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26 Gennaio 1979 Palermo. Assassinato Mario Francese, cronista del "Giornale di Sicilia" PDF Stampa

Foto da: siracusanews.it   


Biografia da: Fondazione Francese

Mario Francese nasce a Siracusa il 6 febbraio del 1925. Terzo di quattro figli, irrequieto per natura, ultimato il ginnasio nella sua città, decide di comune accordo con la famiglia di trasferirsi a Palermo, da una zia, sorella della madre, per completare gli studi liceali e poi iscriversi all'università. A 15 anni dimostra già grande personalità facendo la sua prima grande scelta, segue l'istinto. Conseguita la maturità classica si iscrive alla facoltà di ingegneria, ma lontano da casa, sente il bisogno di rendersi economicamente indipendente. Negli anni Cinquanta entra come telescriventista all'agenzia Ansa, ma è sprecato per quel lavoro e lo capiscono ben presto dandogli spazio come giornalista, con la promessa di assumerlo dopo qualche tempo nell'organico redazionale. Un impegno non mantenuto e di cui si duole molto. Ma all'Ansa Mario Francese può dare sfogo alla sua grande passione di scrivere e nonostante ufficialmente sia solo un telescriventista, ormai contagiato dal tarlo della notizia, comincia il suo sogno di lavorare per un giornale diventando corrispondente de «La Sicilia» di Catania, per il quale scriveva di cronaca nera e giudiziaria. Cerca una sistemazione migliore e dal primo gennaio 1957 entra alla Regione come «cottimista». E anche qui «sbatte» nel mestiere: viene nominato capo ufficio stampa all'assessorato ai Lavori pubblici. Dall'ottobre 1958 l'assunzione alla Regione diventa definitiva.
Raggiunta la «sistemazione» economica, decide che è il momento di mettere su famiglia e il 30 ottobre del 1958 si sposa a Campofiorito, nel Corleonese, con Maria Sagona. Dall'unione nasceranno quattro figli maschi. Ma preparare comunicati stampa per i giornali gli sta stretto. Con l'Ansa il rapporto si riduce sempre più, fino al febbraio del 1960, quando si licenzia. Con la Sicilia continua la collaborazione fino a quando, alla fine degli anni Cinquanta Girolamo Ardizzone lo chiamò al Giornale di Sicilia. Dopo qualche tempo gli fu affidata la cronaca giudiziaria e in questo settore si lanciò con tutta la sua generosa passione diventando in breve tempo una delle firme più apprezzate e uno dei più esperti conoscitori delle vicende mafiose. Nel 1968 fu posto davanti all'out-out: la Regione o il Giornale di Sicilia. E non ebbe dubbi: scelse di restare in trincea, diventando nel frattempo giornalista professionista. Da quel momento, dalla strage di Ciaculli all'omicidio del colonnello Russo, non c'è stata vicenda giudiziaria di cui non si sia occupato, cercando una «lettura» diversa e più approfondita del fenomeno mafia. Il suo è stato un raro esempio in Sicilia di «giornalismo investigativo». Fu l'unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Ninetta Bagarella. Il primo a capire, scavando negli intrighi della costruzione della diga Garcia, l'evoluzione strategica e i nuovi interessi della mafia corleonese. Non a caso parlò, unico a quei tempi, della frattura nella «commissione mafiosa» tra liggiani e «guanti di velluto», l'ala moderata. E Cosa nostra non l'ha perdonato, fulminandolo la sera del 26 gennaio 1979 davanti casa, mentre stava rientrando dopo una dura giornata di lavoro.

Un delitto che apre la lunga catena di sangue di Cosa nostra, con delitti «eccellenti» a ripetizione. Solo in quell’anno vengono uccisi il segretario provinciale della Dc Michele Reina, il capo della Squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova. E poi a gennaio 80 il presidente della Regione Piersanti Mattarella. E molti altri ancora seguiranno. Presto l’omicidio di Mario Francese cade nel dimenticatoio, l’inchiesta viene archiviata. Verrà riaperta molti anni dopo, su richiesta della famiglia. E il processo, svolto con rito abbreviato, si concluderà nell’aprile del 2001 con la condanna a 30 anni di Totò Riina e gli altri componenti della «cupola»: Francesco Madonia, Antoniono Geraci, Giuseppe Farinella, Michele Greco, Leoluca Bagarella (esecutore materiale) e Giuseppe Calò. Assolto invece Giuseppe Madonia, accusato di essere stato, con Leoluca Bagarella, il killer. Nel processo bis, con rito ordinario, l’altro imputato Bernardo Provenzano è condannato all’ergastolo.

