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26 Gennaio 1978 Corleone (PA). Ucciso Ugo Triolo, Vicepretore onorario di Prizzi. PDF Stampa

 

Foto ed articolo da La Sicilia del 20 Gennaio 2008

Ugo Triolo, un uomo perbene

di Dino Paternostro

L’avvocato era vicepretore onorario a Prizzi e fu ammazzato a Corleone il 26 gennaio del 1978. Solo qualche anno fa è stato riconosciuto che è una vittima di mafia, ma non si è mai riusciti a comprendere il vero movente dell’atroce delitto.

Era un freddo pomeriggio d’inverno. A Corleone, l’avvocato Ugo Triolo «aveva da qualche minuto comprato due pacchetti di sigarette nel centrale tabaccaio di piazza Garibaldi», avrebbe scritto un giornalista di razza come Mario Francese sul «Giornale di Sicilia» del giorno dopo. «Con al guinzaglio il suo affezionato barboncino nero – proseguiva l’articolo – il professionista, da circa quindici anni vicepretore onorario di Prizzi, ma nato e residente a Corleone, si era avviato lentamente per la via Roma, una strada in salita dove sono ubicati la pretura e il magistrale. Trecento metri percorsi spensieratamente fumando e giocando col suo Bull. Quindi, piazza San Domenico e poi il vicolo Triolo, coperto da un tetto ad arco che sbocca in via Cammarata. Proprio uscendo dal vicolo, al numero 49 di via Cammarata, è la casa dell’avvocato Triolo (…). Il professionista ha avuto il tempo di premere sul bottone del citofono. Ha risposto la moglie. Quindi, all’angolo della strada, a non più di due metri e mezzo, dove si apre la via Rua del Piano (in cui abita il luogotenente di Luciano Liggio, il latitante Totò Riina) qualcuno l’ha chiamato. "Ugo, Ugo…". Il professionista si è voltato, avrà visto qualcuno dinnanzi a lui con una pistola in pugno. Ha avuto il tempo di alzare le mani, come per proteggersi il viso. In quel momento un lugubre rosario di colpi...».Furono nove i colpi di P38 sparati contro l’avvocato Triolo. Solo due andarono a vuoto, gli altri sette lo colpirono al petto e alla testa, uccidendolo. Erano le 17.40 del 26 gennaio 1978. Quando la moglie, col cuore in gola, aprì il portone di casa, il suo corpo rantolante quasi le cadde addosso, facendola urlare dal dolore.

Chi poteva avere interesse ad assassinare - e per giunta in maniera così plateale, con nove colpi di pistola sparatigli in faccia - una persona perbene come l’avvocato Ugo Triolo? Uno che, secondo un altro giornalista di razza come Pippo Fava, «non aveva mai avuto a che fare con interessi criminali, se non per doveri del suo ufficio». Un aiuto per rispondere a questi interrogativi lo diedero i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che, nell’ordinanza sentenza del maxi-processo, trascrissero la dichiarazione di un collaboratore di giustizia ante-litteram, Giuseppe Di Cristina. «Riina Salvatore e Provenzano Bernardo, soprannominati per la loro ferocia "le belve" – dettò a verbale il "pentito" – sono gli elementi più pericolosi di cui dispone Luciano Liggio. Essi, responsabili ciascuno di non meno di quaranta omicidi, sono gli assassini del vice-pretore onorario di Prizzi». A questa si aggiunsero anche le dichiarazioni dei pentiti Francesco Di Carlo e Giovanni Brusca, che indicarono in Riina e Provenzano imandanti dell’omicidio e in Leoluca Bagarella, Antonino Marchese e Giovanni Vallone il "gruppo di fuoco" che gli tese l’agguato la sera del 26 gennaio 1978. Un delitto, dunque, voluto direttamente dalla "cupola" di Cosa Nostra, saldamente in pugno ai "corleonesi" Riina e Provenzano ed eseguito dai killer più feroci di cui disponevano, in primo luogo quel "Luchino" Bagarella, che di Riina era il cognato. Furono fatte tante ipotesi, ma nessuna è stata mai provata. Si disse, per esempio, che l’avvocato era proprietario di un vasto appezzamento di terra in contrada «San Calogero», che interessava i mafiosi, ma che lui non voleva assolutamente vendere.
Il pentito Di Carlo, invece, ha svelato che negli uffici di una società di trasporti di via Leonardo da Vinci a Palermo, un certo Vallone di Prizzi «chiese a Bernardo Provenzano di eliminare Triolo, perché lo aveva ostacolato in alcune vicende collegate a reati edilizi, da lui valutati nella veste di vice pretore (…).
Lui è avvocato, dovrebbe fare quello che dice il paesano e no quello che dice la legge». L’ avvocato Triolo - è un’altra ipotesi - fu ucciso 12 giorni dopo Marco Puccio, un suo cliente accusato di abigeato. Forse, è un’ ipotesi degli inquirenti, la vittima si era confidata con il legale? Infine, si disse pure che Triolo aveva svolto con "troppo zelo" il ruolo di pubblico ministero in un processo minore contro Luciano Liggio. Comunque, per oltre vent’anni di Ugo Triolo a Corleone nessuno parlò più. E non c’era nemmeno la certezza che fosse una vittima innocente di mafia.

