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24 Marzo 1994 Gravina di Catania. Uccisione di Luigi Bodenza, 50 anni, assistente capo Polizia Penitenziaria PDF Stampa

Foto da:  leduecitta.com

Fonte:  polizia-penitenziaria.it

Nato ad Enna il 26/09/1944 in servizio presso la Casa Circondariale di Catania. Il 24 marzo 1994 a Gravina (CT), smontante dal servizio appena prestato, alla guida della propria auto, veniva affiancato da un'altra autovettura al cui interno si trovavano due sicari che lo attingevano di numerosi colpi d'arma da fuoco uccidendolo. Riconosciuto "Vittima del Dovere" ai sensi della Legge 466/1980 dal Ministero dell'Interno. In data 7.6.2004 gli è stata altresì conferita dallo stesso Dicastero la Medaglia d'Oro al Merito Civile alla memoria.
La motivazione - www.quirinale.it
La caserma del penitenziario di Caltagirone è stata intitolata a Luigi Bodenza -
articolo su Le Due Città
In ricordo di Luigi Bodenza a dieci anni dall'uccisione
Intitolazioni :
- Campo Sportivo presso C.C. Siracusa
- Caserma Agenti presso C.C. Caltagirone

Dati aggiornati al 15/07/2009
A cura della Direzione Generale del Personale e della Formazione Ufficio II° Affari Generali del Corpo di Polizia Penitenziaria

 

 

Articolo da L'Unità del 26 Marzo 1994

«Terrorismo mafioso» dietro l'omicidio dell'agente dì custodia

di Walter Rizzo

Si affaccia un'ipotesi inquietante sull'assassinio di Luigi Bodenza, l'assistente della Polizia penitenziaria ucciso a Catania la scorsa notte da un commando di killer mafiosi.
Il direttore del carcere di Catania e i colleghi dell'agente parlano di un attacco alla divisa, un gesto di terrorismo mafioso. Le indagini intanto non riescono ancora a trovare un movente nell'attività di servizio dell'agente. Ai funerali oggi pomeriggio sarà presente il ministro Conso.