I giudici nella sentenza di primo grado evidenziano che dagli articoli e dal dossier redatti da Mario Francese emerge «una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità sulle linee evolutive di Cosa nostra, in una fase storica in cui oltre a emergere le penetranti e diffuse infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti e dell’economia, iniziava a delinearsi la strategia di attacco di Cosa nostra alle istituzioni. Una strategia eversiva che aveva fatto - si legge nelle motivazioni della sentenza - un salto di qualità proprio con l’eliminazione di una delle menti più lucide del giornalismo siciliano, di un professionista estraneo a qualsiasi condizionamento, privo di ogni compiacenza verso i gruppi di potere collusi con la mafia e capace di fornire all’opinione pubblica importanti strumenti di analisi dei mutamenti in atto all’interno di Cosa nostra».

Le sentenza di primo grado viene confermata nel dicembre 2002 in appello. I giudici anche questa volta sottolineano le grandi qualità umane e professionali di Mario Francese e dicono in modo netto che «con la sua morte si apre la stagione dei delitti eccellenti». E che sia stato il primo a cadere in quella lunga stagione di sangue per i giudici non è un fatto casuale, perchè «Mario Francese era un protagonista, se non il principale protagonista, della cronaca giudiziaria e del giornalismo d’inchiesta siciliano. Nei suoi articoli spesso anticipava gli inquirenti nell’individuare nuove piste investigative». E rappresentava «un pericolo per la mafia emergente, proprio perchè capace di svelarne il suo programma criminale, in un tempo ben lontano da quello in cui è stato successivamente possibile, grazie ai collaboratori di giustizia, conoscere la struttura e le regole di Cosa nostra».

L’impianto accusatorio regge in Cassazione, anche se vengono assolti tre boss, Pippo Calò, Antonino Geraci e Giuseppe Farinella «per non avere commesso il fatto». Ma la sentenza, dicembre 2003, conferma i 30 anni di carcere per Totò Riina. Definitiva la pena a 30 anni anche per Leoluca Bagarella, Raffaele Ganci, Francesco Madonia e Michele Greco, che non avevano fatto ricorso davanti alla Suprema corte.
Nel processo bis confermato in appello l’ergastolo a Bernando Provenzano.

 

 

Il quarto comandamento

La vera storia di Mario Francese che osò sfidare la mafia e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia

di Francesca Barra

Ed. Rizzoli

 

Fotocopertina da Rizzoli.rcslibri.corriere.it

Nota da: LaFeltrinelli.it

Giuseppe Francese ha dodici anni quando sente sei colpi di pistola, scende in strada e vede il cadavere del padre Mario, uno dei primi giornalisti che aveva osato scrivere dell’organizzazione e degli interessi imprenditoriali della mafia. È il 1979, a Palermo, e nei successivi vent’anni Giuseppe cerca testimonianze fino a diventare giornalista investigativo egli stesso per regolare i conti col passato. E alla fine riesce a far condannare mezza Cupola: Bagarella, Riina, Provenzano, esecutore e mandanti. Ottenuta giustizia, a 35 anni, nel 2002, Giuseppe si uccide, come se ormai la sua vita, portata a termine quella missione, non avesse altro senso. In questo libro, realizzato in collaborazione con la famiglia Francese, Francesca Barra ricostruisce la vicenda che portò all’uccisione di Mario, raccontando al contempo la storia di un’intera famiglia spezzata dalla violenza mafiosa.

 

 

 

Articolo del 23 Dicembre 2002 da infocity.it

Mario Francese, coraggio e fiuto di un cronista

di Francesco Cicerone

Mario Francese, il cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia ucciso dalla mafia il 26 gennaio del 1979 per i suoi articoli al vetriolo era un giornalista a tutto tondo e alla perenne ricerca della verità.

Sotto processo per il delitto del giornalista palermitano M. Francese erano finiti i membri della Commissione di Cosa nostra e come esecutori materiali il boss Leoluca Bagarella e Nino Madonia, tutti condannati all'ergastolo.