 

 

Articolo pubblicato da La Repubblica del 19 Luglio 2000

Quell'omicidio non risolto di 22 anni fa

di Giuseppe Francese (Figlio di Mario Francese)

E' un freddo pomeriggio del 26 gennaio 1978. L'avvocato Ugo Triolo sta per rincasare nella sua abitazione di via Cammarata, a Corleone. Ha appena premuto il bottone del citofono di casa quando, da dietro, qualcuno lo chiama. Il professionista si volta: due killer lo freddano con nove colpi di P 38. Moriva così Ugo Triolo, per quindici anni vice pretore onorario di Prizzi, uomo integerrimo che non aveva mai avuto nessun riguardo per i boss. Da quel lontano 26 gennaio 1978 non si sa più nulla di questo omicidio: dimenticato. Rimane uno dei pochi delitti eccellenti mai menzionati dai collaboratori di giustizia, con una sola eccezione. Il 16 aprile 1978 Giuseppe Di Cristina, mafioso di Riesi, faceva alcune rivelazioni al capitano dei carabinieri Pettinato: attribuì ai «corleonesi» il duplice agguato di Ficuzza in cui persero la vita il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e il suo amico Filippo Costa. E poi anche l'uccisione di Ugo Triolo: sarebbe stato assassinato perché non aveva voluto cedere ai mafiosi un suo terreno. Per il duplice omicidio di Ficuzza si è giunti, dopo tante vicissitudini giudiziarie e clamorosi depistaggi, alla sentenza del 25 gennaio 1995. Per l'omicidio di Ugo Triolo è ancora buio fitto nelle indagini, che sono di competenza della Procura di Caltanissetta. Proviamo allora a svelare un mistero lungo più di vent'anni. Chi e perché voleva la cessione del fondo e soprattutto di quale fondo si tratta? Ugo Triolo era proprietario di un vasto appezzamento di terra sito nel vallone Poggio San Calogero. Aveva chiesto e ottenuto la concessione trentennale, a partire dal 29 ottobre 1974, per la deviazione dell'acqua da due sorgenti della zona. Ma era arrivata l'opposizione del Consorzio di Bonifica Alto e Medio Belice. Le acque di quel terreno avrebbero dovuto alimentare la diga di Piano Campo, progettata sin dagli anni Settanta, ma poi, mai realizzata. E anche la diga Garcia usufruiva di quell'acqua. Di recente, i pentiti hanno svelato ai magistrati di Palermo quali interessi della mafia si celavano dietro il progetto per Piano Campo. Secondo Angelo Siino, l'ex ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra, «il movente dell'omicidio del colonnello Russo è da ricercare nelle indagini che l'alto ufficiale aveva svolto nella costruzione della diga Garcia e nel suo interessamento per far aggiudicare i lavori della costruzione della diga Piano Campo alla impresa Saibeb. Era sembrato quasi un affronto, una vera e propria onta per Riina e il clan dei corleonesi». Balduccio Di Maggio ha aggiunto: «Riina stesso mi disse che dato che nella nostra zona non c'erano imprese in grado di concorrere a una tale opera, l'unica soluzione possibile era quella di farla aggiudicare alla ditta Costanzo di Catania». E Giovanni Brusca: «Per volontà di Riina, era stato stabilito che l'appalto andasse a Costanzo e Lodigiani». A questo punto qualche domanda è d'obbligo: perché per la mafia era così importante quel terreno da non esitare a uccidere l'avvocato Ugo Triolo? Quel no alla mafia quali subdoli affari andava a contrastare? Che cosa si cela dietro quel terreno? Tanti interrogativi. Nessuna risposta: da ventidue anni soltanto mortificanti silenzi e sono silenzi che fanno male. Forse adesso il mistero dell'uccisione di Ugo Triolo e della mancata costruzione della diga di Piano Campo potrebbero essere svelati. Esattamente un anno dopo la morte del vice pretore onorario di Prizzi, il 26 gennaio del '79, veniva assassinato il giornalista Mario Francese, che con i suoi articoli e le sue inchieste aveva denunciato quali affari la mafia faceva nella valle del Belice.

