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9 Marzo 1979 Palermo. Viene assassinato Michele Reina, segretario provinciale democristiano. "Ucciso per proteggere gli interessi di Vito Ciancimino". PDF Stampa

Foto da: provincia.palermo.it

Nota da  ecorav.it

Omicidio di Michele Reina

di Giuseppe Martorana e Angelo Meli

È la sera del 9 marzo del 1979. Sono da poco passate le 22,30 quando scatta l'agguato contro Michele Reina, segretario provinciale della DC a Palermo.
L'uomo politico ha da poco lasciato la casa di un amico dove ha trascorso la serata e sta' salendo in auto, dove lo attendono la moglie e due amici. I sicari si avvicinano e, da distanza ravvicinata gli sparano contro tre colpi secchi di calibro 38, dandosi subito dopo alla fuga, a bordo di una Fiat Ritmo rubata poche ore prima; la targa applicata sull'auto risulterà più tardi appartenere ad una Fiat 128, anch'essa rubata intorno alle 19 del giorno stesso del delitto.
Appena un'ora dopo, l'omicidio viene rivendicato con una telefonata anonima al centralino del "Giornale di Sicilia": "Abbiamo giustiziato il mafioso Michele Reina" dice la voce che "firma" l'agguato a nome di "Prima linea", in quel periodo uno dei gruppi armati più attivi del terrorismo rosso. L'indomani mattina, una seconda telefonata giunge al centralino del quotidiano palermitano della sera "L'Ora". Il telefonista dice di parlare a nome delle "Brigate Rosse", minaccia altri attentati e afferma: "Faremo una strage se non sarà scarcerato il capo delle Brigate Rosse, Renato Curcio".
Una pista, quella terroristica, che però agli investigatori appare subito inverosimile e che viene ritenuta con più probabilità una mossa di Cosa nostra per sviare le indagini.

L'omicidio di Reina avviene all'indomani di un accordo politico che il segretario provinciale della DC, aveva portato a termine con il Partito Comunista. Un accordo che, però, non aveva riscosso l'entusiasmo e l'approvazione di grande parte suo partito; la maggioranza, anzi, si era subito manifestata contraria.
Le indagini si dirigono su due direzioni, due binari paralleli che, irrealmente, ad un certo punto si incontrano: la prima ipotesi, la più accreditata, è quella mafiosa; la seconda, quella privilegiata al Palazzo di Giustizia, è quella politica. Due piste che, come dicevamo, si incrociano. Tant'è che dopo un paio di giorni si parla, di un movente caratterizzato da un intreccio di interessi politico-mafiosi.
Ai funerali di Reina - frattanto - partecipano i vertici della Democrazia Cristiana nazionale: il segretario nazionale Benigno Zaccagnini, l'uomo-ombra di Andreotti Franco Evangelisti, i siciliani Piersanti Mattarella, Salvo Lima, Giovanni Gioia e Mario D'Acquisto.
Tre giorni dopo l'agguato mortale, giunge una nuova telefonata anonima al centralino del giornale "L'Ora": "Non abbiamo giustiziato Michele Reina, anche se la mafia fa di tutto per adddossarci questo delitto". Passano pochi minuti e il telefono squilla ancora. Di nuovo l'anonimo: "Qui Prima Linea, abbiamo le prove di quanto detto poco fa. Faremo di tutto per farvele avere". Delle telefonate al giornale "L'Ora" fa cenno l'allora capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano: "Noi stiamo esaminando il delitto Reina come un fatto di sangue, senza privilegiare alcuna matrice. Certo, alla luce delle telefonate arrivate al centralino di un giornale palermitano le cose si incominciano a complicare".
Le indagini proseguono, ma non portano a grosse novità, fino a quando il 16 luglio del 1984, davanti a Giovanni Falcone e al dirigente della Criminalpol Giovanni De Gennaro, Tommaso Buscetta inizia il suo lungo racconto su Cosa Nostra. Buscetta, in quei giorni, ha da poco compiuto 56 anni; ma il suo racconto parte da molto più lontano negli anni, dal 1963, dalla strage di Ciaculli, risalendo fino alla prima guerra di mafia e proseguendo fino all'ascesa al potere dei Corleonesi. Buscetta è un fiume in piena: descrive Cosa nostra nei minimi particolari e parla dei tanti, troppi, omicidi compiuti dagli uomini d'onore. Sull'uccisione di Michele Reina, in quel primo racconto verbalizzato dice: "Anche l'onorevole Reina è stato ucciso su mandato di Salvatore Riina".
"Eletto segretario provinciale della DC nell'anno 1976 - scrivono i giudici istruttori nell'ordinanza di rinvio a giudizio contro Greco Michele - il Reina era stato uno dei principali fautori e sostenitori della costituzione della nuova maggioranza interna alla DC. Dopo la sua elezione, aveva contribuito insieme a Rosario Nicoletti, allora segretario regionale, alla formazione della giunta Scoma, che rappresentava il primo momento di attuazione della politica di apertura alle sinistre. […] La fattiva dinamicità del Reina, alla cui base vi era forse anche una personale e pragmatica aspirazione ad accrescere il proprio personale peso politico, determinò una sua progressiva sovraesposizione […]"
Solo otto anni più tardi, il 22 aprile del 1992, a Palermo si aprirà il processo per i cosiddetti "omicidi politici": tra questi, anche quello di Michele Reina. Nell'aprile del 1999, dopo i primi due gradi di giudizio, il processo è approdato in Cassazione, dove sono state confermate sia l'impianto accusatorio che le pene irrogate. Con Salvatore Riina, sono stati condannati al carcere a vita Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Antonino Geraci.