"Il movente del delitto Francese - si legge negli atti - va ricercato nella sua attivita' professionale, nello straordinario impegno civile con cui egli ha compiuto una approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia verificatesi negli anni '70".

In un periodo nel quale, per la mancanza di collaboratori di giustizia, le informazioni sulla struttura e sull'attività dell'organizzazione mafiosa erano assai limitate, in cui per molti la mafia era un concetto quasi astratto, M. Francese aveva raccolto un eccezionale patrimonio conoscitivo, di estrema attualità ed importanza.

Francese fu il primo ad intuire la pericolosità dei ”corleonesi” di Totò Riina: con le sue inchieste, sempre documentate e circostanziate, ha svelato i malaffari della mafia. Per questo - hanno raccontato i collaboratori di giustizia - i boss lo fecero uccidere.

Prima di ogni altro capì la scalata al potere mafioso intrapresa dallo schieramento corleonese di Toto' Riina e Luciano Liggio, destinato in seguito a divenire protagonista della strategia terroristico-eversiva manifestatasi sul finire degli anni '70" e denunciò nei suoi articoli "le fitte relazioni tra gli ambienti mafiosi e il mondo dell'economia e degli appalti pubblici nella Sicilia Occidentale", facendo nomi e cognomi di personaggi che sarebbero finiti negli atti giudiziari solo venti anni dopo.

Dopo l'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, avvenuto a Ficuzza il 20 agosto 1977 Mario Francese continuò a concentrare il suo coraggioso ed intelligente impegno di ricerca, sugli interessi mafiosi connessi alla diga Garcia evidenziando il connubio tra mafia e politica nella prospettiva di una enorme accumulazione di ricchezza .

Poco prima di morire, pubblica nel 1979 sul "Giornale di Sicilia" un articolo dal titolo "La repubblica dei mafiosi". In esso l'analisi sulla mafia è precisa ed esaustiva in tutti i suoi aspetti. Il giornalista siracusano chiude il suo articolo con una conclusione di forte spessore intuitivo: [Art. riportato in fondo alla scheda]

Le "menti raffinate" , come saranno definite più avanti dal giudice Giovanni Falcone, non perdoneranno a Mario Francese queste lucide esternazioni, profondamente reali e concrete nei contenuti di un disegno criminale che ha scosso terribilmente il nostro paese nel ventennio successivo - ed oltre - al suo assassinio.

 

 