CATANIA Un attacco di tipo terroristico contro chi si batte contro la mafia in una delle trincee più esposte quella delle carceri. I colleghi di Luigi Bodenza l'assistente capo della polizia penitenziaria massacrato a Catania da un commando mafioso non hanno dubbi. Ieri mattina tra le vecchie mura fatiscenti del carcere catanese di piazza Lanza c'era la rabbia ma anche la lucidità per dare una chiave di lettura che fa accapponare la pelle. Un omicidio emblematico con una vittima sacrificale presa a caso per dimostrare a chi lavora nelle carceri ma anche a chi sta fuori che la potenza di Cosa Nostra è ancora intatta che le grandi operazioni di polizia e magistratura che hanno portato dentro quelle mura centinaia di uomini d'onore non hanno scalfito il potere di vita e di morte che Cosa Nostra ha sulla città. Un sospetto atroce che viene avvalorato dalle dichiarazioni del Direttore del carcere di Piazza Lanza Giovanni Mazzone. Non c'era un motivo per ucciderlo, non era addetto a compiti particolari. Credo che si tratti di un attacco alla divisa, di un gesto di terrorismo mafioso rivolto a tutti noi per intimidirci e costringere lo Stato ad abbassare la guardia soprattutto nella realtà delle carceri. I colleghi di Luigi Bodenza che ieri per protesta hanno rifiutato il rancio lo descrivono come un professionista molto equilibrato che si era guadagnato il rispetto anche dei detenuti. Aveva quarantanove anni una moglie due figli e una gran voglia di smetterla con quel lavoro massacrante nell'inferno di Piazza Lanza dove sono ammassati in condizioni limite ben 750 detenuti. A luglio ci sarebbe nuscito godendosi finalmente la pensione dopo trentanni. A casa lo aspettavano Rosetta sua moglie e poi Paola e Giuseppe i suoi tigli di 20 e 14 anni. Una famiglia modesta che vive in un appartamento al quarto piano di una palazzina in via Caduti del Lavoro a due passi dal centro di Gravina. A quella pensione però Luigi Bodenza assistente capo della polizia penitenziana non è mai arrivato. Lo hanno fermato pochi minuti dopo la mezzanotte di giovedì con una scarica di proiettili.
Aveva appena finito il suo turno nel carcere di Piazza Lanza per guadagnare tempo non si era neppure cambiato e indossava ancora la divisa. Guidava tranquillo la sua vecchia Volkswagen Golf alla radio trasmettevano un programma di quiz e canzoni. Domande stupìdine inframmezzate dagli ultimi successi di Sanremo. Supera il quartiere di Barnera e si immette su via Due Obelischi. Tra pochi minuti sarà a casa. Tutto tranquillo come ogni sera tranne quella luce che gli sta dietro da un pezzo. I killer si lanciano in avanti dopo aver seguito pazientemente la loro vittima dall'uscita del carcere. Adesso è il momento giusto per colpire. La strada è larga e perfettamente illuminata. Non si vede un anima. L'autista della moto spinge a fondo l'acceleratore e la moto schizza. Un colpo poi un altro e un altro ancora in una successione rapidissima. I proiettili mandano in frantumi i lunotti laterali della Volkswagen, forse colpiscono Bodenza. La vecchia auto va avanti ancora per una trentina di metri ma i killer gli sono subito addosso. Sparano ancora sei volte. Questa volta a pochi metri dal bersaglio. Bodenza non può far nulla, i proiettili lo colpiscono al volto e al tronco. Muore in un attimo.
A quasi ventiquattrore dal delitto, mentre la citta assiste sonnolenta e distratta, non si riesce ancora a trovare un movente. Le notizie frammentane ed imprecise su un diverbio con un detenuto al quale Bodenza si sarebbe rifiutato di stringere la mano non riescono a trovare una conferma.
«Cosa volete che vi dica di mio padre - dice Paola - vi posso solo dire che non so perchè qualcuno possa averlo ucciso». «Era una persona allegra, sempre disponibile con tutti - dice Giuseppe Maugeri il cognato dell'agente assassinato - siamo storditi frastornati è come se ci avessero chiuso in faccia una saracinesca lasciandoci al buio. Non riusciamo a capire perché lo abbiano fatto, perché proprio lui. Forse era facile colpirlo». Rosetta Maugeri non parla, sale veloce in auto. Va all'istituto di medicina legale per salutare per l'ultima volta in privato il marito trucidato prima dei funerali che si svolgeranno questo pomeriggio nella Chiesa parrocchiale di Gravina, alla presenza del vice direttore degli istituti di pena Francesco Di Maggio e del Ministro della Giustizia Giovanni Conso «L'azione di questi deli criminali ha detto il ministro non fermerà l'attività istituzionale degli operatori penitenziari né ostacolerà il corso della giustizia che proprio a Catania sta riscuotendo significativi successi.

 

 

 

Articolo da La Stampa del 28 Gennaio 1996

Fece uccidere una guardia prima di tradire il clan

Pentito ordinò omicidio

CATANIA. L'ordine era partito dal carcere: «Uccidete quella guardia». Un ordine purtroppo eseguito, quando il mandante dell'omicidio si era «pentito» da 13 giorni, senza poter fare più nulla per salvare quell'uomo. La procura di Catania ha già contestato le responsabilità dei mandanti e sta cercando i killer. Il «favore» venne richiesto nel '93 da Maurizio Avola al boss Salvatore Cristaldi, il «reggente» della famiglia Santapaola, arrestato il 6 ottobre scorso. Così, il 24 marzo del '94, fu ucciso con 13 colpi di pistola, mentre stava rincasando dopo il servizio, l'assistente capo della polizia penitenziaria Luigi Bodenza, 50 anni, vicino al congedo, con cui Avola aveva avuto un diverbio in carcere. Avola ebbe notizia del delitto nel carcere di Ancona, dove era stato trasferito dopo il «pentimento». Capì subito di essere all'origine del delitto, e ne riferì ai giudici. Una conferma l'ha data un altro pentito, Antonino Cariolo, che ha detto di avere saputo che Bodenza venne ucciso per «fare un favore» ad un killer che però, all'insaputa dei suoi boss, si era pentito. Il pm Marino ha sottolineato che rendere pubbliche le ragioni della morte di un servitore dello Stato costituisce anche un «tributo alla memoria di Bodenza, figura limpida, costretto ogni giorno a confrontarsi con esponenti mafiosi che, in carcere, cercano di riprodurre certe condizioni di privilegio di cui godono all'esterno», [f. a.]