 

 

 

Articolo di La Stampa dell'11 Marzo 1979

Una risata sprezzante, poi due killers hanno ucciso il segretario dc di Palermo

di Antonio Ravidà

PALERMO — Il terrorismo comincia ad uccidere anche in Sicilia. Michele Reina. 47 anni, tre figli, segretario provinciale della DC dal marzo 1976, è stato «giustiziato» venerdì sera mentre si trovava alla guida della sua vettura. E' la prima volta che il terrorismo coLPisce a Palermo per uccidere, e l'assassinio di Reina ha causato nella città, già martoriata da innumerevoli delitti di stampo mafioso, un'ondata di sdegno e di sgomento. Il delitto è stato rivendicato con una telefonata al Giornale dì Sicilia da «Prima Linea», l'organizzazione terroristica che ha sostituito nel Sud i Nap. In trentanni di attività politica quasi sempre tra i protagonisti, dapprima del movimento giovanile, poi come uno dei maggiori leaders democristiani di Palermo. Michele Reina era stato per quindici anni assessore e consigliere comunale dopo aver presieduto l'amministrazione cittadina. Mentre la caccia agli assassini va avanti nell'incertezza, orrore e sdegno vengono manifestati da tutte le parti politiche. Il sindaco Salvatore Mantione ha proclamato il lutto cittadino, manifesti listati di nero hanno fatto ala all'imbrunire a un mesto raduno cui è seguito un corteo nel centro della città. I carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e i funzionari della Digos della questura hanno chiuso la Sicilia in una morsa. Sono in azione anche i gruppi speciali, anche se a questo proposito non si hanno conferme ufficiali. Sono almeno una cinquantina i giovani estremisti sotto controllo perché sospettabili. II segretario provinciale della dc venerdì sera alle 22.20. dopo un'intensa giornata di impegni politici (nel pomeriggio aveva recato il saluto del suo partito al XV Congresso provinciale del pci, invitando a una politica il più possibile unitaria), era alla guida della sua Alfetta 2000 blu da poco acquistata, in via Principe Paterno, una strada dei «rioni alti». Accanto aveva il dottor Mario Leto, 43 anni, suo amico di infanzia, esponente del pri. e dietro sedevano sua moglie Marina di 35 anni, con la quale aveva appena festeggiato diciassette anni di matrimonio, e la consorte di Leto, signora Giulia. All'improvviso una Ritmo grigia ha affiancato l'Alfetta, due giovani sono scesi e un terzo è rimasto al volante. Hanno cominciato a sparare a raffica. Reina è stato fulminato all'istante da tre proiettili che lo hanno colpito al collo, alla testa e al torace: Mario Leto, ferito a una gamba, ha estratto la pistola che portava con sé, una Colt 38 special con pallottole imbottite e doppio caricatore e malgrado violente fitte di dolore si è lanciato in strada sparando contro i killers che a viso scoperto fuggivano sulla «Ritmo». «Non abbiamo più capito niente», ha raccontato Mario Leto, sino a due mesi fa direttore amministrativo della più grande casa vinicola siciliana, la «Corvo». « Uno dei due mentre sparava ghignava tanto che m'è parso ridesse» ha aggiunto. Un'ora e mezzo dopo l'agguato una telefonata è giunta al Giornale di Sicilia. Raffaele Picone, il centralinista che l'ha ricevuta, ha detto che la voce era quella di un giovane, senza inflessioni dialettali. «Siamo "Prima linea" abbiamo giustiziato il mafioso Michele Reina», e la comunicazione è stata subito interrotta. Un tentativo di incanalare le indagini su di una falsa pista? L'interrogativo, malgrado tutti gli elementi che tendono a smontarlo, rimane sia pur debole. «Prima linea», però, non ha smentito l'azione. «L'avrebbe fatto se non fossero stati loro», affermano al comitato provinciale dc «In Sicilia, come ci dicono molti segni, sta forse realizzandosi un intreccio tra terrorismo politico, delinquenza e mafia», ha dichiarato Gianni Parisi, segretario regionale del pei. aprendo la terza giornata di lavori del Congresso provinciale comunista, sospeso venerdì sera alla notizia del delitto. Con il sen. Paolo Bufalini. della segreteria del pci, e il segretario provinciale Luigi Colajanni. Parisi è stato ieri tra i primi esponenti degli altri partiti a porgere il cordoglio nella sede del comitato provinciale de in via Emerico Amari, davanti al porto. I repubblicani Gunnella e Ciaravino. i socialdemocratici Macaluso e Vizzini. i socialisti Saladino e Lo Verde, il liberale Taormina con tanti altri dirigenti di partiti e di sindacati hanno espresso sdegno e riprovazione. Michele Reina era popolarissimo a Palermo, un personaggio estroverso e a volte intemperante: l'anno scorso dopo un litigio per il posteggio allo stadio di calcio era stato arrestato da due vigili urbani. Dopo tre giorni di carcere, processato per direttissima era stato condannato a cinque mesi con la condizionale ed era uscito dall'Ucciardone con il fagottino. come un «cittadino qualunque», aveva spiegato. Aveva avuto altre «noie» con la giustizia per l'uso di una vettura comunale mentre era stato temporaneamente sospeso dalla carica per un'altra vertenza giudiziaria conseguente a un'accusa di interesse privato per la creazione dell'area di sviluppo industriale. Accusa, quest'ultima, che gli era piovuta addosso quand'era consigliere provinciale. Funzionario del Banco di Sicilia, «andreottiano», di lui si parlava come di un prossimo deputato alla Camera o all'Assemblea siciliana. Lascia tre figlie di sedici, nove e quattro anni.