Articolo del 25 gennaio 2009  da ricerca.repubblica.it

Francese, il cronista controcorrente che svelò l' ascesa dei corleonesi

di LUCA TESCAROLI    

In una serata di pieno inverno, quando l' Italia era percorsa dalla minaccia terroristica, alcuni sicari silenziosi e spietati rapirono alla vita un siciliano per bene, padre di quattro figli, mentre stava rientrando a casa dopo un' impegnativa giornata di lavoro. Aveva appena posteggiato l' auto e stava per raggiungere il portone dello stabile in cui abitava, quando l' imboscata scattò in viale Campania. Per sedici anni aveva scritto di cronaca giudiziaria, era divenuto una delle firme più apprezzate del Giornale di Sicilia e uno dei più esperti conoscitori delle vicende mafiose. Era Mario Francese e cessò di vivere il 26 gennaio 1979. Quel delitto rimase per un ventennio senza ragione e senza un colpevole (l' inchiesta venne riaperta su richiesta della famiglia e dopo le rivelazioni dei collaboratori di giustizia Francesco Di Carlo e Angelo Siino) e diede avvio a una lunga catena di sangue e di omicidi eccellenti. Solo in quell' anno vennero uccisi il segretario provinciale della Dc Michele Reina, il capo della squadra mobile Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova. E molti ancora ne seguirono. Si dovette attendere l' aprile del 2001 perché la Corte d' assise riconoscesse la matrice mafiosa dell' uccisione di Francese e accertasse che quel giornalista era stato assassinato per il suo straordinario impegno professionale e perché la sua esecuzione servisse da monito. Venne così sgombrato il campo da quelle piste alternative, riconducibili a inverosimili regolamenti di conti che determinati ambienti contigui al crimine mafioso avevano contribuito ad accreditare. In una Palermo paludosa, ove brulicavano opache complicità tra alcuni mafiosi ed esponenti del mondo dell' informazione, percorso da mille prudenze, egli aveva saputo ricostruire le vicende più complesse e rilevanti degli anni Sessanta e Settanta. Dalla strage di Ciaculli all' omicidio del colonnello Giuseppe Russo, non c' era stata vicenda giudiziaria di cui non si fosse occupato. Fu l' unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Ninetta Bagarella. Il primo a capire l' evoluzione strategica e i nuovi interessi della mafia di Corleone. Intuì la frattura venutasi a creare tra l' ala moderata e il gruppo capeggiato da Luciano Liggio. Con i suoi articoli aveva precorso le inchieste giudiziarie, svelando la sanguinosa ascesa dei "corleonesi" di Riina e Provenzano, in un' epoca in cui le informazioni sulla struttura e sull' attività dell' organizzazione mafiosa erano molto limitate. Fece rivelazioni su personaggi come don Agostino Coppola, il sacerdote di Partinico che aveva celebrato le nozze segrete del latitante Riina e aveva rapporti con l' anonima sequestri. Si occupò a lungo delle speculazioni per la costruzione della diga Garcia sul fiume Belice e dei delitti che vi ruotarono attorno, spiegando che dietro la sigla di una misteriosa società, la Risa, si nascondeva Riina, a quell' epoca una sorta di male invisibile, pienamente coinvolto nella gestione dei subappalti relativi alla costruzione della diga. Scoprì che gli 820 ettari di terreni sui quali venne innalzata la diga erano stati acquistati dai mafiosi per due miliardi di lire e rivenduti alla Regione per diciassette, evidenziando il connubio tra mafia e politica nella prospettiva di un' enorme accumulazione di ricchezza. Quando venne assassinato, Francese stava attendendo la pubblicazione di un suo dossier su mafia e appalti, pubblicato postumo come supplemento al Giornale di Sicilia. Un ritardo di cui il giornalista si lamentò con diversi colleghi, ritenendo che «fosse uscito dalla redazione». Il delitto Francese fu il momento più alto di una strategia iniziata con gli attentati ai danni del quotidiano palermitano L' Ora, del direttore e del capo cronista del Giornale di Sicilia, Lino Rizzi e Lucio Galluzzo, ai quali vennero rispettivamente bruciate l' auto e la villa al mare. Con la morte del coraggioso giornalista Cosa nostra eliminò un cronista scomodo, che per i suoi rapporti con le forze dell' ordine era in grado di nuocere sempre più se fosse rimasto in vita, riuscì a far ritardare la pubblicazione del dossier e provocò l' allontanamento volontario di Rizzi e Galluzzo. Come osservarono gli estensori della motivazione della sentenza del 13 dicembre 2002 della Corte d' assise d' appello, da quel momento la linea editoriale del Giornale di Sicilia mutò radicalmente «sino a divenire, negli anni dei pentimenti di Buscetta e Contorno e del primo maxiprocesso, uno dei più feroci e critici dell' attività dei giudici del pool antimafia, definiti "sceriffi" e "professionisti dell' antimafia", e attaccati quotidianamente con incisivi e dotti corsivi». Sono trascorsi trent' anni da quel delitto di alta mafia, e su tutti noi incombe il dovere di ricordare il suo impegno, il suo sacrificio, le sofferenze dei familiari e l' esempio di dirittura morale. Oggi più che mai va rievocata quella tragica fine per la fedeltà alla verità dimostrata dal cronista siracusano dalla schiena dritta, un valore che l' informazione obbediente sempre più diffusa non riesce a metabolizzare, soprattutto quando deve interagire con i potenti. A questa persona occorre essere grati perché, in virtù delle sue inchieste e delle sue denunce, si è iniziato a conoscere cos' è la mafia. Il suo impegno e la sua sorte sono lì a ricordarci quanto l' informazione basata sulla verità sia temuta da Cosa nostra, perché ostacola la sua azione, consente di tenere viva l' attenzione, di sensibilizzare l' opinione pubblica e la parte sana delle istituzioni sulla sua pericolosità, di sgretolare il consenso sociale sul quale ancora conta e che mira a rafforzare. Un lungo e faticoso percorso giudiziario, caratterizzato da lentezze investigative e depistaggi, si è concluso il 5 ottobre 2005 con la conferma da parte della Corte di Cassazione del carcere a vita a Bernardo Provenzano, quale mandante. In precedenza, il 2 dicembre 2003, la Cassazione aveva reso definitiva la condanna all' ergastolo di Salvatore Riina, riconosciuto mandante del crimine e principale interessato all' eliminazione, che rinviò dal 1977 al 1979 non disponendo della maggioranza in seno alla "Commissione". Al contempo, ha annullato senza rinvio quelle di Antonio Geraci, Giuseppe Farinella e Pippo Calò. Trent' anni sono stati inflitti a Francesco Madonia - posto da Riina a capo del mandamento di Resuttana, nel cui territorio fu eseguito il delitto - e Michele Greco, come pure a Leoluca Bagarella, uno degli esecutori materiali. Uno squarcio di verità, forse incompleta, che il figlio più piccolo del giornalista, Giuseppe, inseguì per tutta la sua breve vita, prima di dire addio, a 36 anni, a un' esistenza segnata da quel grave lutto. Come se Mario Francese fosse stato ucciso due volte, come se gli aguzzini di Corleone gli avessero sparato da morto.