 

 

Articolo del 16 Dicembre 2009 da  poliziapenitenziaria.it

Si pente il mafioso Giuseppe Maria Di Giacomo, che guidò il commando che uccise Luigi Bodenza

Scritto da: Ironside

La notizia è di pochi minuti fa. A Catania si è tenuta questa mattina un'udienza del processo nei confronti di Sebastiano Scuto, il re dei supermercati in Sicilia, i cui legali hanno citato a deporre Giuseppe Maria Di Giacomo, boss del clan mafioso dei Laudani, il quale avrebbe reso dichiarazioni che discolpano l'imprenditore di San Giovanni La Punta. Oggi si è saputo che l'ex boss ha iniziato da un anno a collaborare con la giustizia. Di Giacomo e' stato per un decennio il braccio armato della famiglia Santapaola, un sicario sanguinario e spietato. Per vendicarsi di un carabiniere che lo aveva scoperto con un'amante in un casolare di campagna, il 18 settembre del 1993, progettò l'attentato contro la caserma di Gravina di Catania. Intorno a mezzanotte l'ordigno brillò, seminando il panico tra gli abitanti del paese. Fortunatamente non ci furono vittime. Neanche sei mesi dopo, il 25 marzo del 1994, cadde sotto i colpi di pistola l'agente di polizia penitenziaria Luigi Bodenza, e fu di Giacomo a guidare il commando. Un anno dopo l'omicidio dell'avvocato Serafino Fama, ex legale del capomafia Giuseppe Pulvirenti, assassinato vicino al suo studio legale la sera del 9 novembre del 1995. Di Giacomo lo condannò a morte perchè non aveva saputo difendere la cosca. Adesso la collaborazione.
Vabbè, direte voi: non è il primo e non sarà certo l’ultimo degli criminali che hanno deciso di pentirsi.
Una cosa è certa: si può forse essere ex mafiosi (!?) ma di sicuro non ex assassini.
Il mio pensiero va, oggi in particolare, ai familiari del povero Luigi Bodenza.

 

 

Articolo del 16 Aprile 2010 da poliziapenitenziaria.it

Si pente il mandante dell'omicidio Bodenza.

Il 25 marzo 1994 veniva ucciso il collega Luigi Bodenza, assistente capo della polizia penitenziaria, in servizio alla Casa Circondariale di Catania Piazza Lanza.
Per quell’omicidio furono condannati all’ergastolo il boss Giuseppe Maria Di Giacomo, Giuseppe Ferlito e Salvatore La Rocca, mentre i collaboratori di giustizia Alfio Giuffrida e Salvatore Troina – esecutore materiale dell’omicidio – a 16 anni di reclusione.
Tutti facevano parte del Clan Laudani meglio conosciuti come “mussi di ficurinia”.

Il 4 dicembre 2009 è divenuto di pubblico dominio il pentimento del mandante dell’omicidio Bodenza ovvero Pippo Di Giacomo, in quanto il boss ha deposto al processo contro il “re dei supermercati” Sebastiano Scuto, accusato di essere organico alla cosca Laudani.
Il Di Giacomo era stato una sorta di enfant prodige del crimine; arruolato nella criminalità quando ancora era un ragazzino, divenne il capo dei Laudani ad appena 24 anni, dopo la morte di Santo e Gaetano laudani. Eletto per “acclamazione” come racconta ai magistrati, si trovò a comandare anche su persone di 20 anni più grandi di lui.

Un personaggio dall’intelligenza diabolica – così lo definirono alcuni affiliati alla cosca – la cui reggenza del clan durò però appena due anni. Ma il boss continuava a comandare anche da detenuto. Anzi è proprio dal carcere di Firenze “sollicciano”, dove viene rinchiuso nel settembre del 1993 che ordina delitti eccellenti, regolamenti di conti e clamorose ritorsioni, a cominciare dall’attentato alla caserma dei carabinieri di Gravina (CT) appena una settimana dopo il suo arresto. Indispettito non solo per la fine della sua latitanza ma anche perché era stato beccato mentre era in compagnia dell’amante, il bosso ordina la vendetta: una Panda imbottita di tritolo viene piazzata davanti alla caserma dei carabinieri di Gravina. Poteva essere una strage analoga a quella di Ciaculli, ma fortunatamente l’attentato fece solo alcuni feriti lievi perché una pattuglia di rientro in caserma si accorse in tempo della miccia a lenta combustione che usciva fuori dall’abitacolo.

Sei mesi dopo, Di Giacomo lancia un altro messaggio tutto interno al mondo delle carceri, ordinando l’eliminazione dell’assistente di polizia penitenziaria Luigi Bodenza.