Articolo da La Stampa del 12 Marzo 1979

Palermo: una smentita che inquieta i dirigenti democristiani Una telefonata di Prima linea « Non abbiamo ucciso Reina

PALERMO — «Qui Prima linea, non siamo stati noi ad uccidere Michele Reina». Con queste brevi parole, un uomo parlando in fretta e non in dialetto, stanotte ha telefonato al Giornale di Sicilia, smentendo che l'omicidio del segretario provinciale dc di Palermo — compiuto venerdì sera alle 22,20 — sia opera dell'organizzazione terroristica. Con un'altra telefonata, la notte tra venerdì e sabato, un'altra voce maschile aveva attribuito a «Prima linea» l'uccisione del «mafioso Michele Reina». Quale delle due telefonate è autentica, ammesso che non siano entrambe fasulle? E' indubbio comunque che l'una e l'altra stiano alimentando un'ancor più forte tensione mentre la nuova comunicazione telefonica accredita la tesi del «delitto privato» magari per una vendetta mafiosa contro l'esponente politico, che era pur sempre — non va dimenticato — uno dei «potenti» di Palermo. «D'altra parte perché dovremmo credere a questa telefonata e non alla prima?», si è domandato inquieto un funzionario del comitato provinciale dc nella cui sede ieri mattina Zaccagnini ha portato il saluto e il cordoglio dei democristiani. Le indagini sull'agguato intanto non segnano sviluppi degni d'attenzione. Il vicequestore Boris Giuliano, dirigente della Squadra mobile, in nottata ha interrogato a lungo la signora Marina Reina, giovane vedova del dottor Reina, e i coniugi Mario e Giulia Leto che nell'Alfetta 2000 accanto al segretario dc sono scampati per poco alla morte nella sparatoria. Ferito a una coscia, il dottor Leto ha sparato a sua volta contro i killers in fuga su una «Ritmo» grigia trovata poi a trecento metri dal luogo dell'assalto dove — hanno riferito testimoni — era stata già notata nel pomeriggio. La vettura era stata rubata e aveva la targa sostituita con quella di un'altra automobile rubata. Del «commando» forse faceva parte una donna, a. r.