 

 

Articolo dell'8 Ottobre 2011 da raffaelesardo.blogspot.com

PALERMO: FESTIVAL LEGALITÀ CELEBRA GIORNALISTA MARIO FRANCESE

di Raffaele Sardo

Fu il primo ad intuire la pericolosità di un gruppo di mafioso come i Corleonesi guidati da Totò Riina. Mario Francese, giornalista, ucciso il 26 gennaio del 1979 per queste sue intuizioni e per le sue denunce, è stato ricordato al Festivale delal legalità di palermo. Un festival arrivato alla  4/a edizione e  che a Palermo, per sette giorni, ha ospitato dibattiti e mostre sulla lotta alla criminalità organizzata. La giornata di oggi è interamente dedicata alla memoria di Mario Francese, il giornalista ucciso dalla mafia il 26 gennaio del 1979. Francese fu l'unico a intervistare la moglie di Totò Riina, Ninetta Bagarella, e il primo a capire i nuovi interessi della mafia corleonese. Per ricordare il suo giornalismo investigativo è stato presentato, nella sala magna di palazzo Steri, il libro 'Il quarto comandamentò, di Francesca Barra, vincitrice lo scorso anno del premio intitolato al giornalista siciliano. All'incontro, moderato da Roberto Puglisi. Presenti il magistrato Laura Vaccaro, Giulio Francese, primogenito di Mario e il consigliere dell'Ordine dei giornalisti di Sicilia, Riccardo Arena. Con loro, anche alcuni studenti di Palermo. «Sono felice che, dopo 32 anni, si parli di mio padre Mario Francese e di mio fratello Giuseppe, con il primo libro scritto sul loro conto - ha detto il figlio Giulio, rivolgendosi ai ragazzi -. Eliminando Mario Francese, la mafia ha riconosciuto, ahimè, il valore professionale che altri colleghi non hanno avuto in quegli anni, mentre erano ancora vivi boss di primo piano. Eppure, dopo la sua morte, è calata una cappa di silenzio preoccupante».

Nel libro non mancano, infatti, riferimenti anche agli anni bui in cui l'omicidio Francese viene dimenticato. L'inchiesta archiviata verrà riaperta soltanto su richiesta della famiglia molti anni dopo e la sentenza arriverà nel 2001, con sette condanne, tra cui quella a 30 anni per il boss Totò Riina e altri componenti della cupola, come Leoluca Bagarella e Michele Greco, oltre all'ergastolo per Bernardo Provenzano. Nelle motivazioni della sentenza i giudici scriveranno che, con l'uccisione di Francese, è stata eliminata «una delle menti più lucide del giornalismo siciliano, un professionista estraneo a qualsiasi condizionamento, privo di ogni compiacenza verso i gruppi di potere collusi con la mafia e capace di fornire all'opinione pubblica importanti strumenti di analisi dei mutamenti in atto all'interno di Cosa nostra, in grado di anticipare gli inquirenti nell'individuare nuove piste investigative. Con la sua morte si apre la stagione dei delitti eccellenti».