 

 

seguito articolo di Giuseppe Francese

fonte: antimafiaduemila.com

I numerosi collaboratori di giustizia potrebbero aggiungere qualcosa alle prime dichiarazioni del “confidente” Giuseppe Di Cristina. Per tanti anni le sue rivelazioni non sono state prese nella giusta considerazione ma molte delle cose dette allora dal boss stanno ritornando d’attualità negli ultimi anni ma soprattutto hanno avuto un apprezzabile riscontro da parte di alcuni collaboratori di giustizia. Un’inchiesta da riaprire dunque. Sarebbe importante e doveroso che anche per Ugo Triolo, dopo ventidue lunghissimi anni, si tentasse di fare giustizia.

Il contesto
Siamo nella Corleone degli anni ’70. Feroci e sanguinarie esecuzioni plateali si susseguono lasciando una lunga scia di sangue lungo le strade della cittadina. Vengono trucidati uomini come Rosario Cortimiglia, Giovanni Palazzo, ucciso in pieno centro cittadino, (il cugino, Onofrio Palazzo era scomparso poco tempo prima, inghiottito dalla lupara bianca il 9 luglio del 1977), Salvatore La Gattuta. Gli omicidi sembrano subito collocarsi nell’ambito di un racket di bestiame.
Il “racket dell’abigeato” ha fatto razzie di ovini, non ultime le trecento bestie di proprietà di un pastore di Balestrate, Vincenzo Mulè, che teneva i suoi ovini al pascolo nella zona di Grisì. E’ lo stesso Vincenzo Mulè che verrà ingiustamente condannato all’ergastolo, dopo un misteriosissimo depistaggio, (fu chiamato in causa dal pastore analfabeta Casimiro Russo) per l’omicidio del colonnello Russo e completamente scagionato con la sentenza del 25 gennaio 1995. A Corleone sembra essere ritornati ai tempi del dopo Navarra, caratterizzati, tra il 1958 e il 1963, da una serie di omicidi, vaste battute e rastrellamenti. La mafia continua a sparare. Dopo il triplice tentato omicidio alla cava “Mannarazza”, dove scampano miracolosamente ad un agguato il proprietario della cava Rosario Napoli, il figlioletto Fedele di 9 anni e un dipendente, Vincenzo Mantovano, il 30 luglio 1977 viene trucidato Giuseppe Artale, comproprietario della cava “Mannarazza”, interessata nei lavori di subappalto della diga Garcia. La mafia ha spostato il baricentro dei propri interessi verso la sfrenata corsa ai nuovi e redditizi appalti nella valle del Belice. In questo contesto si colloca il duplice  omicidio del colonnello Giuseppe Russo e del suo amico, il professore Filippo Costa uccisi nella piazza di Ficuzza la sera del 20 agosto 1977. E in questo contesto deve anche collocarsi l’omicidio di Ugo Triolo, vice pretore onorario di Prizzi, ucciso la mattina del 26 gennaio 1978. Da lì a poco comincerà l’assalto in grande stile dell’ala stragista corleonese alla città di Palermo, fino ad allora dominata dall’ala più moderata della vecchia guardia Badalamenti-Bontade-Inzerillo.
Ugo Triolo è stato ucciso con nove colpi di P.38 davanti la sua abitazione in via Cammarata a Corleone. Qualche giornalista un po’ più coraggioso, recatosi sul luogo dell’agguato, aveva subito sottolineato come il killer fosse immediatamente svanito nel nulla e come fosse vicina l’abitazione del super latitante Salvatore Riina. Quel giornalista si chiamava Mario Francese. Sarà a sua volta ucciso a Palermo il 26 gennaio 1979, esattamente un anno dopo Ugo Triolo. Con le sue inchieste aveva svelato quali affari faceva la mafia intorno agli appalti e i subappalti nella valle del Belice.
Con l’omicidio di Ugo Triolo i sanguinari “viddani” continuano ad accrescere il loro potere. Cominciano a capirlo i vecchi mafiosi. Lo capisce soprattutto Giuseppe Di Cristina, mafioso di Riesi. Lo ha intuito quando si è opposto alla decisione dei corleonesi di uccidere il colonnello Russo, ne ha avuto la  certezza quando il 21 novembre 1977 si salva da un agguato mafioso: verranno uccisi due suoi fedelissimi che si trovavano a bordo della sua Bmw. La mattina del 16 aprile 1978 Di Cristina decide di saltare il fosso. Fa alcune dichiarazioni al capitano dei carabinieri Pettinato. E tra tante rivelazioni anche l’agguato all’avvocato Ugo Triolo: è stato deciso ed eseguito dai “corleonesi”.