Articolo di La Stampa del 13 Marzo 1979

Palermo: «Prima Linea» ora nega di avere ucciso il segretario dc

di Antonio Ravidà

Nell'incertezza le indagini sull'assassinio di Reina Palermo: «Prima Linea» ora nega di avere ucciso il segretario dc □AL NOSTRO CORRISPONDENTE PALERMO — L'uccisione di Michele Reina. 47 anni, da tre segretario provinciale della de e da 15 consigliere comunale dopo esser stato consigliere e presidente dell'amministrazione provinciale, è ancora avvolta in un mistero, contorto da dubbi ed elementi contraddittori. Domenica, presente Zaccagnini, lo stato maggiore democristiano in Sicilia ha assistito quasi al completo ai solenni funerali dell'esponente politico assassinato da un commando venerdì alle 22.20 mentre si trovava in automobile con la moglie Marina di 35 anni e una coppia di amici Ad addensare nubi piene di sospetti sulla vicenda sono alcune telefonate anonime, praticamente immancabili in situazioni come queste. Un'ora e mezza dopo la sparatoria, infatti, l'uccisione di Michele Reina era stata rivendicata da «Prima Linea» con una telefonata anonima al Giornale di Sicilia. Nella notte tra domenica e lunedi lo stesso quotidiano ha ricevuto un'altra telefonata anonima: «Non siamo stati noi di Prima Linea», ha detto un giovane prima di interrompere bruscamente la comunicazione. Nel pomeriggio di ieri altre due telefonate sono giunte al quotidiano L'Ora: «Qui Prima Linea — ha detto una voce maschile che parlava un buon italiano al centralinista Giuseppe Sciascia —. Non abbiamo giustiziato Michele Reina, anche se la mafia fa di tutto per addossarcelo». Poi la comunicazione è stata bruscamente interrotta. Qualche minuto più tardi una nuova telefonata, con la stessa voce: «Qui Prima Linea, abbiamo le prove di quanto detto poco fa e faremo di tutto per farvcle avere-. Terrorismo o mafia? Due, piste sesuite da altrettanti punti interrogativi mentre si intrecciano le supposizioni di chi propende per l'una o per l'altra tesi. L'Ora, il quotidiano pomeridiano di Palermo, ha pubblicato ieri anche una nota di Leonardo Sciascia. «Michele Reina — ha scritto Sciascia — è stato ucciso in quanto per dirla col linguaggio della burocrazia politica, quadro intermedio della democrazia cristiana in Sicilia, non in quanto Michele Reina. La sua storia personale dentro il partito nelle cariche pubbliche che ha assolto non c'entra o è puramente accidentale-. Intanto è significativo il fatto che la maggior parte degli accertamenti della questura, tra domenica e ieri, sia stata svolta dal vicequestore Boris Giuliano, dirigente della squadra mobile (esperto in faccende di mafia e delinquenza comune) e non dai funzionari della Digos (specialisti in indagini sui terroristi). Significa che la polizia restringe il cerchio dell'inchiesta all'ipotesi mafiosa o di criminalità «spicciola»? E' possibile. Al comitato provinciale della dc, in via Emerico Amari a poca distanza dal porto, dirigenti e funzionari di partito attendono: perchè non credere alla prima telefonata e credere a quest'altra? Essi insomma riconducono il retroscena dell'omicidio all'azione eversiva e sanguinaria di «Prima Linea». Aggiungono che Michele Reina in quanto segretario provinciale della dc era stato, ed era, garante di un'intesa politica con il pci che. pur tra scossoni e polemiche a volte aspre, a Palermo sta andando avanti. D'altronde Paolo Maurizio Ferrari, uno dei capi storici delle Br, quando tre anni fa rimase qualche tempo nel carcere Ucciardone, di Palermo, tenne con sé un elenco dei «bersagli predestinati». Tra questi c'era anche chi. al momento di un'eventuale azione terroristica, avesse retto la carica di segretario provinciale della dc.

 

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