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11 Aprile 1990 Opera (MI). Ucciso Umberto Mormile, assistente carcerario PDF Stampa

Foto da L'Unità dell'11 Aprile 1990Foto tratta dall'Unità dell'11.04.90


Articolo da: affaritaliani.libero.it del 19 Marzo 2009

Milano/ Storia di un omicidio di 'ndrangheta. La "sentenza"

di Domenico Papalia

"Umberto Mormile è morto perché l'ha deciso Domenico Papalia. E Domenico Papalia l'ha deciso perché l'uomo che lui aveva corrotto l'aveva abbandonato, l'aveva lasciato solo, non l'aveva aiutato a ottenere nessuno dei benefici richiesti. Nonostante fosse a Opera, nel suo stesso carcere. Nonostante avesse personalità e ascendente tale da poter intervenire a suo vantaggio". Questo il movente individuato dai giudici della prima corte d'assise per l'omicidio dell'educatore del carcere di Opera Umberto Mormile avvenuto a colpi di arma da fuoco l'11 aprile 1990.

A distanza di oltre otto anni, il 25 novembre scorso la corte presieduta da Luigi Domenico Cerqua si è fatta strada tra le dichiarazioni dei pentiti e i tentativi di depistaggio, individuando il mandante dell'omicidio in questo calabrese di Platì ritenuto il capo dei capi della 'ndrangheta in Lombardia nonostante sia in carcere da trent'anni. Di qui la condanna all'ergastolo. E ora nelle motivazioni della sentenza, i giudici spiegano come sono giunti al verdetto.

La mattina dell'10 aprile 1990 piove a Carpiano. Per questo l'omicidio viene rinviato di un giorno spiegherà agli investigatori Antonino Cuzzola, che il giorno dopo avrebbe guidato la moto. In sella con lui Antonio Schettini, incaricato di eseguire la sentenza di morte emessa da "Mico" Papalia attraverso il fratello Antonio. Si portano sulla provinciale 40, che in base ai sopralluoghi già effettuati, la vittima designata utilizza tutte le mattine per recarsi al carcere con la sua Alfa Romeo 33 e la aspettano in un'area di servizio.

"Nel mentre facciamo benzina, vedo che passa questa macchina" racconterà poi chi impugnava il revolver 357 Magnum agli inquirenti. "Passa la macchina, ci avviamo e lui si affianca - dirà Schettini -, abbiamo il semaforo, lui rimane fermo in coda, ci affianchiamo e io gli sparo... Lato guida... Quattro o cinque colpi gli ho tirato... Due alla testa me li ricordo benissimo e due al petto, gliene volevo dare di più ma poi mi sono fermato".

Ma ciò che impressiona l'omicida non è il sangue che spruzza dalla mandibola della vittima, non i vetri che esplodono, ma la cintura di sicurezza che trattiene il corpo di Mormile: "Il finestrino era su e cadde. Ma a me rimase impresso che lui rimanesse bloccato dalle cinture di sicurezza perché sussultava, infatti da allora poi non me le ho più messe le cinture di sicurezza".

Individuare il mandante dell'omicidio e soprattutto cercare di far luce sul movente non è stato facile, perché l'esecuzione di Mormile si intreccia con una brutta pagina dell'amministrazione penitenziaria. Prima che entrambi fossero trasferiti a Opera, sia l'ex secondino Mormile che il detenuto Papalia si trovavano al carcere di Parma dove, si scoprirà alla fine degli anni Ottanta, sono i detenuti a decidere a chi vanno i permessi speciali attraverso regalie a chi doveva redarre le relazioni. Le dichiarazioni dei pentiti coincidono nel momento in cui raccontano che Papalia all'epoca avesse dato a Mormile 30 milioni di lire per ottenere pareri favorevoli che gli erano valsi a ottenere la possibilità a lavorare all'esterno del carcere. E coincidono anche quando affermano che Papalia riteneva che Mormile si fosse comportato male con lui. Differiscono, invece, quando si tratta di entrare nel dettaglio. Chi dice che l'educatore avesse diffuso nell'ambiente una voce pregiudizievole per la reputazione del detenuto, ovvero che fosse un confidente dei servizi segreti; chi afferma che l'educatore avesse cambiato atteggiamento a causa della relazione con l'onesta Armida Miserere, la vice direttrice del carcere poi morta suicida il 19 aprile 2003, nel suo alloggio al carcere di Sulmona.

Per i giudici appare chiaro che "Domenico Papalia si arrabbia" perché una volta scoppiato lo scandalo su quanto avveniva a Parla e il trasferimento a Opera, "non otterrà più nulla". Avanza istanza di lavoro esterno o di semilibertà ma "non ottiene né l'uno, né l'altra". Non ottiene nemmeno i permessi premio fino al 26 luglio 1990, qualche mese dopo l'omicidio. "Papalia è in carcere e in carcere resta. Non riesce più a uscire - ricostruiscono i giudici -. Ma in quel carcere c'è un 'suo uomo', Mormile. Un funzionario che lui ha corrotto e che gli deve pertanto riconoscenza e fedeltà. Che si deve attivare. Che, invece, non si muove, non fa nulla. Chissà, ha cambiato idea, è diventato onesto, la sua compagna l'ha 'rovinato'. Papalia si trova davanti a un muro. Una chiusura totale".

Per questo "il 'suo uomo', quello che non l'ha aiutato nel momento del bisogno, che doveva invece aiutarlo, deve morire. Dà l'ordine al fratello Antonio e insiste, insiste. Fino a quando non viene accontentato". La sentenza viene eseguita in concorso con cinque persone. L'omicidio è premeditato.

 

 

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Armida TGR

 

 

 

 


 

 

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