista Luigi Longo, lungo una strada di Milano finalmente libera dalla marmaglia nazifascista, altro non rappresenta che il ruolo fondamentale che ha avuto l'unità delle diverse componenti dell'antifascismo – quella di matrice comunista e socialista, quella cattolica e quella di ispirazione laica e liberale nella riconquista della libertà e nella costruzione della democrazia.  
Per fortuna c'è una memoria che resiste e che si tramanda, una memoria che poi si traduce talvolta anche nella sconfitta politica di questi rozzi mistificatori della storia: consentitemi questa ulteriore breve digressione nell'attualità politica, ma a mio avviso anche per questa ragione a Milano le elezioni sono state perdute da Silvio Berlusconi (badate, dal nostro attuale premier e non da Letizia Moratti)  e vinte invece da Giuliano Pisapia. Per chi non lo sapesse, Giuliano ha tra le sue pagine professionali più belle  anche quella del processo (al quale, consentitemi di dirlo con orgoglio, partecipai anche io, accanto al mio maestro Fausto Tarsitano), nel quale fu ottenuta la riabilitazione di due partigiani, Germano Nicolini ed Ello Ferretti, che erano stati ingiustamente condannati per un assassinio (quello del parroco don Umberto Pessina) che non avevano commesso, ma che negli anni torbidi del dopoguerra doveva essere attribuito, anche a costo della calunnia, ai due dirigenti e partigiani comunisti, per infangare l'intera storia dei comunisti italiani.
Un ulteriore digressione: quando sento parlare di giustizia politicizzata, come della tara più pericolosa e perniciosa della giustizia italiana, mi viene da sorridere, pensando che certamente la nostra giustizia è malata e talvolta è stata ed è anche politicizzata; ma questa tara proviene da tutt'altra parte (come ben potrà confermarvi il dott. Fabio Regolo, che ora saluto, di cui ricordo il bell'intervento al recente congresso di MD, che si può reperire navigando su internet); basti pensare a quella arcinota vicenda di corruzione in atti giudiziari, che è pervenuta anche in Cassazione alla condanna definitiva di un noto avvocato, che è stato perfino ministro e parlamentare della repubblica, o ancora ad altre vicende recenti e meno recenti di tentativi di condizionamento di decisioni e nomine in ambito giudiziario (penso alle vicende della P2 e alla cosiddetta P3).  
Voglio dirvi ancora di un altra vicenda giudiziaria, nella quale fu impegnato anche questa volta il mio maestro, l'avvocato Fausto Tarsitano, che parla anch'essa del senso vero e profondo dell'amor di patria.
Mi riferisco al processo a don Lorenzo Milani, in relazione alla vicenda della pubblicazione della sua lettera ai cappellani militari. In questo processo Fausto aveva difeso Luca Pavolini, all’epoca vicedirettore di Rinascita, reo di avere pubblicato sul settimanale comunista questo scritto prezioso di don Milani, che tratta dell’obiezione di coscienza, un testo che a rileggerlo mette i brividi ancora oggi. Scriveva dunque don Milani, rivolgendosi ad alcuni cappellani militari, che avevano tacciato di viltà gli obiettori di coscienza: . Così scriveva Don Milani nel lontano febbraio del 1965, in questo scritto straordinario in cui il prete di Barbiana riportava poi quella parte dell’articolo 11 della Costituzione, che sancisce il principio che l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Ed ecco qui, in una prima approssimazione, cos'è, nella concreta esperienza di ognuno di noi, la patria: essa è il luogo dell'accoglienza e della crescita, il luogo cioè dove una nuova vita o, generalizzando, una nuova generazione viene amorevolmente accolta, ricevuta e presa in carico dalle mani forti ed autorevoli della generazione dei padri, nutrita dei suoi insegnamenti preziosi e quindi guidata a sua volta verso l'assunzione delle responsabilità ed il tempo della maturità.
Patria è quindi ogni luogo in cui avvenga quest'incontro, questo scambio, questo riconoscimento ed assunzione di impegno e di responsabilità tra generazioni diverse; il luogo in cui le tante sofferte conoscenze e conquiste dell'umanità vengono trasmesse, come un testimone, attraverso tramiti talvolta impensati e impensabili, alle esperienze di apprendimento, alle riflessioni ed alle conquiste delle nuove generazioni.
Artefici di questa trasmissione sono quindi i padri ed il terreno in cui avviene questo scambio è la patria, ma i due termini devono essere assunti e compresi in un senso non solo (come dire?) genetico-formale, ma in un senso spirituale ed in un'accezione larga: perché è nei luoghi ed è dai luoghi più diversi e talvolta lontanissimi e remoti che arrivano rivoli di conoscenze e conquiste; ed è in questi luoghi che si radica, per ciascuno di noi secondo la propria personale esperienza, l'incontro con i padri, ossia con le più avanzate conquiste della mente umana, con le personalità più spiccate della storia.
Io avverto e credo che un po' tutti avvertiamo ogni giorno, in questi tempi di grandi turbolenze e di non facile interpretazione, la necessità di orientarci e di trovare la bussola, rivolgendoci ed ispirandoci alle voci autorevoli del passato, a quelli che chiamiamo i padri della patria.