Il boss voleva a tutti i costi un omicidio senza preoccuparsi tanto di chi doveva cadere: prima di arrivare a Bodenza, furono infatti scartati altri 2 obiettivi.

Ma la cosa sconvolgente è che il pentito Alfio Giuffrida dichiara di “non conoscere nemmeno la ragione per cui Di Giacomo avesse individuato nel Bodenza, l’agente di P.P. da uccidere”; < Signori miei, gli ordini di Di Giacomo noi non li potevamo discutere ne andava della salvaguardia della nostra vita.

Altri pentiti dello stesso clan Laudani, in buona sostanza, confermano che l’omicidio fu ordinato da Pippo Di Giacomo per mandare un segnale alle “guardie carcerarie” affinchè trattassero bene i detenuti al 41 bis. Bodenza fu ucciso per dare una dimostrazione di forza. Probabilmente toccò proprio a lui perché all’interno del carcere di Piazza Lanza si era messo in luce per la sua particolare intransigenza con i detenuti, non avendo imbarazzo anche quando si trattava di personaggi di spicco di clan catanesi.

Non dimentichiamo che il Di Giacomo, che oggi è pentito, fece partire dal carcere anche l’ordine di uccidere l’avvocato penalista Serafino Famà verso il quale aveva motivi di risentimento in quanto difendeva la sua ex amante e le aveva consigliato di avvalersi della facoltà di non rispondere, cosa che Di Giacomo considerò un torto, in quanto riteneva che la donna avrebbe testimoniato a suo favore.

Oggi, il mandante dell’omicidio Bodenza, ha 44 anni e continuando a collaborare con la giustizia e trovando riscontri alle sue dichiarazioni, tra qualche anno probabilmente uscirà di galera con un vitalizio, trovandosi qualche altra amante compiacente, trastullandosi fin quando la prostata glielo permetterà – con buona pace di coloro che vennero uccisi per sua disposizione, e dei loro familiari cui la vita è stata rovinata per sempre.

Nuvola Rossa

 

 

 

Foto e Articolo del 14 Ottobre 2011 da  sicanianews.altervista.org

Enna. Casa circondariale intitolata a Luigi Bodenza, “Vittima del Dovere”

Cerimonia di intitolazione, domani, sabato 15 ottobre, ore 11, della Casa Circondariale di Enna all’assistente capo Luigi Bodenza ucciso 17 anni fa da un commando. Bodenza fu assassinato nella notte tra il 24 e il 25 marzo del 1994 a Gravina, mentre stava rientrando a casa, dopo aver terminato il turno di servizio alla Casa circondariale di Catania, Piazza Lanza. L’assistente capo fu affiancato da un’auto, al cui interno si trovavano due sicari della mafia, che gli spararono numerosi colpi d’arma da fuoco. Il Ministro dell’Interno ha riconosciuto Luigi Bodenza “Vittima del Dovere”, mentre il Presidente della Repubblica gli ha conferito la Medaglia d’Oro al merito civile alla memoria. Al poliziotto penitenziario, ucciso dalla mafia, sono stati già intitolati la caserma del penitenziario di Caltagirone e il campo sportivo della Casa Circondariale di Siracusa.
Luigi Bodenza, primogenito di altri due fratelli, era nato ad Enna il 26 settembre ‘44. Dopo il servizio militare, era entrato nel Corpo di Polizia Penitenziaria, all’epoca Agenti di Custodia, ed era stato assegnato alla Casa Circondariale di Capraia, un’isoletta dell’arcipelago toscano. Dopo un paio d’anni aveva ottenuto il trasferimento a Catania, dove aveva conosciuto una giovane di Gravina, Rosetta, che diventerà sua moglie e dalla cui unione sono poi nati due figli, Paola e Giuseppe. Dal 1° luglio del ‘94 Bodenza sarebbe andato in pensione.
L’intitolazione della Casa Circondariale ennese è stata decisa dal Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria con un decreto dello scorso 10 giugno, su sollecitazione dell’associazione “Polizia Penitenziaria e Operatori Case Circondariali Luigi Bodenza”, costituita nel 2004 in occasione del decennale della morte dell’assistente capo. L’associazione è composta da operatori degli istituti penitenziari di Enna, Piazza Armerina. Catania e Palermo e da rappresentanti della società civile, che in questi anni hanno sempre promosso iniziative in memoria del collega.

 

 

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