All'incontro è intervenuta anche Laura Vaccaro, magistrato che ha riaperto le indagini sul processo agli assassini di Mario Francese. «Sono un sostituto procuratore che appartiene alla categoria dei 'mentalmente disturbatì, come sono stati definiti i pm - ha detto il magistrato -. Il processo è stato possibile per la forza dei figli e perchè noi magistrati abbiamo potuto utilizzare degli strumenti importanti, come i collaboratori di giustizia, da utilizzare con equilibrio. Oggi questo elemento è visto negativamente.

Un altro strumento fondamentale è quello delle intercettazioni, delle quali non abbiamo potuto disporre nel processo Mario Francese, ma che ci permettono di combattere la mafia non con la clava, ma con le armi giuste. Il problema vero è la paura di quello che le intercettazioni possono rivelare». «Quando ho pronunciato la requisitoria al processo - ha aggiunto il sostituto procuratore - ricordo la dignità, l'abbraccio silenzioso e commosso della famiglia Francese, quando è stata emessa la sentenza di primo grado». «Molte storie di mafia vengono raccontate e scoperte grazie a film e sceneggiati, che le portano alla ribalta, non è stato così per Mario Francese, sconosciuto a molti. Ho voluto scrivere un libro che fosse accessibile a molti, per fare conoscere la storia di una famiglia e perchè la memoria è un esercizio d'amore». Ha sottolineato Francesca Barra, conduttrice radiofonica del programma 'La bellezza contro le mafiè, spiegando il senso del proprio libro 'Il quarto comandamentò, sulla storia del giornalista Mario Francese, presentato allo Steri di Palermo.

«Per 20 anni i familiari hanno dovuto convivere con una morte non riconosciuta, con un abbandono delle istituzioni e con un giornale all'epoca non coraggioso come il suo cronista», ha poi fatto notare Silvia Francese, nipote di Mario, leggendo alcuni passaggi tratti dal volume. «Fare memoria vuol dire essere coerente con i propri principi, porsi delle domande, capire chi sceglie di pubblicare una notizia e come lo fa, essere informati e responsabili, altrimenti non ha senso ricordare chi si è sacrificato per la mafia», il commendo di Giulio Francese, che ha ricordato la figura del padre agli studenti palermitani presenti nello Steri durante la giornata del festival della Legalità dedicata al giornalista ucciso. «Nel congedarsi dalla redazione, Mario Francese amava ripetere 'Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado - ha aggunto Giulio - lo dico per invitarvi a scoprire anche il lato sorridente di mio padre, ricordato nel libro».
Fonte:  antimafiaduemila.com