Per quel che mi riguarda, padri della mia patria sono quindi certamente i grandi eroi del risorgimento (ai quali sarà bene accostare – come ha fatto recentemente Roberto Benigni – alcuni nani politici dei nostri tempi, per misurare l'abisso caricaturale di certe pretese di grandezza); ma padri sono poi certamente quei padri costituenti ai quali dobbiamo riconoscere oggi un bene preziosissimo quale la nostra Carta Costituzionale, questo documento che da 63 anni contiene le regole del nostro vivere insieme, della nostra casa comune e che pone nel lavoro, al suo articolo 1, il fondamento della sua esistenza: una Carta bellissima che ci è invidiata ancora dai paesi che si affacciano oggi alla democrazia, frutto dell'incontro (come dicevo già prima) delle principali correnti culturali del nostro tempo e che improvvidamente qualcuno vorrebbe cambiare, non per accogliere nella casa comune nuovi soggetti che prima se ne erano tenuti fuori, ma per stravolgere il contenuto della carta e tentare di mettere al bando i valori propugnati dai suoi artefici.
Io  spesso mi trovo ad aspettare e ad auspicare che una parola chiarificatrice, sulle questioni che vedono aspre contrapposizioni di tesi ed opzioni politiche, giunga anche dai grandi padri del nostro presente, e mi riferisco al nostro presidente della repubblica, Giorgio Napolitano; o attendo di leggere sulla stampa o di ascoltare in qualche raro passaggio televisivo le sagge riflessioni di forti personalità dell'intellettualità. Faccio alcuni nomi: Gustavo Zagrebelski, Stefano Rodotà, Roberta De Monticelli.
Il bello di avere una patria è anche quello di avere dei compatrioti. Annoveravo prima tra i padri della mia personale patria don Lorenzo Milani. Ebbene proprio l'altro ieri don Lorenzo Milani veniva menzionato tra le personalità, che nell'ambito della esperienza della scuola italiana ha apportato una ventata di novità e di unificazione della patria, nell'ambito di una puntata speciale di Fahrenheit, la meritoria trasmissione di radiotre, dedicata al 150° anniversario dell'unità d'Italia. Ecco, qui ci sono oggi due compatrioti che ricevono il premio Losardo, Loredana Rotundo e Alessandro Leogrande, che a radiotre collaborano da tempo: radiotre è per me, nel panorama spesso desolante dell'esperienza massmediologica italiana, una piccola patria, dove spesso cerco e trovo rifugio. Sono un tenace ascoltatore di radiotre fin dall'adolescenza, quando da un vecchio apparecchio radio in casa di mia nonna seguivo (non potendolo fare direttamente in un piccolo paese come Fuscaldo, che non offriva  luoghi di ascolto di musica colta) trasmissioni musicali di altissima qualità (penso ancora oggi all'ascolto dei Quartetti e della Sinfonia dello Zodiaco di Gianfrancesco Malipiero o alle lezioni di Piero Rattalino, sul pianoforte nella musica contemporanea). Ancora oggi questa  emittente presenta un palinsesto di grandissimo interesse, con trasmissioni, che meriterebbero ognuna di essere menzionate. Il mio plauso a Loredana e ad Alessandro, questi nostri compatrioti, va esteso quindi anche a radiotre.
Vi dicevo poc'anzi della puntata di Fahrenheit dedicata ai 150 anni dell'unità. Nel corso della trasmissione è stato intervistato tra gli altri anche il Giudice Caselli, che ha avuto modo di fare riferimento ad un altro particolare della mostra in corso a Torino: si tratta della presenza all'interno della mostra di alcuni faldoni, che portano  i titoli di alcune grandi inchieste. Caselli ricordava i faldoni intitolati alla strage di via d'Amelio ed alla strage di Capaci e menzionava Andrea Camilleri che, con riferimento a queste due stragi, ne aveva parlato come del nostro 11 settembre, le nostre due torri gemelle: eventi che nella loro drammaticità hanno creato dapprima grande smarrimento, ma hanno rappresentato poi un punto di avvio di una riflessione unitaria e di un movimento di ribellione dei giovani di Palermo.
Ebbene, cito allora a questo proposito altri due compatrioti, Danilo Chirico e Alessio Magro, che con i loro lavori (e vorrei ricordare non solo il libro oggi premiato, “Dimenticati”,ma anche il bellissimo libro sul Caso Valarioti e la loro collaborazione ad un importante sito internet) ci invitano a ripartire dalle tante altre storie dei caduti in Calabria per mano della mafia.
In questa narrazione che lascia senza fiato, perchè Alessio e Danilo ricostruiscono e raccontano con puntualità le vicende se non sbaglio di oltre duecento delitti di mafia in Calabria, c'è la storia che tocca oggi qui un'altra compatriota, Rosanna Scopelliti, figlia di un altro padre di questa nostra patria, che giusto alcuni giorni fa ha rilasciato una bellissima intervista che spero sia stata oggetto della dovuta attenzione.
E poi vorrei ricordare tra i nostri compatrioti il direttore de Il Quotidiano della Calabria, Matteo Cosenza, con il quale sono stato recentemente in una scuola di Cetraro a parlare di mafia, e a ricordare Giovanni Losardo e Massimiliano Carbone insieme alla sig.ra Liliana, la coraggiosa mamma di Massimiliano.
Non ci sono medaglie che abbiano grande valore venale in premio ai patrioti di questa patria, ma un po' di libertà in più certamente sì.
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