 

 

Articolo di La Repubblica del 24 Settembre 2003

'Triolo assassinato dalla mafia'

di Salvo Palazzolo

Sono dieci, forse più, ma nessuno ricorda il loro nome. Non c' è una lapide, una strada che dica: «Ecco i morti di Corleone, gente perbene uccisa dalla mafia». Sono diventate vittime di serie B, senza memoria né giustizia: l' imprenditore, l' avvocato, il comandante delle guardie campestri, l' agricoltore. La precedente amministrazione comunale di Corleone, retta da Giuseppe Cipriani, aveva chiesto alla magistratura di tornare ad indagare. E adesso è arrivata una prima risposta: l' avvocato Ugo Triolo, il vicepretore onorario di Prizzi assassinato il 26 gennaio 1978, non è più un morto di nessuno. è una vittima della mafia, ha scritto il gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona. Il provvedimento firmato dal magistrato è di archiviazione per i presunti killer e i mandanti, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Antonino Marchese e Giovanni Vallone: le dichiarazioni dei pentiti Francesco Di Carlo e Giovanni Brusca non sono bastate. Ma è un' archiviazione che questa volta vale tanto: «Restituisce a Corleone un pezzo della sua storia - dice l' ex sindaco Cipriani - e soprattutto ridà giustizia a un uomo e alla sua famiglia». «Il vice pretore onorario viene eliminato - così scrive il giudice Tona nel suo provvedimento - nel periodo in cui più sfrenata e arrogante si era fatta la violenza dei "liggiani" per affermare la supremazia sul territorio». Triolo aveva la colpa di essere una persona perbene: «Era di un certo prestigio a Corleone - è ancora il gip di Caltanissetta che illustra le sue conclusioni - era un proprietario terriero, apparteneva ad una famiglia di grossi possidenti e di professionisti, svolgeva il ruolo di magistrato onorario e come avvocato poteva essere nel paese il destinatario di richieste di consigli, anche non solo legali». Le indagini non hanno accertato con esattezza il movente del delitto. Hanno però chiarito che Triolo non intendeva sottostare ad alcun ricatto. Soprattutto quelli degli uomini di Liggio, che dopo aver fatto fuori la cosca di Michele Navarra, erano i nuovi padroni. Il pentito Di Carlo ha svelato: «Ero presente, negli uffici della società di trasporti di via Leonardo da Vinci, quando Vallone chiese a Bernardo Provenzano di eliminare Triolo, perché lo aveva ostacolato in alcune vicende collegate a reati edilizi, da lui valutati nella veste di vice pretore». Provenzano e Vallone discutevano animatamente del caso, almeno così racconta il pentito: «Lui è avvocato, dovrebbe fare quello che dice il paesano e no quello che dice la legge». I magistrati hanno fatto i loro riscontri, le accuse di Francesco Di Carlo richiamavano quelle di un altro pentito, Giuseppe Di Cristina, che a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlò delle due «belve» di Corleone, Riina e Provenzano: «Sono gli assassini di Triolo», disse. Le accuse dei pentiti non sono bastate per imbastire un processo. I magistrati di Caltanissetta hanno scavato nel passato, alla ricerca di un movente, hanno ripreso in mano anche gli articoli di Mario Francese, il cronista del "Giornale di Sicilia" che fu ucciso esattamente un anno dopo Triolo, il 26 gennaio '79. Le sentenze hanno condannato Riina e Provenzano per l' omicidio del giornalista. I carabinieri non hanno smesso di cercare. Gli avvocati dell' amministrazione comunale, Mario Milone e Carmelo Franco, hanno seguito passo passo le nuove indagini. L' avvocato Triolo fu ucciso dodici giorni dopo Marco Puccio, un suo cliente accusato di abigeato: forse, è un' ipotesi degli inquirenti, la vittima si era confidata con il legale. Ogni testimone sentito in questi vent' anni dai giudici ha parlato della «determinazione» del vicepretore «nel mantenere le sue posizioni»: «Una personalità - ha scritto il gip - dotata di un prestigio autonomo e non direttamente controllabile dalla criminalità locale». «Adesso Corleone deve chiedere verità per tutte le altre vittime - dice Cipriani - la mafia di Corleone, impersonata da Provenzano, latitante da 40 anni, è ancora un' ipoteca per la nostra democrazia».

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