La Repubblica dei mafiosi

di Mario Francese

Maggio 1978
La mafia è una congregazione di mutua assistenza i cui adepti nell’apparente rispetto della legalità s’infiltrano in ogni struttura  dell’apparato dello Stato e della società per ricavarne vantaggi, anche ricorrendo alla corruzione, finalizzando leggi e provvedimenti al profitto di singoli e di gruppi al punto da snaturare gli scopi sociali e produttivistici degli stessi. In questa conquista del mondo produttivo, attraverso connivenze, compartecipazioni e compromessi, la mafia privilegia i suoi associati usando ed abusando con la lusinga di vantaggi economici e sociali delle pedine soggiogate dello Stato e della società. Privilegia anche larghi strati di categorie pressati da bisogni e da disagi e dalle quali, forte della sua  potenza economica ed organizzativa, ottiene rispetto ed omertà come fonte primaria di facili guadagni attraverso un illegale commercio di prodotti  di ogni tipo introdotti clandestinamente  nel territorio dello Stato e in violazione  di leggi che  regolano l’importazione di prodotti stranieri.
La mafia, nella società, assume costantemente la funzione di uno Stato che amministra, pur differenziandosene, larghi strati di gente diseredata a cui fornisce possibilità di lavoro illegale o legalizzato, solidarietà nelle sventure, assistenza nei bisogni, collaborazione in ogni iniziativa le cui finalità non siano in contrasto con i principi della grande organizzazione. La mafia, per sua natura e costituzione, non si identifica con nessuna delle associazioni per delinquere che, più o meno vaste, proliferano in quartieri popolari delle città, pur costituendo essa stessa una grande organizzazione per delinquere. Ogni aggregato di delinquenti e ogni associazione per delinquere esplicano autonomamente, nell’ambito dei propri quartieri, i loro programmi fino a quando questi non contrastino con le tradizionali regole della “onorata società” e ostacolino in un qualsiasi modo i piani delle “famiglie” della zona. La mafia, comunque, alimenta queste organizzazioni con la sua solidarietà e col suo protezionismo, come alimenta ogni iniziativa parassitaria ed antisociale non allo scopo di demolire le istituzioni dello Stato ma per meglio penetrare nel tessuto sociale onde trarne sempre maggiori vantaggi, singoli e collettivi, rendendolo sempre più permeabile alle sue esigenze e cercando di inserire in posti - chiave del pubblico potere elementi di comodo e di sicuro affidamento.
La mafia moderna ha, indubbiamente, una vasta organizzazione piramidale con al vertice gli esponenti del suo mondo organizzativo ed economico. Un vertice composto da persone non sempre facilmente identificabili, manovranti le fila di complessi e svariati interessi d’alto livello nazionale e internazionale inserendosi nel mondo politico del Paese per assicurarci propri rappresentanti e portatori di istanze e di interessi della organizzazione. E’ questa la mafia economica, una mafia che nell’ultimo ventennio è notevolmente progredita dandosi una struttura del tutto consimile a quella dei partiti politici, talché non è errato affermare che la mafia economica corrisponda al governo della Repubblica, anche se si tratta di una “repubblica di mafiosi”. E come ogni ministro ha i suoi sottosegretari, così la mafia ha i suoi vertici esecutivi che agiscono nei più disparati settori, parte tradizionali e parte creati in base a situazioni, economiche e di mercati, contingenti. Al governo, con gli “innominabili” e i “ non identificabili” stanno i veterani della mafia: i vertici esecutivi, non sono espressione di votazioni, si acquisiscono per meriti propri, cioè per curriculum, capacità organizzative, forte personalità, spregiudicatezza e coraggio. Questa moderna concezione della organizzazione della mafia, che è un superamento della mafia di città (che a sua volta aveva soppiantato la mafia delle campagne e delle borgate) non è in contrasto con la sopravvivenza di cosche mafiose, legate a questo o a quell’altro vertice esecutivo, operanti nei vari quartieri cittadini, nelle borgate e in provincia. Le cosche cittadine e provinciali costituiscono le basi della vasta organizzazione ed ognuna, anche se autonoma nelle scelte dei suoi capi e delle sue attività, come ha sottolineato Henner Hess, dalla moderna organizzazione a carattere nazionale ha tratto vantaggi impensabili in potenza, immunità e nei suoi traffici. Questa evoluzione della “onorata società” del resto è palpabile attraverso tutta una organizzazione di strutture e mezzi, aggiornati ai progrediti criteri della crescente espansione dei commerci tra Nord e Sud e tra Italia e Paesi della Comunità Europea e, quindi, all’accresciuto fronte di interessi che hanno varcato non solo i confini della Sicilia, ma anche quelli nazionali. Se è vero quello che si dice a Palermo che, prima della creazione di nuovi quartieri residenziali e di strade di comunicazione, sorsero in posti strategici distributori di benzina, ostelli, alberghi e catene di ristoranti, è segno che la mafia precorre gli eventi sorprendendo, per la rapidità delle sue ristrutturazioni, non solo magistrati di larga esperienza ma anche navigati investigatori che, ad ogni  occasione, rispolverano l’ormai legato motto: “nuovo tempo della mafia”.
Questa mafia, così ristrutturata e che continua incessantemente ad adeguarsi con sorprendente tempestività e funzionalità alle evoluzioni economiche, politiche e sociali del proprio Paese e a tutti i rapporti economici che questi intraprende con altri paesi, sia del Mercato comune europeo che dell’Oriente e  dell’Africa, ha mani in pasta in una svariata gamma di attività che le serve per legare molti strati della popolazione.
Quasi che la mafia contrapponga l’ideologia del facile guadagno a quella che i partiti cercano di inculcare nei cittadini per fare proseliti e voti. E certamente se la mafia potesse presentarsi come un partito politico, per la “validità” dei suoi programmi, otterrebbe in Italia la maggioranza assoluta dei voti. Sarebbe, in altri termini, il “partito” pilota.




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